mercoledì 22 febbraio 2017

Lo dico a Nasa

Fatemi dire una cazzata astronomica: a me sembra che questa idea di cercare vita nell'universo là dove si presentano delle condizioni simili a quelle che hanno determinato la vita sulla Terra, sia un'idea abbastanza ingenua, scontata, anche se comprensibile, giacché è evidente che gli scienziati prima di tutto battano piste conosciute, cerchino conferma nella ripetizione, epperò così facendo si mettono in una posizione scientifica costringente, che ha la presunzione di delimitare le innumerevoli probabilità mediante le quali la vita extraterrestre potrebbe aver avuto luogo, ossia a partire da condizioni del tutto diverse dalle nostre, magari respirando metano, bevendo azoto liquido, o forse semplicemente nutrendosi di circuiti integrati.

Insomma: le qualità che caratterizzano la vita terrestre, le funzioni vitali che distinguono, appunto, un essere vivente da un non vivente, potrebbero non coincidere con quelle che informano la vita extraterrestre. Nascere, respirare, nutrirsi, evacuare, crescere, riprodursi, invecchiare, morire... Chissà, forse la vita extraterrestre potrebbe essere un po’ meno uggiosa.

martedì 21 febbraio 2017

Spremute

Sono costretto dentro un silenzio che non mi appartiene, ma - come dire, come specificare - lo scrivere, anche a costo di eventuale fatica dovuta a spremitura cerebrale (la sera, mio momento prediletto per farlo, ultimamente mi capita di andare in bianco, l'ho duro come una navel di due mesi dimenticata sopra un calorifero, il cervello, cazzo spremo), lo scrivere, dicevo, o dà gioia anche al minimo sindacale o se diventa uggia per non dire tormento, allora, beh, sai, questo è un luogo di sollazzo o dell'incazzo, se né l'uno o l'altro si dà, mi ficco nello spegnimento, shut down - e buonanotte.

Mi ero abituato male. Soprattutto perché parlavo come se avessi avuto davanti uno specchio dove vedevo riflesso oltre a me, dietro le mie spalle, gli occhi di chi s'affaccia qui per vedere cosa diamine ha scritto il Massaro, vedi mai qualcosa di piacevole.

La metabloggologia è una rottura di coglioni inenarrabile.

Ma che volete voi da me? Che canti? Magari. Vado avanti a scemenza.

La scrittura come deviazione, distrazione di massa (ro).

Poi ho messo in moto il Messo. Ed ora è in folle, al minimo. Inutile dar gas.

Non so fare politica, ma neanche so adeguarmi alla politica esistente.

Il tempo passa e più passa più mi sembra che la migliore attività consolatoria sia prendere una retina, non per catturare farfalle, ma attimi, come quello rappresentato dal tuo profilo (qui il tu è decisivo, montaliano, che depista). Adesso lo contemplo, con l'occhio della mente, come ad evocarlo, a ripeterlo, trattenerlo: vietato usare spilli. Gli attimi non sono catalogabili.

lunedì 20 febbraio 2017

Immobilità intergenerazionale

In uno studio pubblicato lo scorso aprile 2016, due ricercatori della Banca d'Italia hanno dimostrato che le famiglie più ricche della Firenze odierna discendono dalle famiglie più ricche della Firenze di seicento anni fa. «Ragioni genetiche», direbbe qualche stronzo, mentre sorseggia chissà qual cru di chissà quali fottuti marchesi.
A un secolo dalla Rivoluzione russa, dato che subbugli rivoluzionari ancor non brontolano negli stomaci degli affamati, la sinistra, ancora illusa dall'idea equivoca di ridistribuzione, potrebbe, senza mezzi termini, fare dell'esproprio un obiettivo programmatico (anche se, maestra storia insegna, che non basta espropriare per poi continuare a produrre senza farla finita, una volta per tutte, con la logica del capitale)  E invece... invece niente. Pare che la ricchezza tramandata di generazione in generazione sia uno stigma divino intangibile, anche per i cari sinistresi pikettiani o neokeynesiani, che tutt'al più riescono ad alzare qualche tassa sulle auto di grossa cilindrata. Che segaioli. Mai una voglia (o una gioia) di andar a mungere poppe che hanno latte, mai trebbiare là dove c'è grana. Non solo non c'è più nessuno in giro che parli di rivoluzione, ma neanche qualcuno che voglia farla - tancredianamente - per far restare tutto come è.

