lunedì 16 gennaio 2017

Qualcuno potrebbe

In una risposta a una domanda all'intervista (di Ezio Mauro) pubblicata ieri, l'intervistato (Matteo Renzi) ha dichiarato:
«E soprattutto nessuno può toglierci il futuro».
Converrete che col verbo declinato al presente, il futuro, non essendoci, nessuno può toglierlo.
Poniamo, tuttavia, che, per assurdo, l'intervistatore, nell'attimo stesso in cui l'intervistato stava per dire quella frase, avesse estratto, da una fantomatica fondina, una beretta calibro... non so che calibro.. e glielo avesse tolto per davvero, il futuro, se non al ‘noi’ quantomeno all' ‘io’.
«E soprattutto nessuno può toglierci il fu...»...
Bang. Tolto. Al presente.

Ok, bando ai revolver, ché qui siam più avvezzi a sparare cazzate.
Nondimeno, alla luce del risultato referendario, pur concedendo che il biascica frasi del cazzo non abbia intenzione alcuna di togliersi dai cosiddetti, è legittimo considerare che, nel passato prossimo, il futuro gli è stato tolto eccome, a lui, al suo enfiato ego, anche se non a tanti suoi ex ministri futuristi?


sabato 14 gennaio 2017

Il messo (19)


«Son due ore e mezzo che ci penso e ancora non ho scritto niente, perché non riesco affatto a immaginare quello che mi ci vorrebbe per essere felice. Mi sa che ci sono: per essere felice non ci vuole niente, la felicità non è dentro una cosa o una persona, felice è essere felice, tautologia pura. La felicità è uno stato, una condizione che non è favorita da qualcosa di altro da sé: la felicità quando c'è, c'è, quali che siano i conforti, i piaceri, le persone accanto. Per parafrasare Tolstoj, ci sono migliaia di modi per essere infelici, mentre per essere felici ce n'è uno solo: esserlo. Esserlo da soli, oppure in due o in gruppo, è uguale. La felicità non è una circostanza. È una stanza e basta, senza mura o chiavi. O ne sei dentro o ne sei fuori, tutto qui. Forse adesso ci sono, posso tentare la soluzione: la felicità si percepisce, si intuisce, la si sfiora, ci si fa un passo dentro, a volte ci si entra ma poi lei si sposta, fugge, e lo sbaglio più grande è inseguirla. Non si può. È lei che ti viene incontro, di colpo, come un treno, lo stesso treno che magari dopo la riporta via proprio nell'attimo in cui pareva a portata di mano o di bacio. E ti volti per non vedere il treno partire – perché rincresce a tutti veder partire la felicità – e credi che, in effetti, felicità sia partita, ma al contempo avverti una strana sensazione nella schiena, che non è un brivido ma un irraggiamento, una concentrazione simultanea di benessere assoluto che non può durare che un attimo, appunto, giusto dieci passi, il tempo necessario per risalire in auto e cantare Now the radio stutters, snaps to life».

Dopo che ebbe riletto quanto aveva scritto, il messo si ritenne soddisfatto e, per primo, si rimise al tavolo. Dato che tutti gli altri ancora erano impegnati, volle telefonare ai figli per sapere se stavano bene. I due più grandi non risposero. La piccola sì. Stava accompagnando la madre a fare un piercing. «Ti fai un piercing dove?» le chiese. «Non io, pa’, non io: è mamma che se lo vuole fare. Non mi chiedere dove».

Il senso del suo stesso tramonto

“L’impossibilità economica della accumulazione in una società puramente capitalistica non si manifesta quindi nel ‘cessare’ del capitalismo con l’espropriazione dell’ultimo produttore non capitalistico, ma nelle azioni che l’approssimarsi di questa situazione […] impone alla classe capitalistica nella colonizzazione febbrile, nella lotta per la conquista dei mercati e dei territori ricchi di materie prime, nell’imperialismo e nella guerra mondiale, ecc. Infatti, il dispiegarsi di una tendenza dialettica dello sviluppo non è un progresso all’infinito che si approssima alla mèta attraverso graduali incrementi quantitativi. Le tendenze di sviluppo della società si esprimono piuttosto in un’interrotta trasformazione qualitativa della struttura sociale (della composizione delle classi, del loro rapporto di forze, ecc.). E nella misura in cui la classe attualmente dominante cerca di padroneggiare queste modificazioni nell’unico modo ad essa possibile – e sembra realmente riuscirvi in rapporto ai ‘fatti’ ed ai loro elementi particolari – con la sua cieca ed inconsapevole attuazione delle necessità della sua situazione, essa accelera il realizzarsi di quelle tendenze il cui senso è il suo stesso tramonto.”

