lunedì 24 aprile 2017

Frontespizio

Tra fronte e mani la distanza
è relativa
dipende da come le avvicini
o le allontani
dal pensiero che di te ho avuto mentre
camminavi
ogni tanto sfiorandoti le tempie
per scostare
i capelli che invano
tentavano di togliere luce
alla tua fronte.

Di fronte alla mia fronte
le tue mani sono pronte:
a farsi ponte
per collegare le due sponde:
o un transponder
per ricevere un segnale
proveniente dallo spazio.
Quale spazio?

Le tue mani e la tua fronte
qui di fronte
alle mie mani e alla mia fronte
specchio a specchio
e un respiro che lo appanna:
il sapore del fiato
lo saprà l'amore.





domenica 23 aprile 2017

Inseguendo una libellula in un prato


 §§§
« Gli economisti hanno un singolare modo di procedere. Non esistono per essi che due tipi di istituzioni, quelle dell'arte e quelle della natura. Le istituzioni del feudalesimo sono istituzioni artificiali, quelle della borghesia sono istituzioni naturali. E in questo gli economisti assomigliano ai teologi, i quali pure stabiliscono due tipi di religioni. Ogni religione che non sia la loro è un'invenzione degli uomini, mentre la loro è una emanazione di Dio. Dicendo che i rapporti attuali - i rapporti della produzione borghese - sono naturali, gli economisti fanno intendere che si tratta di rapporti entro i quali si crea la ricchezza e si sviluppano le forze produttive conformemente alle leggi della natura. Per cui questi stessi rapporti sono leggi naturali indipendenti dall'influenza del tempo. Sono leggi eterne che debbono sempre reggere la società. Così c'è stata storia, ma ormai non ce n'è più. C'è stata storia perché sono esistite istituzioni feudali e perché in queste istituzioni feudali si trovano rapporti di produzione del tutto differenti da quelli della società borghese, che gli economisti vogliono spacciare per naturali e quindi eterni.
Anche il feudalesimo aveva il suo proletariato: i servi della gleba, in cui erano racchiusi i germi della borghesia. Anche la produzione feudale aveva elementi antagonistici; che, se si vuole, possono essere ben designati come il lato buono e il lato cattivo del feudalesimo, senza pensare che è quello cosiddetto cattivo che finisce sempre con l'avere il sopravvento. È il lato cattivo a produrre il movimento che fa la storia, determinando la lotta. Se all'epoca del regime feudale gli economisti, entusiasmati dalle virtù cavalleresche, dalla bella armonia fra i diritti e i doveri, dalla vita patriarcale delle città, dalle condizioni prospere dell'industria domestica nelle campagne, dallo sviluppo dell'industria organizzata in corporazioni, e corpi dei consoli e maestri d'arte, ecc., infine da tutto ciò che costituisce il lato buono del feudalesimo, si fossero posti il problema di eliminare tutto ciò che offusca questo quadro - servitù, privilegi, anarchia - che sarebbe avvenuto? Sarebbero stati annullati tutti gli elementi che costituivano la lotta e si sarebbe soffocato in germe lo sviluppo della borghesia. Insomma, si sarebbe posto l'assurdo problema di eliminare la storia.
Quando la borghesia l'ebbe vinta, non vi fu più questione né del lato buono né di quello cattivo del feudalesimo. Ad essa andarono le forze produttive che si erano sviluppate per mezzo suo sotto il regime feudale. Tutte le vecchie forme economiche, le relazioni di diritto civile loro corrispondenti, lo stato politico che era l'espressione ufficiale dell'antica società civile, vennero spezzati.
Così, per ben giudicare la produzione feudale, è necessario considerarla come un modo di produzione fondato sull'antagonismo. Bisogna mostrare come la ricchezza veniva prodotta all'interno di questo antagonismo, come le forze produttive si sviluppavano di pari passo all'antagonismo delle classi, come una di queste classi, il lato cattivo, l'inconveniente della società, andasse sempre crescendo finché le condizioni materiali della sua emancipazione non furono pervenute al punto di maturazione. Non è tutto ciò sufficiente per dire che il modo di produzione, i rapporti in cui si sviluppano le forze produttive, sono tutt'altro che leggi eterne, ma corrispondono invece a un grado di sviluppo determinato degli uomini e delle loro forze produttive, e che un mutamento sopravvenuto nelle forze produttive degli uomini comporta necessariamente un mutamento nei loro rapporti di produzione? Poiché innanzi tutto importa non essere privati dei frutti della civiltà, delle forze produttive acquisite, è necessario infrangere le forme tradizionali nelle quali quelle sono state prodotte. Da questo momento, la classe rivoluzionaria diviene conservatrice.
La borghesia ha inizio con un proletariato che a sua volta è un resto del proletariato dei tempi feudali. Nel corso del suo sviluppo storico, la borghesia svolge necessariamente il suo carattere antagonistico, che all'inizio si trova ad essere più o meno dissimulato, non esiste che allo stato latente. A misura che la borghesia si sviluppa, si sviluppa nel suo seno un nuovo proletariato, un proletariato moderno; si sviluppa una lotta fra la classe proletaria e la classe borghese, lotta che, prima di essere sentita dalle due parti, individuata, valutata, compresa, ammessa e infine proclamata ad alta voce, non si manifesta, all'inizio, che attraverso conflitti parziali e momentanei, attraverso episodi di sovversivismo. D'altra parte, se tutti i membri della moderna borghesia hanno i medesimi interessi in quanto formano una classe contrapposta a un'altra, hanno però interessi opposti, antagonistici, in quanto si trovano gli uni contrapposti agli altri. Questa opposizione di interessi deriva dalle condizioni economiche della loro vita borghese. Di giorno in giorno diventa dunque più chiaro che i rapporti di produzione entro i quali si muove la borghesia non hanno un carattere unico, semplice, bensì un carattere duplice; che negli stessi rapporti entro i quali si produce la ricchezza, si produce altresì la miseria; che entro gli stessi rapporti nei quali sì ha sviluppo di forze produttive, si sviluppa anche una forza produttrice di repressione; che questi rapporti producono la ricchezza borghese, ossia la ricchezza della classe borghese, solo a patto di annientare continuamente la ricchezza di alcuni membri di questa classe, e a patto di dar vita a un proletariato ognora crescente. »


