martedì 30 settembre 2014

Se l'Italia fosse una macchina, basterebbe un meccanico



«L’Italia è la macchina più bella del Mondo e noi la rimetteremo in moto» Matteo Renzi, intervista a Fabio Fazio.

La metafora, la similitudine sono figure retoriche che caratterizzano il linguaggio umano sin dai suoi albori. Esse aiutano l'uomo ad avere una presa del reale quando questi gli sfugge o non è alla sua portata. In altri termini: la realtà è una sorta di selvaggina che non si lascia facilmente catturare; e la metafora, la similitudine sono degli strumenti di caccia. Tuttavia, al contrario delle armi, tali figure retoriche hanno subito una sorta di involuzione, come se dal missile nucleare fossimo tornati alle ossa femorali utilizzate dai primati in 2001, Odissea nello spazio.
La pressoché completa umanizzazione del pianeta ci porta di frequente a credere che, mediante il linguaggio metaforico, si possa manovrare la realtà a nostro piacimento, riconducendola dentro i recinti della nostra azione. Ma per decifrare l'alto grado di complessità raggiunto dal reale, il linguaggio metaforico è diventato, appunto, un'arma spuntata, un piccolo petardo sparato contro una corazzata di carri armati. Questo perché, oramai, una metafora per essere realmente efficace, deve sortire fuori a corredo di teorie scientifiche veramente capaci di cogliere aspetti del reale finora inediti.
Per capirsi: parlare per metafore, oggi, è come farsi le seghe e dire di trombare. Sembra la stessa cosa, ma non è proprio così, no. Anche perché masturbare ci si masturba, giocoforza, da soli, o per i più avveduti giovani post-moderni, davanti alle telecamere di una videochat per il gaudio dei segaioli che si masturbano a loro volta, vedendoli, a pagamento.
È il caso, questo, della maggioranza degli appartenenti alla direzione del Pd: essi hanno deciso di fidarsi del loro metaforizzante segretario e, di conseguenza, di buon grado e buona lena, si sono messi non tanto a spingere la macchina Italia per rimetterla in moto, bensì a spingere i famosi cazzi in culo agli italiani – e quanto questo sia metaforico o realistico lasciamo spazio all'immaginazione.

lunedì 29 settembre 2014

Perché io valgo. Un alluce

Aggiornamento al 24 aprile 2014
 
Oggi - sia detto di passata - ero di festa, ché festa del patrono, S. Michele,  del luogo ameno dove lavoro (dove risiede lo sloganista metaforico che fa il presidente del consiglio a tempo perso).
E insomma son stato a casa, anzi no. Son stato in giro al mattino, di qui e di là, a far girare l'economia pneumatica (pit-stop) e informatica; per quest'ultima mi giravano le palle perché temevo di dover sostituire il pc-desktop e prenderne uno nuovo, sulle 500 euro. Invece no, ho scoperto di rimbalzo che, grazie ai dischi allo stato solido (SSD) si può velocizzare una macchina come la mia, un AMD dualcore di basso conio. Con 70 euro mi sono fatto aggiungere un SSD, appunto, di 120 gb, che ho unito al HDD da 320.
Ho formattato poi il tutto e, come sistema operativo, ho messo una distro linux user friendly che da tempo provavo senza decidermi a installare definitivamente.
[*]
Facile e veloce da installare, si avvia rapidamente e va come una scheggia.
Luca Manjaro.
In buona sostanza: delle 629 e rotti euro che valgo, ne ho spese, informaticamente, soltanto 70. E 70 euro corrispondono al valore elargitomi da 1400 visitatori.
Tutta roba a nero chiaramente.

Descansate niño



Di nascosto, ma molto di nascosto, tentare di ballare come Miguel Zotto balla con Daiana Guspero (che bellezza, che bellezza).

domenica 28 settembre 2014

La sera, invece di andare in via Veneto, faceva meglio ad andarsene a fanculo.

Oltre ai rilievi mossi da una sua affezionata lettrice (la quale mi darà una sberla, lo so, ma si fa per scherzare), l'Ircocervo, in chiusa del sermone, scrive:
«Caro de Bortoli, sai quanto ti stimo e ti sono amico e quanto ho apprezzato il tuo articolo di mercoledì scorso. Ma permettimi di ricordarti che su questi temi il Corriere della Sera ha sempre rappresentato l'opinione e gli interessi della borghesia lombarda. Ha reso molti servizi agli interessi del Paese quella borghesia, sempre che il primo di quegli interessi fosse il proprio. Oggi non è più così. Bisogna ricreare una sinistra che riconosca le tutele anche ai ceti benestanti ma metta in testa quelle dovute ai lavoratori».
Ora che l'Ircocervo dia del cornuto al pony express della sera mi sembra parecchio, ma parecchio clamoroso, giacché la Repubblica quale opinione e quali interessi rappresenta, oltre a quelli del proprietario? Gli interessi del sottoproletariato capitolino?

Inoltre, come se non bastasse, il Fondatore suggerisce all'amico stimato (ma infondato) che loro, in qualità di opinion maker di punta, dovrebbero assumersi il compito di «ricreare una sinistra che riconosca le tutele anche ai ceti benestanti ma metta in testa quelle dovute ai lavoratori».