sabato 18 febbraio 2017

Coraggio e avanti

Accorato appello di Mario Calabresi («Pd, dove sta il coraggio» senza punto interrogativo è un'affermazione, nevvero?) affinché il Pd non si spacchi, non si scinda, rimanga unito:
«Sarebbe una scelta irresponsabile che la stragrande maggioranza degli elettori del più grande partito della famiglia socialista rimasto in Europa non comprende e non comprenderebbe.»
La famiglia socialista.
Non voglio scomodare troppa storia inutile della politica italiana dell'ultimo quarto di secolo, ma ditemi - se ricordate, dalla Bolognina in poi - una sola cosa socialista che prima l'Ulivo (1996-2001), poi l'Unione (2006-2008) e infine il trio Letta-Renzi-Gentiloni hanno fatto, e io mi metterò a versare copiose lacrime su queste pagine, molte più di quella prefica del direttore di Repubblica nelle sue.
«Viviamo tempi davvero difficili»
Leggere una frase simile ne è prova.
«Tempi che richiedono generosità, pazienza, capacità di alzare lo sguardo e coraggio.»
Dopo aprile, infatti.
Comunque, più dello sguardo, sarebbe meglio essere capaci di alzare qualcos'altro.
«Dividere un partito che governa città, regioni e che guida l’Italia significa soltanto una cosa: consegnare il Paese alla sfida tra una destra che non nasconde le sue pulsioni xenofobe e un Movimento che cavalca qualunque malumore speculando sulla rabbia e sull’esasperazione.»
Non ha proprio più la vocazione d'essere un giornale di (finta) opposizione, Repubblica. Teme proprio di rinunciare al proprio status di organo semi-ufficiale di un partito che minaccia scissioni.
«I danni della loro [di Renzi, Bersani, D'Alema] guerra intestina, della loro incapacità di trovare una sintesi sono sotto gli occhi di tutti.»
Sotto gli occhi di tutti, cadono cispe.
«Farebbero bene a non scambiare il silenzio dei loro elettori per assenso, quel silenzio è invece pieno di preoccupazione, di angoscia, di smarrimento. » 
Siamo d'accordo che se uno tace sta zitto, ma manco per nulla star zitti equivale a essere preoccupati, angosciati, smarriti. Personalmente, io taccio perché mi è difficile trovar parole sull'insignificanza piddina.

Invece Calabresi, paternalmente, prescrive alla dirigenza piddina la seguente terapia sensoriale:
«Lasciate stare le vostre aritmetiche e aprite gli occhi, guardatevi in giro, uscite di casa, alzatevi da quei tavoli su cui fate strategie perdenti e mettetevi in ascolto. Basterebbe una passeggiata di un'ora per capire, basterebbe osservare il piano inclinato su cui sta scivolando il continente per rinsavire»
Occhi da aprire, orecchi per ascoltare, gambe per camminare per osservare la deriva degli incontinenti. 
Non mancano neanche suggerimenti operativi:
«... e non sprecate quest'ultimo anno di governo. Non per fare campagna elettorale ma per dare risposte alla disperazione dei giovani, alla richiesta di sicurezza (mostrando che è possibile coniugare legalità e umanità) e per completare un programma di diritti sociali che rischia di perdere l'ultimo treno.»
Avere il polso di quello che si scrive è cosa fondamentale per un giornalista, figuriamoci per un direttore. Qui è palese che Calabresi, preso da tanto afflato retorico, non si renda conto della manifesta contraddizione tra il «dare risposte alla disperazione dei giovani» e il «completare un programma di diritti sociali che rischia di perdere l'ultimo treno», giacché - da un punto di vista prettamente politico - è evidente che il governo in carica e quelli dimissionari siano altamente responsabili del fatto che i giovani sono disperati, anche per colpa della parte di programma sin qui completata. Per esempio, la riforma chiamata jobs act ha diminuito o aumentato la disperazione giovanile? [ Update: Qui un ottimo esempio di giovane disperato]
«Un compromesso alto è possibile se»
I compromessi alti sono possibili soltanto se a farli ci sono persone di alta levatura, in questo caso politica. La politica italiana (e non solo, ma limitiamo il campo d'indagine) è affetta da anni da nanismo (politico) e i partiti, i movimenti non sono affatto punti di riferimento sociale e culturale, ma mere consorterie per la gestione degli ultimi soldi del disavanzo pubblico.
E «il popolo della sinistra», ammesso e non concesso che esista l'astrazione di popolo di questo o di quello, non guarda né ai vecchi astori, né ai giovani castori di partito. Non li guarda, non li può guardare perché esistono distrazioni migliori per non pensare alla catastrofe.

