sabato 25 marzo 2017

Chiattona curvy magna gelato


1. «Frasi shock di De Luca: chiama chiattona la consigliera M5s».
È un mio difetto: ma quando leggo “shock”, qualunque cosa sia stata detta o epiteto attribuito, mi sciocca meno della parola shock.

2. «Roberto Saviano incontra la modella curvy più famosa del mondo».
Sono scioccato dall'abbigliamento, soprattutto dal copricapo, del nostro intellettuale contemporaneo da esportazione: sembra diventato un uomo immagine di Zalando. A margine, mi sia consentito rivolgergli un paio di innocenti domande: innanzitutto, vorrei sapé se alla bella chiattona 'mmericana je legge 'a robba sua o 'na poesia de la Szymborska per farla ammorbì come un involtino burro e salvia; e 'nfine vorrei sapé: a' Savià, quanno sterzi, curvy?

3. «Colore, gusto, prezzo: 7 mosse per riconoscere il gelato di qualità».

Pensavo bastassero una coppetta o un cono.

venerdì 24 marzo 2017

L'airbag di Davide

Chissà se al buio dei recenti tentativi di strage compiuti a Londra e ad Anversa, le case automobilistiche inizieranno a progettare per i veicoli dei dispositivi anti attentatori suicidi di matrice islamica isissiana, alqaediana e salcazziana; dispositivi che, appena tali tristi figuri saliranno in auto carichi di odio e anfetamine e pronunceranno qualcosa sul loro Dio unico con in testa la prospettiva del paradiso con delle vergini ad attenderli, gli esploderanno in faccia una specie airbag carico di bromuro in quantità sufficiente da impedirgli erezioni persino nell'aldilà.

***

Pare che una cospicua parte degli ebrei residenti in Francia, in particolare della zona di Tolosa, si sia trasferita in Israele, perché non si sente (credo a ragione) più sicura di vivere intorno a tanta gente che ritiene un martire e un eroe quella merdina secca che compì una strage in una scuola ebraica della città. Probabilmente avrei fatto lo stesso, se fossi ebreo (anche se tendenzialmente lo sono pur non essendolo, dato che tanta parte di me si è abbeverata da fonti ebraiche). 
Alla luce di questo fenomeno, mi sono chiesto: ma se tutti gli ebrei della diaspora volessero emigrare in Israele, ci sarebbe posto per tutti? Quanti sono gli ebrei sparsi nel mondo (senza contare quelli nello spazio)?  Una quindicina di milioni. Forse non ci starebbero tutti (anche a grattare altra terra). Forse non sarebbe male per Israele avviare o rinforzare una politica di sostegno alle varie comunità ebraiche sparse per il mondo (salvo la statunitense, già forte di per sé). 
Infine, in qualità di potenziale ebreo agnostico, mi si conceda un suggerimento irriverente per i tribunali rabbinici: offrire una conversione all'ebraismo in automatico a tutti i lettori di... scegliete voi quale autore, da Kafka in giù: credo che vi sarebbe in un considerevole aumento demografico senza le complicazioni della gravidanza.

mercoledì 22 marzo 2017

Somebody's In Love

C'è stato un giorno, non mi ricordo quale, forse era autunno ma potrei anche sbagliarmi, in cui percorrendo il tratto consueto lavoro casa, in auto, ascoltando chissà quale canzone, per me inedita, canzone che toccò qualche corda del simpatico tra petto ascella e cartilagine auricolare, che ebbi la netta sensazione di innamorarmi di qualcuno senza sapere chi fosse, uomo donna cane, era tutto incerto, finché convenni che si trattasse di una aspirante veterinaria, in procinto di sostenere una tesi sugli equini e il loro standard riproduttivo. Era bella, lo sentivo, anche se non l'avevo mai vista di persona, soltanto letta, tra le righe di un commento a una mia vecchia poesia che mai avrebbe sperato, la poesia, di farsi apprezzare da una studiosa di genetica equestre.

