martedì 21 maggio 2013

Io non sono un noto scrittore*

*
Ma ho sempre preferito la Tour Eiffel a Notre-Dame per morire.

*Né tantomeno di estrema destra (nemmanco di destra semplice).

P.S.
Continuo la polemica contro quei cervelloni dei giornalisti nostrani che definiscono l'odierno suicida di Notre-Dame, un «noto scrittore». Scrive Le Monde:
«Dominique Venner s'est suicidé, mardi 21 mai, à Notre-Dame-de-Paris, à l'âge de 78 ans. Peu connu du grand public, ancien soldat perdu de l'Algérie française ayant renoncé à l'activisme au milieu des années 1970, il demeurait une figure influente et emblématique de l'extrême droite française ainsi qu'une référence pour plusieurs générations de ses militants»

Quei due sapevano a memoria dove volevano arrivare




Non ho mai visto nessuno fumare, baciare, amare così bene, insieme.
[via]


«One night in 1953, Bogie, John Huston and some other friends were shooting the breeze rather tipsily about life and its meaning and the question arose as to whether there was any time of their lives they’d like to live over again. All of them except Bogie came up with cynical answers. Somebody said, “God forbid”. Somebody else: that he’d only like to cancel out a couple of times. Then Bogie spoke. “Yes, there’s a time I’d like to relive- the years that I have had with Betty.”»

-Joe Hyams, Bogart & Bacall.

«I was a kid in love for the first time. I was easy for me - I knew nothing about pitfalls. I was giving nothing but myself and I could do that without qualm. Never in my life had or has a man cared so much for me, wanted so much to protect me, surrond me with life’s joys, share everything. It made me want to return the care- to show him it was possiblle to be really happy with a woman, to give him children. I was determined to do that.»

-Lauren Bacall

Uomo, figura, scrittore


Le Figaro
Le Monde
La Repubblica
Corriere della sera
Dai soli titoli, in Francia «un uomo»; oppure: «una figura [un esponente] dell'estrema destra si suicida a Notre-Dame de Paris».
In Italia, invece, uno “scrittore si suicida” e nel titolo anche le motivazioni cubitali.

Anche a livello giornalistico, tra Francia e Italia, esistono diverse gradazioni di laicità.

lunedì 20 maggio 2013

Sopravvivere ai desideri

Sono sopravvissuto ai desideri,
Ho disamato i propri sogni;
Sole mi restano le pene,
Che vengono di cuore vuoto.

Alle bufere di crudele sorte
Avvizzì la fiorente mia corona;
Io vivo triste, solitario,
E aspetto: verrà la mia fine?

Così, da tardo gelo colta,
Della bufera all'invernale fischio,
Sola sul ramo dispogliato
Palpita un'attardata foglia.

Aleksandr Puškin, 1821, in Poemi e liriche, Einaudi, Torino 1960 (traduzione di Tommaso Landolfi)

Io no, difficilmente, sopravviverò ai miei desideri, stante così le cose. Io, infatti, desidero forsennatamente, ma non so esattamente cosa, mi sento perso per questo, mi guardo intorno alla ricerca disperante di modelli degni di essere imitati e, cazzo!, non ne trovo alcuno.
I media pullulano di merdosi lacchè che indorano le supposte del potere per renderle più gradevoli alla plebe. Anche i tribuni della stessa sono penosi e più li guardo e più me ne allontano. 
Cosa mi resta allora da desiderare, a parte quelle due o tre piccole pulsioni che si dibattono tra mente e sesso e che soddisfo alla meno peggio? Niente che valga la pena per cui mettersi in gioco nell'arena dei desideri dati. Saltare di classe, come un parvenu qualsiasi, tipo quelli russi che si sono trovati con le azioni buone delle aziende statali post comuniste e sono stati bravi a leccare il culo della causa nazionalista giusta, trovarmi in uno yacht pieno di fighe e di caviale, mentre uno stronzetto di rockstar mi strimpella una canzonetta per il mio gusto, forse è questo che potrei desiderare? O forse potrei desiderare un pompino a ventosa della Santanchè? Ti piacerebbe. Non mi piacerebbe. Dipende dalle circostanze. È più facile che un cammello me lo faccia un pompino. Una cammella, meglio. 
Resto immobile. Non sono abbastanza intelligente, volitivo meno, le mie doti sono limitate come quelle di una foglia. Palpito, m'attardo e resto solo, dispogliato, e prima o poi mi depilo il pube per vedere l'effetto che fa. Chissà se poi mi ritorneranno i riccioli. Sennò piangerò.

domenica 19 maggio 2013

I mangiatori a ufo di Panebianco

Chiarissimo Professor Panebianco,

nell'antico stereotipo, tagliato con l'accetta, che sarebbe alla base dell'ostilità tra lavoratori dipendenti (soprattutto del settore pubblico) e lavoratori autonomi, Ella in quale categoria si colloca? In quella dei «parassiti e mangiatori a ufo» con la laurea?

Cordialmente 

P.S
Quando un politologo elabora stereotipi sociali senza decostruirli, viene da essi sovrastato - e, tale esercizio, fa dubitare altamente dell'utilità “scientifica” di tale disciplina finanziata, all'Università di Bologna come in altre università statali, coi soldi pubblici.

Gesto diurno di un blogger errante d'Europa

Chissà dove andrà a finire
tutto il dire
che è stato detto
tutto il fare
che è stato fatto
e ciò che si dirà
e ciò che si farà
tutto chissà dove finirà.

Ho un'idea: una discarica
ai confini dell'universo
una galassia attiva che faccia
di questa materia dispersa
dell'uomo energia.

Ma la mia idea non vale:
in fondo sarebbe normale
che tutto finisse nel niente
il detto il fatto il rimasto sospeso
nella mente del mondo.

Tutte le parole dette
e tutte le azioni compiute
è tutta materia finita
che rimbalza che c'è
che non c'è - e
tra le due possibilità
non vedo tutta questa differenza.

Se c'è una cosa che mi spiace
del morire e dell'essere nato
è non avere la possibilità
di sapere come ciò
che è iniziato finirà:
se sarà morte del sole
se sarà un buco nero
se la Terra diverrà
un unico sterminato cimitero.