giovedì 16 febbraio 2017

La tazzina del cesso

Non so se devo cospargermi di cenere il capo in pieno carnevale, ma io non lo sapevo che Gramellini è passato al Corriere della sera, non so quando, né in che termini, con quanti milioni di euro Cairo del Torino lo abbia strappato agli Agnelli della Juventus. Ho visto soltanto oggi che il Vostro ha una rubrica chiamata il Caffè. Dal Buongiorno al Caffè.



E dal Caffè al cesso. 

Per questo - è necessario, dato che non è mestiere, ma mero divertimento - il blogger deve trovare strade diverse, la cronaca non può essere un assillo, la politica un tormento, la filosofia un tarlo, la letteratura un obbligo. Il blogger, soprattutto, se decide di non giudicare, non non solo non giudica, ma non parla affatto di un argomento che si giudica da sé; non premette; non spiega, se non nei minimi termini, la questione; tempo da perdere per riassumere lo scontato non ne ha. Il rito bloggeristico è un recinto aperto, quindi non è un recinto né un rito; un post non ha una funzione religiosa, costringente, mettetevi in ginocchio, confessatevi, ché parla lo Spirito Santo.
Questa, casomai, è la pretesa delle vie più illeggibili rubrichette del cazzo - e io, vedi Gramellini, giudico eccome, dato che ne parlo - il cui preteso servizio è quello di informare la pubblica opinione, di prestar parole al dominio pubblico, così che i dominati possano ingozzarsi di ironico buon senso, da vomitare senza pericolo per strada, come uno striscione che, anziché scrivere anfamona d'una mamma, copia un bacio perugina.

P.S.
Dedico il post a Marino, perché senza il suo non avrei mai letto dello striscione.

Il messo (25)

Sarei felice - legge Isabella [(8), (9)] - se sapessi quando dovrò morire, se questo male che mi è saltato addosso ne sarà la causa, se gli sforzi che compio, l'impegno che ci metto, la battaglia quotidiana per il corpo e per la mente servirà a qualcosa, oppure sarà tutto inutile
Sono stanca. Mi hanno dato speranze, i dottori, mi hanno detto di non mollare, che molto dipende anche da me, dal mio atteggiamento, dalla mia voglia di lottare. Per quanto persuasivi siano stati, sinora non sono riusciti a vincere scetticismo e desiderio di arrendersi. Già, ho tanta voglia di arrendermi, per vivere i pochi giorni che, eventualmente, restano leggera, andare incontro al fato, prepararmi a salutare tutti, anche solo me stessa, senza distrazioni o differimenti ulteriori. Godere, per quanto possibile, degli ultimi respiri, sorsi, morsi, suoni, profumi e mani addosso, quali non lo so, le andrò a cercare per strada, tra vecchi amici, o parenti di secondo grado che non rivedo da una vita.
Ho voglia di lasciarmi andare, di arrendermi al nemico, faccia lui, mi ha preso, mi ha voluto, agisca e la faccia presto finita, non mi costringa a combattere inutilmente. Sarei felice se questa riserva fosse sciolta, se mi fosse data una data, un “più di lì non potrai andare”. È vero, il destino è comune, ma quando si sta bene difficilmente ci si pensa, si tira avanti come se non dovesse mai accadere, la morte. Ma con il male addosso, tutto cambia. La sensazione è quella di essere spossessati, come se fosse arrivato un usurpatore, un erede al trono che si presenta e ti ordina di scendere dal tuo corpo, perché presto non sarà più tuo. Il mio corpo che rifletteva tanta luce, tanti sguardi, tante voglie di amare represse, comprese le mie, racchiuse aspettando chissà che, che stupida sono stata. Tuttavia, non vorrei tornare indietro, non ho questo desiderio. Voglio solo aprire la porta del mio domani per sapere se tutto sarà buio, o se, invece, un raggio, un solo raggio mi dirà: «Awake, dear heart, awake. Thou last slept well. Awake».

mercoledì 15 febbraio 2017

Il messo (24)

