lunedì 22 dicembre 2014

È più ricco Roberto Benigni o Paolo Berlusconi?

Dato il plauso nazionalpopolare, unitamente a quello istituzionale ed ecclesiastico, non si sono lette o udite critiche o, meglio ancora, stroncature mediaticamente rilevanti allo spettacolo televisivo di Benigni sui Dieci comandamenti (non considero quelle che probabilmente sono state riportate sul Foglio, oh, l'avevo detto a naso: ecco un Langone! purtroppo anche lui ha smesso di leggere prima della fine).

Lo capisco benissimo, richiede un certo sforzo e una buona conoscenza esegetica effettuare una critica puntuale al monologo del comico toscano - e soprattutto occorre averlo visto (o letto... che palle).

Un blogger potrebbe pure tentare ma cosa gliene viene? Non è sufficiente un'alzata di spalle? Sì, è sufficiente.

Mentre per un giornale, soprattutto quelli di area berlusconiana che da anni hanno a culo Benigni per ragioni deontologicamente discutibili, storcere il muso non è sufficiente, e lor compito precipuo sarebbe stato effettuare un'analisi testuale per cogliere eventuali falle esegetiche e mostrarle al pubblico ludibrio.

Invece niente di tutto questo. Ma anziché tentare la carta dell'indifferenza, cercano quella del discredito miserrimo, come ad esempio fa oggi, Luca Fazzo, su Il Giornale che indaga sui soldi in tasca di Benigni e consorte. Che pena. Che brutta gente. Ha evaso qualcosa Benigni? Ha commesso qualche infrazione fiscale? Niente, purtroppo (per loro): tutto in regola. Che merde secche. Tipo quelle di vacca d'estate sui prati che, se ci cammini distrattamente sopra, si sgonfiano con un puf soffocato¹ e non mandano più alcun puzzo. Come camminare per sbaglio su un piede di Luca Fazzo, il quale per rigonfiarsi un po' dovrebbe fare altrettanti articoli per ogni divo dello show business, compresi quei milionari semi analfabeti che lavorano nel mondo del calcio.

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¹Immagine beckettiana che non ricordo più a quale testo appartenga.

La capacità di immaginare

«La concezione di un uomo già dotato di un intelletto capace di immaginare la costruzione della civiltà e di crearla è tutta fondamentalmente falsa. L'uomo non ha semplicemente imposto al mondo un modello creato dal suo intelletto. Il suo intelletto è esso stesso un sistema che, nel tentativo di adattarsi all'ambiente circostante, cambia di continuo. Sarebbe un errore credere che per realizzare una più alta forma di civiltà dovremmo solo mettere in pratica le idee che oggi ci guidano. Se vogliamo progredire, dobbiamo lasciare posto alla continua revisione delle nostre idee attuali che le future esperienze renderanno necessaria. Siamo così poco capaci di immaginare quel che la civiltà sarà o potrà essere fra cinquecento o anche cinquant'anni, quanto lo furono i nostri antenati medioevali o persino i nostri nonni, che non seppero certo prevedere il nostro sistema di vita di oggi.
L'idea di un uomo che deliberatamente costruisce la sua civiltà deriva da un falso intellettualismo che considera la ragione umana come qualcosa al di fuori della natura e provvista di una capacità intellettiva e razionale indipendente dall'esperienza. Ma lo sviluppo della mente umana è parte dello sviluppo della civiltà; e lo stato della civiltà in qualsiasi momento determina la portata e le possibilità di fini e valori umani. La mente non può mai prevedere il proprio progresso. Dobbiamo sempre lottare per la realizzazione dei nostri scopi attuali, ma dobbiamo anche dar modo alle nuove esperienze e agli eventi futuri di decidere quale di tali obiettivi sarà realizzato.»

Friedrich A. Hayek, The Constitution of Liberty, Chicago 1960 (edizione italiana, La società libera, Vallecchi, Firenze 1969, traduzione di Marcella Bianchi e di Lavagna Malagodi). Cap. 2, “Le capacità creative di una civiltà libera”.

L'uomo no, non ha deliberatamente creato alcuna civiltà, ovvero l'ha creata compiendo delle azioni che indirettamente hanno dato vita a delle particolari civiltà. La natura delle azioni compiute e quindi sommate le une alle altre, il cosiddetto lavoro svolto, sono state di volta in volta incanalate all'interno del sistema produttivo in vigore in ciascuna epoca.
Ma che cosa principalmente impedisce alla mente di non «prevedere il proprio progresso»? 
La storia dimostra che gli uomini, dominanti e dominati, ritengono il sistema produttivo nel quale si trovano a vivere come l'ambiente naturale dal quale non possono prescindere pena, una volta, l'ira degli dèi funesti e il crollo del degree (l'ordine sociale garantito dal quel figlio di puttana del monarca di turno), e, oggi, pena la fine della democrazia liberale, perché solo attraverso il libero mercato e la proprietà privata dei mezzi di produzione l'uomo è veramente libero.

Libero una sega[*].
Anche quella.

Da ciò deriva il nostro difetto di immaginazione e di previsione. Tuttavia, se la mente «non può mai prevedere il proprio progresso», può (anzi, deve/dovrebbe) comprendere le leggi che regolano il processo dell'agire umano (il suo fare e la sua produzione) e quel che da esso scaturisce. Rifiutarsi di compiere questa operazione critica, per tema di ledere la legittimità del potere, è respingere a priori ogni idea di progresso reale e garantire giocoforza lo status quo. 

Cazzo, in due secoli di svolgimento il capitalismo è salito più in alto degli dèi dell'Olimpo e di Yahvé.

[*] Ho segato un piccolo albero nel bosco, un abete bianco, alto come un uomo. Ha i rami storti. L'albero di Immanuel. 

sabato 20 dicembre 2014

La selezione della classe politica

C'è agitazione nello studio televisivo. Il conduttore, Fabio Fazio, e gli autori (Michele Serra, Francesco Piccolo, Mattia Feltri e Marcello Veneziani) sono in fibrillazione. Il direttore di produzione poi è su di giri come un pilota di motogp pochi secondi prima della partenza. Il pubblico, pagato, è pronto. Ancora tre minuti di pubblicità e avrà inizio quello che nelle previsioni di Endovenol, società multinazionale di produzione televisiva, sarà il “format” del secolo:

Zoon Politikon.

