mercoledì 25 aprile 2018

La Liberazione a metà

[*]
[dal risvolto di copertina, credo]

Alla fine della Seconda guerra mondiale molti tra i piú alti vertici militari delle Forze armate italiane avrebbero dovuto rispondere di crimini di guerra. Nessuno venne mai processato in Italia e all'estero. A salvarli furono gli equilibri della Guerra fredda e il decisivo appoggio degli alleati occidentali grazie a cui l'Italia eluse ogni forma di sanzione per i suoi militari. Diversi di loro furono reintegrati negli apparati dello Stato come questori, prefetti, responsabili dei servizi segreti e ministri della Repubblica e coinvolti nei principali eventi del dopoguerra: il referendum del 2 giugno; la strage di Portella della Ginestra; la riorganizzazione degli apparati di forza anticomunisti e la nascita dei gruppi coinvolti nel «golpe Borghese» e nel «golpe Sogno» del 1970 e 1974. Il loro reinserimento diede corpo a quella «continuità dello Stato» che rappresentò una pesante ipoteca sulla storia repubblicana. Attraverso documenti inediti, Conti ricostruisce vicende personali, profili militari, provvedimenti di grazia e nuove carriere nell'Italia democratica di alcuni dei principali funzionari del regime di Mussolini.

Nel corso degli ultimi anni la storiografia si è occupata approfonditamente dei crimini di guerra italiani all'estero durante il secondo conflitto mondiale e delle ragioni storiche e politiche che resero possibile una sostanziale impunità per i responsabili. Meno indagati sono stati i destini, le carriere e le funzioni svolte dai «presunti» (in quanto mai processati e perciò giuridicamente non ascrivibili nella categoria dei «colpevoli») criminali di guerra nella Repubblica democratica e antifascista. Le biografie pubbliche dei militari italiani qui rappresentate sono connesse da una comune provenienza: tutti operarono, con funzioni di alto profilo, in seno all'esercito o agli apparati di forza del fascismo nel quadro della disposizione della politica imperiale del regime, prima e durante la Seconda guerra mondiale. La gran parte di loro venne accusata, al termine del conflitto, da Jugoslavia, Grecia, Albania, Francia e dagli angloamericani, di crimini di guerra. Nessuno venne mai processato in Italia o epurato, nessuno fu mai estradato all'estero o giudicato da tribunali internazionali, tutti furono reinseriti negli apparati dello Stato postfascista con ruoli di primo piano. Le loro biografie dunque rappresentano esempi significativi del complessivo processo di continuità dello Stato caratterizzato dalla reimmissione nei gangli istituzionali di un personale politico e militare non solo organico al Ventennio ma il cui nome, nella maggior parte dei casi, figurava nelle liste dei criminali di guerra delle Nazioni Unite.

Affari esteri correnti

La solerzia dimostrata dal governo italiano nel conferire la cittadinanza al bambino inglese Alfie, dimostrata soprattutto dalla persona incaricata di occupare il ministero degli affari esteri, è sicuramente dettata da questioni ideologiche che ben poco hanno a che fare con l'autentica solidarietà umana nei confronti di qualsivoglia bambino realmente bisognoso di cure e di sostegno.

Brutalmente: perché Alfano è più papista di Parolin? Per comunanza etimologica con il bambino? Per riscattare in extremis una quantomai loffia presenza alla Farnesina? Perché, sebbene giovane e dopo tanta esperienza politica, sente che per lui non vi saranno, a breve, incarichi di prestigio e per questo, appunto, cerca disperatamente delle entrature vaticane che lo sottraggano all'imminente anonimato?

Misteri.

A margine di ciò, avrei un suggerimento per il Nostro ministro degli esteri, che potrebbe essere una freccia al suo arco per strappare il piccolo Alfie agli spietati intendimenti dei medici della perfida Albione. 
Indirettamente ispirato dai recenti post di Marino Voglio, ho pensato che per convincere le Autorità inglesi a dare ad Alfie il via libera per l'Italia, il governo italiano potrebbe giocare la carta del do ut des, ossia dare in cambio all'Inghilterra un qualcosa, o meglio: un qualcuno che potrebbe avere, dato il suo incontestato aplomb nobiliare, un valore ideologico analogo per la monarchia britannica, considerato anche che il soggetto è coetaneo della regina stessa, gran mastro cerimoniere e ottimo giocatore di bridge.

