giovedì 18 gennaio 2018

Bruca Massaro


Momenti particolari della vita in cui si ha contezza che siano momenti particolari nello stesso momento che accadono, né prima né dopo, durante, e la percezione intera di qualcosa che cambia, dentro, orologio biologico e psicologico, un movimento diverso, un mutato atteggiamento faccia alla quotidianità e alle faccende che impone, o anche agli eventi che il politico, tramite il mediatico, sugli schermi, propone. Isolamento dell’io che fa i conti con se stesso, usando gli addendi d’impotenza e rassegnazione, consolazione e resistenza. 
Tutto si tiene, non avere niente da dimostrare perché non era stata fatta alcuna ipotesi su quello che avremmo potuto essere. Nessuna fede che abbia piegato la mente verso taluna o talaltra direzione. Essere franco coi propri limiti per non cedere alla menzogna che l’io potrebbe essere se volesse. Io non voglio – e finita lì. Non per cedere al vittimismo, ma è preferibile dare la colpa a se stessi, ai propri limiti, ai preferisco di no, sono stanco, chi me lo fa fare, che alle circostanze. Tanto oramai il filo a piombo del caso mi ha piombato qui, in questo spazio tempo e luogo e non mi chiedete di fare, viaggiare, essere, lettera o testamento. Quanta parte ancora di pensiero userò per conoscere me stesso?
Speriamo poca.
«Connais toi toi-même. Maxime aussi pernicieuse que laide. Quiconque s'observe arrête son développement. La chenille qui chercherait à bien se connaître ne deviendrait jamais papillon.» 

André Gide, Les Nouvelles Nourritures, 1935
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«Conosci te stesso. Massima tanto perniciosa quanto brutta. Chiunque si osserva, arresta il suo sviluppo. Il bruco che cercasse di conoscere bene se stesso non diventerebbe mai farfalla».



martedì 16 gennaio 2018

Arabia inaudita



Tu pensa se, all'epoca dell'Apartheid, il governo bianco sudafricano avesse inaugurato il primo salone auto per sole donne nere e che poi, esse, una volta acquistato - con le cambiali a vita, beninteso - una Volkswagen Jetta o una Fiat Tempra, avessero voluto guidare anche i taxi.
Chissà come sarebbero stati contenti i media statunitensi, ma soprattutto quelli nostrani che tanto volentieri si accodano nel mostrare simili notizie edificanti, che testimoniano, a fortiori, come la monarchia dei Saud sia uno dei regimi più avanzati e progressisti del pianeta, dove regnano libertà, democrazia, parità sociale e tanto amore per il vicinato sciita. 
Chissà: forse Mandela sarebbe morto in carcere e tutti pari.

A proposito: dopo il blocco dei negoziati con la Turchia, a quando la proposta di far entrare l'Arabia saudita in Europa?


domenica 14 gennaio 2018

Nuntereggae LeU

Dei partiti o movimenti politici formatisi nel corso della storia repubblicana, è invalsa l'abitudine di creare, dai loro nomi, degli acronimi.

DC, PCI, PSI, PRI¹, PLI, PSDI, MSI, PDUP, DP per dare un elenco di massima della cosiddetta Prima repubblica.
Successivamente: FI →PdL, PDS →DS →PD, CCD → UDC, UDR, PRC, SeL, IdV, M5S (sicuramente, ne avrò dimenticato qualcuno).

Ultimo, ma non ultimo, è il caso di Liberi/e e Uguali, trasformato dai giornali nella sigla LeU
Nato (biblicamente) da una costola del PD e da un'unghia tagliata della Sinistra italiana, il movimento o partito guidato da Pietro Grasso si propone di offrire una politica non dico alternativa, quantomeno diversa da quella proposta dal PD. Ma quanto diversa? Quanto alternativa? Quanto progressista e di sinistra?
Il nome scelto indica che i loro principi guida saranno Libertà e Uguaglianza. Fratellanza no, giacché i membri del partito (o movimento) sono già tutti fratelli (e sorelle). 