«Buonasera signore e signori. Stasera ha inizio Zoon Politikon la trasmissione che tutti gli italiani, e forse non solo gli italiani, aspettavano: il primo talent show interamente dedicato alla selezione della classe politica. Dopo il vaglio delle selezioni nazionali, sono stati scelti i quaranta concorrenti politicamente più talentuosi d'Italia. Tra poco costoro dovranno affrontare la prima prova in diretta tv, un comizio. Soltanto la metà sarà ammessa nella Polis, la casa fucina di formazione politica.
I concorrenti avranno un minuto a disposizione per tentare di convincere i nostri giudici.
Diamo il benvenuto a

Concita De Gregorio, per la categoria Rainbow Left.
Giuliano Ferrara, per la categoria Tea Porky.
Ernesto Galli Della Loggia, per la categoria Italian Void.
Alan Friedman, per la categoria European Void.
Andra Scanzi, per la categoria Crazy Stars 

(Applausi scroscianti)

Ricordiamo ai telespettatori che dalla prossima puntata saranno loro, con il televoto, a decidere chi eliminare e chi invece far proseguire sino alla puntata finale in cui verrà proclamato il primo vincitore di Zoon Politikon. Il vincitore, oltre al ricco premio di centomila euro in gettoni d'oro, potrà pubblicare il proprio manifesto politico per i tipi della collana Saggi Mondadori. Ma soprattutto avrà l'opportunità di presentarsi come candidato alle prossime elezioni politiche nel partito...»

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Lo sapevo che prima o poi sarebbe accaduto. Dopo cena non devo mettermi sul divano e addormentarmi davanti a certe trasmissioni; ché poi è normale sogni cose che qualcuno prima o poi metterà in pratica.

venerdì 19 dicembre 2014

Capirai


Eppure, in Italia, ci sarebbero tutti i presupposti per una rivoluzione. Ma mancano gli artefici: gli italiani. Qualcuno ha il fucile e, mi è stato riferito, saprebbe anche sparare a notevole distanza: 

«Lo vedi quella macchia bianca giù a fondovalle? Io potrei colpire un politico da questa distanza, come fosse un cinghiale». 
«Per un cinghiale potresti anche trovare un ristoratore a cui venderlo, un politico no».

Per rivoluzione non intendo decapitare le mele che sono già a terra, marce. Questo, seppur nobile, è un compito da decompositori, non da rivoluzionari. I rivoluzionari sono, o dovrebbero essere, i consumatori primari della politica, così ammalata di (finta) moderazione che sottende soltanto salassi che i rappresentanti somministrano ai rappresentati.
Il rivoluzionario azzanna il potere per la gola, attratto dal sangue e dalla carne. Purtroppo, chi comanda ora è così anemico, che abbatterlo non vale lo sforzo della caccia: la carne d'allevamento politico inibisce la ferocia.

Più o meno è un mese, per fortuna, che non accadono esondazioni, forse perché, timide, non osano competere con il Presidente Napolitano.
Per brevità, diciamo dal 2011, da quando ha impedito con ogni mezzo le elezioni anticipate e provocato (imposto) la nascita del governo di larghe intese a guida Monti; e ancor più da quando ha accettato il secondo mandato presidenziale (con un discorso di insediamento che dovrebbe aver il coraggio di rileggere per intero la sera di San Silvestro - e spararsi il tappo di spumante addosso), Napolitano «il peggio che poteva fare, l'ha fatto», la crisi istituzionale è lì a testimoniarlo, amplificata dalla paura paradossale di lasciare il trono in mani inopportune, come se, costituzionalmente, noi italiani dovessimo aver paura a prescindere di quale sarà il prossimo presidente delle repubblica. 

Non sarà Stasi (anche perché troppo giovane).
Non sarà Carminati.
Non sarà Berlusconi. 

Io spero in Pippo Baudo.


P.S.
È passato quasi un intero semestre con l'Italia a guida dell'Europa: un semestre in bianco, con molto burro e poco, poco cacio. Per dessert: Lady Pesc sciroppata.

giovedì 18 dicembre 2014

Il femminile di cubo


Dal 14 dicembre, dunque presago dell'imminente sgretolarsi del muro, Mike Dowson pubblica un suo fotoreportage su Cuba. Ne sono deliziato, perché Mike ha un occhio fino e luminoso.


Parimenti luminoso è, per me, il seguente capoverso, tratto dal post di giornata di Olympe de Gouges:
«Considerare Cuba come un paese comunista, sarebbe come considerare gli Usa un paese democratico. Nessuno può negare che a Cuba si siano sperimentati alcuni elementi che sono fatti passare per “comunismo” o simili, così come non si può negare che gli Usa siano genericamente un paese di principi “democratici”. Dipende da che cosa s’intende con questi termini, quindi che cosa s’è disposti a riconoscere e quanta mistificazione s’è disposti ad ingoiare. Del resto ognuno di noi annaffia serafico le proprie illusioni, a cominciare da coloro che affermano solennemente di non averne affatto.»
Infine, è indubbio vi sia stata una mediazione del Papa tra i leader delle due nazioni (e sarei curioso di leggere le due letterine del pontefice). Tuttavia, penso che, 
più di Gesù Cristo,  
ha potuto l'olio di scisto.

mercoledì 17 dicembre 2014

C'è sabato e sabato

Lo so, dovrei lasciar perdere - come ho lasciato perdere Benigni mentre ricordava gli insegnamenti del suo prete catechista. Ma che volete, sono accadimenti culturali che invadono l'Italia, e più di Benigni - con il quale, dopo le due serate su Rai Uno, ite missa est - sono preoccupato per Jovanotti: è uscito il suo nuovo singolo, preludio al prossimo album, e macinerà le orecchie finemente, su ogni possibile piattaforma mediatica, radio, televisioni e web. 
In verità, non avrei voluto dir nulla al riguardo, dacché per la musica riservo la mia (modesta) capacità di giudizio agli scaffali del degustibus. Purtroppo, ho colto al volo un passaggio della canzone di Jovanotti:

Come in un sabato sera italiano
Che sembra tutto perduto poi ci rialziamo

Ed è stato un uno due micidiale, roba da stendere al tappeto un cinghiale.

Che fare? Facile. Ho chiamato i soccorsi:


Vorrei fottermene

«Gli scrittori di questa generazione [fine Ottocento] odiavano la società borghese perché essa non concedeva alla personalità questo margine di libero sviluppo. Essi si volgevano verso i ceti inferiori, perché là vedevano i propri compagni nella sofferenza, soprattutto nella repressione della personalità. Essi divennero “socialisti” in seguito a confusi sentimenti messianici. Via via che le loro idee diventarono, almeno soggettivamente, più consapevoli, e che essi si volsero sempre più decisamente verso il problema dello sviluppo della personalità – il loro vero problema cardinale –, andò dileguandosi il loro interesse per gli ideali socialisti, e in pari tempo essi cominciarono ad allontanarsi dal Naturalismo, che era diventato ormai per loro un abito troppo stretto. […]
Il notevole poeta lirico Detlev von Liliencron […] esprime chiaramente lo stato d'animo dell'epoca del superamento del Naturalismo:
No, le assurdità socialdemocratiche non le capisco. Quel che capisco è l'anarchismo.. questo mi piace, perché qui viene fuori direttamente, senza ipocrisie, l'orribile animale da preda che ha nome uomo”.

