martedì 27 settembre 2016

Ponti elettorali.

Dopo che, un mesetto fa, ne ha inaugurato uno Erdogan, sul Bosforo.
Mentre ne prepara un altro Putin, in Crimea.
Ecco che arriva un boccaperta a dire: «Perché no? Facciamolo, ché crea centomila posti di lavoro*». 

Pensavo voti.

lunedì 26 settembre 2016

Bellissime immagini

Nel reclamare un abbassamento dei toni da una parte delle opposizioni, in particolare dagli avversari grillini tanto tremendamente incattiviti contro di lui, Matteo Renzi - nella sua quattrocentoquarantaquattresima enews - mostra la seguente immagine:


che descrive così:
«C’è una bellissima immagine che ha fatto il giro del web in questi giorni: è Michelle Obama che abbraccia affettuosamente l’ex presidente e avversario politico George Bush.»
Facile interpretazione: è possibile che Renzi abbia pensato, qualora al referendum vincessero i no e ci fosse prima una crisi di governo e poi un ricambio al vertice della segreteria del Pd, che la Raggi possa riservargli l'onore delle armi con un analogo abbraccio affettuoso.
Nonostante ciò: bellissima immagine un cazzo. C'è un vecchio stronzo rincoglionito, criminale di guerra che dovrebbe essere imprigionato per il resto dei suoi giorni (e che invece si gode la pensione da presidente emerito), il quale, durante una commemorazione di salcazzo in cui fa l'idiota (come sovente gli capita), è abbracciato dalla first lady attuale - bella signora, non c'è che dire, ma la bellezza dell'immagine dove sarebbe?
Michelle lo abbraccia, è vero, e tuttavia a me sembra che nel farlo serri le labbra e allunghi la bazza, forse in senso di ribrezzo per evitare che un coriandolo di forfora dell'abbracciato possa finirgli in bocca; o forse perché anche lei (come Renzi sopra) prefigura il destino suo e del marito, costretti a partecipare a commemorazioni, non più da protagonisti, bensì da comprimari, e per questo obbligati in futuro a fare gli idioti per strappare un po' d'attenzione agli obiettivi fotografici. 

domenica 25 settembre 2016

Alla Calenda greca

Mario Seminerio schernisce la richiesta del governo italiano di usare per un altro anno – ancora uno – lo strumento della flessibilità (che in soldoni significa un aumento della spesa pubblica e uno sforamento dei parametri imposti dal fiscal compact). In sostanza:
«nuovo deficit di pessima qualità con cui impiccare il paese».
Tuttavia, molto probabilmente, tale proroga sarà concessa, tanto che il ministro dello sviluppo economico, Carlo Calenda, ha già individuato come spendere quel gruzzoletto a deficit, che serve per rilanciare, a suo dire, l'economia nostrana: dare soldi alle imprese, in primo luogo, secondo le modalità da lui elencate durante un'intervista concessa a Maria Latella:
«Ci saranno 13 miliardi di incentivi automatici: un imprenditore potrà portarsi come credito di imposta il 50% dei nuovi investimenti. Se cambierà macchinario e andrà verso industria 4.0 avrà un fortissimo sconto fiscale con un superammortamento al 250%. Se le imprese investono si creano lavori più specializzati e quindi più remunerati». [Le banche] «hanno criteri stringenti per erogare finanziamenti. Abbiamo tanta liquidità ma non arriva alle imprese. Per questo - ha aggiunto il ministro - rafforzeremo anche il fondo di garanzia alle imprese. Lo Stato garantirà fino all'80% dell'erogato. Non per tutti allo stesso modo. Lo focalizziamo sugli investimenti: se ad esempio sei una start up innovativa vieni prima di tutti gli altri».
È notorio che le start up, essendo giovani imprese, vengano prima.