Avete capito? Io penso che, se fosse vivo, per salvaguardare il decoro della categoria, Indro Montanelli sparerebbe una pallottola in un lupino all'Ircocervo, così, per rispetto nei confronti dell'avversario, cioè del proletariato, che sfruttare sì, d'accordo, ma anche prendere per il culo, no, non si fa, è mancanza di rispetto nei confronti dell'avversario, e questo tra gentiluomini non suole.  

O forse che Scalfari ha l'ambizione di diventare il Fidel Castro di via Veneto?

sabato 27 settembre 2014

La coscienza che ronza

«Eppure c'è qualcosa, qualcosa c'è, dentro di me, che morde, morde. Non la coscienza – che non ho; non quella di prete Gigi almeno: ché io tengo coscienza onesta di lavoratore, che onestamente – sudando – se del caso ruba. Beh, chiamiamolo pur coscienza, il moscone che di dentro ronza e mai si posa, il moscone in volo da stamane, da sul greto del fiume, in volo sullo sterco dei sentimenti miei. E fin che la mosca ronza, la faccia non mi si smolla, no. La faccia non si smolla perché la mosca ronza, e ronzando ronza così: “Forse che... la è finita, forse, la giornata?” Ah, la lavativa, la mosca del poi; ah, la coscienza... la coscienza politica! Finiti per sempre i bei tempi beati, quando che se in mano ciài una micca, quel che ti resta da fare è mangiartela; finiti, i tempi corti della tattica: e cominciati, per me, i tempi lunghi, e stressanti, della strategia».

Giulio Del Tredici, Tarbatagai, Einaudi, Torino 1978, pag. 23

La strategia è: dargli ragione, farli andare fino in fondo, più o meno veloci, verso lo sfacelo, finché tutto sarà bruciato, tutto. Cenere come unico fertilizzante, nel caso ancora qualcosa avrà voglia e forza di germogliare. Ché ostinarsi a correggere, a suggerire, a protestare, a riformare. Non c'è da riformare niente, l'impasto è andato a male; ciò nonostante, a farci credere, gli impastatori, che qualcosa uscirà fuori dal loro lavorio riformatorio, un alcunché su cui la loro coscienza politica si posa: lo sterco dei loro sentimenti. 

venerdì 26 settembre 2014

La linea dura prescelta

Riprendendo gli interrogativi che un gentile lettore gli pone, Marco Tarquinio, direttore dell'Avvenire, a sua volta domanda:
«Perché Stati e istituzioni nazionali e internazionali non adottano finalmente sulla pedofilia la stessa linea dura prescelta ormai dalla Chiesa cattolica?»
Non so per quale perversa associazione mentale, ma ciò leggendo, m'è balenato che il vero problema della Chiesa cattolica non è la pedofilia, ma la gerontofilia; aldilà della mai sconfessata predilezione per i lasciti.

L'amica ritrovata

giovedì 25 settembre 2014

DejaVu Sans

Ci sono momenti in cui sono molto irresponsabile e quindi mi inoltro in situazioni inconsapevoli e probabilmente interconnesse con un certo irredentismo della ragione - cosa esso sia non so ma di sicuro qualcosa che mi fagocita, mi perplime, mi angoscia anche, lo sento dal prurito su una coscia - poi scopro che è una zanzara tigre semi stordita dall'improvviso calo delle temperature, non se l'aspettava l'invertebrata di trovarsi a tu per tu col palmo della mia vendicativa mano - spam, metamorfizzata nella polverina sottile grigioscura di un ex essere vivente che ha concluso il suo ciclo vitale incastrata nel mio tenero vello quadricipiteo.
Ma dicevo dell'irresponsabilità e perché ne dicevo non lo so, mi è scappata la parola, mi scappano troppe parole di bocca - eccola qua, l'irresponsabilità, il - cioè - non saper dare seguito alle parole che sembravano responsabilmente dette, ragionevolmente pronunciate, perché esse esprimevano un sentire che reputavo inedito invece era edito, bastava leggere meglio, andare a ritroso nell'etimo - e così, poi, niente, riposte le parole all'interno del vocabolario di un ruvido non praticante.
Serate in cui mi sento poco tascabile, meno emendabile, per niente redimibile. Nondimeno potrei redigere un trattato sulla noncuranza e fare di me un cialtrone patentato. Malgré-moi sono un dilettante - e i dilettanti, è risaputo, non sbagliano da professionisti.

mercoledì 24 settembre 2014

Ci vorrebbe l'ammorbidente

L'Articolo 18 
«sta creando disagi sociali e disuguaglianze: questa non è giustizia».
È mezz'ora che sono davanti a questa frase pronunciata da Sergio Marchionne e non so, non so davvero da che parti rifarmi. Ho pensato persino di mettermi nei panni di un tagliagola islamico che affila la lama del suo coltellaccio su una manica strappata di un golfino cachemire, ma è un esercizio mentale balzano, anche perché qui non c'è niente da vendicare, non c'è da aspettarsi paradisi a decapitare le gole dei pezzi di merda. Inoltre, chi vuoi educare, è vano cercare di colpirne uno per educarne cento, dato che lo stesso pensiero sopra espresso oramai domina le menti di quasi tutti i proletari del mondo disuniti.
Dunque no, ragioniamo, mi sono detto, affrontiamo la questione con strumenti dialettici, ogni enigma ha una sua risoluzione, Marchionne è una sfinge e la sua non è un'affermazione, bensì una domanda. Come risolverlo, allora, l'enigma? Ammazzandogli il padre e trombandogli la madre?