Le simpatie anarchiche, in molti casi legate a Nietzsche, sono generali in questo periodo, ma pochissimi gli scrittori in grado di esprimere le conseguenze di questa svolta con la schietta disinvoltura mostrata qui e altrove Liliencron. Egli non si perita nemmeno di dichiarare apertamente che tali simpatie anarchiche si possono benissimo conciliare intimamente con l'accettazione dell'imperialismo. Egli si chiede una volta che cosa troveranno i posteri nel suo poema epico Poggfred, e risponde:
... la miseria filistea del tran tran quotidiano; l'ipocrisia sociale, morale e religiosa; il vile punzecchiamento di tutti i forti impulsi; e, ciò nondimeno, l'irrefrenabile volo della fantasia personale, la gioia indistruttibile per l'esistenza naturale, per le avventure dell'amore, della guerra e dei viaggi per il mondo; ma soprattutto l'illimitato umorismo dell'uomo di mondo che si affida solo a se stesso, che davanti ad ogni bassezza dell'umano destino finirà sempre per dire: Je m'en fiche.

Qui l'imperialismo è approvato apertamente e senza ambagi.»

György Lukács, Breve storia della letteratura tedesca, Einaudi, Torino 1956 (traduzione di Cesare Cases).

È una grande tentazione quella di dire, più o meno tra i baffi, «davanti ad ogni bassezza dell'umano destino» “me ne frego”, vada a farsi fottere il mondo, tanto è irredimibile, disastri, storture, carneficine che non hanno fine e tante facce tante che ripetono, ipnotiche, che «dobbiamo procedere con coerenza e senza battute d'arresto sulla via delle riforme».

La via delle riforme battuta da decenni più della Salaria. Quante puttane, quanto lavoro, quanti soldi sprecati. Il pensiero, soprattutto, che si è smarrito a forza di procedere con coerenza. La coerenza non è più la bussola adatta per orientarsi in un mondo d'incoerenti...
Ma come conciliare il fottersene e il rifiuto dell'«imperialismo»? 
Ora ci dormo su.

martedì 16 dicembre 2014

Mappe concettuali


Vedendo la su esposta mappa e le altre riportate in questo sito, subito mi sono sconfortato, ma dato che un commentatore ha espresso prima di me la lamentazione (anche se, senza vanteria, l'ho pensato prima di leggerla), lascio a lui l'onore della risposta.
«It's a sad day when nobody cares about vaginas any more.»
Allo stesso tempo, per non venir meno alla parità di genere, si potrebbe altresì sostituire vaginas con penis - sì da esprimere un altrettale sconforto.

lunedì 15 dicembre 2014

Uno su sessantamila ce la fa

«Ha 17 anni, non ha ancora finito il liceo, ma potrebbe già andare tranquillamente in pensione. Perché nelle pause pranzo Mohammed Islam gioca con i titoli in Borsa, e gioca oggi, gioca domani, ha accumulato un patrimonio valutato in 72 milioni di dollari.  La sua storia è così curiosa, che il magazine New York l’ha messa al dodicesimo posto nella sua edizione speciale annuale sulle “Ragioni per amare New York”». Paolo Mastrolilli
Chiaramente, tra le ragioni per amare New York non compaiono le seguenti:
«Il numero dei senza tetto raggiunge livelli record a New York: dopo decenni di calo, torna a salire il numero di quanti vivono per strada, scegliendo i parchi e le piazze pubbliche come casa. Un trend recente che crea tensioni con i cittadini e aumenta la pressione sulle autorità, chiamate a intervenire in alcuni casi anche con misure estreme, come la rimozione delle panchine dai parchi. Da Brooklyn a Harlem le lamentele e le denunce dei newyorkesi sono aumentate: i senza tetto che vivono per strada violano le norme pubbliche, urinando dove capita, dormendo sulle panchine e non rispettando l’orario di chiusura dei parchi. Mancanze riscontrate soprattutto da chi, nelle aree verdi della città, si reca per correre o per portare a passeggio il cane. Agli inizi di novembre si contano 57.676 persone che vivono in rifugi e ricoveri pubblici, alle quali se ne aggiungono 3.357 che vivono per strada, il 6% in più rispetto all’anno scorso.»
Forse, ai senza tetto non resta che giocare le elemosine a Wall Street. Vuoi vedere che gioca oggi, gioca domani... purché non comprino azioni FCA, beninteso.

Comandamento

Ho provato a guardare 
Benigni per un po’ - 
poi mi sono alzato dal divano 
perché per troppe volte ho 
udito pronunciare 
il nome di Dio invano.

domenica 14 dicembre 2014

Amarcord


«Abbiamo realizzato 36 importante [(!)] riforme. Nessuno si ricorda le cose che abbiamo fatto, ne abbiamo fatte talmente tante che non ce lo ricordiamo nemmeno noi.» Silvio Berlusconi
Un po' come le seghe, ce ne siamo fatte talmente tante che non ci ricordiamo più quante, anche se, con poco margine d'errore, potremmo individuarne il numero, basterebbe contarne, come media, almeno una al giorno, dall'età in cui abbiamo cominciato, e il sub-totale è fatto.

