lunedì 24 luglio 2017

Le Borse piene


Articolo interessante, che però elude la questione principale: perché siamo arrivati a un punto in cui le Borse planetarie valgono più del Pil terracqueo? Proviamo a rispondere:

perché il capitale ha un unico scopo: fare più soldi dai soldi. E fare soldi con il ciclo produttivo classico (investimento, produzione, estrazione di plusvalore dal pluslavoro, commercializzazione e vendita) è sempre meno redditizio, per le contraddizioni strutturali del sistema capitalistico (tutte spiegate e riassunte dalla Legge marxiana sulla caduta tendenziale del saggio di profitto). 
Per ovviare a tale tendenza regressiva, il Capitale, sin dai suoi esordi, reagisce alla mancata valorizzazione sul terreno concreto della produzione, dirigendosi nelle alte sfere dell'astrazione, ossia in quello che Marx, già nel 1857, appellò con il nome di Capitale fittizio.

«l'enorme espansione del capitale fittizio ha fatto svanire anche l'ultima traccia di qualsiasi rapporto con l'effettivo processo di valorizzazione del capitale (produzione) e consolidato l'idea assolutamente falsa che rappresenta il capitale come automa che si valorizza per se stesso. Il livello patologico di questo squilibrio, i rapporti finanziari truffaldini che nulla hanno a che fare con i reali bisogni sociali, è tale che il sistema è assolutamente fuori controllo e nessun contenitore legale riuscirà, semmai, a contenere con qualche efficacia la proliferazione di questo genere di attività speculative. Il sistema sta scavando la fossa per sotterrarci tutti sotto una valanga di bugie e d’illusioni.»
È, infatti, un'idea assolutamente falsa quella che il capitale possa valorizzare se stesso all'infinito, giacché i miliardi di miliardi creati con i vari trucchetti finanziari, quantitative easing compreso, non corrispondono affatto a  una reale creazione di valore, ma sono soltanto promesse di valore futuro, sono la credenza sconsiderata che un domani il sistema economico vigente, stati compresi, possa ritrovare lo stesso slancio fordista sperimentato nel Novecento: con due guerre mondiali nel mezzo.

sabato 22 luglio 2017

Un uomo, come te

Mattina. Appena uscito dal macellaio (fetta di groppa alta per farci una tagliata), m'incammino sotto i portici del natio borgo urbano quando, da dietro una colonna, spunta un venditore ambulante, di colore, barba lunga, bianca (un po' alla Morgan Freeman, anche se certamente meno curata: segno, forse, ch'egli non è dell'ultima ondata migratoria), vestito di jeans compreso il giubbotto (con ’sto caldo), che mi si para davanti con espressione frammista di tristezza e disperazione:

- Buongiorno. 
- [... buongiorno...]
- Compra tu me qualcosa, per favore.
- [... e cosa compro? Non mi serve niente...]
- Per favore, compra. Anch'io sono un uomo, come te.
- [... sono un uomo?..]
- Gente mi guarda come non fossi uomo, io.
- [... non sei un uomo?..]
- Prendi qualcosa: accendini? Calzini? 
- [... fantasmini...]
- Guarda questi, come sono belli, con stelle.
- [... «He told me»...]
- Cinque euro, sì, cinque euro.
- [... il resto della groppa...]
- Grazie, amico, grazie.
- [...al...]

venerdì 21 luglio 2017

Presentare semestrali

*

I chiari di luna riflettono sulla terra i loro bianchi raggi e le ombre nere della notte si allungano a dismisura. Taluni affilano i coltelli con Aspekt. Talaltri, calmi, si addormentano davanti alla Grande Storia (nazisti fanno sempre audience) proprio nell'attimo in cui sono trasmesse immagini di persone uccise per impiccagione o fucilati. I russi entrarono ad Auschwitz e trovano, tra altre cose, balle ricolme di capelli, tonnellate di capelli. È più sottile un capello o un foglio da cinquanta euro? Tira più un ‘ad’ o mille Panda rosse con la scala sopra, attrezzate per ovviare ai guasti tecnici?

Poniamo 25 milioni: a quanti individui con un Cud da 25 mila corrispondono? Mille.

