domenica 20 aprile 2014

Massar Chef

Prendete una fetta di mortadella alta tre dita (indice, medio, anulare) e privatela dei larderelli bianchi di grasso con estrema precisione, sostituendoli con del riso basmati cotto nel latte di soia transgenica. Successivamente, spalmate sulla fetta di mortadella uno strato di crema di nocciole della Cappadocia sul quale posizionerete delle acciughe sotto sale del mar Cantarbico (senza privarle della lisca, mi raccomando). Spolverateci poi sopra una grattata di Parmigiano Reggiano stagionato 30 mesi e dell'estratto secco di valeriana per assopire il tutto.

Fatto questo, provvedete ad arrotolare la fetta di mortadella così farcita che legherete con della rete d'agnello. Una volta ottenuto l'involtino, inseritelo all'interno di un branzino capace di contenerlo. Adagiate il tutto su una teglia, salate, pepate, aggiungete un filo d'olio di sansa d'oliva e mezzo bicchiere di kambusa l'amaricante. Cuocete in forno preriscaldato e ventilato a 190° per 19 minuti. Buon appetito.

Risorgere

A grande richiesta, la mia, nel senso che ogni Pasqua questa poesia mi torna in mente.

È la Pasqua, la Pasqua, la Pasqua!
Corro in bagno, riempio la vasca,
perché al suono di tante campane
la mia anima puzza di cane.

Toti Scialoja, La mela di Amleto, Garzanti, Milano 1984

Stanotte ho sognato che il nostro cane era morto e che, dopo aver scavato una buca, lo seppellivamo in giardino.
Stamani ho aperto la persiana e il cane è arrivato subito, dietro la porta a vetri, in attesa del suo consueto biscotto.
Gliene ho lanciati tre.

sabato 19 aprile 2014

Il problema economico


L' 8 novembre 1931, nella Prefazione al suo Essays in Persuasion, John Maynard Keynes scriveva:

« L'autore guarda ad un futuro più lontano e medita su questioni che, per realizzarsi, abbisognano di una lenta evoluzione. Può concedersi la libertà di perdere tempo e di filosofeggiare. E qui emerge, con maggiore chiarezza, quella che in sostanza è la sua tesi costante: la profonda convinzione che il “problema economico”, come possiamo definirlo per brevità, il problema del bisogno e della miseria, e la lotta economica fra classi e paesi, non è che un terribile pasticcio, un pasticcio contingente e non necessario. Infatti, il mondo occidentale dispone già delle risorse, ove sapesse creare l'organizzazione per utilizzarle, capaci di relegare in una posizione di secondaria importanza il “problema economico” che assorbe oggi le nostre energie morali e materiali.
Pertanto, l'autore di questi saggi, dopo tutte le sue nere previsioni, spera ancora e crede che non sia lontano il giorno in cui il “problema economico” occuperà quel posto di ultima fila che gli spetta, mentre nell'arena dei sentimenti e delle idee saranno, o saranno di nuovo, protagonisti i nostri problemi reali: i problemi della vita e dei rapporti umani, della creazione, del comportamento, della religione. E si dà il caso che esista una sottile ragione, tratta dall'analisi economica, per la quale la mia fede possa essere ben riposta. Se, infatti, persistiamo nell'operare coerentemente secondo ipotesi pessimistiche, rischiamo di chiuderci per sempre nel pozzo del bisogno. »
J. M. Keynes, Esortazioni e profezie, Il Saggiatore, Milano 1968 (traduzione di Silvia Boba).

Da allora, dal 1931 (anno di nascita di mia madre) sono trascorsi ottantatre anni. Una guerra mondiale nel mezzo e tutto il resto di Storia verificatosi sino ad oggi. Abbiamo scoperto che il problema economico non è un pasticcio contingente, bensì permanente e necessario «che assorbe [ancor] oggi le nostre energie morali e materiali».
È forse questo che impedisce o rende aleatorio occuparsi di quelli che Keynes chiama «i nostri problemi reali», giacché essi sono in primo luogo problemi di natura economica. Per superare questa impasse in cui, oggettivamente, l'umanità si trova bisogna recuperare, a mio avviso, una certa contezza, ovverosia che il sistema economico che domina il pianeta e al quale, oramai, quasi tutte le società si sono votate (o sacrificate), non è l'unico possibile e immaginabile, soprattutto: non è un sistema imposto dalla necessità, ma da determinati rapporti di classe tra chi domina e chi è dominato.
Chi oggi può serenamente occuparsi della vita, dei rapporti umani, della creazione (!), del comportamento, della religione (aggiungiamo: della cultura) prescindendo dal fatto che l'umanità è nettamente divisa tra una ristretta cerchia di pezzi di merda che vivono al pari di semidèi e una sterminata massa di diseredatati che più o meno vivicchiano o sopravvivono a servizio e gloria del capitale?
Almeno una volta gli dèi si potevano bestemmiare, o beffare; e se scendevano dal cielo talvolta capitava che qualche terrestre osasse metter loro le mani addosso. Oggi niente di tutto questo. Ogni critica, meglio e soprattutto: la critica all'economia politica è considerata tal quale un'eresia e bruciata sul rogo dell'inattualità.*

*Inattuale un cazzo. L'unico modo per resistere oggi è rileggere Marx e tenere duro, perché mi sembra l'unica maniera per resistere razionalmente e non farsi prendere per il culo.

venerdì 18 aprile 2014

In God We Trust


Papa Francesco: «Il vero nemico di Dio non è Satana ma il denaro»


Oh, Dio, come desidererei avere la stampa dello scontrino.

Una zazzera centroeuropea

« Gli Entretiens si sono ridotti in sostanza a un dialogo fra l’esistenzialista Karl Jaspers e il marxista Lukács György. Jaspers è popolarissimo in Europa, Lukács infinitamente meno. Personalmente, io cedevo un poco all’influsso della rappresentazione mitica che me n’aveva fornita l’amico Theophil Spoerri, assiduo ed entusiastico frequentatore dell’unico esemplare del capolavoro di Lukács che figuri in una biblioteca pubblica svizzera. Quando codesta opera, su marxismo e coscienza di classe, fu giudicata eterodossa dalle supreme istanze del partito, Lukács si sottomise alla condanna e sottrasse alla circolazione quante più copie gli fu possibile, tanto che il libro è diventato una rarità: dimostrando per tal modo di non essere soltanto, teoreticamente, la testa più forte del marxismo, ma, nei fatti, un fedele senza riserve. E si capisce come, esule in Russia dopo la disfatta del regime Bela Kun in cui era stato sottosegretario, vi abbia esercitato funzioni direttive della propaganda; e come da poco sia tornato in Ungheria, quale professore di estetica (forse noi gli avremmo preferito un’altra cattedra, ma non più “utile”) all’università di Budapest. Mentre Jaspers, gentiluomo altissimo, esile, pallido e canuto, figurino impeccabile in nero o in grigio, possedeva il capitale d’un volto amabile a priori all’uditorio e lasciava visibilmente trasparire sotto l’eleganza letteraria la nobiltà d’una gradevole personalità morale, il piccolo Lukács, col suo volto di asceta magro e duro, con la bocca larghissima e piatta, gli occhiali ampî, la zazzera centroeuropea appena contenuta e un vestitino color senape, di sé offriva crudelmente sempre e soltanto la lama. Con ciò, non so su quanti ascoltatori potesse contare disposti a provare, non dirò attrattiva, ma addirittura simpatia, verso lo spettacolo dell’intelligenza pura, intendo anche scevra d’ogni altra qualità umana. Comunque, c’era chi scrive, affetto di codesta infrenabile debolezza. S’aggiunga che non è diffusa la sensibilità al rigore del ragionamento. Il discorso di Jaspers era benissimo composto e sistematico, ma si può dubitare che un’interiore coerenza e necessità speculativa legasse alle premesse esistenzialistiche i corollari di fraternità universale e di vago liberalismo (Jaspers s’inibiva ogni preciso esame politico) che egli offriva come coronamento della sua etica. (Poiché a un filosofo non chiederemo né di condurre né di predicare una vita irreprensibile, ma di produrre una morale teoreticamente soddisfacente). La chiusura era invece totale dalla parte di Lukács, fra l’elogio del razionalismo cartesiano, illuministico e hegeliano e il riscontro di simile tradizione nella sola società organizzata se non altro come germe di democrazia reale e non formale, o addirittura la ricorrente applicazione della formula d’alleanza del ’41 fra i due generi di democrazie. Lukács, voglio dire l’intelligenza di Lukács, è stato il trionfatore ideale di questa corrida filosofica, e con lui qualche marxista francese passabilmente eterodosso, da buon intellettuale; o diciamo che, sia pure per l’interposta persona dei marxisti, ha trionfato Hegel. Si potrà deplorare la lacuna aperta fra le due concezioni, l’assenza della “terza” voce, per esempio del hegelismo liberale, il silenzio del pensiero italiano¹; ma i fatti son questi. »