Il detto e il fatto
potranno qualcosa
al di fuori della storia?
Fuori del tempo e dello spazio
ci sarà di noi memoria?
Metto una mano sull'incurvatura
del braccio e compio il classico
gesto che consola.

sabato 18 maggio 2013

Autoscatti baconiani







Il Papa ama tutti, anche l'ambasciatore del Lussemburgo

Ieri l'altro, Papa Francesco ha incontrato gli ambasciatori del Kyrgyzstan, di Antigua e Barbuda, del Gran Ducato di Lussemburgo e del Botswana e gli ha fatto questo discorso. Ne estraggo alcuni brani:
Mentre il reddito di una minoranza cresce in maniera esponenziale, quello della maggioranza si indebolisce. Questo squilibrio deriva da ideologie che promuovono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria, negando così il diritto di controllo agli Stati pur incaricati di provvedere al bene comune. Si instaura una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone unilateralmente e senza rimedio possibile le sue leggi e le sue regole. Inoltre, l’indebitamento e il credito allontanano i Paesi dalla loro economia reale ed i cittadini dal loro potere d’acquisto reale. A ciò si aggiungono, oltretutto, una corruzione tentacolare e un’evasione fiscale egoista che hanno assunto dimensioni mondiali. La volontà di potenza e di possesso è diventata senza limiti.
Sarebbe bello se tale discorso, eventualmente, lo facesse, quando capita, anche agli ambasciatori degli Stati Uniti d'America, della Germania, del Giappone, della Gran Bretagna eccetera, più che altro per dar maggior risalto alla sua critica dell'attuale sistema economico.
Ma è una critica la sua?
No.
È un buffetto, non mette in causa nulla, sollecita soltanto chi detiene il potere a comportarsi meno schifosamente, di modo che i poveri sopravvivano e non si estinguano, ché sono la materia prima da sfruttare e per i ricchi e, in fondo, anche per la Chiesa.
Dietro questo atteggiamento si nasconde il rifiuto dell’etica, il rifiuto di Dio. Proprio come la solidarietà, l’etica dà fastidio! È considerata controproducente: come troppo umana, perché relativizza il denaro e il potere; come una minaccia, perché rifiuta la manipolazione e la sottomissione della persona. Perché l’etica conduce a Dio, il quale si pone al di fuori delle categorie del mercato. Dio è considerato da questi finanzieri, economisti e politici, come non gestibile, Dio non gestibile, addirittura pericoloso perché chiama l’uomo alla sua piena realizzazione e all’indipendenza da ogni genere di schiavitù. L’etica – un’etica non ideologica naturalmente – permette, a mio parere, di creare un equilibrio e un ordine sociale più umani. In questo senso, incoraggio gli esperti di finanza e i governanti dei vostri Paesi a considerare le parole di san Giovanni Crisostomo: «Non condividere con i poveri i propri beni è derubarli e togliere loro la vita. Non sono i nostri beni che noi possediamo, ma i loro» (Omelia su Lazzaro, 1, 6 : PG 48, 992D).
L'etica dà fastidio? Quale etica, vivaddio? Quella che conduce a Dio, secondo il Papa; forse che l'Etica di Spinoza andrebbe bene? 
Ai finanziari che poi sosterrebbero che «Dio non è gestibile» il  Papa dovrebbe offrire un corso accelerato di finanza e religione organizzato dalla Pontificia Università Lateranense, per mostrare loro come la Chiesa sia maestra nella gestione del Signore dell'Universo qui in terra, sfruttandone la materia in modo oculato e proficuo.
Cari Ambasciatori, sarebbe auspicabile realizzare una riforma finanziaria che sia etica e che produca a sua volta una riforma economica salutare per tutti. Questa tuttavia richiederebbe un coraggioso cambiamento di atteggiamento dei dirigenti politici. Li esorto ad affrontare questa sfida, con determinazione e lungimiranza, tenendo conto naturalmente della peculiarità dei loro contesti. Il denaro deve servire e non governare! Il Papa ama tutti, ricchi e poveri; ma il Papa ha il dovere, in nome di Cristo, di ricordare al ricco che deve aiutare il povero, rispettarlo, promuoverlo. Il Papa esorta alla solidarietà disinteressata e a un ritorno dell’etica in favore dell’uomo nella realtà finanziaria ed economica.
Che tale predica sortirà pochi effetti sulla crisi economica e finanziaria lo si nota anche dalla maniera in cui il Papa si rivolge ai  “dirigenti politici”: egli si limita ad esortarli, anziché a convincere il gregge dei fedeli ad esonerarli dal potere che (tali potestà) hanno; potere che, ineluttabilmente, esercitano nella perdurante affermazione degli interessi di classe dei ricchi a danno e pena dei poveri. Insomma, chieder loro «un coraggioso cambiamento di atteggiamento» equivale a domandargli di segare il robusto ramo di privilegi dove sono seduti. E i potenti della terra non sono mica simpatici o fessi come Gatto Silvestro o Wile Coyote (vorrei citare anche Bersani, ma lasciamo perdere).
Non si capisce poi come il Papa ami tutti, nello stesso modo, ricchi e poveri: Gesù almeno lanciava minacce e maledizioni ai ricchi (Luca, 6, 24-26):

Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già la vostra consolazione.

Guai a voi che ora siete sazi,

perché avrete fame.
Guai a voi che ora ridete,
perché sarete afflitti e piangerete.
Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi.
Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.

Perché a Papa Francesco non è venuto in mente di citare, appunto, tali versetti? Sarebbero apparsi troppo “satanici” per gli ambasciatori?

Il Papa esorta inoltre...
i dirigenti delle realtà finanziarie a prendere in considerazione l’etica e la solidarietà. E perché non potrebbero rivolgersi a Dio per ispirare i propri disegni? Si formerà allora una nuova mentalità politica ed economica che contribuirà a trasformare la dicotomia assoluta tra la sfera economica e quella sociale in una sana convivenza
...ma si sbaglia: infatti, chi muove l'economia del mondo da sempre ha gli occhi puntati verso Dio: al Dio di tutte quelle confessioni che garantiscono ai poveri affamati il riscatto nell'aldilà; in fondo, a stare bene in pochi in questo cazzo di mondo, rende gremite le tribune del paradiso. In altri termini: i ricchi hanno il grande pregio di produrre caterve di beati: concentrando la ricchezza in poche mani, si apre una platea enorme di diseredati che hanno fame e sete di giustizia, sì, ma che le troveranno non certo in questo mondo, ma in quello di là a venire, dopo la morte.
Tale logica mi fa anche comprendere come mai il Papa ami anche i ricchi; sono loro i veri angeli del Signore: una minoranza che si danna l'anima per salvarla ai più.

venerdì 17 maggio 2013

Domande così

Dopo le elezioni, i giornalisti fecero a gara a intervistare Dario Fo, Celentano, persino Pippo Baudo. Volevano un parere su Grillo. I  i giornalisti antiberlusconiani da Dario Fo si aspettavano altresì che li rassicurasse circa l'eventuale alleanza col Pd. Sappiamo com'è andata.