Per chiarire meglio i termini della trattativa, consiglio di leggere il seguente sonetto di Marino:

c’avevano l’Ingresi un bambinetto
incerto de salute, un po’ acciaccato
mo nun je ponno chiude’ er rubbinetto
perché è Itajano nazzionalizzato
pe’ sdebbitasse, offrimoje un nonnetto
che appena ieri a’mo revisionato
de marca prestiggiosa, bell’aspetto
c’ha i chilometri sua, ma è ben curato
come un fluidificante cambia maja
e va a fa’ l’arte sua su un artro prato
in cambio de un mediano da battaja
e er ferplei finanziario è rispettato!
manca solo l’occhei de garavaja
pe’ chiude’ ‘sta finestra de mercato

martedì 24 aprile 2018

It's five o'clock

Ebbi un motivo di preoccupazione; lo fischiettai, intonato, accompagnato dagli zirli di alcuni tordi sopravvenuti intorno casa, e lo feci sparire, nell'aere, similmente agli steli del tarassaco che s'involano soffiati dal vento, impavidi e speranzosi di attecchire là dove si posano, leggeri, mordidi, a vellutare l'irsuto prato o la spinosa sterpaglia. E, finalmente, il motivo di preoccupazione sparì d'incanto e per questo mi misi a cantare It's five o'clock nella versione di Battiato, più consona alla mio timido sottovoce, terribilmente stonato. Eppure seppi che lei, in in quel preciso istante, mi stava pensando e io moltiplicai i miei pensieri senza concentrarli nella sola direzione della nostalgia del tempo perduto, non sarebbe servito, non sarei avanzato, non avrei ottenuto alcuna promozione nel campo della vita che scorre, prova a fermarla se ci riesci. E, dunque, mi risolvetti a credere che, oltre pensarmi, lei mi stesse ascoltando; e per questo continuai a cantare con gli occhi velati di quelle lacrime che sono della gioia il simulacro. Sono questi i momenti in cui l'emisfero deputato alle emozioni si incarica di far scorrere su e giù lungo il nostro corpo stupefatto, rappreso, semi anestetizzato, frammenti di felicità. E si osa credere alla vita. O meglio: a credere che da tutta la serie di puntini che compongono la vita stessa qualcosa di sensato apparirà, foss'anche lo stesso sorriso che ci faceva da specchio, come neuroni moltiplicati e condivisi che davano senso alla parola amore.

lunedì 23 aprile 2018

C'è decile e decile

«Si allarga il divario in Italia tra chi ha redditi più alti e chi non riesce ad arrivare alla fine del mese: il decile più povero della popolazione - secondo le tabelle appena pubblicate da Eurostat - nel 2016 poteva contare infatti appena sull'1,8% dei redditi. Complessivamente quasi un quarto (il 24,4%) del reddito complessivo era percepito da appena il 10% della popolazione. Rispetto al 2008, anno nel quale è iniziata la crisi, il decile più benestante ha accresciuto la sua quota di reddito (23,8%) mentre quello più povero ha registrato un crollo (era il 2,6%).» Ansa

Oramai, da anni, la pubblicazione di simili tabelle non scandalizza più nessuno. Così è, ma perché così sia, nessun lo sa (ci si rifiuta di saperlo). Viene sempre chiamata in causa la perdurante crisi economica, senza peraltro specificare perché essa sia permanente e insuperabile, e senza neanche spiegare perché essa precipiti un decile nella povertà e, di contro, la ricchezza di un altro decile aumenti.

A proposito: ma che cos'è, in concreto, un decile? Da un vocabolario apprendo che esso è una unità di misura statistica:

Decile: STAT Ciascuno dei valori che dividono un insieme di elementi in dieci sottoinsiemi successivi, ognuno dei quali contiene lo stesso numero di elementi.

Dunque, se non sbaglio (e se sbaglio ditemelo) il decile più povero della popolazione è costituito dallo stesso numero di individui del decile più benestante.
Eppure in Italia i ricchi sono pochissimi; mentre i poveri sono una moltitudine (redditi Irpef 2016: sotto 15 mila euro quasi un contribuente su due).
Come sta la faccenda?

domenica 22 aprile 2018

La circostante letteratura



C’era un libro che aspettavo da anni e finalmente Gianluigi Simonetti l’ha scritto, La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea, Il Mulino.