György Lukács, Storia e coscienza di classe, cap. III, par. 4.

mercoledì 11 gennaio 2017

Il messo (18)

«Il romanzo che ci interessa non è quello che colloca via via i personaggi nella situazione, ma quello che insedia la situazione nei personaggi. Per la qual cosa questi smettono di essere personaggi per diventare persone. Esiste come una estrapolazione mediante la quale essi balzano verso di noi, o noi verso di loro.»
Julio Cortázar, Rayuela 

Dopo aver offerto a tutti una tazza di karkadè («la più cristiana delle tisane»), il prete, con voce lieve, disse:
«Tutti voi avete narrato la vostra storia, una storia di peccatori, nel senso borgesiano del termine, giacché, come scrisse l'argentino nel celebre El remordimiento voi avete commesso il peggiore dei peccati che un uomo o una donna possano commettere: non essere stati felici. E proprio per questo vi propongo il seguente l’esercizio espiatorio: immaginare una vita diversa, azzerare la vostra provando a costruire ipotetici vissuti che, a vostro giudizio, avrebbero potuto rendervi felici. Al contempo, provate a immaginare come dovrebbe svolgersi la vostra vita adesso per considerarvi, appunto, felici, qui e ora, in questo preciso momento. Avrete a disposizione un’ora di tempo per scrivere, anche per sommi capi, ma scrivere (così eviterete di condizionarvi). Potrete scrivere di tutto, senza preclusioni: quello che immaginerete sarà la misura del vostro desiderio. Però tranquilli, tale compito non costituirà assolutamente una prova d’accusa, perché se, per esempio, riterrete che la vostra felicità deriverebbe dal semplice osservare l'infelicità altrui, questo non avvalorerà affatto l'ipotesi che le vostre male-dizioni avranno un potere predittivo. Nondimeno, se opterete per tale soluzione (cosa che non auspico) vi chiedo soltanto la cortesia, o meglio: la delicatezza di non fare nomi, di restare sul vago, di essere insomma allusivi e mai espliciti, soprattutto se l'interessato (interessata) che vi scandalizza così tanto è qui presente.

Questi sono i taccuini e queste sono le penne. Trovatevi - all'interno o fuori dei locali, sotto le logge - uno spazio libero dove riflettere e quindi scrivere comodamente. Siete pregati di non scambiare opinioni tra di voi. Non è un compito in classe, ma quasi. Tre ore sono più che sufficienti. Buoni pensieri».

martedì 10 gennaio 2017

Un colpo di tosse

J.S. Sargent, A street in Venice.

Le parole che non posso
che restano dentro
che fanno fatica
a venire alla vita.
Parole che non nascono
e neanche abortiscono
si mantengono a mollo
in attesa dei tempi
di un Giovanni Battista
con un paio di sneakers
senza stringhe o teorie.

Una specie di blocco
una sorta di freno
un pendolare sereno
un dondolare di treno.

Una mano che cerca
una mano che aspetta:
se dicessi ti amo
lo direi troppo in fretta
Allora non dico
perché dirlo sarebbe
una foglia di fico
che presto cadrebbe.

Lasciamo sia il vento
a scoprire le carte
del tempo dell'arte
di fare la vita
come piacerebbe
immaginare che fosse.

Bastava un colpo di tosse
per schiarire la gola
ritrovare parola
la sola cosa che posso
per levarmi di dosso
questa specie di blocco
questa sorta di freno
questo vivere meno
ma meno per cosa
ma meglio per più.


domenica 8 gennaio 2017

Un lungo processo di lotta

Se si potesse (o dovesse?) misurare l'inutilità politica dei partiti e dei movimenti di sinistra faccia alla globalizzazione, un indicatore da prendere necessariamente in considerazione è quello relativo al tema della riduzione dell'orario di lavoro. Cavallo di battaglia della sinistra europea, esso conobbe in Francia, nei primi anni del Duemila, il suo più alto (!) punto d'arrivo con la legge sulle 35 ore di lavoro settimanale (e anche in Germania, in certe fabbriche tipo la Volkswagen se non erro, fu applicata una riduzione dell'orario di lavoro, a parità di salario, con plauso della classe lavoratrice). Anche in Italia, i rifondaroli comunisti bertinottiani e vendoliani (ma non son sicuro su quest'ultimi) cavalcarono tale ipotesi riformista, senza alcun successo.

Clamoroso è tuttavia vedere come in pochi anni questa proposta sia diventata politicamente lettera morta - addirittura se qualcuno ne parla, gli danno del provocatore o del pazzo - ed è stata oramai sostituita dalla peregrina ipotesi di introdurre, per i disoccupati, il reddito di cittadinanza, vera e propria elemosina di Stato o reddito di sopravvivenza (basica).