Il senatore Zanda, se non sbaglio, fu incaricato da Bersani di fare il negoziatore coi parlamentari grillini. Alla luce della sua intervista ad Avvenire, si può sostenere che i negoziati continuano sotto banco? Cioè a dire: data la fragilità politica dell'attuale governo che può andare in frantumi da un momento all'altro, è ipotizzabile che un altro tipo di governo tra diversi, Pd + M5S, sia questa volta proponibile, oppure il Presidente della Repubblica impedirà (vorrei dire nuovamente) questo tentativo, sciogliendo le camere?
Ma se presidenti di Camera e Senato dessero parere contrario (sulla base di un accordo politico tra Pd e M5S testé ipotizzato), Napolitano non avrebbe il potere di sciogliere lo stesso le camere, favorendo, volente o nolente, per l'ennesima volta Berlusconi, vero?

giovedì 16 maggio 2013

Opzioni

Ieri, per ragioni di lavoro, mi trovavo in una cittadina etrusca in riva al mare. Durante una pausa, io e una collega, la quale ha il vezzo di sminuire la portata erotica del suo culo e del suo seno, andiamo a prendere un caffè in un bar segnalato da altre colleghe che poco prima vi erano state.
All'ingresso, sotto l'ampia veranda del bar, seduti su dei comodi canapè, una decina di carristi dell'esercito italiano consumava la propria pausa. La collega si ritrova – vi ho già detto perché – numerose paia di occhi puntate addosso e, mentre per un attimo medito di prenderla sotto braccio, sì da aumentare l'intensità degli infrarossi che la spogliavano, mi sono voltato e ho sentito addosso io gli occhi da lupa (cit.) di una carrista, capelli scuri e coda di cavallo, seduta da sola su uno sgabello di quelli alti, all'americana, mentre sorseggiava una coca con dentro una fetta di limone, unica donna tra i suoi commilitoni. Non amo il genere donne in divisa ma questa, nonostante la mimetica, trasmetteva una femminilità potente, del tipo di donna che sa chiedere quello che vuole, anche le palle dell'eventuale partner di turno. Questa la mia impressione, almeno, più frutto dei miei attuali desiderata che di un efficace intuito come di chi la sa lunga (io non la so lunga).
E vabbè. Entriamo e ci dirigiamo al bancone. L'illuminazione è scarsa e il barista indossa una t-shirt nera con il logo del bar medesimo. Chiediamo due caffè e, nell'attesa, anziché dare di gomito alla collega, scherzando sugli sguardi che l'hanno attraversata, domando dove sia il bagno, ché mi scappa forte, e quindi.
Passo così veloce dalla semioscurità del salone del bar alla luce intensa dell'antibagno. Davanti a me due porte e tre simboli: maschi e femmine/handicap – e non capisco proprio il collegamento. Chiaramente, apro quella coi baffi e, che schifo: il wc è colmo di carta igienica zuppa e giallastra, sotto si nota roba marrone che non vuole andare giù, lo scarico di plastica dello sciacquone non c'è, c'è solo un rubinetto dentro l'incasso del muro, sul quale un ragno di mezzo ettogrammo ha tessuto una grossa ragnatela. Non ce la faccio, non posso tirare fuori il pene qui e pisciare, che puzza, no. Esco. Scusatemi, ma mi scappa forte: apro la porta con gonna e carrozzina: il cesso è pulito – e ti credo, e c'è pure un lavandino con sapone liquido di marsiglia. Chiudo la porta e tiro il chiavistello ma è difettoso. Pace. C'è calma, decido di farla. Ah, come si sta meglio. Con cura prendo un po' di carta igienica pulita e la passo per precauzione sul bordo. Ho la mira buona ma non si sa mai. Ho la coscienza sporca, ma la voglio lo stesso pulita, sotto certi aspetti. Tiro lo sciacquone. Mi lavo le mani e, mentre me le sciacquo, la porta si apre: la militare.

Ecco, a questo punto mi si propongono due opzioni. Continuare il racconto stando ai fatti, oppure stando alle eventualità che potevano verificarsi ma non si sono date, se non nella mia immaginazione. In breve, non so se continuare io la narrazione, oppure se è preferibile farmi sostituire da quel tale che si ostina a chiamarsi Lucas.
Sarà meglio ci dorma su.

A costo zero

Caso voglia che, mentre imburravo una fetta di pane toast e, dipoi, ne immarmellatellavo un'altra, pensavo al governo Letta, nella misura dei provvedimenti che potrebbe prendere a costo zero ora, subito, immediatamente con un decreto legge da imporre al prossimo consiglio dei ministri - e la prima cosa che m'è balzata in mente è via il Porcellum, subito.
Noto con favore che ho avuto lo stesso pensamento di Civati (da lui postato alle 7:18, io circa un'ora più tardi). Inutile dire che spero gli diano retta, se non al governo, almeno in parlamento. 
Secondo me, quel che resta del gruppo parlamentare del Pd, compresi i 101 dalmati, dovrebbe per intanto appoggiare il disegno di legge di abrogazione del Porcellum firmato dal - meraviglia! - senatore Calderoli.

mercoledì 15 maggio 2013

Da un lettore ai lettori

Un lettore mi scrive:

«Non so se il problema sia soltanto mio e se dipenda da qualche ragione che ora non so immaginare, ma desideravo informarti che da qualche settimana entrare a leggere i tuoi post mi risulta difficile: il  testo non scorre, si richiede di recuperare la pagina web, e via così...
Ti risulta che altri riscontrino difficoltà simili?»
Cari altri, succede anche a voi? Se sì, magari scrivo alla piattaforma Blogger per domandare lumi. Grazie.

Libretto rosso: di circolazione



Approdi del comunismo, in salsa capitalista.
Chissà, forse a Cuba, con una Maserati, ci farebbero una discoteca mettendo sullo stereo a palla



A parte:
Non capisco perché Berlusconi, invece di lamentarsi populisticamente contro il rigorismo economico della Merkel, non prenda anche lui, o meglio, faccia prendere anche lui da suoi dipendenti a mazzate la propria Audi A8. Dite che è blindata? Vabbè, esiste anche il tritolo volendo.

A parte bis...
...che non c'entra nulla con l'oggetto del post, ma c'entra con Berlusconi, il quale, dopo la requisitoria del pm Boccassini ha dichiarato: «Falsità ispirate dall'odio: non avranno mai la mia testa». Avranno il suo cazzo? Come scalpo, intendo.

martedì 14 maggio 2013

Una questione d'abitudine


A parte le cose che trapelano nella superficie dei titoli, io non ho seguito per niente il processo in oggetto. A naso, do ragione a Giulio Mozzi che ha trovato due perle nella*** nel commento alla  requisitoria operato dalla redazione dell'Ansa (vedi qui).
Quindi, è può essere presumibile che Berlusconi abbia buone ragioni per sostenere che in tale requisitoria vi siano delle “falsità” (ma saranno i giudici a stabilirlo). Con fatica, capisco altresì che Berlusconi dica vi sia “odio” da parte della Boccassini nei suoi confronti: chi non lo ama, lo odia - lui ragiona così, usando, per l'ennesima, volta, il suo lessico familiare. Quello che proprio non comprendo è perché abbia aggiunto «povera Italia»: in che senso «povera Italia»? “Povera” perché la requisitoria del Pubblico Ministero Boccassini è rivolta all'Italia? O è la Boccassini, in quanto rappresentante ufficiale del potere giudiziario della Repubblica, a rendere povera l'Italia? O forse perché Berlusconi s'identifica col corpo dello Stato e si autocompatisce?
Misteri: per parte mia ritengo che con «povera Italia» bisogna intendere questo: “povera quella nazione che da vent'anni non riesce a evacuare dal proprio intestino una simile tenia politica, economica, culturale - nonostante vi si siano prospettate diverse purghe che parevano efficaci, ma niente: è una (millenaria) questione d'abitudine; che non abbia a ingrassare troppo sto Paese”.