Gianfranco Contini, Dove va la cultura europea?, Quodlibet, Macerata 2012

¹Alla Fiera letteraria Rencontre Internationales svoltasi a Ginevra nel 1946 era stato invitato anche Benedetto Croce, il quale non partecipò. Contini, innanzi a quanto sopra trascritto, testimonia uno spassoso perché:
«Quanto a Croce, anche lui preannunciato, e che poi mise innanzi impedimenti fisici, era facile prevedere ch’egli pure paventasse un’anfizionìa radicaleggiante, alla Guglielmo Ferrero; ma mi hanno autorevolmente assicurato ch’egli fu soprattutto sensibile alla minaccia d’una calata di Sartre: «E allora che ci andiamo a fare?», badava a ripetere.»

Sorgiva

Da un po' di tempo a questa parte mi piace riscrivere Marx. Questo perché, leggendolo, m'imbatto in passi che mi sembrano sorgenti di acqua calda, benefica, che mi viene spontaneo rimettere in circolo (la circonferenza di una cruna di un ago) ché altri ci possano mettere i piedi e la mente e provare ristoro - come provo io - o irritazione - come proveranno coloro che hanno Marx a noia.

« Quanto più la produzione si configura in modo tale che ogni produttore viene a dipendere dal valore di scambio della sua merce, ossia quanto più il prodotto diviene realmente valore di scambio, e il valore di scambio diviene oggetto immediato della produzione, tanto più devono svilupparsi dei rapporti di denaro e le contraddizioni che sono immanenti al rapporto di denaro, al rapporto del prodotto con se stesso in quanto denaro. L'esigenza dello scambio e la trasformazione del prodotto in puro valore di scambio procedono di pari passo con la divisione del lavoro, vale a dire con il carattere sociale della produzione. Ma nella stessa misura in cui quest'ultimo si sviluppa, si sviluppa il potere del denaro, il rapporto di scambio si afferma cioè come potenza esterna ai produttori e da essi indipendente. Ciò che originariamente appariva come un mezzo per promuovere la produzione, diviene un rapporto estraneo ai produttori. Nella stessa misura in cui i produttori vengono a dipendere dallo scambio, lo scambio sembra divenire indipendente da essi, e sembra crescere il baratro tra il prodotto in quanto prodotto e il prodotto in quanto valore di scambio. Non è il denaro che genera queste antitesi e contraddizioni; è invece lo sviluppo di queste contraddizioni e antitesi che genera la potenza apparentemente trascendentale del denaro. »

Karl Marx, Grundrisse, Quaderno I, “Il capitolo del denaro”, 64-37, 65-11. Edizione Einaudi.

Il brano testé ricopiato, oltre a spiegare le ragioni di fondo della sovrapproduzione fa, conseguentemente, intuire il perché del puttanaio economico che stiamo vivendo, ivi compresa la spaventosa produzione di spazzatura.
Riguardo a quest'ultima, credo che la responsabilità del singolo abbia un certo peso - eziandio ben calcolato dai sostenitori della decrescita felice - sulla produzione esponenziale di rifiuti; nondimeno, è ovvio che la responsabilità individuale, pur grande che sia, è e sarà sempre poca cosa di fronte alla responsabilità di un sistema economico strutturalmente irriformabile in cui ogni produttore dipende dal valore di scambio.

Ciò detto, seppur senza entusiasmo, continuerò a fare raccolta differenziata, anche se in un certo qual modo avverto che le discariche a cielo aperto e cielo chiuso hanno, in sé, qualcosa di rivoluzionario.

mercoledì 16 aprile 2014

Sive gallus, mulier et blogger

«Post coitum omne animal triste est sive gallus et mulier». 
Detto attribuito a Galeno da Alfred C. Kinsey, Sexual Behavior in the Human Femal 

Ecco, tento le dieci righe, garanti di essere passato di qui a esprimere la mia quota d'essere. 
- Che tedio. 
- Il problema è tutto mio, grazie, me lo tengo. 
- Non è un problema, è un sollazzo, proprio il contrario di quanto riportato in esergo. Dopo il post io mi sento meno triste, un po' meno, perlomeno, di quanto lo sia post coitum.
- Dipende con chi il coito.
- Indipendentemente da chi.
- Dipende e basta.
- Non è del coito che voglio parlare.
- Di cosa vuoi parlare (parare)?
- Parlare del fatto che spesso penso che questo specchio bianco su cui scrivo sia appannato e non so dove andare a parare.
- Non mi è mai piaciuto giocare in porta, ne pago ancora le conseguenze.
- Passa una mano sullo specchio.
- Ci restano le impronte.
- Il
- Non esiste, esisti Te.
- Forse avrò detto già tutto.
- Questo è indubbio; s'era capito da subito chi eri, pochi misteri nascondevi. Ti sei gettato.
- Pubblicato.
- Soprattutto di notte, l'ora migliore per chi si dà via a gratis.

*

martedì 15 aprile 2014

Con la leva della circolazione non alzerete un cazzo


A coloro i quali ritengono, persuasi dalle soluzioni “facili” proposte dai cosiddetti teorici o guru antisistema [*], che l'uscita dell'Euro dell'Italia sia la panacea ai guai economici e finanziari che affliggono il nostro Paese, suggerisco, pacatamente, la seguente lettura tratta dai Grundrisse

« È possibile rivoluzionare i rapporti di produzione esistenti e i rapporti di distribuzione ad essi corrispondenti mediante una trasformazione dello strumento di circolazione — trasformando cioè l’organizzazione della circolazione? Inoltre: è possibile intraprendere una simile trasformazione della circolazione senza toccare gli attuali rapporti di produzione e i rapporti sociali che poggiano su di essi? Se ogni trasformazione in tal senso della circolazione stessa presupponesse a sua volta trasformazioni delle altre condizioni di produzione e rivolgimenti sociali, crollerebbe naturalmente a priori questa dottrina, le cui artificiose proposte in materia di circolazione mirano da un lato ad evitare il carattere violento delle trasformazioni, dall’altro a fare di queste trasformazioni stesse non un presupposto, ma viceversa un risultato graduale della trasformazione della circolazione. Basterebbe la falsità di questa premessa fondamentale a dimostrare l’uguale fraintendimento della connessione interna dei rapporti produzione, di distribuzione e di circolazione. L’esempio storico precedentemente addotto non può naturalmente decidere, dal momento che i moderni istituti di credito sono stati ad un tempo sia effetto che causa della concentrazione del capitale, costituendone soltanto un momento, e che la concentrazione del capitale è accelerata sia da una circolazione difettosa (come nell’antica Roma) sia da una circolazione scorrevole. Occorrerebbe inoltre indagare — o piuttosto rientrerebbe nel problema generale, — se le diverse forme civilizzate del denaro — moneta metallica, carta-moneta, moneta di credito, denaro-lavoro (quest’ultimo come forma socialista) — possono raggiungere ciò che da esse si pretende senza sopprimere lo stesso rapporto di produzione espresso nella categoria denaro, e se in tal caso, d’altra parte, non è di nuovo una pretesa autodistruttiva quella di voler prescindere, attraverso la trasformazione formale di un rapporto, dalle condizioni essenziali del medesimo. Le varie forme del denaro possono anche corrispondere meglio alla produzione sociale a vari livelli; e l’una può eliminare inconvenienti per i quali l’altra non è matura; ma nessuna, finché esse rimangono forme del denaro, e finché il denaro rimane un rapporto di produzione essenziale, può togliere le contraddizioni inerenti al rapporto del denaro: può soltanto rappresentarle in una forma o nell’altra. Nessuna forma di lavoro salariato, sebbene l’una possa eliminare gli inconvenienti dell’altra, può eliminare gli inconvenienti del lavoro salariato stesso. Una leva può vincere meglio di un’altra la resistenza della materia inerte. Ma ognuna si basa sul fatto che la resistenza rimane. »
Karl Marx, Grundrisse (stasera ho tratto il brano dal sito Criticamente, cap. 2 Il denaro, pag. 8)