Ma lasciamo perdere. Concentriamoci sui due concetti utilizzati.
La libertà è un valore imprescindibile e la politica italiana necessitava che, finalmente, qualcuno la riportasse a essere soggetto e non mero complemento di specificazione (Popolo della Libertà).
Anche l'uguaglianza è un valore cardine della democrazia, ma, a differenza della libertà, essa non è, purtroppo, un dato di partenza, bensì un traguardo da raggiungere. A tal proposito, sarebbe interessante che i candidati di LeU definissero, in linea di principio, quali sono le condizioni (anche minime) che lo Stato dovrebbe garantire per far sì che, per esempio, nella realtà sociale, rappresentante (il politico) e rappresentato (il cittadino) siano effettivamente uguali. Detto altrimenti, come esempio: se, in considerazione degli ultimi cinque anni di legislatura, posso, senza difficoltà, dichiarare di essermi sentito libero come un Grasso o un Fassina, viceversa, faccio fatica assai a sentirmi, dopo cinque anni di lavoro, uguale a loro, in termini spicci e spiccioli, sia di contribuzione, di stile di vita parlamentare nelle piazze di Roma, di contributi versati per la pensione e la facilità di ottenimento della stessa. 

Ma lasciamo perdere. 
Analizziamo, infine, i contrari dei due concetti utilizzati. 
Converrete che il contrario dell'essere libero sia essere prigioniero; e che uno dei contrari di essere uguale sia essere differente, o diverso, o disuguale.
Orbene, se provassimo a creare un movimento politico che abbia come nomi i suddetti contrari: ad esempio, Prigionieri e disuguali, otterremmo un acronimo assai rivelatore: P[e]D. 
Prigionieri e Disuguali, tal quale si sentivano la maggioranza dei membri del novello partito nell'ex partito di provenienza.
Poveri dindi repressi dal tacchino di Rignano.
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¹ Forse perché c'era il PRI, i Radicali conservarono il loro nome per intero. Lo conservò anche la Lega perdendo prima la foglia lombarda e poi, giornalisticamente, pure il nord.

giovedì 11 gennaio 2018

Pensavo

Pensavo al merito. Pensavo al rituale del me. O al me ritto, quando, manifestamente, il testosterone impone le sue ragioni e io - appunto - me ne sto ritto, in disparte, come un ragno senza tela a veder passare prede accessorie accanto che non catturerò mai. Lo sospettavo: non sono abbastanza meritevole. La meritocrazia impone le sue leggi e io sono, a tutti gli effetti, un fuorilegge nei confronti di tale potere. Quanto costa un pacchetto di merito da venti?

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HAIKU

Pensavo a Berlusconi. 
Anzi, no: non ci pensavo.

Pensavo a Renzi. 
Figuriamoci.

Pensavo al resto. 
Mancia.

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Poi scesi in una valle di lacrime con le infradito ai piedi - come mi aveva suggerito un'amica esperta nel percorso Kneipp. Fu un'esperienza rilassante, soprattutto la moltitudine, la confusione susseguente e la mancanza di concentrazione che ne scaturì. Capii definitivamente che non potevo più sostenere tesi, solo vaticinare o lanciare strali contro la corruzione degli esempi di vita che il tardo capitalismo propone e impone a modello di una raggiunta perfezione umana. 

***
STRESS PICCOLO BORGHESE¹

Moglie? Bene.
Lavoro? Bene-bene.
Casa? Bene.
Figli? Bene.
Salute? Bene.
Palle? Piene.

¹ Roberto Freak Antoni, Non c'è gusto in Italia ad essere intelligenti, Feltrinelli, 1991

***
Onde evitare, soglio adottare una tattica preventiva, che distragga e faccia fluire una pienezza che altrimenti incatenerebbe la mente a un pensiero fisso. La donna è mobile. Infatti.

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La donna? Si dà.
Il bambino? Può darsi.
Gli uomini? Alti e bassi.
La terra? Spartiacque.
La morte? Giro di vite².

