venerdì 28 novembre 2014

Se salgo in cielo vedo Giove, ma Dio no

via Avvenire
Caro direttore, lunedì sera, seguendo in televisione le immagini dell’arrivo sulla stazione spaziale ISS della nostra astronauta italiana Samantha Cristoforetti, ho colto un’immagine che mi ha fatto trasalire di gioia; una felicità che voglio condividere con quanti avranno già notato un "particolare" della stazione spaziale e anche con coloro ai quali è sfuggito. Per un momento, vedendo le immagini, sono rimasto incredulo: «Ma davvero?», pensavo. «Avrò visto male...», mi ripetevo. Poi ho cercato su internet tra le immagini e i filmati della missione ISS 42/43 "Futura" è ho ritrovato quell’immagine che mi era passata davanti in uno spezzone di filmato televisivo. Sappiamo quanto sia costoso portare nello spazio del carico "non essenziale"; tutto viene ridotto al minimo; ma nella fotografia qui allegata, si osserva chiaramente nella parete della stazione spaziale ISS, dietro agli astronauti Samantha Cristoforetti, Anton Shkaplerov e Terry Virts che consumano allegramente uno spuntino, come con grande dignità e visibilità, siano state disposte quatto bellissime icone (sembrano in stile russo); l’icona centrale, più grande, mostra la Vergine Maria con bambino Gesù. Più in alto delle icone c’è un bel Crocifisso dorato. Difficile, guardando quelle icone antiche in una modernissima stazione spaziale, avamposto remoto dell’umanità, non osservare anche che quella missione è partita da un territorio della ex Unione Sovietica nel giorno della festa di Gesù Re dell’Universo! «Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti.» (dal Salmo 139).

Con grande gioia, Sergio Vicàri

Già, caro amico, quanto... cielo c’è tra questa immagine dallo spazio e quella fatta circolare 53 anni fa, ai tempi dell’Unione Sovietica, attraverso parole messe sulla bocca di Yuri Gagarin, primo uomo a volare oltre l’atmosfera terrestre. Fecero sapere al mondo che da lassù Gagarin aveva esclamato qualcosa che potrebbe suonare come: «Ho visto le stelle, ma non ho visto Dio». In realtà, la frase pare debba essere interamente attribuita a Nikita Krusciov. L’allora capo del Superpotenza comunista disse, infatti, ai compagni del comitato centrale del Pcus: «Gagarin è stato nello spazio, ma non ha visto Dio». E la propaganda antireligiosa del partito fece ciò che c’era da fare... Testimonianze emerse in seguito ci hanno fatto scoprire un Gagarin assai diverso dal racconto mediatico, battezzato nell’ortodossia e credente. Potremmo concludere che il cielo sopra la Terra è, dunque, lo stesso. Ma, davvero, quanta distanza c’è tra quel lontano volo spaziale e questo di oggi... Ciò che nel 1961 il cristiano Gagarin doveva nascondere in cuore, oggi infatti può venire espresso con libertà, con chiarezza e con bellezza. Non ovunque quaggiù è così, ma vedere che lassù succede è certamente una gioia.


Non in diretta, bensì in differita, vedendo e ascoltando la telefonata di Samantha Cristoforetti alla mamma, avevo notato le sunnominate icone, ma senza dar loro molto peso, un po' come quando mi capita di vedere i santini di padre Pio esposti negli autoveicoli, o crocefissi nei locali pubblici, scuole comprese. Arredo. 
Il signor Vicàri, emozionato, si chiede come le icone e il crocefisso abbiano potuto arrivare sin lassù, nella Stazione Spaziale Internazionale dato il costo e restrizioni inerenti il bagagliaio. Beh, dal 1998 
al 20 novembre 2014 hanno visitato la stazione 100 navette russe (Sojuz e Progress) [Wikipedia]
Pensa un po' se erano navette del Vaticano quante Madonne e quanti Cristi lassù appesi.
Da notare: con ogni probabilità, le icone e il crocefisso fanno parte di una precisa strategia politica di Putin a suggello del ritrovato abbraccio dello Stato russo con la Chiesa ortodossa. Tuttavia, Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, saluta la ritrovata simbologia religiosa come frutto di un autentico afflato spirituale degli astronauti russi. Finalmente, egli sostiene, il sentimento religioso può trovare la sua libera espressione anche nello spazio, a riscatto del torto subito dal primo astronauta che fu (pare) costretto a dichiarare di non aver visto Dio lassù nell'oscurità dello spazio.

No, perché da allora a oggi è stato visto, Dio? In quale altro luogo al di fuori del chiuso della mente può abitare il Grande Assente? Qui sotto?



giovedì 27 novembre 2014

Faccio protetto

Ultimamente sono poco avvezzo alle narrazioni perché non voglio fare tante storie, il mondo è pieno di vita, contiamoci, da paura. Allora conto sino a uno, vado davanti allo specchio, mi spunto i baffi con le forbicine, vedo cadere i peli tagliati sul lavandino. E conto finché non arrivo a dodici, quindi apro l'acqua del rubinetto e li vedo scorrere via, i peli, presi dentro il mulinello. Fasi queste della vita in cui di solito allo scrittore (alla scrittrice serve un altro tipo di taglio, fossero pure i baffi, ma non con le forbici suvvia) vengono in mente i personaggi protagonisti di una storia. Solo i personaggi, però, della storia nessuna traccia. Questa storia che non si vuol far tracciare neanche fosse da meno di un bovino allevato in Francia e macellato in Italia. Quanti bovi francesi vengono uccisi in Italia ogni giorno? Un'ecatombe. Triste storia che sarebbe ipocrita raccontare da chi va tranquillamente al banco macelleria a comprare cimalino, lucertolo, rosetta e via discorrendo. Domani faccio il brodo, va. Come fosse un riassunto.
A ogni storia che sta per emergere è bene praticare un'interruzione volontaria. Avete niente da obiettare medici e parafarmacisti cattolici? Ora che la Coop fa una linea di preservativi a marchio, potrò finalmente masturbarmi senza usare il guanto di cellophane adibito a prendere zucchine, carote, cetrioli. Oh, quanto sono allusivo, oh quanto erotismo c'è nel fare la spesa e nel vedere signore quotidiane con un certo portamento soppesare le suddette verdure indossando il guanto. Per igiene.

E vabbè, potevo fare anche a meno di questo post se avessi potuto farne a meno. Per mio disdoro non mi autocensuro. Colpa dell'io narrante?

mercoledì 26 novembre 2014

Per te è un bene, Camillo

«Però non è un bene che sentimenti e risentimenti politici che furono di massa non si siano estinti per una conversione a ideali migliori ma solo per invecchiamento o per calcolo.»
Non lo dire ch'è un bene, Langone, perché se ci fosse stata «una conversione a ideali migliori», appena tu rimettessi i piedi nei centri storici aviti, uno schiaffo e una labbrata come minimo piglieresti, per la quantità di stronzate che hai scritto e, sicuramente, ancora scriverai.

martedì 25 novembre 2014

I due io

Polly Penrose
Io vado spesso
d'accordo con me stesso
raramente polemizzo
e le mie cazzate
non somatizzo
le scrivo a rate

«In ciascuno di noi c'è un Io Privato e un Io Pubblico. Se questi due Io non hanno trovato un accordo, il loro ospite tende a essere un americano medio, simpatico, portato all'autoinganno e soggetto a improvvisi attacchi di malinconia, la cui origine non sospetta. Quando i due Io apertamente di disprezzano, l'ospite con ogni probabilità sarà un opportunista risoluto, ugualmente a suo agio nella politica o nella pubblicità. Quando gli Io si bisticciano e nessuno dei due predomina a lungo, l'ospite è un uomo più di coscienza che di azione. Quando i due Io sono in feroce e totale conflitto, l'ospite è un pazzo o un santo.»
Gore Vidal, “Un manifesto”, in Una nave che affonda, Bompiani, Milano 1971 (traduzione di Luciana Bulgheroni).

