domenica 4 marzo 2012

Come fanno i marinai a baciarsi tra di loro

Infuria la polemica sulla identità sessuale di Lucio Dalla. Il popolo del web (moi aussi je suis peuple) esprime pareri contrastanti. Hanno ragione o torto Busi e Annunziata che ne parlano? Per Giovanni Fontana un po' più ragione, per me un po' più torto, perché sarebbe stato meglio che essi avessero chiesto a Dalla qualcosa in merito al suo orientamento sessuale quand'era vivo, che farlo ora che è morto. In fondo, Busi soprattutto, che è uomo di mondo e che probabilmente sapeva della omosessualità o bisessualità o trisessualità di Dalla, poteva chiamarlo in causa, come dire... sputtanarlo pubblicamente... mica avrà avuto paura di una querela. Insomma, Busi - visto che lotta da sempre affinché la sessualità sia considerata cosa pubblica come l'aria che si respira - avrebbe potuto fare e, al limite, potrebbe fare ora, come fece Craxi, all'epoca di Mani Pulite, nel suo famoso discorso parlamentare che mise spalle alla poltrona tutti i partiti, tuonando un: «Basta con l'ipocrisia!»

A margine.
Segnalo questo post di Chiara.

Winston vs Astor


Per capire il titolo



Aria condizionata


Lorenzo Mattotti, Stanze.

Mi sono svegliato prima dell'alba, verso le cinque. Mi sono alzato e messo a leggere una storia sull'isteria di Freud, in cui questi, per curare una paziente, ricorreva sovente all'ipnosi. Dopo mezz'ora il sonno è ritornato con forza, ipnotico, e – dato che oggi è domenica – mi sono ri-coricato.
E ho sognato, nell'ordine:
Una sparatoria, tipo film americano, dentro un palazzo con più di dieci piani. Io, per cercare di scampare alle pallottole, mi rifugio dentro l'ascensore e vado su e giù, ma ad ogni piano si sente lo scontro a fuoco.
Di essere a casa, solo. E d'improvviso, vedere fuori in giardino un sacco di gente, giovani indignati soprattutto, venire verso casa imbracciando assi di legno che inchiodano alle persiane dopo avermele chiuse. Buio. Hanno tolto la luce. Il telefono non fa. Accendo il computer portatile, inserisco la chiavetta e, con quella poca batteria che mi resta, chiedo aiuto sul blog, per non fare la fine di Ugolino (anche se, nel sogno, non ho prole da mangiare).
Infine, altra scena, altra casa, molto più grande della mia, molto lussuosa, ordinata, signorile. Proprio mentre stavo mettendo le mani sul culo dell'inserviente extracomunitaria (inconsciamente, si vede, sono uno sporco razzista) suonano alla porta: è il professor Giorgio Agamben². Lo ricevo con sommo garbo e lo faccio accomodare nello studio. Gli cedo la sedia più comoda della scrivania e gli domando cosa siano, in realtà, i sogni: «Aria condizionata», risponde.

Mi sveglio. È giorno fatto. Mi sento tutto costipato, ho la gola in fiamme. Mentre aspetto il caffè, butto giù queste noticine. Riprendo Freud. Leggo:
«Alla fine del 1892 un collega amico m'inviò una giovane donna che era in cura da lui per riniti purulente cronicamente ricorrenti».
Chiudo il libro, mi soffio il naso. A me Freud non mi fa niente bene.

¹ Sigmund Freud, Racconti analitici, Einaudi, Torino 2011.
² Non conosco Agamben di persona, né mai ho assistito a una sua lezione. L'ho solo visto in fotografia e ascoltato, anni fa, alla radio. Nonché letto qualche suo libro. Credo mi si sia presentato a causa di ciò.

Segnalazione d'obbligo


Un grandissimo Giuseppe Regalzi.

È un post, quello segnalato, che propone argomentazioni insuperabili, almeno per me. In fondo - e sempre evitando di rispondere pubblicamente - mi sono spesso chiesto anch'io se avrei il "coraggio" di essere infedele se avessi avuto la sorte di nascere in un paese islamico. È probabile che avrei avuto altre preoccupazioni, concedo (per la nota questione che «è l’essere sociale a determinare la coscienza e non il contrario»*). Comunque, Regalzi dimostra la fallacia del ragionamento integralista, cattolico e non, che obietta ai laici non credenti di essere dei pavidi perché non oserebbero affiggere manifesti con scritto «Dio probabilmente non esiste...»  per le strade di Riad o di Teheran.

