martedì 28 giugno 2016

Arvedi come balla l'Ilva

Ansia

Arvedi-Delfin-Cdp. Non è un ordine alfabetico.

Arvedi è un cognome; Giovanni Arvedi è infatti un imprenditore siderurgico.

La Delfin, invece, è (mi affido a Wikipedia) una
società che detiene tutte le partecipazioni azionarie e la liquidità di Leonardo Del Vecchio [...] Delfin S.à.r.l., con sede a Lussemburgo, amministrata da Romolo Bardin. Leonardo Del Vecchio possiede a suo nome il 25% della Delfin, e alla sua morte passerà alla moglie Nicoletta Zampillo; il restante 75% è diviso equamente tra i sei figli (12,5% a testa), attualmente anche queste partecipazioni sono sotto il diretto controllo di Leonardo Del Vecchio (detiene l'usofrutto fino alla morte).
Il padre Del Vecchio usufruisce del capitale che destinerà alla morte ai suoi Delfini?

Ultima, ma non ultima, Cdp, la rinomata Cassa Depositi e Prestiti, 
una società per azioni finanziaria italiana, partecipata per l'80,1% dal Ministero dell'economia e delle finanze, per il 18,4% da diverse fondazioni bancarie e il restante 1,5% in azioni proprie.
Stringiamo: la «cordata italiana» (attenti al sapone: una è lussemburghese) è costituita da due società private e una pubblica.
Quella pubblica, nella cordata, occupa l'ultima posizione nonostante, come informa la notizia di agenzia, la sua quota di partecipazione si aggirerà intorno al 45%, mentre quella di Delfin fra il 30-35% e infine Arvedi, che starà sotto il 20%; quest'ultima, nonostante ciò, si occuperà della gestione aziendale della futura newco. Arvedi come balla Giovanni.

Infine, una nota di speranza per i risparmiatori italiani: il governo in carica provvederà a trasformare i buoni fruttiferi in buoni acciaiferi. Toccate ferro.

Era meglio si spezzava

via
I miei pensieri vanno ai curdi sotto assedio
assediati da una nazione che fa parte dell'alleanza atlantica.

C'è un articolo del New York Times, tradotto su Internazionale di questa settimana, che descrive egregiamente lo stato delle cose in Turchia, del voltafaccia compiuto da Erdogan, dopo un lungo processo di pace voluto anche dal suo governo - voltafaccia causato dal successo “imprevisto” della resistenza dei curdi a Kobane, che ha scombussolato i piani del dittatorello demomussulmano.

Il mio timore è che la richiesta di scuse a Putin abbia come obiettivo quello di ritrovare non dico un alleato ma almeno non un sostenitore della realizzazione dell'indipendentismo curdo.
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Nota non troppo a parte
Tutte le volte che rammentano Ocalan, io mi rammento di D'Alema (e del governo da lui guidato). E tutte le volte penso che Craxi, pur con tutti i suoi difetti, non avrebbe fatto abbassare i pantaloni all'Italia così.

lunedì 27 giugno 2016

Aggiunta sulla patente elettorale

A fine post precedente ho scritto “continua”. Ahimè, perché l'ho scritto? Forse perché un post che non si crede definitivamente concluso lascia una sorta di incompletezza simile a quella di un coito interrotto? Ne dubito, giacché tornare sull'argomento della «patente-a-chi-vota» non è certo un godimento, no, piuttosto il suo contrario. Ma ci torno su, ci devo tornare, perché nel post di Mantellini citato in precedenza è esplicitamente affermato che per formare la coscienza critica del cittadino devono essere mobilitati appieno «la scuola, l'educazione, l'informazione».

Io aggiungerei anche Christo, ma a parte ciò, vediamo un po' da vicino ’sti «pilastri della rivoluzione».

La scuola e l'educazione: omissis. 

