sabato 14 luglio 2018

La vita dipende

La mia vita - dipende
a volte sale -
a volte pepe
è normale - prendi
esempio dal presepe:
hai presente
la capannuccia
la stella cadente
e altri suppellettili
maschi molti
una femmina
un gesubambino
animali e re
muschio di bosco
poi vengono i carabinieri forestali a casa e ti fanno la multa?
- Ma io
pensavo che
- Sii conciliante
non tentare di giustificarti
il peccato è tuo
suggilo
mungilo
senti come in bocca si scioglie - come miele
lo stesso miele che mi dicessi io stesso
ti avevo dato
(che complimento bellissimo fu
essere paragonato a un'ape
operaia)
ma era un semplice do ut des
anche se svincolato
da ogni logica di mercato
e
- Vieni qui sta’ zitto un pochino
abbraccia questo essere
in attesa delle chiavi
per tornare a sé
alla casa, alla vita
la mia vita - dipende
a volte scende
scende
spende le illusioni
che la tenevano ingabbiata in uno schema
di amore-passione
e confusione
dilapidata
- Tutto è più chiaro
la vita ha bisogno di amaro
per digerirla più facilmente
- Respira
piano ma continuamente
niente apnee
non farti delle idee
sulla vita su me
sul binario da prendere
che è quello di sempre
assegnato dalla lista
del caso
della circostanza
anche dopo uno scambio
la solita vita è quella che avanza.
- Dice che sei cambiato
che sei fatto più insensibile
- Ho aumentato lo scibile:
mi sono asciugato l'umile
di dosso
ho saltato il posso
ho limitato il voglio:
guardo quello che sono
e me lo tengo.
Non chiedo perdono
dico perdio
che colpa ho di essere io?
- Sii,
ripeti, allungando le “i”
finché il fiato perdura.





giovedì 12 luglio 2018

Stoptify

Per alcuni mesi, pochi, sfruttando una promozione scontata, sono stato abbonato di Spotify e, confesso, mi rispecchio in pieno in quella casistica di coloro che, adulti, invece d'ascoltare nuova musica, preferiscono riascoltare vecchi LP, ossia canzoni di quando erano giovani e la musica la mettevano su giradischi o cassette a nastro, in camera, e la ascoltavano per ore, perché ogni canzone, anche se leggera, aveva un certo peso, spessore, lasciava un calco preciso nella mente ancora più disposta a raccogliere anziché scartare - e scartare, rifiutare la musica oggi è cosa indispensabile, ancorché difficile, considerato la pervasività dell'inquinamento musicale/ambientale che non è più relegato alla stanzetta e trova diffusori discariche in ognidove.

Ogni generazione ha avuto, ha e avrà i suoi eroi e - tutto sommato - considero la mia piuttosto fortunata, giacché avevamo a disposizione il cantautorato italiano nella sua maturità artistica e il rispetto verso i classici e le icone rock e pop era ancora ai massimi livelli (esempio: la moda ululava Duran Duran, ma che cazzo vuoi, moda, lasciaci ascoltare i Pink Floyd).

Fortunata età giovanile in cui i tormentoni estivi erano scritti da Franco Battiato...

Scrivo questo perché oggi m'è venuto in mente un brano che amo molto, di Roberto Vecchioni, che lui remasterizzò nell'album Il grande sogno, album che aveva la copertina disegnata da Andrea Pazienza - e ho pensato a quanto siano sfortunati i giovani di oggi in fatto di musica: prima di tutto perché ne hanno troppa e troppo facilmente reperibile; secondariamente, perché è tutta musica videata e tormentonata - con frequenti, insopportabili, balletti al seguito; infine (lo dico più a naso che a orecchio, cioè per spizzichi e bocconi musicali che subisco in luoghi pubblici dove la musica d'oggi passa), perché credo non vi siano cantautori o compositori che riescano, tramite i loro brani, a far uscire l'ascoltatore dal confino del brano stesso per trasportarli altrove, in altri luoghi, ad esempio: un libro, un film, un déjà vu, un vissuto riletto con un telescopio e non con un microscopio che fissa l'attenzione sul proprio io minuto.