L’aspettavo perché desideravo che qualcuno, in modo autorevole, sia pure nei limiti della sincronicità, compisse un’analisi critica che avesse il merito di offrire un quadro “clinico” imparziale del corpo letterario italiano, senza dire – e qui sta il pregio – se a esso serva, o meno, una cura.

Sono soltanto al primo capitolo («I nuovi assetti della narrativa italiana»), ma credo – senza tema di sbagliarmi, date anche le premesse di una splendida introduzione – che il libro confermerà un mio pregiudizio di non lettore della letteratura italiana (e non solo italiana) contemporanea. Pregiudizio, che è questo: la narrativa odierna è perlopiù costituita da libri brutti, che non dicono nulla di che, inutili in gran parte, ovvero utili soltanto a chi li pubblica e chi li scrive se riescono a vendere bene, se hanno successo, se diventano film o serie tv. Libri che segneranno l’epoca come una delle più insulse della storia, come è stata insulsa e spregevole anche la politica, nevvero, e la società in generale. Libri che restituiscono, come uno schiaffo, la condizione passiva della letteratura (dell’arte, in generale) faccia al potere: anche quando tentano di denunciarne gli abusi, lo scimmiottano. Libri autocompiaciuti, che non spingono la mente oltre il dato, l’attualità schifa, la menzogna. Libri che non rivelano, anzi coprono di carta igienica la merda prodotta dal mondo circostante e, peggio ancora, non tirano lo sciacquone. Libri a galla, dunque, vaganti tra le onde, nutrienti come plastica per i pellicani.

«Più nessuno verifica per noi ciò che leggiamo». Beh, Simonetti lo ha fatto e a lui va il mio sincero grazie.

giovedì 19 aprile 2018

Un giovane hegeliano

[***] Ieri pomeriggio, a Fahreneit (Radio Tre) [***], insieme al celebre giornalista Gad Lerner (il quale presentava La difesa della razza, trasmissione che prossimamente andrà in onda su Rai Tre), è stato intervistato Christian Raimo, presentato dal conduttore come giornalista, scrittore, insegnante. 
Argomento trattato è stato, beninteso, il ritorno di fiamma del razzismo, del perché sia così diffuso nel nostro paese, rafforzato certo dal sostegno di movimenti o partiti politici che soffiano sul fuoco del malcontento popolare faccia alla radicata presenza di una consolidata numero di "stranieri" presenti nel nostro territorio nazionale (ci rubano il lavoro, stuprano, scaracchiano per terra e - peggio mi sento - pregano iddii che suggeriscono loro di convertire o ammazzare gli indigeni infedeli, cioè noi che siamo passati a cresima).
Gli ospiti, a domanda del conduttore, hanno risposto. Hanno detto cose. Tra queste, una in particolare profferita da Raimo, il quale - in sostanza - lamenta il fatto che, mentre a destra vi sono molti ideologi e intellettuali che danno sostegno teorico a tesi suprematiste, pararazziste, nazionaliste e rizzati («una intellettualità nuova, forte, formata» e tra questi cita pure Fusaro), a sinistra, invece, non c'è nessun intellettuale e nessun testo di rilievo («faccio fatica a trovarlo») che possa essere faro delle tesi opposte, internazionaliste, cosmopolite, neoumaniste.
Sentito questo discorso, ho pensato che Raimo, oltre a essere stato scortese nei confronti dello stesso Lerner (in fondo, non è intellettuale anche l'immarcescibile Gad e, insieme, pure un pochino di sinistra?), in quanto insegnante, giornalista e scrittore  chiamato a dire la sua in una trasmissione culturale della Rai, se non è un intellettuale anch'egli, che cosa è? Un intellettuale vecchio, debole, informe? No, un semplice giovane hegeliano.