L'informazione, invece, riprendiamo un capoverso mantelliniano:
«Vogliamo elettori in grado di superare un ipotetico esame di cittadinanza che gli consenta di votare? L’unica strada possibile è quella di investire denaro per una vera politica culturale (Rai compresa) e forse – contro ogni tendenza – per immaginare nuove ipotesi di finanziamento pubblico all’editoria privata.»
Ora, al netto che, anche in questo caso, è difficile convenire su chi debba stabilire quale sarebbe la vera politica culturale e quale la falsa, io, se fossi amico amico di qualcuno che è direttore di un giornale on line, il quale, perdipiù, ha come moglie la direttrice di una rete televisiva pubblica, difficilmente proporrei di «investire denaro pubblico» per l'editoria privata e per la Rai, sono appelli un po’ pelosetti, suvvia: non dico non siano disinteressati, il problema è che sembrano interessati e dunque particolarmente irritanti. E poi, qualora fossero accolti dalle orecchie da mercante della politica, credo ne sortirebbero un effetto assai deleterio sugli elettori che decidessero di sottoporsi all'esame per l'accesso alla cabina elettorale, dacché che essi dovrebbero acquisire quella obiettività del cazzo, politicamente corretta soprattutto col potere costituito, quale esso sia, in particolare quello attuale, svilisci palle, chiamato anche renzismo.

Avrete capito che il continua era una scusa, per che cosa ça va sans dire.

Comunque anche Leonardo ha scritto un post sull'argomento, assai condivisibile, dal quale estraggo:

«Ricapitolando: la demagogia è antica come la democrazia e l'ha già spesso stroncata sul nascere o in seguito; l'imbecillità è una costante della storia dell'uomo, ma prima di internet avevamo meno finestre per osservarla e forse era meglio così, l'imbecillità è ipnotica. La novità - perché secondo me una novità c'è - sta nella crisi. Non quella occasionale o ciclica, ma quella strutturale che sta affliggendo l'Occidente, e che ha tante concause e spiegazioni, ma io resto affezionato alla più banale di tutte: la Cina e l'India hanno tre miliardi di bocche da sfamare e ormai sono Paesi sviluppati. Serviranno ancora generazioni prima che il costo della vita in quei Paesi si alzi ai livelli dell'Occidente - a meno che l'Occidente non si inabissi, e forse questa sarà la soluzione. Nel frattempo la popolazione mondiale continua a crescere e a spostare l'equilibrio, e poi c'è il riscaldamento globale, insomma sarà molto complicato».

Tutto bene, Leonardo, fino alla parola crisi, anzi, concedo: fino alla parola Occidente, anche se bisognerebbe aggiungerci Oriente, Settentrione, Meridione, in breve: il globo terracqueo. Da lì in poi, spiegazione assai parziale e monca del perché della crisi. Assente ogni cenno alla causa reale e determinante: la crisi del capitalismo, ovverosia la crisi del sistema economico e produttivo dominante... e qui mi fermo. E non continuo perché tanto, ammesso e non concesso io abbia la patente elettorale vidimata, difficilmente alle prossime politiche ne farò uso (mi conservo la cartuccia per il referendum di ottobre).

sabato 25 giugno 2016

Proviamo a fare qualcosa

«Vogliamo elettori in grado di superare un ipotetico esame di cittadinanza che gli consenta di votare? L’unica strada possibile è quella di investire denaro per una vera politica culturale (Rai compresa) e forse – contro ogni tendenza – per immaginare nuove ipotesi di finanziamento pubblico all’editoria privata. Soldi tardivi, come certe vendemmie, denari dei cittadini in premio a chi abbia avuto il coraggio di informare con coscienza i propri lettori, fuori dall’immensa marea di fango che è il business dei media oggi, specie in Italia. Un’arena in peggioramento, che ormai non risparmia più quasi nessuno. Tutta gente che per una ragione o per l’altra ha un qualche interesse a mantenere i cittadini -perfino nei tempi della società digitale – ignoranti esattamente come prima. Ce lo ha detto Tullio de Mauro, ok, era vero, l’analfabetismo funzionale è un problema enorme. Ora magari proviamo a fare qualcosa. Che la patente per poter votare è certamente una cazzata, ma anche gli elettori che non sanno un accidente e che danno retta al Salvini di turno sono una faccenda mica da ridere». Mantellini

