giovedì 20 febbraio 2020

Polvere di stalla

Conosco di vista un genetista di mucche da latte che ha selezionato una razza in grado di scappare da una stalla di Abbiategrasso e di correre sulle ciclabili senza reggipetto, così per farsi ballonzolare le poppe a piacimento e spargere latte sul selciato senza mungitura e, di poi, aggredire una ragazza snella con un tight aderente dell'adidas per invidia sociale, farsi arrestare e giudicare sommariamente da una giuria di macellai amanti dell'ordine precostituito.

Peccato che non vi sia una branca della genetica che si occupi di selezionare una razza di politici meno insulsi, antipatici, deficienti, egocentrici, con la faccia come un culo da nettare dopo aver espletato le sue normali funzioni di svuotamento - politici che sanno anche loro scappare come bovi dalla stalla, senza tema di trovare dopo un mattatoio.


domenica 16 febbraio 2020

Io se fossi Dio (lato 2020)

1. Io, se fossi Dio, data la febbre planetaria, convocherei un G8 (o un G20 o un GTutti) straordinario a Wuhan, senza mascherina.

2. Dato che noi umani non facciamo praticamente niente di quanto sarebbe possibile fare per l'emergenza climatica e ambientale del pianeta, io, se fossi Dio, darei all'asse terrestre un movimento ondulatorio, per velocizzare il cambiamento delle stagioni (comprese le mezze) negli emisferi e dare un senso metafisico all'impazzimento generale del clima. La Terra trottola...

3. Io, se fossi Dio, direi a Lula di riportare Cesare Battisti in Brasile con un lasciapassare vaticano.

4. Io, se fossi Dio, «e io potrei anche esserlo, sennò non vedo chi», darei uno schiaffo a Renzi da appiccicarlo al muro e, da bravo Signore dei Braccianti, toccherei pure il culo alla Bellanova.

5. Io, se fossi Dio, andrei al Carnevale di Venezia per vedere se i sensori saprebbero contare anche me. Sennò, al limite, manderei mio figlio (Ostia Lido).

6. Io, se fossi Dio, basta: sposterei Betelguese un po' più vicina da queste parti qua.


venerdì 14 febbraio 2020

Vicino, vicino

Mentre, distratto, riflettendo su cosa fare da cena, assorbiva il lucore degli agrumi disposti a schiera nel reparto ortofrutta di un supermercato, sentì di spalle pronunciare il suo nome con un tono sorridente e, infatti, girandosi, la vide sorridere e disporsi di slancio verso un abbraccio che, in un certo qual modo, lo turbò. «Come stai, quanto tempo, questa è mia figlia», una copia di lei, qualche anno più indietro. Strinse le labbra al pensiero che la ragazza, più o meno, fu da lei concepita pochi mesi dopo che si erano lasciati, o meglio: che l'aveva lasciato senz'altro motivo che quello di essersi innamorata di un altro. Purtroppo per lui, lui, a quel tempo, l'amava ancora, di un sentimento che si sentì strappare di dosso come una pelle, tanto ancora credeva - a torto - che lei gli fosse attaccata.
Si limitò a poche parole di convenienza: non gli uscì alcuna di quelle frasi a effetto che, negli anni, si era preparato per occasioni come questa. Disse anche lui dei suoi figli, uno dei quali era a studiare in Thailandia grazie alla borsa di studio del ministero, e che presto sarebbero andati a trovarlo, lui e sua moglie - e sapeva che diceva questo solo per coprire il fianco scoperto al desiderio di sempre: poter riprendere con lei un treno prima che finisca l'inverno, prima che il vento diventi insopportabilmente caldo e quel poco di freddo che resta diventi desiderabile toglierselo di dosso dentro una camera d'albergo, tra le lenzuola. E sebbene non una parola di queste uscì dalle sue labbra, lei che lo aveva sempre saputo leggere oltre la convenienza e la tristezza, questa volta, l'unica volta dopo tanti anni che non si vedevano, rispose: «Mi piacerebbe».
Se fosse stato un serio giocatore di poker sarebbe andato a vedere, ma non lo fece. I cellulari di entrambi emisero un suono soffocato di notifica, elementi di perdurante distrazione. Forse sarebbe stato il caso di scambiarsi i numeri, ma per dirsi che? Per vedere i propri reciproci stati su whatsapp? O per inviarsi delle foto ogni tanto e fingersi di nuovo teneri amanti che si cercano, come prima si scrivevano foglietti di un bloc notes a quadretti in una corrispondenza immediata, inframmezzata di baci?
Non c'era più tempo per nessuno dei due. Ciò che erano stati, non lo sarebbero stati più. Restava il ricordo reciproco di ciò che di bello avevano rappresentato in un tempo preciso della loro vita e, se ci pensavano un po' più intensamente, se si guardavano, vedevano e sentivano inumidirsi gli occhi, ma nessuno dei due sarebbe stato disposto a piangere. O forse no, forse a lui dopo, in macchina, qualche lacrima scesa sarà.