[*]
«L’esperimento dell’orario di lavoro ridotto a sei ore quotidiane era stato introdotto dal comune di Göteborg per i dipendenti (in maggioranza donne) dell’ospizio di Svartedalen. Ha funzionato in un senso: perché i dipendenti con l’orario di lavoro ridotto hanno poi lavorato meglio essendo più riposati. Ma per compensare le ore in meno, è stato necessario assumere 17 persone in più, al costo di 12 milioni di corone, cioè circa 1,3 milioni di euro.»
Già dal tono sogghignante del corrispondente di Repubblica si capisce che ben gli sta agli svedesi, senza però che nulla si dica sul fatto che gli statali nostrali da sempre fanno sei ore al giorno. E meno male. «Ha funzionato in un senso [...] i dipendenti con l'orario ridotto hanno poi lavorato meglio». O bravo: era quello lo scopo cara la mia testina. Uno scopo prettamente umano e quindi onorevole. Se i göteborghiani hanno rinunciato è perché, contrariamente agli italiani, si son detti: mancando li sordi, o si aumentano le tasse o si aumenta il debito pubblico. Sai che? Si torna indietro e amen.
Ma la testina corrispondente dalla Svezia in trasferta dalla Germania (il famoso Tarquini, di Tarquinia), mica fa differenza tra un lavoro pubblico e un lavoro privato, tra quei settori produttivi in cui il lavoro è l'imprescindibile fonte di valore del capitale, e quei lavori pubblici che non sono giocoforza produttivi ma che servono alla società perché qualcuno ci dovrà pur lavorare all'ospizio, o no? Oppure i vecchi si ammazzano da bambini?
Tuttavia, credo inconsapevolmente, il Tarquini aggiunge una cosa di formidabile valore politico, che una qualsivoglia forza politica cosiddetta di sinistra dovrebbe cogliere al volo per metterla al primo posto della propria agenda politica. Cioè a dire, udite udite, «per compensare le ore in meno, è stato necessario assumere 17 persone in più». Bum. Eureka. Altro che job act e voucher del cazzo. Lavorare meno e, a parità di salario, lavorare tutti.
Va da sé che tale proposta non ha più senso e valore se viene dispiegata soltanto in una nazione. Ma se diventasse una direttiva da rispettare in una macro aerea, per esempio l'Europa? Insomma, se tutte le forze della Sinistra europea unite si impegnassero nella battaglia della riduzione sistematica dell'orario di lavoro, potrebbe questo portare buoni frutti alla tavola europea e non solo, tenendo conto della forza di ricatto europea per imporre dazi a tutte quelle merci prodotte con un chiaro sfruttamento della forza lavoro oltre il limite insindacabile delle 35 ore settimanali (considerazioni utopistiche, ok, chiedo venia: la Cina, il Bangladesh et similia continueranno a fare un po' come cazzo gli pare).

Tutto ’sto pippone, che sta per concludersi, ha preso spunto da un ennesimo post chiarificatore di Olympe de Gouges sulla questione comunismo e rivoluzione. In particolare, da una noterella finale, questa
«Solo degli sciocchi o gente in malafede può mettersi a discutere su chi cucinerà il pranzo o svolgerà il lavoro di badante in una società comunista. Anche perché la nuova società non è qui dietro l’angolo, non è cosa che si cala dall’alto, che si compie d’un solo passo, ma è necessariamente un lungo processo di lotta, di scontro, di tentativi, di successi e d’inevitabili fallimenti.»
Ecco, per concludere, penso che lottare per una riduzione universale dell'orario di lavoro sia uno sforzo politico che valga la pena compiere, tenendo in debito conto che è solo un passo, fors'anche due.

sabato 7 gennaio 2017

Generale Calasso

C'è un interessante editoriale di Roberto Calasso sul Corsera in cui sono espresse argomentazioni che mi trovano, allo stesso tempo, in accordo e in disaccordo. 
D'accordo riguardo alle reticenze sull'Islam (compresi i proclami deliranti dell'Isis) di cui media, governi e Chiesa sono responsabili, ognuno per motivi diversi.
In disaccordo sul fatto che ci troviamo di fronte a «una nuova guerra di religione». Anche perché se effettivamente noi Occidentali (pagani e cristiani) fossimo immersi in un conflitto religioso, alla domanda «Che fare, allora?», mi sembra che la risposta di Calasso, che è questa:
«Rispondere combattendo a una guerra dichiarata, come sempre è avvenuto nella storia. E innanzitutto studiare il nemico, non temere di osservare le sue parole e i suoi argomenti, in tutti i dettagli. »
sia un po' di manica corta, alla armiamoci e partite, giacché non basta soltanto studiare il nemico (gli studiosi, anche del dettaglio, non mancano), bensì occorre definire quale strategia bellica di contrattacco dovremmo adottare. Innanzitutto: con quale bandiera dovremmo andare in guerra? Con quella pagana o quella cristiana? O una che le riassume entrambe «Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi», tanto cara agli atei devoti? 

P.S.
Curiosità. Non è che sotto sotto il nostro caro direttore editoriale ha dato il via libera alla pubblicazione di un pamphlet di Giuliano Ferrara da inserire nella prestigiosa Piccola Biblioteca?

René Guénon, Simboli della Scienza sacra, Adelphi 1975


venerdì 6 gennaio 2017

Il messo (17)

[mi mancano due personaggi per completare il quadro delle presentazioni. Due personaggi, due donne. Dove le pesco? Donde le traggo? Dalla realtà? Quale realtà?
Questa storia è scritta su un filo: da una parte c'è la realtà, dall'altra la finzione. Il problema è che io non sono tanto bravo come equilibrista e spesso cado, un piede qua, un piede là e il filo nel mezzo, tipo tanga.
Inoltre, non sono poi tanto sicuro che finzione e realtà siano l'una il contrario dell'altra. A volte la realtà è così finta e, viceversa, la finzione così reale, vera... o meglio: verosimile.
Insomma, restano due donne per chiudere il giro e, probabilmente, iniziarne un altro.
Orbene, quali donne prendere a prestito dalla realtà, ovvero dalla finzione?]