² Alessandro Bergonzoni, L'amorte, Garzanti 2013

***
Mi sussumo, nel senso che mi prendo per le mutande e mi butto in terra fuori dal dohyo. Ho vinto.

lunedì 8 gennaio 2018

Presidente


Presidente, Presidente, Presidente! Buonasera Presidente. Presidente, buonasera. Presidente, da questa parte, Presidente. Presidente, si accomodi, Presidente. Presidente, Presidente, Presidente! Un sorriso, Presidente. Grazie, Presidente. Presidente, come sta? È un piacere rivederla, Presidente. Presidente, la vogliono al telefono. Presidente, Presidente per favore, Presidente. Confidiamo in Lei, Presidente. Presidente, sempre in ottima forma, Presidente. Presidente, tutto a posto? Desidera qualcosa, Presidente? Presidente, Lei è uno di noi. Presidente, Lei è il nostro Presidente. Presenti, Presidente, siamo qui per Lei, Presidente. Presidente, di qua, si accomodi, di là, Presidente, si segga, Presidente. Presidente, una firma. Applausi al Presidente! Presidente, c'è un residente che vorrebbe una p. Presidente, permette una domanda, Presidente? Perché le piace così tanto la parola presidente? Cosa prova esattamente a sentirsi chiamare Presidente? Quante volte è stato Presidente, Presidente? Lo sa, vero, Presidente, che questa volta non potrà essere presidente, pur rimanendo, naturalmente, Presidente? Mi tolga una curiosità, Presidente. Durante le occasioni in cui ha rivestito la carica di Presidente di diverse, numerose presidenze, perché continuava a farsi chiamare Presidente al singolare? Le avremmo dato volentieri del Loro, signor Presidenti. Adesso, invece, quante cariche di presidente riveste, signor Presidente? Lo sa, Presidente, quanti presidenti ci sono in Italia? Qualche milione, Presidente. Eppure, ci tengo a precisare che Presidente come lei, nessuno mai. Infatti, Presidente, quando Lei si trova a convegno con altri presidenti, l'unico Presidente a essere stato chiamato in Giudizio è lei. Tutti gli altri sono presidenti da latte. 
Lunga vita al Presidente! 
In bocca al lupo, Presidente. Crepi, Presidente.

domenica 7 gennaio 2018

Fuma fuma


Dunque non sono solo a rilevarne il dato: complessivamente, tra film e serie tv, gli attori hanno ripreso a fumare di più sulla scena. Ci pensavo ieri sera al cinema, vedendo il personaggio interpretato da Paola Cortellesi in Come un gatto in tangenziale, film bellino, soprattutto - secondo me - per la presa per il culo (non so quanto voluta) di Giovanna Zucconi (e, quindi, Michele Serra) riferita alla coltivazione di lavanda da parte della ex moglie del personaggio interpretato da Albanese. 

Aldilà del fatto che, in questo film, a fumare erano i coatti, non certo i borghesi, è un dato che, in generale, il fumo coinvolga i personaggi di molti film e serie televisive in scene topiche di riflessione, tensione, pausa, che la narrazione prevede. E questo accade dopo un periodo di censura generalizzata contro le sigarette, che il circuito mediatico hollywoodiano impose anni addietro (a seguire il resto del globo) che vide le volute di fumo (o semplici pei) scomparire dalle bocche dei personaggi, mentre adesso, zaffete, è tutto un accendere cicche.

Più che domandarmi se dietro questa svolta vi siano state pressioni, patenti o sotterranee, delle cosiddette lobby del tabacco (le marche delle sigarette, comunque, non si vedono), quello che mi incuriosisce è sapere perché fumare abbia ancora così tanta presa scenica e conferisca, al fum-attore, una caratterizzazione specifica che, ad esempio, se avesse una carota in mano da rosicare, non avrebbe. 

Dico una carota, ma potrebbe essere anche un frutto: infatti, c'è una scena del suddetto film, in cui i protagonisti, coi rispettivi figli, vanno al mare, su una desolata spiaggia nei pressi di Capalbio. A un certo punto, da un piccolo contenitore di provviste, Albanese tira fuori della frutta, tre albicocche e una banana. Ora, a parte che la banana tocca alla Cortellesi, mi è sembrato che questo sia un buon espediente scenico (qui in rappresentazione del fatto che i borghesi sono raffinati, contrariamente ai sottoproletari che magnano lasagne e fumano sulla spiaggia), da riproporre al di là del contesto "salutistico", anche per uscire dai soliti schemi che, secondo me, danno al fumo una valenza introspettiva soffocante come la nebbia in Val Padana.

Eppure fumare sembra ancora così sexy. Perché? Io non ho niente contro il fumo (ho fumato, poco, anch'io), ma sinceramente, ditemi: è più eccitante baciare una bocca dopo che ha tirato un peo o una bocca dopo che ha masticato una mela?

Dipende se ha lavato la buccia.

sabato 6 gennaio 2018

La natura dello scambio

Ogni tanto tiro giù dallo scaffale un piccolo libello di barzellette filosofiche, Platone e l'ornitorinco, apro a caso, ne leggo un paio e rido.