Provo a fare qualcosa, per me. E per tre (siamo rimasti in tre). Innanzitutto una confessione: una volta avrei voluto anch'io ci fosse stata la patente per poter votare; erano i tempi in cui Berlusconi fondò Forza Italia, si presentò alle elezioni, le vinse e io non riuscii a capacitarmi come milioni di elettrici ed elettori avessero potuto dargli il voto. Tuttavia, il momento in cui più di tutti avrei voluto ci fosse la patente elettorale, fu ai dodici referendum abrogativi del 1995, in particolare per i tre che concernevano la materia televisiva. Che cosa c'era di più stupido, infatti, che votare no a un referendum che proponeva di abrogare per legge le interruzioni pubblicitarie nei film? (Guardare i film programmati da mediaset a parte?). E infatti vinse la cosa più stupida. Fuori di me, arrivai persino a sostenere - stoltamente, mi rendo conto - che «chi vota Berlusconi è un imbecille». Povero me. Se non mi fossi ancora scusato pubblicamente di aver detto questa sciocchezza, lo faccio ora, cospargendomi il capo di cenere e serotonina.

L'anno successivo, forse rincuorato (ancor più stoltamente) della vittoria dell'Ulivo, accantonai l'idea di patente elettorale; al contempo, iniziai a pensare, su suggerimento di una delle tante cazzate sublimi scritte da Ceronetti, che sarebbe stato plausibile elargire, a persone meritevoli e d'indubbio valore, la possibilità del voto multiplo. Quando mi sovvenne, poi, che sorgeva il dilemma su come scegliere questi superelettori, convenni che Ceronetti stava alla politica come Paolo Fox all'astronomia.

Successivamente, provai a ragionare su come estenedere l'esclusione al diritto di voto. Pensai agli ordini sacerdotali che, seppur cittadini, obbediscono alle leggi di istituzioni assolutamente non democratiche; pensai pure di ampliare la gamma di reati che, se passati in giudicato, comportano la perdita di tale diritto.

Infine, ho rinunciato a qualsiasi soluzione, dato che il problema non è nel diritto di voto così come si esercita nelle democrazie liberali, ma quanto il voto limiti e formalizzi la sovranità popolare in esso espressa.

Votare è diventato un mero rituale che offre a sempre meno persone  (basti vedere il costante e significativo aumento di coloro che rinunciano a questo diritto) l'illusione che questo sia sufficiente a influire positivamente - come è stato scritto, per celia - sulla «vita quotidiana della gente comune», sulla capacità di questa di riprodursi con serenità e prosperità.

[continua]

I giusti onori

«Innanzitutto, onore alla Bompiani, un editore che, di questi tempi, osa pubblicare il “Diario” di André Gide in due tomi. Un’impresa del genere, inoltre, ha l’ardire di presentarsi armata di un imponente apparato critico. Curata da Piero Gelli (che firma la prefazione e i bei medaglioni sugli “Amici di Gide”), tradotta da Sergio Arecco, aperta da una Cronologia, l’opera segue l’edizione stabilita per la collana Pléiade da Éric Marty e Martine Sagaert (che introducono il primo e il secondo), recuperando molto materiale inedito e integrandolo con alcuni scritti autobiografici.»

Non per vantare chissà quali doti di bibliofilo (non ne ho), piuttosto per segnalare a Valerio Magrelli che, anni fa, per caso, in una bancarella dell'usato, abbia acquistato uno (ahimè, c'era solo quello) dei due tomi del Diario di Gide, edito per l'appunto da Bompiani, nel 1950, tradotto dal francese da Renato Arenta e con la seguente avvertenza:   



Questo giusto per dire che gli onori all'editore vanno sì tributati, ma per una riedizione fornita di una nuova traduzione e un nuovo apparato critico che segue l'edizione canonica della Pléiade. 