Fui incuriosito dai suoi apprezzamenti. Scrisse che i miei versi trottavano e galoppavano insieme. Io ci credetti e le detti briglia, tanto che intavolammo un discorso via chat che in pochi giorni ci fece raccontare tutto di noi, persino del vestito che indossavamo per la cresima. Lei era vestita con una tonaca bianca, da suorina, mi disse, mentre io avevo un giubbino di velluto e una faccia emaciata tale che sembrava mi stessero per dare le stimmate. Lei rise e mi chiese della Verna, di San Francesco e se c'ero mai stato a Sasso Spicco. Io le dissi di sì, con la prima fidanzata, quella vera, quella che mi fece sentire la profondità dell'essere, per capirsi, allusioni poco raffinate, lo ammetto, ma non potevo fare altrimenti, in qualche modo dovetti accennarle che io e la mia ragazza, al tempo, facevamo l'amore spesso, in auto, defilati nel parcheggio del Santuario, i finestrini appannati, tanto che se un frate ci avesse bussato per sapere se eravamo vivi, la mia ragazza – ricordai – era pronta a disegnarle un fallo, il mio, come una madonnara dionisiaca. «E anche tu avresti disegnato qualcosa?», mi chiese la laureanda in veterinaria. E io, per darmi un tono, le scrissi: «Sì, il suo sorriso. Post coitum». Peccato non sapesse il latino, o non se lo ricordasse, o la sua educazione rigida imposta dal padre federmaresciallo delle poste le impedisse di credere che esisteva qualcosa che si chiamasse godimento svincolato dalla riproduzione. Comunque proseguimmo il discorso, prima sui massimi sistemi, io credevo ancora nel centrosinistra, mentre lei era una genericamente antisistema, un po' destrorsa forse, chissà. Puttanate. Ma cosa non si ascolta, cosa non si scrive per amore o presunto tale. Ci si adatta, si fanno digressioni, si parla persino della raccolta differenziata. Ora che ci penso, un nesso c'era se attaccai bottone sulla raccolta differenziata. Dato che non la vedevo - non voleva usare la videocamera - io immaginavo la laureanda avente lo stesso colore degli occhi e la stessa intensità della responsabile dell'azienda di raccolta rifiuti della mia città, che ebbi modo di conoscere a un convegno dove eravamo entrambi relatori, lei per ovvi motivi, io perché mi fu commissionato di scrivere una poesia sull'inquinamento e la difesa dell'ambiente, una poesia inutile, che però fece ridere gli astanti e conquistarmi la grazia dello sguardo di topazio della responsabile, avrei potuto restare a guardarla per un'ora, glielo dissi, lei me ne concesse mezza, fu come toccare la metà del cielo. E così immaginavo la mia interlocutrice di tal fatta, e mi domando soltanto adesso quale esercizio di immaginazione lei facesse per immaginare me. Per la verità le inviai una foto, una specie di selfie fatto con una reflex giapponese, in cui abbracciavo la statua di Charlie Chaplin, e lei rise dicendomi che non si capiva quale dei due fosse veramente Charlot. Non ricordo se ne fui lusingato, credo di no, ma pazienza, non potevo certo risponderle che in quel momento ce l'avevo più duro della statua, non mi avrebbe creduto, figuriamoci, poi una che aveva a che fare con l'apparato genitale equino, quale equivoco, quale amore avrei mai potuto aspettarmi, fu meglio abbandonare subito la partita, non che fosse un gioco, o un sollazzo, era soltanto un altro modo per capire che innamorarsi, anche per un minuto, anche per illudersi di riprovare la medesima sensazione della prima volta in cui lo siamo stati, non è mai un gioco a somma zero.

lunedì 20 marzo 2017

Come Penelope

In tempi recenti
ho disfatto i miei sogni
più in fretta di quanto potessi
sognare di averti
ancora una volta
dentro quei sogni
a raccontarmi la storia
di me che sognava
rapirti¹
lasciandoti andare.