mercoledì 12 febbraio 2020

Le circostanze

Non vado più a tempo
Non faccio più a caso
Mi mento per altro
E smetto tra poco
Di stare nel gioco
Che faccio del disco
Incantato succede
La sveglia su un piede
Che scalzo levò
E tutto appare diverso
Dal prezzo del pene
Che scorgo laggiù
Non altro che un fatto
Di vita che nuova
Presenta il suo conto
In un'alba racchiusa
E vedo distante
La stanza e la fede
Il dare coerenza
Agli atti scomposti
Piuttosto mi scanso
O lo specchio riappanno
Con un filo di fiato
Mi sbarbo a casaccio
Mi lavo un solo avambraccio
Ché l'altro era quello
Dove ho sognato
Riavere la guancia
Attaccata alla tua
Ascendente bilancia
Mi asciugo e mi vesto
Bisogna faccia presto
Sorseggio un caffè
La borsa la corsa
La notte lontana
Ma più lontano sei tu
Distante da te
Presente a che cosa
Le ore che volano sopra
I capelli che non sono più
Non mi pettino più
Non mi mettano giù
Le circostanze
E vada finché l'andare
Sarà possibile.

domenica 9 febbraio 2020

Il peso umano

« Intorno all’XI secolo secondo il computo cristiano, [...] popolano il pianeta (ma si tratta, avverto, di stime) suppergiù, ad essere ottimisti, 290 milioni di persone. Niente, in confronto ai sette miliardi e mezzo di oggi. Differenza abissale, di un pianeta notevolmente meno antropizzato, dove nel rapporto tra uomo e natura è la natura ad avere il sopravvento, con una forza condizionante. »
Amedeo Feniello, in AA.VV, Storia del mondo. Dall'anno 1000 ai nostri giorni, Laterza, 2019.

Insomma, nel 1010 d.C. gli umani erano, suppergiù, 300 milioni, mentre nel 2020 sono o, meglio, siamo (finché si campa) 7 miliardi e mezzo. E diamo pure la colpa ai pangolini.
Chissà nel 3030 quanti saranno (saremo non lo potremo dire, Sanremo chissà).

Pensando all'oggi, a questo oggi che ci costringe a essere così deludenti rispetto a quello che potremo fare per rendere il mondo un posto migliore (il mio modestissimo contributo, quasi nullo, è qui, nella dispersione di pensieri senza costrutto e spessore), possibile che non ci accorgiamo di quanto graviamo sulla biosfera con il nostro vivere, defecare compreso?

A questo proposito, in un altro libro che ho attaccato a leggere oggi: S.L. Lewis-S.A. Maslin, Il pianeta umano. Come abbiamo creato l'Antropocene, Einaudi, 2019, si legge:
« Sulla terraferma, se pesiamo tutti i grandi mammiferi presenti sul pianeta oggi, soltanto il 3 per cento di questa massa vive allo stato selvatico. Il resto è costituito da carne umana per circa il 30 per cento del totale e dagli animali allevati di cui ci nutriamo per il rimanente 67 per cento. »
Ma affinché il pianeta ci regga meglio, non è necessario mettersi a dieta o diventare vegani, né tantomeno cannibali: il problema da risolvere è come organizzare il nostro vivere, defecare compreso. Come sussistere, che cosa produrre, per quali finalità, giacché le finalità attuali (quelle dettate dal sistema produttivo vigente: il profitto alias la valorizzazione del capitale), sono le vere responsabili dell'abnorme aumento del peso (incidenza) umano sul pianeta, più della tettonica a placche, più dei vulcani o dello sporadico bombardamento di meteoriti. 