Certo, il declino del mercato discografico è irreversibile: i dischi, chi li compra più.
Purtroppo, temo che le app(licazioni) che offrono musica in streaming confondano, spiazzino, dis-orientino cercando di indirizzare verso quelli che dicono essere i tuoi gusti, quando in realtà sono soltanto i loro. 
Per questo penso che le app musicali siano uno strumento da utilizzare in seconda battuta, non in prima, perché altrimenti chi ascolta rischia di essere fagocitato in flusso di note insignificanti.

martedì 10 luglio 2018

C'è o non c'è



Da alcune settimane, le indicazioni stradali, presenti sulla statale che percorro più o meno quotidianamente, sono oggetto di una controversia teologica condotta a colpi di affermazioni perentorie siglate con vernice spray.
Premesso che, sia chi afferma la non esistenza, sia chi invece la afferma deve compiere una doppia curva (la prima a sinistra, la seconda a destra), è emblematico notare che la direzione sia per entrambi in alto.

Ma interpelliamo direttamente l'interessato per farci guidare (senza maps o tom tom) sulla questione:

- Pronto Dio?
- Dio non c'è.
- Come sarebbe? Io, eppure, sto chiamando il numero che ho in rubrica.
- Sì, il numero è corretto: è Dio che non c'è in questo momento.
- Mi sa dire quando torna?
- Non so di preciso. Ha detto: una questione di secoli.
- Perdio, non ci sono altri modi per contattarlo telefonicamente oltre al fisso? Ha preso per caso con sé un cellulare? 
- Sì che ce l'ha, il cellulare. Ma ha detto di disturbarlo soltanto per questioni urgenti. La sua, lo è?
- Certo che lo è: è una questione filosofica dirimente...
- Quale, quella sull'esistenza di Dio o meno?
- Sì.
- Allora, mi spiace, non glielo posso dare. Mi ha detto di non disturbarlo per le cazzate.
- Ma come.
-  Sì, ha detto che è dai tempi di Anselmo che gli maciullano gli attributi spinoziani sui quali non ha più voglia di discutere con alcuno. Anzi, a tale proposito, mi ha detto di rispondere che Lui, come tutti, a volte c'è e a volte non c'è. 
- Bene, nel caso rientrasse prima, per cortesia, potrebbe dirGli che ho chiamato?
- E - scusi, sa - lei chi è?
- Io.
- Stiamo freschi. Io chi?
- Me.
- Ah, lei!
- Sì, io. E chi altri sennò?
- No, sa, mi scusi. Prima ha chiamato un altro che diceva di essere "io", non volevo confondervi.
- Gia, noi io siamo in tanti. E a pensarci bene, non ho mai capito perché Dio non abbia voluto moltiplicarsi, come noi.
- È un ostinato monoteista.

lunedì 9 luglio 2018

No tatoo 3

Il top smanicato lasciava, oltre alle braccia, anche metà busto scoperto e tuttavia coperto da svariati segni, disegni, simboli, scritte, tra quali spiccava, sul braccio destro, un verso di Sandro Penna declinato al femminile: «Io vivere vorrei addormentata / entro il dolce rumore della vita». 
Bruno restò un attimo incantato e non si accorse che lei gli aveva messo sotto il naso la bolla di accompagnamento dell'oggetto che doveva ritirare. «Firmi qui», gli indicò la commessa e lui, prima di farlo, ebbe l'ardire di osservare indicando con lo sguardo la scritta tatuata sul braccio, «Bello questo verso di Penna», al che lei rispose che non era una frase scritta a penna, bensì tatuata veramente, e per dimostrarlo si leccò le falangi di indice e medio della mano sinistra che strofinò, poi, sul verso di Penna per fargli vedere che non si cancellava.
«No, mi scusi, mi sono spiegato male: intendevo bella la frase scritta dal “famoso” poeta italiano Sandro Penna».
«Sul serio esiste un poeta che si chiama così? Una ragione in più per dare dello stronzo bugiardo al mio ex fidanzato. Già. Lui mi ripeteva spesso quella frase, perché - diceva - rappresentava bene il mio carattere. Tanto fu che mi convinse a farmela tatuare sul braccio, giusto pochi giorni prima di scoprirlo a sbocchinarsi («dolce rumore della vita») con il mio migliore amico», si sfogò la commessa, diventando tutta rossa. «Mi scusi, mi sono lasciata andare».
«Non si preoccupi» la rassicurò Bruno con un mezzo sorriso, aggiungendo che non era un caso, forse, che il suo ex le ripetesse spesso quel verso del poeta.

Non si era preoccupata. Senza indugio gli porse nuovamente la bolla da firmare.