sabato 3 marzo 2012

La stabilità del sonno

Viviamo in una civiltà democratica borghese che ci fa sentire, a parole, tutti uguali davanti alla legge e tutti detentori dei medesimi sacri diritti. È una civiltà, la nostra, che illude le masse alfabetizzate e secolarizzate di poter concedere, a chiunque ne abbia il merito¹, l'accesso alla felicità. Ma, «la società civile, dopo quella religiosa, è diventata scismatica», dacché «la lotta delle fazioni è l'unico elemento stabile nella instabilità contemporanea»². 
Già. 
A chi fa bene questa instabilità? Ovvero, quali umani sguazzano bene in essa?
 Quelli che comandano, quelli che hanno il potere.
Le fazioni in lotta provocano disordine e scompiglio. Esiste un modo per riconciliare i contendenti, per ritrovare l'unità perduta o per instaurare una nuova unità? Sì, trovare un obiettivo comune o un nemico comune. La seconda cosa, di solito, consente migliori risultati sul breve periodo. Per questo è sovente adottata, anche perché permette, alle parti normalmente divise su tutto, una riconciliazione temporanea che, una volta scaduta, le rivedrà nuovamente in lotta.
E quindi? Quindi ora ho sonno, mica intenzione di scrivere un trattato.

¹Meriterebbe qui esserci una digressione che non ho la forza di compiere.
²René Girard, Menzogna romantica e verità romanzesca.

Che vuoi che siano due-tre euro

Insomma, i soldi per l'editoria si sono trovati: 120 milioni di euro, e vabbè. Spero che - come ben dice Malvino - coloro che piangevano (non solo Menichini) come prefiche per i minacciati ma non effettuati tagli, intonino peana al governo Monti per questa decisione.
Premetto: io sono contrario all'elargire fondi pubblici ai giornali che senza non sopravviverebbero. Quindi il governo avrebbe fatto bene a mantenere ciò che aveva promesso. Certo, mi rincresceva per Il Manifesto, ma il quotidiano comunista poteva riuscire - facendo di necessità virtù -  nell'impresa di sopravvivere con una massiccia campagna abbonamenti, forse ottenendo un risultato paragonabile a Il Fatto Quotidiano. Anzi: secondo me Norma Rangeri e la redazione dovrebbero tentare di fare a meno dei soldi che il governo ha sbloccato. Sarebbe un'ulteriore conferma di indipendenza dal regime, giacché, come scrive Jacopo Tondelli direttore de Linkiesta

Non capiamo, né mai capiremo, perché sia interesse dei cittadini contribuenti che parte di quanto producono sia destinata a giornali che dichiarano di stare sul mercato, che tutte le mattine arrivano (o dovrebbero arrivare) in edicola. Il “non interesse” è particolarmente evidente quando ci si trova davanti a giornali che vendono poche migliaia (o centinaia) di copie, che aggregano attorno a sé piccole (o microscopiche) comunità di lettori, che diffondono idee magari bellissime ma che non possono essere protette coi soldi di tutti come si trattasse di specie in via di estinzione fondamentali per l’ecosistema. Non si capisce perché, poi, questi fondi vadano sempre a beneficio di chi già esiste e molto difficilmente a sostegno di nuove realtà editoriali: magari anche online che ritengano di farvi ricorso.

E, tuttavia, io non sono populista. In fondo, come bene ha calcolato Ivo Silvestro, 120 milioni equivalgono a 2-3 euro a cranio, ci si può stare per sostenere la cosiddetta libertà di opinione. Quello che però noi contribuenti malgré-nous dovremmo sapere è chi può e come può accedere a tale finanziamento pubblico. Inoltre, si dovrebbe esigere, da coloro che ne usufruiranno, di non licenziare redattori per motivi di ristrutturazione. Altro non so. Se avete idee...

venerdì 2 marzo 2012

Punti di vista


«Mio figlio mi dice: “Ma ce l'hai grosso, tu, papà.” Allora io, che mi sto facendo un po' la doccia, mi giro un po' in là, e allora penso che si capisce che adesso gli viene un complesso molto grosso, a quello, e dico subito: “Ma ce l'hai grosso anche tu, vedi”. Ma lui: “No no,” dice, “che ce l'ho un po' piccolo, io.” “Be',” dico io, “è solo perché sei un po' piccolo tu, ma adesso che sei un po' alto come papà, poi, ti viene un po' tutto grosso anche a te.” E intanto, si capisce, via con la doccia. Ma mio figlio, allora, che è sempre il mio figlio più piccolo: “Anche la mamma,” dice, “che la mamma è un po' tutta grossa, ce l'ha un po' tutto grosso anche lei.” “Be' no,” gli dico io, “non è né grosso né piccolo, quello della mamma, sai, solo che è un po' diverso, piuttosto.” “Ah,” fa lui. “Eh sì,” gli spiego, “perché la mamma è un po' donna, sai , che sono le donne che sono poi quelle che ci fanno i bambini, ecco.” E lui, allora, dice: “Ah.” Che ti sembra, così, convinto un po'. Così mio figlio, adesso, se ne va, e ti arriva mia moglie, allora. “Ehi,” mi dice “ehi, ti sta venendo un po' piccolo, guarda.” “Oh,” le spiego, “no.” Le dico: “È che mi faccio la doccia tanto fredda, sai, che con il freddo che la doccia ci fa, sai, si restringe anche sempre un po', ecco.” “Meno male” fa lei. “Eh, meno male sì,” faccio io, “davvero.” Poi le dico: “Guarda però con la doccia calda, adesso, infatti.” E via con quella manopola rossa che c'è, via con quell'acqua bollente, che tutto salto, che mi brucio, ahimè».