Karl Marx, Miseria della filosofia, 1847

O la storia va avanti o si ritorna al feudalesimo. Tertium non datur, se non l'apocalisse.

sabato 22 aprile 2017

Non mi è chiaro

Su Facebook, ho visto un video di Marco Dambrosio (Makkox) dal titolo Questo ti è chiaro?

Non mi è piaciuto perché veicola un messaggio che serve soltanto a tranquillizzare le coscienze benpensanti faccia alla crisi generale e storica del modo di produzione capitalistico. La prendo larga, giacché occorre allargarli i confini del conflitto in atto, altrimenti si riduce il tutto a un gioco di specchi, di simmetrie rivalitarie amico-nemico, offrendo soluzioni semplicistiche (tolleranza, accoglienza), che, contro il terrorismo di matrice islamica, risultano ben più impotenti rispetto a quelle che si ha la pretesa di rendere ridicole (intolleranza, rifiuto, scontro di civiltà).


[Io non sono un metropolitano; tuttavia non credo che vi siano negli agglomerati urbani molte occasioni di incontrare una simile scenetta consolatoria, dove la famigliola medio borghese trendy occidentale accoglie con affabile urbanità la famigliola trendy mediorientale.]

Che vi sia un odio generalizzato nei confronti del potere, dell'establishment in generale, è cosa piuttosto pacifica. Esso è ancora molto a livello sotterraneo, come brontolio di pancia che nei più si esprime elettoralmente a favore di chi meglio lo sa rappresentare (in Italia, attualmente, M5S). 
Nelle banlieu occidentali, tuttavia, tra gli emarginati o gli integrati a mezzo servizio della globalizzazione, che soffrono di risentimento generalizzato e di conseguente voglia di rivalsa, dopo o a fianco della criminalità organizzata, l'ideologia islamista offre dei parametri di pacificazione mentale ben più elevati delle benzodiazepine.

Morta ogni critica generale al sistema politico ed economico borghese, venute meno le ragioni del terrorismo rivoluzionario di matrice comunista (nessuno oggidì si sogna di lottare per diventare come Cuba) sulla piazza delle ideologie che hanno la pretesa di correggere (non rivoluzionare) le storture del sistema capitalistico, l'islamismo radicale promette un'ordinata società classista regolata sui precetti del Corano.



«Gli stranieri - in particolare: i musulmani - sono il bene. Dobbiamo accoglierli nel modo migliore possibile, fargli costruire moschee ovunque, dobbiamo far sì che la regola e il diritto coranici entrino a far parte della nostra cultura, in particolare: bisogna che le donne portino il velo e zitte e mute a servire il marito e il padre perché così parlò il Profeta».