Di solito, Bruno firmava scrivendo la lettera maiuscola iniziale del suo nome come alle elementari, una B bella grossa, tondeggiante, che dava voglia più di toccarla che di pronunciarla. Questa volta, invece, la B gli uscì incerta, tremolante, vizza, tanto che la r non riuscì ad attaccarvisi, sorpresa quasi dall'inaspettato svezzamento. Anche la u gli venne male, con una sorta di restringimento tale da farla sembrare più simile a una i. E infatti: «Non è molto leggibile la sua firma: lei sarebbe il vettore, signor Brino?»

«Brno».


sabato 7 luglio 2018

Tonno rosa, uomo nero, mutande rosse

Su un barattolo di filetti di tonno rosa - marca italiana - ho notato prima l'imprescindibile "seguici su" con le quattro icone che rappresentano i social principali (facebook, twitter, instagram, youtube), e poi, in basso, scritto piccolissimo, ho verificato che la provenienza del tonno e lo stabilimento di produzione si trovano in Ecuador.
Naturale più del tonno, quindi, è stato pensare quanto sia più semplice al tonno rosa ecuadoregno attraversare un oceano, tanto quanto è complicato e rischioso agli uomini e donne neri attraversare un mare.

Mentre per il tonno rosa c'è ampio spazio tra gli scaffali dei nostri supermercati occidentali, per l'uomo nero ce n'è meno, i pochi disponibili già occupati dai questuanti all'ingresso degli stessi che si offrono per semplici servigi, tipo «ti riporto il carrello a posto e prendo l'euro», tipo «vuoi comprare questo o quello», tipo «se mi lasci qualche spicciolo, stasera mangio».

Sia pure di diverso tipo, sia l'uomo nero sia il tonno rosa sono merci, con la differenza che, per le risultanze del sistema economico e produttivo vigente, il tonno è più facilmente commerciabile, ha una piazza migliore sul mercato. L'uomo e la donna neri, invece, hanno una smerciabilità più difficoltosa, destinata soprattutto a lavori di bassa qualificazione e alta fatica (beninteso, anche la maggior parte degli uomini e delle donne bianchi-e sono merce; di più: tutti coloro che, per vivere, sono costretti a vendere la loro forza e/o capacità di lavoro lo sono (mentre non sono merce quegli uomini e quelle donne che hanno il potere di comprarla, dirigerla e sfruttarla tale merce umana).

Premesso questo, più della maglietta oggi trovo sia opportuno indossare delle mutande rosse. 

A scanso di equivoci, io, ne avessi facoltà, farei diventare italiani tutti. In altri termini: offrirei a tutti coloro che la richiedono cittadinanza italiana, carta d'identità e tesserino sanitario per tutti. Credo questa mossa politica spiazzerebbe tutti i partner europei e anche l'America, la Russia, la Cina. L'Italia, da circa sessanta milioni di abitanti, nel breve volgere di un decennio, raggiungerebbe a cento e passa milioni di abitanti. «Prima gli italiani» dopo, forse, avrebbe un senso perché non avrebbe più senso: un'autentica svalutazione della cittadinanza, ossia della nazionalità.
«In tutte le rivoluzioni sinora avvenute non è mai stato toccato il tipo dell'attività [economica e produttiva] e si è trattato soltanto di un'altra distribuzione di questa attività, di una nuova distribuzione del lavoro ad altre persone, mentre la rivoluzione comunista si rivolge contro il modo dell'attività che si è avuto finora, sopprime il lavoro e abolisce il dominio di tutte le classi insieme con le classi stesse, poiché essa è compiuta dalla classe che nella società non conta più come classe, che non è riconosciuta come classe, che in seno alla società è già l'espressione del dissolvimento di tutte le classi, nazionalità, ecc. [...] che tanto per la produzione in massa di questa coscienza comunista quanto per il successo della cosa stessa è necessaria una trasformazione in massa degli uomini, che può avvenire soltanto in un movimento pratico, in una rivoluzione; che quindi la rivoluzione non è necessaria soltanto perché la classe dominante non può essere abbattuta in nessun'altra maniera, ma anche perché la classe che l'abbatte può riuscire solo in una rivoluzione a levarsi di dosso tutto il vecchio sudiciume e a diventare capace di fondare su basi nuove la società». Marx-Engels, L'ideologia tedesca: Feuerbach, 1846, Editori Riuniti, Traduzione di Fausto Codino.

