mercoledì 13 dicembre 2017

Il nipote di Superciuk

via
«Io, quasi quasi, anziché comprare un pandoro Melegatti, per solidarietà compro una bottiglia da un litro e mezzo di merlot dello Zonin».


lunedì 11 dicembre 2017

Se le bombe fossero davvero intelligenti

Dopo la fortunata cilecca del bengalese che ha tentato di farsi esplodere in una stazione di New York, il Presidente Trump ha dichiarato: «Distruggere le ideologie del male».

Panico a Wall Street.


domenica 10 dicembre 2017

Social vulnus


Amati dai social.
In effetti, l'odio e la violenza online preferiscono, come bersaglio, i rappresentanti politici democraticamente eletti. Non che non ci siano buone ragioni, per carità. Ciò nonostante, da un punto di vista sacrificale, niente è paragonabile allo spennamento - previa immersione in un pentolone d'acqua bollente - dei rampolli.

Intestini in fuga

a M.V.
Lui sa perché

Periodicamente, i giornali nazionali, molto provinciali, trovano per strada, preferibilmente all'estero, un cervello in fuga e neanche lo intervistano, no: lo lasciano dichiarare, ché i cervelli, quando parlano, non vanno interrotti, benché meno con domande inopportune, con rilievi minimi, banalità. Sicché, una volta datogli spago, se lo arrotolano su se stessi (cervelli insaccati), e raccontano l'edificante storia che li ha visti prima incompresi ed esiliati, poi gratificati e insigniti di onori, incarichi di prestigio e novelle cittadinanze.
Bravi cervelli, ce l'avete fatta e tutto per merito vostro, del vostro impegno e sacrificio, della forza d'animo che vi contraddistingue.

Volete una medaglia? Un gagliardetto? Una spillina col tricolore italiano da appuntare sul petto in memoria della vostra ex patria? Ecco qua. Ma per favore, risparmiateci, cari cervelli, prediche, invettive, commiserazioni. Soprattutto: non abboccate a quello che i supposti giornalisti nazionali (provinciali) vogliono farvi dire, per dare conforto a uno stereotipo vieto e metaforicamente intollerabile. Già. Mai una volta che si parli - a giusto titolo - di intestini in fuga.

Infine, notazione a una dichiarazione cervellotica, questa:
«“È triste dirlo ma scappate da una classe politica che sta uccidendo tre generazioni di giovani [grassetto non mio] – che mai nessuno ridonerà al nostro paese – e andate all’estero a realizzare i vostri sogni. Andare a lavorare fuori dall’Italia è ormai l’unica strada percorribile”»
In quanto facente parte di una delle tre generazioni citate dall'illustre cervello in fuga, io, in quanto intestino rimasto (e dajè), ritengo quanto segue: siamo sicuri sicuri che la colpa, tutta colpa dello sfacelo italiano sia dei politici? Di più: che la classe politica sia colpevole di genocidio? E Maria Elena Boschi e Luca Lotti ammazzano senza ammazzarsi? Ma soprattutto: prima di sparare una cazzata dichiarare una cosa del genere, un cervello (sia esso in fuga oppure no) ha, quantomeno, il dovere di chiedersi se in Italia i giovani, dato che da tre generazioni non hanno futuro, quattro, cinque, sei generazioni fa, lo avevano? E, se sì, era merito della classe politica, ça va sans dire. E com'è che i politici di una volta riuscivano a dare futuro e prospettiva di sviluppo ai giovani di un tempo? 

Rispondete voi al cervello in fuga.



venerdì 8 dicembre 2017

In Fake News We Trust


Quando c'era la Guerra Fredda, anziché dichiarare, con buone ragioni, che l'Unione Sovietica finanziava il Partito Comunista italiano, i vicepresidenti e gli ex vicepresidenti degli Stati Uniti d'America mandavano soldi - in cambio di ben noti accordi e basi americane a iosa sul suolo patrio - direttamente al Governo italiano.