All'alba io disfo i miei sogni
come Penelope la tela
perché la sera ritorni
a ricomporre
il puzzle di corpi
che sembrano morti
e sparsi
sotto lenzuola sudate
di parole e respiri
riarsi.

Quei corpi sognati -
che non si danno mai pace
perché lo sono.

(Dei corpi in viaggio
lontani
era perduta la voce
rimaste soltanto
le mani).

__________
¹ Le «salmastre parole» erano già prese.


domenica 19 marzo 2017

La pagliuzza dei voucher

Dato che difficilmente sarò mai invitato nel salotto della Gruber a dire «ma che cazzo dite, stronzi» agli altri ospiti, oste compresa, stamani, da marxiano dilettante che ogni tanto risfoglia pagine del libro che lo hanno fatto diventare tale, mi cimento a dir qualcosa sulla questione dei voucher; più in generale: sulla questione del lavoro precario, sottopagato, sfruttato, a tratti schiavizzato... Questione che, a me pare, sia dialetticamente malposta perché pone il lavoro sempre come servo (schiavo) del capitale.

Mi spiego.

È incontestabile che, nel corso degli anni, la produttività del lavoro è aumentata in modo esponenziale, conseguentemente all'accrescimento smisurato del capitale fisso (lavoro morto): infatti, se cento anni fa per produrre  una merce occorrevano dieci ore di lavoro vivo, oggi invece occorrono dieci minuti (o anche meno). In pratica, la costante, ineluttabile, ricerca della produttività, pena l'estinzione nella competizione capitalistica, ha spinto il lavoro vivo sempre più ai margini della produzione.
Paradossalmente, a fronte di questo, la durata media della giornata lavorativa è invariata e la forza lavoro continua a essere sfruttata al massimo, mediante moderne e merdose modalità contrattuali [inaugurate in Italia dal pacchetto Treu, proseguite con la legge Biagi, e concluse (?) con il Jobs Act renziano], perché è soltanto l'estorsione del pluslavoro a determinare il plusvalore. Il capitalista serio sa bene che senza sfruttamento non c'è reale arricchimento. C'è quello fittizio creato dalla finanziarizzazione (che, prima o poi, provocherà sul pianeta una esplosione e un cratere più grosso di quello del meteorite che, pare, dette l'avvio all'estinzione dei dinosauri).
Eppure, nonostante le nuove tecniche di sfruttamento, la valorizzazione reale del capitale non ottiene i risultati sperati: dalla forza lavoro spremuta dai voucher, dai contratti atipici, dalle partite iva e dai tempi determinati, si ottiene poco succo, qualche goccia sparsa di profitto¹ per far contenti i gonzi e i soliti squali.

Lavori superflui, improduttivi, inutili, faticosi, stressanti, tempo sprecato, alienazione pura.

Dove sta la contraddizione? Proviamo a leggere da Il Capitale, Libro I, cap. 15, par. 4


Intensità e forza produttiva del lavoro in aumento e contemporaneo abbreviamento della giornata lavorativa:

«L’aumento della forza produttiva del lavoro e la sua crescente intensità agiscono uniformemente in una direzione. Entrambi aumentano la massa dei prodotti ottenuta in ciascun periodo di tempo. Entrambi accorciano quindi quella parte della giornata lavorativa di cui l’operaio abbisogna per la produzione dei propri mezzi di sussistenza o del loro equivalente. Il limite minimo assoluto della giornata lavorativa è in genere formato da questa sua parte costitutiva necessaria ma contrattile. Se tutta la giornata lavorativa si riducesse a quella parte, il pluslavoro scomparirebbe, il che è impossibile sotto il regime del capitale. L’eliminazione della forma di produzione capitalistica permette[rebbe] di limitare la giornata lavorativa al lavoro necessario. Tuttavia quest’ultimo, invariate rimanendo le altre circostanze, estenderebbe la sua parte: da un lato, perché le condizioni di vita dell’operaio si farebbero più ricche e le esigenze della sua vita maggiori. Dall’altro lato, una parte dell’attuale pluslavoro rientrerebbe allora nel lavoro necessario, cioè nel lavoro necessario per ottenere un fondo sociale di riserva e di accumulazione.
Quanto più cresce la forza produttiva del lavoro, tanto più può essere abbreviata la giornata lavorativa, e quanto più viene abbreviata la giornata lavorativa, tanto più potrà crescere l’intensità del lavoro. Da un punto di vista sociale la produttività del lavoro cresce anche con la sua economia. Quest’ultima comprende non soltanto il risparmio nei mezzi di produzione, ma l’esclusione di ogni lavoro senza utilità. Mentre il modo di produzione capitalistico impone risparmio in ogni azienda individuale, il suo anarchico sistema della concorrenza determina lo sperpero più smisurato dei mezzi di produzione sociali e delle forze-lavoro sociali oltre a un numero stragrande di funzioni attualmente indispensabili, ma in sé e per sé superflue.
Date l’intensità e la forza produttiva del lavoro, la parte della giornata lavorativa sociale necessaria per la produzione materiale sarà tanto più breve, e la parte di tempo conquistata per la libera attività mentale e sociale degli individui sarà quindi tanto maggiore, quanto più il lavoro sarà distribuito proporzionalmente su tutti i membri della società capaci di lavorare, e quanto meno uno strato della società potrà allontanare da sé la necessità naturale del lavoro e addossarla ad un altro strato. Il limite assoluto dell’abbreviamento della giornata lavorativa è sotto questo aspetto l’obbligo generale del lavoro. Nella società capitalistica si produce tempo libero per una classe mediante la trasformazione in tempo di lavoro di tutto il tempo di vita delle masse.»

Leggetelo due o tre volte, con attenzione.
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¹ Come scrive Olympe de Gouges: «profitto e plusvalore non sono la stessa cosa».

venerdì 17 marzo 2017

Ha detto inclusiva

Il superministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schaüble, in occasione del prossimo G20 a guida tedesca, ha scritto un discorso solenne che, in alcuni passaggi, manifesta un malcelato spirito imperialista. Innanzitutto difende, con inguaribile protervia, la bontà del rigore e dell'austerità tracciati dalla politica economica europea riassunta nei parametri di Maastrich:
«C’è ancora lavoro da fare per aumentare la resilienza dell’economia globale agli shock improvvisi. Perciò una delle priorità del G20 di quest’anno sarà impedire che scoppino altre crisi finanziarie ed economiche come quelle del 2008-2009, che sono state provocate da un modello di crescita miope, basato sul debito». Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/P9ivGZ
Successivamente, dato che l'orizzonte politico del G20 non è delimitato dai confini europei, Wolfgang Schaüble, da bravo mercantilista, osserva come, in prospettiva, il continente africano, nei prossimi decenni, possa garantire nuove forze alla infiacchita globalizzazione (che legge sempre al servizio delle imprese tedesche e del conseguente bisogno di export). In quale maniera? Presto detto:
«Il G20, sotto la presidenza tedesca, sta lavorando per intensificare la cooperazione con l’Africa. Un pilastro centrale in questo senso è il Compact with Africa che fornisce un quadro per sostenere gli investimenti privati, anche infrastrutturali. Noi proponiamo che, con il sostegno politico del G20, i governi africani, le organizzazioni internazionali e i partner bilaterali approntino dei piani di investimento a misura di ogni Paese per promuovere gli investimenti nel settore privato. Ogni Paese deve adottare un pacchetto di misure ad hoc per ridurre i rischi d’investimento. Il Compact with Africa è un’iniziativa che contribuirà alla concretizzazione del piano per lo sviluppo economico dell’Agenda 2063 promossa dall’Unione africana. L’Agenda dell’Unione africana fornisce le linee guida per migliorare il quadro macroeconomico, commerciale e finanziario del Continente.»
Orbene, alla luce di tali dichiarazioni d'intenti, se le nazioni africane dovessero avallare il [Fiscal?] Compact with Africa, temo che esse si troveranno, nel volgere di pochi anni, nelle medesime condizioni finanziarie della Grecia. E senza neanche il Pireo come pegno.

giovedì 16 marzo 2017

Giovani turchi


Com'era facilmente prevedibile...