Poiché questi Giovani hegeliani considerano le rappresentazioni, i pensieri, i concetti, e in genere i prodotti della coscienza, da loro fatta autonoma, come le vere catene degli uomini, così come i Vecchi hegeliani ne facevano i veri legami della società umana, s'intende facilmente che i Giovani hegeliani devono combattere soltanto contro queste illusioni della coscienza. Poiché secondo la loro fantasia le relazioni fra gli uomini, ogni loro fare e agire, i loro vincoli e i loro impedimenti sono prodotto della loro coscienza, i Giovani hegeliani coerentemente chiedono agli uomini, come postulato morale, di sostituire alla loro coscienza attuale la coscienza umana, politica o egoistica e di sbarazzarsi così dei loro impedimenti. Questa richiesta, di modificare la coscienza, conduce all'altra richiesta, di interpretare diversamente ciò che esiste, ossia di riconoscerlo mediante una diversa interpretazione. Nonostante le loro frasi che, secondo loro, « scuotono il mondo », gli ideologi giovani-hegeliani sono i più grandi conservatori. I più giovani tra loro hanno trovato l'espressione giusta per la loro attività, affermando di combattere soltanto contro delle «frasi». Dimenticano soltanto che a queste frasi essi stessi non oppongono altro che frasi, e che non combattono il mondo realmente esistente quando combattono soltanto le frasi di questo mondo. I soli risultati ai quali questa critica filosofica poteva portare erano alcuni e per giunta parziali chiarimenti, nel campo della storia della religione, intorno al cristianesimo; tutte le altre loro asserzioni non sono che altri modi di abbellire la pretesa di aver compiuto, con quei chiarimenti insignificanti, scoperte di importanza storica universale. A nessuno di questi filosofi, è venuto in mente di ricercare il nesso esistente tra la filosofia tedesca e la realtà tedesca, il nesso tra la loro critica e il loro proprio ambiente materiale. 
Karl Marx, Friedrich Engels, L'ideologia tedesca, 1846
_______________________
[***]
Chiedo venia, perché ieri notte ho pubblicato il presente post senza la parte iniziale indicata dagli asterischi.

martedì 17 aprile 2018

L'io dismesso


Avevo desiderio di essere me stesso
poi ho smesso di avere desiderio
di essere me stesso
benché chi sia non l'ho mai saputo.
Non per questo che mi sia venuta
l’idea di essere qualcun altro
fatica subito trattenuta
dentro i confini del mio io spaesato.

Chissà chi sarei stato mi chiedevo
se avessi fatto questo e quello
senza sapere cosa esattamente
se mi avesse visitato vocazione
o se avessi avuto semplicemente
un libretto di istruzioni.

Per montare pezzo dopo pezzo
quell’io che in potenza io sarei
da quando sono nato e forse prima
dentro i desideri che mia madre
tesseva come fossero un destino
e rincalzava come una coperta
nella culla del mio io bambino.

Tra l’io che sono e quello che vorrei
c’è uno scarto che sembra un precipizio:
non sono quello che vorrei
vorrei quello che non sono.
Muoverò passi nell'azzurro
fingendo di volare come un pollo
perdendomi come si perde un vizio.

E se essere se stessi fosse
pantomima da teatro della tosse? 
Pagherei il biglietto per entrare
a vedere lo spettacolo proposto
di uno che davanti al cuore
si mette una lente
per farlo vedere alla gente»?
Che cosa vedrebbe la gente
che cosa direbbe di me
potrebbe dare risposta
a un io che cerca e non trova?

Dipende
se sul palco la gente
più di un io vedesse uno specchio
o volesse prendere l'io
come si prende la luna col secchio.




sabato 14 aprile 2018

Uno strano triedro

«È successo quello che doveva succedere
ci siamo addormentati perché è venuto il sonno
a fare il nostro periodico ritratto»

Volevano attaccare, hanno attaccato. Aspettavano un pretesto, se lo sono costruito; hanno atteso soltanto che fosse rivestito di una certa plausibilità mediatica («Abbiamo le prove, abbiamo le prove!». Quali? «La varechina») e, infine, i missili sono entrati in scena.
Atto dovuto. Per scacciare animali, fermare criminali - dicono, senza aggiungere che animali peggiori scappano dalla gabbia, compiendo ben peggiori crimini.


È una gara assurda, una contesta piena di contraddizioni, illogicità, insensatezza, barbarie. Eppure, anche questa guerra...