*** Update: 
Mi scuso se, in un primo momento, non avevo specificato che Giulio Mozzi stava criticando tale articolo di redazione e non la requisitoria in sé.
Ringrazio di rinterzo Luigi Castaldi che, mediante stimolo di questo suo post, mi ha fatto rileggere meglio quanto avevo linkato.

lunedì 13 maggio 2013

Prova d'artista

Paul McCarthy, White Snow, Balloon Dog (red), 2013. Vinyl-coated nylon
- Non è sempre possibile tenere alto il livello della comunicazione.
- Va bene, allora tienilo basso.

Un piccolo rutto, affatto simpatico, sortì dalla bocca del blogger, effetto di un orzo caldo intiepidito da latte freddo, dolcificato con miele di castagno, bevuto dopo una passeggiata in una fresca sera di maggio dal cielo stellato con annessa affilata falce di luna.


domenica 12 maggio 2013

Lavino

Sono in catalessi. Ho bevuto un vino dell'Etna che aveva troppi solfiti - ci credo. Poi mi vengono strani pensieri, erutto e frullo nella rete a casaccio, sapete come accade, da un link a un altro di foto con le donne ignude, ho trovato una tipa dalle tette enormi travestita da Satana: non pensavo che il diavolo, oltre alle pentole, facesse le tette, capezzoli compresi.
I capezzoli sono eccitanti e chissà perché, da un punto di vista evolutivo, li abbiamo anche noi uomini: per suggere che, sudore? I capezzoli sono altresì eccitabili, ma - se non sbaglio - non c'è paragone tra la sensibilità maschile e quella femminile: è come confrontare un ghiacciaio con un vulcano (il K2 con l'Etna, appunto).
Domanda politica: durante il ritiro della compagine governativa presso l'Abbazia di Spineto, ci sarà qualche ministro che avrà una (anche minima) attività sessuale? Sarebbe interessante saperlo, anche per indovinare la tenuta del governo. Il sesso, è risaputo, consente a chi lo pratica di fare squadra, di trovare affiatamento, non solo col proprio partner ma anche con se stessi, e per questo sarebbe interessante anche sapere chi si limita a una bella e sana masturbazione tra le candide lenzuola del resort toscano. Io devo dire la verità: dopo aver conversato con Alfano o con Lupi, se non potessi sfogarmi sessualmente, diventerei così nervoso da eruttare lapilli e lava.
Vado a bere un bicchier d'acqua che questo vino.

sabato 11 maggio 2013

Camminare attraverso noi stessi

Il da fare, il da farsi, il riempirsi la bocca di parole che si fanno, si sfanno, si sciolgono come crema, come fiordilatte, e non usate il burro per i rapporti anali che i grassi animali non vanno mescolati, o uomini, vetrine, smartphoni che ripigliano cortei casomai qualcuno alzasse la mano, alzasse picconi, piccioni, tortore, bersaglio mancato, bruttissimo esempio di umanità in piazza a dire, io la storia non la capisco, è anche meglio perché se la capissi mi prenderebbe lo sconforto, pareva tutto così facile, e tutto si è svolto invece secondo difficoltà previste, io oggi ho avuto da fare e non sono potuto scendere in piazza e sono entrato in una oreficeria, quanta gente, la fila, da non crederci, persino una coppia di anziani che ha speso seicento euro per un anello, cioè lui, il signore ha regalato alla credo di lui moglie un anello d'oro da seicento euro in contanti, era per le nozze d'oro, sono contento per loro, la signora sceglieva l'anello tremando, il signore alle sue spalle teneva i soldi dentro una busta, probabilmente quella della posta, aveva un cappello e un gilet da pescatore, hanno eletto un traghettatore, non poteva e non voleva sottrarsi, sai che differenza, ed è pure filosofo in pectore, e io da uno che è filosofo mi aspetto eccome che sappia sottrarsi, dividersi, scomporsi, fare a meno di sé, Epiphany, come questa di Stephen Dedalus:
«Io credo, O Signore, aiuta la mia incredulità. Cioè, aiutami a credere o aiutami a discredere? Chi aiuta a credere? Egomen. Chi a non credere? L'altro».¹
E poco prima:
«Ogni vita è una moltitudine di giorni, un giorno dopo l'altro. Noi camminiamo attraverso noi stessi, incontrando ladroni, spettri, giganti, vecchi, giovani, mogli, vedove, fratelli adulterini. Ma sempre incontrando noi stessi. Il drammaturgo che ha scritto l'in-folio di questo mondo e l'ha scritto male (ci dette prima la luce e il sole due giorni dopo), il signore delle cose quali esse sono che i più romani tra i cattolici chiamano dio boia*, è senza dubbio tutto intero in noi tutti, palafreniere e beccaio, e sarebbe anche ruffiano e becco se non fosse che nell'economia del cielo, predetta da Amleto, non ci sono più matrimoni, poiché l'uomo glorificato, angiolo androgino, è sposa di se stesso».²
L'economia del cielo è scesa tutta sulla terra e ogni cosa che accade va in cerca della sua giustificazione.  Anche noi, maghi dell'autoindulgenza, ci convinciamo che tutto va bene così, così dicono, gli altri, e ci crediamo, ridio boia, lontani da Egomen.

¹J. Joyce, Ulisse, Nono episodio, Scilla e Cariddi, La Biblioteca (edizione Meridiani Mondadori, pag. 293)
² Ibidem (pag. 292).
*In italiano nel testo.

venerdì 10 maggio 2013

La mucca da mungere

Stamani, mentre mi asciugavo, dopo la doccia dopo la palestra, nello spogliatoio, a qualche panca distante da me, due uomini (credo entrambi carabinieri, almeno uno lo so per certo) conversavano sui vantaggi e svantaggi del fare missioni all'estero, volontari.
Uno sosteneva che ci stava pensando, ma non certo per la gloria, soprattutto per fare qualche soldo in più - ma non in Afghanistan, troppo pericoloso, meglio scegliere missioni all'estero meno rischiose. 
L'altro confermava la pericolosità afgana, in virtù della sua esperienza: raccontava, infatti, di esserci stato in passato, alcuni mesi, e bisognava tutti giorni stare attenti alle mine e alle imboscate. Dunque, continuava, ci vuole una forte motivazione per andare là. Meglio il Kosovo, allora: in fondo là ci si limita a qualche posto di blocco. 
«Certo che hanno fatto una bella porcata nei Balcani, li hanno fatti scannare, e tutto perché non c'è petrolio. Gli americani intervengono celermente solo dove c'è petrolio».
E l'altro: «Se la crisi economica peggiora, faremo anche noi la fine dei Balcani: ma in fondo pare sia quello che vogliono, la guerra. È il meccanismo della crisi che porterà a ciò, perché solo la guerra garantirà la ripresa, altro che discorsi: una volta azzerato tutto, vedrai quanta creazione di posti di lavoro per ricostruire sulle macerie».
 «Ma che guerra vorranno che sia? Quella che basta premere un bottone e ciao?» 
«No, quella è anti-economica: i signori della guerra amano situazioni tipo la Siria, l'Afghanistan, robe così, distruzioni non apocalittiche. Il potere non può comprimere a lungo il malcontento, né reprimerlo coi manganelli. S'inventeranno qualche guerra, è necessario».