Edoardo Sanguineti, Capriccio italiano, Feltrinelli, Milano 1963

Qualcuno diventerà comunista


Se mi dovesse accadere, date a lui la colpa.

io-Presto


Mente:
c'è solo un sapone che la lava:
il niente -
poca schiuma, molta bava.
Il niente 
che fredda lo sporco
che dentro mi sento
per non essermi accorto
che il vuoto è presente.
Non c'è niente da fare.

Non c'è niente da fare?
Da fare c'è tutto
quello che è possibile fare.
Anche disperdersi nel niente.
Anche non fare niente.
Anche guardare il cielo
senza alcuno scopo
tanto è solo dopo
che la cosa si è fatta
che si scopre se è stata gloria
o disfatta.
O niente.
Come la mente mia ora.



giovedì 1 marzo 2012

Oh, questo è imbarazzante

Il caricamento ponza, ponza... quasi un'ora senza aprire niente. Con la visualizzazione HTML di base sembra di tornare alla preistoria.
Così, giusto per segnalare pubblicamente questi imbarazzanti inceppamenti di nostro fratello Google.

L'ospedale di Nabokov

Il Montreux Palace non è un ospedale, cervelloni.
Bastava telefonarmi.

(Il palazzo in oggetto è uno dei più lussuosi alberghi del mondo. In esso hanno vissuto a lungo, in un appartamento "privato" Vladimir Nabokov e sua moglie Véra. Il figlio Dmitri s'è comprato una casa negli alti di Montreux. L'ospedale della ridente cittadina sul Lemano si trova altrove).

Ciao un cazzo

via
L'ho già detto, ma non  mi stanco di ripeterlo. Perché quando uno muore gli si dice «Ciao?» Perché? Perché si è cattolici e si crede nella resurrezione della carne e quindi nella concreta possibilità di rivederci da morti? È per questo? Se sì, si aggiunga, per favore, al saluto «Ciao», un «a presto». Riguardo all'eternità, converrete, anche cinquant'anni sono un “a presto”. Se invece uno non crede nella resurrezione dei morti perché dice, al morto, «Ciao»? Non sarebbe meglio: addio? Ah, forse perché in addio, etimologicamente, v'è la raccomandazione all'Ente a cui non si crede? Allora propongo, anche se mi rendo conto ch'è poco gradevole, un più appropriato «a mai più». 
Va bene, io esagero, ho l'orecchio sensibile alle incrostazioni (a quelle che reputo tali) della lingua. E, forse, per Lucio Dalla il saluto è più pertinente rispetto ad altri.

Marzo

Mi alzo
e sono scomparso
dalla scena del sogno
richiamato alla terra
da un basso bisogno.
Mi alzo
e in me stesso
la protesta trova spazio.
Mi guardo con occhio socchiuso
se il sogno che in bagno mi porto
è stato davvero vissuto
nella stessa misura che vivo
questo dolce orinare.
Mi alzo (dal cesso)
e torno a guardare
se sono sempre me stesso
se questo sapore imbaciabile
che ho in bocca mi appartiene
o è un residuo del sogno.
Mi lavo, mi vesto
e trovo un pretesto
per pensare alla lotta:
la realtà è quella che è
disegnata per la gotta
de' Principati e delle Potestà.
E anche se molti proletari
si misurano il diabete,
la felicità è dei proprietari.
La mia è un riflesso
di chi si ostina
a pensare se stesso
fuor di latrina.
Ma la mattina è acuta -
disse Fortini, da qualche parte -
e il cielo sereno che taglia con arte
il vetro degli occhi. L'aria è muta.
Si parte.

Precisione svizzera


* *
«Le chanteur devait donner quatre autres concerts en Suisse, à Berne, à Bâle et à Genève dimanche, ainsi qu’à Lugano. Pour le concert genevois, également organisé par Opus One, les billets seront remboursés là où ils ont été achetés jusqu’au 4 avril.»

Poi capisci perché la Svizzera non è una nazione, ma una confederazione. Di stronzi.

mercoledì 29 febbraio 2012

Berlusconi è composto

 «Ringrazio e faccio i più sinceri complimenti al bravissimo carabiniere che in val di Susa ha dimostrato la differenza tra chi fa sempre il proprio dovere per il bene comune e chi sa solo insultare, l'abisso esistente tra chi ama l'Italia e ha il senso dello Stato e chi invece usa le invettive e la piazza per seminare odio e violenza». Lo dice in una nota Silvio Berlusconi. «Bene ha fatto il comandante dell'Arma, generale Gallitelli, a premiare la professionalità e la compostezza di quel militare con un encomio solenne. Una volta di più - conclude l'ex presidente del Consiglio - lo Stato ha fatto lo Stato: in quel carabiniere abbiamo ritrovato l'Italia migliore, in cui ci riconosciamo».