Intermezzo

« “Una delle caratteristiche più notevoli dell'animo umano, – scrive Lotze, – è, fra tanto egoismo nei particolari, la generale mancanza di invidia del presente verso il proprio futuro”. La riflessione porta a concludere che l'idea di felicità che possiamo coltivare è tutta tinta del tempo a cui ci ha assegnato, una volta per tutte, il corso della nostra vita. Una gioia che potrebbe suscitare la nostra invidia, è solo nell'aria che abbiamo respirato, fra persone a cui avremmo potuto rivolgerci, con donne che avrebbero potuto farci dono di sé. Nell'idea di felicità, in altre parole, vibra indissolubilmente l'idea di redenzione. Lo stesso vale per la rappresentazione del passato, che è il compito della storia. Il passato reca seco un indice temporale che lo rimanda alla redenzione. C'è un'intesa segreta fra le generazioni passate e la nostra. Noi siamo stati attesi sulla terra. A noi, come ad ogni generazione che ci ha preceduto, è stata data in dote una debole forza messianica, su cui il passato ha un diritto. Questa esigenza non si lascia soddisfare facilmente. Il materialista storico lo sa. »

Walter Benjamin, Angelus Novus, “Tesi di filosofia della storia”, n. 3, Edizione Einaudi.


lunedì 13 febbraio 2017

Aggiunta allo scrivere bene

Scorrevole, seppur interminabile pippone del professor Giunta sul fatto che «scrivere bene potrebbe non essere più così importante», nel quale sono esposte tesi  condivisibili  e altre meno, anzi: proprio per nulla, queste: 

a) non credo sia del tutto vero che non s'impari più a scrivere a ventitré (o trenta) anni. Dipende. Se il discente è motivato a imparare, soprattutto per imitazione di chi sa scrivere - e chi sa scrivere dovrebbe essergli indicato dal professore -, bastano pochi libri all'ignorante desideroso di non essere più tale.

b) non capisco la precauzione o il garbo di non citare l'autore dell'editoriale (dal quale Giunta ha estratto un ampio stralcio) preso a esempio per dimostrare il livello della scrittura giornalistica contemporanea. Ché l'autore è suo cugino? O, peggio, ha timore di offendere un'intera redazione se sputtana (come ha fatto) pubblicamente un unico collaboratore?

c) non rileva il professor Giunta che  «le frasette di tre o quattro parole messe lì senza la minima elaborazione, e accostate l’una all’altra senza che tra loro sussista una vera implicazione logica; le frasi-slogan senza verbo [...]; i cliché [...]; l[e] parol[e] inutilmente desuet[e] e prezios[e] [...]; l’allusione ad autorità che un po’ c’entrano un po’ no [...]; le citazioni trite usate come chiusa memorabile [...]; gli elenchi a rotta di collo, che vogliono dire tutto e niente [...]; le freddure insipide[...]; le metafore barocche fuori controllo [...]» costituiscono lo stesso tipo di linguaggio parlato (e scritto) dal principale promotore della riforma costituzionale or non è molto bocciata dalla maggioranza degli elettori italiani (e che, per contro, l'insegnante e saggista aveva caldamente suggerito fosse promossa)? Insomma, tra i politici non è solo Alessandro Di Battista a parlar e scrivere male, o no?

domenica 12 febbraio 2017

Sadomadia

via
A scanso di equivoci, premetto che, se fosse stato un uomo, l'avrei notato lo stesso, l'occhio destro intendo, guardatelo attentamente, com'è lievemente impigrito, sembrano i miei mentre, davanti allo schermo a sguardarla (‘s’ rafforzativa, non necessariamente spregiativa), tento faticosamente di non addormentarmi, perché la ministra mi cloroformizza a tal punto che, se non distraggo lo sguardo, il post mi si ammoscia del tutto, senza dire niente sul fatto che, appunto, impudica, con l'indice e il pollice della mano destra, ella si permette persino di misurarmelo, il telelavoro, che altro, infatti
«La delega Madia prevede che le amministrazioni stringano accordi con nidi e scuole dell'infanzia, sempre nei limiti delle risorse disponibili.»
Stringano accordi. D'accordo, il mio ce l'ha in pugno: percepisco il freddo oro bianco dell'anello, per fortuna non tempestato di brillanti sulla circonferenza interna dell'anulare, che stringe forte, insieme al mignolo, tutta la mia impotenza. Povero me, povero me (cit.)
Per fortuna, la collana di giada (?) fornisce il necessario effetto carrucola. 
Posso digitare "Pubblica".