Dato che mi ero già asciugato e rivestito, e dato che la loro era praticamente una conversazione pubblica, mi volto verso loro e noto - presuntuosamente - che una mia opinione sarebbe gradita. E, riprendendo un passaggio dell'Intervista sul potere di Antonio Carioti a Luciano Canfora, letta poco prima sul mio Kindle, questa:
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dico: «L'enormità del divario tra chi ha di più e chi di meno è un dato di fatto, ma non si capisce perché tutto questo venga accettato come ineluttabile. La massa popolare, in Occidente soprattutto, forse perché lobotomizzata dal consumismo e dai media, non aspira più a mungere il capitale come si deve, né esistono partiti politici che propongano tale mungitura. Ma quanto conviene ai capitalisti di tenere tutto il latte per sé? Cosa cazzo se ne fanno? Quando saranno circondati da zombi affamati, dove si rifugeranno?».
Uno dei due, in procinto di andare, per chiudere con una battuta la conversazione, risponde:
«Nei loro yacht, debitamente attrezzati per stare al largo anche anni interi: quando saremo tutti morti di fame, potranno tornare e fare razzia di quello che resta».
Sorrido e saluto e, dirigendomi verso l'armadietto, mi mordo la lingua per non aver ribattuto:
«Già. Speriamo non vi costringano a fargli da guardia».

giovedì 9 maggio 2013

I colli fatali della storia

Lev Trotsky, Storia della rivoluzione russa, Sugar, Milano 1964
«La caratteristica più incontestabile della rivoluzione è l'intervento diretto delle masse negli avvenimenti storici. Di solito è lo Stato, monarchico o democratico, a dominare la nazione: la storia è fatta dagli specialisti del mestiere: monarchi, ministri, burocrati, parlamentari, giornalisti. Ma nei momenti cruciali, quando un ancien régime diventa insopportabile alle masse, le masse infrangono gli ostacoli che le separano dall'arena politica, rovesciano i loro rappresentanti tradizionali e con il loro intervento gettano le basi di un regime nuovo. Lasciamo giudicare ai moralisti se sia un bene o un male. Per parte nostra, prendiamo i fatti come si presentano, nel loro sviluppo oggettivo. La storia della rivoluzione è per noi, innanzi tutto, la storia dell'irrompere violento delle masse sul terreno dove si decidono le loro sorti.»

Ma l'irrompere delle masse è sempre guidato da qualcuno, il capo rivoluzione, Robespierre o Lenin, il quale, volente o nolente, emerge dalla massa e la conduce verso il nuovo regime; nuovo regime in cui le masse avranno perso il loro effetto di lava dirompente, saranno raffreddate e contenute dentro il perimetro di una nuova legalità.

«In una società coinvolta in un processo rivoluzionario, le classi si combattono. È quindi del tutto evidente che le trasformazioni che si determinano tra l'inizio e la fine di una rivoluzione nelle basi economiche della società e nel sostrato sociale delle classi, non sono affatto sufficienti a spiegare il corso della rivoluzione stessa, che, in un breve lasso di tempo, rovescia istituzioni secolari, ne crea di nuove, per rovesciarle ancora. La dinamica degli avvenimenti rivoluzionari è determinata direttamente da rapidi, intensi e appassionati mutamenti nella psicologia delle classi esistenti prima della rivoluzione.»

Finora la storia narra come il rovesciamento delle istituzioni secolari, tramite rivoluzione di massa, abbia determinato la nascita di nuove istituzioni; esse sono riuscite, in poco tempo, a ingabbiare la massa dentro un apparato in cui essa perde, gradualmente, tutto il suo potere “rivoluzionario” cedendolo, necessariamente (?), a un'élite, a un'oligarchia ben temperata che (ri)costruisce intorno a sé tutto il sistema di protezioni e perduranti garanzie che andranno a perpetuare un nuovo sistema di potere, mettendo le masse fuorigioco.

«Il fatto è che una società non muta le proprie istituzioni via via che si determinano i bisogni, allo stesso modo in cui un artigiano rinnova i suoi strumenti. Al contrario: in pratica, la società considera le istituzioni che la opprimono come un dato stabilito per sempre. Per decenni la critica di opposizione serve solo come valvola di sicurezza al malcontento delle masse ed è una condizione di stabilità della struttura sociale: per esempio, tale significato ha assunto, in linea generale, la critica della socialdemocrazia. Occorrono circostanza assolutamente eccezionali, indipendenti dalla volontà dei singoli individui o dei partiti, per liberare il malcontento dai vincoli della mentalità conservatrice e per spingere le masse all'insurrezione.»

Che Trotsky prefiguri anche il ruolo di Beppe Grillo in questo nostro frangente storico è pacifico.
Approfittiamo per riflettere intensamente su questo: anche noi, società più o meno civile, consideriamo le istituzioni che ci opprimono (secondo varie modalità) «come un dato stabilito per sempre»? Leggiamo ancora:

«I rapidi mutamenti di opinione e di umore della masse nei periodi rivoluzionari derivano dunque, non dalla duttilità e dalla mobilità della psiche umana, ma dal suo profondo conservatorismo. Poiché le idee e i rapporti sociali rimangono cronicamente in ritardo rispetto alle nuove condizioni oggettive, sinché queste condizioni non determinano un'esplosione, ne conseguono in periodi rivoluzionari, bruschi cambiamenti di idee e di sentimenti che cervelli polizieschi concepiscono puramente e semplicemente come il risultato dell'attività dei “demagoghi”.»

Le nostre idee e i nostri rapporti sociali sono cronicamente in ritardo rispetto alla realtà delle cose. Ostinarsi col riformismo è una delle più grandi fesserie, perché solo la morte riforma. Il problema, come superbamente intravvede Trotsky, è che saranno le condizioni oggettive a determinare un'esplosione sociale – e da qui il rinnovato pericolo che a far da detonatore a tali esplosioni siano i classici «cervelli polizieschi», i migliori garanti dello status quo sotto forma di una amara e violenta presa per il culo.

«Le masse danno inizio ad una rivoluzione non sulla base di un piano organico di trasformazione sociale, ma con la sensazione profonda di non poter più sopportare il vecchio regime. Solo gli strati dirigenti della loro classe dispongono di un programma politico, che tuttavia ha bisogno della verifica degli avvenimenti e dell'approvazione delle masse. Il processo politico essenziale di una rivoluzione consiste esattamente nel fatto che la classe acquista coscienza dei problemi posti dalla crisi sociale e le masse si orientano attivamente secondo il metodo delle approssimazioni successive. Le diverse fasi del processo rivoluzionario, concretizzate dall'affermarsi di partiti sempre più estremisti, traducono una spinta delle masse verso sinistra che continuamente si rafforza, sinché questo slancio non si infranga contro ostacoli oggettivi. Allora comincia la reazione: disillusione in certi ambienti della classe rivoluzionaria, accentuarsi dell'indifferenza, e, successivamente, consolidamento delle forze controrivolzionarie. Questo, almeno, lo schema delle vecchie rivoluzioni.»

