mercoledì 28 giugno 2017

Manipolatori di elezioni cercasi


Dopo l'epidemia di morbillo che miete vittime come una trebbiatrice miete grano quando circola sull'asfalto, un cyber attacco colpisce l'Italia pesantemente, colpendo soprattutto le teste dei titolisti e dei giornalisti in generale. 
Ma Kiev avverte: 
«Russia cercherà di manipolare vostre elezioni».
Intanto ha manipolato gli articoli la e le; ed è tutto dire.

È interessante constatare come i media italiani, da buon ultimi, ripetano le stesse trame imbastite prima dai media statunitensi e poi anche da quelli francesi  Gli hacker russi, ingaggiati dal Cremlino, manipoleranno "anche" le nostre elezioni. E sia. Nondimeno, prima di pubblicare stronzate, sarebbe opportuno farsi delle semplici domande. Per esempio, la manipolazione: a vantaggio di chi sarà fatta? Berlusconi, Salvini, Renzi, Grillo, Meloni perché già appoggiata da La Russa? Ma soprattutto: in che modo, visto che ancora neanche noi italiani sappiamo con quale sistema elettorale andremo a votare? O meglio: sarà per timore dei russi che la questione è stata rimandata a settembre?

Ahimè! E io che dell'Ucraina avrei voluto sapere come è andato il raccolto del grano, parte del quale sarà esportato nel nostro paese e utilizzato dai principali pastifici. O anche sapere come sta Julija Tymosenko, se dispone ancora la treccia sulla testa come fosse un'aureola e se le sue gambe eleganti sono (spero tanto per lei) ritornate a ballare. Non certo per me.

martedì 27 giugno 2017

Moolta a Google

«L’Unione Europea accusa Google di mostrare – nelle sue pagine dei risultati – link verso siti per gli acquisti online che pagano per essere messi in evidenza, senza dare spazi ad altri motori di ricerca dedicati esclusivamente allo shopping come Kelkoo. Secondo la Commissione, la dimostrazione più evidente è il pannello con le anteprime dei prodotti che Google mostra in testa alla sua pagina dei risultati quando si cerca uno specifico prodotto: se si cerca “pentola a pressione”, il motore di ricerca mostra una serie di anteprime con prezzi e caratteristiche che rimandano direttamente al sito del venditore. Per finire in quella posizione privilegiata, i venditori pagano Google come per i classici annunci pubblicitari mostrati in testa nella pagina dei risultati. I siti che offrono servizi analoghi, cioè che permettono di confrontare i prezzi di un prodotto tra diversi venditori, dicono di non essere messi in evidenza a sufficienza nelle pagine dei risultati e di subire la presenza del pannello con le anteprime, che porta gli utenti a non utilizzare o notare i loro servizi.» via
Invece di multare Google (e altre multinazionali del settore) perché non paga(no) le tasse specifiche di ciascuna nazione dove opera(no), i commissari europei emettono multe per questo genere di infrazioni; e ciò, a mio avviso, è un po' come imporre un limite di velocità in un tratto di strada mentre le auto stanno circolando e senza installare cartelli che per indicare le nuove disposizioni. 
Che Google, da tempo ormai (e da oggi non più, fateci caso), mettesse in evidenza gli annunci sponsorizzati, se ne era accorto anche mio nonno, al quale - pover'anima - gli avevo insegnato a scorrere la rotella del mouse in basso per evitarli e scegliere con un pochino più di autonomia.

Ma veniamo al dunque: dato che Der Kommissar, Margrethe Vestager, pretende di avere miliardi, nel caso li ottenga, si può sapere dove li metterà? Rifonderà quei siti che, poverini, «permettono di confrontare i prezzi di un prodotto tra diversi venditori»? Oppure pagherà un caffè a tutti gli utenti che non ne avevano notato i servizi?