No, no, non ci siamo. Devo stare calmo, non siamo mica a Tebe, la tragedia non è la nostra narrazione, la farsa piuttosto; infatti, la nostra è un'epoca storica in cui il potere è riservato o agli stronzi o agli insulsi, democraticamente eletti, beninteso, foss'anche attraverso delle semplici primarie di partito.

Il problema, eccolo, è che non c'è nessun partito che, sentendo una dichiarazione del genere, insorga come un sol uomo e, sfruttando la notevole maggioranza parlamentare alla Camera (ottenuta con una legge elettorale anticostituzionale) e quella esigua al Senato (con qualche fronda grillina da supporto), faccia una legge per venire incontro alla giustizia che dissolva disagi sociali e disuguaglianze: una legge quadro che imponga in tutta Italia la settimana lavorativa a 30 ore senza modificare, o modificare in senso maggiorativo, la retribuzione; una legge, infine, che estenda a tutti i lavoratori le tutele dell'Articolo 18.

Ecco fatto. Anzi no: per ringraziare il CEO del Gruppo Fiat dello sprone a fare le riforme, inviargli nella sede di Detroit, un pregiato flacone da un litro e mezzo di Coccolino.

martedì 23 settembre 2014

Par la pensée, je ne le comprends pas

«Roseau pensant. — Ce n’est point de l’espace que je dois chercher ma dignité, mais c’est du règlement de ma pensée. Je n’aurai pas davantage en possédant des terres : par l’espace, l’univers me comprend et m’engloutit comme un point ; par la pensée, je le comprends.» Blaise Pascal 113 - [348 édition L. Brunschvicg]

L'ho così sregolato, il pensiero, che stasera, fredda sera, ho cercato la mia dignità per cinque minuti nelle stelle, e più di esse è stato il vuoto spazio a commuovermi, a farsi garante della comprensione, del significato ultimo dell'esistenza: riempire il vuoto tra il punto N e il punto M.

Un'amica è andata via, un'amica di cui alcuni potevano credere fossi il padrone. Padrone di che. Sapessi che fine ha fatto, dove e come. Niente: sparita. Il calore in una fredda sera di settembre. Dovevo legarla, ma non amavo legarla. 
Le volevo bene.
Si chiamava Lola, la mia lolita:
«the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth»

lunedì 22 settembre 2014

Gli arrovesciati

«Ben presto ebbi a provare, sia fisicamente che moralmente, le tristi conseguenze della normale condotta di vita tentata per un certo periodo; decisi perciò di iniziare ancora una volta, e prima che fosse troppo tardi, una vita irragionevole. Ora guardo il mondo con quegli occhi velati che aiutano non solo a superare la realtà del male terreno, ma ai quali io devo di tanto in tanto anche un'esagerata rappresentazione delle possibili gioie della vita. Il sano principio di una vita a rovescio in un mondo che funziona a rovescio si è dimostrato valido sotto ogni aspetto.»

Karl Kraus, Elogio della vita a rovescio, da «Die Fackel», nr. 257-258, 19 giugno 1908, in Id., Studio Tesi, Pordenone 1988.

È difficile, ma è indubbiamente vantaggioso condurre una vita a rovescio in un mondo che funziona a rovescio. Stesso discorso vale dicendo che, in un mondo di squilibri, è vantaggioso vivere da squilibrati. Tutta una questione di adattamento o di mera sopravvivenza. L'importante è guardare 
«il mondo con quegli occhi velati che aiutano non solo a superare la realtà del male terreno, ma ai quali [dobbiamo] di tanto in tanto anche un'esagerata rappresentazione delle possibili gioie della vita».

E abbandonarsi al disincanto. 

domenica 21 settembre 2014

Il fiuto di Michele Serra


«Tocca dunque al primo console Renzi Matteo fare il passo definitivo, seppellendo i pochi lacerti di quel passato.» Olympe de Gouges.


Michele Lacerto Serra, da quel volpone che è, per scampare al secondo tentativo di sepoltura (ricordate il suo addio all'Unità?), ha già scelto, da tempo, da che parte stare: la parte del primo console, beninteso, che ben si adatta alla condizione sociale di un alto borghese che scrive libri da diporto e ha la passione per la campagna e per i profumi.
«Bisognerebbe, tra le macerie, ripensare daccapo a diritti, doveri e tutele. Ma per farlo ognuno dovrebbe rinunciare a qualcosa». 
Sentiamo Serra: lei a cosa rinuncerebbe? Io credo a poco.
Le varie rinunce da lei proposte (al sindacato, ai datori di lavoro e alla politica) sono dello stesso tenore di quelle che propongono Renzi e lo staff di giuslavoristi postmoderni impegnati a scrivere la riforma. Quello che cambia, però, è che lei, esimio Serra, tira in ballo il concetto di lotta di classe per stemperarne la valenza, per ricondurlo all'ambito del politicamente corretto, ovvero diluendolo con acqua al profumo di lavanda.