La vita da gemelli è abbastanza facile da immaginare, per chi gemello non è. Fra i gemelli c'è chi, senza dubbio, non potrebbe vivere un solo istante senza la vicinanza del fratello; e chi, invece, potrebbe eccome per avere l'esclusiva delle cure e attenzioni parentali, senza avere accanto qualcuno che gliele contende.
Carla e Marta appartengono a quest'ultima categoria. Sorelle gemelle, dizigoti, Marta fu la prima ad uscire dal ventre materno e a guardarle se ne potrebbe congetturare la ragione: alta almeno dieci centimetri più della sorella, più entrante, estroversa, una bella donna dai bei gomiti. Carla, il contrario; ma non per questo meno affascinante. Anzi. Bastava parlarci un attimo per preferire invitare lei a cena anziché la sorella (fatto salvo che a Marta avresti sicuramente offerto prima un caffè).
Chiaramente fu Marta a introdurre la loro storia e a esporre le ragioni per cui erano lì. Quando avevano sei anni, i genitori si separarono. «Che cosa vuol dire amichevolmente mamma», chiese Carla alla mamma. «Che io e quello stronzo di tuo padre non abbiamo litigato». Ecco. E, infatti, fu affido condiviso. Un finesettimana a testa. Prima la nuova fidanzata del padre. Poi il nuovo amico della madre. «Due palle gemelle», pensavano le bambine senza, purtroppo – dato il loro carattere e la mancata complicità –, solidarizzare. Non stavano bene insieme, ma vi erano costrette. Anche a scuola, infatti, avrebbero dovuto fare sezioni diverse, ma proprio quell'anno – causa pochi iscritti – fu fatta solo una prima. E così cinque anni di elementari nella stessa classe. E così alle medie, dato che entrambe volevano frequentare l'unica sezione musicale dell'istituto e nessuna era disposta a rinunciare. Altri tre anni di contiguità che, per loro fortuna, s'interruppe alle superiori: iscritte entrambe all'Istituto Alberghiero, ebbero tuttavia l'opportunità di frequentare sezioni diverse, in base al diverso grado di specializzazione prescelto (Marta nel settore cucina, Carla in quello sala-bar).
Dopo il diploma, la comune volontà di rendersi indipendenti dalla famiglia e di allontanarsi l'una dall'altra, le portarono ognuna a cercare lavoro lontano da casa. Lavori stagionali svolti in stazioni balneari o di montagna. Trascorsero così un paio d'anni senza farsi ombra e presero persino il gusto di telefonarsi di tanto in tanto per dirsi come stavano, raccontarsi quello che facevano. Un giorno, Marta rivelò alla sorella di aver conosciuto un “ragazzo”, un aiuto cuoco, con il quale era nata un'amicizia piuttosto profonda; Carla fece altrettanto, dicendo alla sorella che un suo collega le aveva chiesto di trascorrere alcuni giorni di vacanza insieme e quanto sarebbe stato bello – aggiunse lei alla sorella – se avessero potuto organizzarsi per ritrovarsi coi rispettivi fidanzati, così da presentarsi e conoscersi.
Detto fatto: tre settimane dopo erano nella hall di un albergo con spa annessa di Aosta e che stupore fu scoprire che i due ragazzi erano fratelli, tuttavia non gemelli, per quanto si assomigliassero così tanto che chiunque li avrebbe ritenuti tali. Nati uno un anno a distanza dell'altro, avevano avuto un percorso di studio prima e lavorativo poi analogo a quello delle gemelle. Soltanto, una volta lontani l'uno dall'altro, non avevano l'abitudine di chiamarsi spesso se non per farsi gli auguri di compleanno, per questo non sapevano pressoché niente della loro rispettiva vita sentimentale. E se la cosa fu per loro divertente, per le sorelle, invece, non lo fu per niente perché subito subodorarono che tale coincidenza le avrebbe necessariamente riavvicinate più di quanto loro stesse desideravano. E così fu, infatti. Quando i fratelli, forti di una cospicua eredità da parte di una lontana zia, ebbero l'idea di rilevare un agriturismo in Chianti per farlo diventare una sorta di relais, per loro fu evidente proporre a Carla e Marta di seguirli nel progetto che avevano in animo di realizzare.