Non so quanto valga il mio giudizio, ma credo che i miei due Io (quello pubblico e quello privato) vadano d'accordo, forse perché hanno trovato un equilibrio espressivo nella forma del presente blog, e per ciò stesso si danno di gomito, complici, nel dire e nel non dire, nel lasciare aperto, chiuso, sottinteso, oppure nel lasciar perdere, quando avvertono che non vale la pena esporsi troppo, non sono mica in cerca di adozione.

lunedì 24 novembre 2014

Nel frattempo

[*]

Apprezzo molto quando qualcuno si rivolge ad altri in prima persona plurale in modo che l'interlocutore non si senta coinvolto e non partecipi assolutamente all'azione prevista dal soggetto. 

«Noi nel frattempo cambiamo l'Italia».

Ecco, io non c'entro, finalmente sono loro che cambiano l'Italia, io sto fermo, al massimo, come oggi pomeriggio, cambio le gomme dell'auto (ho messo le invernali) e dipoi, dopo la palestra e la doccia, cambio le mutande sudate.

Nel frattempo io, da italiano, ho altro da fare, deresponsabilizzarmi in primo luogo non votando più, come non votai alle europee, tripudio del renzismo. Ci ho messo anni, e tuttavia ho imparato la lezione, nel frattempo. Sono cambiato io? È cambiata l'Italia?

Cambia todos cambia, affinché tutto resti come prima (GTdL): ti conosco mascherina.

Cambiamo l'Italia, gli italiani mi raccomando no, lasciateli tali e quali Minzolini, 600 milioni di euro l'anno per il suo lavoro di giornalista dirigente Rai in aspettativa. Perché ho fatto un nome? Perché? Perché eventualmente, in caso di rivoluzione (ah, ah, ah), per la decapitazione hanno bisogno di nomi. Ho fatto la spia, nel frattempo.

La frattempistica esaurisce tutta l'azione politica di Renzi: un fare per stare a galla come certe cose stanno a galla. Il frattempo è la carota davanti all'asino popolo votante che, appunto, non ci sta più a farsi dire cornuto da buoi della politica. Votatevi da soli, finché dura, finché sarete abbastanza per fare numero, per fare massa, per fare bolo. Digerirvi, nel frattempo, sarà difficile.

domenica 23 novembre 2014

Mungere narrazioni

Alcuni comuni (Pistoia, per prima, l'ha già fatto) vogliono vendere le quote azionarie della Mukki Latte di Firenze (Centrale del Latte di varie province toscane); per questo sorge la preoccupazione che la società a partecipazione pubblica finisca in mani private, sia per il mantenimento degli attuali standar occupazionali, sia per quelli produttivi. Esempio: i produttori del Mugello son preoccupati perché Mukki sostiene e promuove la linea apposita di Latte del Mugello ad Alta qualità, che ha un costo maggiore rispetto al normale latte Alta qualità toscano (giacché quasi tutto il latte fresco di Mukki è toscano), linea produttiva fortemente a rischio qualora subentrassero altri azionisti privati, poco disposti a rinunciare a certi margini di profitto.

E vabbè. Una storia economica come un'altra. Perché ne parlo? Perché su Repubblica di Firenze di oggi è stato chiesto un parere. Questo


È indubbio che Farinetti sia un commerciante (imprenditore?) di successo. Ma credo che il suo marketing si rivolga a un particolare tipo di clientela, non certo a quella che, più o meno quotidianamente, fa la spesa nei supermercati per mere ragioni di sussistenza.
Cazzo gli vuoi raccontare, dunque, a uno che compra un litro di latte fresco al giorno?[*] Che sia italiano? Ok. Che sia della regione? Bene. Che sia di buona (alta) qualità come riporta l'etichetta? Benissimo. Addirittura che sia biologico? Ottimo.

E poi? Che deve fare la Mukki? Chiedere la consulenza a Baricco? Oppure, per restare in campo regionale, a Silvia Avallone o a Sandro Veronesi?

«La mucca Valentina aveva oggi delle poppe più sexy di quelle della Nappi. E che latte. Mi ci sono imbrodolato tutto. Persino un clistere mi ci sono fatto. Poi l'ho imbottigliato, il latte.» Anonimo Toscano.

Secondo me, Mukki Latte, oltre al rischio di finire in mani private, le quali, libere d'agire, si fotterebbero dei pastori mugellani, corre un altro rischio più concreto, il seguente.

Il fatto che Unicoop Firenze, da alcune settimane, ha dato il via a un ribasso generale di più di mille prodotti a marchio Coop, tra i quali il latte. Un litro di Alta Qualità fresco Coop made in Italy costa 0,99€, e un litro di latte fresco biologico 1,19€. Se non ricordo male il Mukki stesso standard fatto in Toscana 1,60€. Fatto in Mugello 1,68. Biologico 1,77€ (correggetemi se sbaglio). Moltiplicate per cento e vedrete cosa faranno i toscani che vanno a fare la spesa all'Unicoop, cioè a dire: da quali altre narrazioni si faranno incantare.

[*] A parte che vedo spesso gente comprare sovente latte UHT primo prezzo di dubbia provenienza, ma lasciamo stare.



Allarme Amazzonia




Io non corro il pericolo di diventare direttore di un giornale e quindi essere responsabile della quantità di stronzate (chiamate addirittura “L'indagine”, “Il caso”) che quotidianamente sono pubblicate. A pagamento, fors'anche con un parziale contributo di finanziamenti pubblici.

sabato 22 novembre 2014

Apple Marcia

La Stampa (1)
«Alla Apple non c’è alcuna disparità di trattamento tra gli impiegati eterosessuali e quelli appartenenti alla comunità Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender). A certificarlo, a breve distanza dal coming out del Ceo Tim Cook, è il Corporate Equality Index, la graduatoria stilata dall’Human Rights Campaign. La fondazione, che difende i diritti delle persone Lgbt, ha preso in esame centinaia di aziende Usa. Apple è stata promossa a pieni voti per il tredicesimo anno consecutivo.»
La Stampa (2)
«In un rapporto pubblicato ieri, il China Labor Watch, l’ente non profit con sede a New York per la difesa dei diritti dei lavoratori del Paese orientale, ha denunciato diverse violazioni etiche e legali contro gli operai della Jabil. L’azienda di St. Petersburg (Florida), partner del colosso di Cupertino, costringerebbe gli operai della sua fabbrica a Wuxi a lavorare eccessivamente, con turni della durata di 11 ore e solo 30 minuti di pausa, in stanze sovraffollate e senza un’adeguata formazione.  Sempre secondo China Labor Watch, il 92% degli impiegati supererebbe le 60 ore di lavoro a settimana stabilite da un protocollo firmato Apple per tutelare i dipendenti dei suoi fornitori. »
via
Translations of poems by Xu Lizhi (许立志), the Foxconn worker who committed suicide on 30 September 2014, at the age of 24, in Shenzhen, China. Also includes an obituary with some explanatory notes.
《冲突》
"Conflict"
他们都说
They all say
我是个话很少的孩子
I'm a child of few words
对此我并不否认
This I don't deny
实际上
But actually
我说与不说
Whether I speak or not
都会跟这个社会
With this society I'll still
发生冲突
Conflict
-- 7 June 2013

Il capitale ha deciso da un po' di tempo di concedere pari diritti e opportunità a coloro i quali, a vario genere e tipo, appartengono e/o si riconoscono nella comunità LGBT. Tutto questo, chiaramente, in una certa parte di mondo dove il cosiddetto mercato è saturo e si cercano di battere nuove piste nel marketing. Per esempio: gli uomini si lasciano crescere in massa la barba e i produttori di lamette e rasoi sono in crisi? Sia dato il via alla produzione e alla pubblicità del rasoio ergonomico taglia peli del culo.

Tengo a precisare che qui si saluta con gaudio il fatto che, seppur con notevoli sforzi e pene, la comunità LGBT sia riuscita a ottenere il riconoscimento dei propri diritti e la fine della disparità in certe zone del mondo.

Nondimeno, è altrettanto doveroso far notare che la questione lavoro salariato, se aveva trenta o quarant'anni fa un certo grado di interesse e attenzione (qualche scontro pure), oggi pas de problèmes, è naturale che le cose vadano come vanno, che ci siano da una parte i proprietari dei mezzi di produzione (affiancati da banchieri, agenti di borsa, politici, militari, imbonitori curturali)  e dall'altra i proprietari della sola forza lavoro che o la vendono e fanno i salariati a certe condizioni (che cambiano a seconda della latitudine e della longitudine), o i disoccupati e i morti di fame o di colera.