Il deliquio del capitale

«Gli svenimenti, comunque, sono diminuiti nell’ultimo anno: da 1.800 nel 2015 a 1.160 nel 2016. Lo ha assicurato Cheav Bunrith, direttore dell’ente di previdenza cambogiano» via
Gran parte dell'abbigliamento che compro e indosso è prodotto in Cina e in altre nazioni del Sud-Est asiatico. Devo dunque sentirmi, seppur in parte minima, responsabile delle condizioni di lavoro in cui sono costrette a lavorare le operaie e gli operai del settore tessile e calzaturierio di quegli stati?

No.

Non cominciamo con le colpe e con la coscienza creativa del consumo responsabile. Per un paio di Asics decenti ci vogliono almeno una settantina di euro (scontate), e che? devo spenderne settemila per non far svenire le addette alla produzione?

Sono dunque colpevoli Nike, Asics, Puma, VF Corporation, eccetera - nella fattispecie: il management che - in virtù della globalizzazione - ha dislocato la produzione in stati dove lo sfruttamento della forza lavoro è massimo e i diritti dei lavoratori al minimo?
Sì e no. Sì, nel senso che sono responsabili di adeguare la produttività dell'azienda agli standard previsti per essere competitivi sul mercato globale, pena il declino e, poi, il fallimento dell'azienda; no, perché questo adeguamento non lo fanno perché sono cattivi insensibili e inumani (anche se ci mettono del suo), ma perché, appunto, al sistema produttivo capitalistico fotte sega quali sono le condizioni di lavoro delle operaie e degli operai, l'importante è spremere per estrarre il succo, il pluslavoro, che è l'unica sostanza che aggiunge plusvalore al valore investito. Per non scimmiottare la questione, rimando a Olympe de Gouges, perché spiegare la faccenda meglio di così...

Sono per caso i governi di quelle nazioni a essere responsabili perché permettono alle multinazionali di imporre un regime produttivo ai limiti del servaggio?
Neanche. Nella competizione globale, alle nazioni con una struttura socio-economica arretrata e che non hanno ricchezze copiose nel sottosuolo, non resta che gareggiare con il capitale umano presente nel proprio territorio, per sfruttarlo in modo estensivo - e sottocosto.

E allora, anche questa volta, la colpa muore vergine?
No. Il problema è che il colpevole non è qualcuno, bensì qualcosa di impersonale: un sistema di riproduzione sociale che fa dell'uomo un mezzo e non il fine. È la logica del valore il vero responsabile della crisi che investe il consorzio umano.
Lascio la parola a Samuele Cerea che, nell'introduzione al libro di Robert Kurz, Il collasso della modernizzazione, Mimesis, scrive:
«Nella società moderna plasmata dal valore le relazioni umane su cui si fonda la riproduzione sociale devono prendere necessariamente la forma dello scambio di merci e della transazione monetaria e gli individui sono membri della società a pieno titolo solo in quanto venditori della loro forza-lavoro».
Ecco, care operaie cambogiane, piango con voi, ma sappiate che i vostri svenimenti - oltre a pagarvi un piatto di riso e poco più - sono una garanzia di identità. 

Che fare? 
Per il momento non mi sembra che ci sia qualcuno in esilio in Svizzera.

domenica 25 giugno 2017

Centostronzi

«L'ormai ex re del prosecco - che a partire dagli anni Novanta ha progressivamente trasferito patrimonio e aziende ai figli - si è presentato alla caserma della guardia di finanza di Vicenza assieme ai penalisti che lo assistono».

A volte, sotto l'effetto di un buon bicchiere (non di prosecco del cavalier Zonin), esagero e mi escono di bocca cose.
Per esempio: ne avessi facoltà, io domani alla figlia di Riina concederei il bonus bebè.

Stasera, per l'appunto, ho aperto una bottiglia di Placido Rizzotto rosso
Placido Rizzotto Rosso
prodotto nelle terre libere dalle mafie.
Ne avessi facoltà, io domani esproprierei tutti i tenimenti passati di mano ai figli di Zonin e sulle etichette delle bottiglie scriverei: vino prodotto nelle terre libere dai presidenti di banche che non sapevano nulla delle frodi compiute dai direttori operativi.