Oggi ne ho trovata una che mi sembra molto in tema con la vicenda molestie sessuali nel mondo dello spettacolo e degli affari in generale.
Tuttavia, prima di trascriverla, vorrei sgombrare il campo dagli equivoci: è un bene che tale scandalo sia "scoppiato" e che s'impongano nuovi costumi, nuovi limiti al potere di ricatto nei confronti soprattutto delle donne, le quali, per ottenere qualcosa in campo professionale, sono state costrette a cedere qualcos'altro in campo corporale. Ciò detto, ecco la barzelletta:

Lui: Verresti a letto con me per un milione di dollari?
Lei: Un milione di dollari? Wow! Credo di sì.
Lui: E che ne dici di due dollari?
Lei: Sparisci, amico. Per chi mi hai preso?
Lui: Quello l'abbiamo stabilito. Adesso stiamo tirando sul prezzo.

Orbene, io penso che, se fossi uno dei giudici che si troveranno a emettere una sentenza nei confronti di produttori, registi, attori, manager vari, darei l'assoluzione soltanto a coloro i quali, durante la contrattazione, hanno posto, in modo inequivocabile, anche la seconda domanda.  

venerdì 5 gennaio 2018

Vuoti a rendere

Volevo sorvolarci sopra, come un sacchetto al vento sopra una discarica, ma l'occhio è caduto a piombo su questo:

0,81 euro un'arancia. Vale a dire: un'arancia pagata 1568,37 lire (obsolete) italiane (ricordiamo il cambio: 1€ = 1936,27 lire).
Un'arancia tarocco - frutto italiano al momento di stagione - pagata ottantuno centesimi in un supermercato italiano.
La signora (Lucia Poli dell'Anna) che ha fotografato la scena e pubblicato l'immagine sul suo account facebook (e diffusa, a babbo morto, dai principali quotidiani italiani) ha scritto:
«Fatta la legge trovato l'inganno: mio marito è un genio».
No, signora, mi spiace deluderla: suo marito, forse, sarebbe stato un genio se avesse tolto anche la buccia.

mercoledì 3 gennaio 2018

Sempre più approssimabile

«I salari», dice J. St. Mill, «non hanno forza produttiva; sono il prezzo d’una forza produttiva; i salari non contribuiscono alla produzione delle merci assieme al lavoro, più che non contribuisca il prezzo delle macchine stesse. Se si potesse avere lavoro senza acquistarlo, i salari sarebbero superflui»[49]. Ma se gli operai potessero vivere d’aria, non si potrebbero neanche comprare a nessun prezzo. La gratuità degli operai è dunque un limite in senso matematico, sempre irraggiungibile, benché sempre più approssimabile. È tendenza costante del capitale di abbassare gli operai fino a questo punto nichilistico.
Karl Marx, Il Capitale, Libro I, Cap. 22.

La fase nichilistica, nella nostra epoca, conosce una fase piuttosto avanzata. 
Ma non fraintendiamo: tale tendenza costante del capitale sottende l'indole filantropica del capitale stesso di insegnare, a tutti coloro i quali, per vivere, debbono vendere la loro forza lavoro, a vivere d'aria, visto l'andazzo del poco “lavoro” disponibile, molto del quale precario, sottopagato e, a tratti, persino gratuito.

«Dato che stanno rassegnandosi a vivere con poco, insegniamogli pure a vivere con niente», propongono i Mill odierni, dagli Herald Tribuni online coi contenuti a pagamento o dalle comode poltrone di ospiti dei talk show.

Alcuni suggeriscono che a fare da guida alle moltitudini su come imparare a vivere d'aria siano quei politici che, dai bar Casablanca delle Camere basse della repubblica, ogni tanto si avventurano in scioperi della fame a tempo assai determinato, nutriti di schiumosi cappuccini zuccherati che lasciano, sulle loro labbra superiori, tracce di resistenza alle avversità della vita.

Altri, invece, i giuslavoristi, parlano di merito e di riqualificazione della professionalità, di educazione agli adulti, prodigandosi, da parte loro, di togliere lacci e lacciuoli a una legislazione che concede ancora troppi privilegi a chi lavora, tipo le ferie, i permessi, la cassa mutua e gli scatti di anzianità. Al grido di «Lo stipendio è un privilegio: lavorare gratis, lavorare tutti», si ergono a paladini della parità di diritti tra i proletari.