Masturbazioni a parte, il vero motivo del lapsus memoriae berlusconiano è senz'altro dovuto all'imbarazzo del ricordarsi il contenuto di almeno 37 importanti riforme [Fonte]:
  • Le leggi ad personam 
il Decreto Biondi, approvato il 13 luglio 1994, provocò la scarcerazione immediata di 2764 detenuti, dei quali 350 erano colletti bianchi coinvolti in Tangentopoli (compresi la signora Poggiolini, l’ex ministro Francesco De Lorenzo e Antonino Cinà, il medico di Totò Riina), al fine di impedire l’arresto di Paolo Berlusconi, del capo dei servizi fiscali della Fininvest Salvatore Sciascia e di Massimo Maria Berruti, consulente del gruppo Fininvest;
la Legge sulle Rogatorie, approvata nel 2001, serviva a cancellare le prove giunte dall’estero per rogatoria ai magistrati italiani, comprese ovviamente quelle che dimostrano le corruzioni dei giudici romani da parte di Previti & C;
la non ratifica del Mandato di cattura europeo (2001), da parte del governo Berlusconi, vide l’Italia come unico paese fra quelli dell’Unione europea a non aver ratificato, ma solo relativamente ai reati finanziari, ai reati contro la Pubblica amministrazione, e il motivo della mancata ratifica, secondo “Newsweek”, è che Berlusconi temeva di essere arrestato dai giudici spagnoli per l’inchiesta su Telecinco;
la Legge Frattini sul conflitto d’interessi, approvata il 28 febbraio del 2002, che consente di “legalizzare” la posizione di conflitto di interessi di Berlusconi: chi possiede aziende e va al governo, ma di quelle aziende è soltanto il “mero proprietario”, non è in conflitto d’interessi e non è costretto a cederle, quindi l’unica conseguenza per il premier è stato lasciare la presidenza del Milan;
la depenalizzazione del falso in bilancio, legge fatta dal governo Berlusconi nel 2002, ha permesso a Berlusconi di ottenere l’assoluzione perché “il fatto non è più previsto dalla legge come reato” nel processo All Iberian 2 e nell'ambito dell'ultimo stralcio del processo SME, e di giungere alla prescrizione nel processo sul caso del calciatore Lentini;
la Legge Cirami sul legittimo sospetto, approvata il 5 novembre 2002, che reintroduce il concetto di “legittima suspicione” sull'imparzialità del giudice, quale causa di ricusazione e trasferimento del processo, viene sistematicamente invocata dagli avvocati di Berlusconi e Previti nei processi che li vedono imputati;
il cosiddetto Lodo Schifani (legge n.140/2003), per l’impunità delle alte cariche dello stato, ha consentito la sospensione dei processi a carico di Berlusconi fino alla bocciatura da parte della Corte Costituzionale;
la riapertura dei termini per il condono fiscale, Dl 143 del 24 giugno 2003, estende il condono a coloro che hanno “concorso a commettere i reati”, anche se non hanno firmato la dichiarazione fraudolenta, come nel caso dei 9 coimputati del premier, accusati di aver aiutato Berlusconi a evadere con fatture false o gonfiate;
la cosiddetta Legge ex-Cirielli, Legge n. 251/2005, denominata anche legge salva-Previti, ha introdotto una riduzione dei termini di prescrizione per gli incensurati e trasformato in arresti domiciliari la detenzione per gli ultrasettantenni, consentendo l'estinzione per prescrizione dei reati di corruzione in atti giudiziari e falso in bilancio nei processi "Diritti tv Mediaset" e”Mills” a carico di Berlusconi;
la cosiddetta Legge Pecorella, che introduceva l'inappellabilità da parte del pubblico ministero per le sole sentenze di proscioglimento, fu respinta dal presidente Ciampi in quanto incostituzionale, così Berlusconi la ripresentò uguale per farla riapprovare (legge n.46) nel gennaio 2006, ma la Consulta la bocciò con la sentenza n. 26 del 2007;
Il cosiddetto Lodo Alfano (legge n. 124/2008), per l’impunità delle alte cariche dello stato, ha consentito la sospensione dei processi a carico di Berlusconi fino alla bocciatura da parte della Corte Costituzionale, nonostante le pressioni ricevute da quest’ultima;
il cosiddetto legittimo impedimento, legge del 7 aprile 2010 n. 51, che consente di rinviare i processi per Berlusconi e i ministri, si applica per tutte quelle attività "coessenziali" alle funzioni di governo e a certificare che esiste un impedimento "continuativo e correlato allo svolgimento delle funzioni", sarà la Presidenza del Consiglio;
il cosiddetto decreto “salva liste”, Dl 5 marzo 2010 n. 29, è stato il tentativo, palesemente incostituzionale (comma IV art. 72, art.117 della costituzione), da parte del governo Berlusconi di cambiare le regole nel corso della competizione elettorale;
il Disegno di legge sul “processo breve” stabilisce che per l'imputato incensurato, il processo non può durare più di sei anni (due anni per grado e due anni per il giudizio di legittimità), tutto a beneficio di Berlusconi nelle vicende sui diritti tv Mediaset, Mediatrade, corruzione dei senatori.
  • e le leggi ad aziendam
Berlusconi a suon di leggi ad aziendam ha triplicato il proprio patrimonio, in particolare dall’inizio del 1994 (3,1 miliardi di euro), quando è entrato in politica, al 2005 (12 miliardi di euro secondo Forbes).
Di seguito si riportano le norme approvate dai governi Berlusconi che, in modo evidente, hanno favorito le società del premier e la crescita del suo patrimonio:
la Legge Tremonti, approvata il 10 giugno 1994, per la detassazione del 50% degli utili reinvestiti dalle imprese, ha consentito alla neonata Mediaset di risparmiare 243 miliardi di lire di imposte sull’acquisto di diritti cinematografici per i film d’annata;
la cosiddetta Tremonti-bis, Legge del 18 ottobre 2001 n. 383, abolisce l’imposta su successioni e donazioni per i patrimoni superiori ai 350 milioni di lire (fino a quella cifra l’imposta era già stata abrogata dal centrosinistra);
il cosiddetto “Decreto Salva-Calcio”, Decreto legge n. 282/2002, introduce una norma che consente alle società di calcio (tra cui il Milan che risparmia 242 milioni di euro) di diluire le svalutazioni dei cartellini dei calciatori sui bilanci in un arco di dieci anni, con importanti benefici economici in termini fiscali;
il condono fiscale, contenuto nella Legge Finanziaria del 2003, ha consentito a Berlusconi di sanare con appena 1800 euro un’evasione di 301 miliardi di lire contestata dai pm di Milano e a Mediaset di sanare le evasioni di 197 milioni di euro, contestate dall’Agenzia delle entrate, pagandone appena 35;
la detassazione delle plusvalenze da partecipazione, riforma introdotta da Tremonti nel 2003, venne subito utilizzata dal premier Berlusconi nell’aprile 2005 quando cedette il 16,88% di Mediaset detenuto da Fininvest per 2,2 miliardi di euro, risparmiando 340 milioni di euro di tasse;
il Decreto Salva-Rete 4, firmato da Berlusconi il 24 dicembre 2003, concede una proroga per continuare a far trasmettere Rete 4 in analogico, a danno di Europa 7, pur non avendo la concessione per farlo dal 1999;
la Legge Gasparri del 2004, sul riordino del sistema radio-televisivo e delle comunicazioni, assicura che Rete 4 non avrebbe sforato il tetto antitrust perché, entro il 30 aprile 2004, il 50% degli italiani avrebbe dovuto captare il segnale del digitale terrestre, però, a quella data, solo il 18% della popolazione riceveva il segnale digitale, inoltre, tale legge regala a Mediaset una potenziale crescita dei ricavi di 1-2 miliardi di euro l’anno, come ha candidamente ammesso lo stesso Fedele Confalonieri;
le norme sull’acquisto del decoder, cui fanno riferimento la Legge n.350/2003 (Finanziaria 2004) e la Legge 311/2004 (Finanziaria 2005), introducono un incentivo statale all'acquisto di decoder e a beneficiare in forma prevalente dell'incentivo è la società Solaris, il principale distributore in Italia dei decoder digitali Amstrad del tipo "Mhp", controllata al 51 per cento da Paolo e Alessia Berlusconi;
l’estensione del condono edilizio alle aree protette, Legge n.308/2004, inserisce le zone protette tra le aree condonabili e tra queste ci sono anche le aree di Villa Certosa di proprietà della famiglia Berlusconi;
la riduzione delle aliquote fiscali per i redditi dei più abbienti, varata dal governo Berlusconi a fine 2004, consente a Berlusconi, secondo i calcoli de L’Espresso, di risparmiare 764.154 euro all’anno;
il Testo unico della previdenza complementare, Decreto legislativo n. 252 del 2005, prevede norme che favoriscono fiscalmente la previdenza integrativa individuale, a beneficio soprattutto di Mediolanum di proprietà della famiglia Berlusconi;
il servizio Postescuola di consegna e ordinazione, per telefono e online, dei libri di testo destinati agli alunni della scuola secondaria, tramite l’accordo stipulato il 9 giugno 2005 tra il Ministero dell’Istruzione e le Poste Spa, ha previsto la consegna dei libri tramite la Mondolibri Bol, una società posseduta al 50 per cento da Arnoldo Mondadori Editore Spa, di cui è mero proprietario Berlusconi;
l’innalzamento dal 10% al 20% del tetto per l’acquisto di azioni proprie, da parte delle società quotate in borsa, è stato subito messo in atto dalla Fininvest per aumentare il controllo su Mediaset;
lo spostamento di pubblicità da Rai a Mediaset da parte delle aziende e delle istituzioni controllate dal governo: ministeri, Poste, Eni, Enel, ecc., si è verificato in misura cospicua da quando nel 2008 Berlusconi è tornato al governo;
il Decreto legge n. 185/2008 ha stabilito l’aumento dal 10 al 20% dell'aliquota IVA sulla pay tv "Sky Italia", il principale competitore privato del gruppo Mediaset;
le norme contenute nel decreto Romani, entrato in vigore il 15 marzo 2010, regolano gli spazi pubblicitari televisivi a vantaggio di Mediaset e a svantaggio di Sky, costretta a scendere entro il 2013 dal 18 al 12% di affollamento orario di spot;
il cosiddetto Lodo Cassazione, norma fatta su misura per la Mondadori, inserita di nascosto all'interno del Dl incentivi del 25 marzo 2010, consente di archiviare i processi tributari arrivati in Cassazione con due sentenze favorevoli al contribuente mediante il pagamento del solo 5% del valore della lite.