Serve a poco, lo so. Le mafie e il malaffare continueranno a esistere. Tuttavia, una gioia ogni tanto consola.

sabato 24 giugno 2017

Incomprensioni 3

Avevamo da poco superato lo stretto di Hormuz quando Annalisa chiamò per dirmi, tutta contenta, che era una bambina. Mi ero espressamente raccomandato con lei di farmi sapere il sesso di nostro figlio, per prepararmi, per pensare a come affrontare questo evento, giacché se fosse stato maschio, credo che avrei dovuto premunirmi, chiamare un medico specialista in traumi infantili, uno psicologo dell’età involutiva, perché ciò è stata la mia infanzia: una involuzione, un avvolgermi su me stesso fino a che non mi sono dispiegato per le vie del mondo.

«Come è carino tuo figlio, ma guarda come è carino, sembra una bambina» ripetuto cento, mille, quarantadue volte al giorno da quelle stronze di amiche e conoscenti di mia madre, addirittura le zie di Varese e di Brescello, al telefono, la domenica mattina per salutare i rispettivi fratelli, i mie genitori, «Come sta Luciano, mandaci le foto, ma perché non lo porti a Milano a fare i provini per la pubblicità». Stronze. Carino… bellino... un amore... una sega.
Non ero padrone di andare comprare un litro di latte che c’era sempre qualche adulta a sorridermi e farmi una carezzina al capo o darmi un pizzicotto sulla guancia. E i miei amici, a scuola e fuori al parco, giù a prendermi in giro, a chiamarmi Luciana, o Lucilla, a farmi le linguacce e io a maledirli prima, inutilmente, a fare finta di niente e sopportare, una tortura.
Una volta diedi persino uno schiaffo a uno più piccolo di me, perché rideva quando i grandi mi sfottevano. I grandi, già, ci provai a reagire con uno, ma prevedibilmente ebbe la meglio, mi spinse a terra e dopo stetti peggio che mai.
Soffrivo perché, sebbene – a sentita dire – di aspetto lo fossi, io non mi sentivo affatto effemminato, non percepivo dove risiedesse tutta la carineria che mi attribuivano, so soltanto che non mi portava bene coi miei coetanei, e non mi fregava niente se mi teneva in auge coi grandi: mi avessero fatto toccare i seni, le signore, o infilarmi sotto le sottane, mi dicevo piuttosto consapevole dei miei desideri anche da piccolo. Per la verità, una signora c’era che mi stringeva a sé, forte al petto, ed era una delle poche volte che sopportavo di buon grado tutte quelle smancerie.
Il primo moto di ribellione che ebbi fu quel giorno in cui mia madre decise di portarmi dal barbiere (anziché dalla sua amica parrucchiera, ch’era in ferie), e gli dette anche le indicazioni come farmi i capelli: ebbene, io ricordo che al barbiere dissi di tagliarmeli di più, quasi a zero e di usare lo stesso rasoio che usavano per la barba, sentire quel cr cr di taglio strappo sui ciuffi di capelli mi infondeva forza e voglia di avere già vent’anni e di andare via. Che scenata gli fece mia madre al povero Millimetro che, impassibile, si accese un’esportazione senza filtro e si mise a spazzare via i capelli dal pavimento.
[...]

venerdì 23 giugno 2017

A tratti

A tratti la vita
presenta dei fatti
che sembrano darti
l'impressione
di avere il controllo
di essere al centro –
e tutto dintorno
pare che ruoti in funzione
del tuo desiderio.

A tratti diversi
la vita ti prende alle spalle
e l'impressione
di avere il controllo
svanisce, il centro
si perde in un gorgo
di misfatti e niente
gira come vorresti –
e ti arrendi.

A tratti
la vita neanche la vedi
perché vivi come se fosse
per sempre:
e quanti ritardi
inutili attese
zero rimpianti
decisioni mai prese
ché la vita ti sembra
permanente.

A tratti
vivere una vita da distratti:
non prestare attenzione
a quello che passa
nella bolgia dei fatti
tra vita che passa
e vita che sta 
morire ignorando
che la vita finisce
è l'unico scampo
che il dolore lenisce.