Mi permetta Serra: ficchi il suo naso raffinato nel buco del culo del proletariato (nelle sue varie declinazioni: dal cassintegrato al precario, dal pensionato con la minima al salariato da 1200 euro al mese e vitto, fitto e il resto da pagare) per verificare se «la visione di classe [è] resa impossibile dalla trasformazione delle classi».

La visione di classe è resa impossibile anche da imposture come la sua odierna, dove si mettono sullo stesso piano sfruttati e sfruttatori. Il capitale finanziario, di cui lei parla, non è altro che la risultante della spremitura a freddo e a caldo della forza lavoro da parte del capitale. Forse lei Serra si è dimenticato, o non ha mai saputo, come si forma il plusvalore?

Sa una cosa Serra? L'uso dell'aggettivo maramaldesco mi ha rivelato questo: la distanza lessicale e politica tra lei e il suo opposto, Giuliano Ferrara, è praticamente ridotta allo spessore di una spiga di spigo. L' Amaca di oggi potrebbe essere legata a due editoriali de Il Foglio, non c'è dubbio; e ci starebbe sospesa tanto bene che l'Elefantino potrebbe adagiarvisi per una siesta.
Fossi lei comincerei a preoccuparmi un po' di tale convergenza, perché colui che sarà seduto sulla riva dell'onestà intellettuale in attesa del cadavere del disonesto, non sarebbe lei, ma Ferrara; il Giuliano Ferrara che da quasi trent'anni è un anticomunista indefesso. Il Giuliano Ferrara che parlò - non mi ricordo se sin da subito - dell'obbligo, per un ex-comunista, di diventare anti-comunista. Ah, già: il Pci al quale era iscritto lei era da tempo comunista all'acqua di rose.

sabato 20 settembre 2014

Gulp! Draghi in TV

Avrete visto: la prima asta di euro a costo zeuro (0,15%) proposta da Mister Draghi alle banche per combattere la stagnazione e rilanciare, quindi, l'economia, è stata un mezzo flop. Sob. Sciaf. Zok. Gulp.



Draghi e i tecnocrati della BCE avevano in mente che le banche avrebbero preso tutti i quattrini previsti dalla prima asta, e invece non è andata così, forse perché le condizioni che le banche devono rispettare per averli, ossia girarli in prestito alle famiglie e alle imprese, (e guadagnarci un po', certamente), ma non prenderli per ripianare debiti o comprarci bot, btp, bond, o cazz'altro - sono condizioni che non piacciono tanto alle banche. Perché? Perché sicuramente le banche hanno constatato che la domanda di finanziamento o prestito da parte delle imprese e o delle famiglie è assai limitata. Quindi perché io banca dovrei prendere dei soldi che poi tanto non riesco a piazzare? Per riempirmi le casseforti di carta colorata con i simboli di Eurolandia?


***


Giorni fa la banca dove ho il c/c mi ha mandato una pubblicità per convincermi a comprare un prestito personale.


Se notate, anche da sbiadito si legge che se prendo in prestito oggi diecimila euro, dovrei rendere in 84 rate da 160,74 €, un totale di 13.657,01 €.

Di contro, se la banca in oggetto prendesse 10 milioni di euro in prestito dalla BCE da restituire in 7 anni allo 0,15% di interesse, quale sarebbe l'importo totale effettivo che essa dovrebbe corrispondere?

Seguendo questa formula (che non so quanto sia corretta, in quanto non tiene conto del diminuire graduale del monte-capitale preso a prestito)
(Interessi = (Capitale X Giorni X Tasso) / 36500)
ho rilevato che la banca dovrebbe restituire un totale di 10.105.000 €.

Quindi, per esempio, su 10.000 € ne restituirebbe, in 7 anni, 10.105 €.

Non aggiungo altro perché, prima di bestemmiare, vorrei che qualche lettore illuminato dica se i miei calcoli sono corretti.

Nell'attesa, propongo un esperimento a Mister Draghi: perché non presta a me una decina di milioni di euro allo 0,15%? Gli garantisco che, nel mio piccolo, farò girare l'economia, eccome se la farò girare. 

venerdì 19 settembre 2014

Poveri sensi

Il big bang dovette produrre
un rombo spaventoso
e anche inaudito perché non esistevano orecchie.
Queste giunsero solo
dopo molti millenni.
Verità indiscutibile
che ci riempie di letizia
fatta eccezione per te mia capinera
che avevi stretto col tempo
un patto di inimicizia
e l'hai rispettato perché forse
ne valeva la pena - chi può dirlo?