Breve inciso a parte, il ministro Calenda, mosso da gratitudine verso Renzi per averlo scelto al posto della Guidi, in conclusione d'intervista sostiene che:
«Ancor più della finanziaria il nostro appuntamento importante e cruciale è il referendum. E lo è perché noi abbiamo bisogno di una governance forte e di più investimenti» [dato che] «siamo di fronte alla più grande crisi delle democrazie occidentali dal dopoguerra. E la globalizzazione ha creato vincenti e perdenti, tanta esportazione e molte aziende morte».
A margine di tali letture, due notarelle, spero poco confuse:

1. Sia che la vediamo dal lato dell'inflazione o da quello della deflazione, dal lato della flessibilità o da quello della rigidità della spesa pubblica, la situazione economica non troverà mai un equilibrio virtuoso in cui tutti bellamente guadagnano, fanno profitti e prosperano felici e contenti, perché - se non si fosse capito - la vittoria di uno equivale necessariamente alla sconfitta di un altro. Se uno vince la partita della bilancia delle partite correnti è perché c'è qualcuno - l'altro concorrente - che la perde.

In Europa le nazioni giocano tutte in ordine sparso per garantire al meglio i propri interessi che chiaramente quasi mai coincidono con gli interessi degli altri. Se va bene la Germania non vanno bene le nazioni del sud Europa. E viceversa: ci siamo forse dimenticati della Germania grande malato d'Europa di qualche tempo fa? Ora, è del tutto evidente che le élite funzionali del capitale tedesco abbiano saputo approfittare al meglio delle regole che hanno stabilito insieme alle élite funzionali delle altre nazioni europee, Italia compresa. L'euro, che secondo i piani doveva servire per tenere a freno la potenza tedesca, in realtà è stato lo strumento per dispiegarla. Ma uno strumento non è la causa: e soprattutto: la Germania ha semplicemente fatto quello che sapeva fare: diventare il führer la guida dell'Europa.
Il punto comunque è uno solo: riuscire a vendere. Che cosa? La produzione che il capitale di ogni nazione produce per il fine unico di ottenere il profitto.
Riesci a produrre a pieno regime e a piazzare la merce? Hai vinto.
Hai magazzini pieni d'invenduto? Hai perso.
«Tutte le gravi crisi precapitalistiche della storia dell'uomo erano crisi di penuria. Non è così in questo caso: domina una crescente miseria proprio perché possono essere prodotte sempre più merci in tempi sempre più ridotti e con l'impiego sempre più ridotto di forza lavoro. Il sistema è soffocato dalla sua produttività». Tomasz Konicz, Ascesa e caduta dell'Europa tedesca, Stampa Alternativa, 2016.
 2. Alla luce di questa folle contraddizione che poi porta, insieme, la merce al macero o inutilizzata e la gente affamata e senza casa, il ministro del ristagno economico propone di dare soldi - e tanti - alle imprese affinché, in pratica, creino lavori più specializzati (leggasi: espellano quanto più possibile forza lavoro automatizzando tutte le fasi della produzione) e più remunerati (per quei pochi tecnici ancora indispensabili per oliare il meccanismo). Lavori destinati alla produzione di merci che poi dovranno uscir di fabbrica per andare sul mercato nella speranza di realizzare la ragione sociale per la quale sono state prodotte. Merci che hanno incorporato sempre meno lavoro vivo e sempre più lavoro morto. In attesa che si apra il mercato degli zombi.

sabato 24 settembre 2016

Venezuela fertile


Al di là delle immagini offuscate (benedetta Beatroce) che fanno presagire a un probabile attacco mediatico, è innegabile che il Venezuela - nonostante tutto - Omero Ciai compreso, un corrispondente che non si sa bene da quale città corrisponda, forse da Barcellona Pozzo di Gotto - resta una nazione molto più prolifica della nostra. 
Forse bisognerebbe mandarci la Lorenzin un mesetto per studiare - e rompere laggiù - le scatole.

giovedì 22 settembre 2016

Imposta sulla vita aggiunta

“Alcuni rapinatori armati fanno irruzione in una banca, mettono in fila contro il muro i clienti e il personale e cominciano a sottrarre portafogli, orologi e gioielli. Tra coloro che aspettano di essere derubati ci sono due impiegati della banca. Improvvisamente, il primo mette qualcosa nelle mani del collega. Questi gli sussurra: «Cos'è?». «I cinquanta dollari che ti devo», risponde l'altro.”
A livello generale questa barzelletta filosofica (riletta qui) mi pare abbia molta pertinenza con le ottanta euro di Renzi (prefigurando Renzi come il primo collega, i beneficiari degli ottanta euro il secondo, i rapinatori lo Stato con le assurde ed esose imposte erariali).