Per concludere: è indubbio che il sacrificio e la lotta abbiano permesso alla comunità LGBT di ottenere diritti e la graduale fine delle discriminazioni, ma questi risultati sono stati ottenuti e concessi perché non turbano affatto l'andamento generale del sistema di sfruttamento della forza lavoro.

Paradossalmente: è più facile che tutti i lavoratori della Foxconn (e non solo loro, ma tutti i lavoratori del mondo compresi quella della FCA) diventino LGBT piuttosto che riuscire a lavorare 20 ore a settimana senza alcuna riduzione dello stipendio.

venerdì 21 novembre 2014

Chi va con il prognato impara a

Ho letto su un sito che riporta a gratis articoli di giornale a pagamento un articolo di Paolo Nori, il quale ha ascoltato alla radio di un convegno che c'è stato a Firenze di gente che s'è occupata de «l'incompatibilità del capitalismo finanziario con la democrazia» con la sola scusante di accusare Renzi e di far di lui ciò che in precedenza è stato fatto a Monti, a Berlusconi, a Craxi e a Cristo in croce: vittimizzarli, accusarli di tutte le nefandezze e farli diventare capri espiatori che, una volta espulsi o crocefissi, si ritrova la pace e la fraternità.

Ora, io mica difendo d'ufficio o di piazza o dallo studiolo di casa mia certa gente elencata nel suddetto articolo, importa sega vero. L'unico mio intento è far notare come uno che fa lo scrittore credo di professione e scrive parimenti articoli di fondo per l'unico quotidiano a tiratura nazionale che gli scuce qualche quattrino e per il quale deve rispettare delle scadenze con delle articolesse sennò non lo pagano, ecco, voglio dire, uno come Nori che ha scritto una cosa talmente di merda che neanche Belpietro e poi, per mascherare il puzzo, a mo' di deodorante per giunta spray (il che rende ancor più schifoso il puzzo di merda prodotto dopo aver defecato tal articolo scritto senza aprire quella cazzo di finestra del cervello), ecco, voglio dire, non puoi usarmi Brodskij come fosse un gled assorbiodori qualsiasi, non è giusto per la sua memoria, come non è giusto, alla fine, benedirlo in nome di Dio senza sapere se avrebbe gradito tal benedizione, piuttosto un bacio sulla guancia da quel gran fico di Auden gettatogli dal paradiso dei poeti. Tanto più che la citazione riportata («Un uomo libero, anche se sconfitto, non dà la colpa a nessuno») non c'entra un beneameato cazzo con l'eventuale assunto licenziato nell'articolo, quello della (eventuale) vittimizzazione di Renzi da parte, per essere sintetici, di quelli che fecero la Lista Tsipras (forse finemente allude a questo Nori pensando agli uomini sconfitti? Mmmh, credo di no). Anche perché, senza nemmeno io averli sentiti gli accusati dal Nori (ma io rispetto a lui non ci ho scritto un articolo), di Renzi avranno detto al massimo ch'egli è la foglia di fico dei poteri forti, ossia del potere finanziario che riesce a imporre politiche economiche affamatrici del mondo intero, ma che sicuramente non avranno detto, nemmeno Ingroia che non ci capisce un cazzo di politica, che tutto il marcio che c'è intorno è colpa dell'attuale presidente del consiglio e che dunque, crocifiggendo lui, ritorna amore pace e libertà.
Per concludere, con ciò si dimostra come alla lunga scrivere per un giornale come Libero equivalga al detto: chi va con lo zoppo, impara a zoppicare. E quanto di gran lunga sarebbe più nobile zoppicare che ragionare come Belpietro.

giovedì 20 novembre 2014

Il creatorino

Matteo Renzi ha dianzi dichiarato:
«Invidio chi passa il tempo a organizzare gli scioperi, a inventarsi motivi per scioperare, non parlo dei lavoratori ma dei sindacalisti, ci sono stati più scioperi in queste settimane che contro gli altri governi. Io non mi occupo di organizzare scioperi ma di creare lavoro».
Lascio ad altri il discorso sugli “scioperi”, osservo solo ch'egli dice di occuparsi «di creare lavoro».
Ho sempre pensato che per un cattolico praticante (per un credente tout court) usare il verbo creare equivalga pressappoco a bestemmiare, essendocene - per loro - solo uno di Creatore; ma quel che penso io non vale, concentriamoci su che cosa qui vuole essere creato, vale a dire: il lavoro.
Il lavoro è qualcosa che può essere creato oppure è il lavoro l'unica attività umana che permette di creare qualcosa? E ammesso e non concesso che il Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica italiana lavori, può il suo lavoro veramente creare lavoro?

A meno che, con un decreto legge, assuma personale nel pubblico impiego a bizzeffe, senza aggravare ulteriormente la spesa pubblica (cosa che lo assomiglierebbe davvero a un demiurgo), il capo del governo non ha il potere di creare lavoro.

I suoi poteri sono limitati al favorire, attraverso degli opportuni interventi legislativi, le condizioni che rendano appetibile per gli imprenditori l'acquisto di forza lavoro.
Già, perché il lavoro non si crea, si acquista. Checché ne dica Renzi e con lui tutti i corifei che cantano le lodi del bravo imprenditore creatore di posti di lavoro, il lavoro non è una cosa creata ma comprata: esso è  una merce particolare, forza lavoro che è messa in vendita dal lavoratore per necessità (leggi: per sopravvivere) quale che sia la sua mansione. La forza lavoro è la merce magica che è alla base del sistema economico e produttivo capitalistico.

Chi compra forza lavoro, la compra per produrre valore di scambio (vale a dire merce che sarà commercializzata nella speranza di trovare il suo realizzo). Ma non è solo questo che la forza lavoro produce, perché se fosse solo questo, l'acquirente, ovverosia il capitalista, seppur geniale ideatore di merci allettanti, alla lunga si ritroverebbe con le pive nel sacco di una mancata accumulazione, una sorta di stallo per intenderci. Il punto è che chi produce merce destinata al valore di scambio cerca sempre di ottenere un sovrappiù rispetto al capitale investito per la produzione (capitale costante + capitale variabile); e l'unica cosa che rende possibile il plusvalore è il pluslavoro estratto a gratis dalla forza lavoro.

Ma torniamo alla “creazione di lavoro” di Renzi. Che cosa egli crea o vorrebbe creare, in realtà? Nient'altro che le condizioni per cui la forza lavoro acquistata, tramite le nuove regolamentazioni del mercato del lavoro definite nel cosiddetto Job Act, faccia ottenere al capitale più pluslavoro di quanto essa già adesso produce; il lavoratore, cioè, sarà costretto a offrire una maggiore eccedenza del suo lavoro in rapporto a quello che sarà il suo salario. Salario che sarà (che è) a malapena sufficiente per riprodurre la forza lavoro che dovrà (che deve) necessariamente vendere per sopravvivere. Il busillis è: nel contesto di produzione e di scambio globale, quanto questo regalo ai compratori di forza lavoro li alletterà nel cercare qui in Italia il plusvalore che tanto facilmente adesso ottengono altrove?

Aspetta che telefono prima a Squinzi. E poi a Marchionne.

mercoledì 19 novembre 2014

Ipse suos artos lacero divellere morsu

Per rimanere in salute e vivere più a lungo il segreto è digiunare. Lo afferma lo scienziato genovese Valter Longo che dirige l’Istituto di Longevità della University of Southern California. Astenersi dal cibo per alcuni giorni in diversi periodi dell’anno è un toccasana: «Prima si consumano le riserve, si atrofizzano gli organi ma poi inizia una vera rigenerazione»
L'avevo sempre sospettato: Marco Pannella camperà cent'anni e la prossima volta che digiuna, reclamando l'attenzione dei media, qualcuno dovrebbe risputatargli in un occhio
- Sì, ma lui fa lo sciopero anche della sete.
- Lo fa per essere ricoverato e digiunare sotto stretto controllo medico.
- Ma perché tu vuoi che muoia?
- No, vorrei solo avere il potere di Demetra e punirlo alla maniera di Erisittone: non tanto perché mangi sé stesso, quanto perché divori gli avanzi che restano del partito, il che equivale a mangiare il suo corpo.