Berlusconi che si riconosce nella compostezza (dandosi del “noi”, come il mago Otelma) è cosa talmente paradossale, come se Lady Gaga si riconoscesse in Orietta Berti, come se Veltroni si riconoscesse nella socialdemocrazia, come se Gasparri si riconoscesse nella Resistenza, come se Marchionne si riconoscesse nella Fiom... (si accettano altri come se).
Lui, Berlusconi, persona così a modino, composta (sembra una mummia nel sarcofago quando parla, infatti), che persino quando parlavano male di lui per televisione - e lui non c'era, era a casa, nel suo tinello - pigliava la cornetta per stare composto, contenersi, sì carco di professionalità politica, roba da encomio ufficiale del padre guardiano di Santiago di Compostela.
Berlusconi è così composto che potremmo metterlo direttamente nel compost.
Il suo amore per l'Italia (era meglio se amava la Svizzera).
Il suo senso dello Stato (nel senso che lo Stato gli faceva senso).
La sua quieta propaganda televisiva per seminare cipria e cazzate...

Le cose vanno forse meglio

«Sì parlò mai nell'antichità, tra schiavi e padroni, o nel Medioevo, tra servi della gleba e baroni, di un  ugual diritto di tendere alla felicità? Non venne forse la tendenza alla felicità delle classi oppresse sacrificata senza riguardi e in “ossequio al diritto” a quella delle classi dominanti? Sì, e la cosa era immorale; ma ora questo ugual diritto viene riconosciuto. Riconosciuto a parole, dacché e finché la borghesia, nella sua lotta contro la feudalità e nella formazione della produzione capitalistica, era costretta a sopprimere tutti i privilegi di casta e quindi personali, e a introdurre l'uguaglianza giuridica delle persone, prima nel diritto privato, poi a poco a poco anche nel diritto pubblico. Ma la tendenza alla felicità si alimenta solo in piccolissima parte di diritti ideali, e per la maggior parte di mezzi materiali, e a questo riguardo la produzione capitalistica ha cura che la grande maggioranza delle persone uguali in diritto riceva solo lo stretto necessario per vivere. Essa dunque non rispetta l'uguale diritto della maggioranza di tendere alla felicità più di quanto lo rispettassero la schiavitù o la servitù della gleba, se pure lo rispetta, in generale. E le cose vanno forse meglio per quanto riguarda i mezzi spirituali della felicità, i mezzi dell'educazione intellettuale?».

Di tutto il brano di Friedrich Engels riportato (tratto da Ludovico Feuerbach e il punto di approdo della filosofia classica tedesca, 1886, Editori Riuniti, Roma 1969), che - mi sembra- dovrebbe essere mandato a mente da tutti gli umani che non sono capitalisti,  io vorrei limitarmi a rispondere alla domanda “finale”, che riscrivo:
«E le cose vanno forse meglio per quanto riguarda i mezzi spirituali della felicità, i mezzi dell'educazione intellettuale?»
Per quel che  mi riguarda, sì, anche se mi rendo conto che questo non basta, in fondo i mezzi spirituali sono le briciole che i padroni lasciano a noi che non abbiamo la vocazione, l'urgenza di essere loro servi o di emularli al punto di diventarlo anche noi, padroni. In fondo, dai tempi in cui Marx ed Engels scrivevano, il mondo è stato sufficientemente alfabetizzato, soprattutto la sua parte “occidentale”, che se uno vuole, almeno spiritualmente (leggi: seghe mentali), un po' di catene riesce a togliersele, riesce a godere, a essere felice fruitore della beltà, ovvero di quelle cose del pensiero per cui vale la pena vivere. Va bene, a casa non ho un Van Gogh, un Picasso o chi volete voi, ma posso comunque vederli. Va bene, nessun musicista mi compone variazioni, tuttavia le posso ascoltare; così come posso leggere Dante, vedere Amarcord, o altre cose che mi strappano alla disperazione. Certo, prima lo stomaco, un tetto, un po' di pelo, eccetera, tutto vero; ma poi, prendo un libro (anche Engels) o un post di qualche amica/o blogger e, anche se rasoterra, mi succede di volare.

martedì 28 febbraio 2012

Trasfusione di menti

Osservate la mujer di Malaga che guarda l'opera sottostante di Richard Prince.
Quella donna non sa che, in quel preciso momento, il mento riflesso nel vetro non è il suo ma quello del ritratto dell'artista americano. Non lasciatevi ingannare dai colori. La donna tornerà a casa con un riflesso di mento perso e uno guadagnato.