Ho pensato a questo, oggi, al telefono, mentre ordinavo gpl destinato a bisogni di prima necessità.
«Bene signor Massaro, le do una buona nuova: il prezzo al litro è diminuito».
«E quant'è?»
«0,94€/l»
«Benissimo, allora per mille litri [ok, non si fanno mai i conti avanti all'oste] preparo un assegno di 940€ da dare all'autista».
«No, mi scusi: al prezzo c'è da aggiungere l'IVA»
«E quant'è l'IVA del gpl per uso domestico?» 
«Al 22%».
«Me ne porti cinquecento litri».

***

Primo pomeriggio, parcheggio della stazione. Si affianca alla mia un'altra auto con a bordo una “vecchia” amica nei confronti della quale ho sempre nutrito molta sympatheia, azzardo reciproca.
Sorrisi. Entrambi ci troviamo qui ad attendere l'arrivo delle rispettive figlie di ritorno da scuola. Apriamo i finestrini. Convenevoli. Amenità. Dopodiché, nel breve lasso di tempo che ci resta, ci informiamo, reciprocamente, della nostra situazione lavorativa (condividevamo insieme un'analoga condizione di precariato, in diversi settori lavorativi, un po' di anni fa)

«Ma dimmi: lavori sempre a part-time?».
«Eh sì, sono entrata con quel contratto e non c'è verso di modificarlo».
«Allora beh, andremo insieme in pensione chissà quando. Ma ricordi quando avevamo vent'anni e vedevamo alcuni della nostra età attuale essere già pensionati?»
«Non mi dire: una parente di mio marito, ex infermiera, andò in pensione a 41 anni».
«Ai tempi delle vacche grasse».
«Peggio ancora è pensare che esistano pensioni di certuni che, chissà per quali misteri della fede, senza cioè nessuna specifica ragione di merito o di contribuzione reale, prendano almeno cinque volte tanto il mio stipendio».
«Li chiamano diritti acquisiti».
«Acquisiti un cazzo. Ma vabbè, non è che voglio pensarci più tanto. Cerco di prendere la vita così com'è, pensando a godermela momento per momento».
«Va bene, carissima: allora la prossima volta troviamoci qui mezz'ora prima».

martedì 20 settembre 2016

Farmi una ragione

Non sono riuscito a farmi una ragione perché non è mai restata con me più di un minuto, non è mai voluta entrare nelle mie braccia e non mi è mai sembrato il caso rincorrerla, trattenerla contro il suo volere, al limite prenderla per i capelli come di solito gli uomini stronzi immaginano di fare (e, ahimè, talvolta fanno) con le donne.
Con il torto, invece – e purtroppo – ho sempre avuto più d'una occasione, e in questo caso sono stato io a lasciarmela sfuggire (l'occasione). Nondimeno, il torto mi resta accanto, mansueto, sebbene non gli dia punta soddisfazione e lo tratti con somma indifferenza. A volte mi fa anche un po' pena, tanto che mi verrebbe voglia di prenderlo in collo, ma dopo lo so, addio, mi s'attaccherebbe addosso e non ci sarebbe più verso di spiccicarlo. Che mi segua come un'ombra è già abbastanza e se ho una passione particolare per le ore crepuscolari è perché, in tali momenti, riesco a distanziarlo maggiormente.
La notte, il torto, va a letto presto, meno male, e in quel momento provo a prendere appuntamento con una ragione, una qualsiasi, invano. Gli addetti della segreteria suggeriscono di scrivere una mail dove si spiegano i motivi, validi, per cui si vorrebbe passare una o più serate con una o più ragioni. Malauguratamente io non so mentire e scrivo che vorrei farmi una ragione perché ho bisogno d'affetto.