Oggi, invece, che il classico imperialismo post-bellico ha esaurito la propria onda propulsiva, il gioco del dominio geopolitico si gioca con altri mezzi, non ultimo quello delle cazzate che hanno un costo assai minore di quello della stampa di nuovi bigliettoni con su scritto: In God We Trust.

giovedì 7 dicembre 2017

Svuotare le carceri, riempire i teatri

Liberate il concorrente in associazione mafiosa, ex onorevole, Marcello Dell'Utri, mandatelo a casa, dategli i domiciliari, mettetegli il braccialetto elettronico e tutte le attrezzature necessarie per controllarlo similmente che in carcere. E fate così con tutti gli altri detenuti incarcerati per reati equipollenti o di minor grado, trattenendo in carcere soltanto chi si è macchiato di crimini di sangue in modo premeditato e violento. Sfollate gli istituti di pena, riformate tutto il sistema carcerario italiano, abolite il 41 bis, che è, di fatto, un regime di prigionia ai limiti della tortura. 

Non ho idee precise, m'è venuto in mente tutto questo pensando all'ennesima prima della Scala. Pensavo, cioè, che è tempo di escogitare qualche soluzione diversa per far scontare le varie condanne, che non sia la classica privazione della libertà individuale. Un abbonamento al loggione, per esempio.

mercoledì 6 dicembre 2017

Forza uova (d'oro)

Uno squillo al telefono, saranno state le sette stasera, rispondo. Pronto? Pronto? Solo un fruscio. E poi, d'un tratto, sottofondo, nel fruscio persistente, una voce...

... dico, c'ho quarche migliardo fatto in un modo o in un altro, parecchio sottobosco e sottotraccia, tutta roba poco produttiva, ma raccattata non necessariamente nell'illecito, piuttosto nel torbido, avvisi di garanzia, condanne, qualche esproprio, una clinica privata, ma tutto sommato un bel gruzzolo da parte, che a finirlo non bastano una ex moglie che non si decide a morì e i figli e nipoti, i nipoti dei nipoti forse se proprio sono sciagurati o viene, anvedi un po', la dittatura der proletariato.
E io che ce faccio de una parte minima dei soldi? Il mio cuore nun se scioje e li salotti buoni non lo vonno perché c'ho la scabbia? Embè, finanzio du ragazzotti anima e core, coi gagliardetti e forza lazio e forza roma e forza stocazzo, tutta brava gente fascista dentro e stupida sempre, je le finanzio io le magliette cor simbolo, e le mascherine, non sia mai che si divertano anche per fare cose politiche, tipo blitz fascisti, qualche fumogeno, du' cazzate rimbrodolate di Evola e di come cazzo si chiama quel blogger giornalista che scriveva su Avvenire, in fondo, oltre ai soldi cache, qualche soldino investito per bene ce ll'ho, per esempio: gliel'ho fatte comprà a un prestanome le azioni del Gruppo De Benedetti che stanno andando mica bene nonostante il rinnovamento e il nuovo carattere Eugenio Euchessino, sai che, diamo una scossa alla redazione, sti giovinotti scavezzacollo che non hanno da fare un cazzo da mane a sera, che domani forse si respira, così quelle azioni fanno il rally, le rivendo e dopodomani mi compro i bitcoin e le azioni di facebook...

martedì 5 dicembre 2017

Nella pancia del disertore


non grattatevi


Ditemi voi se quel coraggioso disertore avesse avuto la tenia: data la lunghezza del verme solitario (dai 2-3 metri della Taenia solium, ai 10 metri della Taenia saginata), c'è caso che i chirurghi sudcoreani («Era come un vaso rotto» ipse dixit) e i giornalisti americani (e italiani al seguito) l'avrebbero probabilmente scambiato per uno dei missili di Kim Jong-un, missile che, durante uno dei vari test, anziché sorvolare il mar del Giappone, guarda caso dove si è infilato.

Una volta, durante la vera guerra fredda, c'era molto più rispetto per le viscere dei disertori della ex cortina di ferro. Come minimo, grazie alle loro confessioni, quasi tutti trovavano un editore e pubblicavano un libro. Adesso, questo poveretto, che cosa potrà raccontare di diverso da quello che aveva nella pancia?

domenica 3 dicembre 2017

Una famiglia per bere (3)

Ebbe appena il tempo di festeggiare il primo anniversario di matrimonio che mia sorella restò vedova: suo marito fu colpito alla testa dal gancio di una gru, mentre visitava, cascomunito, un cantiere per la costruzione di un ipermercato. Un incidente sul lavoro, insomma, ogni tanto capita, sebbene raramente, che la vittima sia l'imprenditore, anziché un dipendente...