Eugenio Montale, Altri versi,


Non esistevano orecchie. Adesso esistono. Quante cazzate devono ascoltare.
Fossero solo loro a patire l'inaudito. E invece, da tempo, tutti i sensi sono coinvolti a percepire rombi, schiaffi, cloache a cielo aperto, la diffusione costante e inesorabile del brutto e dell'insulso. 
Poveri sensi vilipesi, finestre coi vetri rotti dove tutto passa, pioggia, vento e anche il tanfo della supercontrorivoluzione. 

Che cazzo ti sei scoppiato a fare, universo; tutto chiuso dentro te dovevi restare, credimi.

giovedì 18 settembre 2014

Une magnifique volée


Purtroppo a tennis ero meno bravo.

Wikicaz

 «...they have the ability see every website you visit, every text message you send, every call you make, every ticket you purchase, every donation you make, and every book you order online. From “I’m headed to church” to “I hate my boss” to “She’s in the hospital,” the GCSB is there. Your words are intercepted, stored, and analyzed by algorithms long before they’re ever read by your intended recipient.» (via)

Anche se diventa giorno dopo giorno sempre più complicato, si potrebbe vivere senza internet? - questo mi chiedo, per sfuggire al controllo, perché qui pare che prima o poi tutto sarà giudicato e niente sarà perdonato, nemmeno il modo in cui scegliere di masturbarsi, peggio di un dio islamico o cattolico o ebraico oltranzista sta diventando questo coso qui.
Ma fuggire dove, a vivere che, quale tipo di esistenza condurre senza internet, senza cioè un luogo in cui, anche se in modo complicato, si possono trovare spazi liberi di conoscenza e di espressione che alcun altro media offre, non certo con questa ampiezza e possibilità di interagirvi, per esempio mandando in giro i propri messaggi in bottiglia nel mare della rete (vano esercizio, a tratti corroborante).

Capisci perché poi un genio come Assange sia sfinito, perché vede nel profondo quello che si prefigura, la realizzazione di un sistema totalitario globale a cui liberamente ci si connette, consegnando i propri effetti personali, virtù e debolezze comprese.

E vabbè, da tempo chi comanda sa benissimo che hanno a che fare con gente facile da plagiare, sono state sufficienti le televisioni, internet è solo un modo più sofisticato e intelligente per guidare la massa nella direzione voluta. Hanno aumentato soltanto la potenza del telecomando.

Al punto limite delle parole

«Un pensiero vive veramente soltanto finché non è giunto al punto limite delle parole: ivi si pietrifica, è quindi morto, ma indistruttibile, simile agli animali e alle piante fossili dei tempi preistorici. La sua vera vita momentanea si può anche paragonare a quella del cristallo nell'attimo della cristallizzazione.
Appena, cioè, ha trovato parole, il nostro pensiero non è più intimo, né serio nel più profondo della sua essenza. Quando il pensiero comincia a esistere per gli altri, cessa di vivere in noi; come il bambino si stacca dalla madre quando inizia la propria esistenza. Anche il poeta, del resto, dice:
Non confondetemi col contraddire! Basta parlare, e si comincia a sbagliare”. (Goethe)».
Arthur Schopenhauer, Sul mestiere dello scrittore e sullo stile, Adelphi, Milano 1993.

Buonasera signor Arturo, credo che lei abbia torto: a mio avviso, infatti, quando un pensiero trova le parole trova se stesso. Esce da noi, il pensiero, è vero, è come un bambino che si stacca dalla madre e inizia la propria esistenza. Ma questo non significa che esso smetta di vivere per noi; il pensiero si manifesta non solo agli altri, ma altresì a colui che lo ha espresso. E, sovente, non c'è peggiore giudice di colui che ha formulato i suoi pensieri in forma di parola, volano spesso condanne a morte senza appello né domanda di grazia.
Quando un pensiero diventa parola, diventa un atto sociale, pensiero che va in cerca di una comunità che lo accoglie o lo respinge, lo diffonde o lo nasconde. Atti sociali, appunto, che eventualmente si pietrificheranno se troveranno, nel tempo, le condizioni giuste per essere diffusi in uno spazio che trascenda i limiti della contingenza. Il fatto è che il processo di fossilizzazione è un fenomeno lento, lentissimo, all'arbitrio del caso. Mentre i pensieri che restano in circolo e rimbalzano nella mente degli uomini, non è mai un caso se sono proprio quelli e non altri.
Ora mi fermo perché mi confondo e mi contraddico. Su calco del poeta, dico: basta parlare quando si comincia a sbadigliare.

martedì 16 settembre 2014

Per quale scopo esisti?

Tramite il saltuario Bimbo d'argilla sumero, vengo a sapere di questo conflitto di diritti cha anima il civile Belgio.
Uno stupratore conclamato (e condannato) chiede l'eutanasia, con ciò tuttavia sfuggendo, tramite la dolce morte, alla pesante condanna (rieducativa) comminata, sostenendo, egli, che niente lo potrà rieducare, sarà sempre tormentato dal pungolo allo stupro, quindi, chiede, "Voglio morire, così non farò più male ad alcuno".
Per aiutare i giudicanti belgi, suggerisco: invece di concedergli l'eutanasia, perché non proporre al carcerato di diventare eunuco?