Garibaldi: il ceffo di cui sopra non dovrebbe essere bisnipote di Carlo, sicché l'impresa s'ha da fare.

giovedì 20 luglio 2017

Angelus Novus

Luisella camminava con aria inflessibile; gli occhi, puntati come fendinebbia, illuminavano i piedi e i polpacci delle persone che la precedevano. Dietro sentiva, distante, un respiro affannoso seguirla, di qualcuno che cercava di non farsi accorgere, appunto, che la stava seguendo. Seguendo per cosa? Per il vestito attillato che modellava il suo corpo perfetto da ogni punto di vista? [Ognuno scelga e immagini il suo punto di vista]. Lo sapeva perfettamente che avrebbe dato nell'occhio con quel vestito. «L'importante è non dare alla mano», si era detta, persuadendosi che un po' di sguardi addosso avrebbero confortato la sua autostima. Ne aveva bisogno. La sera precedente Massimiliano le aveva detto che non avrebbe fatto in tempo a tornare per quel fine settimana e che, dunque, la due giorni alle Terme Benessere sarebbe saltata. Fosse stato per lavoro, avrebbe capito e accettato. Invece lo sapeva che lui le avrebbe preferito la mamma. Già, la mamma: la chiamava così, lei, anche se non lo era, perché tecnicamente era la matrigna, colei che aveva risposato il padre, rimasto vedovo da poco tempo e neanche dopo un anno riaccompagnato a questa, «L'ha fatto per i soldi, lo sai benissimo», gli aveva sempre detto e non era la sola a dirlo e a pensarlo, ma tutto l'entourage di mogli e fidanzate dei fratelli Tamarroni.

Arrivata a destinazione in anticipo, Luisella decise di aspettare l'ora esatta prima di entrare dall'estetista, concedendosi qualche minuto di vetrine. D'improvviso, mentre stava per varcare la soglia della speranza in un negozio di polacchine marchigiane, un signore - «Sicuramente lo stesso che mi stava seguendo», ebbe subitanea l'impressione - con un tesserino affisso alla polo verderame e taccuino e penna in mano, presentandosi come giornalista di cronaca del locale quotidiano, si rivolse a lei in questi termini:
«Mi scusi signora, sarebbe così gentile da lasciare una dichiarazione in merito ai saldi stagionali?»
Luisella, aggiustandosi con nonchalance il top che rischiava di scendere oltre misura, rispose:
«Non ho niente da dire, soltanto da mostrare [W. Benjamin]. E se tocca, meno».

Non abbiamo granché

«È evidente che ci si può sempre mettere davanti a un foglio di carta e cercare di dire quello che si ha nella testa. Ora, in generale, nella testa non abbiamo granché. Abbiamo buoni sentimenti, idee generose, impressioni intelligenti, inizi di frase e tutte queste cose non servono a niente. Ci vuole qualcosa, una specie di modello letterario, qualcosa che vi permetta di procedere in maniera un po’ più sicura. […] Cioè, insomma, non esiste una scrittura naturale, non esiste l’ispirazione, non c’è niente che mi aiuti, che si trovi al di sopra della mia testa e mi aiuti a produrre del linguaggio. La scrittura è un atto culturale e unicamente culturale. Esiste soltanto una ricerca sul potere del linguaggio.» Georges Perec, 1967
In questi quasi dieci anni di scrittura bloggheristica c'è una cosa che ho imparato a non aspettare: l'ispirazione. È un buttarsi quotidiano, il mio, senza metodo, ma con disciplina di cui ancora mi stupisco. Produco un linguaggio? Linguacce. Faccio ricerca sul potere del linguaggio? Fregnacce. Ma alla fine del salmo, vado a letto più tranquillo.
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Antonella Bavetta ci regala una splendida descrizione de La Vie mode d'emploi, di Georges Perec. 

martedì 18 luglio 2017

Sommessa notte

Blue, Green, and Brown (1952) by Mark Rothko
Mark Rothko, Blue, Green, and Brown, 1952

Sommessa notte che sciogli i riflessi della luna
come un cucchiaio di zucchero nel caffè:
fa' che di mille sogni uno passi per la cruna
della mente a ricomporre le tessere in segno

di colui che un tempo - chissà perché -
credette che la felicità fosse opportuno
viverla in altro momento, senza pensare che
essere felici è insieme necessità e fortuna

da vivere per intero fin sull'orlo all'abisso
in lieta compagnia o soli come un bambino
che torna a casa e si guarda a lungo, fisso

nello specchio che gli rivela se è destino
consumare se stessi come un lumino
di cera si consuma davanti a un crocifisso.


