martedì 27 gennaio 2015

Faccia a Presidente

Ammettiamo e concediamo che il nuovo Presidente della Repubblica sarà un politico avente la faccia a cazzo o la faccia a merda o la faccia a culo. Bene, come si dovrebbero porre davanti al nuovo presidente quei cittadini che reputavano avesse una di queste facce ben prima che costui (o costei) diventasse Capo dello Stato? Devono, come me, ingoiare il non detto, trattenersi, far finta di niente, fischiettare fiorin fiorello, l'amore è bello vicino a te, per non incorrere nel reato di vilipendio alla prima carica dello Stato?
In verità, neanche adesso oserei dire pubblicamente ad alcuna delle facce partecipanti al balletto presidenziale, che costui (o costei) ha una delle tre facce dette in precedenza. E non lo dico perché, in effetti, dirlo sarebbe un'ingiuria gratuita, perdipiù sanzionabile (credo), che prende origine da quella sorta di risentimento antipolitico che appartiene naturalmente alla plebe. 
Poi mi ricordo che appartengo alla plebe anch'io e, quindi, davanti alle figurine che appaiono in ordine sparso sui media, lascio libero sfogo al rosario di contumelie.

Nondimeno, continuo a chiedermi: possibile che nessuna delle facce proposte mi andrebbe a genio?

Sì, una. Quella che, ex post, appena insediato, si premurasse di sciogliere subito le camere per manifesta incongruenza costituzionale di un Parlamento composto di membri eletti da una legge elettorale dichiarata incostituzionale; e, dipoi, appena fatto ciò, rassegnasse subito le dimissioni. Subito. In pochi giorni, la sua diventerebbe una faccia memorabile, la faccia che tutti (o quasi tutti, cioè, io: la plebe) vorremmo avere. Una bella faccia, insomma.

lunedì 26 gennaio 2015

Un mulino che gira a vuoto

« Ogni giovane sensibile, soprattutto se plasmato dalla cultura e dalla musica – ed era il suo caso – è propenso a considerare le torbide passioni del corpo e dell'anima, questo magma lirico della gioventù, come un precoce segno di talento. Tuttavia, più spesso si tratta di un segreto vibrare della sensibilità, di un impuro associarsi di secrezioni ormonali con gli spasmi del nervo simpatico, di una simbiosi tra la struttura organica e la musica dell'anima – che sono il dono della giovinezza e dell'esuberanza spirituale, e che, simili alla poesia nelle loro vibrazioni, si possono facilmente confondere con la poesia vera. Una volta catturati da questa magia – che con gli anni diventa una pericolosa abitudine, come il fumo e l'alcol – si continua a scrivere, con mano abile di versificatore, sonetti ed elegie, versi patriottici e di circostanza, ma ormai si tratta soltanto di un meccanismo che si è messo in moto in gioventù e ora procede solo per forza d'inerzia d'abitudine, basta che ci sia un minimo alito di vento, come un mulino che gira a vuoto. »
Danilo Kiš, Il liuto e le cicatrici, Adelphi, Milano 2014

Ecco qua, perfettamente definita, quella che penso sia la sostanza della mia attività bloggheristica: un mulino che gira a vuoto, che non macina altro che refoli di pensiero dai quali si ricava punta farina, nessun pane, qualche sbadiglio, forse un sorriso di compiacimento e un'alzata di spalle di complicità. Nondimeno – e sebbene sia rarefatta la composizione di versi – le pale girano (le pale, ci siamo capiti) perché ancora c'è la percezione del vento: il vento dell'epoca, limitatamente espresso dal vento che passa il convento della storia (‘s’ minuscola obbligatoria: sentite quante rime baciate?). «Si tratta soltanto di un meccanismo che si è messo in moto in gioventù e ora procede solo per forza d'inerzia e d'abitudine» (volevo scrivere questo a commento di un post di Luigi Castaldi, ma l'inerzia non riguarda certamente il suo caso, l'abitudine forse).
L'abitudine, che bellezza l'abitudine (giudizio privatissimo). L'abitudine estende il pensiero allontanandolo dall'azione (sarà vero?).
Altra cosa: indagare cosa avrebbe messo in moto, in gioventù, il meccanismo della scrittura, credo che non avvalorerebbe, né screditerebbe alcunché. Per quel che vale, il «segreto vibrare», l'«impuro associarsi» e la «simbiosi» sopra descritte da Kiš si attagliano bene al mio caso.

Insomma, così è; il mulino Massaro gira a vuoto e in questi giorni di grecale si vede benissimo. 

Me coojoni

[*]
Sursum corda, ché si sta producendo il miracolo in Italia: i lazzarooni rialzano la cresta.

domenica 25 gennaio 2015

500 moscia

Aldilà degli effetti collaterali che può produrre (a me, per esempio, ha fatto venire la forfora alle basette) e, parimenti, aldilà di come si qualifica una committenza che avalla un guano pubblicitario del genere (guano in ricordo dei piccioni assenti sui tetti), il messaggio veicolato dallo spot della nuova Fiat 500X è che la 500 normale è una macchina dalle conclamate disfunzioni erettili.

La semina

sabato 24 gennaio 2015

Falso di autore ignoto

918. « Come avviene che io veda l'albero verticale anche se inclino la testa da una parte, e quindi l'immagine retinica è quella di un albero inclinato? ». Come mai anche in queste circostanze considero l'albero come fosse verticale? – « È che sono consapevole dell'inclinazione della mia testa, e quindi apporto la necessaria correzione al modo di intendere le mie impressioni visive ». – Ma questo non significa confondere ciò che è primario con ciò che è secondario? Immagina: se noi non sapessimo proprio niente della costituzione interna dell'occhio, – questo problema avrebbe modo di sorgere? Qui, in verità, noi non apportiamo alcuna correzione, questa non è in effetti che una spiegazione.
D'accordo – ma dato che ora la struttura dell'occhio noi la conosciamo – come avviene che la nostra azione, la nostra reazione, sia questa? Ma qui deve esserci per forza una spiegazione fisiologica? E se lasciassimo stare la cosa com'è? – Ma tu non parleresti certo così se stessi verificando il comportamento di una macchina! – Ebbene, chi dice che in questo senso l'essere vivente, il corpo animale, è una macchina? – .