[*]
Tali economisti appaiono antisistema, ma sono a esso consustanziali in quanto si prefiggono soltanto di consolidare «gli attuali rapporti di produzione e i rapporti sociali che poggiano su di essi». Per questo motivo, nonostante usino spesso, a sproposito, il termine rivoluzione, il loro è soltanto un mero lavoro di restaurazione e consolidamento dell'attuale sistema di potere. In breve, a mio avviso, più che economisti sono ingegneri che preparano una via di fuga, un piano bis, un'uscita di sicurezza riservata a coloro che occupano i posti di prima classe.

Catene alimentari

Mi sono svegliato, ho aperto le persiane e, davanti alla porta finestra, c'erano alcuni lombrichi secchi. Ho pensato: ma siamo sicuri che per fare certi mestieri ci vogliano veramente una laurea e un curricolo?
O piuttosto una precisa appartenenza di classe?
Ho preso quindi la scopa e ho spazzato, nel prato, i suddetti lombrichi. Spero tanto passino i merli.

lunedì 14 aprile 2014

Dita


«I loro discorsi, di solito, riguardavano gli anni durante i quali s'erano frequentati. Lui le ricordava particolari irrilevanti, il colore della sua veste quella certa volta, chi era venuto quel dato giorno, ciò che lei aveva detto in un'altra occasione; e lei, tutta meravigliata, rispondeva:
- Sì, mi ricordo.
I loro gusti, i loro giudizi erano identici. Sovente, quello che stava ascoltando esclamava:
- Anch'io!
Erano, poi, interminabili lagnanze contro la Provvidenza:
- Se il cielo avesse voluto... Se ci fossimo incontrati...
- Ah, fossi stata più giovane!
- No: io di poco più vecchio.
E s'immaginavano una vita d'amore e basta, tanto feconda da colmare qualsiasi solitudine, forte più d'ogni gioia, al di sopra di tutte le miserie, dove il tempo si sarebbe dissolto in una perpetua espansione di se stessi; una vita alta e rilucente come un palpitare di stelle.
Stavano quasi sempre fuori, in cima alla scalinata; le fronde degli alberi toccate dal giallo dell'autunno si gonfiavano ineguali davanti a loro fino alla pallida estremità del cielo. Qualche volta raggiungevano, alla fine del viale, un padiglione il cui unico mobilio era un canapè di stoffa grigia. Macchie nere invadevano lo specchio, le pareti sentivano di muffa; ma loro restavano là rapiti a parlar di se stessi, degli altri, di non importa cosa. A volte, attraversando le gelosie, i raggi di sole si fissavano tra il soffitto e il pavimento come le corde d'una lira, e il pulviscolo si metteva a turbinare in quella gabbia di luce. Lei si divertiva a fenderla con la mano; lui se ne impadroniva dolcemente e contemplava l'intreccio delicato delle vene, i piccoli nei della pelle, la forma delle dita. Più che una cosa, ogni dito di lei era, per Federico, quasi una persona.»

Gustave Flaubert, L'educazione sentimentale, (1869), edizione Garzanti, Milano 1966, traduzione di Giovanni Raboni.

Quando ero innamorato prendevo sovente la mano dell'amata, la tenevo, giocavo con le dita dopo aver ripetuto la filastrocca mano, mano piazza, la baciavo, la premevo piano tra il mio orecchio e la mandibola, chiudevo gli occhi e speravo che essa, poco dopo, da lì scendesse e risolvesse la questione trovando il mio desiderio.
Ciò nonostante, non avevo mai pensato di personificare ogni dito.
Forse perché non avevo letto questo passo di Flaubert o forse perché ero giovane e non avevo ancora scoperto i benefici del massaggio prostatico?

domenica 13 aprile 2014

Ritorna a casa, made in Italy

«L'aumento assoluto del capitale non [è] accompagnato da un corrispondente aumento della domanda generale di lavoro»[*] K. Marx


La Repubblica, con un articolo di Maurizio Ricci, saluta oggi con favore il “rientro” in Italia di numerose («un'ottantina») aziende italiane che avevano delocalizzato la produzione all'estero.
Buona notizia - uno si dice sul momento - càpita proprio a fagiolo per dar conforto al governo Renzi.
E così si va a leggere l'articolo speranzosi che tal fenomeno semi-strutturale contribuisca a “creare” occupazione.
Macché


«L'effetto netto sull'occupazione è che i posti di lavoro che si recuperano non sono uguali, né per quantità, né per professionalità, a quelli che si erano persi originariamente con la delocalizzazione».

Praticamente, siamo in presenza di uno dei classici trucchetti che il capitalismo escogita per resistere al fallimento suo prossimo venturo (preciso che essere falliti non vuol dire essere finiti), come preconizzato dalla legge marxiana della caduta tendenziale del saggio del profitto.
Se si aumenta l'investimento di capitale costante (in questo caso i robot) a scapito del capitale variabile (forza-lavoro)¹, ciò porterà i suoi frutti soltanto nel breve-medio termine, giusto il tempo di far sì che la concorrenza inferocita corra ai ripari, i profitti si azzereranno e il mercato - in questo caso le donne di fascia media del nord-Europa² - non sarà nuovamente saturo.
Inoltre, sia detto per inciso, di fronte a una drastica diminuzione globale dell'occupazione, quelle migliaia di lavoratori extracomunitari che facevano ”6/7 operazioni ripetitive”, se non troveranno altri sfruttatori occidentali, andranno a occupare oltremisura la massa di reclute dell'esercito industriale di riserva «che appartiene al capitale in maniera così completa come se quest'ultimo l'avesse allevato a sue proprie spese, e crea per i mutevoli bisogni di valorizzazione di esso il materiale umano sfruttabile sempre pronto, indipendentemente dai limiti del reale aumento della popolazione»³.

A leggere Marx queste cose le ho imparate anch'io - e sono contento, perché mi sembrano solari, palmari, a meno che non si rifiutino a priori - come gli inquisitori rifiutavano, all'epoca di Galileo, la teoria eliocentrica.

Bene, ammettiamo, per un attimo e per assurdo, che il succitato Ricci, estensore dell'articolo, avesse seminato in esso i miei stessi dubbi circa la natura dell'operazione ritorno a casa del made in Italy.
Beh, sono pronto a scommettere cento euro che la redazione (o forse il direttore in persona) l'avrebbe esonerato dall'occuparsi di economia.
Piuttosto dell'aceto di lamponi, come Licia Granello (la quale, una domenica ventura, ci illustrerà le virtù del guano).