Ebbene, se la radio diffondesse tali messaggi consolatori, il terrorista islamico in pectore si sentirebbe dispensato dall'azione? In Francia, i crimini commessi a Tolosa, a Parigi, a Nizza si sarebbero potuti evitare con tale fair play?

Per quanto le ideologie religiose si somiglino tutte, quelle monoteistiche in particolare, occorre evidenziare il fatto che l'islam - per ragioni storiche e in virtù del neocolonialismo americano - è ancora una religione da addomesticare dal lato secolarizzazione, in particolare nella sua moderna versione salafita che fornisce un corredo ideologico prêt-à-porter - cospicuamente finanziato dalle gerarchie saudite per tenere lontano dai loro centri di potere il conflitto per una auspicabilissima rivoluzione araba per la presa del potere dei Re Soli che siedono sul trono senza alcuna preoccupazione¹ - molto valido sotto il profilo motivazionale e di sacrificio di sé in vista di un orizzonte ultramondano che giustifica le peggio merdate in vita.

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¹ Non sostengo con ciò che i sauditi abbiano finanziato direttamente i terroristi islamici, ma che i terroristi islamici non hanno mai messo in atto moti rivoluzionari nel cuore stesso dell'islam: forse perché - mi ripeto - come è organizzato il potere da quelle parti non è un problema per loro, ma un'aspirazione.

giovedì 20 aprile 2017

La Palice


D. Perché queste cose non succedono mai a Ryad, ad Abu Dhabi, a Dubai, a Doha?

R. Perché sono città-capitali appartenenti a stati islamici realizzati.

Senza Sarin

Per quel che vale, contro i criminali di guerra sauditi e contro americani e inglesi e tutti i governi che non dicono pio, governo italiano compreso, ecco il mio misero aiuto. Per conoscenza.

mercoledì 19 aprile 2017

Logiche da esposizione

La conferenza (2)

In questa vita di trattenimento, la scrittura ha una logica da esposizione. Non solo resoconto, cronaca degli accadimenti, pensieri sugli stessi, ma aggiunta che impone il suo valore, a percentuali alterne, in modo assolutamente indiretto, mediato ovviamente dalla riflessione, da una messa in scena nei cui titoli di coda compare un solo nome: me. A riempire i vuoti. A svuotare i pieni (i pesi sulla coscienza). A spingere le possibilità, o a trattenerle sull'orlo di precipizi imminenti. A volare (rasoterra). A sprofondare (in superficie). 
Ecco l'artefice del suo destino. Potrebbe urlare un lettore ingenuo, non sapendo – o facendo finta di non sapere – che è già tanto, in queste latitudini e in quest'epoca stupefatta, aver la grazia di regolare il proprio intestino. 
Ho capito che cosa ho scritto? O devo diventare esegeta di me stesso?

***
Il pubblico fece una piega strana alle domande. Alcuni si addormentarono di botto sulla spalla sinistra della persona seduta accanto e, se per qualcuno fu piacevole sentire il morbido di una guancia esausta, ad altri, questo contatto umano, provocò fastidio e l'urgenza di esserne sollevato.

Quattro timide mani tentarono un applauso che venne subito rintuzzato da una bordata di sbadigli. Qualcuno tossì, ma stranamente non contagiò nessuno.
Lei si alzò prudentemente dal suo posto, per non disturbare gli addormentati della fila o non per far diventar tale l'amica. Lui la vide e il timore che lasciasse la sala e la sua conferenza a metà fu subito fugato da un suo sorriso sospeso che pareva la seguisse, come un aquilone.

martedì 18 aprile 2017

Una conferenza

Una platea non tanto gremita. Una conferenza di poco conto, tipo festival della filosofia organizzato in una cittadina di provincia. Tra il pubblico, la vedo. Non è sola, bensì accompagnata da quella che credo sia un’amica più anziana, almeno dall’aspetto. Lei, invece, ha sempre lunghi capelli del suo biondo naturale, leggermente sbiadito dalla raggiunta maturità. La saluto con un cenno, troppa gente intorno, tra poco devo salire sul palco, non vorrei deconcentrarmi. Ma l’amica ne approfitta, sento che mi chiede qualcosa, anche se la distanza non mi fa capire cosa. Sono costretto ad avvicinarmi per sentire meglio, per osservare meglio la camicetta di lei aperta sulla primavera. «Qual argomento tratterà stasera?», mi chiede l’amica con fare eccitato, più che altro per mostrare al pubblico sedutole accanto che mi conosce, conosce colui che tra poco salirà sul palco a conferire di filosofia.