Avrei potuto iniziare così un nuovo capitolo di un ennesimo romanzo interrotto, poi ci ho ripensato, troppo comodo per mia sorella liberarsi di un marito che non amava e che aveva sposato soltanto per interesse. Certo che anche lui, mio cognato, altrettanto aveva sposato mia sorella per interesse, giacché lei era, è una donna molto interessante, sotto altri aspetti, nient'affatto trascurabili. Forse per questo il matrimonio funzionava, ero io che invece non funzionavo, perché invidiavo sia lei che lui, il diverso potere che ognuno di loro emanava, la ricchezza e la bellezza, cose che stavano debitamente alla larga da me. E vivevo come un risentito, uno che avanzava pretese, in un primo momento indirette e poi, via via, sempre più disdicevoli e pressanti. Per esempio, mi presentavo a casa di mia sorella quando suo marito non c'era e, in pratica, la ricattavo minacciandola che avrei rivelato tutto a mio cognato; anche se, in pratica, non avevo niente da rivelare. E, infatti, al mio assalto, lei replicava: «Che cosa? Non ho niente da nascondere»; ma io, caparbiamente, le rispondevo: «Io so più cose di te di quanto tu stessa non ne sappia. Quindi attenta». Lei si limitava ad alzare le spalle, apriva la sua borsetta, mi dava cinquantamila lire con la stessa disinvoltura con la quale si lancia un osso al cane e io correvo fuori, al momento contento di aver ottenuto almeno un paio di giorni di autonomia.

Lei ci teneva a me, come si tiene a un cane, ed è già tanto per un fratello rompicoglioni. In fondo, eravamo rimasti soltanto io e lei, della famiglia: i nostri erano morti di itterizia, alle Galapagos. Dico di itterizia perché furono scambiati per iguane da cacciatori di frodo delle stesse, mentre facevano snorkeling. Essi si erano regalati il viaggio dopo essere andati entrambi in pensione, piuttosto giovani: cinquantacinque mio padre (ex dirigente Telecom) e cinquantatré mia madre (funzionaria delle Ferrovie). Partirono tutti contenti, tanto noi eravamo grandi per badare a noi stessi. E da allora ci badiamo, senza essere ricambiati. Veramente mia sorella sì, si è sposata apposta, perché voleva tirare il fiato e recuperare la possibilità di una vita facile. Il punto è che io credevo che lei la volesse anche per me, una vita facile, e che si sentisse responsabile e per questo incaricata di provvedere a ciò. «Invece manco per niente: ti devi arrangiare. Devi sbrogliartela da solo. Non puoi continuare a pretendere che io sostenga il tuo infantilismo. Devi crescere. Non trovi lavoro? Lascia che te lo trovi io. Non ce la fai a mantenere casa dei nostri? Vendila: di quello che ricaverai io non pretenderò niente. Ma, ti prego, smettila di venire a battere cassa. Non ce la faccio più a inventare scuse per spese non fatte a mio marito. Quindi, ecco, queste sono gli ultimi soldi: d'ora in poi, arrangiati da solo». 

venerdì 1 dicembre 2017

La percezione quotidiana della media

«Il valore magico sarebbe 22 gradi centigradi. Non uno di più, non uno di meno. Bisogna ancora capire se da soli bastano a evitare i conflitti internazionali. Ma intanto quella viene considerata la temperatura atmosferica ideale per vivere bene. Con noi stessi e con chi ci sta intorno»

Io preferirei 23, ma comunque, convengo che 22 si avvicina a essere la temperatura atmosferica ideale. E con ciò sembra sottinteso intendere che, tali gradi, siano da considerare costanti nel doppio movimento che la Terra compie, uno intorno al proprio asse, l'altro intorno al Sole; e cioè a dire: 22 gradi a mane, a sera e a notte; 22 gradi quale che sia il mese o la stagione.