¹ «La popolazione operaia produce in misura crescente, mediante l'accumulazione del capitale da essa stessa prodotta, i mezzi per render se stessa relativamente eccedente». K. Marx, Il Capitale, Libro I, sez. VII, cap. 23, paragrafo 3 (pag. 777 non televideo ma edizione Einaudi)
² Ogni capitalista si prefigura un preciso target di mercato. Nel caso specifico: per quanto tempo le donne nordeuropee di fascia media potranno garantire profitti alla suddetta azienda? Finché avranno un'occupazione e un salario. Quindi, se da una parte si alleva un esercito industriale di riserva, dall'altra vanno allevati un cospicuo numero di fortunati consumatori (ma mi sa che che 80€ non basteranno).
³ Ai nuovi malthusiani (tipo Giovanni Sartori o l'amico blogger Massimo al quale suggerisco vivamente la lettura del capitolo indicato del Capitale) che dicono che siamo troppi su questo pianeta e bisogna controllare le nascite, sarebbe facile replicare che bisognerebbe, invece, controllare il capitalismo. Ma dato che esso, ovviamente, è indomabile, preferisco dire, con Marx, che «una legge astratta della popolazione esiste soltanto per le piante e gli animali nella misura in cui l'uomo non interviene portandovi la storia». In altri termini, è proprio il modo di produzione storico particolare del capitalismo a determinare l'aumento esponenziale della popolazione umana e, piaccia o non piaccia, per porre un freno a tale fenomeno - per citare il celeberrimo motto di Rosa Luxemburg - o sarà il socialismo o sarà la barbarie intesa come catastrofe 2.0.
[*] pag. 788

sabato 12 aprile 2014

Prodotto interno tordo

Tra li tanti modelli di esistenze messi a disposizione dal mercato dell'essere, ne ho tratto uno dallo scaffale proletario aspirante piccolo-borghese, l'unico alla portata delle mie tasche, pagabile comodamente in x rate, tante quante sono quelle da pagare per la sussistenza.
E infatti vivo e per farlo, nell'ordine, respiro, bevo, mangio, espleto funzioni fisiologiche, dormo, lavoro, cazzeggio, prendo il sole e anche la pioggia, il vento e il raffreddore, quindi starnuto, smadonno, mi asciugo i capelli dopo la doccia, mi eccito e quindi esercito alcune funzioni che sarebbero destinate alla riproduzione anche se - due volte a parte - ho sempre commesso atti impuri (e dire che tra i sedici e i diciassette usavo le agende in similpelle donate dalla cassa di risparmio per ricordarmi ogni giorno quante volte figliolo. Poi ho smesso).
Se oltre al salone dell'auto e al salone del mobile ci fosse pure il salone dell'umano, io potrei espormi in maniera più accurata di quanto faccia, quotidianamente, su queste pagine. Potrei, per esempio, ingaggiare un promoter, un visagista, un personal trainer, un vetrinista, qualcuno che, insomma, aiuti a vendere meglio il mio prodotto, sì ch'io entri nel circolo magico della distribuzione, dello scambio e del consumo. Tutto sta partire, trovare i canali giusti, dato che, presumo, una volta assaggiato, la gente tornerà a comprarmi - ma cosa comprerà se io mi sono già venduto? 
In altri termini: come autoriproduco il mio prodotto? Dove trovo la materia prima per rifarmi, ripropormi in serie? 
Niente da fare, meglio che non m'illuda: non sono in grado di far di me un capitalista, dacché se uno non è capace di sfruttare se stesso, figuriamoci gli altri.

venerdì 11 aprile 2014

Parlarti nella terrena

Volevo, Eugenio, prendere una tua poesia
dei tuoi versi buttati giù a forma di diario
poi mi sono riguardato mentre
mi passavo il filo interdentale
in un rapporto intimo, confidenziale
con le mie gengive.

Volevo prenderla perché
la tua voce, a sera, mi consola
m'intona un ritmo dentro al cuore
mi riporta
sui banchi di quella che non era
la scuola, era la vita
di uno che giovane cercava
un maestro che gli dettasse il giusto
il bello, la nota dissonante che lo
portasse in alto senza bisogno di ali.

E come fu gradevole rubare i tuoi Ossi
in una cartolibreria di provincia
la copertina rotta fu il movente
a compiere quel furto, a commettere
un reato per il quale il tribunale
dei poeti prevede soltanto
una pena accessoria.

Per tale reato, infatti, non c'è stata altra
condanna che quella di cadere
nella prigione del disincanto, dello sguardo
che si posa sulle cose che passano
sapendo che niente dura, che tutto
presto si trasformerà nel fioco
ronzio dell'universo. Eppure
se da qualche parte, con qualche marchingegno
la tua voce un giorno sarà captata
scopriranno come
gli umani sapevano usare le parole
per scopi che non avevano scopo
se non quello della consolazione.

Mi sarebbe tanto piaciuto darti la mano
e non potendo la alzo adesso con un gesto
che osa mòverla a segno di saluto.

E tuttavia...

«Non ho molta fiducia d'incontrarti
nella vita eterna.
Era già problematico parlarti
nella terrena.
La colpa è del sistema
delle comunicazioni.
Se ne scoprono molte ma non quella
che farebbe ridicole nonché inutili
le altre.»

E. M., Poesie disperse.

Il giro del mondo in ottanta euro

«Per un hegeliano nulla è più semplice del porre come identici la produzione e il consumo. E ciò è stato fatto non solo da letterati socialisti, ma anche da economisti prosaici […] Considerare la società come un unico soggetto significa per giunta considerarla in modo errato, speculativo. Nel caso di un soggetto, produzione e consumo appaiono come momenti di un unico atto. L'importante qui è soltanto mettere in evidenza che, se si considerano la produzione e il consumo come attività di un soggetto o di molti individui, essi appaiono in ogni caso come momenti di un processo nel quale la produzione è il reale punto di avvio e quindi anche il momento predominante. Il consumo in quanto necessità, in quanto bisogno, è esso stesso un momento interno all'attività produttiva. Ma quest’ultima è il punto di avvio della realizzazione e quindi anche il suo momento predominante, l'atto nel quale si risolve di nuovo l'intero processo. L'individuo produce un oggetto e consumandolo ritorna in sé, ma come individuo produttivo e che riproduce se stesso. Il consumo si presenta quindi come momento della produzione.»

Karl Marx, Grundrisse, Einaudi*, Torino 1976 (a cura di Giorgio Backhaus, Vol. 1, pag. 17).

Appunto di lettura tra parentesi quadra
[ E dato che la capacità produttiva mondiale è tremendamente superiore alla disponibilità di consumo, ottanta euro non basterebbero a rilanciare l'economia neanche se Renzi li desse a tutti i cittadini d'Europa, ma che dico d'Europa: a tutti gli umani der monno infame. ]

Chiedo venia se interpreto a cazzo di budda tale passaggio, ma sapeste quanto è bello leggere Marx.
Il paragrafo che segue poi, intitolato, Distribuzione e produzione, fa cogliere aspetti della vicenda politica ed economica che viene spontaneo domandarsi: ma perché l'umanità si priva di un simile sapere?
Ripeto cose che ho già scritto altre volte: privarsi delle scoperte marxiane in fatto delle leggi economiche che regolano il sistema capitalistico, è come se ci si privasse ancora della scoperta della teoria dell'evoluzione in campo medico-scientifico.
Sarò ingenuo, ragionerò fallacemente, tuttavia io penso questo: per il fatto stesso che quel pezzo di merda di Hitler ebbe interpretare la selezione della razza in modo paranoico, la selezione naturale è per ciò stesso invalida? E, parimenti, per il fatto stesso che quell'altro pezzo di merda di Stalin (o di altri despoti del socialismo reale) ebbe(ro) a utilizzare la lotta di classe in modo anch'esso perverso e paranoico, perché relegare Marx (ed Engels) dentro gli aridi cofanetti della storia della filosofia, alla stessa stregua delle altre pensate celebri non più attuali?
Marx è straordinariamente attuale.
«Una concezione tradizionale vuole che in certi periodi si sia vissuto esclusivamente di rapina. Ma per potersi dedicare alla rapina deve esserci qualcosa da rapinare, e quindi produzione. E il genere di rapina è a sua volta determinato dal genere di produzione. Una nazione di speculatori di borsa, ad esempio, non può esser rapinata allo stesso modo di una nazione di vaccari» K. Marx, Id, pag. 22
Oggi al popolo parlano gli economisti postmoderni, quelli che sanno tutto, che ragionano correttamente ma all'interno di una visione economica paragonabile a quella tolemaica per l'astronomia.
Tengono fuori Marx dalle loro argomentazioni perché i loro discorsi si rivelerebbero per quello che sono: discorsi di classe, che favoriscono una classe, quella padronale.