venerdì 6 luglio 2018

Scordarsi

Spesso scordo chi sono
perdo figura di uomo
che porto appresso da un pezzo
non vedo l'intero ma un mezzo
perduto il passato non vedo
futuro che è chiuso da specchio
che dice quello che sono
nasconde quello che ero
nega impressioni sul tempo
lascia da solo quel vecchio
che cerca capire chi sono
se ero in quel modo o in un altro
potevo o invece dovevo
senza permesso o misura
ed ecco chi sono lo vedo
su tratti legati a episodi
di vita che senza premura
scorre tra dita veloce
con mani che si aprono al vento
chi dice che sono contento
chi pensa che sono un po' meno
presente a me stesso di quando
un radiogiornale annunciava
nessuno in amore è innocente
non io che cercavo me stesso
nella stretta finale del sesso
nel ritorno nell'altro che non
si dimostra abbastanza fedele
al calco del desiderio che informa
il mio essere qui ed altrove.

mercoledì 4 luglio 2018

Ninna nanna estone


Parole sagge quelle del Presidente Mattarella

Vi sono molte cose che contrassegnano l’Unione europea e la sua storica integrazione, ma ve ne sono due che ne esprimono appieno l'anima: Erasmus e Schengen. I nostri giovani si sentono ormai europei, e poter viaggiare liberamente dal Sud al Nord dell'Europa, o dall'Est all'Ovest dell'Unione, è per loro un dato irrinunciabile. Mettere a rischio questo è poco responsabile. Parlare di chiusura dei confini, in un momento in cui tutto consentirebbe maggiore razionalità nell'analizzare e governare il fenomeno migratorio, è da evitare.
Nell'ultimo anno, da metà del 2017 a metà del 2018, gli arrivi attraverso il Mediterraneo in Italia sono diminuiti dell'85%; la pressione si è abbassata. Questo dovrebbe consentire a tutti i governi, come loro responsabilità, di agire con razionalità senza cedere all'emotività.
Parlare di confini da chiudere non è razionale, ma risponde all'emotività subita o suscitata. La responsabilità politica richiede razionalità e governo comune del fenomeno. Questo è possibile e c'è il dovere di farlo.

Perché dunque i governi europei, «come loro responsabilità» non agiscono «con razionalità» e «senza cedere all'emotività»?

Il bau bau, il pugno di ferro, i porti chiusi, le frontiere sbarrate... tutto fa leva sull'ideologia piccoloborghese di base, che è allarmata più dalla concorrenza schiavile, che dalla trascendenza signorile di chi gestisce il capitale (e/o ne stacca i dividendi).
E i governanti europei allevano questa paura, la pasturano, perché essa addormenta la coscienza di classe, annebbia la razionalità e fa cadere inesorabilmente preda della emotività. 
I migranti sono, in primo luogo, delle pedine nel grande e complesso gioco imperialistico che le potenze coloniali svolgono nella penombra mediatica e sotto l'ombrello (del cazzo) umanitario. 
Poi ci sono anche gli stronzetti che fanno labbrino, lacrimuccia e carezzina al Papa, pezzi di merda senza scrupoli che non esitano a dare l'autorizzazione al setaccio (voilà Schengen).

Riguardo al caso italiano: a me sembra che, per Salvini, la carta migranti sia l'equivalente di quello che furono gli ottanta euro per Renzi (con più pelo sullo stomaco e con minor aggravio sui conti dello Stato). Vedremo poi quanto la politica di respingimento e chiusura influenzerà positivamente l'economia nostrana e quanto ne beneficerà l'ordine pubblico.   

lunedì 2 luglio 2018

Il porto chiuso

Ha chiuso il porto del suo cuore:
«Tesoro, non puoi attraccare,
lasciami stare, non fare rumore,
quella è la porta, vedi di andare».

Del suo cuore ha chiuso il porto:
amore più non entra nel suo porto.
Mi aiuti lei, dottore, o sono morto;
ho il cuore chiuso come un beccamorto.

«Signore, porti il cuore al chiuso
così, vedrà, non avrà bisogno
di dare al cuore un porto
di far di sé un illuso
                                     [che crede nell'amore.

Ma se porto il cuore al chiuso
sarà aperto o chiuso il porto?
«Dipende dall'importo,
amore: ti ho deluso?»

Ma va', va' dove ti porta il cuore
al chiuso di una casa stretta di città
su un letto che mescola il sudore
di mille corpi tristi di ogni età.

sabato 30 giugno 2018

Lei non sa chi sono io

«Dopo l’ennesimo e borioso “sono un avvocato” proferito [dal premier Conte] per avvalorare le sue richieste, l’omologo svedese Stefan Löfven si è sentito in dovere di informarlo che lui è un esperto fabbro, mentre il bulgaro Borisov ha fatto valere le sue credenziali da ex pompiere.» Limes

Forse gli sarebbe andata meglio se si fosse dichiarato devoto di Padre Pio.