«...non solo rassomiglia al camaleonte perché cambia di natura in ogni caso concreto, ma si presenta inoltre nel suo aspetto generale, sotto il rapporto delle tendenze che regnano in essa, come uno strano triedro composto:
1. della violenza originale del suo elemento, l'odio e l'inimicizia, da considerarsi come un cieco istinto;2. del giuoco delle probabilità e del caso, che le imprimono il carattere di una libera attività dell'anima;3. della sua natura subordinata di strumento politico, ciò che la riconduce alla pura e semplice ragione.La prima di queste facce corrisponde più specialmente al popolo, la seconda al condottiero ed al suo esercito, la terza al governo. Le passioni che nella guerra saranno messe in giuoco debbono già esistere nelle nazioni; l'ampiezza che acquista l'elemento del coraggio e del talento nel campo della probabilità e del caso dipende dalle qualità del condottiero dell'esercito; gli scopi politici, per contro, riguardano esclusivamente il governo [...] La soluzione del problema esige che la teoria graviti costantemente fra queste tre tendenze, come fra tre centri di attrazione».
Carl von Clausewtiz, Della guerra, trad. it. Mondadori 2007, pag. 40-41

Com'è evidente, dopo le due grandi guerre mondiali, non è regnata la pace e sparita la guerra dal mondo, bensì le guerre, a livello micro e macro regionale, sono state una costante presenza che non ha mai abbandonato il pianeta. Riguardo alle guerre iniziate post 11 settembre e - in pratica  - mai conclusesi, a esse è andato gradualmente sparendo una faccia dello strano triedro di cui sopra von Clausewitz parla, vale a dire - a parte quella in Afghanistan, che ebbe molto favore popolare, le macerie delle Torri Gemelle erano ancora calde - le guerre attuali (nonostante il goffo tentativo mediatico di farle apparire necessarie) non riescono più a generare nei popoli alcun desiderio interventista, a insufflare in essi quell'elemento della violenza originale, dell'odio e dell'inimicizia necessari affinché le guerre si trasformino in guerra totale.



Detto altrimenti: la guerra è un elemento inevitabile, inestirpabile, l'esito più sicuro a cui conduce l'attuale sistema generale delle relazioni umane, fondato sulla competizione, sulla contesta non più ideologica, ma sfacciatamente mercantilistica; e questo accade perché il mondo è informato dalla (asservito alla) logica capitalistica. Allo stesso tempo, nei popoli - perlomeno alle nostre latitudini (la mia è una speranza) - ancora il cieco istinto resta sopito, camuffato da stomaci relativamente pieni e desideri indotti parzialmente soddisfatti. Per questo, io credo (voglio credere, insomma) che, nello spazio pubblico, perduri abbastanza lucidità (e sazietà) al fine di riconoscere che, allo stato presente, la guerra condotta dai nostri cari leader occidentali sia soltanto l'estensione della politica con altri mezzi, mezzi del cazzo (fanno a chi ce l'ha più lungo, il missile) che nondimeno tornano utili per fabbricare il proprio utile.



Nello sconquasso siriano, i piani non sono andati come volevano i sabotatori (sauditi e israeliani in testa). Assad, certamente un dittatore piuttosto spietato, è altrettanto certamente meglio di coloro che, pochi mesi or sono, stavano per scalzarlo. Egli ha il solo difetto di essere meno allineato agli standard atlantici di quanto lo siano altre testedicazzo della regione (tra queste, ci metto anche senz'altro la monarchia saudita e Netanyahu). C'est tout.



Perciò, dato il palese, venale movente («C'è da spartirsi la torta siriana, non può tutto andare ai russi e agli iraniani eccheccazzo») voglio sperare che i nostri condottieri e/o comandanti in capo non riescano a convincere alcuno della bontà delle loro azioni, che invece saranno anch'esse ben presto catalogate, inutilmente, tra i tanti altri crimini contro l'umanità.

giovedì 12 aprile 2018

Con il tuo spirito

Da tempo, sul fisso, ricevo chiamate soltanto dai call center. Oramai mi sono rassegnato, tanto che, stasera, appena alzata la cornetta  (ho un fisso, fisso), negli attimi iniziali di silenzio ovattato che i sistemi commerciali usano per zittire il confuso vociare del centralino (hanno capito che senza ammutolire tale vocìo ogni utente attacca subito il ricevitore), e complici anche i «venti di guerra» che spirano sui cieli di Siria, anziché dire «Pronto», m'è scappato un «La pace sia con voi».
Hanno riattaccato subito.

martedì 10 aprile 2018

Sai che torta

Limes

Quanti anni sono che c'è la guerra in Siria? Quante bombe? Quanti morti? Quanta devastazione? Per fare un confronto: c'è una singola nazione europea che abbia subito lo stesso quantitativo di cadaveri, di mutilati, di macerie durante la Seconda Guerra Mondiale? Forse la Russia (che la guerra subì), forse la Germania (che la guerra provocò).