Per quest'anno non cambiare





Una mattina mi son svegliato e ho trovato l'invasor¹.

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¹ Da un punto di vista del trituramento testicolare, l'invaditrice è sicuramente quella di destra, che per quanto io faccia resistenza per non sapere chi cazzo ella sia, alla fine mi toccherà saperlo, e vaffanculo a tutti coloro che me la vogliono suppostare in mente a forza.

domenica 16 luglio 2017

Incomprensioni 5

Nonostante i capelli allungati e l’aria da fricchettone, Umberto ancora collezionava, tra altre cose, figurine Panini. Le altre cose erano giornaletti erotici e porno che trovammo in bella vista sugli scaffali della sua cameretta.
Umberto viveva da solo con suo padre – direttore delle locali Poste – da alcuni anni. Quand’era ancora alle medie, infatti, sua madre aveva lasciato lui e il marito, per tornare in Austria (dov’era nata) e andare a vivere con “quello” che era stato il primo amore e dal quale aspettava una bambina (la sorella di Umberto: di costei parleremo – forse – in una prossima occasione, tanto per allungare il brodo di un racconto che mi sta sfuggendo di mano, se qualcuno lo trova in terra, per favore, lo raccolga).

Insomma, vivendo da solo con il padre, Umberto si permetteva di collezionare e tenere in bella vista giornaletti erotici senza farsi troppi scrupoli. Chiaramente, a me e Alessandro, gli occhi caddero proprio lì; ma non tanto sulle riviste porno fotografiche, no: ciò che più ci colpì, furono i fumetti. Umberto se ne accorse subito che li guardavamo, ma non disse niente. Si limitò ad aprire un cassetto, incredibilmente pieno di figurine. «I miei doppioni», disse, sorridendo. «Guardate pure se trovate ciò che vi manca. Ma intanto, datemi i vostri, che controllo». Così facemmo e, in poco tempo, ne trovammo almeno una decina. «Bene, ragazzi: adesso dovete andare. Tra poco torna mio padre, e devo far finta di studiare. Voi tornate domani, se volete. Magari un po’ prima: che ne dite verso le quattro?»

Umberto era un bel ragazzo, occhi verdi, e mia sorella maggiore ne era innamorata. Mia madre lo sapeva, e approvava, addirittura cercando di combinare il fidanzamento. Infatti, una volta si permise sfacciatamente e senza dire niente a suo marito (mio padre), di invitare Umberto e il suo papà in occasione della festa del patrono. Ricordo ancora la faccia che fece mio babbo quando – a cose fatte – lo seppe. Dopo aver tirato quattro o cinque madonne secche, dichiarò a voce alta, con le finestre aperte, nella speranza che il padre di Umberto lo sentisse (abitavano tre piani sotto di noi), che a lui i democristiani stavano tutti sul cazzo, a prescindere, e che non gli importava una sega nulla di festeggiare il patrono, protettore di chissà cosa cazzo che. Ma nonostante la sfuriata, il pranzo con gli ospiti ebbe luogo. Umberto neanche una volta rivolse parola a mia sorella, che non gli levò un attimo gli occhi di dosso. Il padre parlò in pratica sempre con mia madre, del più e del meno e delle attività della parrocchia. Mio padre, invece, restò tutto il tempo taciturno ad aspettare il dolce e poi il caffè e che si levassero dai coglioni che c’era la formula uno.

L’indomani, alle quattro, io e Alessandro ci presentammo da Umberto con nuovi doppioni.

Il lascito perduto de la Repubblica

Languidezze bloggeristiche, sfinimenti, mancate ispirazioni: oh dio degli elzeviri domenicali, aiuta tu un indefesso redattore di facezie a ritrovare lo spirito per redarle, appunto, senza farsi vincere dal tedio, dal vuoto pneumatico che estenua la concentrazione, come adesso, appunto, che son qui a pensare come chiudere questo giro di frase e, zac! - mi si chiude un occhio, mentre l'altro è catturato dallo svolazzo di una rondine disturbato dal grecale che rinfresca, benvenuto, il circondario. Ecco l'ho chiusa, l'invocazione, senza neanche specificare una richiesta al dio suddetto.
Ma Pietro Citati è sempre vivo? E Ceronetti come sta? E oggi il mendicante dello Spirito Santo con la barba bianca e l'animo nero, che vuole un posto assiso in Paradiso pur professandosi ancora non credente per finta coerenza (non fu lui che disse che, appunto, «la coerenza è la virtù degli imbecilli»?), l'ha scritto il suo insulso editoriale?