La solitudine delle opere seconde


D'altra parte è andata così: ho scritto un libro, ho spedito il manoscritto a qualche editore e uno grande ha deciso che poteva andare bene per la collana narratori contemporanei; così l'editor gli ha cambiato il titolo - ché il mio faceva era poco incisivo - e il libro è stato pubblicato; poi, un po' grazie al passaparola e a qualche buona critica, esso ha incontrato i favori del grande pubblico e ci sono state varie ristampe, vari riconoscimenti e premi prestigiosi, la traduzione in più di trenta lingue, la versione/riduzione cinematografica... E insomma, eccomi qui: scrittore professionista a tempo quasi pieno. In fondo, era chiaro che, dopo un successo simile, un editore mi avrebbe messo sotto contratto volendo i diritti del mio prossimo romanzo; romanzo che è quasi pronto, giusto una ritoccatina da parte di consumati esperti di lifting letterario e qualche anticipazione con letture pubbliche a teatro per saggiare gli umori e le impressioni del pubblico. (A proposito, ma chi diamine è che viene a teatro, magari pagando anche il biglietto, per ascoltarmi mentre leggo pagine di un libro che ancora deve uscire?).
Il nuovo libro, poi, appena sarà confezionato, sarà diffuso capillarmente in ogni libreria e supermercato con reparto libri, edicole e cartolerie, uffici postali e autogrill, di modo che le masse, stimolate da una notevole campagna pubblicitaria, se ne procurino copie e copie per leggere e regalare.
Le critiche letterarie, a questo punto, saranno del tutto superflue per sancire il successo che è prevedibile perché già programmato. Le critiche letterarie, anche le più malevole, anche quelle che dimostreranno implacabilmente la peculiare insussistenza del mio scrivere, non potranno far altro che essere rivoli che andranno a ingrossare la piena di vendite prevista; anzi, il povero critico che si permetterà di stroncare la mia seconda prova sarà tacciato facilmente di usare la critica come arma per mettersi in mostra, in quanto invidioso del mio successo, della mia popolarità.
Che vuoi fare, il gioco è questo e io ho avuto il merito e la fortuna di giocare da protagonista in questo meccanismo su cui si regge l'industria letteraria; e io sarò uno scrittore che andrà bene finché sarò capace di essere unto abbastanza da non incepparlo.

Alé Viola


In piazza Santissima Annunziata
un'auto sfreccia come se fosse
il solo essere esistente.
Un autobus inzacchera
l'aria che respira la gente 
seduta sulla scalinata
dello Spedale dell'innocente -
nome comune singolare
dacché tutti colpevoli siamo
(tranne uno, due con l'Annunziata)
secondo il principio della caduta.
In piazza Santissima Annunziata
nessuna musa è venuta
a confortare nostra tribolazione.
Spicca il volo un piccione.
Una scolaresca fa colazione.
Due gitane tendono la mano
ricevendo non pane, ma guano.


A parte.
I versi e la foto sono profondamente discordi (vale a dire: non vi è, tra di essi, alcun nesso). Tutto è partito dai capelli della modella in oggetto. Ho pensato a cosa non penso mai: il calcio, la Fiorentina. Di poi - ma vabbè - solo per dire che stamani sono stato da quelle parti all'Archeologico.



lunedì 27 febbraio 2012

Incursioni poetiche



Non so se ieri qualcuno di voi ha avuto la ventura
di leggere un articolo della rubrica L'incursione su La Lettura
supplemento culturale settimanale del Corriere della sera
a firma del poeta laureato Davide Rondoni, che era
infuriato con altri suoi colleghi, soprattutto
con uno, il povero Valerio Magrelli, trattato come un brutto
esempio di facitore di poesia legalista-statalista,
dacché ha osato l'incauto scrivere «T'amo
pio Stato», per Rondoni così evocando il gramo
amore per i vari totalitarismi che la Storia
ha registrato nel corso del suo farsi senza, di Dio, la gloria.
Bene, se non l'avete letto e vi siete risparmiati
le solite invettive d'un rancoroso da' modi sgarbati,
avete purtroppo perso perle d'inarrivabile assurdità
che, leggendole, non sai se ridere o se avere pietà
verso colui che si lancia in simili, ardite proposizioni
che a leggerle si drizzano tutti i peli dei [rima zoppa].
Tuttavia, se posso permettermi uno psicologico giudizio
credo che tutto il livore di Rondoni sia dovuto al vizio
dell'invidia di non aver ancora nel suo repertorio
un videoclip come quello di Magrelli che, declamatorio,
sorvola la città seduto su un'altalena legata al cielo.
Ecco, a Rondoni fa rabbia che un poeta senza pelo
sul viso e senza ali nel cognome tanto abbia potuto
senza di un cardinale o di un vescovo l'aiuto.

P.S.
Se per curiosità voleste leggere l'articolo di Rondoni cliccate sull'immagine. Non sono riuscito a trovarla linkata sul sito del Corsera e quindi l 'ho scannerizzata.