E quali località del globo terracqueo si avvicinano a questo ideale? Ce le dice, senza esitazioni, il redattore del Corsera:

«Insomma tutti a Siviglia e ad Atene. Oppure, per stare entro i nostri confini, nel sud della Sardegna, tra Sciacca e Siracusa, a Reggio Calabria o a Bari, tutte aree che secondo l’ultimo dossier dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale hanno avuto nel 2016 una temperatura media di 21 gradi. »

Temperatura media, la stessa che mediamente percepisco anche durante i 45 gradi estivi e i 3 di domani mattina all'alba, se avessi la fortuna di abitare nel capoluogo dell'Andalusia.


In margine a un aforisma

«I politici, in democrazia, sono i condensatori dell’imbecillità» 
 Nicolás Gómes Dávila, In margine a un testo implicito, Adelphi, Milano 2001

Vero. Ma, per contro, in dittatura, i politici sono i condensatori di che cosa? Della saggezza? dell’integrità morale?

Insomma, quale che sia la forma di governo, non è la politica stessa a essere deficiente in quanto professione?
E quindi, soprattutto in Italia, visto lo spettacolo offerto: non sono gli elettori, in democrazia, a essere condensatori dell’imbecillità, quale che sia il segno sul quale appongono la loro “democratica” scelta con ciò credendo che qualcosa possa cambiare?



mercoledì 29 novembre 2017

Una famiglia per bere (2)

Mia sorella ha quarant'anni ed è, ancora più di mia madre e di moglie, la donna più importante della mia vita. Vorrei anche poter dire il contrario, cioè a dire che io sono l'uomo più importante per la sua, di vita, ma non posso, io sono infatti il fratellino da sorvegliare e accudire, medicandogli le ferite che si procura vivendo una vita considerata da tutti una vita da sconsiderato.
E perché? Perché non ho finito gli studi nonostante gli esami sostenuti e la tesi quasi in dirittura d'arrivo? O forse perché una sera su due tornavo a casa malconcio per aver bevuto troppa birra alla spina o aver fumato troppi spini alla birra? Vomitavo. Stavo ore chino sulla tazza del cesso, finché non mi sentivo completamente liberato. E lei era lì, a prepararmi la citrosodina, o il bicarbonato, o semplice acqua calda con un po' di zucchero, per farmi recuperare un po' di forze e togliere l'amaro insopportabile che mi restava bocca.

Mia sorella, purtroppo per me, andò via presto di casa. Si sposò con un suo coetaneo che era innamorato follemente di lei (lei lo era razionalmente di lui: figlio di un imprenditore edile e di una palazzinara, era uno dei partiti più ambiti della città, e senza neanche bisogno di concedere il voto di scambio), andò ad abitare in centro, in uno dei quartieri più in vista: attico di duecento metri quadri, e duecento quadri alle pareti, molti del Novecento italiano, tra cui due Casorati, un Savinio tre Rotella e un Sironi di attribuzione incerta in cui era raffigurato il Duce (questo lo tenevano in stanza di disimpegno). Io mi ricordo che la prima volta che andai a casa loro e lo vidi, mi venne spontaneo sputargli, ma - prevedendomi - mia sorella mi mise repentina la mano sulla bocca, promettendomi successivamente che avrebbe fatto di tutto per sbarazzarsene vendendolo a qualche imprenditore nostalgico, tipo Carlo Vichi della Mivar.

lunedì 27 novembre 2017

Una famiglia per bere

Il mio bisnonno era un viticoltore e faceva un vino con un tasso di acidità così alto da resistere bene alle latitudini tropicali, tanto che il viceré d'Etiopia volle insignirlo di una medaglia al merito e con un invito a passare una vacanza con la famiglia presso la residenza vicereale di Addis Abeba. L'invito fu accolto e, nel marzo 1937, mio bisnonno e consorte, più le famiglie dei figli al seguito (nipoti di primo grado compresi) si prepararono per il viaggio. Tutti, tranne mia nonna, perché aveva avuto il torto di sposare un umile macchinista ferroviere, di simpatie socialiste per giunta, sicché la faccetta nera per mio padre, restò soltanto quella delle sorelle più  piccole alle quali dipingeva, per celia, la faccia, di notte, con il lucido da scarpe testa di moro.