«Ecco – concluse Carla – la ragione per cui siamo qui è capire. Capire se facciamo bene ad accettare oppure no; capire se stare vicine ci possa allontanare definitivamente, ovvero se per seguire chi amiamo, potremmo correre il rischio che per vent'anni abbiamo schivato e, sembrava, risolto: odiare noi stesse, definitivamente».

giovedì 5 gennaio 2017

Un lettore che giudica

«Il nostro popolo è la comunità dei lettori, che è anche il nostro unico giudice. Il suo verdetto lo emette ogni mattina, decidendo se leggerci o no.»
Ok, stamani ho fatto un'eccezione, ti ho letto e dunque, in quanto lettore, giacché me lo concedi, ti giudico, ma non te, in quanto direttore (certuni pare che per cert'altri nascano con la faccia da direttore e per essi, ma non per me, tu lo nascesti), bensì, limitatamente, riguardo all'editoriale odierno che mi pare un compitino scialbo scialbo che se l'avesse scritto un maturando e ne fossi stato commissario giudicante, in sede di interrogazione gli avrei chiesto - senza alcuna volontà di spingerlo a gettarsi dalla finestra - se avesse in animo di diventare, da grande, direttore di un giornale.
«Sarebbe sbagliato orchestrare una difesa d’ufficio del giornalismo italiano, senza dubbio non esente da pecche e peccati, ma nel dibattito sui falsi che circolano in rete non siamo noi i colpevoli. La prima responsabilità ricade infatti su chi da anni predica l’inutilità di esperienza e competenza, per cui chiunque può concionare su vaccini, scie chimiche, chemioterapia o cellule staminali con la pretesa di avere in tasca una verità popolare, da nulla suffragata se non da un sentimento di massa.»
Ah, il dibattito sui falsi: è questo il problema che vi assilla e del quale, in quanto categoria, voi giornalisti ci tenete a distinguervi, a differenziarvi, a dire «non siamo noi i colpevoli». 
Un atteggiamento che mi ricorda quello di un bambino (il giornalista) che va dalla maestra (il lettore) a dire che un bambino chiamato Beppe gli ha detto che è uno scemo, brutto e cattivo aspettandosi che la maestra rimproveri Beppe e non che gli dica: embè, ti senti così scemo, brutto e cattivo da crederci? O lo è di più chi te lo dice? Specchio riflesso!
Nessuno - perlomeno non io - vi accusa di diffondere notizie false. Il problema è che vi nascondete dietro le notizie (vere), vi limitate a riferire, a commentare, analizzare (si fa per dire) quello che accade senza capire (o voler capire) perché accade; siete meri diffusori, replicatori di una realtà che sommerge l'umano ben più dello scioglimento dei ghiacci.
A partire dai giochini della politica, per continuare con gli illusionismi dell'economia (e lasciamo stare tutto il resto del pettegolezzo cultural mediatico e il merdume sportivo pro sponsoro tua), tutto fate fuorché esercitare una seria critica dell'esistente, lo date per scontato, approvandolo, perché non potete fare diversamente, giacché è lo stato presente delle cose che vi campa, anche se è uno stato piuttosto pietoso, per non dire apocalittico.
E la mia sentenza è questa: ogni mattina, un euro e rotti me li tengo in tasca.

martedì 3 gennaio 2017

I filosofi dovrebbero sapere

«Quando si disse per la prima volta che il sole sta fermo e che il mondo gli gira intorno, il senso comune dell'umanità dichiarò falsa questa dottrina, ma nel campo della scienza, come ben sa ogni filosofo, non ci si può fidare del vecchio modo di dire vox populi, vox Dei». Charles Darwin, L'origine della specie, edizione VI, 1872.
Quando si disse per la prima che il capitalismo è destinato al fallimento perché dal lavoro, che lo fa girare, non riesce più a estrarre plusvalore sufficiente per autoriprodursi all'infinito - e per questo, da molti anni, ricorre sempre più alla logica soccombente del capitale finanziario, che consente soltanto di procrastinare la resa dei conti - il senso comune dell'umanità, aiutato dalle politiche riformiste di varie correnti (liberiste, keynesiane, stataliste), dichiarò falsa questa teoria, ma nel campo della scienza, come dovrebbe sapere ogni filosofo, non ci si può fidare del vecchio modo di dire vox populi, vox Dei, con dèi (o dii, come direbbe Aniene) intendendo tutti i caporioni che cercano disperatamente di far credere al popolo che dalla crisi si esce col lavoro, colla crescita (e la ricrescita der pelo), coi sacrifici e coi Presidenti Trumpi sparsi per il mondo che c'hanno le ricette, voce grossa e cazzo ritto per dire a qualche capitalista «Ao, andò vai, in Messico? Sta’ bbono sennò fo er ratto de tu sorella».

Gli americani, già. Da oltre un secolo nazione più ricca e potente del globo, avranno avuto modo per fare gli isolazionisti, di chiudersi nel loro giardino, coltivarlo serenamente, pensare per sé, fregarsene del resto del mondo. E invece neanche il dominio continentale gli bastava. Oddio qualche volta ci hanno fatto pure comodo, un aiutino a scacciar li crucchi ce lo dettero (e concediamo pure a contenere i sovietici, pur con tante invasioni liberali da parte loro). Ma dalla caduta del muro di Berlino in poi non avrebbero potuto fare come adesso ha in animo di imporre il nuovo presidente americano? Come mai tanto interesse per la globalizzazione e il mantenimento dello status quo? Care bellefiche filosofiche ce lo sapreste dire?

lunedì 2 gennaio 2017

Il messo (16)