Domande al Presidente Napolitano


Mi scusi Presidente, visto che ora i tassi son tornati bassi, visto che Berlusconi ha promesso che lui no, non si ripresenterà come candidato presidente del consiglio, visto questo e altro e una politica che non si sa bene a chi appartenga, ovvero si sa a chi appartiene, ma insomma, per farla breve, non sarebbe il caso, crede, di sciogliere le camere un po' prima, senza aspettare un anno e passa, così tanto per scuotere un po' le forze politiche tutte? Che ne dice? Monti va ancora bene? La Fornero pure? Scilipoti e Calearo parlamentari anche?

domenica 26 febbraio 2012

Mia sorella Umberta

Spariamo sulla croce verde? Spariamo sul sole delle Alpi? Spariamo:
«I giudici non sono ciechi e sordi, vivono anche loro il momento politico. Berlusconi è stato abile, pensavo che fosse condannato, invece i suoi voti sono determinanti per il governo. Magari non aveva commesso niente, come sosteneva lui, però vista da fuori è una brutta impressione». 
Al mio orecchio un “sarebbe stato” ci sarebbe stato meglio. 
Ma grammatica a parte:
Porcadellalegalombardadelnordellapadaniastronzadeltuocervellorintronato. Chi le ha votate in Parlamento tutte quelle leggi ad personam che hanno favorito la prescrizione pel Cavaliere? Mia sorella? Mia sorella!? Dov'è mia sorella Umberta, quella puzzona? Quella rincoglionita? Se la prendo gliene dico quattro, e le faccio capire che le sue sono dichiarazioni inaccettabili che mettono a repentaglio il buon nome della famiglia. Una famiglia al verde.

«E bramo di perir e cheggio aita»

Pace non trovo e non ò da far guerra,
e temo e spero; ed ardo e son un ghiaccio;
e volo sopra 'l cielo e giaccio in terra;
e nulla stringo, e tutto 'l mondo abbraccio.

Tal m' à in pregion, che non m'apre né serra,
né per suo mi riten né scioglie il laccio;
e non m'ancide Amore e non mi sferra,
né mi vuol vivo né mi trae d' impaccio.

Veggio senza occhi e non ò lingua e grido;
e bramo di perir e cheggio aita;
ed ò in odio me stesso ed amo altrui.

Pascomi di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte e vita:
in questo stato son, [Lavoro]*, per voi.



Francesco Petrarca, Canzoniere, CXXXIV


*Donna
Mi sono permesso questa improvvida sostituzione pensando a queste due persone che si sono uccise, probabilmente a causa del lavoro.

I perché di un inchino


La convergenza degli opposti

Due punti di vista diametralmente opposti  ci dicono, in buona sostanza, la stessa cosa:
«La certezza è che saremo costretti a smantellare il nostro inefficiente welfare per motivi di bilancio pubblico, in un paese in cui la mistica del “fare sistema” significa soprattutto permettere alle oligarchie parassitarie di rinviare la resa dei conti con la storia a spese della classe media e dei lavoratori, ai quali viene quotidianamente spiegato che per molto, troppo tempo hanno “vissuto oltre i propri mezzi”. Voi siete padroni di crederlo, ovviamente. Ma quando vi viene detto, in questi momenti di alta pedagogia, che “dobbiamo fare come i tedeschi” sappiate che si tratta, se non di una pietosa bugia (spesso, come detto, interessata), perlomeno di una applicazione della famosa teoria keynesiana del lungo periodo. Quello in cui, se non propriamente morti, saremo certamente più poveri.» Phastidio.
***
«I padroni di schiavi e i loro attaché presso i centri di decisione politica, hanno ben chiara la situazione e la fase in atto. Il capitale in questo genere di democrazia può tutto, il singolo proletario, illuso della titolarità del potere attraverso il voto, può solo sperare di cavarsela in qualche modo. La parola d’ordine è fare dell’Europa una zona franca per il profitto come le altre, come in Cina o in India e Brasile. Ma non tutta l’Europa è uguale e non tutti i paesi in essa hanno lo stesso peso. La linea di tendenza complessiva è comunque quella di creare un “nuovo” modello sociale nel quadro della competizione capitalistica mondiale. In questo senso vanno interpretate le dichiarazioni del personale politico e tecnico europeo e italiano quando, sia pure con sfumature diverse, allude al welfare europeo come a un sistema sociale superato, così come quando assume la decisione di abbandonare al proprio destino le aziende che in passato hanno “tutelato bene l’italianità” ma impedito “la distruzione creatrice schumpeteriana”.» Olympe de Gouges.
Devo essere sincero: mi piacerebbe che, alle prossime elezioni, ci fossero due nuovi partiti: uno veramente liberale; e uno veramente comunista. Perché le strade sono due, o l'una o l'altra, ma percorse sino in fondo, fino alla meta. Chi voterei io? Ho un anno per pensarci, e sono ancora indietro con le letture marxiste.