«Ogni singolo essere esiste per uno scopo: il cavallo, la vite... Perché ti stupisci? Anche il sole dirà: "Esisto per un determinato compito", e così pure gli altri dèi. E tu, allora, per quale scopo esisti? Per godere? Vedi tu se il concetto sia ammissibile», Marco Aurelio, A se stesso, Edizione Garzanti, libro VIII, paragrafo XIX.

Coda di pensiero

Violante: participio presente del verbo violare.

lunedì 15 settembre 2014

Pensavo a Violante

Pensavo a Violante, bestemmio. Eppure è un brav'uomo, mite, appassionato di politica, attento alle ragioni degli altri, soprattutto di quei giovani che, tanto tempo fa, scelsero la parte sbagliata perché pensavano fosse quella giusta, la parte delle testedicazzo, ricordate, l'onore, la gloria, x mas, x pus.
Pensavo a Violante, questa volta la Placido che - ho visto uno spot su Sky - interpreta Moana in uno scenaggiato dedicato alla pornostar. Non credo meriti una sega, in senso proprio. 
Pensavo a Violante uno a Violante due, Violante Abat-Jour "c'è da portarsi in via Scabbia, c'è un'infezione". 
Pensavo a Violante, uomo delle istituzioni, equilibrato, sa dosare al meglio i propri  interventi, come i Geberit: scarica, pulisce ma non disinfetta, non tira via lo sporco ostinato. Il prodotto più indicato per una carica di prestigio come quella al CSM.
Pensavo a Violante e poi, all'improvviso, non ci penso più. 

Libertà intellettuale relativa

«Non bisogna tuttavia dimenticare che questo atteggiamento dipende strettamente dalla situazione economico-sociale degli scrittori tedeschi. La povertà e la piccineria delle condizioni tedesche rendono estremamente difficile l'esistenza indipendente degli scrittori. Anche per essi, come per gli intellettuali piccolo-borghesi in generale, la base economica è data dai posti subalterni della burocrazia statale. Ne consegue non soltanto la dipendenza materiale, ma nella maggior parte dei casi anche una limitazione degli orizzonti. E se con l'andar del tempo si sviluppa in alcune corti un certo mecenatismo, i suoi effetti “liberatori” non dovrebbero essere sopravvalutati. In parte esso comporta uno spaventoso sfruttamento delle forze migliori per miseri lavori burocratici (Herder a Weimar), e in parte si tratta, là dove la situazione è relativamente migliore, di casi eccezionali. E gli scrittori che, nonostante questa dipendenza, hanno tentato di esprimere le loro opinioni con una relativa libertà, dovettero per lo più espiare con una lunga prigionia nelle carceri dei principi».


György Lukács, Breve storia della letteratura tedesca, Einaudi, Torino 1956 (traduzione di Cesare Cases)

Quanto di ciò che Lukács scriveva sull'illuminismo tedesco può essere riferito allo stato degli intellettuali (di cartello) italiani? Molto, ma con una differenza fondamentale che provo a riformulare così: La povertà e la piccineria delle condizioni italiane rendono estremamente facile l'esistenza dipendente degli scrittori. Anche per essi, come per gli intellettuali piccolo-borghesi in generale, la base economica è data dai posti di rilievo della burocrazia statale e dell'industria culturale e/o di intrattenimento. Ne consegue non soltanto la dipendenza materiale, ma nella maggior parte dei casi anche una limitazione degli orizzonti.

E con gli orizzonti limitati, agli intellettuali resta solo l'auspicio delle riforme. La riforma del titolo quinto della Costituzione: tanta roba da espiare di per sé.

domenica 14 settembre 2014

Che vergogna


Ogni tanto la mente ripesca dal suo mar Caspio questa canzone e la voce mia, altamente stonata, osa pronunciarla a bassa voce, in perfetta solitudine mattutina, magari non guidando come oggi, bensì preparando una veloce bolognese, con la cipolla che giustifica persino le lacrime, che vergogna.

Lo so del mondo e anche del resto
Lo so che tutto va in rovina
Ma di mattina
Quando la gente dorme
Col suo normale malumore
Mi può bastare un niente 
Forse un piccolo bagliore
Un'aria già vissuta
Un paesaggio, che ne so...

Oddio, mi si attacca il soffritto

E sto bene, proprio ora, proprio qui

Cosa significa stare bene? 

Non stare male e vergognarsene un po'.

Perché vergognarsene?

Perché ci sono molti che non stanno bene.

E ti senti in colpa del dolore del mondo?

No, è solo perché, al netto delle disgrazie e delle sventure dovute al caso, mi sento a disagio nei confronti del male dettato dalla malintesa necessità, giacché credo che in essa vi sia un campo d'azione nel quale noi umani potremmo fare qualcosa per diminuire la quantità di male (inteso come ingiustizia, disuguaglianza, mancanza di libertà) diffuso nello spazio tempo in cui viviamo.

Fare qualcosa? Che cosa?

Una logica rivoluzione.