E vabbè: andiamo a lavorare, va', visto che oggi i Cobas avrebbero programmato uno sciopero.

[*]
Ho capito che i finanziamenti da Mosca non arrivano più, arrivano da Arcore, tuttavia, porcaccia della miseriaccia infame, quando cazzo ristampano i Grundrisse e Il Capitale?

OT
Berlusconi sarebbe meglio obbligarlo a passare mezza giornata alla settimana alla Biblioteca Nazionale di Roma o di Firenze a catalogare tutte le stronzate che Mondadori ed Einaudi pubblicano a iosa.

giovedì 10 aprile 2014

Elemosine costituzionali

[*]

Abbiate pazienza: qualche settimana fa la Consulta ha bocciato la Fini-Giovanardi, di fatto abrogando l'equiparazione tra droghe leggere e pesanti.
Bene, da allora vi risulta che qualcuno incarcerato “incostituzionalmente” sia uscito di prigione? E se no, cosa aspettano: la riforma delle legge elettorale o il via libera all'eterologa al Policlinico Gemelli?

mercoledì 9 aprile 2014

Tutto l'universo obbedisce all'intestino

Ci sono giorni in cui uno si sofferma, vagamente, sull'idea che si era fatto di se stesso, si guarda, si valuta, si considera - spesso giustifica - soppesa gli eventi, le costrizioni, i proponimenti, gli sforzi vani o proficui di mettere in atto una volontà tesa alla realizzazione dei propri desideri, delle proprie ambizioni (agnizioni). Si sommano le cause perse, si sottraggono le possibilità inesplorate per accidia, si moltiplicano le scuse, si dividono le colpe, ma il problema della propria esistenza rimane irrisolto.

Sono quello che volevo che fossi quando mi guardavo in prospettiva? Sono più o meno, meglio o peggio di quanto pensassi? L'età che ho corrisponde all'idea di questa età che avevo quando avevo venti, trenta anni di meno? E se guardo avanti, adesso che si fa sempre più stretto l'orizzonte, oso pensare a quello che sarò quando avrò, se li avrò, venti, trenta anni in più di quanti ne abbia ora?

Io come mi sento, come posso onestamente rispondere alla domanda: «Coma va, Luca, come va?».

Sarà questo stomaco che mi ribolle dopocena in un fastidioso meteorismo, sarà la stasi, la fissità, l'impossibilità di trattenere godimenti più di quanto avessi in animo di fare, ma è un periodo che se dovessi rispondere: «Va bene», mentirei, perché non va bene proprio, no.

Non che stia male, ma sono stato meglio. Non che disperi, ma speravo di più.

Conta molto, forse, l'idea che avevo di politica, di lavoro, di amicizia, di amore (ah, l'amore: quasi quasi preferisco il meteorismo), idee che si sono trasformate e/o rimodellate nel tempo - ma questo vuoto di convinzioni, quest'assenza quasi assoluta di fedi, di sproni, la vuotezza ecco, lo svuotamento meglio, e lo stare sul cesso diventa l'unica ambizione.

Prima, tornando a casa, ascoltavo una canzone di Battiato, anche bella per carità


e mi chiedevo: come fa a cantare una roba del genere, dove l'avverte Battiato una simile presenza? Perché la sua arte gli ha dato modo di vivere una vita pienamente degna di essere vissuta? Perché è riuscito a trovare un equilibrio e una misura? Boh.
Il fatto è che se l'universo obbedisse veramente all'amore io non starei qui a scoreggïare (notate la dieresi), diglielo a Dio, caro Franco, diglielo che nel mondo esistono anche i bassifondi intestinali.

martedì 8 aprile 2014

Pit Stop Grundrisse

Allora, oggi sono stato a fare il cambio gomme, ho tolto le invernali e rimesso le normali da strada, avevo preso appuntamento dal gommista, e io sono stato puntale, preciso, sono arrivato e l'addetto ai box mi aspettava all'ingresso facendo segnali per entrare preciso sul montacarichi.
Mi ero portato i Grundrisse, una mezz'ora al giorno di Marx non può farmi che bene.
Li ristampassero comme il faut, almeno, mi dicevo, invece di pubblicare tanti saggiucci di economia del piffero.
Ma vabbè. Mi sono messo bel bello in sala d'attesa, da solo, rilassato. Ecco che arriva una signora, discreta, sui quaranta se non sbaglio, di osservanza poco cattolica. Sorride, io pure, e dice a voce alta: «Mah, prendiamo un caffè per vedere se mi sveglio», dicendolo chiaramente a se stessa perché io so interpretare bene il plurale maiestatis.
Dato che lo ha sorseggiato a me davanti, ho richiuso per un attimo il volume per intavolare un discorso sul tempo, in senso meteorologico, va da sé, non avevo mica quel cazzone di Heidegger in mano.
Abbiamo parlato persino delle zanzare, le maledette, che il poco freddo inverno sicuramente non ha ucciso abbastanza (la signora così ha manifestato indirettamente dei comprensibili timori per le sue cosce).
Una volta uccise, mentalmente, le future zanzare ed avendo esaurito i già scarni argomenti di conversazione, la signora si è recata all'aperto; nella sala d'attesa si avvertiva infatti uno sgradevole odore di pneumatici usati mescolato all'aroma acidulo della macchina da caffè automatico che, anche a me, ha iniziato a dare fastidio, nonostante la buona insonorizzazione e le comode sedie adatte per la lettura.
Ho atteso tuttavia qualche minuto, per non dare adito a sospettabili inseguimenti, per sortire dalla sala di attesa e andare fuori del garage, dove un pallido sole mitigava la freschezza del vento.
La signora era appoggiata al cofano della sua auto ed armeggiava al suo smartphone; io invece mi sono accomodato in delle poltroncine da esterno, a tre posti, tipo quelle da stadio. Ho tolto l'improvvisato segnalibro e ripreso la lettura, ma per poco, giacché è arrivata un'altra auto con nuovi clienti, due donne, mamma e figlia, entrambe sorridenti. La figlia ha domandato alla madre, appena scesa dall'auto, di chiedere al gommista quanto avranno da aspettare, altrimenti si potrebbero far dare l'auto sostitutiva.
La madre conferma alla figlia che loro avevano appuntamento, quindi non molto da aspettare avranno, e la invita a scendere dalla macchina. La figlia scende dal lato opposto alla vista, ma la vedo comunque armeggiare due stampelle, mostrando quindi di essere infortunata a un arto inferiore, chissà quale però non ha alcun gesso o tutore.
Se la madre è una bella donna sulla sessantina, la figlia è uno spettacolo sui trenta (forse meno): capelli lunghi castano scuri che scendono fin sotto metà schiena, due gambe fasciate da jeans cobalto elasticizzati, un golfino nero con apertura generosa su luoghi in cui alcuni fortunati avranno individuato la particella di Dio ben prima che al Cern.
Gesù, Grundrisse, Gesù: o meglio: Karl, come faccio a leggerti ora in maniera concentrata?
La figlia avanza verso l'ingresso, mentre la madre la rassicura che tra poco toccherà a loro. Entrambe guardano intorno se ci fossero dei posti a sedere: ci sono, due, accanto a me. Evidentemente, mi sono alzato e le ho invitate ad accomodarsi alludendo anche al fatto che io sarei stato in piedi.
La figlia accetta e si siede nella poltroncina di mezzo. La madre rifiuta di sedersi. Io non ci penso due volte e riguadagno il mio posto, accanto a un nuovo capolavoro di economia politica, dai lineamenti fondamentali.