Ultimi, ma non ultimi, i padroni del vapore assistono silenziosi alla piega giusta che ha preso il rapporto tra capitale e lavoro (nel senso di zitti tutti e inchinati al volere del padrone) - e tacciono, facendo finta di non sapere che ciò che è dal sistema reso superfluo o espulso per ragioni di produttività, è l'unica cosa che aggiunge valore al capitale. Così si ingegnano per «abbassare gli operai fino a un certo punto nichilistico». E intanto ne approfittano loro per campare non d'aria, ma in aria, come dèi benevolenti o capricciosi.

lunedì 1 gennaio 2018

Il marcio di Radetzky

La mattina del primo gennaio 2018, l'editore Ubald von Schenker si alzò con un forte senso di nausea e un gran mal di testa. Ebbe a mala pena la forza di orinare e, dipoi, giunto sul divano, sdraiarsi, socchiudere gli occhi, faccia alla tenue luce di un'alba grigia e piovigginosa, nel vano tentativo di difendersi dalle spirali di dolore concentrico che gli aggredivano la fronte.

Eppure non aveva partecipato ad alcun cenone, né tantomeno bevuto più del solito, soltanto un bicchiere di vino buono, durante i pasti, com'era solito fare; inoltre, era andato a letto presto, poco dopo la mezzanotte, giusto per rispettare la sola tradizione che si era imposto di rispettare, a capodanno: sputare sullo schermo televisivo allo scoccare della mezzanotte, prendendo la mira sul conduttore di turno di quelle trasmissioni idiote che fanno il conto alla rovescia, sul niente.

Olga, la domestica, conosceva il rituale dell'editore e quindi provvedeva subito, un minuto dopo la mezzanotte, a pulire lo schermo con carta assorbente e un pulivetri comune. Dopodiché, era invitata da lui a partecipare al brindisi, visto che erano soli in quella casa: Ubald von Schenker era rimasto vedovo da un paio d'anni e i figli vivevano altrove. 

«Che disdetta», pensava, «proprio stamani questo fottuto malditesta a tormentarmi, con tanti giorni che ho a disposizione per subirlo in santa pace, oggi, invece, devo affrontarlo in pubblico, a quel cazzo di concerto che si ripete da tempo immemore, con quelle musiche, che, nevvero, hanno il solo pregio di essere eseguite una volta all'anno e poi basta, fine, i restanti giorni richieste soltanto a qualche matrimonio o da una banda di paese in cerca di applausi fuori tempo».

Ubald von Schenker era infatti stato invitato dalla Baronessa Magdalene von Frish, sua cara amica, ad accompagnarla al concerto di capodanno al Musikverein di Vienna. Erano le sette e trenta e, tra due ore, doveva passare a prenderla, e - sempre sul divano - al malditesta si aggiunse la nausea e una sospetta voglia di vomitare.
«Olga, per favore: preparami un caffè».

Nonostante lo bevesse contro stomaco, il caffè produsse in lui, di lì a poco, lo stimolo per andar di corpo, cosa che fece, copiosa e che gli dette l'impressione di star meglio. «Speriamo, via», disse, mentre montava il sapone da barba. Quindi si rasò, si fece una doccia più lunga del solito, molto calda e insistita sulla fronte, si asciugò, si vestì come conveniva per l'occasione, si guardò allo specchio, chiamò Olga per sottoporsi al suo occhio clinico di donna - e lei gli disse che era tutto a posto, «È proprio un bell'uomo signor Ubald» - e via, l'autista era pronto, la baronessa si era raccomandata di essere puntuali.

Quando entrarono, la platea e gli spalti del Musikverein erano quasi gremite, tranne le prime file, naturalmente, riservate agli ospiti più illustri. A lui e alla baronessa erano riservati due posti di seconda fila, proprio dietro le autorità. Una maschera provvide ad accompagnarli con deferenza e loro, per un attimo, sentirono addosso gli occhi di tutti gli spettatori da tempo seduti, che li seguivano con uno sguardo frammisto di invidia e ammirazione.

Il concerto ebbe luogo, come di prassi. Il maestro Muti, poi, era una garanzia: con lui i musicisti davano sempre il meglio; inoltre, il maestro impreziosì il programma, centrato come sempre sulla famiglia Strauss, con pagine di altri autori, tra i quali Suppé e Czibulka [m.c.]. Poteva, infine, mancare la marcia di Radetzky? Non mancò. E fu proprio in quel momento, durante le prime battute, che l'editore Ubald von Schenker sentì, più forte degli applausi a tempo del pubblico, il rumore di un grande scorreggione, al quale non seppe attribuire l'esatta provenienza: poteva essere la baronessa? La sua sorridente tranquillità non lo faceva presagire. Poteva essere il nuovo cancelliere austriaco, Kurz, oppure il presidente della Bulgaria o quello dell'Estonia, seduti proprio davanti, o i loro rispettivi capi di gabinetto? Fatto sta che, al tuono, seguì il vento: un fetore potente invase le prime due file, gli occupanti delle quali, stoicamente, condotti a ritmo dal direttore d'orchestra, resistettero sino alla fine a portarsi un fazzoletto o qualcos'altro di tela, al naso. Solo la baronessa ebbe un cedimento: smise di applaudire, tuffando le narici in una boccetta di eau pour femme di Guerlain.