«Non è una buona ragione per scomodarne una», mi viene solitamente risposto. «Provi ad accogliere i torti: sono così comprensivi e affettuosi; vedrà che le toglieranno tante soddisfazioni. Sono così carini e disponibili a prendersi cura di chi li accoglie; per contro, la ragione è così strumentale, fredda, adattabile a qualunque scopo, subordinata all'assetto sociale esistente».

E sia: cercherò di avere torto e farmene una ragione.

domenica 18 settembre 2016

L'idea praticabile

«A quanto pare, la riduzione del rapporto debito/Pil, più che un'utopia o una chimera, è una fatica di Sisifo. Sappiamo che dobbiamo raffreddare la crescita del debito, e ci stiamo persino riuscendo. Ma, appena freniamo la corsa del numeratore (il debito in termini reali), dobbiamo constatare che il denominatore (il Pil) frena ancora di più. A quel punto ci convinciamo che, per far crescere il Pil, dobbiamo stimolare l'economia, facendo più deficit e rimandando gli obiettivi di risanamento dei conti pubblici. La Commissione europea ci dà il permesso di sforare un po', il Pil ringrazia dello stimolo ricevuto, ma non accelera abbastanza da colmare la voragine che, proprio per rianimarlo, è stata aperta nei conti pubblici. E così, di anno in anno, di Legge di stabilità in Legge di stabilità, possiamo andare avanti all'infinito. Perché nessuno, ma proprio nessuno, pare avere un'idea praticabile, e per “praticabile” intendo economicamente e politicamente praticabile, per liberare Sisifo dalla pena cui è condannato per l'eternità.»

Siete voi analisti, studiosi, editorialisti della domenica che potete andare «avanti all'infinito» con queste constatazioni, Ricolfi, perché non avete sul groppone alcuna pena di Sisifo che vi apra gli occhi e vi restringa il culo, sempre pronto a far trombetta con soffiatine d'aria keynesiana oppure della scuola austriaca, a seconda di quello che avete mangiato (e parzialmente digerito) la sera prima.

L'«idea praticabile» l'avreste subitamente se doveste penare per trovare un lavoro da fame, con tre quarti del salario che vi parte in sussistenza, e l'idea della pensione più lontana della possibilità di colonizzare Marte. E invece costringete la vostra intelligenza in un perimetro di banalità già tutte stampate nelle istruzioni del vostro libro paga. 

Mi sono rivolto a voi al plurale, Ricolfi, perché il vostro grido d'impotenza («perché nessuno, ma proprio nessuno, pare avere un'idea praticabile») mi ricorda Legione, il demone di Gerasa. Peccato che io non sono Cristo, sennò eccome che vi darei il permesso di entrare negli stessi porci che si gettarono giù a precipizio nel mare.

Si smarca

Il Sole 24 Ore titola che Renzi si smarca da Merkel e Hollande su austerità e migranti. 
Che significa «si smarca»? Restando dentro la metafora (ahimè!) calcistica, interpretiamo.
Se si smarca, significa che era marcato: a uomo?
Se si smarca, vuol dire che, liberandosi dalla marcatura, si mette in una condizione favorevole per segnare un punto (goal) per la propria squadra (o per se stesso, magari per guadagnare qualche consenso in vista del referendum). Ma c'è qualcuno dei partecipanti al vertice dei ventisette in grado di passargli la palla per segnare? Non sembra. O forse nessuno gliela passa perché si è smarcato in una posizione di fuorigioco? Se così fosse, si è smarcato male, dunque dovrebbe risalire al di sopra della linea segnata dall'ultimo difensore. E chi sarebbe l'ultimo difensore, lo stopper insuperabile che con consente al centravanti italiano di segnare? 
Qui la risposta.
Resto tuttavia convinto che, seppur segnasse (uscendo di metafora: riuscisse a imporre la fine del Fiscal Compact e, di seguito, ad abolire l'abominevole legge costituzionale, approvata ai tempi del governo Monti, dell'obbligatorietà del pareggio in bilancio), Renzi - o chiunque altro al posto suo - non vincerebbe la partita della crescita e del rilancio dell'economia, dacché nel perimetro del capitalismo l'unica cosa che è possibile rilanciare - soprattutto per lo stato italiano - sono i debiti.