No tatoo 2

2.

«Innanzitutto la nostra non è una crociata contro i tatuaggi. Non li disprezziamo, né sconsigliamo le persone a non farli. Men che meno vogliamo convincere i tatuati a coprirsi o a farseli cancellare. No. Il nostro centro si rivolge a quelle persone che, prive di tatuaggi, provano un senso di inadeguatezza, addirittura di imbarazzo ad avere la pelle libera da simboli, figure, scritte di vario tipo. 
Recenti studi epidemiologici hanno dimostrato che da quando il tatuaggio è un “must” a cui si è sottoposta molta parte della popolazione, una considerevole percentuale di coloro che se ne esimono, soffre - più o meno consciamente - di una crisi da pagina bianca del proprio corpo, una sorta di crisi dell'insignificanza che, se trascurata, potrebbe provocare ipocondria, depressione o, nei casi più gravi, addirittura dismorfofobia. In casi estremi come questi, il nostro studio si avvale di qualificati psicoterapeuti, i quali - una volta appurato il quadro clinico - propongono al soggetto un percorso terapeutico d'impronta psicodinamica.»

Dopo aver ringraziato la dottoressa per la spiegazione, Bruno uscì dalla fresca penombra climatizzata dello studio No tatoo e ripiombò nell'afa rovente del viale. Ancora il negozio dove doveva effettuare il ritiro era chiuso, mancavano pochi minuti alle tre, il tempo giusto per specchiarsi sulla porta a vetro dell'ingresso e riflettere. I pantaloni e la camicia a maniche lunghe dovevano pur significare qualcosa sotto quel sole e quel caldo soffocante. Mentre lo sguardo dagli arti passò al volto per scrutare se nel suo sguardo trapelava un'ombra di melanconia, alla sua immagine si sovrappose il corpo e il volto della commessa, che aprì la serratura e lo fece entrare con mezzo sorriso di commiserazione. Non che fosse propriamente una bella donna, ma dannatamente sensuale, sì.

giovedì 28 giugno 2018

Pesci rossi

Ci sono molti modi per spiegare (e superare) la crisi della Sinistra italiana, europea, mondiale. 
C'è chi scrive manifesti sul Foglio.
C'è chi, interpellato, discute sugli stessi.
C'è chi propone di incenerire partiti [non male come idea, però].

C'è chi misura e analizza in modo assai balzano - da autentico idiota della statistica - le ragioni del crollo.

Tuttavia, la cosa più penosa è che molti di costoro che cercano spiegazioni e soluzioni per superare la crisi della Sinistra, ammesso e non concesso lo facciano disinteressatamente, lo fanno con le intenzioni di recuperare o far nascere un movimento, un partito che si ripresenti nell'agone politico come se, nel contesto politico attuale, il riformismo progressista e di sinistra fosse ancora cosa possibile.

Il problema è che pochi sanno spiegare realmente il perché la Sinistra boccheggia, come un pesce rosso fuor d'acqua. E il dramma è che in pochissimi hanno veramente a cuore il salvarla.

È chiaro, però, che salvare la Sinistra significa prendere coscienza che il capitalismo (sistema economico e produttivo dominante) presenta delle contraddizioni che nessun tipo di riformismo potrà risolvere e che l'unica soluzione è iniziare (nuovamente) a pensare le condizioni di una trasformazione radicale del modo di produzione e, in pari tempo, della struttura sociale che lo legittima e sostiene (lo Stato, gli Stati).
«La forza produttiva, la situazione sociale e la coscienza possono e debbono entrare in contraddizione fra loro, perché con la divisione del lavoro si dà la possibilità, anzi la realtà, che l'attività spirituale e l'attività materiale, il godimento e il lavoro, la produzione e il consumo tocchino a individui diversi, e la possibilità che essi non entrino in contraddizione sta solo nel tornare ad abolire la divisione del lavoro. È di per sé evidente, del resto, che i "fantasmi", i "vincoli", l'essere superiore, il "concetto", la "irresolutezza", altro non sono che l'espressione spirituale idealistica, la rappresentazione apparentemente dell'individuo isolato, in realtà di ceppi e barriere molto empirici entro il quali si muovono il modo di produzione della vita e la forma di relazioni che vi è connessa». K. Marx, F. Engels, L'ideologia tedesca, Libro I, Feuerbach