Per fortuna, il personale addetto alla sicurezza corse in soccorso delle personalità coinvolte nello sturbo, facendo giungere nelle prime file, a riscontro, aria fredda e umida del Danubio che presto riportò la situazione alla normalità.

Il concerto ebbe fine di lì a poco, tra gli scroscianti applausi del pubblico. L'editore e la baronessa, salutati i conoscenti più illustri, si recarono a pranzo insieme presso un ristorante rinomato della capitale. Trascorsero ore piacevoli, di pacata conversazione, consolidando con ciò un'amicizia che era sorta da poco, più o meno da quando lui era rimasto vedovo e lei ebbe ottenuto il divorzio dal marito.
Quando furono al dessert, la baronessa, inaspettatamente, chiese: «Scusami Ubald, ma durante Radetzky, l'hai sentito anche tu prima quel "rumore" e poi, a seguire, quell'insopportabile puzzo?». E lui: «Sì». «E secondo te - continuò lei -, perché nessuno ha detto niente?». «Magdalena - rispose - forse perché chi la sente ne è parente». «D'accordo Ubald. Ma se nessuno l'ha sentita, secondo te, da quale culo "importante" sarà uscita?».

Dopo aver terminato il dolce, in attesa del caffè, si guardarono a lungo negli occhi in attesa di una risposta, muti. E scoppiarono a ridere.

domenica 31 dicembre 2017

Come un'oliva

Sono affranto:
come un'oliva
lacrime unte ho pianto
mentre lei partiva.

In quel mentre
sotto le vetrate
passava gente
con fette di pane agliate.

Vedere la mia tristezza
masticata con gusto
mi ha dato allegrezza
e fatto robusto

alle avverse vicende d'amore.
Correte signori e signore
a condire le vostre parvenze
con olio di lacrime dense.

Sentite in fondo al palato
come punge la felicità svanita
nel ricordo che ha trasformato
la vita semplice in doppia vita.

La presente che scorre tra gli atti
da sbrigare di giorni senza storia:
il lavoro, la spesa, i piatti
che lavano via la memoria.

E l'altra che sta sospesa
come un affresco di Masaccio:
del paradiso perduto faccio
spesso autodifesa.

Dico: «Sono stato felice»
senza rossore e vergogna
perché «sono felice» si dice
nel ricordo o quando si sogna.

giovedì 28 dicembre 2017

La prova finale


Non so come funziona il concorso per entrare a far parte della Polizia di Stato, quali domande d'ingresso, quali esami scritti, orali e prove pratiche debbano i candidati effettuare per entrare in organico. Nondimeno, nelle restanti settimane in cui ancora sarà in carica, suggerisco al Ministro dell'Interno di provvedere ad aggiungere al concorso per entrare in Polizia, che i candidati, una volta superato gli esami e prestato giuramento di fedeltà alle istituzioni democratiche della Repubblica italiana, debbano espletare, a seconda degli incarichi che andranno a ricoprire, le seguenti funzioni fisiologiche sul testone in bronzo raffigurante il Duce che tanta presa in tante testedicazzo ancora ha:

  • Per il ruolo di agenti e assistenti, uno sputo semplice o scelto.
  • Per il ruolo di sovrintendenti, uno scaracchio con supplemento di caccola da appiccicare sul naso del soggetto raffigurato.
  • Per il ruolo di ispettori, una minzione di una durata minima di quindici secondi.
  • Per il ruolo di commissari, sputare e orinare al contempo per un minimo di venti secondi
  • Per il ruolo di dirigenti, una defecazione semplice o complessa (strutturata).
Si fa presente che tali verifiche finali di tenuta democratica dovranno essere eseguite in ritirate (non di Russia) attrezzate all'uopo, aventi, al posto del vespasiano o del buco di scarico, il suddetto bronzo raffigurante il mascellone volitivo che tanta presa in tante testedicazzo ancora ha.