Madre e figlia continuano a conversare allegramente. Le si avverte entrambe loquaci e disposte al dialogo. In una pausa mi tuffo, dal trampolino, chiedendo come un principiante a spazzaneve come e dove si fosse fatta male.
«Al piede, durante una gara di corsa, a Firenze».
«Quale corsa? La mezza maratona?», replico soddisfatto di mostrare una presunta conoscenza del mondo delle corse, aggiungendo che alcune mie "amiche" (social, non avevo il dovere di specificare) vi avevano partecipato (@lascherillo)
«No, ero già infortunata; ho partecipato a un'altra corsa meno impegnativa, di solidarietà, svoltasi qualche settimana fa».
Le domando quindi se corre abitualmente e lei mi risponde che sì, sino all'infortunio aveva preso un ritmo di 2 volte a settimana che ora purtroppo si è interrotto.
Interviene la madre chiedendole se la corsa era quella contro la violenza sulle donne.
A questo punto riprendo i Grundrisse, ma leggere, ahimè, diventa un esercizio impossibile. Anche atteggiarsi risulta complicato, perché indugiare su una pagina va bene, ma starci imbambolato senza procedere e senza lapis sul passaggio: «La produzione è immediatamente anche consumo. Doppio consumo, soggettivo e oggettivo» è come continuare a girare intorno al vuoto senza dirle direttamente «oh, quanto sarebbe bello poterti dare un bacio doppio, soggettivo e oggettivo».
Pochi minuti e il cambio gomme alla mia auto era terminato: giusto il tempo per salutare cortesemente e fingere di credere che non fosse un addio.

Update mattutino
Che sbaglio! Ier notte mi ripetevo il titolo del celebre libro di Marx senza una "r", come a concludere la parola con la terza persona del verbo dire (passato remoto: Grun disse, argh!) 

lunedì 7 aprile 2014

Tormentate asticelle

via
«Taglio Irpef 10 miliardi a regime. I lavoratori dipendenti sotto i 25 mila euro di reddito lordi, circa 10 milioni di persone, avranno un ammontare di circa 1.000 euro netti annui a persona»

Tra i lavoratori dipendenti, che beneficeranno del taglio dell'Irpef, ve ne sono sicuramente alcuni con un reddito che oscilla tra i 24.001 e i 24.999 € lordi all'anno. Secondo le direttive del governo, anche costoro riceveranno 1.000€ annui in più in busta paga. Per un anno soltanto, però, poiché l'anno successivo, con un imponibile che andrà tra i 25.001€ e i 25.999€, non spetterà più niente a tali “fortunati” lavoratori.
Una menzione d'onore a coloro che guadagnano esattamente 25 mila euro all'anno: non avranno un cazzo, però potranno essere fieri di non aver ricevuto l'elemosina dal bellafica.


- E tu, dolce fico, dato che rientri nella categoria de' fortunati (pensa che per superare la soglia ti occorrono tre anni di bonus), come pensi di spendere i circa mille euro che ti troverai in dote?
- Me li sputtanerò a nero, sì da sostenere l'economia di stocazzo.
- Mi raccomando le coperture.

domenica 6 aprile 2014

Chi ingannare

Non ho compagni di lavoro non ho sorveglianti
né necessariamente un luogo di fatica
è questo – ma una casa col mare davanti
potrebbe essere o casa di pena modello
o di piacere luogo di decenza
dove leggere o lucrare un'indulgenza.
Non ho sorveglianti né compagni ma un lavoro
sì d'un qualche decoro eppure noto a me solo
e non finisce anzi in parte marcisce
s'io mi distragga mettiamo
a guardare le nuvole o
l'altro pensando lavoro che farò
la morte che non vivrò.
Non ho compagni non posso misurare
quanto mi resta per arrivare.
E invisibili i miei sorveglianti
solo me stesso devo dunque ingannare
mio tempo mia casa col muro col mare
davanti.
(1966)

Giovanni Giudici, Autobiologia, Mondadori, Milano 1969

***
A parte la «casa col mare davanti», questa poesia potrei averla scritta io (magari), la casa col bosco davanti e un campo di grano dietro. 
Ma non insisto con l'autobiografismo, perché la domenica lo spazio dell'io è occupato tutto da Scalfari.
Potrei parlare in generale, ma i discorsi in generale mi vengono male.
Peggio ancora quelli in cui tento di parlare al noi.
Per forza, non hai compagni di lavoro coi quali misurare quanto ti resta per arrivare. Hai soltanto degli invisibili (?) sorveglianti.

***
Prima ho visto a tratti Giovanni Toti da Fazio. Da come parla e da come muove la bocca mi sembra un degno erede dei tanti portavoce succedutesi nel ventennio.
Curiosità: se gli dessero i domiciliari, questa poesia andrebbe bene anche per Berlusconi?

***
Quello che manca ai salariati, ai disoccupati, a tutti coloro che per vivere hanno bisogno di lavorare (o hanno avuto bisogno e adesso sono in pensione) è l'idea di essere compagni di lavoro, ovverosia l'idea di appartenere a una classe con un comune destino: quello di essere ingannati, sfruttati (secondo varie gradazioni), di avere altresì dei sorveglianti più o meno visibili.
Inoltre, manca fortemente un soggetto politico (vorrei dire partito, con tutte le perplessità del caso) che guidi e risvegli la coscienza di classe e diventi il portavoce non di uno, due, dieci persone: ma di molti, milioni.

***
Forse è necessario che questo soggetto politico non ci sia, o non ci sia più: proprio perché è necessario che l'inganno non sia sostituito da un altro inganno, da una dottrina: la coscienza di classe deve essere il frutto di una coscienza critica e non di un atto di fede.

sabato 5 aprile 2014

Buon compleanno fondatore

Ieri, su la Repubblica, in occasione dei novant'anni del fondatore, il noto psicoanalista Massimo Recalcati ha presentato il volume Racconto autobiografico di Eugenio Scalfari.

Sia lode al Fondatore.
Sempre sia lodato
Amen.

Fatta la preghierina, uno poteva uscire dalla funzione, anche senza tanti ripensamenti su quanto letto, se lo psicoanalista non avesse scritto:
«Accogliere il padre malato nella propria casa [Scalfari trascorse il 1972 “insieme al padre afflitto da un tumore alla prostata”] mostra tutto il senso positivo del debito simbolico. Diversamente dalla “razza padrona” che ha gestito le sorti spesso spregiudicate e criminogene del capitalismo italiano nel segno di una avidità pulsionale sconfinata, il gesto umanissimo di accompagnare alla morte il padre malato ci rivela l'essenza dell'ereditare[*]: portare dentro di sé l'altro da cui proveniamo, custodirlo in noi, non per riprodurlo passivamente, ma per oltrepassarlo.»

Diversamente dalla “razza padrona”? Cioè, con quel diversamente, Recalcati intende Scalfari appartenente alla razza padrona, pur distinguendolo dagli altri grazie al suo nobile gesto di amor filiale con il quale accolse in casa il padre morente? Per me sì, e tuttavia, se Scalfari non fosse compreso nel gotha padronale, a chi si riferisce Recalcati? Perché non ha precisato con un esempio chi sono quei padroni rapaci afflitti da «avidità pulsionale sconfinata», i quali, per giunta – secondo quel che Recalcati sottintende – non hanno accolto in casa il padre morente?