Un giornale sottile

Il Foglio è un giornale interessante (attenzione all'aggettivo). Interessante perché offre, o cerca di offrire, punti di vista che vanno in controtendenza rispetto alle tendenze dell'attualità, agli stereotipi delle emergenze; un quotidiano che sa trovare i peli nel culo, ops, i peli nell'uovo dei personaggi in vista del momento, e che viceversa, sa trovare del sano, là dove quasi unanimemente, è considerato tutto marcio.

Prendiamo, ad esempio, la posizione che il quotidiano assume faccia alla crisi, nella fattispecie odierna faccia alla disoccupazione giovanile, in risposta alla provocazione di un video andato in onda su Anno Uno (Luigi Castaldi ne parla qui, riportando anche cosa Giuliano Ferrara pensa del filmato e, soprattutto, dei cosiddetti giovani italiani “poveraccisti”).

È chiaro che, come le anatre di Lorenz, i redattori di un giornale seguano la linea cacata dal Direttore, e quindi, Carlo Cerasa, notista politico, che fa? Va a intervistare un politico? Un economista? Un sociologo? No,va da un cuoco stellato, il famoso Antonello Colonna ristoratore de Roma, si presenta come giornalista de Il Foglio, e chiede di intervistarlo sulla disoccupazione giovanile e sul lavoro che non c'è.

Il signor Colonna, che in un primo momento si avvicina al tavolo di Cerasa squadrandolo come per dire, ma che cazzo vuole questo qui che mi ha fatto chiamare dal cameriere, appena il giornalista si presenta e propone di intervistarlo per quella gran forchetta di Ferrara, accetta di buon grado (in fondo, offrire un pasto a dei morti di fame è sempre un gran piacere per un ristoratore) e a domanda (?)
È sicuro di voler dire quello che sta per dire? 
risponde:
“Certo”.
Cerasa: “Allora diciamolo” 
Colonna: “Non è vero un cazzo. Gli italiani pensano di vivere in un paese in cui non esiste lavoro ma non riescono a capire che il problema è più sottile e mi verrebbe da dire drammatico. Non è vero che in Italia non c’è lavoro, non è vero che non ci sono posti di lavoro, non è vero che tutto il mercato è bloccato. E invece vero che c’è un problema diverso: che in Italia non c’è il lavoro che mediamente gli italiani sognano di fare”. 
Ah, mediamente... E che vordì? Sentiamo
Colonna: ““L’Italia è il paese del limbo sociale dove la percezione di quel che si vorrebbe fare è drogata da un sistema mediatico che indirizza i ragazzi verso percorsi spesso impossibili da realizzare. È la sindrome Master Chef: oggi tutti vogliono fare i grandi cuochi stellati ma quando un cuoco cerca un cameriere qualificato non lo trova nemmeno a peso d’oro perché l’idea oggi è che per arrivare al vertice di una piramide non sia necessario scalare la piramide gradino dopo gradino ma sia ormai doveroso provare ad arrivare in cima alla piramide facendosi lanciare con un paracadute. Purtroppo non funziona così e spesso i grandi chef prima di diventare chef devono fare tutta la trafila dal basso così come i grandi stilisti non possono diventare tali se prima non iniziano a utilizzare con intelligenza un po’ di ago e un po’ di filo. Da questo punto di vista i dati sul lavoro e sulla disoccupazione non sono veritieri perché una parte dei non occupati italiani non trova un’occupazione per una ragione semplice: non studia bene i movimenti del mercato.
Ah, il disoccupato non studia bene i movimenti del mercato. Cazzarola che chef raffinato. Cerasa, col boccone quasi deglutito, conferma riportando, indirettamente, le parole del cuoco:
“Pochi mesi fa, ricorda Colonna, il Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro ha pubblicato una ricerca significativa focalizzata sulle opportunità lavorative non sfruttate dai non occupati del nostro paese. Secondo la ricerca, nel primo trimestre del 2014 risultano essere circa 35 mila i posti disponibili che nessuno ha cercato e che nessuno ha accettato – 10 mila infermieri, 6 mila pizzaioli, 5 mila commessi, 2.400 camerieri, 1.900 parrucchieri ed estetiste, 1.350 elettricisti, 1.400 tecnici informatici e telematici. Dati simili a quelli pubblicati lo scorso anno dall’Istat. In Italia ci sono circa 150 mila posti per impieghi che nessuno cerca o vuole fare
Benissimo, il giornalista e/o il cuoco citano l'Istat di anno scorso. Io invece sono andato a vedere così dice l'Istat quest'anno, relativamente al settembre 2014:
Il numero di disoccupati, pari a 3 milioni 236 mila, aumenta dell'1,5% rispetto al mese precedente (+48 mila) e dell'1,8% su base annua (+58 mila). Il tasso di disoccupazione è pari al 12,6%, in aumento di 0,1 punti percentuali sia in termini congiunturali sia nei dodici mesi.I disoccupati tra i 15-24enni sono 698 mila. L'incidenza dei disoccupati di 15-24 anni sulla popolazione in questa fascia di età è pari all'11,7%, in calo di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente ma in aumento di 0,6 punti su base annua. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, ovvero la quota dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è pari al 42,9%, in calo di 0,8 punti percentuali rispetto al mese precedente ma in aumento di 1,9 punti nel confronto tendenziale.
Per limitarci ai giovani, dunque, i disoccupati sono 710.000, Un po' tantini anche per 150mila posti di lavoro bell'e pronti per essere occupati.
Approfittando della confusione delle cifre, Cerasa ha chiesto il conto e il Colonna, preso nel bel mezzo del suo ragionamento, ha risposto: «Prego, lasci stare, offre la casa. Ma prima, la prego, mi faccia concludere il ragionamento»:
“L’Italia del pigiama è un’Italia che vive in un regime assistito di assenteismo sociale in cui lo stato non permette a chi cerca lavoro di mettersi gli occhiali e indovinare la giusta direzione da prendere e in cui chi cerca lavoro non capisce che il modo peggiore per mettersi in gioco è quello di non accettare le sfide. Il mondo è diverso da come ce lo raccontano la tv, i giornali e i reality. Perché oggi, che ci si creda o no, si può diventare grandi anche puntando la propria vita su una porchetta di Ariccia”.
Cerasa alzandosi soddisfatto a pancia piena, ha vociferato fra sé e sé: «Sono diventato grande puntando su un'altro genere di porchetta, quella di Elefante.»

martedì 18 novembre 2014

W la diga



Questo sito lo conosco abbastanza. Quand'ero bambino, mio padre mi ci portava a vedere la diga in costruzione. È Romagna, ma una Romagna vicina, quella che disseta la riviera. 
Avevo paura dell'altezza, ce l'ho ancora, se guardo il vuoto, le gambe fanno fico. 
Un'estate, avevo dodici o tredici anni, andai in vacanza a pochi chilometri da quel posto, più in alto, in albergo con mia zia che aveva bisogno di una vacanza climatica. Una settimana bella. Non avevamo il bagno in camera e mi ricordo che di notte orinavo nel lavandino. 
«Fai scorrere bene l'acqua, mi raccomando».
«Certo, zia, certo».
C'era una giovane cameriera, poco più grande di me, che mi sorrideva. Aveva delle belle tette e io sognavo di essere da lei iniziato alle pratiche dell'amore. Rimase un sogno, la realtà limitò il contatto a frequenti partite di ping pong e al suo portarmi la sera la piadina con affettati e formaggio per cena.
Anni dopo, mi sembra quello in cui radio e discoteche erano dominate da Losing my religion, conobbi in discoteca una ragazza che abitava in un paese a pochi chilometri da quel posto, ma più in basso. Mi disse quella sera: 
«Vieni domani a trovarmi, che ti porto a vedere la diga».
Le risposi se conosceva quel detto di Robert Frost: “Scrivere poesie senza rima è come giocare a tennis senza rete”.
Lei non capì.
Se non capite nemmeno voi ve la spiego.
Comunque l'indomani andai a trovarla e lei era lì, puntuale all'appuntamento, ma col fratello.
Aveva capito la frase di Robert Frost con qualche ora di ritardo.



lunedì 17 novembre 2014

Puf


Questa gif è bellissima, incantevole. L'evoluzione spiegata con un vortice che si conclude con un puf, il pensiero, apice presunto raggiunto dalla nostra specie. Pensiero bolla di sapone che s'invola ed esplode nella buia immensità dell'universo. Much ado about nothing
Interessante notare come l'essere umano, una volta prodotto il pensiero bolla, si liquefa, si disfa.