Ho pensato questo, a fine lettura della lucida analisi in presa diretta di Limes. I Principati e le Potestà stanno pensando alla spartizione. Delle ossa, perfide iene (e mi scuso con le iene vere). Che fortuna per l'Italia non contare un cazzo, sì da essere un po' meno colpevole per quello che accade da quelle parti. Eppure complice. Non una voce politica di rilievo che abbia avuto il coraggio di dire agli stronzi protagonisti del massacro le cose come stanno. Mai accaduto che, durante un vertice, pubblicamente, davanti alla massa di giornalisti in crociera, qualche governante di secondo piano abbia alzato un ditino e detto la verità. Mai. Eppure anche i cani più piccoli osano ringhiare ai più grossi quando si tratta di ossa. Se fossero cani, se fossero davvero animali - come quell'idiota di Trump definisce Assad - ci sarebbe più speranza di accordo, ci sarebbe una logica animale, un destino. Qui, invece, assoluta cattiveria, stupidità, mercantilismo allo stato brado che neanche i narcos messicani, e le ndrine nostrane raggiungono. 

«Cosa possono dunque sperare di ottenere Trump e Macron alzando i toni della minaccia nei confronti di Assad? Evidentemente, la questione chimica è un pretesto: i morti sono tali comunque essi vengano uccisi e in Siria si muore in maniera barbara da diversi anni. Non saranno certo le 40, 60 o 100 vittime a Duma sabato scorso a cambiare le direttrici della politica siriana di Washington e Parigi. Ma quelle immagini di bambini soffocati possono servire da volano mediatico-politico per legittimare un’inasprimento della retorica, e forse anche dell’azione militare, per ottenere una divisione della torta siriana meno sfavorevole.»

Il sopra riportato paragrafo riassume i sei anni di guerra siriana. 
Avrei una domanda per quello stronzetto di Macron: il pezzo di torta piena di polveri e ceneri mortifere vi interessa perché avete già pronto un cementificio da quelle parti?¹
____________
¹ «L’ex potenza coloniale francese in Siria ha anche interessi economico-commerciali. A partire dal cementificio Lafarge a Jabaliya, a nord di Raqqa e a est dell’Eufrate, in una zona per un periodo controllata dallo ‘Stato islamico’ ma da tempo ormai in mano ai curdi sostenuti dagli americani.»

domenica 8 aprile 2018

La vita ininterrotta

Mark Strand, L'inizio di una sedia, Donzelli, Roma 1999 (traduzione di Damiano Abeni)

Ci sono poesie che trascinano in un vortice di appartenenza, di autentico coinvolgimento esistenziale, dacché decifrano il mistero buffo della vita che scorre senz'altra prospettiva che lo scorrere, tutta presa com'è, la vita, nel quotidiano asservimento dei bisogni primari e dei desideri a contorno degli stessi, dove tutto sembra fissato in un eterno presente, mai presente a se stesso.
«Stare a galla sulla marea del dovere» è un dovere, altrimenti non saremmo capaci di fingere niente, non sarebbe possibile raccontarci storie, o rassicurarci nello «sporadico spavento di scivolar»[e] via dalla vita «senza aver finito nulla, nulla che provi sia[mo] esistiti».
Poesie che testimoniano quanto sia importante continuare a cercare qualcosa che abbiamo perso e che avrebbe potuto essere nostro, non tanto per farci credere che questo sia vero, quanto per non spegnere in noi la sete della ricerca.
Poesie che ci suggeriscono gesti, movenze da compiere per ricondurci alla terra come esseri coscienti e non come corpi da seppellire e basta, perché se c'è una ragione per dire che è stato una «fortuna massima essere nati», essa va trovata nel mondo, l'unico posto in cui i nostri «minuscoli fremiti d'amore» potranno essere riconosciuti, fare massa, toccare terra.

sabato 7 aprile 2018

Https e Spam


Domande tecniche a chi ne sa qualcosa e volentieri mi darà risposta: come vedete, su insistito suggerimento del sistema Blogger, ho cambiato le impostazioni del blog da "http" a "https": si aprono bene lo stesso le pagine? 