Sì.

Un grande plauso al redattore che ha compilato titolo e sommario: fossi un agente letterario lo metterei subito sotto contratto, giacché uno che riesce a riassumere quanto Scalfari scrive, ha nelle corde sicuramente un capolavoro letterario.

«La vecchiaia è una fase della vita culturale europea e poi anche americana, che non si chiude di botto».

Già. Non tutti sono all'altezza di Mario Monicelli.

E comunque Nietzsche a un certo punto cominciò ad abbracciare i cavalli. 

venerdì 14 luglio 2017

Almeno sul breve

Veloce, ché stasera ho da fare altro che stare a ragionare troppo intorno a un post di Giglioli, dal quale estraggo queste due frasi interessanti:
«Questo mi chiedo e non ho molte risposte tranne che sì, le persone contano, almeno sul breve della politica. E noi in Italia non siamo stati molto fortunati nell'esprimere queste persone».
Per quel che vale questo giochino, che è un giochino in fondo del cerca trova, ossia: trova i responsabili del disastro politico degli ultimi... aspetta, no, non andiamo troppo indietro, restiamo sugli ultimi sette-otto anni... ebbene, le persone che politicamente hanno contato sul breve, e che sono lungamente da criticare, avversare, affanculare, io direi - e non mi si taccia di berlusconesimo che vecchi post muffiti dimostrano quanto lo abbia avuto a culo il nostro caro amato presidentissimo di Arcore - da Monti in poi, prendiamo - prima di Renzi - Bersani e tutto l'entourage a guida piddìna d'allora: un disastro politico inaudito: non ne hanno azzeccata una: con la scusa dello spread sono stati complici di una delle leggi più antisociali della storia repubblicana, ovverosia, la Legge Fornero: e ne sono andati persino orgogliosi perché «altrimenti l'Italia sarebbe andata in bancarotta». Bravi, nel senso manzoniano. Invece di andare a votare subito, aspettare il 2013 e vincere per un pelo: sufficiente per prendere l'assurdo premio di maggioranza alla Camera, grazie al Porcellum: e poi andare in cerca di alleanze al Senato: anche qui: bum! Bersani e tutta la segreteria: un disastro assoluto. Ok, con l'imprevedibile successo del M5S (?) e la forza - e lo sberleffo - ottenuto, era difficile andarci d'accordo, ma: siamo sicuri? Fare due o tre cose soltanto insieme, necessarie (riforma legge elettorale, legge sul conflitto di interessi, qualcosina di sinistra a scelta) sarebbe stato possibile. E invece: Bersani si fece prendere per il culo dai pentastellati e poi dopo, aribum!, disastro per eleggere il nuovo presidente della repubblica, ossia: rieleggere Napolitano: ecco, fine: perché Napolitano è stato il padre politico di Renzi, hai voglia a dire il contrario. E quindi, sul breve: Napolitano, Bersani, Renzi: la fine della sinistra, la fine della storia politica breve del partito democratico.

P.S.
Noi italiani non è che non siamo stati molto fortunati, no: la fortuna c'entrerebbe se i politici fossero estratti a sorte. E quindi: 
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giovedì 13 luglio 2017

Estraneo a se stessi


«Non solo le mie azioni che descrivo, ma me stesso, la mia essenza. Ritengo che sia necessario esser prudente nel giudicare di sé, e parimenti coscienzioso nel testimoniare, sia in male sia in bene, indifferentemente. Se mi sembrasse di essere buono e saggio o quasi, lo canterei a voce spiegata. Dire di sé meno di quel che si è, è stoltezza e non modestia. Valutarsi meno di quel che si vale, è vigliaccheria e pusillanimità, secondo Aristotele. Nessuna virtù si giova della falsità; e la verità non è mai materia di errore. Dire di sé più di quello che si è, non è sempre presunzione, spesso anche questo è stoltezza. Compiacersi oltre misura di ciò che si è, cadere in uno smodato amore di sé, è, secondo me, la sostanza di questo vizio. Il supremo rimedio per guarirne è fare tutto il contrario di quello che ordinano di fare costoro che, proibendo di parlare di sé, proibiscono di conseguenza ancora di più di pensare a sé. L’orgoglio risiede nel pensiero. La lingua non può avere che una parte molto lieve. Occuparsi di sé, sembra loro che sia compiacersi di sé; frequentare e praticare se stessi, amarsi troppo. Forse. Ma questo eccesso nasce solo in coloro che non si saggiano se non superficialmente; che vediamo attendere ai loro affari, che chiamano fantasticheria e ozio occuparsi di sé, e fare castelli in aria coltivarsi e costruirsi: ritenendosi un altro, estraneo a se stessi.»