Adesso c'è da chiedersi se nel 2018 Matteo Orfini, tramite il governo Gentiloni, riuscirà a convincere Erdogan di farsi mandare qualche ministro turco da rispedire indietro alla frontiera. 

mercoledì 15 marzo 2017

Il peccato del lavoro

"Ognuno deve poter vivere del proprio lavoro: questo è il principio enunciato. Da questo discende che la condizione per poter vivere è il lavoro, e che non esiste il diritto di vivere se non si adempie a tale condizione".

Johann Gottlieb Fichte, Fondamenti del diritto naturale secondo i principi della dottrina della scienza, 1797 [via]

Ha detto Papa Francesco che 

«Chi per manovre economiche, per fare negoziati non del tutto chiari chiude fabbriche, chiude imprendimenti lavorativi e toglie il lavoro agli uomini, fa un peccato gravissimo.»

e molti potrebbero pensare che questo sia un discorso di sinistra, addirittura comunista e tra quelli più duri e accesi ultimamente pronunciati da pubblica autorità. Ebbene, sappiate, o molti che potreste così pensare, che così pensereste male, ché il discorso del papa è analogo pari pari a quelli che ha fatto Trump per essere eletto, a Putin per essere amato, e a tutte le altre Potestà e gli altri Principati che si prodigano di dare lavoro agli uomini purché non abbiano a lavorare loro.
Il Papa e gli altri non sanno o fingono di non sapere che gli «imprendimenti lavorativi» il lavoro lo tolgono di già agli uomini che lavorano, estraendone il succo principale e lasciando a essi la ridotta capacità di sussistenza. Gli uomini sono costretti a lavorare per vivere, ché altrimenti, a pari condizioni, col cazzo che si metterebbero a lavorare per le fabbriche che producono questo e quello sempre e comunque a beneficio non del lavoro, ma del capitale e di coloro che ne rivestono i panni.

Se le fabbriche chiudono è perché la produzione, nel sistema capitalistico, ha un unico fine: accrescere la quantità di capitale investito nella produzione stessa; in caso contrario, quando la produzione risulta improduttiva è naturale che le fabbriche chiudano o siano allocate altrove per ottenere dal pluslavoro il plusvalore di cui il capitale si appropria al fine della sua (e non del lavoratore) valorizzazione.

Ma questa è una lunga storia che rimanda a un grande vecchio morto lo ieri di 134 anni fa.

martedì 14 marzo 2017

Outfit

«Se si scrivesse sempre soltanto quello che quindici anni dopo sarebbe opportuno aver scritto, è probabile che non si scriverebbe niente del tutto».
Gottfried Benn, Pietra, verso, flauto, Adelphi, Milano 1990

È probabile. Altamente. Ma bassamente si continua a indulgere in questo vizio, scrivere. Soprattutto nei momenti in cui non si capisce se si ha realmente qualcosa da dire o se, invece, ci si attarda con le parole in attesa che esse possano dire qualcosa al posto nostro, come se esse contenessero l'espressione esatta dei nostri pensieri, come se riuscissero a deporre quel che realmente vorremmo essere capaci di deporre agli atti della vita che scorre.

Quali sono i pensieri dominanti l'attuale mio presente? E ché devo scriverne e quindi denudarmi? Smascherarmi? Le parole possono realmente smascherare? O forse sono i migliori abiti per andare in giro con un certo decoro urbano, il nostro outfit quotidiano.

domenica 12 marzo 2017

Wilma dammi la clava

Se ho capito bene, i ministri turchi sono (erano) in tournée all'estero per promuovere ai turchi residenti in Europa, nella fattispecie in Olanda, la riforma costituzionale in senso presidenziale voluta da Erdogan. Il primo ministro olandese in carica ha rifiutato l'ingresso ai due ministri, non tanto perché se ne frega realmente della deriva autoritaria turca, bensì perché tra poco in Olanda ci saranno le elezioni politiche e tale mossa, infatti, pare gli sia servita a modificare le intenzioni di voto di quei cittadini che si dicevano intenzionati a votare il leader islamofobo Geert Wilders.