Inoltre e infine: da un po' di tempo, ricevo commenti che reputo spam del tenore su illustrato, in particolare su un post, questo. Cazzo vogliono, secondo voi?

Aggiunta al padellare

Per riallacciarmi alla chiusa del mio precedente post, mi permetto di correggere Ellekappa: il reato di pressing sul Pd perché giunga a un accordo con il M5S non sarebbe da ascrivere come «istigazione al suicidio», bensì da annoverare come vilipendio di cadavere.

venerdì 6 aprile 2018

Padellare

Io penso che quello di Di Maio sia stato un suggerimento, più che una critica. Infatti, Salvini lo ha accolto subito, facendo valere così il proprio ruolo di (presunta) guida della coalizione di centro destra. Quest'ultima, quindi, saprà parlare a Mattarella con una sola voce? E questa voce, potrà essere presa in considerazione dal M5S per l'eventuale formazione del nuovo governo?

1) Sì, se in Forza Italia Berlusconi farà un passo indietro simile a quello che fece nel governo Letta; e se Forza Italia saprà trovare, al proprio interno, personaggi incensurati che, similmente alla presidente del Senato, possano essere deglutiti dai parlamentari pentastellati.
2) Sì, se Di Maio - o altri autorevoli dirigenti del Movimento - sapranno dire, come disse D'Alema circa vent'anni fa (se non ricordo male), che Mediaset è, per il Paese, un patrimonio produttivo e culturale da difendere (applausi in tv e subito un contratto con la Mondadori per chi vuole anche intraprendere - a tempo perso - una carriera da scrittore).

***
Indubbiamente, c'è molto tatticismo. I partiti, oltre a esprimere quel che vorrebbero, dicono, con eguale afflato, ciò che non vorrebbero. Punti di convergenza e veti hanno, al momento, lo stesso peso. L'interesse generale è certamente sullo sfondo lontano laggiù. Arriverà quindi il momento in cui il senso di responsabilità, la ragion di Stato prevarranno? Boh. Una cosa si può notare, tuttavia. Che tutti quanti stanno bene attenti a prepararsi una via di fuga, una scappatoia, il modo che, secondo l'opinione di ognuno (corretta o meno che sia), servirà a salvarsi, a presentarsi quindi come vittima e non come responsabili dell'eventuale fiasco.
Perciò, per tutti, l'importante è trovare le ragioni migliori per dare la colpa all'altro. Per dire pubblicamente, con forza: se non abbiamo potuto è perché non ci è stato permesso.

Il Pd, complice anche il pessimo risultato elettorale, considerato anche che la dirigenza si è chiamata, sin da subito, fuori da ogni possibile accordo di governo («Noi restiamo all'opposizione, ci pensino gli altri - se ne sono capaci - a formare un nuovo governo»), si trova nella posizione migliore per occupare lo status di minoranza che sta a valle del fiume della legislatura in attesa del cadavere che passa. Ma c'è un problema: il Pd non si è accorto di essere già esso stesso un partito cadavere.

mercoledì 4 aprile 2018

Godi popolo


 

Nella foto, alcuni deputati e senatori appartenenti al Gruppo Misto di Camera e Senato.

Una bella giornata istituzionale, piena di leggerezza e di gravità insieme, come si conviene a coloro che comunque, qualsiasi cosa accada, hanno più ragioni per sorridere che per disperare. 
Gente seria, che ha cuore veramente i problemi del Paese e che avrebbe anche nelle corde il nodo scorsoio per risolverli, impiccando tutti gli elettori a un dato di fatto: ci avete eletto voi, vi piaccia o no: o ciucciateci. 

Guardate come gonfia il petto quel filosofo mancato di Epifani. Guardate come fanno pendant il copricapo turchese della Bonino, il copricollo della De Petris e il blu cobalto della cravatta di Grasso. Guardate, infine, l'accigliato incedere - pancia in fuori, petto in dentro - di Riccardo Nencini, alla sua novantesima legislatura (godete elettori del seggio che, volenti o nolenti, gli avete permesso, ancora una volta, di essere lì).

Non esistono limiti all'impudenza.