venerdì 21 settembre 2018

Serie tv

Dal campione minimo di serie tv americane che dopocena mi ottundono la mente, posso estrarre delle costanti, queste:
- i protagonisti fanno sesso sovente, almeno una volta a puntata;
- il sesso omosessuale è sdoganato in tutte le sue varianti;
- si fumano molte sigarette, senza indicare la marca;
- il parco auto è generalmente offerto dalla Fca, dalla Toyota o da auto tedesche;
- nonostante molte scene si svolgano durante i pasti, non si vede mai bene quello che i personaggi mangiano (e se lo mangiano);
- le donne si lavano più degli uomini; le prime fanno la vasca, i secondi la doccia;
- si bevono molti alcolici: whisky principalmente, a seguire il vino (pochissima birra);
- psicofarmaci e stupefacenti sono somministrati con regolarità;
- si dicono molte parolacce ("fuck", "asshole" e "shit"...); 
- se il plot narrativo si sviluppa su più serie, quasi sempre entra in ballo un genitore o un figlio mai conosciuti prima, tanto per allungare il brodo della storia;
- i personaggi principali appartengono quasi tutti alla media-alta borghesia, non hanno quindi problemi economici rilevanti;
- si divorzia, si va dallo psicoanalista;
- le chiese sono utilizzate per i matrimoni e i funerali;
- nessun personaggio, dopo cena, si siede sul divano a guardare serie tv.

martedì 18 settembre 2018

Politica e micologia

Finalmente si torna a parlare di politica e micologia. Dato che non tutta la politica è commestibile e, purtroppo, moltissima è velenosa, sembra più opportuno che a esaminarne gli effetti sul corpo dello Stato non siano i politologi tipo Panebianco o Galli Della Loggia, bensì esperti micologi come la dottoressa Stephanie Clifford assurta agli onori delle cronache per aver analizzato la composizione del fungo “Mario Kart” prima che questi divenisse il fungo più potente d'America.

Funghi di altro genere, dall'aria un po' falloide, spuntati da relativamente poco sul terreno della politica italiana, si lasciano facilmente cogliere, con il rischio che la continua assunzione possa intossicare definitivamente gli stomaci e le menti della cittadinanza che ne fa uso: sono i cosiddetti funghi populisti, una tipologia che ama soddisfare la pancia della gente con diktat e pretese, a seconda del terreno che hanno la ventura di occupare.

domenica 16 settembre 2018

Campati in aria

Tramo, per perdere tempo, una storia d'amore che abbia le caratteristiche della velleità. Un amore sulla carta, anzi: sullo schermo, poiché viviamo tempi di consuetudine digitale, la storia viene meglio.
Lei era ferma, così mi sedetti per raggiungerla. Leggeva, scriveva: pensavo stesse facendo la settimana enigmistica e invece stava consultando curricoli. Ebbi uno spasmo che mi portò a toccare la rima (senza pronunciarla: sono un pirata, sono un signore). Mi chiese se ero d'accordo sulla verticalità. Esitai, voltai lo sguardo fuor di finestra: una parete di cemento, con affissi degli appigli per l'arrampicata libera, ispirò la seguente risposta: «Sì. Purché in sicurezza». Il tono perentorio non ammetteva repliche, sicché lei non potette che convenire. Si limitò a prendere ulteriori appunti a margine dei fogli trattenuti a stento da una debole graffetta.
«Servirebbe una nuova riforma» dichiarò senza mezzi termini, un quarto di Centrale e una Santa Maria Novella intera. Capii che era titolare di una cartafreccia. 
«Sei mai stata a Salerno?»
«Sì, lo scorso inverno.»
Il ripetersi di rime baciate era segno del destino. Cominciai a fissarle le labbra. Lei mi guardò. Io cantai:
Non ci vediamo che da sempre
e questa ti pare una buona ragione
per sporgere le labbra, come un fischio
e poi guardare altrove, senza però fischiare
cominci a capire chi siamo:

«Questi sarebbero i traguardi. Adesso occorrerebbe sviluppare delle unità di competenza».
Ebbi l'immediata sensazione che volesse testare la mia pazienza (e tre), sicché sorrisi e proposi di fare una pausa. Lei non raccolse. Io la lasciai in terra, la sua; mentre la mia pausa la portai sul bancone di un bar il cui gestore, appena entrai, mi strinse la mano, per solidarietà.
«Coraggio», aggiunse, al caffè che non volevo corretto. Comunque era buono, una buona miscela torrefatta che non invadeva all'eccesso la salivazione (con richiesta contigua di un bicchier d'acqua per diluire l'intensità del sapore), sì che uscii dal bar con un sapore in bocca che non sarebbe stato disdicevole baciare, se il bacio fosse rientrato nell'ordine delle cose in quella mattina passata a costruire curricoli.

venerdì 14 settembre 2018

Lettera all'Europa

Cara Europa,

sto affrancandomi, imbustandomi,  indirizzandomi, ergo spero in una spedizione via posta lenta (la celere mi inquieta), per giungere, con calma, a te, destinataria, affinché tu mi riceva e accolga, aprendomi, sbustandomi, leggendomi, c'è scritto quanto segue, nulla più, alcuna sorpresa o contenuto scabroso, se non quello, appena accennato, riferito al fatto che oggi una collega mi ha sussurrato all'orecchio la vicenda d'un prete spretato che si è sposato con una suora che aveva fatto voto di vastità al Signore (una consonante pare abbia salvato entrambi dalla condanna eterna).
Basta poco per confondersi e allentare la presa del silenzio: similmente a un coperchio Bormioli sottovuoto, è sufficiente fare una piccola pressione a leva sul bordo fino a notare al centro un lieve rigonfiamento, indice che si può svitare facilmente il coperchio, aprire il barattolo, non sentire una parola, un brusio, un fruscio, un raglio, niente: silenzio non udito che esce da sé stesso per diventare un silenzio ascoltato. La partitura, purtroppo, dura poco, al massimo quattro minuti e trentatré secondi interrotti soltanto da qualche lieve colpo di tosse.
Dunque, cara Europa: ci voleva questo governo per renderti a me gradita anche nei presenti momenti bui, junkeriani, svaccati su presidenze parlamentari itajane. Volevo solo dirti che io spero ancora in te, come in una puttana che promette amore a ogni centesimo. 
Siamo all'epilogo di questa lettera: prima che di ripiegarmi in tre, in quattro, strapparmi e/o cestinarmi, vorrei segnalare di buttare un occhio alle albe e ai tramonti che nel periodo equinoziale sono offerti a noi terrestri della zona temperata. Bene, in quegli attimi, pensiamoci legalmente.

domenica 9 settembre 2018

Distruggersi un po'


Stamani, in una splendida domenica di sole settembrina, lungo un largo marciapiede d'asfalto che costeggia una strada circondata da villette a schiera, ho visto una doppia coppia di Testimoni di Geova giungere ognuna da direzioni opposte e incontrarsi, mestamente sorridersi e allargare le braccia, sconsolate, forse perché nessuna delle due era riuscita nell'intento di entrare in casa di qualche famiglia per dare corso alla loro opera di predicazione.
La vedevo, la doppia coppia, a un dipresso, mentre provvedevo a buttare nei cassonetti specifici i rifiuti per la raccolta differenziata. La vedevo, credendomi non visto, quando invece, una coppia si era accorta che li guardavo. Così, un attimo prima di rimontare in auto, sento dirmi: 

- Mi scusi, Signore, lei è della zona?
- Sì, anche se non abito proprio qui.
- Non solo lei, sa. Anzi: sembra che non ci abiti nessuno, giacché nessuno ci risponde.
- È domenica, dunque...
- Appunto, è domenica: qualche famiglia dovrà pur essere in casa!
- Non vi crucciate: ancora qualche settimana e li troverete tutti: ci penserà Di Maio¹ a far restare in casa le famiglie. Al momento, per quanto possono e riescono, provvedono a distruggersi un po' come cazzo gli va.