920. Si può anche dire: « Fece questa faccia », o « Si mutò in volto così », aiutandosi con la mimica, – [...] 

Ludwig Wittgenstein, Osservazioni sulla filosofia della psicologia, Adelphi, Milano 1990

***
918. « Come avviene che io veda l'Italia verticale anche se inclino la testa da una parte, e quindi l'immagine retinica è quella di un Paese inclinato? ». Come mai anche in queste circostanze considero l'Italia come fosse verticale? – « È che sono consapevole dell'inclinazione della mia testa, e quindi apporto la necessaria correzione al modo di intendere le mie impressioni visive ». – Ma questo non significa confondere ciò che è primario con ciò che è secondario? Immagina: se noi non sapessimo proprio niente della costituzione interna dello Stato, – questo problema avrebbe modo di sorgere? Qui, in verità, noi non apportiamo alcuna correzione, questa non è in effetti che una spiegazione.
D'accordo – ma dato che ora la struttura dello Stato noi la conosciamo – come avviene che la nostra azione, la nostra reazione, sia questa? Ma qui deve esserci per forza una spiegazione fisiologica! E se lasciassimo stare la cosa com'è? – Ma tu non parleresti certo così se stessi verificando il comportamento di una macchina! – Ebbene, chi dice che in questo senso l'essere vivente, il corpo elettorale, è una macchina? – .
920. Si può anche dire: « Fece questa faccia da coglione », o « Si mutò in volto così, da ebete », aiutandosi con la mimica, – [...] 


Piero Ludovico Massardo, Osservazioni sulla psicologia della politica, Manoscritti inediti.

venerdì 23 gennaio 2015

Gli Syriza

In Italia - in Europa forse - c'è già chi festeggia preventivamente la vittoria di Syriza - e scodinzola, e cerca di addentare un osso dello scheletro della sinistra italiana, pensando con ciò di farla resuscitare.
Abbastanza penosi, vero? 
Prendiamo uno come Fassina Stefano che ha aspettato quasi due anni a fare il nome e il cognome del (per lui) responsabile della congiura contro Prodi al Quirinale: se lo sa oggi, e lo dice, lo sapeva anche ieri; e se lo sapeva ieri perché è stato zitto? Perché ballava coi lupi vestito da sottosegretario?

Prendiamo poi uno come Vendola e pensiamo a come sarà pronto lunedì sera (e dimartedì e ballarò) a mettere la cappella sulla probabile vittoria di Tsipras: oh quante zeta di democrazia e speranza sputacchiate davanti alla telecamera, sollevando, a scatti brevi, le terga per sfruttare al meglio il movimento ondulatorio del divano molleggiato degli ospiti.
E Civati, che dire di Civati? Non dire niente sarà meglio, sarà un complimento, sarà il tratto più adeguato per abbozzare la sua biografia parlamentare.

E degli avanzi di noia rivista e ribollita, la cui base programmatica è riassunta nei sottotitoli de Il Manifesto odierno:
«La sfida di Draghi ai falchi della Bce: l’acquisto massiccio del debito pubblico dell’eurozona. Il quantitative easing di mille miliardi è superiore alle attese ma  il rischio maggiore (l’80%) resta nella pancia delle banche centrali nazionali. La misura cerca di placare la  crisi senza curarne la causa: l’assenza di investimenti»
Un partito (o un movimento o un raggruppamento) di sinistra che scambia gli effetti con le cause vere della crisi è un partito di sinistra fottuto in partenza (nuovamente); un partito che manca di una seria e lucida capacità di analisi critica della situazione, un partito che non si rifà ai fondamenti e che resta prigioniero nei confini di azione politica stabiliti dagli interessi della classe dominante e di questa complice nel coltivare (ancora) per il volgo l'illusione del suffragio universale.

N.B.
Sino al febbraio 2013 pensavo che votare servisse a qualcosa. Devo ringraziare sentitamente il Partito Democratico per avermi fatto cambiare idea.

Povero re

Peccato fosse uno.

I sottomultipli del metro

Il disagio, il disagio come se l'agio consentisse di credere la vita qualcosa che, necessariamente, contiene un significato oltre se stessa e, viceversa, il disagio autorizzasse, necessariamente, la negazione di ogni significato al vivere e, allora, irresoluto, stare in mezzo al ponte che collega le due sponde del vivere, guardare di qua e di là, a destra e manca, mi manca qualcosa, ce l'ho; ce l'ho, mi manca, ora è l'alba, adesso il tramonto, adesso mi accorgo che sono, e sto bene, e ora mi dispero perché no, non sono, non sto bene con il mio sono.
Lo scorrimento è tutto, tutto. Impuntarsi non serve a niente, farsi lavare dal tempo è una purificazione: dà la concreta impressione di ritornare quello che eravamo, polvere compresa, un miscuglio di materia ed energia che si sforzano di tenere in piedi impressioni e visioni, pensieri e carezze, mezzi sorrisi e giusto qualche lacrima per condire, alla fine una puntina di sale non guasta.

Movenze umane in spazi limitati. Facce in cerca di una giustificazione. Tanti io moltiplicati che non si raccapezzano della moltiplicazione e si sentono divisi. Non si pensa mai abbastanza di essere sottomultipli di unico metro¹: la nostra stessa natura. 

____________
¹ Stasera mi sento talmente millimetro che devo attaccarmi a qualcosa per risollevarmi, qualcosa, qualcosa che, da ragazzi, si misurava in centimetri, oppure in pollici. Meglio i pollici.

giovedì 22 gennaio 2015

Parallasse



«La lotta per l'unità nazionale domina tutto lo sviluppo politico e ideologico della Germania nel secolo XIX. E la forma particolare in cui questo problema trovò infine soluzione, dà la sua particolare impronta a tutta la vita spirituale della Germania dalla seconda metà del secolo XIX fino ad oggi.
In questo consiste la caratteristica principale dello sviluppo della Germania; ed è facile vedere come questo asse intorno al quale tutto gira non è nient'altro che una conseguenza del ritardato sviluppo capitalistico di questo paese. Gli altri grandi popoli dell'Occidente, particolarmente l'Inghilterra e la Francia, hanno raggiunto la loro unità nazionale già sotto la monarchia assoluta, vale a dire, l'unità nazionale fu in esse uno dei primi risultati della lotta di classe fra borghesia e feudalesimo. In Germania, invece, la rivoluzione borghese deve ancora conquistare quest'unità, deve ancora porne le fondamenta. (Soltanto l'Italia ha avuto uno sviluppo simile; le conseguenze spirituali mostrano, pur nella diversità della storia dei due popoli, una certa affinità, che ha agito manifestamente proprio nei tempi più recenti).»
György Lukàcs, La distruzione della ragione, (Vol. 1), “Alcune caratteristiche dello sviluppo storico della Germania”, Einaudi, Torino 1959

mercoledì 21 gennaio 2015

Hai Kapito?