Cul-de-sac

«...Adieu, adieu! remember me».
Shakespeare, Hamlet, I, 5
Giovanni Giudici, Il male dei creditori, Mondadori 1977/1986
A proposito di Cul-de-sac. Mi ricordo che il film di Polanski - che vidi una sera tardi su Rai Tre molti anni fa - mi divertì molto. 

giovedì 23 giugno 2016

L'educazione nuoce

«Spesso ci rifletto e sempre devo dirmi che la mia educazione mi ha nociuto molto in parecchi punti. Questo rimprovero va contro una quantità di persone; è vero che qui stanno riunite e, come nei vecchi ritratti in gruppo, non sanno che farsene l'una dell'altra, non viene loro in mente di chinare lo sguardo e per l'attesa non osano sorridere. Ci sono i miei genitori, alcuni parenti, alcuni maestri, una determinata cuoca, alcune fanciulle delle lezioni di ballo, alcuni frequentatori della nostra casa in epoca precedente, alcuni scrittori, un maestro di nuoto, un bigliettaio, un ispettore scolastico, poi alcuni che ho incontrato una sola volta per la via, e altri che in questo momento non riesco a ricordare, e taluni che non ricorderò mai, e infine altri del cui insegnamento essendo allora distratto da qualche cosa non mi sono affatto accorto, insomma, sono tanti che bisogna stare attenti per non nominarne uno due volte. E di fronte a tutti loro esprimo il mio rimprovero, così li presento l'uno all'altro, ma non tollero contraddizioni. In verità ho sopportato abbastanza contraddizioni e, siccome nella maggior parte sono stato confutato, non posso che comprendere anche queste confutazioni nel mio rimprovero e dichiarare che, oltre alla mia educazione, anche queste confutazioni mi hanno nociuto molto in parecchi punti.»
Franz Kafka, Diari - 1910.

È tanta la gente che ti sciupa il pomeriggio o il mattino o la sera o insomma l'intero giorno, compresa la notte, perché voi sapete che, tecnicamente, il giorno comprende le ventiquattr'ore, delle quali le ore di luce sono chiamate dì, mentre le ore di buio appartengono alla notte. Fatta questa distinzione pleonastica, ma ragguardevole, desidero ritornare all'argomento principe del post: che cosa nuoce alla nostra educazione? Dico nostra per solidarietà nei confronti di Roberta, condannata a due mesi di condizionale perché nel 2014 ha scritto un tesi di laurea sui No Tav usando il «noi partecipativo».

Il plurale maiestatis lo possono usare soltanto i politici, gli allenatori di calcio e il Mago Otelma.

Ecco il punto: oggi ho avuto un incontro educativo che mi ha nociuto molto, due euro per la precisione. È andata così: percorso un sottopasso dove ho indifferenziato il buonomo di colore che ha in programma di prendere la pensione lì seduto a vendere le solite chincaglierie di ambulante, e prima di affrontare la rampa di scale che mi avrebbe condotto dove dovevo condurmi, ho incontrato una signora di mezza età, dai tratti gitani ma dall'accento di Alberobello, alta un metro e un cazzo[*] po’ come Brunetta (per ascoltare quello che aveva da dirmi ho dovuto chinarmi come coi bambini), capelli neri raccolti malamente e occhi azzurri, che mi ha chiesto a bruciapelo se potevo aiutarla perché tiene famiglia da sfamare (e io, per l'appunto, stavo mangiando un panino). 
«Ormai l'ho addentato», ho bofonchiato col boccone in bocca, cercando in tasca, allo stesso tempo, se avevo qualche spicciolo. Sì, l'avevo: due euro.
«Però, sono due euro, non vorrei essere spilorcio, ha mica il resto?».
La signora ha fatto finta di non capire, s'è presa la moneta, l'ha messa in borsa, estraendo al contempo un piccolo sassolino rosso che mi ha messo in mano.
«Ecco per te questo corallo portafortuna, perché te sei una persona buona, di buon cuore, si vede dagli occhi che sei di buon cuore, ma intorno purtroppo hai persone cattive, invidiose di quello che hai, di quello che fai, di quello che sei, persone che ti vogliono male e con questo corallo vedrai che non avrai niente da temere da queste persone che approfittano della tua bontà».
«Veramente io non sono buono: è che mi disegnano così».
«No tu sei buono, vedrai, questo corallo ti aiuterà se lo porterai sempre con te».
«E dove lo dovrei mettere?»
«Nel portafogli. E darmi altre cinque euro perché tu sei una persona buona e io tengo una famiglia a casa che ha fame».
«Te l'avevo detto che non sono buono. Tieni questo corallo.»
E me ne sono andato, con due euro in meno e un po’ di educazione nociva in più.