Mia nonna fu una donna preveggente. Quando eravamo piccoli ci raccontava che lei si era sposata per amore, mica come i suoi fratelli e sorelle che, invece, avevano ceduto al calcolo. «Voi, cari nipoti, non siete discendenti di un compromesso. Vedrete quando sarete grandi quanto questo potrà essere per voi un motivo di orgoglio».

E infatti. Io sono orgoglioso di non avere alcuno scheletro imperialista nell'armadio. Anche mia sorella, seppure lei preferisca portarseli a letto, gli scheletri imperialisti. Già. Bella donna, mia sorella. Tanto bella che, se non fosse stata sorella, ma che dico, meno male che lo è, giacché l'averla mi ha facilitato molto nel rapporto con le donne, attenuando, innanzi tempo, l'influenza edipica, in quanto io, da piccolo, più che andare a letto con mia madre, sognavo di andare a letto con lei.

Sono dieci anni che oramai ci vediamo soltanto per Natale, con le rispettive famiglie. Il suo compagno attuale è un trombone dell'aeronautica che si appunta le bandierine col tricolore sulla giacca, sulla camicia e, probabilmente, sul prepuzio. Solo a vederlo gli vorrei sputare addosso, sicché non lo guardo. Così, da due anni, per Santo Stefano mi viene il torcicollo. 

[...]

domenica 26 novembre 2017

Un'occhiata

«Anche una propria occhiata si ricorda quanto e forse meglio di una parola; è più importante di una parola perché non v'è in tutto il vocabolario una parola che sappia spogliare una donna. Io so ora che quella mia occhiata falsò le parole che avevo ideate, semplificandole. Essa per gli occhi di Ada, aveva tentato di penetrare al di là dei vestiti e anche della sua epidermide. E aveva certamente significato: "Vuoi venire a letto con me?"».
Italo Svevo, La coscienza di Zeno


È da ieri notte che consulto il vocabolario e, finora, non ho trovato alcuna parola che sappia spogliare una donna. O un uomo. O un cane. No, un cane non si spoglia, a parte quelli di piccola taglia che, d'inverno,  padrone e padroni rivestono con mantellini in filo di scozia. 

E, dunque, esisterà mai una parola che possa spogliare una persona al solo pronunciarla o scriverla? 
Spoglia. Terza persona singolare del verbo spogliare. Ma non solo.
Spoglia dalle mie parti si usa anche come sostantivo: la spoglia intesa come impasto di farina e uova. Ho udito questa parola fin da piccolo (forse persino nel grembo materno) quando mia madre tirava la spoglia per fare tortelli, ravioli, tagliatelle e tagliolini. E ripensando a quel bambino  che osservava quei gesti domenicali che realizzavano la spoglia, e rivedendo apparire sulla spianatoia della mente quella superficie quasi circolare, trovo che in essa sussista una tenue capacità di spogliare una persona delicatamente, o meglio: di sfogliarla, veste dopo veste, pagina dopo pagina, come un albero d'autunno si spoglia, a ogni refolo di vento, delle proprie foglie. La spoglia, in quanto corpo umano nudo, privo di supposizioni, restituito a se stesso e allo sguardo altrui, all'occhiata che desidera e sogna lo spoglio (non elettorale) delle proprie inibizioni.

venerdì 24 novembre 2017

Squadrone, ponzare march

Lo ha salvato la rapidità del trasporto in un ospedale sudcoreano, a bordo di un elicottero Black Hawk. «Era quasi morto dissanguato quando è arrivato», ha raccontato il dottor Lee, uno dei medici. Lo hanno operato due volte, prima per estrarre i proiettili. E hanno trovato nel suo intestino perforato un groviglio di parassiti, vermi lunghi fino a 27 centimetri: sarebbe colpa del cibo contaminato delle razioni nordcoreane. L’agricoltura di Pyongyang, stretta dalle sanzioni, non dispone di fertilizzanti chimici e come concime si usano escrementi, anche umani. L’intelligence di Seul sostiene che in passato ai soldati nordcoreani fu ordinato di «fornire due chili di feci al giorno» per lo scopo.
Domanda gastroenterologica: mediamente, una persona adulta, in età militare, per fornire due chili di feci al giorno, quanti chili di cibo dovrebbe mangiare? Ma soprattutto: quanto tempo deve stare seduta sulla tazza del cesso?