Beh, pazienza: continuiamo a soffiare. 

Serata quirinalizia

Vedendo e ascoltando su Euronews che in Romania è stato eletto presidente della repubblica un cittadino appartenente alla minoranza tedesca della Transilvania, ho pensato che non sarebbe male che il prossimo presidente della repubblica italiana fosse Arno Kompatscher¹. 

Porca miseria, nonostante abbia un nome bellissimo che farebbe felice anche la Merkel, il politico altoatesino (o sudtirolese), attuale presidente della provincia autonoma di Bolzano, non ha ancora cinquant'anni.

Ho ripiegato quindi sul suo predecessore, Luis Durnwalder, politico e agronomo di lungo corso. Dal suo curricolo leggo:
«In 25 anni ha fatto 375 viaggi all'estero. Alle elezioni provinciali, dal 1973 in poi, ha raccolto 548.197 preferenze. Ha partecipato a 400 sedute settimanali del Consiglio provinciale per un totale di 1.500 giornate di lavoro. Ha partecipato all'inaugurazione di 150 caserme dei vigili del fuoco. Per 3.900 giorni ha ricevuto in udienza gli altoatesini fin dalle prime ore del mattino. È stato Presidente della giunta provinciale per 9.075 giorni. Ha preparato 3.200 discorsi per le brochure di feste ed eventi sul territorio provinciale.»
Chi meglio di lui dunque per succedere a Giorgio Napolitano? Tra l'altro, Durnwalder è stato insignito dei seguenti titoli:


Senza dimenticare questa controversia per tenerlo un po' sulle spine.


domenica 16 novembre 2014

La carità è la più redditizia delle virtù

[Tramite Malvino che segnala TopGonzo]

Badia Prataglia è una località montana dell'appenino toscano, al confine con la Romagna (Passo di Mandrioli). Come altre località del suo genere, Badia Prataglia conobbe, tra il finire dell'Ottocento e gran parte del Novecento, un fortunato turismo "climatico", quando viaggiare era difficoltoso e i signori benestanti delle città vicine cercavano posti ameni ove villeggiar d'estate all'aria buona.
Chiaramente, tutti gli alberghi costruiti all'epoca adesso sono vuoti o in crisi, rarissimi proseguono l'attività con profitto.

Una cooperativa romana, che si occupa di gestione e cura di profughi che hanno diritto d'asilo, ha chiesto al proprietario di uno di questi alberghi l'affitto dell'intera struttura per accogliere cento immigrati.

Gli abitanti di Badia (che sono poco più di settecento) si sono incazzati e sono andati in Regione a protestare perché essa è l'Ente che, insieme al Ministero dell'interno (credo), si occupa dell'allocazione dei profughi.

Il proprietario dell'albergo si è giustificato:
«Capisco i miei concittadini ma io da quando ho chiuso l'albergo non ho più lavoro e così mia moglie e i miei figli che invece potranno essere impiegati nella cooperativa».
E la cooperativa in oggetto è la Domus Caritatis di Roma. Un nome cristianamente caritatevole.

Stamani, mentre leggevo l'articolo su Repubblica Firenze, mia madre ha detto:

«Ma perché non li fanno stare in Vaticano 'sti affricani?».

«Perché il Vaticano non può prendere direttamente i fondi europei, ma’».

«Ne sanno una più del diavolo 'sti pretacci».

«Ché tu non pensavi che loici non fossero?».

sabato 15 novembre 2014

Semplicemente Putin

«Le asserzioni e le dichiarazione secondo cui la Russia sta tentando di costituire una sorta di impero violando la sovranità dei suoi vicini sono senza fondamento. La Russia non ha bisogno di un posto speciale ed esclusivo nel mondo, e desidero evidenziare questo fatto. Nel rispetto degli interessi degli altri, vogliamo semplicemente che i nostri interessi vengano presi in considerazione e che venga rispettata la nostra posizione.

Siamo tutti consapevoli che il mondo è entrato in un periodo di cambiamenti e di trasformazioni globali, nel quale è necessario usare grande cautela ed evitare mosse sconsiderate. Negli anni che hanno seguito la Guerra Fredda, gli attori della politica globale hanno in qualche modo perso queste qualità; ora è il momento di ricordargliele, altrimenti la speranza di uno sviluppo pacifico e stabile sarà soltanto un'illusione pericolosa, e il tumulto odierno sarà solo il preludio al collasso dell'ordine mondiale.» Vladimir Putin.

Se l'ordine mondiale crollasse potrei anche fottermene, se fossi un misantropo - ma non lo sono. Piuttosto è per filantropia che spero che crolli, anche se - so bene - il crollo attualmente farebbe tanto rumore, più o meno quanto la caduta sulla Terra dell'asteroide sul quale è atterrata la sonda di Rosetta.

[*]

Tuttavia, per quieto vivere, con la vista puntata giusto all'altezza del mio ombelico, non posso far altro che convenire con le sagge parole di Vladimir Putin, attualmente lo statista più in palla, secondo solo a José Mujica. Ha mille misfatti alle spalle e mille difetti, per carità, non ultimo l'amicizia fraterna con un noto pregiudicato italiano, e tuttavia le sue recenti mosse e deliberazioni sono state molto azzeccate (mi limito a segnalare la sua ferma opposizione al bombardamento USA Francia e GB della Siria di Assad, in cambio della consegna delle armi chimica da parte dell'autorità siriana. Mi sembra sia da quel momento che Putin è diventato particolarmente "sgradito" alle cancellerie occidentali).
Per curiosità, se avete tempo, leggete il discorso che il Presidente russo ha tenuto al Valdai Club e ditemi se è un'analisi fuori dalla realtà o mistificatoria come quella di tanti altri leader occidentali. 
Infine, quanto sono ridicoli i capi di stato e di governo del G20 che fanno a gara per mostrare a Putin quando sono fedeli al padrone americano. Non hanno alcuna dignità e rispetto per i popoli che rappresentano. Come il premier canadese Stephen Harper, che fa il grosso con l'ospite russo.
«Gli stringerò la mano, ma gli dirò una sola cosa, fuori dall’Ucraina».
Bene, a Bush, stringendogli la mano, hanno per caso mai detto fuori dall'Iraq? A Obama, stringendogli la mano, hanno mai rinfacciato che Guantanamo è ancora aperto? Tanto più che la Russia, pur fornendo aiuto logistico e balistico ai ribelli del Donbass, non ha invaso l'Ucraina. Ma tant'è.

venerdì 14 novembre 2014

Commercio equo e solidale


«Ecco questi sono Pietro e Lorenzo, hanno cinque mesi e due anni, e guarda come assomigliano a me da piccolo... Sentimento di onnipotenza? Sì, lo ammetto forse, ma è meraviglioso vedere la propria continuità. Cerco l’anonimato perché la mia famiglia non sa nulla, non capirebbero». Jens Nergaard
Oggi avevo un desiderio: non l'ho espresso, l'ho tenuto dentro, vada a consolarsi nell'inconscio insieme agli altri mille che di tanto in tanto si affacciano come falene al crepuscolo, giusto il tempo di una svolazzata e zac, arriva un pipistrello a papparsele, le carnose con le ali impolverate di cipria.
Meno male l'ho già dimenticato, così stasera non ci faccio a pugni ovvero non ci ragiono, non lo prendo per le corna, non lo valuto, mi limito soltanto a ricordarne la presenza, così, per celia, a dimostrare quanto io sia maturo nel saper colmare con un nonnulla i vuoti d'essere che reclamano, a volte fortemente, di essere riempiti.
Tengo a precisare che non ho alcuna vocazione monastica, che anzi volentieri mi abbandonerei al precetto wildeiano di cedere a ogni tentazione; il problema mio è che desiderio e tentazione non coincidono, perché quello che desidero di solito non è una tentazione, ma una manifestazione che le più volte riduco dentro i confini di un foglio elettronico. Così esisto, o almeno sembra. Altre, invece, mi lascio andare a un desiderio di onnipotenza, di ramificazione nell'esistente ma non in forma autocratica e pervasiva, forme in Italia classicamente rappresentate dalle facce a culo del comando, quanto eterologa e moltiplicativa, in forma prettamente anonima.
Per questo sovente mi reco in stanza d'albergo ove produco una parte di me per diffondere la mezza copia del mio sembiante. E coloro che accettano lo scambio, la diffusione di alcuni miei tratti per interposta persona, hanno un solo dovere nei miei confronti: dichiarare la mia irresponsabilità, la mia totale estraneità rispetto a quello che saranno le risultanze. Io offro un valore d'uso in cambio soltanto dell'uso della sua mano, signora.