venerdì 7 febbraio 2020

Qualifica di blog di qualità

1. Giorni in cui arrivo a sera a notte a letto e non ho pensato scritto ed ecco excusatio non petita.

2. «Sia il vostro parlare ‘sì’ ‘sì’, ‘no’ ‘no’, poiché il di più viene dal maligno». Argomento validissimo, soprattutto per i gruppi whatsapp e affini, con una differenza sostanziale: il di più nelle chat non viene dal maligno, il quale - come insegna il diavolo di Guido da Montefeltro - ribatte a colpi di logica, bensì dal suo opposto non diabolico, che risponde a colpi di ripetute insensatezze, non consequenziali all'argomento trattato, dove ognuno parte per la tangente senza rispettare le convenzioni minime dell'impianto dialogico, regole tali che se infrante durante una qualsiasi conversazione di persona provocherebbero imbarazzo e rossore nell'interlocutore che vedrebbe ogni suo dire frainteso o, peggio, interrotto da altro argomento che non c'entra affatto con l'oggetto del discorso avviato. 

3. Leggendo le Disposizioni per la promozione e il sostegno della lettura approvate dal Senato ieri l'altro, in particolare gli articoli 8 e 9, l'unica cosa che ho da aggiungere a quanto detto qui, è che mi piacerebbe far parte di un gruppo chat avente come membri i firmatari della legge, così tanto per sapere se nell'Albo delle librerie di qualità ci rientrano soltanto quelle snob che fanno le vetrine fighe con mille varianti e brani a effetto estratti dai libri promossi, o altresì le cartolerie scaciate che vendono giornali e balocchi vari, o anche i soggiorni e i billy e gli ivar ikea con i libri svedesi esposti senza allarme che tanto nessuno li ruba.

4. Io perché il titolista di Repubblica abbia scritto "cari" ai "fascisti" proprio non lo capisco, proprio no.


lunedì 3 febbraio 2020

Foto di gruppo con merito

Ai telai, alle spole!

La prese di punta e si punse, chiaramente, e giù acqua ossigenata a iosa, ché la schiumina sulla ferita gli dava ebbrezza, come un calice di champagne. Fu così che distolse lo sguardo a beneficio del guardato, dato che lo guardava male, anche se normalmente vestito, come per coglierlo in fallo. E dire che quel tizio non aveva fatto niente e neanche aveva in animo di fare qualcosa: stava lì ad aspettare la corriera per Singapore, voleva passare una nottata caldo umida. Tutto aveva un senso, persino l'insensato. E io scrivo apposta, perché non mi sia rinfacciato di lasciare il non detto non scritto. Tanto per come ragionano le genti dalle menti irretite o per seguire il branco, o per distinguersi dal branco, o per replicare vox populi, o per contraddire vox populi, impediti tutti al silenzio perché tutti a conoscenza di come stanno le cose, nel secondo cassetto dell'armadio, sopra le mutande e i calzini.

Sfido io, ma il gioco non vale, perché in realtà non c'è partita a giocare con sé stessi. Se stessi in bilico, viaggerei spesso a rimorchio, sulle autostrade d'Italia, il famoso paese meraviglioso, tutto golfini a modo e foto di gruppo in ordine spazio, sorridenti, che non mancano né sorci, né denti.
Figuriamoci. Vengo anch'io da una famiglia di filatori (parte materna), che lavoravano al telaio di un famoso lanificio che ora non più. Era del padre del Sartori, il politologo morto or non è molto, che con verve tosconuiorchese bastonava sul doppio turno alla francese le italiche genti. Eppure, la fabbrica, che tanto sudore, ore e rumore ha consumato della pelle, delle palle, delle ovaie e delle orecchie di operai e operaie, quella fabbrica durata un secolo e diventata un museo a cielo deserto, ha smesso di essere, tutto il valore volato via, se non nei quattro soldi dei quattro straccioni di padroni. Il resto sono ossa e marchette per l'Inps. E mi ricordo - forse l'ho scritto, ma non mi ricordo, sicché lo riscrivo uguale - che mi fu raccontato che, durante un'assemblea straordinaria nella quale l'amministratore delegato (il Cipriani) dell'epoca annunciava che macchine e, avessero voluto anche loro, operai e operaie, sarebbero state trasferite in altra sede lontana, il Lamberti, operaio alla cardatura, si rivolse al Cipriani così: «A me, Cipriani, tu mi fai ridere la cappella». E fu chiusa, la cappella, e il Cipriani se ne andò via con il Volvo («Glielo darei io, il Volvo») e il Lamberti, invece, fu messo in cassa integrazione.