Adesso toccava a lui, Mauro (poco più di trent'anni, una lieve pinguedine e i capelli che parevano reclamare sempre uno shampoo)  e non poteva nascondersi: il giro antiorario delle presentazioni prevedeva il suo turno.
Figlio di piccoli agricoltori specializzati in colture vivaistiche, a lui era destinato continuare l'attività di famiglia, essendo figlio unico e avendo già conseguito, con profitto, la maturità di perito agrario. Ma un giorno di tardo autunno, quando lui aveva poco più di vent'anni, un commerciante di alberi di natale, che da tempo acquistava, presso la loro azienda, un'ingente partita di piccoli abeti, fece sapere ai genitori e a lui che un suo caro amico, responsabile della manutenzione di Autostrade per l'Italia, cercava un giovane esperto di tecnica forestale che si occupasse dell'impianto e della cura delle aiuole, degli spartitraffico e degli svincoli della rete autostradale. Furono i suoi che lo convinsero a tentare tale esperienza lavorativa. Gli dissero che ancora loro ce la facevano da soli a gestire l'azienda; e poi questo avrebbe consentito a Mauro di conoscere il mondo, lui che era sempre stato riservato, introverso, con pochi, anzi: forse nessun amico amico, e delle ragazze, beh, neanche a parlarne. Mauro sulle prime maledì il commerciante, poi vide negli occhi dei suoi un desiderio autentico di allontanarlo, di staccarlo definitivamente dal cordone ombelicale per farlo diventare – mormoravano nella creduta intimità notturna del letto – un vero uomo. Già perché Mauro sin da piccolo, avrà avuto sei o sette anni, appena i suoi si coricavano, aveva preso l'abitudine di alzarsi e di mettersi in silenzio dietro la loro porta per ascoltare, le più volte un bisbiglio che si trasformava presto in un respiro grosso regolare, indice del sonno (cosa questa che lo tranquillizzava al punto di farlo ritornare svelto sotto le coperte per addormentarsi subito) oppure, rare volte, in un respiro affannoso e un muoversi scomposto che non riuscì granché a decifrare fino all'età pubere, o ancora, saltuariamente, in una conversazione abbastanza chiara e scorrevole che proseguiva il discorso fatto a tavola durante la cena – e di esse talvolta era proprio lui l'oggetto del discorso.
Mauro questa storia del vero uomo non l'aveva mai capita. «Cosa voglia dire “vero”, non lo so. Non è già abbastanza essere quel che si è? Perché quello che sono è “falso” e pregiudica la mia esistenza? Non sono un uomo “vero” perché non ho un amico, una donna, un cazzo d'interesse oltre gli studi e la pratica che svolgo in azienda? E mio padre, per caso, è un esempio da seguire in quanto al “vero”?». Fu forse per dare una risposta a questi ricorrenti interrogativi che Mauro acconsentì alla proposta professionale che gli si prospettava.

Il colloquio andò bene, fu assunto in pianta stabile e subito iniziò a svolgere il lavoro in lungo e largo per l'Italia. Più o meno ogni settimana cambiava destinazione e ciò gli impediva naturalmente di mettere radici altrove (e questo era anche uno dei motivi sottotraccia che persuasero i genitori della bontà di quel lavoro). Andava d'accordo con tutti i colleghi, ma con nessuno riuscì a entrare in confidenza. Una volta, l'amico del commerciante, un uomo adulto, già sposato e con prole, lo convinse a trascorrere una serata in un locale particolare a vedere spogliarelliste ed eventualmente – gli disse – portarsele a letto. «A letto dove?», chiese Mauro e l'altro gli dette una pacca sulle spalle come ad una sagoma. Era la prima volta che vedeva una donna nuda dal vivo e questo gli fece pensare che il suo mestiere di giardiniere non era del tutto casuale. Infatti, più che un essere umano, ebbe l'impressione di trovare davanti a sé un angolo di terra in attesa di essere coltivato. Di quella sera, tuttavia, la cosa che più ricorda ancora è il fumo in bocca che gli fu soffiato dalla ragazza che gli si presentò davanti senza veli – e fu da tale esperienza che trasse l'idea, apprezzata dall'amministrazione di Autostrade, di seminare, accanto allo specchio di venere, la menta piperita. Le occasioni di tali serate divertenti si ripeterono saltuariamente, sì che non ebbe modo di diventare dipendente dall'amore a pagamento. Anzi. Da ragazzo parsimonioso qual era, in capo a pochi anni riuscì a risparmiare una bella somma di denaro che avrebbe – pensava – persino permesso al padre di ricomprare un nuovo trattore. Ma non fu così. Sette anni dopo, il padre ebbe un infarto e divenne oramai chiaro a tutti che non poteva più essere lui a dirigere l'azienda. La madre si aspettava, con sufficiente sicurezza, che a questo punto Mauro lasciasse il suo lavoro e ritornasse a occuparsi di quel che un giorno sarebbe diventato suo. Una sicurezza infondata. Infatti, Mauro la prima cosa che fece rientrato al paese, non fu di tornare a casa, ma di iscriversi al corso per capire che cosa fosse realmente quello che in fondo desiderava di più.