______________________
¹  «In materia di commercio, sicuramente entro l'anno, approveremo la legge che impone lo stop nei fine settimana e nei festivi a centri commerciali, con delle turnazioni e l'orario che non sarà più liberalizzato, come fatto dal governo Monti. Quella liberalizzazione sta infatti distruggendo le famiglie italiane».

sabato 8 settembre 2018

Il guaio di un Paese


« Il guaio maggiore delle statistiche sull'occupazione è che tendono a farci considerare gli uomini come se fossero patate. Quando si cerca di tener presente il fatto istruzione e lo stato psico-fisico del lavoratore si fa un passo avanti nella direzione giusta, ma un passo ancora troppo piccolo. Nelle statistiche sull'occupazione un Michelangelo apparirebbe semplicemente come “scultore: 1”. Se le statistiche fossero abbastanza progredite l’unità figurerebbe nella categoria “artigiani (o artisti) con più di 10 anni d’istruzione”. E tutto finirebbe lì. Le statistiche di cui disponiamo lasciano fuori l’elemento più importante del fattore lavoro, e cioè l’elemento umano, il cui significato più profondo non si può – almeno non siamo ancora riusciti – a misurare in termini quantitativi. Ho citato il caso di Michelangelo e ho scelto un caso estremo. Ma senza arrivare a questi limiti è chiaro che una cosa è una massa di lavoro preparata, diligente, efficiente, capace di organizzazione e di cooperazione, e tutta un’altra cosa è una massa di lavoro ignorante, rissosa, disorganizzata e priva di motivazione. Per lavoro ovviamente non bisogna qui intendere solo gli operai, bensì tutti coloro che per un verso o per l’altro partecipano all’attività produttiva. Chi ha avuto modo per esperienza diretta di comparare società sviluppate e società sottosviluppate, riconoscerà volentieri che la diversità tra i due tipi di società sostanzialmente consiste nel valore del “capitale umano” così nelle classi alte come nelle classi basse. Il guaio di un Paese sottosviluppato non sta tanto nella mancanza di capitale o nell’arretratezza delle conoscenze tecnologiche quanto nella povera qualità del suo fattore umano: un Paese sottosviluppato ha imprenditori che valgono poco, operai che valgono meno, professori incompetenti, studenti che studiano poco, governanti che non sanno governare e cittadini senza senso civico. Per questo il Paese resta sottosviluppato. La mancanza di capitali e l’arretratezza tecnologica e amministrativa in certo senso sono più “conseguenze” che “cause” del fenomeno dell’arretratezza. »

Carlo M. Cipolla, Storia economica dell’Europa pre-industriale, Il Mulino, Bologna 1990, pag. 119

sabato 1 settembre 2018

Il giudice democratico

A Los Angeles davanti al giudice che esamina coloro
che vogliono diventare cittadini degli Stati Uniti
venne anche un oste italiano. Si era preparato seriamente
ma a disagio per la sua ignoranza della nuova lingua
durante l'esame della domanda:
che cosa dice l'ottavo emendamento? rispose esitando:
1492.
Poiché la legge prescrive al richiedente la conoscenza della lingua nazionale,
fu respinto. Ritornato
dopo tre mesi trascorsi in ulteriori studi
ma ancora a disagio per l'ignoranza della nuova lingua,
gli posero la domanda: chi fu
il generale che vinse nella guerra civile? La sua risposta
fu: 1492. (Con voce alta e cordiale). Mandato via
di nuovo e ritornato una terza volta,
alla terza domanda: quanti anni dura in carica il presidente?
Rispose di nuovo: 1492. Orbene
il giudice, che aveva simpatia per l'uomo, capì che non poteva
imparare la nuova lingua, si informò sul modo
come viveva e venne a sapere: con un duro lavoro. E allora
alla quarta seduta il giudice gli pose la domanda:
quando
fu scoperta l'America? e in base alla risposta esatta,
1492, l'uomo ottenne la cittadinanza.

Bertolt Brecht, Poesie (1941-1947), Einaudi, Torino 1992.

venerdì 31 agosto 2018

Disfonia politica

«I critici sono come gli studenti di medicina: pensano sempre che lo scrittore soffre proprio di quella malattia che loro studiano in quel momento. Mentre lo scrittore soffre sempre della stessa malattia, quella di incrociare le parole. Di una lingua nella propria bocca vuol farne due». Milorad Palić, Paesaggio con il tè, Garzanti, Milano 1991
La mia lingua, che vorrebbe farsi scrittura, non riesce a far uscire di bocca parole concernenti l'attuale situazione politica, segnatamente riguardo al modus operandi del governo in carica.
Con Berlusconi al governo, invece, criticare era semplice, indubbiamente, perché la trave che egli rappresentava era così grande che risultava impossibile non parlarne, non vederne i difetti, le irresponsabilità, le magagne, le turpitudini della sua politica da basso impero.
Con Berlusconi al governo mi era facile criticare perché stoltamente credevo che al suo governo esistesse una alternativa, rappresentata da quella compagine variamente chiamata di centrosinistra, la quale ritenevo avesse nelle corde la capacità di governare per il bene e per l'interesse generale del Paese.
Insomma, criticavo con l'alibi di una prospettiva più o meno facile di cambiamento: bastava vincere le elezioni (sì, come no).