sabato 11 febbraio 2017

Il messo (23)

«Non credo di voler essere felice», lesse Marcello. «Confesso di non aver molta esperienza con la felicità, eppure ho come la vaga sensazione che non sia fatta per me, o io per lei. La felicità dura un attimo, il tempo di rendersene conto ed è già finita, non sta, non è qualcosa che permane appena la si ha o ci si è; essere felici è come raggiungere la cima di una montagna: si pianta la bandierina e poi, per forza, tocca scendere, si deve scendere, non si può rimanere in cima vita natural durante, a fare che, l'unico modo sarebbe morirci su in cima, morire felici, sigillare (d'oro, come la Bocchino) l'attimo di felicità e buonanotte.
Dunque, per quel che mi riguarda, non credo proprio di voler essere felice: piuttosto vorrei essere predisposto alla felicità, scalarla e basta, arrampicarmi sulla sua parete, starci appeso, vederla da sotto in su, faticare per raggiungerla, ma mai, e dico mai, conquistarla.
Finora, nella mia vita, sono stato bene soltanto a salire, ad arrampicarmi, a stare sospeso, non dopo, con la sospirata conquista della vetta e poi, a seguire, l'inevitabile scendere. Anzi, appena fatto un passo in discesa, subito sono stato assalito dalla malinconia, dalla tristezza, da un malessere profondo, dalla depressione. Appunto. Non vedevo l'ora di toccare il fondo per rivedere la felicità dal basso, per capire che l'unico modo è salire, salire - e io salirò salirò fino a quando a sarò, eccetera.

In questo momento sono sereno, appeso a mezza costa, sospeso, forse soddisfatto, come le anime del Purgatorio che patiscono felicemente l'attesa. Ogni tanto passa una teleferica alla quale potrei chiedere un passaggio per far prima a raggiungere l'obiettivo; ma io rinuncio, non serve a niente, inutile avere fretta, meglio vivere nell'attesa di essere felice, che rimpiangere una felicità che non c'è, non ci sarà mai più».

venerdì 10 febbraio 2017

La caparra dello Spirito

[1] Sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un'abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli. [2] Perciò sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste: [3] a condizione però di esser trovati già vestiti, non nudi. [4] In realtà quanti siamo in questo corpo, sospiriamo come sotto un peso, non volendo venire spogliati ma sopravvestiti, perché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita. [5] È Dio che ci ha fatti per questo e ci ha dato la caparra dello Spirito.

S. Paolo, Seconda Lettera ai Corinzi, capitolo 5

Crisi poetica. Crisi maieutica. Crisi digitale. Ho telefonato a Dio.

Pronto, Dio?
Sì.
La tua caparra ce l'ho anch'io?
Sì.
Potrei restituirla?
No. Fa parte del pacchetto base geni/memi.
Posso consumarla?
Ne hai già consumata un bel po'.
Significa che, quando il mio corpo sarà disfatto, avrò una casetta piccola piccola?
Una cassetta.
Nei cieli?
Dipende dai posteri, come ti spargono, se da una finestra o una scarpata, per esempio.
Il destino dei soffioni a noi non è concesso?
Scrivi.
Dove mi poso, mi poso?
Attecchisci.
E una volta attecchito?
Rivestiti del tuo corpo terrestre, a condizione di ritrovarti nudo, non vestito.
Non capisco più un cazzo.
Quanti siete nel tuo corpo?
Quanti sono nel mio corpo? Non ti seguo.
Followami.
Signore aiutami a discredere, come disse Stephen Dedalus.
Sei già screditato.
Ma volevo chiederti soltanto un po' di ispirazione.
Basta respiri.
Ho capito, Master of Sex: mi hai accaparrato.

martedì 7 febbraio 2017

Inutile

Inutile stia qui davanti in attesa di un'ispirazione che non verrà, di un ricordo che non vuol essere ricordato, di un sogno interpretato, di una interpretazione che non vuole essere data, di un commento azzardato, o anche di una semplice sequenza di parole che si trasformi in frase, e poi un'altra frase, al fine di ottenere un testo che abbia una forma decente e un contenuto abbastanza coerente, in breve: un post.
Ma forse proprio perché è inutile che ci sto (qui davanti, in attesa di). L'inutilità è qualcosa che nobilita l'umano (abitando a pianoterra, lo dico per elevarmi). Fare qualcosa di inutile, svincolato dal dovere, dall'obbligatorietà, dalla compravendita, produrre mero valore d'uso che consumo per primo per ristorare l'anima (nel caso l'avessi. Intanto frugo).
La scrittura bloggheristica anima l'io, lo tentenna, lo barcolla (avete presente le marionette), lo oggettivizza, lo affranca (bolla) e spedisce nel vago aere digital numerico, byte dopo byte, a comporsi, ricomporsi, affiancarsi, accasciarsi sul restante bianco a fine battitura.