sabato 31 dicembre 2016

Un'inezia della mente

Pantomima terrestre

…auprès de margelles dont on a soustrait

les puits.
René Char

Ma senti – dice – che meraviglia quel cip sulle piante
di ramo in ramo come se il poker continuasse all’aperto:
dimmi se non è stupenda la vita.
Chiaro che cerca di prendermi per il mio verso.
Vorrei rispondergli con un’inezia della mente
un’altra delle mie tra le tante
(gente screziata di luna, per porticati
e uno attorno tra loro, dall’uno all’altro:
assaggiate questa fresca delizia).
Certo, – rispondo invece – è stupenda. Vuoi testimoni?
Prove per assurdo? Controprove?
Eccoti di giorno in giorno la mia acredine
la mia insofferenza di gente in gente
(ma queste brezze tra le secche e le rapide
tra i diluvi e le requie dell’essere questi balsami…)
Pare bastargli: ma dunque (benedicente, bonario)
ma allora, coraggio!
_____________Per giravolte di scale
va su col suo coraggio.
_______________Parli – gli grido dietro –
come un credente di non importa che fede.
E lui per rami di scale, mezza faccia già disfatta
mezza in ombra, canzonandomi con parole d’autore: ¿le gusta
este jardin que es suyo? Evite…

dal basso gli completo la frase: que sus hijos lo destruyan
rifacendogli il verso.
Ma se è già guasto, con queste stesse mani:
e tu chi sei tu così avanti sulla scala del giudizio
e del valore, dillo ai tuoi discepoli e seguaci
ai tuoi consoci, vengano a questi bicchieri
di delizia a questi apparati di fresco
ma in comunione ma tutti ma in una volta sola.
È rimasta una chiazza una pozza di luce
non convinta di sé un pozzo di lavoro con attorno
un girotondo di prigionieri (dicono) sulla parola:
sanno di un bagliore che verrà
con dentro, a catena, tutti i colori della vita
– e sarà insostenibile.
Sembra allora di capirlo a che si ostinano
dove puntano che cosa vogliono o non vogliono
che cosa negano che scappatoie infilano
i motori nella giostra serale
con quelli che fingono a ogni giro di andare via per sempre
con quelli che fingono a ogni giro di arrivare
dentro un paese nuovo per cominciare ex novo
– e i primi lampi
___________lo scroscio sulle foglie
                                                         l’insensatezza estiva.

Vittorio Sereni, Gli strumenti umani, Einaudi, Torino 1975

Innanzitutto segnalo questa notevole lettura della poesia.
E poi, se qualcuno chiedesse «se non è stupenda la vita» spero di aver la prontezza di «rispondergli con un'inezia della mente / un'altra delle mie tra le tante».
Buon anno.

venerdì 30 dicembre 2016

Il messo (15)

«Quante cazzate», pensò Lorena, a voce un po’ troppo alta. 
Quarantotto anni, ma chi c'avrebbe creduto se, con malcelato orgoglio, non l'avesse detto, Lorena aveva una grazia naturale e una sensualità che neanche un pigiama irge con l'elastico rotto sarebbe riuscito a nascondere. Lunghi capelli rossi e ricci nei quali soltanto a un'attenta analisi potevi intravvedere qualche filo argentato; un fisico estremamente tonico ma, al contempo, armonioso, che raggiungeva la sua sintesi perfetta nel fondoschiena; unico difetto, se si poteva chiamare tale, era il naso leggermente ricurvo che tuttavia le conferiva un fascino rinascimentale.

Il messo la ricordava bene: tre lustri prima d'allora, una sera in pizzeria, un compleanno di un amico lui, lei sola, stranamente sola al tavolo (seppe poi che era la sera del suo primo divorzio), i suoi occhi caddero su di lui e viceversa i suoi su di lei, sorrisi, boccali di birra che si levano a distanza ma nello stesso momento a sorseggiare la medesima, amarissima, birra alla spina, lei che si alza, la minigonna nera e i collant che misericordia, e lui, il messo che si alza e come lei va in bagno, anticamera di separazione tra signori e signore, lo specchio, un grande specchio, i lavandini con il rubinetto a pressione del piede, lei coi tacchi che non sa bene far uscire l'acqua, provvidenziali polacchine dal plantare largo lui, sorrisi, lei: «Conosco tuo fratello», lui: «Non importa», lei «Lo sai che hai un bel sorriso?», e lui «Sei sola, bevi qualcosa?», lei: «No, preferisco uscire», lui: «Se vuoi ti accompagno, ho qui la macchina», lei: «Va bene», sportelli che chiudono, «Sai conosco tuo fratello? Siamo stati scuola insieme io e lui», e lui, tra sé: «Che cazzo me ne frega di mio fratello», a lei «Ah sì? Non importa. Sai che mentre bevevi quella birra e io bevevo la mia, pensavo a una cosa», e lei: «Ah sì? A che cosa?», e lui: «Se un bacio può far sparire l'amaro».