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[*] Mi sono lasciato andare a un turpiloquio di bassa lega, particolarmente sgradevole quando indirizzato verso le caratteristiche fisiche individuali. Chiedo venia ai lettori e all'interessata. 

mercoledì 22 giugno 2016

Il perno al lotto

Con tutto il vento seminato in questi ultimi anni, il Pd non può certo stupirsi della tempesta che ha raccolto domenica sera nelle urne. Quando la sorte e le circostanze trasformano un partito da forza di maggioranza relativa in perno del sistema politico-istituzionale e questa occasione storica viene dissipata, la politica si vendica, l'opinione pubblica si ribella e il voto lo certifica. 
Egreggio Mauro
nun ce lo sapevo che il pd era un perno, piuttosto un terno, al lotto, quello che permise a Bersani di vincere per un pelo di culo sul cardiopatico passato in giudicato e su du’ peli de cojoni sugli invasati pentastellati, loro che pensano che basti l'onestà. Ah. Ma comunque, se nun lo sapevo io, pazienza, ce lo so ora, che il pd è stato un perno «del sistema politico-istituzionale». Bene. E infatti: prima, da perno, fa ’na figura de ’mmerda per tentà la formazione der governo Bersani, poi dopo anche sulla rielezione de Napolitano, quindi sul governo Letta, poi sulle primarie che vedono Renzi segretario, poi manfrina con Napolitano per le riforme e Renzi butta giù Letta e il pd diventa cosa è ora, e l'accordo con Berlusconi, poi no, poi con Verdini, perché se a la Camera nun ce so’ probblemi a fare il perno, grazie a un surplus di deputati eletti in vizio di un premio di maggioranza incostituzionale, ar Senato invece occorre un terno de senatori perché sennò il perno va sotto che là la maggioranza nun ce ll'ha.

Si dirà: il pd nun poteva far diversamente. Ma’nfatti. Se voleva far il perno per davero, doveva in tutti i modi fare un accordo politico con Grillo, eleggere Rodotà, e quindi tornare a votare con una legge elettorale classicamente proporzionale senza sbarramenti; e soltanto dopo, quale che fosse il risultato, tentare le cosiddette Riforme.
E invece addio perno. Casomai Picerno. 

martedì 21 giugno 2016

Un giudizio riflettente

«Domenica 19 giugno 1910, dormito, destato, dormito, destato, vita miserabile.»
Franz Kafka, Diari - 1910.

Ieri sono stato all'Ikea, all'Ikea in una domenica di giugno, diciannove giugno. Pioveva. Ho provato prima un letto, poi mi sono alzato, ho provato un altro letto e poi mi sono rialzato. Vita miserabile? Dipende. Quando nel coricarsi ed alzarsi lo sguardo è stato deviato da un polo d'attrazione, le considerazioni esistenziali hanno ceduto il passo a valutazioni estetico trascendentali. 
Dio, che culo sublime.

***
Non ho comprato alcun letto. Le solite cazzate del piano inferiore: una tazza, dei bicchieri, sacchetti e contenitori di plastica, strofinacci, scopino del cesso a un euro, un asciugamano, due sedie pieghevoli.
Made in Romania, made in Spagna, made in Cina, made in India, Made in Thailandia, Made in Polonia, Made in Italy... Made in Italy? Che segno è? Italia riparte?