Ti serve uno psicoanalista a te, un lacaniano.

Ho i polpacci troppo magri 

Portagli la bolognese come parcella.

sabato 13 settembre 2014

Come nella matrice che gli è propria

CANONICO Monsignore desidera soltanto che vostra eccellenza avverta il Tribunale della Monarchia della sua incompetenza ad annullare provvedimenti di scomunica, quali che siano le ragioni che hanno provocato i provvedimenti.

VICERÈ E nient'altro?

CANONICO E, conseguentemente, che vostra eccellenza dichiari nulla la sentenza del Tribunale che annulla la scomunica fulminata da Monsignor Tedeschi sugli acatapani Giambattista Tesorero e Giacomo Cristò.

VICERÈ (quasi cantilenando) Che io dichiari nulla la sentenza che annulla... (cambiando tono) E poiché sarà poi nulla la mia dichiarazione che annulla, avremo un tale groviglio di nullità dentro il quale monsignor Tedeschi, non ne dubito, si troverà benissimo, come nella matrice che gli è propria; ma io no, ve lo assicuro...


Leonardo Sciascia, Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A. D., Einaudi, Torino 1969

venerdì 12 settembre 2014

Cela est assez sot

«Pourquoi écrire ces pages? – À quoi sont-elles bonnes? Qu'en sçais-je moi-même? Cela est assez sot, à mon gré, d'aller demander aux hommes le motif de leurs actions et de leurs écrits.» Gustave Flaubert, Mémoires d'un fou, 1838.

- Buonasera uomo, perché scrivi?

- Oh no, Dio, Suprema Intelligenza, ti prego...
- Come fai a dire che sono intelligente?
- Perché non avrei mai creduto che...
- Fossi uno stupido?
- Tu l'hai detto, io non avrei mai osato, non oserei mai...
- E perché? La stupidità è uno dei tanti attributi divini.
- Non è possibile.
- E invece. Guarda lo sviluppo della cosiddetta creazione a cui voi umani - o perlomeno, la maggior parte di voi - date un fine; magari anche pretedeterminato.
- Eppure io vi scorgo uno sforzo che, dalle prime forme di vita elementare ha portato allo sviluppo della complessità e alla nascita del pensiero razionale.
- E tu pensi (o credi) che questo sia un approdo e quindi la manifestazione certa di un'intelligenza divina in azione?
- No, grazie. Ho capito. È molto intelligente, Dio, chiederti il motivo delle tue azioni e, soprattutto, dei tuoi scritti.

- I miei scritti? Bada che a quei tempi non facevo l'editore.
- Buonanotte Signore
- Bonne nuit, con. 


giovedì 11 settembre 2014

Lo avrebbe riconosciuto ovunque

Frederick Seidel at home in New York, 2009

AMERICAN

My face had been sliced off
And lay there on the ground like a washcloth
With my testicles and penis
Next to it.

The car had Wyoming plates.
I'd been to Colorado but not Wyoming,
Which I gather is beautiful.
The other one I hadn't seen was Utah.

Someone had carefully cut under it and lifted it off,
I suppose to obliterate the identity,
Except had left it out in the open.
It looked like a latex glove but also someone's face.

She told me she had always loved me.
I was the happy ending of a fairy tale.
She would recognize my penis anywhere,
Even on the ground.

Frederick Seidel, Poems 1959-2009, Farrar, Straus and Giroux, N.Y. 2013. Compratelo con un click mi raccomando.

Una mano sul peto

Ansiolin
Ogni essere umano ha caratteristiche sue proprie, e tuttavia non credevo che i tre sopra avessero il cuore in tre posti diversi. Che Michelle lo abbia più in alto non mi stupisce: è specifico delle donne avere il cuore più vicino al cervello. Neanche Biden mi sorprende: tiene la mano alla stessa altezza del taschino interno dove, solitamente, si tiene il portafoglio. Obama invece si tiene sul cuore non il palmo, bensì i polpastrelli, parti della mano più ricche di terminazioni nervose, come se egli avesse bisogno di un sovrappiù di sensibilità per ritrovare il suo cuore perduto. 

Non saprei dire quando sia nata, forse è sempre stata in uso, ma l'abitudine di mettersi una mano sul petto quando suona l'inno nazionale è un pessimo rituale, quale che sia la nazione, anche quella che, attualmente, si sente incaricata di guidare il mondo per il proprio tornaconto.

A mio avviso, tale rituale avrebbe ragione d'essere se fosse suonato l'inno della Terra: ogni popolo accorda il suo cuore a quello del pianeta. Bello, no? Forse sì, ma pare irrealizzabile. Quindi, per il momento, nello spazio di qualche decennio, mi accontenterei che, durante l'inno della propria nazione, gli umani la mano, anziché sul cuore, se la mettessero altrove. 
Proprio lì, sì.

mercoledì 10 settembre 2014

Come ogni merce, il denaro

«La forma di equivalente d'una merce non implica la determinazione quantitativa della sua grandezza di valore. Se si sa che l'oro è denaro, e quindi è immediatamente scambiabile con tutte le altre merci, non perciò si sa quanto valgono, per esempio, dieci libbre d’oro. Come ogni merce, il denaro può esprimere la propria grandezza di valore solo relativamente, in altre merci. II suo proprio valore è determinato dal tempo di lavoro richiesto per la sua produzione e si esprime nelle quantità di ogni altra merce nella quale si è coagulato altrettanto tempo di lavoro. Questa fissazione della sua grandezza relativa di valore ha luogo alla sua fonte di produzione nel traffico immediato di scambio. Appena entra in circolazione come denaro, il suo valore è già dato.»