«Mi spiace, non posso anticipare niente». 

[...]

lunedì 17 aprile 2017

Crisis in Three Scenes


Sempre in forma, il caro Woody [via].

Grammaticarsi

«Un altro aspetto interessante della trattazione, trascurato dalle grammatiche scolastiche, riguarda un aspetto del significato lessicale dei verbi che può avere effetti sull'espressione della temporalità (si tratta del modo d'azione, o azionalità, o Aktionsart): se dico cado, pur usando un presente, mi sto riferendo a un futuro perché il verbo ha un significato puntuale e imminenziale. Se dico abito esprimo invece uno stato durativo, il cui punto di inizio si colloca nel passato. Sempre per motivi legati al significato aspettuale, il verbo essere (capostipite dei verbi di stato) non ha mai avuto il - da alcuni compianto - trapassato remoto: non ci sono di fatto circostanze in cui io fui stato prima che fossi.» Cristiana DS

***
1) Dunque, per evitare cadute imminenziali (stare alla larga dagli scandali, dalle pietre di inciampo), è bene non dire cado, per non sentirsi poi rinfacciare, come a Simon Pietro: - Te l'avevo detto: ammazzalo quel gallo e facci il brodo.

2) «Se dico abito esprimo invece uno stato durativo». 

Quanto sarebbe bello poterlo dire anche dicendo scopo.


3) «Non ci sono di fatto circostanze in cui io fui stato prima che fossi»

In effetti, se l'Angioleri avesse scritto
Io fui stato fuoco
il sonetto si sarebbe subito bruciato.

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Le presenti freddure (tutta colpa delle risate a denti stretti della nota rubrica), mi sono servite soltanto da scusa per dire che il blog di Cristiana DS è davvero un bel luogo, non solo da un punto di vista grammaticale.

domenica 16 aprile 2017

Oli devoti

Sono stato alla messa. Il prete, dopo la lettura del Vangelo (Gv, 20), nell'omelia ha ricordato che furono delle donne (Maria di Magdala, Maria di Giacomo, Salome [Mc, 16, 1]) a scoprire la tomba vuota, perché esse si recarono di buon mattino al sepolcro con degli «oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù» [Id.].

Ma Gesù non c'era più. 

Ora, non per essere dissacrante, ma credo che - anche in considerazione del fatto ch'Egli era l'Unto del Signore - se almeno un vangelo avesse raccontato di Gesù risorto mentre le donne lo massaggiavano¹ con oli profumati, beh, la storia della cristianità - e forse della civiltà in generale - sarebbe stata meno misogina.

***
A parte, ma mica poi tanto.

Poco distante da me, in chiesa, c'era una donna che aveva con sé un cane, taglia media, ben educato, dall'aspetto simpatico, che voleva sedersi sulla panca accanto a lei. 

Per associazione, non posso quindi non ritrascrivere i miei preferiti versi pasquali:

È la Pasqua, la Pasqua, la Pasqua!
Corro in bagno, riempio la vasca,
perché al suono di tante campane
la mia anima puzza di cane.

Toti Scialoja, La mela di Amleto, Garzanti, Milano 1984
________________
¹ A prescindere dal fatto che certi massaggi facciano sempre resuscitare.

sabato 15 aprile 2017

Anche le formiche nel loro piccolo piangono

In questi giorni, complice la primavera, un esercito di formiche ha invaso alcune zone di casa (gli inconvenienti di abitare a pianterreno, in campagna). Di solito, come difesa, spargo borotalco e appiccico nastro adesivo da pareti per tappare le minime fessure degli stipiti, del battiscopa, del cartongesso che copre la canna fumaria di cucina. Ma quando ciò non basta, tocca, purtroppo, ucciderle. A me non piace affatto ammazzare le formiche; ma per quanto dica loro di tornare da dove sono venute, fornendogli pure lasciapassare zuccherini, non c'è niente fare: non parliamo lo stesso linguaggio. Il loro capo, la loro mente (la regina) impone loro di agire sino al sacrificio estremo. E, inevitabilmente, per non ritrovarmele persino dentro il letto, o gli scaffali di cucina, le uccido. Tuttavia, quando vedo alcune di loro che, a sprezzo del pericolo, prendono resti delle loro compagne morte per riportarle, chissà con quanta fatica, al loro ospedale da campo, quasi mi commuovo ed esito un istante, ricordando a me stesso un post scriptum di una lettera che Eduard (padre del narratore del romanzo Clessidra di Danilo Kiš*) scrive alla sorella Olga il 5 aprile 1942 alla vigilia della Pasqua ebraica:
«P.S.  È meglio trovarsi fra i perseguitati che fra i persecutori.»**
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* Uno dei libri più belli che abbia letto in vita mia.
** Magra consolazione credere che, in questo caso, i persecutori siano le formiche.