Berlusconi.

Beh, poteva dirlo allora, non è mica una scoreggia. Tutti gli indizi, infatti, portano a lui, comprese le caratteristiche di (s)pregiudicato e criminogeno.

Ciò nonostante, Berlusconi al padre ha voluto tanto bene, l'ha portato ad esempio in numerose circostanze e sempre si è vantato delle sue doti di procuratore bancario, tanto che gli ha dedicato persino un trofeo calcistico che, in pochi anni, è diventato un atteso evento di precampionato.

Mentre Scalfari cosa ha dedicato al padre? Un editoriale della domenica?

Da segnalare, infine, questo passaggio conclusivo:
Per Scalfari il «riformismo è una forza ricompositiva che non cede al compromesso, ma che avvicina elementi apparentemente opposti, sordi, finanche ostili. È quello che assume le forme di una vera e propria strategia politica nello sforzo di avvicinare il liberalismo repubblicano di La Malfa con il Partito Comunista di Berlinguer negli anni più bui della nostra vita collettiva che culminarono con l'assassinio di Moro. Se il terrorismo si configurò come una rottura atroce e traumatica del legame sociale, come una separazione violenta della cultura democratica, egli vide nell'avvicinamento tra le forze laiche liberali e quelle comuniste, la possibilità di liberare le energie più sane del capitalismo italiano dall'avventurismo e i comunisti italiani dall'egemonia sovietica. Riformismo per Scalfari ha sempre voluto dire possibilità di ricomporre produttivamente le differenze, di evitare che la separazione risulti solo sterile e traumatica».

Praticamente, per Massimo Recalcati, Matteo Renzi è stato per Scalfari il regalo più bello per il suo compleanno, la sintesi hegeliana imperfetta tra La Malfa e Berlinguer, non essendo Renzi né liberale né comunista, solo una scheggia nucleare del democristianismo piduista che, dopo più di trent'anni, fa sentire ancora la sua pericolosità radioattiva.

In ultimo, ma non ultimo: che miseria l'analisi psicoanalitica che riduce il capitalismo a mero fenomeno comportamentale, tra bravi buoni e belli capitalisti e stronzi brutti e cattivi capitalisti, magari anche con l'alito cattivo. Il capitalismo con le pulsioni c'entra come l'acciaio con i miei coglioni - un modo come un altro per dire che sono tanto teneri.

[*]Quando si supera una certa soglia, io, all'«essenza dell'ereditare», metterei volentieri una cospicua tassa di successione.


L'importante è non sputacchiare


Il pensiero non coincide con le parole

«Il pensiero non coincide immediatamente con l'espressione verbale. Il pensiero non si compone di parole isolate, come il linguaggio. Se voglio rendere il pensiero che oggi ho visto un bambino con una camicetta blu correre a piedi nudi per la strada, non vedo separatamente il bambino, separatamente la camicetta, non vedo separatamente che questa è blu, separatamente che è senza scarpe, separatamente che egli corre. Vedrò tutto questo insieme in un solo atto di pensiero, ma lo decompongo nel pensiero in parole separate. Il pensiero rappresenta sempre un tutto, assai più grande in estensione e volume della parola separata. Un oratore spesso sviluppa un solo pensiero per parecchi minuti. Questo pensiero è come un tutto nella sua mente e non compare affatto progressivamente, in unità separate, come si sviluppa nel linguaggio. Ciò che nel pensiero esiste simultaneamente, nel linguaggio si sviluppa successivamente. Il pensiero potrebbe essere paragonato ad una nuvola incombente che rovescia una pioggia di parole. Perciò il processo di passaggio dal pensiero al linguaggio è un processo estremamente complesso di decomposizione del pensiero e della sua ricostituzione in parole. Proprio perché il pensiero non coincide non solo con le parole, ma anche con i significati delle parole in cui esso si esprime, la via del pensiero alla parola passa attraverso il significato. Nel vostro discorso c'è sempre un pensiero retrostante, un sottotesto celato. Poiché il passaggio diretto dal pensiero alla parola è impossibile, ma richiede sempre l'interposizione della parola e ci si lamenta della incapacità di espressione del pensiero.»

Lev S. Vygotskij, Pensiero e linguaggio, Mosca-Leningrado 1934, Roma-Bari 1990, a cura di Luciano Mecacci (pag. 390 edizione 2003).

Oggi pomeriggio ho visto una donna con dei jeans attillati, stinti nei punti giusti, camminare coi tacchi tra gli scaffali della coop e io, che ero dietro, le ho guardato insistentemente il didietro, che non era bello, però era bello, nel senso che esso rifletteva il mio desiderio di toccarlo.
Certo, con Vygotskij, posso affermare che non vedevo separatamente donna, jeans attillati e scarpe coi tacchi: vedevo solo il culo non bello ma bello della signora, e in esso figgevo il mio sguardo, così come si guarda una nuvola che incombe mentre siamo all'aperto, in una strada senza ripari e senza ombrelli a portata di mano, e inizia piovere. Pioggia, non orina - non fate pensieri retrostanti.

giovedì 3 aprile 2014

Se non ora, trombo

[*]
Appare evidente anche ai tordi e ai cardellini che quel tale è stato messo lì a fare il presidente del consiglio, la figurina panini al lampredotto, dal più vergognoso partito democratico della storia delle repubbliche mondiali, per vedere se mantiene il consenso percentuale de' tordi e de' cardellini che negheranno l'evidenza anche alle prossime elezioni europee, tanto per non far crollare il sistema perbene, ché Grillo-Casaleggio devono stare contenuti, magari marginalizzati con le operazioni cambiamento di facciata e, soprattutto, per minimizzare la vittoria sicura dell'astensionismo (io voto lì, sapevatelo), e per farlo bisogna che quel tale gli faccia prendere il trenta per cento e più al Porco Di.

Mi fa specie che i media nascondano scientemente il fatto che l'attuale Parlamento è delegittimato in pieno a fare le riforme, dacché eletto con una legge elettorale anticostituzionale. 
Tutto ciò è insensato: ripensiamo al febbraio 2013, allo zero virgola che consentì al PD di ottenere il premio incostituzionale di maggioranza: bene, supponiamo se avesse vinto Berlusconi... A parte che sarebbe stato eletto presidente della repubblica con tutto il puttanaio fantapolitico che sarebbe conseguito, a parte ciò, cosa direbbero i girotondini, i micromeghini, gli scalfarini, gli eziomaurini, le boldrine, le vendoline, cosa direbbero gli elettori del PD pronti a rivotare il partito contenti che quel tale lì stia facendo le riforme?

In altri termini: se fosse una maggioranza parlamentare di centrodestra a dettare i modi e i tempi delle riforme, anche uguali a quelle proposte, cosa succederebbe nelle piazze? Scorrerebbe un po' di sangue del popolo viola?

Provocazioni cardinali


mercoledì 2 aprile 2014

Essere arrendevoli

Stamani, in auto, ho acceso la radio e una stazione, mi sembra RadioUno, trasmetteva l'ultimo brano di Vasco Rossi. Volevo ascoltarlo, ma la frequenza era disturbata. Ho premuto quindi la ricerca automatica che ha determinato una strana sovrapposizione tra Dannate nuvole e la Ballata per Maria, trasmessa, beninteso, da RadioMaria.

Niente dura niente dura e questo lo sai
la madre di nostro Signore
però non ti ci abitui mai
regina di pace e di amore
chissà perché
ci invita a pregare col cuore
chissà perché

e così via, in un imperfetto mix di musica e parole.

***
A volte, confesso, mi sento contrastato nella pratica di questo esercizio bloggheristico. 
Il contrasto deriva da una censura, meglio: da una cesura, dal tenere fuori di qui una buona parte di me, buona nel senso di consistente, non perché essa riveli qualcosa d'altro di me che già non sia a disposizione, ma alcuni eventi, alcune debolezze, alcuni scazzi, alcuni fallimenti, alcune fibrillazioni che mi portano, nel chiuso aperto dell'auto che viaggia, a parlare ad alta voce, a gridare anche, per far uscire la rabbia che si accumula.