venerdì 16 settembre 2016

Un sacchetto di lavanda

Adelina restava spesso sospesa sul da farsi, non sapendo più che fare in quella casa in cui era stata assunta, a ore, come femme de ménage. Il padrone era morto da alcuni mesi e nelle disposizioni testamentarie aveva richiesto, finché i nipoti in perenne disaccordo non avessero venduto l'immobile per ricavarne un'eredità condivisa, che Adelina continuasse a occuparsi della casa debitamente remunerata con la cospicua parte di denaro che sarebbe stato anch'esso destinato ai nipoti non appena fossero riusciti a vendere la casa.
Una mattina, durante le sue solite quattro ore di riordino e pulizia (ma di che cosa oramai, visto che non c'era nessuno tranne lei a poter mettere in disordine e a sporcare), si mise a riflettere sulla sua condizione di donna, madre, moglie, e lavoratrice part-time. «Che rottura di palle. Ma che vuoi fare, è la vita, quale altra cosa oltre a quello che ho e che faccio potrebbe farmi smettere di riflettere sulla mia condizione di donna, madre, moglie costretta a lavorare? Quale altra cosa potrebbe, in sintesi, rendermi felice?» I figli, certo, ma per il resto non sapeva rispondere, non le era possibile rispondere: ne trasse le conseguenze, le ripiegò e le ripose in un ripiano dell'armadio insieme a un piccolo sacchetto di stoffa contenente lavanda essiccata che lei stessa aveva raccolto, poche settimane prima, nel giardino della casa.

L'indomani, aprendo l'armadio per controllare che le conseguenze fossero al loro posto, sì da non turbarla troppo durante le ore del suo lavoro inutile, fu investita piacevolmente dal profumo di lavanda: socchiuse gli occhi e ripensò a un particolare pomeriggio estivo mentre - era poco più che una bambina e si trovava a casa dei nonni - inspirando lo stesso profumo, fece un sorriso a un giovane sconosciuto che girovagava senza meta, orientato soltanto dal profumo dell'estate. Quel giovane ricambiò il sorriso e le chiese se gli fosse consentito raccogliere alcuni rametti di lavanda del giardino. Lei non rispose, non seppe rispondere, non poteva. Il giovane interpretò quel silenzio come un assenso, quindi colse alcuni piccoli rametti, dai quali separò due spighe, le infilò nelle narici, chiuse gli occhi a lei davanti e inspirò a fondo e ristette. Dopo di che, congedandosi, la salutò con lo stesso sorriso con il quale si era presentato.
Anche allora Adelina, seppur giovanissima, trasse le conseguenze, che ripose nell'armadio insieme un sacchetto di lavanda e a quel sorriso che sembrò darle, per un attimo, l'incanto della felicità.

giovedì 15 settembre 2016

L'anello della Nibelunga



Oramai sono anni che hanno sperimentato con successo le riforme (del “mercato” del lavoro, del sistema pensionistico, dell'alleggerimento fiscale nei confronti del padronato) in tutta Europa; all'Italia (e fors'anche a qualche altra nazione) si richiede un piccolo sforzo riformistico in più, a livello costituzionale, un'aggiustatina, per sciogliere alcuni ingranaggi arrugginiti che impediscono (ritengono le élite europee) il libero movimento del capitale.
La Germania, salita in cattedra sin da subito in forza della sua potenza economica, detta da tempo le linee guida affinché tutti gli altri paesi si adeguino, per quanto possono, al movimento di valorizzazione del capitale dominante che in Europa (e non solo in Europa) è quello tedesco. 