Dipende da dove caschi. Dall'intraprendenza. Dalla facciaculaggine. Dal merito... Tiratemi due schiaffi forti, me li merito.

sabato 1 febbraio 2020

Per dindi Lipperina

La Lipperini, scandalizzata, su Facebook scrive:
«Il romanzo di Fontana, in lettura, è splendido. In lettura, ripeto. E i critici dovrebbero parlare dopo aver letto, perdindirindina.»
E senz'altro ella avrà ragione, ma, prima di dire perdindirindina, avrebbe dovuto considerare che i critici, in quanto lettori, hanno facoltà di scegliere che cosa leggere e aver dei sani pregiudizi: e qualsiasi romanzo che superi duecento pagine è pregiudizievole.

Poi, si dirà: ma i critici sono pagati per... per leggere e non leggere.
Immaginate un critico (classe 1937) che apre il pacco di libri che gli editori gli hanno spedito perché li "visioni" e, nel caso, li recensisca. E poniamo che tale critico abbia una rubrica settimanale su un quotidiano, per la quale è pagato, e nella quale è libero di scrivere di quel che più gli aggrada, settimana dopo settimana. Questa settimana, la cosa che più lo stupisce, sono tre libri di tre autori italiani, più o meno giovani, più o meno sconosciuti, le cui pagine, messe insieme, danno un totale di 2188. Può egli avere il diritto di criticare garbatamente, non il contenuto dei libri, ma tale abbondanza premettendo, appunto, che:
«Non so quando troverò il tempo di leggerli, e francamente non ne sento il bisogno.»?
Secondo me sì. Anche perché, per quel che mi riguarda, nonostante non dubiti che quei libri siano splendidi in lettura, credo che siano ancora più splendenti in non lettura, o anche: li potrei leggere soltanto se mi pagassero, per ognuno, almeno dieci volte il prezzo indicato in copertina.
Perdindirindina.

venerdì 31 gennaio 2020

Giornate preterintenzionali


Sono un uomo di mezza e.
Alto un metro e chissà.
Attributi: apposizioni e complementi.
Sono un soggetto soggetto.
Vado spesso a spasso.
Urgo.
Temo la vendetta fatta baciata lettera e testamento.
Avvio computer e poi li spengo.
Utente zero.
Friggo poco.
Non mi piace l'acetone.
Sono finanziato con un muto.
Mi piacciono le sorde.
Godo a tratti.
Vado a pipistrelli.
Orino quando scappa.
E voi?
Incerto sul da farsi, non faccio foto alla mia faccia per non peggiorare l'autostima.
Gli specchi non dicono mai la verità.
Se Vattimo fosse stato una donna, sarei un filosofo stipendiato e parlerei e scriverei di Marx a cazzo di cammello.
Cambio non automatico.
M'innamoro lentamente.
Stupefacenti usati: la polverina delle ali delle falene.
Sport: tua sorella.
Distruzione: laurea in legno storto dell'umanità.
Città di origine: un punto dell'emisfero nord.
Relazione: compensata. 
Siete assicurati? Rubate i miei dati e poi datemi un rimborso milionario.



mercoledì 29 gennaio 2020

Staccando l'assegno da terra

«È legge il decreto salva-Alitalia. Il decreto ha ottenuto l’approvazione definitiva dell’assemblea del Senato. Con questo provvedimento il governo ha assegnato altri 400 milioni di euro di soldi pubblici alla compagnia commissariata 33 mesi fa. I soldi sono già stati versati dal ministero dell’Economia nelle casse della compagnia prima di Natale.» via

Tutto sommato, 400 milioni di euro equivalgono a quattro o cinque maxi vincite al superenalotto, con la differenza che tale cifra non è la somma di un montepremi di soldi spesi volontariamente dai giocatori, che sarà poi ripartito tra i vincitori; piuttosto, sono soldi pubblici, ricavati o dal fisco o dal debito statale, dai cittadini che avrebbero volentieri fatto a meno di giocare.

lunedì 27 gennaio 2020

Penso poco

«Ci sono molti pensieri, io ne penso pochi. Essenziale non è ciò che penso, bensì che penso poco».
Bertolt Brecht, Storie del signor Keuner, Einaudi, Torino 2008