Uscito di scena l'ex Cavaliere, i governi che gli sono succeduti mi sono sembrati tante pagliuzze, compreso quel bruscolino fastidioso e querulo di Renzi. E perciò, gradualmente, le parole al riguardo sono andate rarefacendosi.

Poi è arrivato il presente governo di Brutti, Sporchi e Cattivi e con esso sto rischiando quasi l'afonia. Perché? Perché non mi sembrano brutti, sporchi e cattivi? No, anzi: lo sono in pieno. Il problema è un altro: è che la critica a questa bruttezza, sporcizia e cattiveria mi riesce solo monca, giacché priva di una concreta alternativa, a portata di elezioni, da offrire come esempio per smarcarsi dall'attuale squallore. Detto altrimenti: se lo schieramento populista è la diretta conseguenza dei fallimenti politici che i precedenti governi hanno dimostrato dinnanzi alla crisi sociale ed economica che perdura da decenni, quale tipo di critica posso esercitare che escluda ogni complicità con le attuali opposizioni?

Inutile m'incazzi a dire quanto sia bestia Salvini, se poi al massimo posso aspirare al ritorno di un Alfano o di un Minniti.

Ho delle vaghe idee sul superamento del capitalismo, ma sono appunto vaghe, non fanno massa critica, non stimolano la sopita coscienza di classe.
Credo che, in linea di massima, siamo ancora piuttosto "drogati" dal consumismo e dal feticismo delle merci (contenuto soltanto dai limiti dei nostri salari).
Una diversa idea di società - anche solo dire, come fu detto pochi lustri or sono: un altro mondo è possibile non è più contemplato da alcun movimento politico o partito.
Anche le anime belle e coraggiose che generosamente si mobilitano contro le turpitudini governative sono poco attrattive: quella che vedo è un'opposizione individualistica, che rende difficilmente partecipi.

Insomma: ecco le ragioni della mia fiocaggine. Riesco a dire soltanto: leggete (leggiamo) Marx, perlomeno per sapere di che morte morire.

E pensare che, ora come ora, mi sarebbe sufficiente un Pepe Mujica tal quale, italiano, qui.

martedì 28 agosto 2018

Circostanziati silenzi

Povero blogger che non riesce più a commentare con costanza la realtà quotidiana, schiacciato anch'egli dal flusso continuo di notizie diffuso dai media e amplificato a dismisura dai social, tramite condivisioni, commenti, analisi brevi od estese, dove tutti sanno tutto di tutto e lo esprimono con acume, ironia, icasticità. Dalla piattola che spiattella pipponi da dieci capoversi (tutti ben argomentati e pieni di buon senso), al freddurista che scacazza battutine a raffica, entrambi condivisi, reiterati, dai loro seguitori perché nel farlo si crede di essere più intelligenti o giudicati tali, in quanto partecipi del pensiero acuto universale che la sa lunga su tutto, tranne il motivo per cui si trovi confinato nell'inazione: labirinto di specchi dove si dà di gomito a se stessi, dato che tra io e io ci si intende benissimo.

E sicché il povero blogger nicchia, tentenna, esita e la diaristica si punteggia di tanti circostanziati silenzi. 

venerdì 24 agosto 2018

Saltare il posso

Non ne posso più. Potrei non poterne più. Potetti poterne di più: il passato ha sempre ragione. 

Se finora ho potuto, come ho potuto? Com'è stato possibile che io abbia potuto potere? Probabilmente, ho potuto perché ero abbastanza potente da potere resistere. Ma adesso che dico «non ne posso più» sarò abbastanza impotente da non potere resistere, da arrendermi, mollare la presa, alzare bandiera bianca? 