mercoledì 27 dicembre 2017

La minaccia dei sottaceti

A fine lettura di questo articolo, di primo acchito, mi è presa la voglia di dare uno schiaffo a chi l'ha scritto. Poi, invece, ho pensato: e se l'avesse scritto in tal modo perché anche un imbecille capisse il contrario di quanto affermato? E cioè: davvero i russi vogliono attaccare i paesi Nato coi sottomarini? Davvero i russi vogliono rompere i cavi sottomarini di fibra ottica coi sommergibili? Davvero i russi sono pronti a scatenare la terza guerra mondiale?
Chi ci può credere?

Gli imbecilli, appunto. O gli interessati: amministrazione USA, comandi militari di vario genere.

E quando gli ufficiali ammerigani della Nato dichiarano che «l'attività dei sottomarini della Russia è tornata ai livelli della guerra fredda» come non capire, se non si è imbecilli, che il comando militare USA sta semplicemente chiedendo ai paesi europei di mandare più soldi ancora alla Nato perché anche loro vogliono andare a fare attività sottomarina? 

Quanto costa un viaggetto in sommergibile? E dove li trova i soldi Putin per le sue scorribande ventimila leghe sotto il mar? Col petrolio. Col gas che vende agli europei e alla Cina. E quali altri interessi può avere che continuare a vendere tali mercanzie?

Il segretario Stoltenberg (nomen omen) ha dichiarato che i russi
«Hanno investito massicciamente nelle loro flotta e ora si muovono lungo l’intero Atlantico. Sono una vera minaccia: per l’alleanza è essenziale garantire che le rotte atlantiche siano aperte e sicure»
Sono una vera minaccia? Siamo sicuri che in zona Porto Cervo e altre amene località mediterranee non siano contenti? Arriva la flotta russa: ristoranti aperti anche d'inverno. Accoglienza e via. E chi, se non un imbecille o un interessato può credere che i russi ci vogliono sparare?

Ah, no. Non lo credono neanche i generali inglesi, che tuttavia temono che i russi vogliano bombardare i cavi.

«La vulnerabilità dei cavi marini può mettere a rischio il nostro modo di vivere»

Capisci a me. Mi si inceppa il Google Drive e addio dadi Knorr. Meno male che balene non hanno i denti adatti a mordere i cavi, sennò, povere, rischierebbero con la Nato quanto rischiano con le baleniere dei giapponesi.

Ma andiamo avanti: la suddetta cronista inviata in Ammeriga, che in sostanza fa da portavoce dei militari Usa e Nato sudditi Usa, getta l'amo affinché i lettori si convincano (in un primo momento elettoralmente) della bontà dell'esistenza dell'alleanza atlantica e perciò stesso che gli stati appartenenti vi investano massicciamente risorse perché da soli, poverini, gli ammerigani nun gliela fanno. 

«La sfida [appunto] si giocherà sui numeri».

Come a richiamare in pieno il clima della Guerra Fredda in cui il deterrente atomico, e cioè la gara a chi ce l'aveva più lungo e potente, il missile, consentiva lo stallo e impediva la guera (una r di proposito).

Scrive la cronista:
«Sulla sua flotta Mosca ha investito tantissimo fin dal 2011 costruendo sottomarini sempre più veloci, silenziosi e letali: come quei Krasnodar che si dice possano evitare i radar più sofisticati – li chiamano i “sottomarini invisibili” – e sono stati usati quest’estate per lanciare missili verso la Siria. Il conto è 60 sottomarini russi contro 66 americani: una distanza troppo corta per Washington che anche per questo ha deciso di rilanciare la produzione.»
Anvedi, gli ammerigani, come fossero olimpiadi dello stronzo, non a galla, bensì sottomarino, sentono il fiato sul collo dei russi che hanno raggiunto quota 60 sommergibili contro i 66 degli USA. Che si deve fare? Si rilancia la produzione, of course. 
Nondimeno, anche alla cronista, retoricamente, viene un dubbio:
«In vista di una guerra? A parlarne è stato perfino il capo dei marines, il generale Robert Neller. È stato proprio lui, la settimana scorsa, durante la visita alla base di Trondheim, in Norvegia, a gelare i trecento militari riuniti per celebrare il Natale: "Spero di sbagliarmi, ma c’è una guerra all’orizzonte e voi ci finirete in mezzo". Con tanti auguri di fine anno.»
Secondo voi, merita di più uno schiaffo l'ironia finale, da sciampista, della cronista o un calcio in culo quello stronzone di generale?  