Non teme la Grecia. E ha fiducia nel «quantitative easing» della Bce. Solo una cosa lo preoccupa davvero.
«Le famiglie in Europa e in America hanno ancora troppa paura e preferiscono tenere la liquidità a portata di mano in banca piuttosto che investirla. Questo è un problema epocale: se oggi gli uomini e le donne non pensano al loro futuro e non investono i risparmi guardando al lungo termine e alla pensione, un giorno avranno problemi seri. Secondo un nostro sondaggio, due terzi degli americani destinano meno di 25mila dollari alla pensione e un terzo non fa nulla su questo fronte: questo è drammatico.»
[...]
E non crede che sui mercati ci siano bolle speculative?
«No, questa storia delle bolle è fomentata dai giornali. È da anni che si parla di rischio-bolle, ma le Borse e i bond continuano a salire. Questo ha generato paura tra la gente, con il risultato che oggi le famiglie non investono i risparmi per assicurarsi il futuro pensionistico. Questo è il vero dramma: tenere i soldi in banca non porta da nessuna parte, bisogna investirli pensando al futuro. Non aspettando lo scoppio delle bolle.»
[...]
Per questo BlackRock continua a investire in Europa?
«Bene inteso: noi consideriamo attraenti le Borse, ma non il mercato dei titoli di Stato. Ormai i rendimenti sui bond sono molto bassi e lo spread è troppo influenzato da variabili imprevedibili come quella politica. Puntiamo invece con convinzione sui listini azionari: la nostra prima scelta è la Borsa statunitense, poi alcuni listini del Sud America, ma in Europa privilegiamo Gran Bretagna, Italia e Germania. Nelle Borse del Vecchio continente ci sono molte società esportatrici, che beneficeranno dalla debolezza dell’euro. Italia inclusa: a Piazza Affari guardiamo con favore le aziende alimentari, quelle legate alla sanità e il settore della difesa.»

Dopo aver letto l'interessante intervista al presidente del Fondo Pensioni BlackRock, oggi pomeriggio, invece di andar a comprare vettovaglie, sono andato in banca e ho chiesto al consulente finanziario di convertire i soldi del mio conto corrente in azioni della Barilla e della Ferrero, della Azienda Ospedaliera Sant'Anna e San Sebastiano («Oppure, se sono in vendita, quelle delle cliniche private della Ciarrapico Corporation», ho aggiunto) e, infine, per differenziare anche nel settore della difesa, di prendermi alcune azioni di Finmeccanica. «Voglio scialare», ho detto sorridendo al consulente. «Magari a cena mangerò una ribollita, ma bisogna pure che pensi al futuro ogni tanto. Basta con questa paura che paralizza il mio conto corrente». 
Appena ho pronunciato queste parole, il consulente, alzando gli occhi dal terminale che visualizzava il saldo, mi ha guardato paralizzato per una decina di secondi e poi, a mezza voce, mi ha proposto una cessione del quinto. 

martedì 20 gennaio 2015

Fanno ammende

Tra i vari contenuti previsti nel pacchetto anti-terrorismo che il Governo, pare, si appresterà a varare giovedì, ve ne sono un paio che m'incuriosiscono un po':
Dopo l’articolo 678 del Codice penale il Governo propone di inserire un articolo 678 bis che punisce con l’arresto fino a 18 mesi e con l’ammenda fino a 247 euro la «detenzione abusiva di precursori di esplosivi», le sostanze usate per fabbricare “bombe” in casa. Un altro articolo, il 679-bis, è previsto per punire con l’arresto fino a 12 mesi o con l’ammenda fino a 371 euro anche chi omette di denunciare il furto o la sparizione dei “precursori” e con la sola sanzione da mille a 5mila euro chi non segnala «transazioni sospette».
La curiosità è tutta rivolta all'entità prevista per due ammende: 247€ per detenzione di precursori di esplosivi; 371€ per omessa denuncia del furto o della sparizione dei precursori stessi.
Sarebbe interessante scoprire perché i tecnici del gabinetto del ministro Alfano abbiano scelto proprio tali cifre e non altre per sanzionare i bombaroli in erba. Più comprensibile la multa da mille a cinquemila euro, forse perché non prevede il carcere.
Già, il carcere: forse è quello che determina l'esatto importo dell'ammenda... chissà. O forse ci troviamo in presenza di un mistero cabalistico?
Vediamo:

247, secondo Wikipedia, è il numero naturale dopo il 246 e prima del 248. Interessanti sono le sue proprietà matematiche, tra le quali segnalo che è un numero pentagonale (anvedi) e, altresì, un numero odioso (al ministero dell'interno sanno come combattere il nemico).

371 è più misterioso ancora. Oltre a essere il numero naturale dopo 370 e prima di 372, wikipedia sostiene che è un numero dispari e, altresì, un numero difettivo poiché la somma dei divisori, escluso il numero stesso, è inferiore al numero. Capito a me.

Nel mio piccolo, ho provato a sommarli, ma il risultato, 618, non ha alcun riscontro wikipediano, forse perché la detenzione e l'omessa denuncia non sono ammende sommabili.