Posso di più, giacché potendo potrei poetare, per esempio. Oppure polemizzare, problematizzare, pubblicizzare: tutto un programma di possibilità, insomma. Sì da mettermi nelle condizioni del ‘posso’ ridotto all'osso. Cosicché ne posso di più, vagamente pensando alla mia posizione sociale, allo scatto di anzianità, all'ansietà, alla puttana della su' sorella.

(E com'eri bella stamani con quel vestito leggero color crema, punteggiato da alcuni fiori ingannevoli, che davano, a noi poveri bombi, l'illusione di poterli suggere).

martedì 21 agosto 2018

Una immane raccolta di merci

Non sono un gran frequentatore degli empori cinesi, ma stamani mi serviva un nuovo carica batteria del telefono e da Euronics li vendevano a partire da 15 euro in su. Troppo, per i miei gusti. Sicché mi sono recato in un capannone a poca distanza dal centro commerciale e, là dove pochi anni fa sicuramente v'era un'impresa (un maglificio, credo), adesso tutti i metri quadri dello stabile sono occupati da scaffali pieni di merci di ogni tipo, fuorché i generi alimentari (ma alimenti per animali sì, vi sono).
Grazie all'aiuto di una commessa della Manciuria, ho trovato subito quello che cercavo, ma avevo tempo, sicché non sono andato subito alla cassa e mi sono messo a girellare tra gli scaffali in cerca di non so che.
Niente, infatti, non ho comprato nient'altro, anche se, per un attimo, ho esitato davanti a questi slip.

Emporio Arcazzo

E mentre pensavo alla Lunga Marcia, alla Rivoluzione culturale, a piazza Tienanmen, la commessa della Manciuria si è avvicinata, chiedendomi: 

«Selve aiuto?»
«Nain».


lunedì 20 agosto 2018

Oceania Bronzo

Ansia

«Asia Argento, tra le più importanti attiviste del movimento #MeToo contro le molestie sessuali, si sarebbe recentemente accordata per risarcire un giovane attore che la denunciò per averlo aggredito sessualmente quando lui aveva 17 anni. Lo riporta il New York Times.
L'attrice, 42 anni, avrebbe pagato 380mila euro per fermare l'azione legale che voleva intentare Jimmy Bennett, ora 22enne, poco dopo aver detto a ottobre che il magnate del cinema Harvey Weinstein l'aveva stuprata.»

Oceania Bronzo, tra le più importanti attiviste del movimento #PagaLeTasseStronzo, si sarebbe recentemente accordata con l'Agenzia delle Entrate perché denunciata di evasione fiscale e di esterovestizione. Lo riporta il Gazzettino della Valmerdana.
La celebre tributarista avrebbe pagato 380mila euro per farsi condonare gli illeciti, poco dopo essere stata eletta senatrice grazie a una efficace campagna elettorale incentrata sui valori della legalità e dell'onestà.

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A parte.
Tutto dipende dal contesto sociale in cui uno nasce, cresce e si fa le seghe. Quindi quanto segue, ahilei, non può essere portato in sede di dibattimento a favore della nota attrice italiana. Purtuttavia, per solidarietà umanistica, testimonio che se a me, quando avevo 17 anni, mi avesse molestato sessualmente un'attrice [*] (ma anche non necessariamente una attrice, anche una fattrice, un'impiegata, una operaia, un'insegnante, una avvocata nostra, eccetera), volentieri mi sarei lasciato molestare e col cazzo che di certo non l'avrei denunciata.
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[*] La mia molestatrice preferita sarebbe stata Laura Antonelli.

venerdì 17 agosto 2018

Lasciate in pace i conigli

Uf

Non per fare un discorso animalista, quanto perché credo sia giunto il momento di smettere di utilizzare delle povere bestie per definire il comportamento di altre bestie, quelle umane.
So benissimo che è un modo di dire usare l'espressione "sei un coniglio" per descrivere il pavido, il pusillanime, il vigliacco, e questo accade perché il coniglio è un animale paurosissimo e timidissimo. Ma pensiamoci bene: è colpa del coniglio essere così, è una sua scelta? No. Mentre per i signori verso i quali si rivolge l'Annunziata è una scelta essere così pavidi, pusillanimi, vigliacchi? Sì. E allora si inizi a chiamare chi si comporta in tal guisa col loro nome e cognome e che esso diventi il modo di dire specifico per definire, in futuro, chi si comporterà nella stessa maniera di merda