E non esistendo più un partito che disponga un programma politico di lotta di classe, si sta qui e si sopporta stocazzo di ancien régime, anche perché tutto sommato si sta più o meno ancora bene, siamo il popolo d'Europa con la più alta percentuale di case di proprietà se non vado errando, frutto di una lungimirante politica di tenuta per le palle sociale che risale al dopoguerra (la casa bene sacro! mi ricordo un dettagliato post malviniano che però non ho appuntato).

A parte.
Il 9 maggio è la giornata della memoria delle vittime del terrorismo. 
Inoltre, il 9 maggio 1936, dal balcone centrale di Palazzo Venezia, Mussolini proclamò «la riapparizione dell'Impero sui colli fatali di Roma».

mercoledì 8 maggio 2013

Salvate il senatore Berlusconi

Il senatore Silvio Berlusconi è una persona generosa, che ha sempre saputo ricompensare i propri amici, i propri sodali, i propri servitori. Basti pensare a quanti di costoro ha riservato gloria e onori, posizioni di prestigio e stipendi di rilievo. 
Il senatore Silvio Berlusconi - narrano a corte - non ha mai licenziato nessuno, salvo qualche allenatore della sua squadra di pallone, ma sempre ben remunerandolo sino all'ultimo centesimo.

Per questo motivo, ritengo che oramai i dirigenti del Pd, che si sono cimentati nell'alleanza di governo con il Pdl, dovrebbero approfittare della situazione e sostituirsi ai Gasparri, alle Gelmini, alle Ravetto, ai Cicchitto eccetera e strapparsi loro le vesti in pubblico per l'accanimento giudiziario che il senatore Silvio Berlusconi continua a subire.

Sulla base del principio - sempre che sia un principio - «il nemico del mio amico è mio nemico», ritengo che una cospicua delegazione dei parlamentari del Pd farebbe bene, domani mattina, a recarsi al Palazzo di Giustizia di Milano per occuparne la sede, sì da dimostrare che anche loro prendono le difese dell'alleato, nella falsariga di quelle nazioni guerrafondaie che aspettano sempre una scusa qualsiasi per scatenare un'irrinunciabile guerra umanitaria.


Update mattutino.
Chiedo venia per l'interruzione brusca del post. Date le premesse, la conclusione voleva essere questa: se i piddini difenderanno Berlusconi come si deve, saranno degnamente ricompensati, fors'anche con la possibilità di far esercitare al governo una politica di sinistra (sempre che sappiano distinguere le differenze tra una parte politica e l'altra).

martedì 7 maggio 2013

Take a trip in the air


Cosa conosco e quello che conosco è bastante per darmi l'autorizzazione a dire che io so qualcosa? Dentro la testa più di tanto non entra e quello che si è assunto, a piccole o grandi dosi, a un certo punto della vita deve trasformarsi in un'espressione, quale che sia l'espressione, altrimenti si raggruma e intristisce, diventa una specie di ciste - e ora che ci penso: in vita mia mi sono già tolto due cisti sebacee dal cuoio capelluto, una che avevo sedici anni; e l'altra pochi anni fa; adesso sento ricrescermene una, al tatto sembra un chicco di riso e per non farla aumentare scrivo (e se diventa grande, bisturi).
Mi ricordo la prima mi fu tolta da un vecchio chirurgo di provincia, coadiuvato da una suora infermiera. Mentre sentivo trafficare nella regione occipitale destra, io canticchiavo questa canzone non proprio sottovoce; e la suora mi chiese:
- A chi vuoi bene?
- A Raffaella.

Raffaella era un'affascinante fricchettona, di qualche anno più grande di me, di quelle con la faccia da squaw, capelli castani lunghi e lisci con la scriminatura nel mezzo, i jeans strappati e un giubbotto di pelle di camoscio con le frange, viso dolce, labbra mordide, fiordiseno, e io ci persi la testa, ma lei l'aveva persa - pare - per un fricchettone più alla moda di me, un tipo che addirittura si bucava e io che figuriamoci, a mala pena gli spinelli mi andavano giù.
Nondimeno, lei era gentile e, in discoteca, mi sorrideva quando ci mettevamo tutti in cerchio a ballare lento Foreign Affair.

Ma il tema di questo post voleva essere la conoscenza, quella che entra dentro la testa di un individuo, nel corso degli anni, con sforzo o per inerzia, voluta, ricercata oppure subita. E vorrei capire perché in questo preciso momento la mente mia elabora un determinato ricordo anziché un altro, e la risposta è facile: la conoscenza, per essere tale, a un certo punto diventa espressione, deve uscire dal Sé, fare capolino nel mondo per testimoniare a se stessa che non è la sola cosa a esistere, che il solipsismo è una iattura, che l'intreccio di conoscenze è necessario, e che, per metterlo in atto, occorre una sua manifestazione - ed ecco che, faccina di bronzo, vado a giustificare l'esercizio quotidiano del blog. Mi esprimo, dunque sono, dentro i limiti di una conoscenza particolare.

lunedì 6 maggio 2013

Il saliscendi del pensiero


Questa tensione del pensiero. Questo pensare alto. Questo tentativo di catturare con la parola (modalità del pensiero) la realtà. Mi sento inadeguato, mi sforzo inutilmente, mi spremo invano le meningi, ma per poco: il pensiero va lasciato sciolto.

Un paio di tette portano a spasso un cane al guinzaglio.
Che bel cane, che belle tette.

- Mi scusi, signora: sa che ore sono?
- Che cazzo vuoi?

A questo punto io dovrei mostrare sorpresa, unita a una certa irritazione, come se veramente fossi interessato a sapere che ore sono, mentre sto gettando il sacco della spazzatura dentro al cassonetto, nel momento preciso in cui passa la summentovata proprietaria di tette.

Sorrido, rispondo:

- Non voglio un‘ cazzo’: vorrei sapere solo l'ora.

La signora mi guarda – e, a questo punto, data l'espressione, penso che potrebbe accadere di tutto, persino che ella inizi a gridare «Aiuto, al molestatore!».

Stlang!

Il portellone del cassonetto si è abbassato di colpo provocando il consueto rumore.
Il cane ha concluso di annusare intorno all'aiuola e, per questo, inizia a tirare. Il guinzaglio si tende. La signora sorride e, controllando il cellulare, mi dice:

- Sono le tette meno un quarto.