A tratti
vivere una vita da matti
rinchiusi ma capaci
di liberarsi in vita
della vita intesa come condanna:
fumarsi una canna
riempirsi di baci
distesi sull'orlo del vuoto
come dei gatti
in attesa di un sogno 
che faccia cadere
con un colpo di reni
all'impiedi
(occhi su occhi
mani su seni).

giovedì 22 giugno 2017

Basta tabù




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E se alimentassimo la rete idrica con la metà della produzione annuale vinicola italiana (mediamente 22 milioni di ettolitri), soprattutto con quei «vinelli leggiadri dai tannini smussati»?

mercoledì 21 giugno 2017

La tristezza e Lagioia

Ho letto un'intervista a Lagioia e, in certi punti, mi è saltata addosso una tristezza che voglio condividere.
William Faulkner è il grande poeta epico del Sud. Tutti siamo voluti essere dei suoi allievi, e tutti ci siamo illusi di aver imparato qualcosa da lui. García Márquez, Malcolm Lowry, Mo Yan e tanti altri non avrebbero scoperto i propri stessi mondi d’appartenenza se William Faulkner non avesse sfondato per tutti una ben determinata porta. Il suo speculare non è James Joyce, come si crede, ma Franz Kafka, che è il grande scrittore del Nord almeno quanto Faulkner agita lo scettro (che a seconda dei momenti è un bastone pastorale o una bottiglia di gin) sull’altra parte del mondo.
Sfondatori di porte su Rieducational Channel. Ma soprattutto: se uno riflesse un po' su Faulkner come “grande poeta epico del Sud” e Kafka “come grande scrittore del Nord”, non gli verrebbe naturale toccarsi le palle - pubblico femminile compreso - e verificare che una è a Est e l'altra a Ovest?
Non parto mai per un’avventura senza Dylan. Con il Salone del Libro mi ha molto aiutato: quando c’era da fare muro contro muro con qualche interlocutore, lo mettevo in cuffia mezz’ora prima, ed ero pronto a giocarmi il tutto per tutto.
Anche per prendere il Bari-Molfetta, Jokerman a palla?
Augh.
A prescindere dal merito - e non discuto che Lagioia sia meritevole, può essere, come no, alla radio è bravo - se il prezzo per dimostrare di esser intellettuale organico-poeta laureato-maître à penser è lasciare i propri centesimi di cultura all'intervistatore che - con domande piuttosto del cazzo - ti elemosina saggezza, fatemelo dire, meglio essere evasivi, orsù, l'oracolo di Delfi non dice né nasconde, ma accenna, e i nomi tutelari, i santini, ognuno se li tiene nel proprio portafoglio, ogni tanto gli dà una sbirciatina, mica ti danno crediti formativi, su, importa sega cosa ascolti in cuffia e cosa leggi la sera prima di addormentarti e fare incubi, o meglio: se ne vuoi parlare sii preciso, non generalizzare, entra nel dettaglio, disorienta, ché i punti cardinali, diovoglia, li sappiamo già.

martedì 20 giugno 2017

Made in


Dalla Cina. No, perché quegli altri, iPhono compreso, vengono da Marte.