Altre somiglianze più o meno pertinenti: i due numeri hanno in comune il 7; le altre cifre sono consequenziali: 1, 2, 3, 4. Inoltre, con il 3 e l'1 di 371 si ottiene, sommando, 4, e, sottraendo, 2 che sono le cifre che, insieme al 7, compongono 247. 
Ma la cosa forse più sibillina che si può ottenere dai due numeri - e che, a mio parere, rivela l'arguzia dei tecnici del ministero dell'interno - è la seguente: sommando le cifre singole di entrambi i numeri si ottiene quanto segue:

2 + 4 + 7 = 13
3 + 7 + 1 = 11
13 + 11 = 24

24 sono le ore del giorno. 13 sono le mensilità. 11 è l'ora della pausa caffè. Offre @angealfa.

lunedì 19 gennaio 2015

Ladri di valore

Scrive Federico Fubini su Repubblica odierna:
«Nel 2008 la ricchezza netta accumulata del 30% più povero degli italiani, poco più di 18 milioni di persone, era pari al doppio del patrimonio complessivo delle dieci famiglie più ricche del Paese. I 18,1 milioni di italiani più poveri in termini patrimoniali avevano, messi insieme, 114 miliardi di euro fra immobili, denaro liquido e risparmi investiti. Le dieci famiglie più ricche invece arrivavano a un totale di 58 miliardi di euro. In altri termini persone come Leonardo Del Vecchio, i Ferrero, i Berlusconi, Giorgio Armani o Francesco Gaetano Caltagirone, anche coalizzandosi, arrivavano a valere più o meno la metà di un gruppo di 18 milioni di persone che, in media, potevano contare su un patrimonio di 6.300 euro ciascuno.»
Manca qualcuno?
CDB.
Questo non si dice, questo non si fa.
E io che sono Carletto l'ho fatta nel letto, l'ho fatta nel letto, l'ho fatta per fare dispetto che bello scherzetto per mamma e papà.

Continua Fubini:
«Chi è già povero si impoverisce più in fretta. Nel 2013 quei 30 milioni di italiani avevano nel complesso 829 miliardi (mentre gli altri 30 controllavano gli altri 8500). Nel 2008 però quegli stessi 30 milioni di persone avevano (in euro 2013) per l’esattezza 935 miliardi. Dunque la "seconda" metà del Paese durante la Grande Recessione è andata giù dell’11,3% in termini patrimoniali. La prima metà invece, i 30 milioni di italiani più ricchi, è scesa dell’8,2%. Gli uni non solo erano molto più poveri degli altri prima della crisi: si sono impoveriti di più durante. Tutt’altro Paese invece per le prime dieci famiglie. La loro ricchezza netta sale di oltre il 60% in termini reali fra il 2008 e il 2013 e la loro quota sul patrimonio totale degli italiani aumenta. Cambia però anche un altro dettaglio: la loro composizione. I più ricchi del 2013 non sono gli stessi del 2008 o del 2004 e per certi aspetti formano una lista più interessante. Ora nel gruppo si trovano famiglie meno dedite alle rendite di posizione, alla speculazione pura o al rapporto con la politica per fare affari. Adesso dominano i primi posti imprenditori più impegnati nella creazione di valore, lavoro e manufatti innovativi che interessano al resto del mondo» 
Concentriamoci sull'ultima frase: 
«Adesso dominano i primi posti imprenditori più impegnati nella creazione di valore, lavoro e manufatti innovativi che interessano al resto del mondo».
Chi è che crea valore? Capitale + lavoro umano. E come creano valore gli imprenditori? Prendendo il plusvalore contenuto nel lavoro, perché in ogni lavoro retribuito è contenuta una quantità di lavoro non retribuito, di cui i prenditori di lavoro si appropriano, ahimè, legalmente. 
Questo, gli economisti fighetti, che titillano i capezzoli dei buon cuori che ancora si dicono convinti elettori di sinistra, non lo dicono. Puntuali, fanno notare che esistono disuguaglianze intollerabili, ma - per carità - non spiegano affatto perché esistono e perché si estendono a dismisura. Ma soprattutto: non lo dicono, perché rifiutano l'unica scoperta scientifica sulla produzione di plusvalore in grado di rivelare perché nell'economia capitalistica si producano siffatte, aberranti, storture.
Chi fece questa scoperta? Un signore tedesco, di origine ebrea, con la barba e il capello allungato.
Cosa scoprì questo signore? La dinamica dei rapporti tra capitale e lavoro e come da questi sgorghi copioso il plusvalore. 
Ma adesso lasciamolo parlare, ché tanto meglio di lui è difficile spiegare (la citazione sarà estesa ma non posso fare altrimenti: è uno dei passi più belli e importanti de Il Capitale):