Il pensiero basso.

domenica 5 maggio 2013

È veramente cosa buona e giusta


Non è facile - è facile dare retta a Berlusconi, basta abituarsi, le sue ripetute richieste, richieste ripetute, sono ordini, non sono ordini, sono le cose che le gente vuole perché lui ha un filo diretto con la gente e quindi sa perfettamente cosa la gente vuole, telefona a tutta la gente tutti i santi giorni lui, mica discorsi, e la gente ha a che fare con lui, come con la spazzatura, d'altronde non a caso, egli, ne è diretta emanazione.
Adesso - no, non adesso, da qualche mese, diciamo, così perché la gente l'aveva un po' dimenticato, si è impuntato con questa storia della tassa sulla casa, quella stessa tassa che circa un anno fa, tramite il governo Monti, egli approvò in Parlamento insieme ad altri alleati dell'epoca, poi si è accorto che, tutto sommato, un po' perché deve pagare uno scroscio di soldi per gli alimenti alla sua seconda ex moglie, ha fatto due calcoli o se li è fatti fare dallo Spinelli ragioniere e si accorto, eccheccazzo, che lui di tassa sulle case ne paga uno stonfo, e che? «sono cretino, io non posso mica detenere tutti i recordi italiani di pagamento, e paga la seconda ex moglie, e la prima ex moglie, e tutte le belle orgettine a libro paga, e paga don Gelmini, e il San Raffaele meno male che Don Verzè non c'è (più), è morto sennò starei lustro, e paga gli avvocati, e paga De Benedetti, cazzo no, di tassa sulle case io mi sono rotto i coglioni, non posso permettermi un altro simile salasso, come fo, l'MPS non me li presta più i soldi, ho da mantenere un partito, una squadra, due ruffiani, un cristaccio morto che preghi per me, e per le mie piaghe sulla crapa che mi ostino a tingere con la pece a caldo, e tira su le borse sotto gli occhi, e tira una madonna, e quindi stop, è cosa buona giusta, è veramente cosa buona e giusta, vostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a me, italiani, che sono il vostro Padre Ignobile. In me si compiono le promesse, l'ombra cede il posto alla luce*, amen.

*Guardate come, infatti, in quella sorta di altare in pietra azzurra, con al centro il simbolo esoterico della fiamma (sembra il simbolo del gas: un omaggio a Putin?), si rifletta la luce del sole allo zenit.

Il peso politologico del professor Panebianco

L'editorialuccio che il professor Panebianco offre oggi alle stampe (che non sa di una sega nulla, ma questo sia detto tra parentesi), contiene - nelle ritrite ovvietà esposte - un passaggio che mi perplime. Riferendosi alla situazione politica che va dal Dopoguerra alla caduta del Muro di Berlino, Panebianco scrive:
“Il problema dei partiti non era conquistare un bel po' di voti altrui (cosa praticamente impossibile) ma mantenere, conservare, elezione dopo elezione, il proprio «pacchetto», il proprio blocco di voti. Si pensi al Pci. Escluso dalla possibilità di andare al governo, aveva certo interesse ad ottenere qualche voto in più ma l'interesse prevalente, dominante, era conservare i voti già acquisiti. Anche la sinistra democristiana, impegnata nelle lotte con le altre correnti Dc, aveva lo stesso problema: conservare i propri consensi, condizione necessaria per continuare a praticare il gioco del potere dentro l'allora partito di maggioranza relativa.”
Quello che mi lascia interdetto è che, nel ricostruire la suddetta battaglia politico-elettorale, Panebianco ritiene che Pci e Sinistra Democristiana avessero «lo stesso problema» e, francamente, da mero studente e non da studioso, mi pare che la questione non stia affatto in questi termini, giacché per «conservare i propri consensi» la Sinistra Dc lottava prima dentro il partito (imponendo candidature e scegliendo i migliori collegi elettorali) e soltanto poi attraverso il voto (in genere di scambio, che era il modo più sicuro di conservare i propri consensi).
In fondo, per gran parte dell'elettorato italiano che votava Dc turandosi il naso, poco importava prevalesse una corrente del partito o un'altra: l'importante era che il Pci arrivasse secondo e così è stato per circa quarant'anni.
Mi ricordo, più o meno a metà anni settanta, ero alle elementari, i maestri di scuola ci portarono in visita presso una vicina fattoria e la cosa che più conservo di quella giornata di sole di maggio, oltre agli starnuti e al prurito sconvolgente agli occhi, è il dipinto bianco e rosso, enorme, dello scudo crociato che campeggiava in alto sul silos del granaio in cemento; e, sotto lo stemma, c'era scritto a caratteri cubitali: «Si vota così».
Etci.
Cazzo ne sapevano le masse popolari cosa fossero le correnti democristiane? Ancora Panebianco non era diventato professore per spiegarglielo.

sabato 4 maggio 2013

Dove c'è fumo


Non c'è arrosto

via
L'esercito marciava per raggiunger la frontiera
per far contro il nemico una barriera.
Muti passaron quella notte i fanti
tacere bisognava e andare avanti.

Avanti un cazzo.

Dopo più di dieci anni, non è l'ora di farla finita con stocazzo di missione di pace internazionale in Afghanistan? Se non sbaglio i francesi si sono già levati dalle palle, e perché noi no? Di cosa s'ha paura? Del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, di che? A Obama gli si racconta che Bonanni ha lanciato un accorato appello sui rischi sociali che il Paese corre, capirà.

Il principio d'indelicatezza


«Charmante créature – Voi mi chiedete la mia biancheria sporca, la mia biancheria smessa. Ma sapete che questa richiesta è d'una delicatezza sublime? Vedete bene com'io avverta il pregio delle cose pregiate. Ascoltate, mon ange, in questa materia io faccio di tutto per assecondarVi, dacché rispetto profondamente i gusti, e le fantasticherie – per barocche che siano – le trovo tutte apprezzabilissime, vuoi perché non possiamo padroneggiarle, vuoi perché anche la più singolare e la più bizzarra, se analizzata a dovere, risale sempre a un principio di delicatezza. E Voi sapete che nessuno sa analizzare come me questo genere di cose. Dunque, mon petit chou, farei di tutto per assecondarVi.»

Donatien-Alphonse-François de Sade, Lettera alla moglie dal carcere di Vincennes, del 23 novembre 1783 (trovata in e tradotta da Vittorio Sermonti, Il vizio di leggere, Rizzoli, Milano 2009)
«Io sono di un'apertura totale al mondo gay. Comprendo quali problemi hanno dovuto affrontare fin dall'adolescenza, quando hanno scoperto la loro sessualità [...] A livello di persone non vedo differenza, ma non credo sia normale che un uomo vada con un trans. Come donna non riesco ad accettarlo". »
Più che essere offensive, quelle del neo-sottosegratario Biancofiore sono parole di un'indelicatezza assoluta. Lo so che esse sono sulla bocca di una consistente parte della popolazione italiana, la maggioranza forse. Ma quando diventano pubbliche, ovvero quando tali parole s'ignudano in pubblico, la vergogna si appiccica addosso a chi le pronuncia e non al bersaglio che esse vogliono colpire.
Perché la donna Biancofiore non riesce ad accettare che un uomo possa andare con un trans? Perché non lo trova normale, ossia possibile? Forse ella voleva dire: “non riuscirei ad accettare che il mio uomo possa andare con un trans” - e soltanto in questo caso il suo pensiero potrebbe essere giustificato perché il suo gusto personale non accetta (-erebbe) né accoglie (-erebbe) tale desiderio del “suo” uomo.
Chissà, forse la sottosegretaria Biancofiore riuscirebbe ad accettare che una donna vada con un trans; o forse no, non credo che le sue fantasticherie possano arrivare a tanto. 
Ma allora i trans con chi dovrebbero andare, con se stessi? Trans lesbian o trans gay? O, peggio, dovrebbero autocastrarsi e diventare degli eunuchi? Oppure ancora: essi dovrebbero chiudersi dentro un monastero di clausura? Ma come frati o come suore?