Con preghiera di

- Buonasera Dio.
- Buonasera uomo.
- Che cosa pensi delle preghiere?
- In che senso?
- Ti piacciono?
- Non mi fanno né caldo, né freddo.
- Come mai, allora, la preghiera si è imposta come la principale forma di comunicazione tra noi e te, o Altissimo?
- E daje con questo Altissimo (poro Renato). Che cosa vi fa supporre che io sia altissimo? 
- Era per usare un superlativo assoluto.
- Lascia stare. Comunque: le preghiere, secondo me, sono una forma inutile di ossequio.
- Come si ossequiano i signori...
- Esatto.
- Ma tu essendo il Signore, meriti forme di ossequio adeguate, come le preghiere.
- Io farei anche a meno, dacché al novantanove per cento sono lagne inenarrabili. 
- Come il rosario?
- Chi Rosario? Dawson? Mica tanto lagna, lei.
- E del Padre Nostro che ne pensi?
- A tratti è passabile. La prima parte, per esempio, mi localizza (sono, infatti, nei cieli. Quali? Mistero della fede), mi santifica, mi sprona a governare l'universo. La seconda, invece, con tutte quelle richieste (Dacci , Rimetti, Non ci indurre, Liberaci) un po' mi infastidisce.
- Perché non sei in grado di soddisfarle?
- Riguardo al pane: non ci sono problemi, vedi quanto ne va sprecato. Riguardo ai debiti: risanare le banche, dalla Goldmann e Sachs, a Banca Etruria, mi sembra già abbastanza. Riguardo alle tentazioni: suvvia, che nel momento stesso in cui mi chiedete di non indurvi in tentazione, pregate, in cuor vostro, di essere tentati... e a buon fine. Riguardo al male, dovete capire una cosa: o sono un Dio d'amore e allora sono impotente, o sono un Dio onnipotente e allora il male è possibile. In vista di che cosa? Misteri della fede.
- Annunciamo la tua morte o Signore...
- Aspetta che mi tocco...
- ... proclamiamo la tua Resurrezione
- ... in attesa della mia venuta.
- Un Dio sacrilego.
- Macché: io sono tutto fuorché una faccenda seria.
- Un Dio antropomorfo.
- Non bestemmiare, please.
- Più ti parlo e più sei sfuggente.
- E lasciami sfuggire. Soprattutto: lasciatemi divertire. 
- Le preghiere, dunque, non ti divertono?
- No: mi tediano. Questo perché, contrariamente a quanto sostiene il Catechismo, la preghiera non eleva le vostre anime a me, ma le atterra nella mediocrità, perché figurati se io ho bisogno di sentirmi ripetere tutti i giorni, per x miliardi di volte al giorno, che io sono questo e quello: lo so chi sono. Piuttosto voi non sapete chi siete e che cosa realmente volete in quanto mortali che credono a me, perché così passa il caso della tradizione nella quale le vostre menti imberbi sono ficcate. Io, se esisto (a volte lo metto in dubbio, ma è una faccenda mia), vorrei interlocutori in grado di interloquire, non di ripetere a babbo morto sempre le stesse parole che nella ripetizione perdono ogni significato.
- Ma perché, allora, le autorità religiose parlano della bontà della preghiera, insegnandola e prescrivendola?
- Perché la preghiera costringe il pensiero dentro un riflesso condizionato. 
- Uhm. Questa frase mi dà pensare.
- E tu pensa. Anzi, no: prega.

domenica 18 giugno 2017

Incomprensioni 2

Poi un giorno, durante una breve vacanza a Sirmione – un cameriere dagli occhi lucidi ci aveva appena servito del luccio  –, i suoi crucci non furono più confortati dallo svolazzio dei balestrucci e me lo disse, chiaro e quadrato come il tavolo del ristorante dove eravamo seduti: voleva sposarsi, ma più ancora: voleva un figlio, subito. 
Sua sorella, più giovane di cinque anni, era alla seconda gravidanza, la sua amica aspettava dei gemelli, e lei, lei che sino al quel momento non aveva fatto della maternità un obiettivo, ecco, adesso lo diventava, voleva un bambino, era il momento giusto, trentasette anni, non poteva più aspettare, anche se prima non solo non aveva aspettato, proprio non ci aveva pensato, ecco tutto, mentre adesso ci pensava, domandandomi, inoltre, perché io non avevo ancora chiesto il trasferimento in ufficio, com’era previsto dal contratto, giacché, dopo un tot di anni, l'azienda consentiva di far domanda e lavorare sulla terra ferma, alla distribuzione di quello che finora avevo contribuito a trasportare via mare.