Perché era lì Lorena? Quali risposte cercava, quali dilemmi esistenziali era in animo di affrontare ed eventualmente risolvere? La morte di suo padre l'aveva situata in una condizione inedita: occuparsi di sé, dover provvedere a se stessa alla sua età. A parte una casa vacanza in una stazione climatica, a Lorena restava ben poco con cui poter vivere. La vendette, ma i soldi del realizzo furono sufficienti per un paio d'anni per tirare avanti, dopodiché fu costretta a ricordarsi del suo diploma di maestra, fare domanda al provveditorato per entrare in graduatoria per le supplenze e, appunto, andare a lavorare. Scuola dell'infanzia, ex asilo. Ma lavorare stanca. Tre giorni e tre capelli bianchi. Un semestre e i primi sintomi di menopausa. Non sapeva come uscirne. Nondimeno, era l'unico modo al momento che conosceva per sussistere. Esistere era un'altra cosa. L'unica figlia che aveva avuto dal primo matrimonio, oramai maggiorenne, la guardava oramai con la pena di un figlio che, in un certo senso, più che altro si vergogna di quello che la madre è diventata. «Non mi guardare con quella faccia, ti prego», le diceva. «Non ti guardo, mamma, non ti guardo, perché se ti guardo la prossima settimana non vengo, resto da mio padre».


giovedì 29 dicembre 2016

È stato ospite

[*]
Per via indiretta, tramite una citazione estratta da un post di Agnès Giard (Des guêpes mâle folles d'une fleur) e incuriosito dall'argomento, ho comprato il suddetto libro di Stefano Mancuso, scienziato di fama mondiale, una delle massime autorità nel campo della neurobiologia vegetale.
Orbene, il libro è godibilissimo, straordinarie le prime due biografie (George Washington Carver, primo schiavo nero americano a conseguire una laurea negli USA nel 1894 e Nikolaj Ivanovic Vavilov grande genetista agrario al quale Lenin conferì i più prestigiosi incarichi accademici e che poi Stalin, convinto da quel ciarlatano di Lysenko, condannò al gulag).

Unica pecca del libro è nell'aletta posteriore o terza di copertina, nella quale, oltre a citare i meriti accademici dell'autore, 


si segnala anche questa roba.


Egregio professor Mancuso, mi scusi: da un punto di vista agronomico definirlo guano è improprio?

mercoledì 28 dicembre 2016

Il messo (14)

Non c'è soddisfazione a essere innamorati di qualcuno/a che probabilmente non si innamorerà mai di voi tanto quanto voi vi siete innamorati di lui/lei.
E ho detto “tanto quanto”, ma è anche troppo, basterebbe meno, una percentuale minima, poniamo un terzo di quanto voi provate lo possa nutrire anche l'altro/a.
Quando accade è un tripudio dei sensi e dell'intelligenza, una festa della vita, un momento di felicità insindacabile, le stelle diventano significanti e persino le pietre e le cavolaie. Tutto quello che c'è da conoscere è riassunto in un unico punto, nella sola persona che in quegli attimi ti vivifica (attimi che altrimenti vivi un cazzo sarebbero).

Se invece non succede e il vostro amore resta a senso unico, o sarà come a parlare a un muro di marmo finto su cui si infrangono le sillabe del vostro balbo parlare (sillabe che cadranno tutte in terra, come frammenti di vetro colorato), oppure ne sarete in completa balia se costui (o costei) ne intenderà approfittare. E costui, cioè lui, Walter, il pentito, se ne approfittò, eccome se se ne approfittò. Giacché gli fu subito evidente che il peso specifico del mio amore fosse superiore al suo, lui agì di conseguenza e di conserva, come un tubetto di concentrato in mano a un tirchio dura un anno a forza di mezze unghie rosse aggiunte al sugo scipito - e quel nonnulla che mi dava mi pareva così tanto, che adesso il tutto che promette mi pare niente.

E così caddi, come una morta di sonno cade, più che tra le sue braccia, tra i suoi debiti e i suoi scongiuri. Non ebbi molto tempo per riflettere e difendermi: due gravidanze a raffica – e nemmeno troppo facili – mi tennero corpo e mente accesi giusto il necessario per diffondere la specie. Meno la male la mia famiglia mi ha costantemente sostenuto, il che implicava sostenere persino lui. Mio padre... Ricordo che mai disse una parola per metterlo in cattiva luce ai miei occhi, neanche quando gli comunicai l'intenzione del divorzio; contrasse giusto un po' le labbra, si schiarì la voce da un'improbabile raucedine, e si avviò verso la tromba delle scale. Solo quando chiusi la porta dietro le sue spalle e osai mettere occhio nello spioncino, lo vidi esultare a braccia levate.


Perché sono qui insieme a Walter allora se non intendo assolutamente venire incontro alle sue richieste? Per ribadirlo con più forza davanti a lui e a voi che conosco da poche ore e che in un certo senso sarete la nostra giuria. Già, un gruppo che certifichi - come io credo e spero - la fine definitiva di un amore, che la avalli emettendo una sentenza che faccia letteratura. Letteratura d'appendice, beninteso.