martedì 26 dicembre 2017

In Celebration

You sit in a chair, touched by nothing, feeling 
the old self become the older self, imagining 
only the patience of water, the boredom of stone. 
You think that silence is the extra page, 
you think that nothing is good or bad, not even
the darkness that fills the house while you sit watching
it happen. You've seen it happen before. Your friends
move past the window, their faces soiled with regret.
You want to wave but cannot raise your hand.
You sit in a chair. You turn to the nightshade spreading
a poisonous net around the house. You taste 
the honey of absence. It is the same wherever 
you are, the same if the voice rots before 
the body, or the body rots before the voice.
You know that desire leads only to sorrow, that sorrow
leads to achievement which leads to emptiness. 
You know that this is different, that this 
is the celebration, the only celebration, 
that by giving yourself over to nothing,
you shall be healed. You know there is joy in feeling
your lungs prepare themselves for an ashen future,
so you wait, you stare and you wait, and the dust settles
and the miraculous hours of childhood wander in darkness.


Mark Strand

§§§
PER UN'OCCASIONE DI FESTA

Siedi su una sedia, da nulla sfiorato, e senti
l'antico sé farsi un sé più antico, immagini
sola la pazienza dell'acqua, la noia della pietra.
Pensi che il silenzio sia la pagina in più,
pensi che niente sia buono o cattivo, nemmeno
il buio che colma la casa mentre seduto lo guardi
arrivare. L'hai visto altre volte. Gli amici
scorrono davanti alla finestra, i volti sudici di rimpianto.
Vuoi salutarli ma non riesci ad alzare la mano.
Siedi su una sedia. Ti volgi all'ombra-di-notte che getta
una rete velenosa attorno alla casa. Assapori
il miele dell'assenza. È lo stesso ovunque
tu sia, lo stesso, sia che la voce imputridisca prima
del corpo, o il corpo imputridisca prima della voce.
Sai che il desiderio porta solo al dolore, che il dolore
porta al compimento che porta al vuoto.
Sai che adesso è diverso, che questa
è occasione di festa, l'unica festa,
che arrendendoti al nulla
sarai risanato. Sai che c'è gioia nel sentire
i polmoni prepararsi a un futuro di cenere,
così aspetti, guardi fisso e aspetti, e la polvere si posa,
e le ore miracolose dell'infanzia brancolano nel buio.

[traduzione di Damiano Abeni, in Mark Strand, L'uomo che cammina un passo avanti al buio, Mondadori, Milano 2011]

Vorrei aggiungere qualche parola a questa poesia, ma l'unica cosa che riesco a fare è ripeterla sottovoce, più in italiano che con il mio scarso, balbettante inglese.

E poi detesto le parafrasi.

Penso che il silenzio sia la pagina in più. Assaporo il miele dell'assenza. So che il desiderio porta solo al dolore, che il dolore porta al compimento che porta al vuoto. Mi arrendo al nulla, non oso sfidarlo. Ma non sarei sincero nel dire di provar gioia a sentire i polmoni prepararsi a un futuro di cenere (sarà che da qualche anno ho smesso di fumare?). Epperò guardo, più o meno fisso, e aspetto. Aspetto cosa? Che il presente lasci spazio alla polvere dei ricordi? No. Ho uno swiffer in mano e, al momento, per non brancolare nel buio, urlo «Ok, Google: torcia». E luce è, bastante tanto da non farsi incantare dalle ore miracolose dell'infanzia.

Era bello morire da piccoli 
con i peli del culo a batuffolo
che morire da grandi soldati
con i peli del culo bruciati



domenica 24 dicembre 2017

L'Estetica

Mi ricordo di aver fatto un esame di Estetica comparata con Grazia Marchianò, anche se solo vagamente rammento quali erano gli argomenti di studio, mi sembra che il corso fosse incentrato sul diverso concetto di rappresentazione tra Occidente e Oriente, la prof.ssa ci aveva dato un suo libello da studiare (edito da Guerini e Associati, ma non lo ritrovo, al momento), più alcuni capitoli di un filosofo giapponese contemporaneo... Ho tutto pressoché dimenticato se non, appunto, le tracce di studio. Infatti mica sono diventato - e me ne dolgo - un estetista.



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Chissà come passava le sere di Natale Hegel.