Ne hanno fatte davvero tante che, per via indiretta, tramite patti extra parlamentari detti del Nazareno, è normale il pregiudicato ambisca a farne ancora, l'Italia lo merita, non dobbiamo perdere il primato di nazione più corrotta d'Europa.

sabato 13 dicembre 2014

Il giardiniere di Prada

Stamani, in palestra, ho conversato per la prima volta con un tipo che fa il buttafuori («addetto alla sicurezza dei locali notturni», ha specificato). Mi ha raccontato qualcosa su come si svolgono i sabati sera, la gente stravolta che si droga o si beve whisky e red bull insieme, gli sguardi minacciosi, i coltelli che a volte escono fuori dai pantaloni firmati. Poi non so come - e non ha importanza come - il discorso è volto sulla crisi, sulla mancanza di lavoro e di scrupoli, sul fatto che i soldi vanno sempre a finire nelle tasche di chi ha soldi, «come i pidocchi vanno a finire nelle teste di chi li ha già»proverbio di origine gitana», ha aggiunto). A seguire, per criterio di vicinanza, ha citato Prada, il Bertelli di Montevarchi in particolare, il quale viaggia in elicottero e che pur di atterrare vicino alla fabbrica, e non può, è disposto a pagare una multa di diecimila euro a botta (così mi ha riferito e io ho fatto finta di crederci, non mi sono permesso di contraddirlo su queste bazzecole).
La conversazione - che era piuttosto un monologo, dato che il loquace era lui, io mi limitavo ad annuire - sembrava destinata a sfociare nel mare delle conversazioni inutili, quando, improvvisamente, il buttafuori se ne viene fuori con questa considerazione filosofica: 
«Certo che basterebbe essere il giardiniere di Prada per essere a posto: tagliare l'erba, prendersi cura delle piante e dei fiori del suo giardino ed essere sistemato a vita, senza problemi, bisogni, rotture di coglioni. Frullino, tagliaerba, forbici, un lavoretto qui, uno là e la bella vita».
La bella vita.
Avrei voluto dirgli che Prada è quotata in borsa a Hong Kong, ma non so quanto avrebbe capito mentre, con occhi che brillavano per quel pensiero, tirava pugni e calci al grosso sacco da boxe.
Mi sono limitato a immaginare, in silenzio, che su quel sacco ci fossero le facce di Miuccia e Patrizio.

venerdì 12 dicembre 2014

Chi è che adempie ai doveri inderogabili?

A proposito del recente saggio di Luciano Violante, Il dovere di avere doveri, Einaudi, Torino 2014, Giuseppe Galasso, sul Corriere della sera, odierno,scrive:
«L’articolo 2 della Costituzione italiana è per [Luciano Violante] la formulazione giuridica del fulcro, in fondo, del suo pensiero: La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e, però, richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. E quindi, pur nel generale riconoscimento del principio democratico, le democrazie del nostro tempo appaiono [a Violante] in una fase contraddittoria, e ciò soprattutto per lo squilibrio creatosi fra diritti indiscussi e gridati e doveri omessi o sottaciuti.

Si pone così un problema di riequilibrio fra diritti e doveri, che per Violante postula la necessità di ricostruire un ordine costituzionale. A questo solo la politica, il cui primato viene riaffermato, può attendere, senza che ad essa si possa mai sostituire la supplenza di altri poteri pubblici, a cominciare da quello giudiziario, di cui si lamenta l’espansione con la conseguente politicizzazione della giustizia.

Questo nucleo logico del libro è sviluppato in una serie di argomentazioni riferite a casi e problemi particolari del nostro tempo».