***
Com'è faticoso vivere in una società dove tutto è merce, noi compresi. Eppure, siamo così addentro a questo sistema che pensare di uscirne costa, anche in termini immaginifici, una fatica maggiore. 

domenica 19 giugno 2016

Moresco l'ardimentoso

Lo scrittore Antonio Moresco ha scritto per Repubblica un articolo sulla sua esclusione dalla cinquina di finalisti per il premio Strega. Visto che, raramente, gli esclusi hanno diritto di parola, l'ho letto e mi sono sentito escluso anch'io. Dal comprendere.
«Il gioco è truccato», ripete Moresco dopo che - ci fa sapere - l'aveva già detto anni or sono a proposito dello stesso tema: tuttavia, a parte una descrizione iniziale di alcuni signori aventi diritto al voto per eleggere la suddetta cinquina, Moresco non racconta affatto i trucchi[*] che costoro avrebbero commesso nel non mandare in finale il suo 
«ultimo romanzo intitolato "L’addio", che — se può valere qualcosa l’opinione dell’autore — a me pare il più ardimentoso dei miei romanzi brevi.»
Ardimentoso. Siate sinceri, suvvia: se qualcuno di vostra conoscenza vi dicesse che ha scritto un romanzo “ardimentoso”, come reagireste? Andreste in una mesticheria a pigliare un po' di gesso per calchi per, dipoi, spiaccicarglielo in faccia al fine di ottenere una maschera e con essa andare in giro a sparare cazzate ardimentose?
Non fatevi illusioni, non vi basterà avere la stessa faccia per raggiungere simili livelli:
«Come fate a vivere così?» mi veniva da domandare guardandomi attorno. «Perché state con le gambe così piantate dentro questa melma? Perché avete dato a questa melma il nome di cultura? Non lo sapete che quello della poesia e della letteratura è il più grande e irradiante sogno che sia mai stato sognato? ». Certo, non mi aspettavo niente, tanto più che ho presentato questo libro non con il potente editore con cui avevo pubblicato i precedenti ma con un altro, per rispondere all’invito di un amico cui mi legava un debito di riconoscenza, perché gli scrittori non sono o non dovrebbero essere dei robot tesi soltanto alla loro promozione e “carriera”, a mio parere, e anche perché, se la situazione è tale per cui l’unica alternativa che viene data è tra vincere male e perdere bene, allora preferisco perdere bene.
Gli veniva da domandare. E perché cazzo non l'ha domandato davvero in diretta a coloro che gli erano attorno? E ancora: se, in quel frangente, vedeva persone con le gambe piantate dentro una melma che chiamavano cultura, non è stata omissione di soccorso la sua quella di non averli aiutati a tirarsene fuori, magari sporcandosi un po' le mani, pardon, le gambe?
Nondimeno, maremma impestata ladra, a chi cazzo vuoi che gli venga in mente la grandissima stronzata che la poesia e la letteratura sarebbero «il più grande e irradiante sogno che sia mai stato sognato»? Meglio, assolutissimamente meglio, stare nella melma a sguazzare come porci che star nell'empireo delle cazzate colossali condite di lirismo d'accatto. 
Irradiante. Stocazzo è irradiante, anvedi come luccica: pare 'na lampada a led.

E poi, sentitelo bellino il Moresco:  
«Certo, non mi aspettavo niente».
Ah, lui non si aspettava niente. Non si aspettava niente. L'ha fatto per un amico. E allora? Se non ti aspettavi niente perché te la sei presa così a male, similmente a un ragazzino permaloso a cui è stato fatto un dispetto? L'hai fatto per ripagare il debito di riconoscenza verso il tuo amico? Allora sei a posto. Casomai, dovrebbe essere il tuo amico ad essere incazzato con la giuria dello Strega. Mica te. Te hai ripagato il debito, sei a posto con la coscienza. Ah no? La tua coscienza, Moresco, smania fortemente di delusione e invidia per non essere in finale? Suvvia, scrivi un altro romanzo, questa volta per un editore potente, e fatti raccomandare meglio, ché probabilmente i tuoi 
«coraggiosi presentatori: Daria Bignardi e Tiziano Scarpa»
nonostante siano tuoi stimati colleghi, non sono riusciti a presentarti con sufficiente coraggio (Il coraggio di Daria e Tiziano. Potrebbe essere il titolo di un tuo prossimo libro).
Infine, se è vero, come scrivi, che - al momento - preferisci perdere bene, non ti crucciare, giacché piangerai lacrime gialle (e liquorose) il giorno che vincerai male.