Un miliardo di poveri in me.

Pensavo di essere me, tuttora lo penso, seppur miscelato col resto, con quello che fuori ci stava anche prima, anche durante, anche dopo, l'espressione del mio me che mai ha indugiato, se non per celia, a pensare di essere lo stesso anche senza il resto, anche solo, tipo il centro.
Ma il centro, come conferma ogni sana teoria dell'osservazione, non esiste, neanche Dio ci fosse sarebbe il centro, eventualmente - diciamo così per concessione all'assurdo - sarebbe dispersione. Così io mi adatto a disperdermi, come se fosse l'unico compito sensato di crescenza e decadenza insieme, mi sfarino e mi rimpasto, mi sbriciolo e mi ricompongo, saldamente ancorato a questo suolo, dentro il cerchio magico della biosfera. Qui piovvi, secondo dinamiche più o meno uguali a tutti, e iniziai la carriera di vivente, in un dato contesto storico e sociale.
Sono passati anni, più o meno il contesto è rimasto uguale, nella variazione determinata dallo scorrere del tempo, della storia, della società. Ho fatto cose minime, non ho scoperto niente di particolarmente rilevante, sì, ma adesso basta, questo post non voleva cadere nell'autobiografismo, solo esprimere che il me dentro di me non serve a niente se non incontra quello che c'è fuori. Di più, il me nemmeno sarebbe se lui stesso non fosse immerso in un qualcosa che c'è a prescindere dalla sua esistenza, il me è dentro l'assoluto, sciolto in esso, avete presente la particella di sodio nel Lete, ecco, qualcosa del genere.
Questo pippotto in premessa perché ho trovato sul Foglio quanto segue (cioè, non sul Foglio ma qui a gratis):
«La Banca mondiale, lo scorso 9 ottobre, ha pubblicato un rapporto sulla povertà nel mondo. I dati dicono che la percentuale della popolazione mondiale che vive in condizioni di povertà estrema – ovvero con meno di 1,25 dollari al giorno – è crollata dal 36,4 per cento del totale nel 1990 al 14,5 per cento nel 2011. È la più grande riduzione della povertà nella storia dell’umanità, circa 1 miliardo di poveri in meno»
Yu hu, c'è nessuno? Dove sono finiti i poveri? Si sono ridotti? Dove siete, poveri? Tutti a Tor Sapienza?
O poveri poveri, vi siete smarriti, vi siete appunto disciolti nell'Assoluto delle statistiche ufficiali? Oppure che altro, vi siete trasformati, cosa siete diventati per vostra disgrazia? Redattori del Foglio? O più semplicemente dei salariati, persone che per vivere sono costrette a vendere la loro forza lavoro a... a chi? Ma a chi gliela compra.
Ma chi gliela compra, come e quanto gliela paga?
Le statistiche della Banca Mondiale non lo dicono.
Posso dire una cosa della interpretazione delle statistiche della Banca Mondiale?
Dilla. 
Che è un'interpretazione da imbecilli o da pezzi di merda.
L'hai detto.
Chi l'ha detto?
Il mio me, un me disperso come una particella di sodio nel Lete.

mercoledì 12 novembre 2014

L'insensato prese forma

«Il senso prese la forma, lei si rifiutò e poi cedette. Ne nacque il pensiero, che aveva i lineamenti di tutti e due». Karl Kraus

Stasera non ho la forza di persuadere nessuno, quindi telefono, chiedo se sei libera e quanto vuoi, mi dici facciamo cento per una cosa tranquilla, ti ribatto che non sono tranquillo per niente, sono agitato, agitatissimo, non ti preoccupare tesoro, vieni, ne parliamo quando sei qui. 
E la forma mi apre la porta, vestita - anzi no, svestita, con indosso la divisa d'ordinanza, come se a me i reggicalze e il tanga neri bastassero a far nascere pensieri sensati. Saldo il conto, ma per favore, rimettiti cortesemente il pigiama a righe orizzantali made in Bangladesh, più i pedalini di cotone fatti in Cina, così ti passa il freddo con tutto quell'Oriente addosso.
Guarda che non sono venuto per prenderti, consumare i pasti freddi dell'amore; non sono io il senso, magari lo fossi, lo sto cercando, pensavo di trovarlo qui tra le pieghe del tuo forzato sorriso, o tra altre pieghe meno sorridenti.
Per cosa sei venuto allora? Per perdere e farmi perdere tempo? 
Per scrivere, perdita di tempo massima, per far uscire fuori il dentro e viceversa far entrare dentro il fuori. Ma non alla missionaria, no. 
Facciamolo strano: sulla tastiera, per esempio.

martedì 11 novembre 2014

Lei la scelse, la strada

Via
verra, s. f., femmina del verro.

Coincidentia oppositorum

«Seimila ulivi (parecchi dei quali centenari) sono davvero tanti. Sono un popolo. Tirarli giù con le ruspe per costruire una centrale elettrica (è accaduto in Turchia) fa probabilmente parte dei famosi “costi del progresso”. Che sono da mettere in conto, anche se nessuno è mai riuscito a spiegarci bene, quel conto, chi lo deve pagare. Non quantificabile, però, è la sensazione di lutto che ogni perdita di natura ci infligge. E non perché la natura sia “sacra” — spesso è crudele e capricciosa peggio delle compagnie che costruiscono centrali elettriche. Ma perché “sacro” è il tempo che è occorso alla vita per nascere e crescere, e azzerare ulivi è come azzerare secoli, e le generazioni che li hanno curati.
Il problema del “progresso” è che il suo bilancio è frettoloso. Legge nell’immediato le cifre dei suoi profitti, ma domani? L’impressione è che il progresso, per dirsi tale e per poterlo fare con una certa sicumera, debba ridurre il tempo a una variabile ininfluente. Gli oltraggi all’ambiente non si spiegherebbero altrimenti: oggi mettiamo in tasca quattrini, domani qualcun altro pagherà i danni, non è affar nostro. Oggi spianiamo seimila ulivi per avere energia; domani l’energia ci servirà, magari, per cercare disperatamente di resuscitare ulivi.» Michele Serra, L'Amaca, la Repubblica 9 novembre 2014


«“Stop invasione” è giusto, anzi sacrosanto. Ma stop a tutte le invasioni, anche a quelle botaniche. Invece gli italiani di ogni tendenza politica nutrono una crescente avversione per l’autoctonia arborea, segno di una più generale masochistica avversione per la propria eredità. In Toscana i compilatori del Piano territoriale regionale osteggiano addirittura il cipresso, sempreverde caro agli Etruschi prima che al Carducci. Mentre in Valpadana i privati, ebbri di infedeltà, disprezzano le essenze padane. A Canneto sull’Oglio, il paese dei vivai, mi dicono che gli aceri campestri non li vuole più nessuno: tutti comprano aceri giapponesi, canadesi, cinesi… Qualunque albero insomma, purché esotico, colorato, costoso e decadente. Tolkien diceva che “le radici profonde non gelano”. Ma se le radici le strappi, e al loro posto pianti le radici degli altri, farà fatica la tua cultura a superare l’inverno. Che a Canneto riprendano a vendere farnie, frassini, noccioli e cornioli: sarebbe un miracolo e sarebbe il segnale che gli italiani, razza di apostati, sono tornati a credere nell’Italia.» Camillo Langone, Il Foglio 11 novembre 2014