***
SOCRATE Cosa dire di colui che mediante sillabe e lettere tenta di imitare la sostanza delle cose? E forse […] se riporta tutto ciò che si addice, l'immagine, cioè il nome, sarà bella, ma se invece talvolta tralascerà o aggiungerà anche poco, sarà pure una immagine, ma non bella? Tanto che dei nomi ce ne saranno alcuni combinati bene, e altri male?
CRATILO Forse sì.
SOCRATE E dunque forse vi sarà un buon artefice di nomi e uno cattivo?
CRATILO Sì.
SOCRATE Dunque costui non aveva il nome di legislatore?
CRATILO Sì.
SOCRATE E dunque forse, per Zeus, ci sarà, come nelle altre arti, un buon legislatore e uno cattivo?
Platone, Cratilo [431d-e]

***
Non credo dovrò attendere la lettura del libro di Violante per sapere se l'Autore indica quale tipo di cittadino, o classe sociale, omette o sottace i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Io presumo di no, che Violante sorvoli la questione, anche perché non penso il saggio sia, seppure in parte, un atto di accusa contro la classe cui egli stesso appartiene.

giovedì 11 dicembre 2014

Sancta simplicitas

«Quando vide la vecchierella trasportare a fatica fino al rogo il suo fascio di legna, [Jan] Hus esclamò: “Sancta simplicitas”. Ma che cosa bisogna dire della ragione del suo sacrificio, la comunione sotto entrambe le specie? Ogni riflessione appare ingenua di fronte alla riflessione più alta, e nulla è semplice, perché tutto diventa semplice nella prospettiva sconsolata dell'oblio.»
T.H. Adorno, Minima moralia, (122.), Einaudi, Torino 1954

Sere fredde, brucio legna, le stufe hanno fame. Sovente m'incanto a guardare l'accartocciarsi veloce dei ramoscelli di abete, il crepitio del pioppo e dell'ontano, il luccichio del carpino, lo scoppiettare del castagno, il resistere incandescente del cerro. Chissà come sarebbero carne e ossa del mio corpo là dentro, a consumarsi, diventare cenere.
Ma non ho freddo sino a questo punto.

No, niente meditazioni sulla cremazione, la crema dei popoli.

Ancora giorni davanti per specchiarsi e ricordarsi. In vita. E poi toccarsi, essere toccati, riscaldati «perché tutto diventa semplice nella prospettiva sconsolata dell'oblio».

mercoledì 10 dicembre 2014

A testa in giù

Sono disorientato, non ho un punto di riferimento, mi sento a capo all'ingiù come se camminassi in Patagonia e dall'alto mi vedessi allo stesso modo in cui adesso osservo l'immoto mappamondo illuminato internamente da una lampadina. Mi va il sangue alla testa. Sarà meglio mi fermi, riassuma, incaselli dentro una tabella a quattro colonne e un numero imprecisato di righe. Date certe premesse, consegue che. Ecco, io non sono conseguente, rimango in premessa. Introduco. «Dipende cosa vuoi introdurre e dove», mi ha detto un'amica via whatsapp, dopo che le ho inviato il mio pallido gomito dicembrino in preda a un'orgia di sole. Amo l'alta pressione, il sole che splende nell'aere adamantino producendo ombre che non vi dico. «Ecco», continua la mia amica, «tienilo all'ombra». Va bene, sommessamente rispondo, mi contengo, sono un contenitore di inibizioni abbastanza capace. E tuttavia sono disinibito. Mi fotografo un capezzolo, premo invio e mi libero. Parti del corpo che vanno in cerca di consenso.

Vorrei tanto ci fosse una rivoluzione proletaria, potrei candidarmi a fare il commissario del popolo. Ho i numeri e le competenze per giudicare cosa è buono e giusto. Un po' di potere, penso, mi farebbe bene. Non mi lascerei prendere la mano. «Qualcos'altro?» Domanda la perspicace amica. Forse saprei essere testadicazzo con le persone giuste e non con quelle sbagliate. Forse. Ma io non cerco il potere, cerco l'impotenza, quella buona e giusta, l'impotenza potenziale racchiusa dentro ogni sforzo umano. Eppure un compito bisogna che me lo prefigga di qui alla completa dismissione dei miei pensieri impuri. Quale? Promuovere, per quanto sta in me, il concetto di disistima assoluta verso il ponte di comando della nave mondo, capipopolo, capibastone, Chief Executive Officer e servitori al seguito compresi. Mostrare quanto poco sono venerabili, quanto molto sono esecrabili. Però sono abili. Abili nel tenere alto il morale della ciurma.

Nach schweren Schicksalsschlägen
Pflegt der Kanzler durch eine große Rede
Seine Anhänger wieder aufzurichten.
Auch der Schnitter, heißt es
Liebt die aufrechten Ähren.
    Dopo gravi colpi del destino

    il Cancelliere con un gran discorso ha cura
    di risollevare i suoi partigiani.
    Anche il mietitore, pare,
    ama le spighe diritte.

Bertolt Brecht, “Trost vom Kanzler” [“Dal Cancelliere vengono consolazioni”] da Poesie di Svendborg, in Poesie, Einaudi, Torino.

martedì 9 dicembre 2014

Michele Serra zappa?

PPR
È dai tempi di Cuore - e forse anche prima - che Serra utilizza la figura retorica sarcastica di braccia rubate all'agricoltura per attaccare e, in pratica, offendere individui o gruppi umani che hanno compiuto azioni deplorevoli. 
È indubbio che, a volte, tale uso abbia una certa pertinenza ed efficacia. Nondimeno, come accade a molte figure retoriche, il sarcasmo mal sopporta la reiterazione, anche quando si tentano delle raffinate varianti sul tema.

Questa volta in particolare, Serra si dà clamorosamente la zappa sui piedi perché...
Prendiamola larga.
Com'è noto, in economia le varie attività economiche sono raggruppate in settori.
L'agricoltura, per esempio, appartiene al settore primario.
Il giornalismo, invece, fa parte del settore terziario (un terziario parecchio avanzato).

Michele Serra è un celebre giornalista e scrittore, il quale, grazie alla sua attività di pubblicista, ha ottenuto, con merito, una prestigiosa posizione editoriale, sicuramente ben remunerata. Allo stesso tempo, per diletto e anche, perché no, per interesse, ha avviato un'attività agricola nel campo (nel campo!) delle piante officinali.
Nella sua rubrica odierna, Michele Serra ha additato al pubblico ludibrio dei “minchioni” (dei commentatori: masochista lui a leggerli, ma più cogliona la redazione di Repubblica a pubblicarli no?) sostenendo che essi, perché hanno la digitazione facile, sarebbero «dita rubate all'agricoltura». 
A questo punto, uno potrebbe pensare legittimamente che la pointe assassine di Serra sia stata scagliata per far ridere qualcuno. Io non ho riso, ma ho pensato: perché egli non invita i commentatori a lavorare nel suo podere, magari a cottimo? Dato il tipo di coltivazione e raccolta, sai che dita profumate. 