«Il capitalista ha comperato la forza-lavoro al suo valore del giorno. Gli appartiene il valore d’uso di essa durante una giornata lavorativa. Ha dunque acquisito il diritto di far lavorare l’operaio per sé durante una giornata. Ma, che cos’è una giornata lavorativa? In ogni caso, è meno di un giorno naturale di vita. Quanto meno? Il capitalista ha la sua opinione su questa ultima Thule che è il limite necessario della giornata lavorativa. Come capitalista, egli è soltanto capitale personificato. La sua anima è l’anima del capitale. Ma il capitale ha un unico istinto vitale, l’istinto cioè di valorizzarsi, di creare plusvalore, di assorbire con la sua parte costante, che sono i mezzi di produzione, la massa di pluslavoro più grande possibile. Il capitale è lavoro morto, che si ravviva, come un vampiro, soltanto succhiando lavoro vivo e più vive quanto più ne succhia. Il tempo durante il quale l’operaio lavora è il tempo durante il quale il capitalista consuma la forza-lavoro che ha comprato. Se l’operaio consuma per se stesso il proprio tempo disponibile, egli deruba il capitalista.
Dunque il capitalista invoca la legge dello scambio delle merci. Come ogni altro compratore, cerca di spremere dal valore d’uso della sua merce la maggiore utilità possibile. Ma all’improvviso s’alza la voce dell’operaio, che era ammutolita nell’incalzare e nel tumulto del processo di produzione:
La merce che ti ho venduto si distingue dal volgo delle altre merci per il fatto che il suo uso crea valore, e valore maggiore di quanto essa costi. E per questa ragione tu l’hai comprata. Quel che dalla tua parte appare come valorizzazione del capitale, dalla mia parte è dispendio eccedente di forza-lavoro. Tu ed io, sul mercato, conosciamo soltanto una legge, quella dello scambio di merci. E il consumo della merce non appartiene al venditore che la aliena, ma al compratore che l’acquista. A te dunque appartiene l’uso della mia forza-lavoro quotidiana. Ma, col suo prezzo di vendita quotidiano, io debbo, quotidianamente, poterla riprodurre, per poterla tornare a vendere. A parte il logorio naturale per l’età ecc., io debbo essere in grado di lavorare domani nelle stesse condizioni normali di forza, salute e freschezza di oggi. Tu mi predichi continuamente il vangelo della «parsimonia» e della «astinenza». Ebbene: voglio amministrare il mio unico patrimonio, la forza-lavoro, come un ragionevole e parsimonioso economo e voglio astenermi da ogni folle sperpero di essa. Ne voglio render disponibile quotidianamente, mettendolo in moto e convertendolo in lavoro, soltanto quel tanto che è compatibile con la sua durata normale e col suo sano sviluppo. Tu puoi mettere a tua disposizione, in un solo giorno, con uno smoderato prolungamento della giornata lavorativa, una quantità della mia forza-lavoro maggiore di quanta io ne possa ristabilire in tre giorni. Quel che tu guadagni così in lavoro, io lo perdo in sostanza lavorativa. L’uso della mia forza lavorativa e il depredamento di essa sono cose del tutto differenti. Se il periodo medio nel quale un operaio medio può vivere, data una misura ragionevole di lavoro, ammonta a trent’anni, il valore della mia forza-lavoro, che tu mi paghi di giorno in giorno, è  [1 : (365 x 30)] cioè, 1 : 10.950 del suo valore complessivo. Ma se tu la consumi in 10 anni, tu mi paghi quotidianamente 1/10.950 del suo valore complessivo, invece di 1/3.650: cioè mi paghi soltanto un terzo del suo valore giornaliero, e mi rubi quindi quotidianamente due terzi del valore della mia merce. Tu mi paghi la forza-lavoro di un giorno, mentre consumi quella di tre giorni. Questo è contro il nostro contratto e contro la legge dello scambio delle merci. Io esigo quindi una giornata lavorativa di lunghezza normale, e lo esigo senza fare appello al tuo cuore, perchè in questioni di denaro non si tratta più di sentimento. Tu puoi essere un cittadino modello, forse membro della Lega per l’abolizione della crudeltà verso gli animali, per giunta puoi anche essere in odore di santità, ma la cosa che tu rappresenti di fronte a me non ha cuore che le batta in petto. Quel che sembra che vi palpiti, è il battito del mio proprio cuore. Esigo la giornata lavorativa normale, perché esigo il valore della mia merce, come ogni altro venditore.
È evidente: astrazione fatta da limiti del tutto elastici, dalla natura dello scambio delle merci, così com’è, non risulta nessun limite della giornata lavorativa, quindi nessun limite del pluslavoro. Il capitalista, cercando di rendere più lunga possibile la giornata lavorativa e, quando è possibile, cercando di farne di una due, sostiene il suo diritto di compratore. Dall’altra parte, la natura specifica della merce venduta implica un limite del suo consumo da parte del compratore, mentre l’operaio, volendo limitare la giornata lavorativa ad una grandezza normale determinata, sostiene il suo diritto di venditore. Qui ha dunque luogo una antinomia: diritto contro diritto, entrambi consacrati dalla legge dello scambio delle merci.
Fra diritti eguali decide la forza.

Così nella storia della produzione capitalistica la regolazione della giornata lavorativa si presenta come lotta per i limiti della giornata lavorativa — lotta fra il capitalista collettivo, cioè la classe dei capitalisti, e l’operaio collettivo, cioè la classe operaia.»
Karl Marx, Il Capitale, Libro I, Sezione III, Capitolo 8.


Suggestione: se qualcuno in parlamento leggesse pari pari il brano sopra riportato, quanto ascolto riceverebbe? Per esempio: se lo leggessero, una frase ciascuno, Matteo Orfini Roberto Speranza cosa succederebbe?

Si bagnerebbero i pantaloni.

E io che sono Carletto, l'ho fatta nel letto... eccetera.


domenica 18 gennaio 2015

Vengo dopo il piddì


«Mah» [detto scuotendo la testa e trattenendo per qualche secondo fra le labbra la ‘m’ in modo che poi legandosi alla ‘a’ produca un suono grave e sconsolato].
Serra dice che non si sognerebbe mai di andar a votare alle primarie del centrodestra perché «è intrusivo e sleale andare a decidere cose d'altri in casa d'altri».
Obiezione vostro disonore: intrusivo sarebbe se l'ospite non fosse invitato o se gli fosse precluso l'accesso. Se la casa piddina organizza un party in cui per partecipare bastano due euro e la carta di identità o il permesso di soggiorno, coloro che vi si recano con questi requisiti non commettono alcuna sleale intrusione.
Gli esempi che adduce Serra per confortare la sua tesi non sono affatto pertinenti. Infatti il regolamento delle primarie del Partito Democratico non prevede possano partecipare solo gli iscritti al PD, o solo i dirigenti del PD, o solo i simpatizzanti del PD.
Se non ricordo male, alle ultime primarie piddine in cui votai (la Puppato al primo turno e Renzi al secondo... e  poi vinse Bersani, do you remember? Si ricordano sempre gli addii definitivi), oltre alle due euro e al documento (o tessera elettorale), mi fecero firmare un foglio d'intento in cui si chiedeva di riconoscermi nello spirito e nel programma del partito (ma non mi si costringeva a far giurin giurello sul votarli alle elezioni). Dunque, se le modalità non sono cambiate, veramente non arrivo a comprendere le ragioni del contendere. Persino quelle di Cofferati, dacché un partito che nutre l'ambizione di rappresentare le diverse istanze moderate del Paese (aspettate che ora vado in bagno, mi metto due dita in gola e poi concludo la frase) non deve rifiutare a priori la partecipazione alla scelta dei propri candidati anche da presunti elettori di centrodestra. 

Per ritornare a Serra: come può lamentarsi un votatore come lui che in varie occasioni ha dichiarato di partecipare a qualsivoglia tipo di elezioni, comprese le riunioni di condominio?

Concludiamo in leggerezza sulle problematiche della Sinistra italiana alla luce dell'invito che Nichi Vendola rivolge all'ex segretario generale della CGIL.