Come sono teneri, sensibili, appassionati difensori di quel che caro la natura offre (gli alberi) al loro sguardo di agiati benpensanti che palpitano per le sorti dell'umanità. 
Seppure da sponde diverse, una progressista e l'altra conservatrice, entrambi i corsivisti in oggetto segnalano come l'agire umano distorce il naturale corso delle cose, come vie più l'uomo sbarba le radici non solo degli alberi, ma le proprie, vuoi per una inspiegabile sete di profitto, vuoi per rompere del tutto i legami con la propria cultura d'origine e perdersi nel mare della globalizzazione. Ciccirillini, muà. Venite qui che vi diamo un bacino sulla fronte corrucciata, intellettuali che dai vostri altarini laici diffondete sermoni adatti a lavare le coscienze e muovere l'indignazione della mediocre borghesia italiana che gozzoviglia tra il Salone del Gusto di Torino e il Festivaletteratura di Mantova. 
Ma brutti che siete, brutti dentro, cariatidi che vi guardate bene dallo sputare, anche solo per una volta, nel piatto in cui mangiate - dentro il quale, se foste osservatori acuti, notereste la cenere degli ulivi e dei cipressi che tanto amate. Forse dopo vi verrebbe anche la voglia di chiedervi chi veramente brucia, spiana, omologa.

lunedì 10 novembre 2014

Di luogo in luogo

"Il Kazakistan - ha ricordato Karim Massimov [Primo Ministro kazako] rivolgendosi agli imprenditori italiani - appartiene all'Unione economica eurasiatica, che inizierà il suo lavoro nel 2015. Si tratta di un nuovo mercato, con una popolazione di 170 milioni di persone, con un grande potenziale per gli investimenti nell'economia kazaka, per la creazione di joint venture e per la produzione". [via Il Velino]

«Il capitale punta a produrre un paesaggio geografico favorevole alla sua stessa riproduzione e alla sua ulteriore evoluzione. Non c'è nulla di strano o di innaturale in questo: in fin dei conti lo fanno le formiche, lo fanno i castori, perché non dovrebbe farlo il capitale? Il paesaggio geografico del capitalismo, però, è reso perpetuamente instabile da varie pressioni tecniche, economiche, sociali e politiche, che operano in un mondo di variazione naturale e di enorme trasformazione. Il capitale deve forzatamente adattarsi a questo mondo che evolve selvaggiamente, ma ha anche un ruolo fondamentale nel plasmare quel mondo. […]
Il capitale deve essere in grado di resistere all'urto della distruzione dell'antico ed essere pronto a costruire sulle sue ceneri un nuovo paesaggio geografico. A questo fine debbono essere disponibili eccedenze di capitale e lavoro. Per fortuna, per la sua stessa natura, il capitale crea continuamente queste eccedenze, spesso sotto forma di disoccupazione di massa e sovraccumulazione di capitale. L'assorbimento di queste eccedenze attraverso l'espansione geografica e la riorganizzazione spaziale contribuisce a risolvere il problema delle eccedenze che non hanno sfoghi redditizi. […]
Il principio è questo: il capitale crea un paesaggio geografico che soddisfa i suoi bisogni in un certo momento solo per doverlo distruggere in un momento successivo per agevolare l'ulteriore espansione e la trasformazione qualitativa del capitale. Il capitale scatena le forze della “distruzione creatrice” sulla terra. Alcune parti ottengono i benefici della creatività, mentre altre portano il peso della distruzione. Invariabilmente, questo comporta una disparità di classe. […]
Le relazioni tra Stati possono essere ostili o collaborative a seconda dei casi, ma esistono sempre relazioni e conflitti geoeconomici e geopolitici che rispecchiano gli interessi caratteristici dello Stato e convertono le pratiche dello Stato in forme di azione che possono essere o meno coerenti con gli interessi del capitale […]
Quanta intensità ha avuto la forza dello sviluppo geografico disomogeneo per sfidare il capitale a reinventarsi? Senza sviluppo geografico disomogeneo il capitale sicuramente avrebbe subìto una stagnazione e avrebbe dovuto soccombere alle sue tendenze sclerotiche, monopolitistiche e dispotiche e avrebbe perso completamente la sua legittimità come motore dinamico di una società che pretende di essere civilizzata anche se rischia di finire direttamente nella barbarie. Liberare la concorrenza interurbana, interregionale e internazionale non è solo un modo fondamentale per cui il nuovo soppianta il vecchio, ma un contesto in cui la ricerca del nuovo, definita come ricerca del vantaggio competitivo, diventa determinante per la capacità del capitale di riprodursi. Soprattutto, lo sviluppo geografico disomogeneo serve a trasferire i fallimenti sistemici del capitale di luogo in luogo. Quei fallimenti sono un bersaglio in perpetuo movimento.»

David Harvey, Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo, “Contraddizione 11. Sviluppi geografici disomogenei e produzione dello spazio”, Feltrinelli, Milano 2014

Quanto letto credo aiuti a capire perché l'animale-Capitale non si è ancora estinto. Perché sinora è riuscito e riesce a trovare nicchie ambientali dove destinare la produzione di merci (di vario ordine e tipo), in modo da mantenere acceso il motore che consente la sua propria riproduzione, motore che è alimentato - ricordiamolo - dal carburante forza lavoro (dalla quale e solo dalla quale il capitale ottiene l'eccedenza che sta alla base del profitto monetario).

E così il capitale italiano cerca un po' di respiro in Kazakistan, dato che quello che guardava alla Russia, da alcune settimane non può, giacché vige una sorta di embargo del cazzo voluto dagli Usa e dalla Merkel per le note vicende ucraine.
Non c'è niente da fare: gli interessi del capitale più forte hanno la priorità. Lo sanno bene anche i produttori di mele polacchi, che in tale settore agricolo vantano un primato mondiale:
«La Polonia è il primo produttore mondiale di mele, l’anno scorso il raccolto è stato di tre milioni di tonnellate. E sono circa 100mila le aziende locali impegnate nel settore: nel 2013 sono state esportate mele per un valore di 430 milioni di euro e di queste il 55% e’ andato in Russia. Nessun Paese al mondo può assorbire tre milioni di tonnellate di mele polacche (… ), dobbiamo trovare altro modo di utilizzarle, magari convertirle in biogas» [via Internazionale]

domenica 9 novembre 2014

Ottantanove


Io nell'Ottantanove di novembre
anno del crollo del muro di Berlino
stavo con una ragazza che ebbe
per prima la grazia di farmi un

Non sapevo se quella che stavo vivendo
era una storia con la S maiuscola
Forse solo adesso comprendo
che quella grazia non tornerà mai più

La grazia di chi credette per un momento
(durato quasi due anni) che il mondo
trovasse un comune fondamento:
di libertà di pace di continuo godimento

Ma un muro crollato non significa niente
è come l'amore farfalla che svolazza
il mondo si è liberato forse per niente
io mi sono incatenato a quella ragazza

Dare troppo peso agli eventi è uno sbaglio
perché ogni minuto che passa li cancella
Il ricordo esenta dall'azione - nell'abbaglio
che la Storia fosse soltanto quella

e ciò che segue mera conseguenza.


La vita bassa dei sottosegretari

"Sulla scelta del prossimo presidente della Repubblica ci deve essere una convergenza di tutti. Se ci fosse una convergenza su un nome condiviso sarebbe un grande successo" Don Delirio Delrio.
Con «tutti» intendendo i parlamentari eletti con una legge elettorale dichiarata incostituzionale.
Ma fa niente, vero.

sabato 8 novembre 2014

Narrate uomini la vostra storia

Stasera vorrei raccontare una storia, ma mi manca la storia, mi mancano i personaggi, il contesto, il pretesto. Tengo tra le mani soltanto il filo del discorso, che svolgo ed avvolgo, sgomitolo e raggomitolo... Sarebbe meglio sapessi usare i ferri da maglia, come sapevano fare le nonne, le zie... 