Insomma, tutto il puttanaio diplomatico turco-olandese è stato scatenato per mere ragioni di politica interna. Secondo me, da un punto di vista liberale, il governo olandese avrebbe potuto evitare tutto questo casino consentendo sì ai due ministri turchi di tenere il loro comizio, ma - allo stesso tempo - avrebbe dovuto invitare, anzi: promuovere (sia pure indirettamente) la posizione politica avversa al governo turco, dando visibilità e voce a quei cittadini che lottano ad armi impari contro l'autoritarismo e la controriforma costituzionale di Erdogan.

Ennesima prova che troppo spesso i popoli sono governati da ragazzini che si fanno dispetti e ripicche sulle spalle dei popoli stessi, che li usano, li sobillano, li indirizzano negli odî e rancori verso altri popoli, agitando missili e bandiere come sempre nella corsa folle a chi ce l'ha più lungo, il missile, e più tesa, la bandiera.
L'essenza delle nazioni (e delle religioni, comprese quelle laiche del liberalismo alla cazzo di cane) dimostra che dall'unità clanica alla stessa nazione il passo evolutivo compiuto dall'umanità è mezzopasso: indietro.

sabato 11 marzo 2017

Scadenze capitali

via Internazionale

Davvero apprezzabile lo scrupolo farmacologico dei giustizieri dell'Arkansas. 
E tuttavia, nell'improvvido caso che a un condannato a morte sia somministrato midazolam scaduto, per quale tipo di delitto potrebbe essere perseguito ed eventualmente condannato il boia?

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A parte.
In un angolo della credenza, ho controllato quale sarà la data di scadenza delle aspirine, il 30 aprile. Per quella data, dovrò farmi venire un malditesta.

Saio Napoletano



Per gli uomini di fede, il ritiro spirituale, a volte, è una necessità.
Chissà se nelle prossime settimane il direttore sentirà l'urgenza di recarsi in una celletta francescana a purgarsi l'anima e se, in tal caso, l'attuale Padre Guardiano della Verna gli sorriderà.

giovedì 9 marzo 2017

Se mio nonno


A mio nonno Giovanni

Se mio nonno fosse stato poeta
e io ferroviere
condurrei probabilmente un frecciarossa
e quasi ogni giorno
sarei a Napoli a vedere
in fondo a un angolo di mare
perché della felicità
faccio ritenzione
la trattengo ché se la esprimo
scendono lacrime.

Se mio nonno fosse stato poeta
avrei trovato le ragioni per fuggirla
la felicità
per dimenticarmene
oppure più semplicemente
per non contemplarla tra le possibili
eventualità della vita –
l'avrei lasciata nei ricordi
dei suoi versi pubblicati in ciclostile
nei quali raccontava l'emozione
rimbaudiana
di camminare a fianco di una donna
di sentirne la sincronia nei passi
mentre il racconto proseguiva.

Se mio nonno fosse stato poeta
mi sarei fatto meno illusioni
circa le beatitudini terrestri
mi sarei accontentato di barricare
il cuore dentro la consuetudine
come fosse scudo a difesa
delle frecciate maldestre
del dio-amore.
Avrei letto di mio nonno i lamenti
sciolti dentro un metro che misura
quanti passi sono necessari
per fingere che non manca niente
che tutto ma proprio tutto il meglio
è racchiuso dentro quello sguardo
che nell'attimo in cui si riproduce
si fa subito ricordo – e luce.