Montaigne, Saggi, Libro II, Capitolo VI, edizione Adelphi.

mercoledì 12 luglio 2017

Addio Alitalia

Sarò sintetico e crudo come un carpaccio di baccalà: se avessi alte responsabilità di governo: insomma: se fossi il primo ministro Cattivoni (o Ignorantoni, o Zoticoni), io, senza tanti peli pubici sulla lingua, a quella mezza sega di Micron, alla sega intera della Merkel e al Granduca di Lussemburgo, direi: 
«Non volete aprire porti alle navi cariche di migranti? E teneteli chiusi. In cambio, però, dovrete aprire tutti gli aeroporti per prendere e non restituire tutta l'Alitalia: la flotta e il personale di volo e di terra (compresi i pensionati con struscio) e pure i vecchi capitani coraggiosi e i nuovi capitani gubitosi. E non se ne parli più».

La forma elementare

«La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una "immane raccolta di merci" e la merce singola si presenta come sua forma elementare. Perciò la nostra indagine comincia con l'analisi della merce.
La merce è in primo luogo un oggetto esterno, una cosa che mediante le sue qualità soddisfa bisogni umani di un qualsiasi tipo. La natura di questi bisogni, per esempio il fatto che essi provengano dallo stomaco o che provengano dalla fantasia, non cambia nulla. Qui non si tratta neppure del come la cosa soddisfi il bisogno umano; se immediatamente, come mezzo di sussistenza, cioè come oggetto di godimento o per via indiretta, come mezzo di produzione.
Ogni cosa utile, come il ferro, la carta, ecc., dev'essere considerata da un duplice punto di vista, secondo la qualità e secondo la quantità. Ognuna di tali cose è un complesso di molte qualità e quindi può essere utile da diversi lati. È opera della storia scoprire questi diversi lati e quindi i molteplici modi di usare delle cose. Così pure il ritrovamento di misure sociali per la quantità delle cose utili. La differenza nelle misure delle merci sorge in parte dalla differente natura degli oggetti da misurare, in parte da convenzioni.
L'utilità di una cosa ne fa un valore d'uso. Ma questa utilità non aleggia nell'aria. È un portato delle qualità del corpo della merce e non esiste senza di esso. Il corpo della merce stesso, come il ferro, il grano, un diamante, ecc., è quindi un valore d'uso, ossia un bene. Questo suo carattere non dipende dal fatto che l'appropriazione delle sue qualità utili costi all'uomo molto o poco lavoro. Quando si considerano i valori d'uso si presuppone che siano determinati quantitativamente, come una dozzina di orologi, un metro di tela di lino, una tonnellata di ferro, ecc. I valori d'uso delle merci forniscono il materiale di una loro particolare disciplina d'insegnamento, la merceologia. Il valore d'uso si realizza soltanto nell'uso, ossia nel consumo. I valori d'uso costituiscono il contenuto materiale della ricchezza, qualunque sia la forma sociale di questa. Nella forma di società che noi dobbiamo considerare i valori d'uso costituiscono insieme i depositari materiali del valore di scambio.
Il valore di scambio si presenta in un primo momento come il rapporto quantitativo, la proporzione nella quale valori d'uso d'un tipo sono scambiati con valori d'uso di altro tipo; tale rapporto cambia continuamente coi tempi e coi luoghi. Perciò si presenta come qualcosa di casuale e puramente relativo, e perciò un valore di scambio interno, immanente alla merce (valeur intrinsèque) si presenta come una contradictio in adjecto.»

Karl Marx, Il Capitale, I, 1 (i).