«Adesso Sergio venga con noi» che «insieme rifaremo un nuovo soggetto». 
Niente, vorrei soltanto avvisare Cofferati ché dopo il soggetto, di solito, viene la copula.

Secondariamente

«Nella banlieue proprio come in certi spazi governati dalle cosiddette mafie, le istituzioni e i rappresentanti dello Stato sono considerati illegittimi e rinunciano all’esercizio della sovranità. In effetti si potrebbe dire che, in base a un calcolo puramente economico, la banlieue è lo spazio in cui la rinuncia alla sovranità rende di più di quanto costa. Ma se la banlieue è consustanziale al benessere a basso costo che partecipa a produrre (e questo Saviano lo ha scritto benissimo), la sua “extra-territorialità” rappresenta anche una minaccia. Salendo i gradini di una “scala della delinquenza” fino all’aperta sedizione, la banlieue rischia di costituirsi come soggetto politico ostile. Per amministrare questo rischio, lo Stato interviene puntualmente esercitando una pseudo-sovranità di tipo coloniale e ricorrendo a una forza pressoché militare
«Rispetto alla situazione italiana — radicata nella guerra di unificazione — quella francese stupisce per la sua rapida maturazione, e attira ovviamente la nostra attenzione come fallimentare (o doloso) modello d’integrazione dei flussi migratori. Alla banlieue accade ciò che avrebbe dovuto accadere al proletariato secondo Karl Marx: acquisendo l’autocoscienza, un insieme di individui si costituisce come soggetto politico. Marx aveva torto, perché una classe — proprio come un pezzo di legno — non può raggiungere l’autocoscienza in mancanza di un sostrato. Le recenti vicende francesi suggeriscono però che le segmentazioni etniche, religiose e linguistiche — se pure non determinano naturalmente l’aggregazione — svolgono bene la funzione di sostrato alla soggettivazione politica, dando un contenuto alla fantomatica “coscienza di classe”. E così, tra gli osanna dei cosiddetti islamo-gauchistes è avvenuta una etnicizzazione della lotta di classe. Gli orfani del socialismo si consolano con il nazional-socialismo, gli orfani del comunismo con il comunitarismo
Due capoversi interessanti di un bel post di Raffaele Alberto Ventura che mi ha dato da pensare quanto segue:

1) L'analisi è centrata ma la riposta alla domanda sul perché gli Stati democratici e liberali lasciano esistere, nella propria giurisdizione, tali manifeste zone di illegalità, è parziale. In altri termini: l'illegalità, l'eversione, la corruzione, la sedizione sono fenomeni naturali al pari delle alluvioni? Quali sono le cause per cui lo Stato rinuncia a esercitare la sua sovranità in determinate zone? Ragioni culturali (e religiose), politiche, sociali e, soprattutto, economiche. Ed eccoci al punto: qual è il sistema economico dominante pressoché tutti gli Stati? Il sistema economico e produttivo capitalista dal quale emergono, inesorabilmente, le contraddizioni connaturate al suo svolgimento e alla sua riproduzione e da cui sorgono, ineluttabilmente, le cosiddette crisi economiche che scuotono le fondamenta degli Stati.

2) Marx non aveva torto perché la coscienza di classe dei proletari della sua epoca, e dell'epoca che seguì la sua morte, si formò eccome, almeno sino a un certo punto; e fu proprio grazie a questa autocoscienza formatasi – dalla quale scaturirono lotte di classe di vario ordine e tipo che determinarono notevoli conquiste “sociali” di classe (la riduzione dell'orario di lavoro, e altre simili bazzecole) – che gli Stati industrializzati, notoriamente comitati d'affari della borghesia, vennero a patti e concessero quello che, comunemente, passa sotto il nome di Welfare State. Vero è che questa autocoscienza non portò nell'Europa industrializzata alcun sovvertimento dell'ordine sociale, ma ciò è in gran parte dovuto a ragioni e a circostanze storiche precise, compreso lo scoppio di due opportune (opportune in senso capitalistico) guerre mondiali (riguardo alla Rivoluzione d'ottobre, la penso esattamente come Olympe de Gouges).
Per ritornare al primo punto: finché nelle zone a sovranità limitata ci si occupa di affari paralleli (e contigui) a quelli della borghesia (per esempio con lo sviluppo del mercato illegale di merce ancora fuori mercato, tipo la droga), a parte qualche retata ogni tanto che segue generalmente a sconfinamenti di campo troppo arditi, tutto procede nella norma: pecunia non olet.
Quando invece certuni pretendono di sovvertire l'ordine costituito, gli Stati si preoccupano e, dopo un po' di panico iniziale, iniziano serie contromisure. Di solito, sinora, esse hanno funzionato.
A margine occorre chiedersi perché nella mente di tanti giovani jungeriani in pectore faccia breccia il rincoglionimento islamista. E, paradossalmente, finché giustificano il loro impegno per le gioie che - essi credono - ci saranno ad attenderli nell'aldilà, beh, certe allucinazioni sono comprensibili perché rientrano nel patologico; incomprensibile e intollerabile è, invece, lo scopo immanente della loro sovversione: la sharia, l'instaurare in Europa un regime islamico tipo quello adesso presente in Arabia Saudita o Sudan o dnegli Emirati Arabi eccetera. Beh, dato che tali stati esistono già, vadano laggiù a fare i loro bravi concorsi nella guardia monarchica, per oliare le corde o le fruste o dirigire il traffico di soli autisti maschi.

Scherzi a parte: il fondamentalismo religioso islamico è, a mio molesto avviso, il nipote ribelle dell'irrazionalismo europeo: se i bisnonni e i nonni uccisero Dio per mettere nei forni (e negli altiforni) gli uomini, i nipoti lo fanno rinascere per avere una ragione del cazzo in più per non disperdere l'eredità di assassini (e testedicazzo).

sabato 17 gennaio 2015

Formez vos bataillons

È indubbio che tutto ciò ch'è successo abbia rinsaldato il potere statale francese, l'unità della nazione, la prossimità del popolo con le istituzioni.
Lo Stato contiene la violenza essendo il solo organo autorizzato all'esercizio della stessa.
Paradossale pensare che il sacrificio di un gruppo di libertari, sicuramente avulsi da ogni tipo di retorica statalista, abbia consentito questo. 
Forse non è del tutto sbagliato sostenere che le vittime degli attentati di Parigi siano vittime espiatorie perché esse hanno subito una violenza che è assurta a evento ri-fondatore.
Ri-cantare la marsigliese spontaneamente in parlamento durante il minuto di raccoglimento e silenzio in memoria delle vittime.
Se gli attentati fossero falliti, se i morti fossero ancora vivi, restando immutata la gravità dell'attacco, le istituzioni - pur meritevoli dal lato del contenimento preventivo della violenza fondamentalista - non avrebbero ricevuto un nuovo surplus di legittimità; e la situazione politica avrebbe continuato a cuocere, a fuoco lento, nel discredito.