Karl Marx, Il Capitale, Libro I, cap. 2 Il processo di scambio

Economia non è medicina per cui posso azzardarmi, senza pretesa di miracoli, a fare il Vanoni (anche se, in verità, il sistema politico economico che domina il mondo è guidato dai Vanoni) e dire: la ripetuta, para salvifica, operazione contabile di Mister Draghi di abbassare il costo del denaro è un bluff, l'ennesimo. Il mercato è saturo di merce, compresa la merce denaro.
Gli stregoni della finanza mondiale coltivano da sempre l'illusione – prestigiatori del cazzo che segano realmente in due le vite altrui – che il denaro sia una merce avente proprietà di autoalimentarsi. Tuttavia, quando una cosa materiale diventa segno (rappresentazione generale del valore), tale trasformazione di stato non implica un infinito autoriprodursi, cosa che sarebbe come pretendere, per esempio, di far bollire e quindi evaporare, dell'acqua contenuta in una pentola, il doppio del suo contenuto. Il valore del denaro non può incrementare smettendo completamente di riferirsi a ciò che gli conferisce valore, la merce, i prodotti in cui è coagulato il lavoro umano.

Giorno di pioggia, oggi, da mane a sera. Mi chiedo: quando la nuvola di denaro creata a buon mercato precipiterà a terra, bomba di carta o bitcoin che sia, quali disastri provocherà?

martedì 9 settembre 2014

Le mattonelle di Otto

Dopo varie peripezie informatiche, sono riuscito a installare Otto che sì, l'è bellino, tanto che con le sue mattonelle colorate ci rifarei volentieri il bagno di casa, avessi un qualche migliaio di euro per pagare il mattonellista (o mandano direttamente un ingegnere informatico a casa quelli della Microsoft?).

No, non ho rinunziato a Linux, per carità, è solo un approccio conoscitivo. Ho comprato un Lènovo usato che aveva in dote Sette e i DVD per installare Otto, cosa che ho fatto, con molti smadonnamenti a corredo, in quanto - cosa per me inaudita abituato come sono a installare una distro Linux in un quarto d'ora, venti minuti al massimo - ci sono volute più di quattro ore, e poi un altro paio per fare l'upgrade da 8 a 8.1.

E così son qui, con questo nuovo desktop environment, smattonello. Mi propongono l'abbonamento a Office che col cazzo lo fo. Libre Office a vita, ecco. Ma per curiosità ho provato il Word online che - oh, quanto son carini a Redmond! - non consente di fare il copia incolla di quanto uno ivi scrive, se lo deve tenere lì per benino, anche se suo.

Così, per prova, ho scritto dei versi melensi che il programma consente tuttavia di condividere. Vediamo con quale risultato. Sono brutti, ma son qui.

Un dio alla rinfusa

"Tutta intera la storia di Giuseppe e di Giacobbe si deve necessariamente pensare trascritta da storici diversi, tanto è precaria la sua consistenza. Nel capitolo 47 della Genesi si narra che Giacobbe, quando andò a far visita per la prima volta al Faraone accompagnato da Giuseppe, era vecchio di centotrent’anni. Se da questi togliamo i ventidue che egli trascorse nell’angustia per l’assenza di Giuseppe e i diciassette che Giuseppe aveva quanto fu venduto e i sette, infine, che per causa di Rachele trascorse in servitù, risulta che egli si trovava all’età assai avanzata di ottantaquattro anni quando sposò Lia, mentre Dina contava appena sette anni, quando subì violenza da Sichem, e Simeone e Levi appena, rispettivamente, dodici e undici, quando saccheggiarono per intero quella città, passandone a fil di spada tutti i cittadini. e non ho bisogno di passare in rassegna tutto il Pentateuco. Basta che si osservi come in questi [...] libri tutti i precetti e i racconti siano confusamente e disordinatamente esposti, senza ordine cronologico, e come uno stesso fatto sia spesso ripetuto e talvolta in diverso modo, per rendersi conto facilmente che tutto questo materiale fu raccolto e accumulato alla rinfusa, per essere poi più agevolmente esaminato e ordinato."


Benedetto Spinoza, Trattato teologico-politico, Einaudi, Torino 1972 (Capitolo nono).

Quanto del materiale documentale, prodotto di scarto di questi anni, andrà a puntellare l'esistenza di un dio creato alla rinfusa?

- Guarda umano che oggi mi sono pettinato dopo aver fatto la doccia?
- La doccia? Con quale acqua è alimentata la doccia nell'alto dei cieli?
- Con la pipì degli angeli.

domenica 7 settembre 2014