Se mio nonno fosse stato poeta
e avesse letto questi versi improvvisati
si sarebbe pentito di non essere
stato un ferroviere.
Le mani nere di lignite
sono più vere
di quelle grigie di grafite.

mercoledì 8 marzo 2017

Eclittica per dilettanti


C'è un punto dell'orizzonte sulla Terra dove il Sole tramonta tutti i giorni, anche se il cielo è nuvoloso e non si vede tramontare. Il bello (?) è che tutti i giorni quel punto cambia. O almeno: ogni giorno, quel punto, è un punto diverso che, tuttavia, si ripresenta due volte all'anno, tranne che nei giorni di solstizio, che sono punti unici per la declinazione massima (solstizio d'estate) o minima (solstizio d'inverno) del Sole. Naturalmente, questo fenomeno accade dappertutto sulla Terra salvo che all'Equatore, luogo in cui la monotonia delle quasi¹ dodici ore di luce e dodici ore di notte non provoca, nelle genti che lo abitano, alcuno sbattimento eclittico.

E dato che tutti i giorni, al tramonto, il Sole cade in punto dell'orizzonte diverso, io stesso tramonto diversamente, anche se, ugualmente, due volte all'anno mi ripeto. E pure ho i miei punti di massima o minima declinazione. Tutte faccende terrestri che, da un punto di vista esistenziale, sembrano non c'entrare una sega nulla con la vita e, invece, penso, forse presuntuosamente, che la disposizione al tramonto sia un'ottima propedeutica al tempo che passa e finisce nella notte, in quella sola parte di cielo dove si possono guardare le inutili stelle. E il naufragar... eccetera.


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¹ «Lungo la linea immaginaria equatoriale il Sole sorge ogni giorno appena prima delle 6:00 e tramonta appena dopo le 18:00 (escludendo l'orario esatto per ogni posto dettato sempre dalla longitudine all'interno del fuso orario ed eventualmente dall'applicazione dell'ora legale durante tutto l'anno); quindi il  tecnicamente dura impercettibilmente più di dodici ore. Ciò a causa della curvatura della Terra e della presenza dell'atmosfera, difatti in ogni luogo del Mondo il Sole deve raggiungere una declinazione negativa all'orizzonte per tramontarne totalmente dietro. Questa declinazione per il diametro apparente del disco solare assieme alla presenza dell'atmosfera che diffonde la luce equivale mediamente a −0,833 gradi.» Wikipedia

martedì 7 marzo 2017

Italia First o Fisting?

«Si stima che circa 25 mila addetti [dei call-center] tra Romania, Albania, Polonia, Croazia, Tunisia, Marocco lavorino per l'Italia. Il governo punta a cancellare l'80% di queste commesse e dunque a creare qui 20 mila nuovi posti di lavoro.» [via]
Una delle proposte politiche-stereotipo più in voga (usata, mi pare, un po' da tutti, da Renzi a Grillo, da Salvini a Meloni) per lottare, fintamente, contro il fenomeno dell'immigrazione, è creare le condizioni affinché le genti, disposte a tutto per emigrare, trovino opzioni di riproduzione della propria vita nel proprio paese d'origine.

Supponiamo adesso che il governo italiano riuscisse a far cancellare dalle aziende che operano nel mercato italiano (non solo italiane, perché, per es., Sky e Vodafone non sono italiane) posti di lavoro (e che lavoro) esteri per ricreare dei posti di lavoro (e che lavoro) nostrani. 

Orbene, se una buona parte dei quei futuri ventimila licenziati (rumeni, albanesi, polacchi, croati, tunisini, marocchini)  venissero poi a cercare lavoro, anche irregolare, in Italia, non sarebbe un po' da figli di puttana lamentarsi?

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O.T. (ma mica poi tanto)

Il comunismo è farla finita, una volta per tutte, con il lavoro salariato, è liberare l'uomo dalla schiavitù del lavoro come necessità e svendita di sé per la produzione di merci o servizi che non gli appartengono, che lo precipitano in una inevitabile condizione di alienazione. 
E se nessun terrestre fosse più disposto a farlo quel mestiere di merda? E se i terrestri non fossero più disposti a vendere la propria forza lavoro? Ok, bisogna trovare prima il modo per sussistere, magari non prendendoci a brani.