giovedì 16 agosto 2018

Siamo in un Paese meraviglioso


Quando siamo abbastanza distanti da una disgrazia e/o una tragedia, fatto un pensiero veloce di immedesimazione per le povere vittime che hanno avuto la sfortuna di incombervi, il pensiero dominante si indirizza alla ricerca dei responsabili. Perché è successo? Chi è stato? Di chi è la colpa?
Scartati, per ovvie ragioni, Dio e la Natura, i colpevoli non possono che essere esseri umani. 
Cosicché, una volta che il meccanismo vittimario si è messo in moto - e prima che sia incanalato dentro l'alveo dei procedimenti giudiziari (indagini preliminari, avvisi di garanzia, rinvio a giudizio, processo di primo e secondo grado, cassazione) - si indossano facilmente i panni del giudice che sa sin da subito chi condannare e come; e ciò a seconda dell'educazione, la cultura, l'estrazione sociale che informano la nostra coscienza. 
Ebbene, per quanto riguarda il disastro del viadotto crollato a Genova, la mia coscienza vittimaria si è immediatamente indirizzata verso Atlantia, società che ha in concessione e gestisce Autostrade per l'Italia (sei in un Paese meraviglioso). Subito, infatti, ho pensato che i principali responsabili dell'accaduto siano i proprietari di tale società (in seconda battuta ho pensato come colpevoli anche i politici che hanno favorito la privatizzazione e concessione di un siffatto bene pubblico). E ho pensato: fosse mio potere, a tali figuri gli esproprierei anche il pelo pubico (ammesso e non concesso che non si depilino). 
Questo a botta calda.
Successivamente, ho visto che anche il governo in carica ha avuto, più o meno, la mia stessa idea e sia intenzionato “fargliela pagare”; perciò hanno pensato alla revoca della concessione (per una volta che sono d'accordo con il governo non vuol dire che sia filogovernativo: ricordatevi della metafora dell'orologio fermo).
Gli azionisti di Atlantia, sentendo il fiato dell'opinione pubblica sul collo (è il collo giusto, andate tranquilli), parlano di risarcimenti, ricostruzioni, ma anche - nel caso il governo faccia sul serio - pretendono far valere le clausole rescissorie. D'altronde, viviamo in uno stato di diritto, dove il diritto delle maschere del capitale è particolarmente tutelato. Dunque, non hanno bisogno di tenere le pale degli elicotteri accese: risparmino pure i soldi del carburante per la fuga. 
Ecco perché, da un disastro come questo, spero non tanto avvenga una vittimizzazione classica (si trova un Benetton da crocifiggere e morta lì la faccenda), quanto una presa di coscienza generale sul fatto che questi tragici avvenimenti sono il frutto (maturo) della logica capitalistica e fino a che punto lo Stato sia schiavo di questa logica: dal concedere un bene pubblico all'interesse privato è naturale consegua una privatizzazione dei profitti e una socializzazione delle perdite e senza neanche la soddisfazione di tosare i Benetton come povere pecore sacrificali (sai che maglioni).
Certo, non mi aspetto che questa sensibilizzazione passi attraverso l'opera di un governo piuttosto pietoso. Ma le vie del signore sono infinite (anche se non ancora asfaltate, come disse, mi pare Gervaso), quindi avanti Toninelli, dacci qualche soddisfazion.

lunedì 13 agosto 2018

Come un sommelier

A Library by the Tyrrhenian Sea, 2018 by Ilya Milstein

Potessimo della vita bere il succo
come un sommelier intento a definire
quali frutti o spezie il vino gli rammenta,
anziché rapido d'un sorso 
trangugiare e dissetarsi senza dare 
al pensiero la maniera di sentire
se amaro o dolce il gusto,
allora i ricordi si farebbero
più acuti e capaci di restituire
al presente una precisa rappresentazione
di quello che realmente siamo stati
negli attimi in cui la vita ci ha chiamato
a rendere grazie o a maledire
la vita stessa, il nostro essere che punteggia
di vissuti la curvatura insensata 
dello spazio-tempo.