Comunque, io la Biancofiore l'avrei lasciata alle Pari Opportunità, perché, come scrive Balqis:
«Credo che la Biancofiore avrebbe potuto fare meglio di chiunque altro, proprio perché si sarebbe sentita investita di una responsabilità enorme».
E invece, indelicatamente, è stata spostata di ufficio a fare il sottosegratario alla Pubblica Amministrazione col Ministro D'Alia, per occuparsi di un altro tipo di “perversione”.

venerdì 3 maggio 2013

Tra il cesso e la tomba

«Dal 28 aprile, dopo la sparatoria davanti a palazzo Chigi, hanno iniziato a circolare centinaia di messaggi che dicono "Dovevano sparare a te", "la prossima sei tu", "càcati sotto, a morte i politici come te". La magistratura è avvertita, le denunce sono partite. "Ma è come svuotare il mare con un bicchiere. Credo che ci dobbiamo tutti fermare un momento e domandarci due cose: se vogliamo dare battaglia - una battaglia culturale - alle aggressioni alle donne a sfondo sessuale. Se vogliamo cominciare a pensare alla rete come ad un luogo reale, dove persone reali spendono parole reali, esattamente come altrove. Cominciare a pensarci, discuterne quanto si deve, poi prendere delle decisioni misurate, sensate, efficaci. Senza avere paura dei tabù che sono tanti, a destra come a sinistra. La paura paralizza. La politica deve essere coraggiosa, deve agire".»

Ipotizzare che per fermare tutta la valanga di violenza verbale e iconica diffusa nella Rete occorra una Nuova Legge, è contribuire all'idea che lo Stato sia impotente: come, non esiste già nel nostro ordinamento democratico qualcosa che punisca gli autori di siffatti messaggi vergognosi, frutto di vigliaccheria, violenza e stupidaggine assolute? Messaggi che offendono, appunto, la persona che li riceve e la sua dignità?

Per agire concretamente, il Parlamento dovrebbe semplicemente stimolare il Governo a trovare i fondi per fornire alla Magistratura e alle Forze dell'Ordine i mezzi per un maggiore e più efficace contrasto delle cosiddette Campagne di Odio che si scatenano, in genere, contro le donne, gli immigrati, gli ebrei, gli omosessuali, gli stessi politici. Giacché nutro il fondato sospetto che una Nuova Legge andrebbe soltanto a limitare la libertà di espressione di coloro che non usano il web per scrivere tali cattiverie e scemenze, tali minacce e offese. 
In fondo, invitare un politico (o una donna, un ebreo, un immigrato, un omosessuale) ad «andare a cacare» non è affatto la stessa cosa che invitare qualcuno a sparargli (o spararle). Tra il cesso e la tomba la differenza è abissale. Se poi qualcuno augura tutte e due le cose ("càcati sotto, a morte i politici come te"), vale la seconda e partano denuncia e sanzione.

giovedì 2 maggio 2013

Presidente D'Alema, stavo a penzà na cosa


«Si prega di confermare la propria presenza entro martedì 7 maggio scrivendo a:segreteria@italianieuropei.it  o telefonando allo 06.45508600.
Per accedere alla sala è necessario presentare un documento di identità. 
Per gli uomini è obbligatorio indossare la giacca.»

E per le donne?



Sarei curioso di partecipare, la giacca fresco di lana ce l'ho già, quindi potrei. Soprattutto per ascoltare se anche Massimo D'Alema, per il futuro della sinistra, ha ripensato il capitalismo. 


P.S.
È già (mi sembra) la terza volta che riporto questo meraviglioso scampolo felliniano. Ma è più forte di me, repetita iuvant.

Hanno rifiutato il possibile

I Se e i Ma, eccetera.
Giglioli li elenca tutti con precisione e chiude sostenendo che tale esercizio, forse,
«può servire a ricordarci che in questo fallimento nessuno è innocente e che da questo fallimento ciascuno deve imparare: per quello che verrà dopo Letta, perché un dopo Letta prima o poi arriverà»
Che cosa c'è da imparare? Niente.
Nessuno è innocente, dunque tutti colpevoli. 
Io compreso? Forse. Perché? Perché ho votato Partito Democratico.
Ed ecco la sola cosa che ho imparato: col cazzo che gli renderò il voto. Dagli errori s'impara. 
Il paradosso è che nel 2008, quando il Pd, con Veltroni alla guida, perse contro Berlusconi, non mi sembrava di aver perso così di brutto. No. 

Ma per tornare ai se e ai ma.
La cosa assurda è che tali opzioni, tali scelte sembravano le più razionali, le più possibili, le più auspicabili. Erano lì, a disposizione come ciliegie mature, e niente: sono state fatte marcire sull'albero. Di più: là fuori della segreteria c'erano milioni di elettori che bestemmiavano contro quell'imbelle di Bersani, contro D'Alema, Fioroni, Bindi, Finocchiaro, Gentiloni e compagnia cantante, e loro di coccio, così come contro quel testadura di Grillo che forse non ha ancora compreso che, per aprire la scatola tonno del Parlamento, gli serviva l'apriscatole del Pd.

Insomma, la porcata è stata fatta, guardare avanti.
Mi chiedo solo: nel caso che il guitto Berlusconi si sfili dal governo e reclami nuove elezioni, prima che Napolitano sia costretto a sciogliere le camere, un tentativo di accordo con Grillo per fare due o tre leggi (a partire dal conflitto d'interessi) sarà sempre improponibile?

mercoledì 1 maggio 2013

Fiori rosa


fiori di cotogno
stasera sogno.
Sogno cosa?
Una scusa
disillusa
per uscire
dal mio nitrire
di carne di cavallo
che ama lo stallo
ma non la mossa
o l'apertura che possa
disarcionarlo.
Rimanere in me:
che tarlo.
Ché
mi occorra
la droga?
Non finanzio camorra
e non amo la foga.
Cambia la seconda
vocale e capisci
che ciò che amo è la fionda
che mi tira lontano e intuisce
dove possa cadere:
non amo saltare nel vuoto
non è mio mestiere
portare ex voto.
A chi li porto poi se io
non prego?
A Dio?
Appunto, così lo frego.
A Dio non porto nient'
altro che i miei sbagli
che il mio niente
i miei abbagli
la mia insipiente vita.
Insipiente? Aspetta, mi assaggio:
il mio polso sa di maggio:
polline da fuoriuscita.