venerdì 14 aprile 2017

In corpore vili

Il Sole 24 Ore
Le motivazioni che spingono il governo a incorporare un corpo statale a un altro sono sfuggenti; e i cronisti che ne danno conto si limitano a pappagallo a riferire quello che il governo dice, questo:
«Anas entra nel gruppo Ferrovie [dopo l'ok del cdm e il via libera della Ragioneria dello stato]. Nel decreto altre due norme: la prima, che costituisce una precondizione, è la soluzione che consente, con circa 700 milioni derivanti da risparmi di gare, di risolvere larga parte del contenzioso che ha oggi l'Anas con gli appaltatori e che vale circa 9 miliardi; la seconda, voluta dal ministro delle Infrastrutture Delrio, consente di accelerare il decollo delle opere previste dal contratto di programma Anas-governo quando passerà il via libera del Cipe.»
A mio avviso, tali spiegazioni, pongono domande alle quali il cronista avrebbe dovuto tentare - almeno parzialmente - di rispondere, poiché così passa al pubblico soltanto l'idea che tale incorporazione è cosa buona e giusta perché fa risparmiare le casse dello Stato e, in più, fa “decollare” gli investimenti infrastrutturali. Ora, a) in base a quale artificio contabile lo Stato può risolvere il contenzioso da circa 9 miliardi di euro che Anas ha con gli appaltatori con soli (!) 700 milioni di euro? b) perché per far partire le opere previste (costruzione di strade, immagino), occorre che Anas sia incorporata dalle Ferrovie? Forse perché FS, valendo di più sul mercato, fa da garanzia a...  chi? Allo Stato? 
«Rispetto alle ipotesi di fusione Fs-Anas circolate nelle settimane scorse, la soluzione trovata dai ministeri dell'Economia e delle Infrastrutture è più articolata [corsivo mio] e prevede l'acquisizione della società Anas come è oggi da parte del gruppo Fs. In questo modo la società stradale manterrà la sua autonomia¹. L'operazione di trasferimento non avverrebbe a titolo gratuito, ma con aumento di capitale di Ferrovie effettuato dallo Stato con il conferimento di Anas. Questa soluzione consente di mantenere invariato il patrimonio dello Stato, che era l'obiezione mossa dalla Ragioneria. In sintesi, oggi lo Stato ha un valore patrimoniale di 38 miliardi circa di Fs e di 2 circa di Anas. Dopo tale operazione lo Stato avrebbe un valore patrimoniale di Fs di 40 miliardi circa, mantenendo immutato il saldo complessivo».
Famo a capisse: il governo incorpora Anas dentro Fs perché quest'ultime son più ricche e consentono un indebitamento meno pericoloso e offrono così migliori garanzie per gli investimenti infrastrutturali che il governo ha promesso. Infatti, come si legge altrove:
«Un altro snodo fondamentale per il buon esito del matrimonio è che la norma permetta alla nuova entità di rimanere al di fuori del perimetro della Pubblica amministrazione, in modo da non sovraccaricare il debito che verrà contratto per gli investimenti sul bilancio dello Stato.»
Sbaglierò, ma credo che, anche dopo una distratta analisi (la mia), si capisca abbastanza che lo Stato è alla frutta e il governo, per sfamare il mercato, raschi dalle bucce dei frutti statali la parte residua; cioè a dire: per vendere debito che dia l'impressione a chi lo compra d'esser ripagato, il governo porta al monte dei pegni gli ultimi gioielli di famiglia, in questo caso le Ferrovie che faranno, appunto, da garanti agli investimenti infrastrutturali di Anas. E se un domani i soldi per far fronte ai debiti non saranno trovati, magia: sarà venduta (ai privati, con sconto) qualche tratta di ferrovia. In fondo è ciò che - in altri termini - è già accaduto con Autostrade per l'Italia che magicamente è finita nelle mani di certi magliettai del cazzo che mi piacerebbe tanto espropriare per commemorare il centenario della rivoluzion.
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¹ [urlando] «Eh? Icché t'ha' detto?»