Ero piccolo, girellavo in ginocchioni intorno a loro, strappavo il filo, ridevano e mi dicevano vai, Luca, vai in piazza a giocare. 
La piazza d'autunno di foglie di tiglio piena e lo scampolo di selciato sufficiente per tirare calci a un pallone arancione con le righe nere, che gol realizzavamo contro le saracinesche della casa di riposo, che tonfi, arrivava la guardia comunale per prenderci il pallone, ma noi scappavamo, scappavamo appena in tempo. Noi, intendo, quelli più o meno coetanei, ragazzetti che andavano alle elementari, sarà stato un giorno di novembre come oggi; e come secondo ricordo, riappaiono le prime sigarette fumate, che schifo, roba da grandi, le Kent, le Astor, amare come il fiele, roba aristocratica, ma erano così belli quei pacchetti sì diversi dalle Nazionali o dalle Esportazioni con o senza filtro che fumavano i nostri genitori proletari. Mille lire io le rubai a mia nonna, che se ne accorse e lo disse ai miei, e i miei che mi chiesero perché avessi rubato quei soldi alla nonna, io risposi per le figurine, anche se le figurine ancora non erano arrivate dal tabaccaio, fecero finta di niente ma mi dissero di non farlo più. Per contro, il fratello più grande di uno di noi, che seppe la cosa, voleva fare il giudice severo, punirci e, dato che faceva il secondo dell'allenatore di calcio, agli allenamenti ci disse a noi fumatori in erba ma non d'erba, che meritavamo uno schiaffo, ci mettessimo in fila ordinati per prenderlo, a iniziare da suo fratello che se lo prese per primo... e per ultimo, fummo abbastanza pronti per mandarlo affanculo lui, il prepotente, e il suo fascismo in erba.
E la storia minima era questa, uscita da chi sa quali recessi di una memoria che, in questi casi, rassomiglio al magma che cova e ribolle sotterra, pronto a trovare orifizi per uscire in superficie. 

A proposito di orifizi... ma questa è un'altra storia.

venerdì 7 novembre 2014

Post a luci rosse, facezie in codice ai lettori

Domani raccolta delle olive, ché s'abbia a essere unti.

Tutto può essere, niente di nuovo sul fronte, ci sono più cose in cielo e in terra di quante, eccetera. Per cui, figuriamoci se quanto sotto riportato non rientra nel campo del possibile:
[*]
Tuttavia, nel leggere il resoconto di cronaca, m'è sorto qualche dubbio, non tanto sulla veridicità che non sono in grado di corroborare o confutare, ma su come dalla fonte la notizia sia rimbalzata sulle agenzie e sulle altre testate online.
Scrive l'Ansa:
"Oggi gita in campagna". Era questo il messaggio in codice che due giovani e piacenti professoresse [¹] di una scuola superiore di Arezzo inviavano agli alunni prescelti per incontri erotici. I ragazzi, tutti maggiorenni, come riporta oggi La Nazione, si ritrovavano con le due donne di 38 e 43 anni, in un casolare di campagna preso in affitto all'uopo dalle professoresse. Divertimento per tutti, e nessun risvolto giudiziario essendo i ragazzi maggiorenni e consenzienti, fino a quando il marito di una delle due donne, insospettito per le assenze pomeridiane della moglie, non l'ha fatta seguire da un'agenzia investigativa che ha scoperto come la professoressa trascorreva le ore fuori casa. Non è dato sapere come la vicenda abbia influito sul rendimento scolastico degli alunni.
Conferma la Repubblica nella sua sezione “Firenze”:
"Oggi gita in campagna". Era questo il messaggio in codice che due giovani e piacenti professoresse [²] di una scuola superiore di Arezzo avrebbero inviato per sms agli alunni prescelti per incontri erotici. I ragazzi, tutti maggiorenni, si ritrovavano con le due donne di 38 e 43 anni, in un casolare di campagna preso in affitto all'uopo dalle professoresse. Divertimento per tutti, e nessun risvolto giudiziario essendo i ragazzi maggiorenni e consenzienti, fino a quando, come riporta oggi La Nazione, il marito di una delle due donne, insospettito per le assenze pomeridiane della moglie, non l'ha fatta seguire da un'agenzia investigativa. L'agenzia, dal suggestivo nome 'Ombra', specializzata in indagini su infedeltà, ma anche divorzi e divisioni patrimoniali, ha scoperto così come la professoressa trascorreva le ore fuori casa. Il giorno prescelto per gli incontri, tutti insieme docenti e insegnanti, raggiungevano in auto il casolare degli appuntamenti, un luogo molto isolato in piena campagna.

"Abbiamo reso nota la storia perché è già trascorso del tempo dal fatto", racconta l'agenzia. "Il nostro cliente - spiega all'Ansa Antonio Monforte, investigatore privato di 'Ombra' - ha superato ormai lo choc, decidendo di separarsi dalla moglie con la quale non ha voluto avere più nulla a che fare".

La vicenda pruriginosa ha creato non poco scalpore ad Arezzo tanto che in città si grida allo scandalo anche perché le due insegnanti, non essendoci stata alcuna denuncia essendo i ragazzi maggiorenni, risultano ancora al loro posto di lavoro.
Qui sorgono i primi dubbi: primo, come sarebbe a dire che l'investigatore privato di Ombra ha spiegato all'Ansa, se l'Ansa nella sua news online non menziona tale dichiarazione, bensì anch'essa dà la notizia ricavandola da La Nazione? Secondo, è molto, molto sospetta la motivazione che ha spinto l'agenzia investigativa a diffondere la notizia.

Così, vincendo quella sorta di repulsa a prescindere che nutro per il Quotidiano Nazionale e per la Nazione in particolare, sono andato a vedere cosa veramente scrive la fonte.
Arezzo, 7 novembre 2014 - Sembra stare dentro una sexy-commedia di genere di quelle che andavano di moda fra gli anni settanta e ottanta, con le attrice bellone, come Edwige Fenech e Gloria Guida, e l'immancabile Pierino di Alvaro Vitali. Solo che il sogno proibito di generazioni di liceali era diventato realtà: si faceva sesso con le professoresse, generose non solo di consigli scolastici e di lezioni ma anche di altro. Lo scandalo lo ha scoperto un'agenzia investigativa privata, messa in moto dal marito di una delle prof: mia moglie è diventata assente [³], non so cosa le stia succedendo. Lo hanno capito gli 007 dopo qualche appostamento. Due insegnanti dell'ultimo anno avevano allestito una tresca in grande stile con gli studenti. Figurarsi che avevano persino affittato un casale in aperta campagna che era il teatro degli incontri proibiti. Quando la giornata era quella buona, bastava un sms in codice: "Oggi gita in campagna". Chi doveva capire capiva e il pomeriggio veniva dedicato al ripasso delle lezioni. Solo che non erano lezioni di latino ma un pochino più spinte. Scoperto il tutto, agli investigatori dell'agenzia Ombra (www.ombra-security.it) si è posto il problema di come informare il marito dello strano vizietto della sua signora. Si è optato per la consulenza di uno psicologo che ha assistito gli 007 al momento di spiegare tutto a chi lo aveva ingaggiato. Come abbia reagito lui non si sa, chissà se le prof a luci rosse sono state costrette a cambiare abitudini. O magari solo villino.
Penso che a questo punto non dovrebbe essere spiegato niente, dacché delle due (anzi: delle tre) l'una: o quelli de La Nazione per vendere qualche copia in più del loro insulso giornale si sono inventati di sana pianta la notizia; oppure quei furbetti dell'Agenzia Ombra (c'è anche il link!) hanno fatto abboccare il redattore locale all'amo della pubblicità diretta gratuita; o, più verosimilmente ancora, La Nazione e Ombra si sono messi d'accordo in modo da reclamizzare sottobanco l'Agenzia con una notizia che sicuramente ha mosso qualche rincoglionito in più a comprare il quotidiano stamani e, forse, domani nelle edicole di Arezzo e provincia.
Arrivato a questo punto, io, più che sapere chi siano le eventuali professoresse milf e gli eventuali studenti boys, io sarei curioso di sapere quanti effettivi clienti in più chiederanno consulenza investigativa per sapere di essere cornuti.
Infine, nel remoto caso il marito tradito esista, fossi lui non so in che misura, ma credo che - nonostante sia «trascorso del tempo dal fatto» - con un buon avvocato potrei regalarmi un bel posto al sole coi soldi dell'Agenzia Ombra, così imparano ad essere investigatori segreti sul serio.

[¹] e [²]
Come cazzo fanno a sapere che le professoresse sono giovani e piacenti?

[³]
Non è possibile che una professoressa non sappia darsi una giustificazione.