Comunque, che misera considerazione hanno dell'agricoltura questi nuovi agricoltori parvenu che, appunto, investono nella terra i loro quattrini? Oh, il vino di D'Alema! Oh, l'olio di De Gregori! Eccetera. Tutta gente che si dà all'agricoltura comprando braccia che fanno per loro agricoltura sennò col cazzo coltiverebbero. Che sia questo il motivo per cui questi ex comunisti imborghesiti mandano volentieri la gente a fare gli agricoltori? Giacché mica possono invitarli in redazione a scrivere (digitare) le rubrichette al posto loro.

lunedì 8 dicembre 2014

A me Roma. Amore ma

Secondo me non è vero che Alemanno ha portato una valigia piena di quattrini in Argentina, non può un ex fascista aver avuto la vista lunga come un Priebke qualsiasi.

Sono preoccupato di come l'improvvisa assenza (sicuramente momentanea) della fitta rete mafiosa che, in un certo qual modo, sosteneva la politica nella capitale, possa far cadere nel vuoto tutta la struttura sovrastante: un rumore di cachi che si spappolano, maturi, sul terreno. Come sono dolci.

Do you remember Franco Fiorito?

E Giuseppe Ciarrapico è completamente estraneo ai fatti. Stefano Ricucci sta bene. Danilo Coppola pure. Gaetano Caltagirone è un galantuomo.

Le baby squillo dei Parioli hanno preso, rispettivamente, sei in geografia e nove a storia. Il marito dell'onorevole Mussolini non ha lasciato dichiarazioni.

Maurizio Costanzo l'ho visto alla radio, carapace compreso. Peccato con la scrittura non si riesca a imitare il suo timbro vocale sennò vi darei una dimostrazione di come mandare affanculo Pierluigi Diaco.

Nanni Moretti ha comprato una Kawasaki Ninja.

Il vero e unico responsabile della situazione è Corrado Guzzanti: così impara a girare un cinepanettone.

domenica 7 dicembre 2014

Momenti identitari

«Natale, qui, non è solo una “ricorrenza religiosa”, è un momento identitario». Michele Serra, L'Amaca, la Repubblica 7 dicembre 2014

Mi ritengo fortunato ad essere nato e cresciuto in un contesto storico-sociale e in un ambiente culturale in cui la mente e il corpo non hanno dovuto subire altre costrizioni oltre a quella, appunto, dell'ambiente storico, sociale e culturale in cui sono nato e cresciuto (tautologia per dire che per fortuna non sono nato nella miseria centrafricana, non sono stato a scuola in una madrasa pakistana, o irreggimentato in una caserma nordcoreana).
Vivere «qui» mi ha dato modo - e mi dà, entro certi limiti, modo di liberare la mente, ovvero non costringerla dentro quei parametri a cui fanno molto affidamento i politici nostrani, un esempio per tutti:



Quanto ciò sia, in fondo, un bene non lo so: è andata così, non voglio farne un vanto. Tuttavia, so che più gli anni passano e più mi accorgo che i momenti identitari coi quali questo cazzo di paese si riconosce (o dicono certuni di riconoscersi) non sono i miei. A me il Natale, per esempio, disidentifica, divide, sdoppia e, quindi, l'identità va a puttane. Di più: più passano gli anni e più mi chiedo perché il Natale deve continuare a essere festa nazionale, e peggio ancora domani, che cosa c'entra l'Immacolata con l'Italia, forse per le madonne che fa tirare? (Attenzione: «qui» espressamente si sottovaluta il peso storico e socio-culturale della Chiesa Cattolica).

Sillogismo: se il Natale è un momento identitario dell'Italia e dell'Europa, allora è doveroso che nella stesura definitiva della Costituzione europea siano riportate le radici giudaico-cristiane dell'Europa, vero Serra? E dunque, già che ci siamo, perché non si mette altresì una noterella in calce all'articolo 7 nella nostra Costituzione?
Il Natale è un momento identitario della Repubblica italiana
Amen.

sabato 6 dicembre 2014

L'autoerotismo col cambio automatico




Tra i privilegi di cui la classe sociale alto borghese gode, va annoverata anche la terminologia che definisce il comportamento e le azioni degli individui a essa appartenenti.
Infatti, se fosse stato un proletario (o un piccolo borghese) seminudo a masturbarsi davanti a una videocamera -  e se poi tale filmato fosse finito in rete per la gioia del popolo - nessuna esitazione ci sarebbe stata nel qualificare tale individuo come un semplice segaiolo. 
Invece, nel caso che le cronache riportano, ci troviamo in presenza di un raffinato autoerotista, il quale, in un noioso pomeriggio della scorsa primavera, avrebbe tirato fuori, non solo il proprio membro, presumibilmente smanettandoselo di buzzo buono, ma altresì un «grosso sasso di cocaina», certamente non per metterselo nel buco del culo.

A partissima.
Se invece di Lapo Elkann fosse stato coinvolto in tal presunto scandalo un figlio di Berlusconi, si sarebbe parlato di telerotismo? Se di Della Valle mocassinoerotismo? Eccetera.

Introfletto ergo sum

Dal 48° Rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese, estraggo:
La solitudine dei soggetti: i dispositivi di introflessione di un popolo di singoli narcisisti e indistinti. La estraneità dei soggetti alle dinamiche di sistema risalta nel rapporto con i media digitali personali. A fronte del 63,5% di italiani che utilizzano internet, gli utenti dei social network sono il 49% della popolazione e arrivano all'80% tra i più giovani di 14-29 anni. Tra il 2009 e il 2014 gli utenti di Facebook 36-45enni sono aumentati del 153% e gli over 55 del 405%. Gli utenti italiani di Instagram sono circa 4 milioni. Delle 4,7 ore al giorno trascorse mediamente sul web, 2 sono dedicate ai social network. E il numero di chi accede a internet tramite telefono cellulare in un giorno medio (7,4 milioni di persone) è ormai più alto di quanti accedono solo da pc (5,3 milioni) o da entrambi (7,2 milioni). La pratica diffusa del selfie è l'evidenza fenomenologica della concezione dei media come specchi introflessi in cui riflettersi narcisisticamente, piuttosto che strumenti attraverso i quali scoprire il mondo e relazionarsi con l'altro da sé. Non è contraddittorio quindi il dato che emerge da una rilevazione del Censis secondo cui la solitudine è oggi una componente strutturale della vita delle persone: il 47% degli italiani dichiara di rimanere solo durante il giorno per una media quotidiana di solitudine pari a 5 ore e 10 minuti. È come se ogni italiano vivesse in media 78 giorni di isolamento in un anno, senza la presenza fisica di alcuna altra persona.
Dentro il generale, molte volte, il particolare soccombe o si perde, non viene contabilizzato, specificato. 
Nondimeno, come da un seme soffocato nel terreno, spunta il germoglio io e dichiara: che fortuna poter godere di almeno 78 giorni di isolamento annui. Altro che ferie.

Ma non è così. 