Lungi da me qui cadere nelle trappole dello sciovinismo e del risentimento antiteutonico. Tuttavia è un dato appurato che, dalla nascita dell'Unione economica, in particolar modo, dal momento dell'introduzione dell'Euro, per tentare (inutilmente) di tenere il passo della locomotiva tedesca, siano stati compiuti sforzi “riformistici” che hanno portato al collasso economico e sociale le nazioni europee più “deboli”, Italia compresa.

Da comprendere, a mio avviso, è che la forza e l'astuzia tedesche non sono un modello edificante, da seguire, perché si fondano, giocoforza, sulla debolezza e sull'ingenuità degli altri paesi europei che subiscono - ripeto: sin dall'introduzione dell'Euro, l'aggressione capitalistica tedesca, vale a dire il completo sbilanciamento a favore delle esportazioni tedesche sulla bilancia delle partite correnti.

Questo piccolo riassuntino è redatto a margine dell'endorsement della Merkel a favore delle riforme costituzionali promosse dal governo.
Ma più che altro è una scusa per segnalare un saggio assai interessante di Tomasz Konicz, Ascesa e caduta dell'Europa tedesca, Unrast Verlag 2015, edizione italiana Stampa Alternativa, Viterbo 2016, dal quale estraggo:
«Qui deve essere delucidata un'ovvietà logico-matematica ostinatamente ignorata nel dibattito tedesco sulla crisi. Ad essere problematiche naturalmente non sono le esportazioni complessive, ma proprio le eccedenze di esportazioni. I successi tedeschi nelle esportazioni sono possibili solo per l'indebitamento dei paesi target di quest'offensiva di esportazioni tedesca. Un'eccedenza della bilancia delle partite correnti della Repubblica Federale di 429,5 miliardi di euro rispetto alla periferia meridionale dell'eurozona significa anche che essa equivale a una montagna di debiti di eguale entità nei paesi interessati. Questo dice la matematica. Sul piano globale si tratta infatti puramente di un gioco a somma zero: se in tutto il mondo vengono calcolate tutte le eccedenze di esportazioni e deficit commerciali, il risultato è zero euro. Una singola economia può dunque realizzare eccedenze di esportazioni solo se altri paesi sono in deficit. Di conseguenza vale sempre il discorso: l'industria di esportazione tedesca può avere un simile successo solo perché i paesi target di queste esportazioni tedesche si indebitano».
E se paesi come l'Italia, la Grecia, la Spagna e il Portogallo si indebitano? 
Vanno fatte d'urgenza le riforme. Strutturali ça va sans dire.

martedì 13 settembre 2016

Come difendere i capitalisti

«Esistono lavoratori - [e] gli studenti, gli anziani e gli adulti che hanno bambini da accudire - a cui la gig economy [l'economia dei lavoretti] offre dei vantaggi. E non bisogna mai dimenticare che questo sistema non esisterebbe se non ci fossero dei consumatori che ne apprezzano i bassi costi e la flessibilità. Mi stupirei di trovare un lettore di quest'articolo che non l'abbia mai alimentato facendo acquisti su internet. Ma per la maggior parte dei lavoratori c'è poco da stare allegri, soprattutto perché un modello del genere obbliga i datori di lavoro tradizionali a competere alle stesse condizioni». Will Hutton, «Come difendere i lavoratori nell'era di internet», columnist di The Observer, articolo tradotto da Internazionale, n. 1170, 9 settembre 2016

Ecco qua. Finalmente ho trovato un responsabile, un vero e proprio testadicazzo al quale va addebitata tutta la sciagura del lavoro precario, sottopagato e senza tutele: io. Sono io, sì, e forse anche tu, caro lettore, siamo noi delle teste di cazzo che, coi nostri consumi (molti dei quali legati alla mera sussistenza), abbiamo svalutato ai minimi termini il costo della forza lavoro. 
Quando facciamo «Clic, acquista» e compriamo un libro su Amazon, un paio di mutande su Zalando, un par di palle su eBay; quando prendiamo un taxi con Uber, mangiamo da MacDonald o da Eataly, facciamo il pieno self service, addio posto fisso, addio salari decenti, addio speranze per una moltitudine di lavoratori di avere la pensione. 
Colpa nostra, avete capito, diamoci addosso, prendiamoci a schiaffi, incidiamo sulla nostra pelle i guasti della globalizzazione...