Riducendo l'azione del pensiero, si lascia più spazio (più energia) alla digestione, con buona pace del signor Antonetto. E la mano, anziché sullo stomaco e l'intestino tenue, scivola lentamente, ma inesorabilmente (Giorgione dixit) verso la zona genitale, là dove i pensieri si fanno faceti, perché non è più la testa a pensare, là-bas.
E, in certi frangenti, il pensiero non pensato dalla testa, ricorre ai tempi della scoperta d'amore, quando tutto era meraviglia e l'infinito sembrava a portata di mano, di lingua, di reni e di tutte le altre componenti connesse allo svolgimento delle funzioni sessuali.
Poi tutto diventa normale, l'amore diventa amore di testa e tutto finisce nell'affezione o nella disaffezione, dipende dalle circostanze, dalle trasformazioni e dagli impegni che la necessità richiede. La propria indole ha la meglio, cioè la propria testa con dentro i pensieri che distraggono dall'essenziale e riconducono l'io in balia del quotidiano, del gioco balordo del fare e del disfare, del commercio generale e delle marchette della pensione che non si accumulano più. 
Ah, i sogni: ma sono esistiti, i sogni? O erano semplici pensieri?

E mi torna in mente la cometa di Halley, che apparve nel cielo di quando pensavo.
E, se mi permetto di sperare di rivederla, è per dirle che non la penso più.

domenica 26 gennaio 2020

Kazinform

«Un nuovo accordo di partnership internazionale va ad incrementare il portafoglio di collaborazioni strategiche dell'Agenzia ANSA: Kazinform, l'Agenzia di informazione ufficiale del Kazakistan, e ANSA hanno firmato un accordo di collaborazione che prevede la disponibilità e lo scambio dei rispettivi contenuti informativi in lingua inglese. Si arricchisce quindi per i clienti delle due Agenzie l'offerta di servizi di informazione internazionale: l'accordo prevede infatti l'integrazione reciproca dei notiziari in lingua inglese e la creazione di spazi dedicati alle notizie dal Kazakistan - sul sito ANSA.it e dall'Italia». Ansia.

Non potevo esimermi dal riportare questa edificante notizia riguardante l'accordo tra le due agenzie: per un uomo di mezz'età, il mantenimento della forma è tutto, a partire dagli organi preposti all'informazione e non. Ora poi che saranno aperti ampi spazi dedicati alle notizie dal Kazakistan bisogna farci trovare preparati, all'erta, per commentarle senza pregiudizio veruno. 

sabato 25 gennaio 2020

Prima o poi

«Nei sistemi di propulsione elettrici ci sono meno componenti e, in alcuni casi, la costruzione è più semplice rispetto ai motori a scoppio. Questo significa che, nel tempo, ci sarà una dispersione di lavoro. Stesso declino per l’indotto: di molti dei componenti che oggi provengono da fornitori esterni non ci sarà più bisogno». Mike Manley e la Redazione motori del Corsera.

«Non può essere diversamente in un modo di produzione entro il quale l’operaio esiste per i bisogni di valorizzazione di valori esistenti, invece che, viceversa, la ricchezza materiale esista per i bisogni di sviluppo dell’operaio.

Come l’uomo è dominato nella religione dall’opera della propria testa, così nella produzione capitalistica egli è dominato dall’opera della propria mano». Il Capitale, capitolo 23, "La legge generale dell'accumulazione capitalistica"



So bene che alle conferenze stampa degli Chief Excutive Officer gli scassacazzi non sono invitati: ma possibile mai che non ci sia uno scoglionato, con il tesserino di giornalista attaccato al collo, che chieda: per quale motivo se il lavoro si disperde (e in alcuni casi emigra), invece il capitale si accumula (anche se, nel caso della FCA, emigra lo stesso)? In buona sostanza: come mai sempre in culo agli operai?

Prima o poi, prima o poi...

giovedì 23 gennaio 2020

Furbetti?

Non mi piace digrignare i denti e sbavare, come un militante all'onestà, davanti a queste notizie. Purtuttavia, insistere a chiamare «furbetti» costoro

Ansia

mi sembra piuttosto indulgente e riduttivo.

Perché - se non ricordo male - furbetti erano anche quelli del Cartellino... O, forse, quest'ultimi sono coglioni semplici perché non hanno ville, né Ferrari e neppure le imprese?

mercoledì 22 gennaio 2020

Attenzione alle fiamme

Un paio d'estati fa bruciavano le foreste californiane. L'estate scorsa son bruciate le foreste amazzoniche e quelle siberiane. Or non è molto (estate australe), le foreste australiane. Data questa tendenza, dato il movimento di rivoluzione (purtroppo solo terrestre e non dei terrestri), ahimè è facile prevedere che, estate dopo estate, boschi e foreste di entrambi gli emisferi brucino. 

Purtroppo a Davos brucia soltanto la legna dei caminetti e il pellet delle stufe, vero Efesto?