Fuochi della fede

Tra poco devo uscire per preparare il barbecue. Carne alla brace, oggi, a pranzo.
A casa ho due Bibbie di Gerusalemme, identiche, quelle con la copertina rossa e la scritta dorata (una me la comprai io per studiare, l'altra me la regalarono). Mi chiedo: se ne usassi una per accendere il fuoco, cosa dite, avrei una ritorsione diplomatica da parte della diocesi?

sabato 25 febbraio 2012

Il pus amore


«Ma se supponi l'uomo come uomo e il suo rapporto col mondo come rapporto umano, tu puoi scambiare amore solo contro amore, fiducia solo contro fiducia ecc. Se vuoi godere dell'arte, devi essere un uomo colto in fatto di arte; se vuoi esercitare un'influenza su altri uomini, devi essere un uomo attivo realmente stimolante e trascinante altri uomini. Ogni tuo rapporto con gli uomini – con la natura – dev'essere un'espressione determinata, corrispondente all'oggetto da te voluto, della tua reale vita individuale. Quando tu ami senza provocare amore, cioè quando il tuo amore come amore non produce amore reciproco, e attraverso la tua manifestazione di vita, di uomo che ama, non fai di te stesso un uomo amato, il tuo amore è impotente, è una sventura». Karl Marx*
Ho misurato la mia impotenza oggi pomeriggio quando sono passato da lei senza avvisarla, ho suonato, mi ha detto che vuoi, chi ti cerca, ti prego fammi salire, le ho chiesto, e lei, guarda che ho fretta, stavo proprio per uscire, ma solo cinque minuti, ho insistito, e lei, forse perché sa che se dico cinque minuti cinque minuti sono, allora mi ha aperto, si stava preparando effettivamente, mi voltava la schiena e continuava a disegnare il contorno occhi e le sopracciglia, indifferente, sempre bella, eccitante, sentivo in me crescere rabbia e desiderio ma non osavo spingere me stesso in quella direzione che ci avrebbe portato allo scontro, preferivo tenermi il groppo in gola, piangere dopo, battere i pugni sul cruscotto dopo, non ora, non potevo, rischiavo di farle del male dalla rabbia che sentivo, lei, che era stata mia e che ora invece non voleva nel modo più assoluto essere mia, si rifiutava, non mi considerava, faceva finta che non ci fossimo mai amati, ero superato, sorpassato, non più desiderato, voluto, ma il mio, invece, il desiderio era lo stesso, il volere idem, e non capivo perché, perché in me non era cambiato niente e, invece, in lei, sì, mi aiuti ad agganciare questa collana per favore, ma è quella collana di onice nero che ti regalai io e tu la metti per uscire con, senti smettila, non mi parlare con questo tono, non ti fare del male a pensare certe cose, lasciami in pace, non ti ho chiamato, di ho detto di non venire più a trovarmi, te l'avevo detto, non sono più la tua ragazza, sono libera di fare quello che voglio, non voglio catene, lasciami, che cosa fai, ma sei scemo, fermo, mi fai male, scusami, sì, è che – ed esco dalla sua camera, lei continua a infamarmi, a dirmi di andarmene e non tornare mai più, e capisco in quell'istante che l'unico bastardo modo che avrei per vincere questa rabbia sarebbe di farle del male, di sopprimere la sua felicità e di farmi del male, ma l'amore è uno scambio, se si blocca in un punto è perduto, se si ferma la sua circolazione non lo ritrovi, e io non voglio bloccare l'amore che sento, voglio che esca, cambi direzione, trovi un'altra manifestazione di vita.

*Non saprei dire dove si trova questo bel brano di Marx; io l'ho estratto da un breve saggio di Erich Fromm, Il contributo di Karl Marx alla conoscenza dell'uomo, in AA.VV., Marx vivo, Mondadori, Milano 1969, ma Fromm lo riporta senza indicarne la fonte. La sacra famiglia? Boh.

Pensami nella mia camera ingombra del mio niente

Dice: ti cullo il bambino perché
anch'io sono un bambino - ma è assurdo.
Non può avere la voce uno che non è qui
né braccia né potrei volendo cullarlo a mia volta.
Pure il bambino vero tace se resto in ascolto
della sua finta voce nella mia finta pace.
Pure gli posso far dire ogni parola che voglio:
mio amore quanto errore e dolore ci divide
quanto futuro senza futuro si spalanca.
Vuole mettere ordine vuole che mi riposi.


Gli posso far pensare ogni pensiero che voglio:
lei pensa che io penso - mi penserà.
Pensami nella mia camera ingombra del mio niente.
Pensami nel mio niente carico di tutto.
Di me diranno che ho visioni che sono magra.
Di me diranno abbia cura della salute.
Ma tace il bambino vero se resto in ascolto.
Tace se resto in ascolto il tic-tac dell'orologio.
Mi ha detto non avere paura non è quello il tempo vero
non guardare non toccare le vene sulle tue mani.