giovedì 13 aprile 2017

Fossimo animali

Il Papa ha ragione, ma solo in parte e additando le colpe soltanto su fantomatici signori della guerra. È vero, c'è tanta voglia di scatenare la guerra e i principali detonatori sono quei fottuti capitani dell'impero americano, imperatore compreso. Mi ero timidamente illuso che Trump potesse, d'accordo con Putin, sedare per qualche lustro i focolai bellici sparsi in vari luoghi del globo. E, invece, peggio che mai. Almeno Obama - che non politicamente certo non lodo - era intelligente, non impulsivo. Questo attuale è uno stronzo che pare vada dietro - dopo il conforto dei suggerimenti della Grande Armata - anche alle suggestioni delle figlie.

E poi dietro il giornalismo morto e defunto, compreso il nostro. La completa sudditanza dei governi alleati. Il dramma è che, almeno a livello mediatico, riescono ancora a coinvolgere, a trovare assenso globale per decisioni che seguono logiche che vanno contro ogni logica del bene comune e dei diritti umani che tutti sostengono difendere.

Tuttavia, il bisogno impellente di scatenare la guerra ha un unico motivo: tentare di far ripartire il meccanismo inceppato della valorizzazione del capitale. Cento milioni di dollari sparati a cazzo per accuse false al cosiddetto animale siriano danno un forte stimolo all'industria bellica, con tutto quello che ne consegue, richiamo dei riservisti (molti dei quali indebitati col revolving) compreso.

P.S.
Se Assad è un animale, i principi sauditi a quale categoria del regno dei viventi appartengono?


mercoledì 12 aprile 2017

Pasture mediatiche

«Le pecore non portano il foraggio ai pastori per mostrare quanto hanno mangiato, ma lana e latte sono il prodotto esterno della pastura che hanno assimilato internamente: e tu alla gente comune non sciorinare i principi filosofici, ma esponi i risultati che derivano dalla loro digestione».

Epitteto, Manuale, 46, edizione Garzanti 1990


Aldilà della pastura filosofica assimilata (non molta), credo di aver sempre rispettato il precetto sopra trascritto, avendo esposto in questo luogo, quasi esclusivamente, i risultati delle mie digestioni. Stronzate comprese.

Il vantaggio è che qui, in questo luogo, chi legge, non è gente comune, perlomeno io tale non la immagino, come fanno, per esempio, un Renzi o un Di Maio nei blog o social account, i quali, seguendo l'esempio dei loro rispettivi maestri (è necessario scriva chi?), si rivolgono precipuamente alla gente comune sciorinando a essa principi di vario genere, colmi di stereotipi e di fallacie. Purtroppo da importazione.

martedì 11 aprile 2017

Gli insegnamenti degli uccelli

Nei cambiamenti di casa delle donne certezza non v'è!
Negli spostamenti dei cani randagi certezza non v'è!
Nelle piogge dei cieli primaverili certezza non v'è!
Nei culi dei somari certezza non v'è!
Nel basso dei ventri soddisfatti certezza non v'è!
Nel marito della puttana certezza non v'è!
Negli spostamenti degli zoppi certezza non v'è!
Nelle amicizie degli esseri certezza non v'è!

La preziosa ghirlanda degli insegnamenti degli uccelli, Adelphi, Milano 1998


La campagna, in certe ore del giorno, le più quiete, offre l'opportunità di ascoltare vari tipi di suoni e rumori. Tra questi, il canto degli uccelli. Uno in particolare si è insinuato nella mente a tal punto col suo fraseggio che mi sono ritrovato spesso a riprodurlo con una goffa e semi inconscia imitazione. Da quando, però, realmente mi sono accorto della corrispondenza del mio fischio con quello del suo autore (mi spiace non saperne il nome, perché ancora non sono riuscito a individuarlo tra i rami a cantare), mi capita spesso di ripetere il fraseggio subito dopo che lui l'ha eseguito, come una sorta di eco. Mi domando se gli darà fastidio, ovvero se disturberà la sua azione di richiamo - probabilmente amoroso. In tal caso me ne scuso, ma vorrei sapesse che il mio scopo non è quello, bensì un altro, questo: comparare la mia voce alla presente - e viva - stagione, prima che voli un'altra volta via.