Questo l'ottusità assassina dei jihadisti responsabili dell'eccidio non poteva o voleva prevederlo, giacché il loro movente primario è stato dettato dalla religione. Ed è pacifico che la religione abbagli.

Secondariamente ... [segue]


venerdì 16 gennaio 2015

O che gioia che gioia

Leggendo l'allegoria malviniana sulla mamma di Bergoglio, m'è tornato in mente una canzone che da giovine - diciamo dai quattordici ai diciotto - solevo cantare con gli amici quando capitava di bere tanto quanto bastava per diventare brilli. 
In particolare, mi ricordo che gli amici chiedevano a me d'intonarla e loro mi venivano dietro - e quando giungevamo al refrain in cui le voci si univano, a squarciagola cantavamo con estrema soddisfazione:

c'ho la mamma maiala [rip.]
o che gioia che gioia
esser figli di troia
siamo tutti fratelli
degli stessi bordelli
siamo tutti cugini
degli stessi casini

eccetera.

Che risate. Quanto ci divertivamo. Era come una liberazione, una sorta di risoluzione pacifica del conflitto edipico, la conferma (altro che la cresima) del definitivo distacco dal cordone ombelicale.

Per proseguire poi nel solco dei ricordi: da piccoli, quando erano frequenti le offese tra coetanei a colpi di sonori figlio di puttana, ricordo che ad essere i più offesi e i primi a voler menare le mani per riparare il torto subito, erano quelli che probabilmente avevano la mamma un po' puttana per davvero. 

giovedì 15 gennaio 2015

Un istante da leone

[*]

Ore concitate in cui i media imbizzarriti colgono ogni occasione per domandare agli ospiti autorevoli delle loro trasmissioni, ma anche, sotto varie forme, a cittadini meno autorevoli scelti a caso, chi gradirebbero fosse il nuovo Presidente della Repubblica.

Giustappunto, poco fa, forse in quanto membro autorevole del gruppo dei meno autorevoli, mi ha telefonato una società di ricerche statistiche e sondaggi di opinione, per porre anche a me il quesito più in voga del momento.

- Signor Massaro, tra i seguenti [e mi fa un elenco di nomi] chi vorrebbe come nuovo Presidente della Repubblica?
- Nessuno.
- Questo nome non risulta. Mettiamo Altri?
- Sì, nessun'altro.

mercoledì 14 gennaio 2015

O urlo o sputo

«Silvio Berlusconi ha spiegato che il nuovo capo dello Stato deve essere garante di tutti. "Da qui in avanti bisogna affrontare importanti votazioni, in attesa della nomina del nuovo capo dello Stato e noi vogliamo sperare si possa arrivare ad un Capo dello Stato che sia garante di tutti e non di una sola parte", ha detto l'ex premier concludendo l’iniziativa al Divino Amore. La sinistra ha avuto il presidente della Repubblica, ha il presidente del Senato, della Camera, del Cdm, della Corte costituzionale. Credo sia una domanda logica, giusta e democratica quella di avere un capo di Stato che non sia un seguito di tre presidenti della Repubblica di sinistra che hanno portato questo Paese ad una situazione non democratica. Da qui a fine mese saranno giorni importanti. Noi insisteremo perché sia fatta l’indicazione di un nome che non sia di sinistra e che rappresenti tutti e non una sola parte. Se così sarà, saremo lieti di sostenere con i nostri voti, che si uniranno a quelli della sinistra un Capo dello Stato che risponda a questi requisiti. Siamo pronti a dare i nostri voti, se ci sarà questa garanzia».

Che sbadiglio lungo, sarà durato tre minuti. A un certo punto, per stirarmi, ho sollevato le braccia e ho appoggiato le mani a palmo sugli zigomi, ravvisando l'incavarsi delle guance e, allo stesso tempo,  lo spalancarsi della bocca come Munch.

«"Credo che tutti, quelli che lo apprezzano e quelli che lo apprezzano meno, riconoscano a questo presidente il fatto che ha segnato un'epoca in modo straordinario". Lo afferma il premier Matteo Renzi a 'Le invasioni barbariche' su La7 definendo Napolitano "un grande europeo, europeista, un grande uomo politico". Quello delle dimissioni del Capo dello Stato è stato un momento "sinceramente emozionante", aggiunge Renzi ricordando le notti del 150/o dell'Unità d'Italia, "vissute da sindaco" e sottolineando come Napolitano abbia "cercato un senso di identità all'Italia". "Dal punto di vista dell'ultimo anno nessuno di noi mette in dubbio una verità assoluta" che è quella "che se oggi facciamo le riforme, alla faccia di chi non ci credeva, è perchè Napolitano ha insistito che l'Italia non può stare ferma. Se c'è un vero artefice delle riforme, è lui": così Renzi a Le Invasioni Barbariche su La 7. "Napolitano è stato una colonna delle istituzioni, molto più riformatore di tanti non solo suoi ma anche miei coetanei", ha spiegato Renzi su La7. "Me l'ha fatto notare proprio Napolitano: una volta mi ha detto che tra me e lui ci sono esattamente 50 anni, lui è del '25 io del '75, quanti mondi e esperienze diverse tra di noi", dice con riferimento alla differenza di età.» "Vorrei essere chiaro: nessuno mette veti. Non Fi, non Salvini e nemmeno il Pd. Basta con questi veti. Un atteggiamento 'o così o pomì', non ha senso".»
Sono io ad essere nel torto. Tanta complessità richiede piatta e squallida semplificazione, argomentare stupido, falsità, negazione assoluta dell'evidenza, chiacchiera fasulla.
Sono io a essere nel torto perché se prendo un filo di realtà e tiro, lo trovo tutto attorcigliato, impossibile da sdipanare, mentre altri aggrovigliano ancor più la matassa con le loro cazzate fuori di misura, fuori dalla realtà. 