Un figlio. Io non ci avevo mai pensato a un figlio. Anche quando alcuni colleghi prendevano congedo per la nascita della prole e poi, dopo alcune settimane, rientravano in servizio entusiasti e coi cellulari zeppi di foto del neonato, ebbene, ciò non mi faceva alcun effetto, non sentivo scoccare alcun desiderio analogo – e non solo perché nessuno, tra i miei colleghi,  era un punto di riferimento o modello. No. A meno di non essere folli, la nostra epoca non consente di idealizzare alcun individuo, casomai una situazione, uno status, un immaginario collettivo che imprime nelle nostre tavole di cera certe forme del desiderio piuttosto di altre. A parte questo, penso però che il vero motivo per cui non ero mai stato assalito dal pensiero della paternità è che quando ricordavo la mia infanzia pensavo al periodo più infelice della mia vita e l'ultima cosa che volevo era rivivere una medesima tristezza negli occhi di un altro bambino, soprattutto se fossero stati gli occhi di mio figlio.

Ma di questo racconterò un'altra volta, se ci sarà tempo (se ci sarà voglia).

Dopo cena, nella confortevole camera d'albergo, Annalisa era euforica e della sua decisione e per aver bevuto qualche qualche bicchiere di Lugana in più. Temevo il peggio. E infatti. 

In quindici anni di fidanzamento era la seconda volta che prendeva l'iniziativa. La prima fu quando, dopo due anni, le dissi che non ero convinto di noi due, ch'era meglio prendersi una pausa. La secondo fu quella sera, quando sentii le sue mani scivolarmi addosso come acqua di lago: le dissi che avevo bisogno di una doccia.

venerdì 16 giugno 2017

Incomprensioni

Ho deciso di lasciare da parte tutte le incomprensioni, casomai fruttassero come i buoni postali, con tassa agevolata al 12,50% e garantiti dallo Stato. Ho in vista diventare chiaro, limpido, trasparente come un paio di lenti appena uscite dall'officina Galileo, precise, potenti, che permettono di contare tutti i buchi della luna, e riempirli, con le incomprensioni rimaste nel portafoglio. Anche dietro, dark side of the moon, là dove tignola e ruggine non hanno speranza di attecchire.

Io le avevo spiegato come stavano le cose e l'intenzione che avevo di procedere, piano, quindici anni di fidanzamento sembrano troppi, ma non c'è mai fine al conoscersi, si cambia in continuazione, in capo a pochi anni ogni cellula del nostro corpo è rinnovata e, sebbene abbiano conservato le stesse istruzioni scritte nel genoma per riproporsi com'erano prima, le cellule sono via via più attente a non lasciarsi trascinare in patimenti inutili, giocano di conserva,  se ne fottono - e se lei non ha capito, capirà e sennò pazienza, io ce l'ho messa tutta per essere chiaro, limpido, trasparente come uno specchio della Rinascente sul quale milioni di donne in capo a un anno lasciano la loro immagine riflessa e catturata da apposite società di marketing che, sulla base di algoritmi specifici, determinano usanze e costumi della stagione successiva.

Il lavoro, ecco: tutta colpa del lavoro. Viaggiare sulle petroliere porta via tempo, di porto in porto, molto al largo, passando talvolta dagli stretti. Quanta pace a bordo, però. Quanto tempo per pensare, scrivere, far di conto. Quindici anni, tre lustri, vedersi ogni tot mesi, felici di stare insieme dopo tanto, fare questo e fare quello, di nuovo separarsi, rattristarsi, eppure, dopo, dopo un tot di mesi, ritrovarsi e via daccapo.
[...]


Iva soli

«C'est triste des gens qui se couchent, on voit bien qu'ils se foutent que les choses aillent comme elles veulent, on voit bien qu'ils ne cerchent pas à comprendre eux le pourquoi qu'on est là. Ça leur est bien égal. Ils dorment n'importe comment, c'est des gonflés, des huîtres, des pas susceptibles, Américains ou non. Ils ont toujours la conscience tranquille». 
Louis-Ferdinand Céline, Voyage au bout de la nuit


Più o meno è vero: abbiamo la coscienza tranquilla, da brave ostriche.  La sera, la notte arrivano e che vuoi fare? Vuoi metterti a litigare con te stesso sullo Ius soli? Non posso. Fossi lussemburghese, forse. Mi batterei con vigore affinché altri non lo diventino. Ma italiano, suvvia, lo sia chiunque: che c'è di prezioso in sé nell'esserlo? Il parlarlo e lo scriverlo, forse. Altro? Ad esempio: pagare la tassa di circolazione dell'auto, della caldaia e dei pannelli solari alla Regione di appartenenza?