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[*] Unico trucco da lui svelato è il seguente: i finalisti abitano tutti a Roma. E allora? Non gli conveniva scrivere una lettera al direttore de la Padania?

Passare la mano

«Passai davanti al bordello come davanti alla casa d'una donna amata.»
Franz Kafka, Diari - 1910.

Una donna amata mi aveva lasciato per un altro, come le donne del bordello, lo stesso movente. Almeno loro, quando andavo via, salutavano. Lei non ebbe neanche il coraggio di dirmi addio. Mi disse, in seguito, che non lo fece perché temeva di farmi male. Le risposi che sarebbe bastato farmi del bene. «E come», mi chiese. «Sarebbe bastata una mano», risposi. 
Non credo che capì. Infatti, se ne andò via contrariata spingendo il passeggino. Era una persona molto religiosa, voleva mettere famiglia, non voleva restare nel girone dei fornicatori.

venerdì 17 giugno 2016

Moto a luogo

«Una gabbia andò a cercare un uccello»¹.

Su un paio di mutande stese ad asciugare si sono posate due mosche esauste dopo un'ora di corteggiamento in sospensione.
Soffia un colpo di vento e le mosche riprendono a disegnare nell'aere le solite schermaglie amorose. Passa una rondine a volo radente e le ingoia entrambe. Sembrano dolci. Tra poco, esse saranno pasto della rondine neonata che, sotto la tettoia del garage, attende a bocca aperta il ritorno dei genitori.
Le mutande sono asciutte, bene. Dopo la doccia, realizzeranno il complemento.

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¹ Franz Kafka, Aforismi di Zürau, Adelphi.

mercoledì 15 giugno 2016

Siano crocifissi

«Chi volete che vi rilasci: il parlamentare che ha dato la tessera a un collega perché voti al suo posto mentre lui è andato a fare i cazzi sua, o il furbetto che ha timbrato ed è andato a fare la spesa per non perdere la promozione sottocosto?» 
Bizio Capoccetti, Sulle tracce di Tiziano Terziani, Edizioni Stocazzo, Roma 2016.




La storia insegna che in ogni società, nei momenti di crisi, chi è al potere, per ingraziarsi il beneplacito del popolo, dia volentieri luogo a pratiche sacrificali. Ma se una volta si aveva la tragedia dei sacrifici umani dei prigionieri di guerra o nemici del popolo, oggi si ha la farsa del licenziamento dei furbetti.
A me, cristianamente parlando, dispiace che il Consiglio dei ministri del Governo Renzi non abbia preso questi provvedimenti in tempo per la settimana santa. Almeno dopo tre giorni qualche furbetto avrebbe potuto risorgere alla faccia di madonna Madia.

martedì 14 giugno 2016

Pensione revolving

La rata del prestito pensionistico per chi dovesse anticipare volontariamente l'uscita dal lavoro di 3 anni rispetto all'età di vecchiaia potrebbe arrivare al 15% della pensione per i vent'anni nei quali si ripaga il prestito. Lo ha detto il sottosegretario alla presidenza del consiglio Tommaso Nannicini rispondendo ai cronisti su quale possa essere la rata massima per l'anticipo della pensione. [Ansia]
Poniamo che, se va in porto questo progetto, un lavoratore scelga di anticipare di tre anni il congedo pensionistico e che l'importo netto della sua futura pensione sarà intorno alle 1.000/1.200 euro (considero le vacche grasse del sistema contributivo).
In tal modo, dovrà restituire all'Inps i contributi mancanti ricevuti in anticipo, con un piccolo prestito ventennale pari al 15% dell'assegno mensile percepito.

O vediamo: il 15% di 1.000 euro è 150€, mentre di 1.200 è 180€.

Dunque

a) 150€ al mese per 12 che sono i mesi che ci sono in un anno per 20 che sono gli anni = 36.000€
b) 180x12x20 = 43.200€

Un modo da figli di puttana per far pagare la liquidazione ai lavoratori.