Il problema vero è che dopo ascoltati o letti simili figuri, ho la sensazione che il cervello sia stato messo sottovuoto, incapace di reazione e quindi di risposta. Ecco lo sbadiglio che oramai ha raddoppiato i suoi minuti e la bocca aperta a urlo, muta. L'unica speranza è che entri un moscerino, almeno dopo sputazzo un po’.

martedì 13 gennaio 2015

Je suis triste

«Dio lupo», disse l'agnello, lo spazio giusto lo spazio, mi rubano lo spazio, lo violano, perché?, andate altrove, altrove c'è un mare magno di disposti a dialogare e a farsi convincere...

***
Io sono una persona gentile che s'incazza da sola sfogando certe rabbie. Per esempio: oggi facevo un inseguimento mentale contro un noto testadicazzo e lo prendevo per il bavero, supponendo (immaginando) una forza risolutiva che non ho. Ah, se gliele cantavo, eccome se gliele cantavo: ma aveva le cuffie dell'iPod. Che fortuna: allo specchietto retrovisore, al posto del taglio dei miei occhi,  ho visto quelli a sgombro lesso di uno a caso dei fratelli Kouachi [Avviso a R&S: si legge Cuascì non Culo a chi, ok?].

Sapete che ha detto il maggiore dei fratelli gìadisti alla cronista giudiziaria di Charlie Hebdo?
« N’aie pas peur. Calme-toi. Je ne te tuerai pas. Tu es une femme. On ne tue pas les femmes. Mais réfléchis à ce que tu fais. Ce que tu fais est mal. Je t’épargne, et puisque je t’épargne, tu liras le Coran. »
Sigolène Vinson leggerà il Corano? Chissà: intanto ella deve finire di leggere un libro di Zola [Per R&S: Emilio, non Gianfranco... Sibilo di una scarpa da tennis]. Meglio.

Io non sono femmina, però Tiresia mi sta più simpatico di Edipo.
Voilà una strategia militare tatticamente ineccepibile (dovrebbero assumermi al Pentagono): capi di stato maggiore, mi rivolgo a voi: nel caso in cui arrivi il comando di attaccare via terra i giadisti dell'Essente Islamico, travestite i vostri militari da donna: con la Brigata Priscilla e la Brigata Mucca assassina sbaraglierete il nemico in un battibaleno.

***
Io non ho mai letto il Corano. 
Hai forse paura ti converta? 
Non credo. Non sono convertibile, vorrei una convertibile. 
Mettiamoci d'accordo su quale. Una escort?
Facevano una escort cabrio, se non ricordo male.
Ricordi bene. Cos'altro ricordi?
Ricordo che, da parte di Hollande, sarebbe stato vantaggioso invitare anche Assad alla Marcia Repubblicana, così gli rendevano le armi chimiche sotto banco, molto più efficaci dei droni.

***




Povero Cristo

«Il giorno del giudizio era arrivato, e per escogitare la peggiore delle infamie, la croce fu inchiodata al Cristo». 
Paul Celan, La verità della poesia, Einaudi, Torino 1993

Via

Una spremuta di plusvalore

Sarebbe ingeneroso affermare di non essere contenti delle millecinquecento assunzioni previste dalla FCA per lo stabilimento di Melfi.
Parimenti, sarebbe da pusillanimi non rilevare il cinismo classista che sottende la frase con la quale Marchionne motiva le assunzioni:
''Stiamo assumendo perchè [*] ne abbiamo bisogno''.
Che è speculare a dire:
"Stiamo licenziando perché ne abbiamo bisogno".
Ovvero: quando il capitale avrà sfruttato il valore d'uso a sufficienza e non servirai più, conoscerai il tuo destino di merce, carissima forza lavoro

_______
[*] È naturale che all'Ansia usino accenti gravi.

Una ritrovata regolarità intestinale


È sempre piacevole, dopo un forzato viaggio al centro degli scossoni della Storia, ritornare a casa, nelle piattezze consuete, tipo le primarie del Pd. È piacevole e confortante, una specie di ritrovamento delle proprie trite abitudini, che contribuiscono a far scorrere la vita senza sobbalzi, turbamenti, irrequietezze. I pensieri possono finalmente involarsi nell'aere leggero e sulfureo, già, perché nonostante la levità, un odore acre perturba lo scorrimento degli stessi e, purtroppo, comprendi che è difficile concedersi digressioni sui massimi sistemi della sinistra italiana quando intorno tutto puzza di marcio.
Triste, rimetto nell'astuccio il lapis appuntito che i giorni passati avevo sollevato in segno di solidarietà per Charlie Hebdo: è stato solo un breve momento di coscienza.

domenica 11 gennaio 2015

#JeSuisDieu

«Ensuite, Coulibaly nous a dit qu’il allait faire sa prière. Cela a duré au moins quinze minutes, durant lesquelles on l’a perdu de vue.» Testimonianza di un ostaggio del supermercato kosher di Parigi.

«Se Dio ha il potere di aggiungere a una certa massa di materia quella certa eccellenza che ne fa un cavallo, perché non può aggiungere a questa massa un'altra eccellenza capace di farne un essere pensante?» John Locke.

Buonasera Dio.
Dio un cazzo.
Non capisco. Sei arrabbiato?
Non sono Dio, non sono Yahvé, non sono Allah: sono Aqquah. Mi avete rotto i coglioni, lasciatemi perdere, vi prego.
Ci preghi?
Potessi vi impedirei di pregarmi. Ma dato che non esisto - o se esisto sono impotente - o se esisto, e sono onnipotente, allora la mia volontà e i miei piani sono piani del cazzo - vi prego di non pregarmi, di lasciarmi andare, di perdermi nel vuoto siderale dell'universo, tanto sia che io non esista oppure che esista, io ci sono e ci sarò Dio fintanto che i vostri cervelli crederanno che sia.
Ma se tu non sei, perché ancora sei nella mente, nel cuore, nelle mani di chi in te crede?
Perché io sono come il flogisto: l'ipotesi necessaria per bruciare il vostro cervello.