Per risolvere la questione: io darei la cittadinanza onoraria a tutti coloro che la richiedono, indistintamente. Con l'Iva al 22%.

mercoledì 14 giugno 2017

Baci

«Devo andare», mi disse con una punta d'incertezza che io colsi, per cui non mi mossi, restai seduto, doveva alzarsi lei, tra l'altro dovevo finire il mio caffè ristretto, lo lascio sempre raffreddare da quella volta che mi scottai la lingua il giorno del nostro primo appuntamento, il giorno del nostro primo bacio, che le detti, appunto, con la lingua ustionata e fu più patire che godere, ma io non glielo dissi mica, che pativo, questo è il punto, in quel momento persino una spina su un fianco non avrei percepito, epperò volevo dirglielo adesso che se ne stava andando, che mi lasciava così su due piedi (non ho mai capito perché la gente si lasci su due piedi e non su due mani, o altro, per esempio, cinque o sei dita, due pollici, un orecchio da mercante e un occhio per occhio dente per dente, se mi lasci, ti lascerò anch'io, che credi, la prossima volta magari, appena me ne darai il tempo), senza preavviso, senza avermi dato il tempo di mettermi la camicia di jeans, quella che trovava sexy quando me la sbottonava, lentamente, e si metteva ad giocherellare con quei pochi riccioli che ho sul petto, «Sai, lo facevo spesso anche a mio padre», «Oddio», rispondevo «io non posso ricordarti lui, mi vedi? sono toto coelo differente», «Per questo mi piaci, per questo voglio stare con te, io ho ammazzato Edipo da giovane, che credi», «E ti credo, certo che ti credo; magari se però scendi con quella mano ti crederei di più», ecco, e tu aumentavi il sorriso a dismisura, che diventava un sole, e io, occhiali non avendo, per non abbagliarmi, chiudevo gli occhi, eccetera.

Disse ancora: «Devo andare», ma con maggiore esitazione, come se aspettasse da me una preghiera per fermarla. Quindi ripose il cellulare nella borsa, estrasse il portafogli, controllò l'importo dello scontrino, vi pose sopra i soldi, mi guardò con aria incerta, forse aspettando un saluto, una lacrima (o insulto e uno sputo?), si levò dalla sedia, ma non completamente, come chinandosi per controllare non le fosse caduto qualcosa ai piedi e, in quel momento, posai la mia mano sul suo braccio e dissi: «Aspetta. Concedimi ancora qualche minuto».

Non riuscii a interpretare se nel suo sguardo vi fosse più un'espressione contrariata o soddisfatta. Credetti alla seconda, per predispormi a un discorso meno astioso, più tenero e melanconico, che – speravo – avrebbe potuto instillare in lei un minimo di ripensamento. Perché aveva scelto di stare con me, in fondo? Perché, beninteso, là dove non ci sono rapporti di forza o di potere sono quasi sempre le donne a scegliere. «Perché avevi un'aria interessante, parlavi bene, ma soprattutto: sapevi ascoltare. Vedevo i tuoi occhi seguire i miei occhi e non le labbra mentre sillabavano le parole della mia storia. Tu – anche adesso, per dire – mi guardi negli occhi mentre parlo e io, parlando, mi sono sentita, forse per la prima volta, interamente ascoltata. Prima di te, soltanto la professoressa d'italiano delle superiori mi aveva guardato così mentre parlavo, e infatti: nonostante abbia fatto ragioneria, dopo mi sono iscritta a lettere, grazie a lei».
«E, grazie a me, a che cosa ti iscriverai, adesso?»
«Non fare lo scemo: dimmi che cosa dovevi dirmi».
«Vorrei baciarti, un'ultima volta».
«Non posso»
«Non puoi o non vuoi?»

«Non posso: mi sono bruciata la lingua con quella cazzo di tisana».