La solitudine: differenza tra chi la fugge e ne è condannato, e chi la cerca non avendone mai abbastanza. Mannaggia, non ritrovo il passo in cui Milan Kundera confronta la parola solitudine tra come viene detta e scritta dai francesi (e, aggiungo, dagli italiani): solitude,  e il modo in cui la scrivono e pronunciano gli spagnoli: soledad, notando - se non ricordo male - la sostanziale differenza esistenziale che si evince tra i due termini: solitude che denota chiusura in sé, contrizione, quasi sofferenza; soledad, a indicare apertura di sé al mondo, emanazione del proprio riflesso esistenziale.

Per concludere: nella media quotidiana sono calcolati anche i minuti trascorsi dentro il cesso?

giovedì 4 dicembre 2014

Il mondo di mezzo

Carminati: è la teoria del mondo di mezzo compà. ....ci stanno.. come si dice.. i vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo
Brugia: embè.. certo..
Carminati: e allora....e allora vuol dire che ci sta un mondo.. un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano e dici cazzo come è possibile che quello...
Guarnera: (incomprensibile)
Carminati: come è possibile che ne so che un domani io posso stare a cena con Berlusconi..
Brugia: certo... certo...
Carminati: cazzo è impossibile.. capito come idea? ... è quella che il mondo di mezzo è quello invece dove tutto si incontra. . cioè.. hai capito?... allora le persone.. le persone di un certo tipo
Guarnera: (inc.)
Carminati: di qualunque cosa... .si incontrano tutti là. . .
Brugia: di qualunque ceto. .
Carminati: bravo...si incontrano tutti là no?.. tu stai lì...ma non per una questione di ceto per una questione di merito, no? ...allora nel mezzo, anche la persona che sta nel sovramondo ha interesse che qualcuno del sottomondo gli faccia delle cose che non le può fare nessuno.
Brugia: certo...
Carminati: questa è la cosa... e tutto si mischia.
Brugia: e certo...

Il mondo di mezzo, il mondo nel mezzo, il mondo per mezzo del quale persiste e dura, granitico, il sovramondo e il mondo dei morti inteso come mondo dei morti di fame, carne umana sulla quale poggia e si erge il firmamento dei pezzi di merda. Perché non è Carminati in sé a essere il peggio del mondo, Carminati, anzi, del mondo che persiste e dura, è uno degli esemplari più evoluti, più adattati, più facilmente riproducibili.
Il mondo di mezzo come mondo dell'incontro dei due mondi: incontro presunto, dato che il contatto avviene, necessariamente, per tramite dei mediatori, dei mezzani, appunto. 

Pandaro: «O mondo, mondo, mondo! Così è trattato un povero intermediario! Ah poveri maneggioni e procaccianti! Prima, in ginocchio, chiedono l'opera vostra e poi, ecco la ricompensa! Perché sono richiesti con tanto amore i nostri buoni servigi, e ne è accolto con tanto vituperio, poi, il compimento?»
William Shakespeare, Troilo e Cressida, Atto V, Scena 10, traduzione di Cesare Vico Lodovici per Einaudi, Torino 1965

Tutto si mischia, conclude Carminati, rivelando in parte uno dei trucchi più sofisticati del perché il sovramondo perdura: perché gli dèi offrono gratis, a tutti, l'idea democratica che siamo tutti uguali, tutti popolo sovrano, un voto a testa, stessi diritti, stessi doveri, stesse opportunità, la legge è uguale per tutti, c'è chi ce la fa - e sale, c'è chi non ce la fa - e merda.
Tutti ci possiamo incontrare nel mondo di mezzo, qualunque ceto, e mescolarci. Necessità, a volte, lo impongono. L'importante, tuttavia, è ritornare poi a casa, ognuno al proprio posto, dentro la classe che gli appartiene. Gli individui possono mescolarsi. Le classi, mai.

mercoledì 3 dicembre 2014

In centro

Era qualche settimana, o forse mese, che non mettevo piede in centro. Due palle il centro, vero. C'è sempre così tanta gente e movimento che sembra non ci sia nessuno e tutto sia immoto.
Entro nel Duomo, c'è uno spiraglio tra code di orientali e occidentali. Giro rapido, giusto per verificare a occhio la solidità delle colonne. E se crollassero? Esco veloce tra due ali di venditori ambulanti sorridenti che mi mostrano la loro mercanzia: acquedeboli tutte stinte, scuola pressionista, e dimolti con in mano una sorta di asta metallica filiforme, che serve a chissà che cosa, per accendere i ceri forse, ma ora me la vendono, quando sono uscito di chiesa?
(Successivamente, una conoscente m'informa che sono attrezzi per farsi i selfie. Miseria come sono indietro, io, come sono avanti, loro)

Dopo aver bevuto da Paszokwski un caffè al retrogusto di sapone, mi sono messo cinque minuti cinque seduto in piazza della Repubblica a guardare uno squarcio d'azzurro che benvenuto si profilava tra numerose nuvole - e con i piedi a scalciare un ostinato piccione con la coda come i capelli di Povia - quando una zingara di età matura, corpulenta, vestita come si vestono le zingare con la gonna lunga colorata, il golfino colorato pure, i ciondoli, i capelli neri raccolti in due trecce lunghe e bisunte, mi s'è parata davanti scuotendo un bicchiere di plastica con dentro qualche moneta, dicendomi che aveva fame, aveva freddo, aveva sonno, aveva che cazzo ne so, puoi darmi qualche spicciolo professore, professore? professore? ché ho l'aria di un professore e non quella di un magnaccia come quello che da qualche parte sorveglia la tua professione gentile signora? No, via, non te lo do lo spicciolo, non ve lo do per principio, almeno sino a quando non rilascerete un regolare scontrino o timbro con cui, dopo, concederete un pass di ventiquattr'ore elemosina free, da stare in pace un giorno senza dover a ogni angolo della città respingere te e le tue colleghe questuanti.
La zingara, accigliata, ha volto lo sguardo altrove alla ricerca di un'altra preda meno dialettica.
Subito, a seguire, è arrivata la sorella giovane, stesso gesto e stesse parole di richiesta. Mi sono alzato soffiando un po' d'aria madonnesca, baritono.

Quando sono in centro mi piace vedere le facce. Non solo quelle, ma questo è un altro discorso, soprattutto a dicembre. Occhiatine veloci, mai insistenti, sempre attente a non mostrare alcun tipo di morbosità, connotate di velata ironia e sorriso a corredo. Ogni tanto, tra un centinaio, almeno una faccia che replica una simile ricerca. Brevi lampi di riconoscimento, tra umani.

Quello che c'è di buono nell'andare di tanto in tanto in centro è scoprire quant'è bello uscirne via. E decentrarsi.