martedì 26 giugno 2018

Ti amo ti it


- Pronto?
- Pronto.
- Buonasera Dio.
- Buonasera uomo, desideri?
- Tanti.
- Ho detto: desìderi, seconda persona singolare del verbo desiderare; non ho detto desidèri, sostantivo plurale.
- Scusa Signore, ho equivocato apposta.
- Fai poco lo spiritoso, allora.
- Va bene. Epperò non avrei mai creduto Tu non fossi un dio di Spirito
- Touché.
- Touché? Davvero? O se non ho sentito niente, neanche un rumore.
- Smettila, sennò riattacco. Dimmi piuttosto: perché hai chiamato? 
- Ho letto una tua frase in giro per la città. Precisamente: su un autobus ho letto che Tu, nella Bibbia, hai detto «Io ti amo».
- Non mi ricordo. Potresti controllare?
- Subito. Come vedi, nella Bibbia, «Io ti amo» è scritto tre volte, di cui una lo pronuncia Davide a te. 
- Che l'abbia detto due volte è già qualcosa, no?
- Certo. Purtuttavia, considerando l'insieme dei Libri che formano la Bibbia (Vecchio e Nuovo Testamento), non è che Tu abbia scialato. Piuttosto, è la dimostrazione che, nella tua Parola, l'amore si trova in dosi omeopatiche.
- Stai screditando l'omeopatia: sei un venduto alle multinazionali del farmaco.
- Boiron compresa.
- Cretino. Fatto sta che la Bibbia non è un romanzo rosa.
- E allora perché hai scelto proprio quella frase per promuovere il tuo best seller?
- Spiace deluderti, ma non sono stato io a sceglierla, bensì i responsabili del marketing. Io avrei preferito parlare di altro, ma le maledizioni hanno poco mercato.
- Un'ultima domanda, per favore. Perché è stato scelto un autobus fermo per pubblicizzare la Tua Parola?
- Perché almeno un paio di volte al giorno è puntuale per tutti, come l'orologio.

lunedì 25 giugno 2018

No tatoo

1.

Era un caldo primo pomeriggio di fine maggio quando Bruno si recò presso un punto di ritiro merci acquistate in rete e ivi recapitate per non pagare la spedizione. Parcheggiò l'auto sotto una tenue ombra di tigli castrati dall'ennesima potatura primaverile, si avvicinò all'ingresso del negozio e constatò che esso avrebbe aperto alle 15, erano le due e mezzo, doveva quindi aspettare. 

Anziché attendere dentro l'auto calda, decise di passeggiare lungo il viale punteggiato da esercizi commerciali di vario tipo, compreso un ex negozio di elettrodomestici con l'insegna Telefunken e dentro il vecchio titolare, il quale - presumibilmente ancora in servizio per pagare le marchette per la pensione - si era ridotto a vendere di tutto fuorché elettrodomestici: cornici in peltro e seggette per il water, zanzariere e fiori finti da portare ai cimiteri fuori città.

Bruno, per ingannare l'attesa, ma soprattutto per rubare un po' di frescura, era tentato di entrare in quel negozio, se non avesse alzato gli occhi sull'insegna del locale accanto, No Tatoo: libera la pelle. Centro di ascolto persone non tatuate. Ingresso libero.

Entrò. Il delicato suono di una tenda a fili annunciò la sua presenza, ma restò solo il tempo sufficiente per guardare intorno alle pareti che non avevano alcun genere di addobbi, tranne una, sulla quale era affissa una riproduzione senza titolo, giallo e arancione, di Rothko.

Dal retro, entrò una donna, forse sui trent'anni, un vestito verde a fiori senza maniche, abbronzata, bel sorriso e seno. «Posso esserle utile?».

sabato 23 giugno 2018

Quando ti vedo

Temo
che quando ti vedo
sparisca quel freno
che tiene sospese
parole a mezz'aria
che lo sguardo pronuncia
e la bocca trattiene
mentre lingua ripassa
superficie dei denti -
solo le labbra
si sporgono a bacio
che scocca e che vola
a cercare le tue
che fanno lo stesso
nella muta penombra
di un corridoio.

Congettura:
le schiene di due persone
che se ne vanno
in opposta direzione
trattenendo parole
e baci soffiando
non hanno paura
di quello che sono
di quello che possono
e non possono fare
perché sanno
che amore in potenza
e amore in atto
hanno la stessa radice:
la benevolenza.
Stabilito contatto.

Non chiedermi se sono felice:
chiedimi se sono distratto.