A scanso di equivoci, spero si sia capito che sto scherzando. È che, a fine lettura dell'articolo su menzionato, più che sentirmi sconcertato mi sono sentito disarmato di fronte a tanta stronzaggine intellettuale tenuta in così alto grado di considerazione, tant'è che il suddetto giornalista britannico sarà ospite al Festival di Internazionale a Ferrara dal 30 settembre al 2 ottobre. Segnalo apposta l'evento perché se qualcuno che legge queste righe avesse intenzione di parteciparvi, gli chiedo sin d'ora un favore: invitare Will Hutton a scrivere un nuovo articolo dal titolo: Come accusare i capitalisti nell'era di internet. Se declinasse, dopo avergli riso in faccia, mandatelo a fanculo da parte mia.

lunedì 12 settembre 2016

Dodici settembre

Tramite Paolo Attivissimo, ho scoperto un blog interamente dedicato all'Undici Settembre e questa intervista all'ex agente FBI, Mark Rossini.
Ne riporto un ampio stralcio per ribadire che, per ripristinare un minimo di legalità e di dignità internazionale, George W. Bush e Tony Blair dovrebbero essere giudicati dal Tribunale dell'Aja per i crimini di guerra compiuti. Non mi si venga a dire che non si giudicano i vincitori. Vincitori un cazzo.

Undicisettembre: Secondo la tua opinione, esistevano legami tra Saddam Hussein e Osama bin Laden?

Mark Rossini: Non è una mia opinione, ma di fatto non c'è uno straccio di prova, non un contatto: nulla. Voglio che questo sia perfettamente, perfettamente chiaro. Sono sicuro che c'è qualche leone da divano o genio da tastiera che dice che sbaglio. Oh, vuoi ancora credere di aver ragione? Mi dispiace, ti sbagli. Non c’era nessun legame tra Saddam Hussein e bin Laden. Zero. Saddam non ebbe nulla a che fare con gli attentati dell’11/9. È una fantasia che fu fabbricata da Dick Cheney e dalla Casa Bianca per spingere gli ingenui che avevano ancora paura per ciò che successe l’11/9 a inghiottire una marea di stronzate e sostenere l’invasione dell’Iraq.

Saddam era malvagio. Saddam uccise molte persone e su questo non ci sono dubbi, ma non attaccò l'America e non ebbe nulla a che fare con l’11/9. Inoltre era un sunnita che controllava la nazione sciita. Noi siamo andati lì e abbiamo rimosso un potente leader sunnita e ora abbiamo il caos di una nazione guidata da sciiti in Iraq allineati e amici di un’altra grande nazione sciita, che è l'Iran, che hanno sempre considerato il nemico. Quale genio stava dormendo durante questa trasformazione e non ha pensato in anticipo a ciò che stavamo facendo?
Se qualcuno a Washington avesse avuto mezzo cervello lo avrebbe capito, ma erano concentrati sulla vendetta, su prendere il petrolio di Saddam e controllare l’intero Medio Oriente. Adesso abbiamo creato questa “mega-nazione” e un’alleanza tra Iraq e Iran controllata da governi sciiti e abbiamo i sunniti che vivono in Iraq che sono oppressi e che sono arrivati ad unirsi all’ISIS.
Non m’importa quali stronzate un certo network televisivo in America voglia diffondere su come pensieri come il mio siano sbagliati e non patriottici: abbiamo creato un caos. E i sunniti in Iraq che hanno perso i propri diritti sono ora membri dell’ISIS: lo abbiamo creato noi, ne siamo responsabili noi. Abbiamo creato un vuoto di potere e non abbiamo avuto l’intelligenza di renderci conto di cosa abbiamo creato quando abbiamo invaso l’Iraq. Gli organizzatori dell’invasione illegittima dell’Iraq sono ingenui e ignoranti dalla mente piccola. Quando i ciechi guidano i ciechi e i politici furbi guidano le persone impressionabili, questo è ciò che succede.
E hanno provato a farcela ingoiare dicendo “Vedrete tra 50 anni che il mio piano erano quello saggio”. No, non lo è, perché le persone sono morte adesso, e non sono i figli dei Neoconservatori che vanno in guerra, ma quelli dei poveri a cui hanno rifilato la menzogna.