C'erano tante merci in vendita su PrimeDay: non ne ho acquistate punte. Di nessuna ho avuto voglia, necessità, urgenza, per farne che di questo e quello, epperò: vedi quante merci, quanta forza lavoro consumata per realizzarle. 
Tutte esprimevano il loro valore in forma di prezzo. Tutte avevano un prezzo più o meno scontato.
Quante merci saranno state vendute? Quante altre, invece, resteranno a raccogliere polvere sugli scaffali di magazzino? Merci merci merci: ognuna con il suo valore d'uso messa lì, in bella mostra, nello scaffale virtuale del negozio online.
Quasi tutte con le stellette e le recensioni dei clienti che ne descrivono qualità e difetti, tutte a dire: «Comprami, comprami, comprami: ti farò felice. O quantomeno: farai felice coloro che mi hanno prodotto e messo in vendita».
In principio è la merce e la merce è Dio, ossia la forma elementare, la base sulla quale si fonda l'organizzazione sociale (delle Nazioni dis-Unite) e il sistema economico e produttivo. 
Non ho mai capito bene se siamo noi a produrre e comprare merci o, viceversa, le merci a produrre comprare noi...
Fammi andare al mercato, va.
  

lunedì 10 luglio 2017

Indietro

«L'ho scritto io, questo libro [¹]. Può sembrare un'aggravante, forse lo è. Ecco perché ci ho messo così tanto. Lo ribadisco per sottolineare che non è un'operazione commerciale per far discutere la gente nella stagione delle prossime Feste dell'Unità»

anzi no: Feste dell'

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¹ Il titolo dell'ultima fatica letteraria di Matteo Renzi è Avanti. Perché l'Italia non si ferma, Feltrinelli, 2017.

So bene che per un politico usare l'indicativo è d'obbligo. E tuttavia, fossi stato un consulente editoriale della Feltrinelli, o - peggio - un membro dello staff renziano, avrei insistito affinché egli avesse scelto il congiuntivo perché è un tempo delle possibilità, e perché a volte - foss'anche soltanto a livello geologico - l'Italia è bene che stia ferma, eccome.

domenica 9 luglio 2017

Incomprensioni 4

Seguito di 1, 2 e 3

Eravamo ragazzini che ancora si divertivano con poco, data l'epoca in cui la microelettronica da intrattenimento consentiva, al massimo, i televisori Mivar a colori, oppure, per i videogame, ci toccava andare al bar per giocare con flipper, space invader o il pac man avente un joystick da carrello elevatore.
A volte, istigati da qualcuno più grandicello che faceva già le medie, ci imboscavamo per (tentare di) fumare le prime sigarette (e superare lo schifo in bocca che lasciavano, le Muratti in particolare, con il filtro a carbone, che ancora sputo). Per il resto, scuola a parte e compiti annessi, consumavamo le ore in piazza o al campetto per giocare a calcio, scambiarci le figurine e poco più.
Un pomeriggio di tardo autunno, dopo una partitella, io e Alessandro, che era, allo stesso tempo, amico e compagno di classe, ritornavamo a casa insieme perché abitavamo nello stesso palazzone di dodici piani situato in un quartiere periferico della città. Durante il percorso, fummo affiancati da un ragazzo, che più o meno aveva il doppio della nostra età, forse era all'ultimo anno di liceo, boh, non ha importanza, e che – più importante – anche lui abitava nello stesso nostro condominio. Una volta giunti davanti al portone d'ingresso, Umberto si rivolse a noi con aria seria e disse: «Eravate voi, ieri, lungo il fiume, a fumare, vero? Pensate un po' cosa direbbero i vostri genitori se lo sapessero».
A me e ad Alessandro si seccarono le gambe già secche. Timidamente, tentai una smentita che venne subito confutata dalla disperazione del mio amico che, implorando, rispose: «Per carità, Umberto, non dirlo. Mio padre mi riempirebbe di botte».
«No, no, non dirò niente, tranquilli. Anch'io non fumo in casa, nonostante i miei sappiano che fumi. Però alla vostra età, suvvia, siete troppo piccoli».
«Sì, sì, promettiamo che non lo faremo più», continuò Alessandro, quasi con le lacrime agli occhi».
«Bene, bravi. Piuttosto: potrei chiedervi un piacere. Potrei scambiare i doppioni delle figurine con voi?»
«Sì, certo».
Da bravi sventurati, io e Alessandro rispondemmo.