Se fossero ancora quaderni, o fogli sparsi, non avrebbero lo stesso effetto, perché sarebbero morti lì e non morti qui - qui dove il corpo esposto si ossigena (brucia meglio), si compone e decompone, si informa e inforna (180°, un quarto d'ora).

La faccio lunga per allungare il brodo. Il brodo, dove tutto (pare) ebbe inizio.


Una semplice tendenza

§§§


«Qualora si confronti l’imponente sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale quale si presenta anche solo negli ultimi 30 anni, con la produttività di tutti i periodi precedenti, qualora soprattutto si consideri l’enorme massa di capitale fisso che in aggiunta al macchinario propriamente detto entra nel processo della produzione sociale nel suo insieme, si comprende come la difficoltà, che ha costituito finora oggetto d’indagine da parte degli economisti, di spiegare la diminuzione del saggio del profitto, venga ora sostituita dalla difficoltà opposta consistente nello spiegare le cause per cui questa diminuzione non è stata più forte o più rapida.

Devono qui giocare delle influenze antagonistiche che contrastano o neutralizzano l’azione della legge generale, dandole il carattere di una semplice tendenza; motivo questo per cui la caduta del saggio generale del profitto è stata da noi chiamata una caduta tendenziale.
Le più generali di queste cause sono le seguenti:


Karl Marx, Il Capitale, Libro III, Capitolo 14

domenica 5 febbraio 2017

I conti prima dell'oste

Alla Bocconi studiano sodo e serio, serio e sodo, intorno a temi complessi, analoghi allo studio dei buchi neri, non quelli sparsi nell'universo, bensì quelli dei Costi del Non Fare (CNF, acronimi bizzarri sui cui si potrebbe pure discutere e turpiloquiare)
.
Se il «non fare» costa 606 miliardi di euro è perché a farlo, forse (e dico forse sdraiato bocconi in terra, perché io non sono bocchiniano)  ci vogliono - butto giù ’na cifra, così a stronco - almeno 303 miliardi d'euro. Orbene, boccucce care che state a fare i CNF , ditemi un po’: dove li trova lo Stato tutti sti sòrdi? Glieli dà piccola media e grande impresa, insieme a tutti coloro che pagano le tasse? Mi sa che con il gettito ricavato dall'Irpef si fa poco.

bocchinini stanno a riflettere (sognare) sui futuri prossimi rilanci dell'economia (alias: nuovo ciclo di accumulazione capitalista), stimolata dalla spesa pubblica in infrastrutture, che sbocchino in un nuovo Miracolo economico, stile anni '60 - epoca in cui, per esempio, si costruì un'autostrada come quella del Sole in pochi anni. Che cari. Oggi si accontentano delle autostrade informatiche, a banda ultralarga, per collegare ultraveloce tutta la penisola. Bravi. E chi le dovrebbe costruire? La Sip?
I boccaperti restano silenti, tengono le boccucce chiuse, non tanto perché qualcuno gli ha detto che «la Bce comincerà presto a discutere l'uscita dal Qe» (questi son sempre stati sòrdi muti, giacché utilizzati massimamente dalle banche per comperare i titoli di Stato) ma proprio perché gli risulta più semplice fare una previsione su quanto costa il non fare che studiare quanto costa il fare e basta (e come ‘fare’ a finanziarlo).

sabato 4 febbraio 2017

Tormenti della parola

Antonio Di Benedetto, L'uomo del silenzio, 1964 (ed. it., BUR 2006)

«È colpa mia. Mi sono lasciato catturare dalla seduzione delle parole: con la loro apparenza di idee sembrano rivelare qualcosa, come se mettessero in guardia sulla natura dei loro strati profondi».


Valentin N. Vološinov (Michail Bachtin), Il linguaggio come pratica sociale, Dedalo Libri, Bari 1980
«Ma di questo parleremo parecchio più in là.»