sabato 10 settembre 2016

Santificare i Festival

"La situazione che si è creata a Roma non crea quell'ambiente di serenità...


...che permette di lavorare a favore della gente ed è questo che devono fare i politici, fare gli amministratori". Così il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, commenta con l'ANSA le vicende dell'amministrazione capitolina. "Mi auguro - aggiunge - che la situazione si risolva in modo tale che l'Amministrazione si metta a lavorare e ad affrontare i problemi e le difficoltà dei cittadini che a Roma sono molti".

[Ansia]
Piccoli ritagli di schermo dimostrano che, tutto sommato, il Cardinale Parolin dovrebbe complimentarsi con la sindaca, giacché costei ha preferito mettersi a lavorare piuttosto che partecipare al Festival dell'Azione Cattolica.
Per contro, è presumibile che la mancata partecipazione abbia potuto essere considerata un gesto sacrilego, di mancato rispetto dell'istituzione religiosa e che per questo motivo il cielo si sia messo a brontolare prima e a scaricare fulmini e acquazzoni poi.
Se così fosse, sembra evidente che anche l'ingerenza politica del portavoce di uno Stato straniero, rappresentante istituzionale della volontà divina, abbia contribuito in misura considerevole a far lavorare la sindaca nei giorni festivi facendola venir meno a un sacro comandamento: ricordati di santificare i festival (e magari anche i meeting dell'amicizia).

venerdì 9 settembre 2016

Busta arancione

Saremo capaci quel giorno
dire basta alla vita
dire: basta, mi levo di torno
dire: voglio farla finita?

Quel giorno – qual giorno? Non uno
dei tanti che stanchi ripetono
l'eterno presente più o meno opportuno
(ridere, piangere, farsi le pipe):

ma quello in cui tutto
diventa chiaro e lucente:
e ti senti un uomo distrutto
con un grande bisogno di niente.

Quel giorno – un attimo prima
che la mente abbia perso se stessa
quando parola e cosa non collimano
più. Chiami un dottore per dire la messa,

chiami un prete per avere un po’ d'acqua,
chiami la mamma per prenderti in collo:
e stai lì rannicchiato in posizione Belacqua
per tornare nell'utero inverso – senza ammollo.

giovedì 8 settembre 2016

I'm indifferent



E se la smetteste di comprare gli Apple nuovi? Del tutto, definitivamente, in memoria delle tasse che furono evase, ma altresì, più utilitaristicamente, perché gli smartfoni che già avete non presentano alcuna traccia di arretratezza o consunzione... 
In buona sostanza: non date altro fiato a una ditta che non ha alcun rispetto del lavoro e della cittadinanza (se non di quella irlandese). Ignorate i nuovi oggetti del desiderio: per una volta, insomma, fate gli snob. Non prostituitevi per averli, giacché sono loro, gli iPhoni, i prostituti (d'alto bordo) ai quali, sinora, non avete saputo resistere. Resistetegli e vedrete come, in un breve lasso di tempo, si daranno via per poco, supplicando i vostri pollici opponibili; anzi: di fronte ai richiami della pubblicità e, soprattutto, dei servizi giornalistici (marchetta) dedicati per la presentazione del nuovo modello, metteteveli in bocca, i pollici.