Giovanni Giudici, Autobiologia, Mondadori, Milano 1969* [tale componimento è il secondo di una sezione interna alla raccolta dal titolo La Bovary c'est moi]


Sarebbe interessante sperimentare un incontro tra due persone, più o meno sconosciute, più o meno coetanee, più o meno uomo e donna, in un bar con sala non troppo frequentata, un caffè e una minerale, magari qualche cioccolatino, avendo premesso che, poniamo nella mezz'ora dell'incontro, le due persone restino zitte una ventina di minuti, solo guardarsi, anche da vicino, le vene delle mani per esempio.
Venti minuti di silenzio. 
Certo, l'uno/a non ha l'obbligo di guardare in continuazione l'altra/o, si può guardare anche fuori, la gente che passa, il barista che prepara caffè e cappuccini. Venti minuti così e poi, senza nessuna ragione apparente, parlare ciascuno 5 minuti di fila, a turno, di quello che è stato pensato nei precedenti venti minuti, qualsiasi cosa, forse allora occorre un taccuino dove prendere nota, non sia mai dimenticare cose importanti.
M'è venuto in mente questo pensando a quando càpita di salire su mezzi pubblici non troppo affollati, in cui ci si siede e ci si trova davanti a persone con le quali si scambiano tranquilli sguardi, magari abbozzando sorrisi che, però, restano lì, sospesi a mezz'aria, senza nessun costrutto. Se andassimo oltre questi convenevoli tra umani ed entrassimo, eccentricamente, subito in contatto, parlando non di politica, ma di desideri, di cosa veramente in quel momento ci piacerebbe fare, ammesso e non concesso di sapere cosa si vorrebbe fare, cose non incresciose, non necessariamente legate alla sfera sessuale, anche se - sono consapevole - molti di noi potrebbero ricadere facilmente su quella, va bene, ma dando per buono che nessuno, parlandone, abbia la pretesa che l'altro sia costretto ad esaudire tali desideri, a dare credito a certe fantasie.
Chissà, forse potrebbe venir fuori un: «Ho voglia di andare a raccogliere un tramonto insieme a lei» e sentirsi rispondere di sì; quindi - dopo aver cercato il punto giusto - disporsi seduti con il guardo rivolto all'orizzonte, silenti, in attesa di catturare l'ultimo raggio, sperando che sia verde.

Cambio di stagione


Ah che sole, che cielo, che temperatura mite, che svolta, che cambio di passo, le Azzorre, ci pensi, hanno spedito il loro Anticiclone, e subito si rifiorisce - mica vero, qualcuno deprime, per esempio io ieri, camminando con un cappotto pesante che mi faceva più caldo in mano che addosso, mentre vedevo turisti sbracciati, allucertolati, baldanzosi, come a dimostrare che loro potevano avere garantita una perfetta traspirazione ascellare, mentre io no, io sentivo il mio odore crescere, io, che avevo un appuntamento nella Sala delle Cariatidi, a Palazzo Reale, all'inaugurazione della mostra «Schiapparelli and Prada, Impossible Conversation», io non sapevo come fare, in più mi scappava urgentemente da orinare, soprattutto dopo aver visto una colata indecente di sicura pipì scorrere lungo le scale di linoleum del sottopasso (forse sarebbe stato meglio fossi stato ubriaco, forse, senza fissa dimora, forse, senza un soldo, forse, e fottermene e pisciare lì sul posto, anch'io).
Ma invece...

Poteva essere l'incipit di un racconto di sicuro insuccesso in cui l'io narrante arrivava a toccare il culo, contemporaneamente, a Miuccia Prada e ad Anna Wintour. Mi sono fermato. Devo preparare il ragù; non ho la servitù io, per fortuna.

venerdì 24 febbraio 2012

Tv sputacchiera


Pochi minuti fa ho visto uno scorcio del tg di Mentana, nel momento in cui ha mandato in onda il servizio sulla «frase estrema» che Lucia Annunziata ha detto ieri nella trasmissione di Santoro. A fine servizio, Mentana ha commentato, più o meno, che in fondo l'Annunziata voleva soltanto difendere il diritto di ognuno di poter esprimere la propria opinione e che, se si tira in ballo lo sterminio, non è che tutte le volte ci si debba scandalizzare, e che certe categorie (gli omosessuali) si “dovrebbero laicizzare” - e io, in quel preciso momento, mi sono sentito crescere di botto la saliva in bocca e sono dovuto correre in bagno per sputare; avessi avuto il vecchio schermo con il vetro avrei sputato, ma non volevo mescolare altri liquidi ai cristalli per colpa di quel beccafico di Mentana che, secondo me, ha detto - di rinterzo - una cazzata più estrema dell'Annunziata stessa.
Possibile che una consumata giornalista professionista come l'Annunziata non sappia controllare il proprio eloquio? Vorrei vedere, se davvero qualcuno dicesse che «gli omosessuali vanno mandati nei campi di sterminio», chi s'ergerebbe a difesa della libertà d'espressione. Forse lo stesso che mi autorizzerebbe, dipoi, a sputarle in un occhio, levandole prima gli occhiali, esimio Mentana.