Dal tagliare via alcuni fatti e/o vicissitudini che scuotono il quotidiano, il non poterli gettare nell'artificio, nella finzione, pena lo scoprirmi, il prestare completamente il fianco alle debolezze e ai fallimenti che scuotono la mia coscienza.

Soprattutto è il lavoro, questo cazzo di lavoro, che non riesco a elaborare e a riprodurre, a meditare e risolvere; l'unica salvazione è tenerlo fuori da qui, via, come se non ci fosse - e se non ci fosse sarebbe un casino essendo la mia unica fonte di reddito. Ma qui deve stare fuori, ché non mi rappresenta pur essendomi (in parte).

Smadonno, sulle note di radiomaria.

***
Tutto deriva dalla potenza espressa, poca. Il contesto sociale, forse sì, senz'altro. Non ho la faccia tosta, ma la faccia apposta. La volontà al minimo e al mimo: mi ha fatto male leggere Schopenhauer da adolescente, m'è rimasto addosso, e se anche fossi un suo pronipote non potrei beneficiarne coi diritti d'autore.

***
È o non è una fortuna non essere figli o nipoti di [(mettete voi il nome del capitalista italiano che più vi sta sul cazzo)] ?

***
Niente dura, niente dura e questo lo sai
però tu non ti arrendi mai.

Oh, sì, invece: io sono tanto arrendevole. Mi piacerebbe tanto arrendermi. Ma qui nessuno rispetta la convenzione di Ginevra e i pasti per i prigionieri sono altamente sgradevoli. 
Tutto il mondo è una Guantanamo che ti giudica colpevole a prescindere, perché non credi no, non credi affatto che questo sia il migliore dei mondi possibili, dacché la possibilità del suo essere l'ha scelta e la sceglie soltanto un piccolo numero di pezzi di merda.

***
Oddio, Vasco Rossi, trent'anni fa, Va bene, va bene così, a vedere l'alba (chiara) sull'Adriatico in cima al Monte Falterona.

martedì 1 aprile 2014

Procurare sensazioni

«Ci sono state centinaia di migliaia di profughi ebrei che prima non si erano mai interessati di politica e che ancor meno erano stati politicamente attivi. Ma è stata la politica a interessarsi a loro. In questo senso anche loro, pur se solo in modo passivo – ma che significato ha “solo” in questo caso? –, sono stati profughi politici. Ogni ebreo che ha lasciato la Germania lo ha fatto per motivi politici.
Cancellare ogni traccia di una coscienza di classe era un principio politico dei dirigenti nazionalsocialisti. E questo è proprio ciò che fecero – e con un successo spaventoso – offrendo un gruppo di uomini a milioni di poveri, di vittime del “sistema”, di proletari disoccupati e di piccoli-borghesi proletarizzati, nei cui confronti essi – i proletari intendo – si potessero – no, si dovessero – sentire superiori; su cui potessero scaricare l'odio che avevano accumulato e potessero – no, anzi, dovessero – a loro volta trattare da vittime. Nel linguaggio della politica “potessero” significa sempre “dovessero”, se non addirittura “fossero obbligati”. Nel mio libro Die molussische Katakombe [La catacomba molussiana] il principio della dittatura suona così: “Se vuoi uno schiavo fedele regalagli un sotto-schiavo!”. E ancora: concedendo ai poveri l'etichetta di “ariani”, negata agli ebrei, li si era fatti quasi diventare dei nobili. E siccome costoro, come presunti membri della “razza dei signori”, sembravano essere davvero dei signori, dimenticarono che continuavano a essere servi. Per procurare loro la sensazione di essere nobili, ci voleva qualcosa che li ponesse in risalto, dei sotto-uomini: noi, in poche parole.
Se non fossimo esistiti, Hitler ci avrebbe inventati. Pertanto, il suo antisemitismo non era semplicemente uno degli attributi del nazionalsocialismo ma il mezzo per vincere la battaglia contro la coscienza e la lotta di classe. E prima di venir usati in questo modo, fino al culmine della soluzione totale, noi ebrei eravamo costretti a scappare. Ed è per questo che eravamo tutti profughi politici.»

Günther Anders, Opinioni di un eretico, Theoria, Roma-Napoli 1991.

Il principio è sempre lo stesso, aggiornato ai tempi moderni. L'unica differenza è che, ai nostri giorni, è difficile concentrare l'odio su un unico punto: occorre diversificare. A questo pensano egregiamente gli organi di informazione che creano ad arte ebrei depotenziati su ebrei depotenziati, i quali, periodicamente, assurgono al ruolo di sotto-schiavi; è indispensabile far deviare l'attenzione su qualcosa d'altro anziché sulle vere cause della crisi. L'importante è che la coscienza di classe venga inibita, impedita, distratta: siamo tutti uguali davanti alla legge e tutti siamo sovrani esercitando il nostro diritto-dovere di voto. E tutto questo ci pone in risalto e ci rende pari, per es., a Marchionne e ad Elkann: anzi, più di loro noi abbiamo la fortuna di non esser costretti a scappare. In Olanda.

lunedì 31 marzo 2014

Cambia mente

Magari saranno argomentate anche ragioni pertinenti che tuttavia mi guardo bene da ascoltare perché, personalmente, non amo entrare «nel cuore del giornale», casomai nel 

Volgare.
Vulgata vuole che il cambiamento sia un'«arma per battere il populismo». 
E quando, con il cambiamento, sarà sconfitto il populismo, cosa accadrà nel Belpaese e, altresì, in Europa? 
Si scriveranno editoriali più tranquilli e pacati, analisi più distese e confortanti per dire ai lettori oh, quant'è bello lo status quo.
Insomma, ci si arma di cambiamento perché nulla cambi.
E il povero populismo stramazzato al suolo?
Araba fenice.

Calze a retaggio

Per esempio, uno piglia un articolo come quello di Slavoj Zizek pubblicato in traduzione ieri da la Repubblica (il rimpicciolimento è un omaggio al cambio grafico alla cazzodigeorgia che, a me, ha peggiorato di molto la lettura), e dice: - A chierico, ma che cazzo stai a di'?
Il filosofo e psicoanalista sloveno rimbrodola un pippone europeista senza specificare, anche brevemente, con chiarezza, cosa voglia dire con: «l'Europa dovrebbe prima trasformare se stessa a tornare a dichiarare il proprio impegno per l'essenza emancipatrice del suo retaggio».
Dopo aprile viene maggio, le elezioni europee.

L'Europa ha un retaggio? Van Rompuy (Rumpoi) indossa un paio di calze a retaggio autoreggenti, sotto il vestito d'ordinanza.

E poi, per finire:
«Per dirla in maniera cruda, se il Nuovo ordine mondiale emergente è il destino non negoziabile per tutti noi, allora l'Europa è perduta: e dunque, l'unica soluzione per l'Europa è assumersi il rischio e rompere l'incantesimo del nostro destino. Solo in questa nuova Europa l'Ucraina potrebbe trovare il suo posto. Non sono gli ucraini che devono imparare dall'Europa: è l'Europa che deve imparare a far proprio il sogno che ha animato i manifestanti di Maidan».
Per dirla in maniera cotta: nel rispetto di tutti i morti caduti in piazza Maidan, sembra appurato che il sogno di molti (non di tutti, ok) manifestanti, sia di stampo neonazista. E quindi?
È a fine mandato, ma il messaggio subliminale psicoanalitico di stampo lacaniano può arrivare lo stesso al prossimo presidente dell'Unione Europea che sostituirtà Barroso, il quale, in caso di defenestrazione alla Yanukovic provocata da future manifestazioni maidan® nelle piazze d'Europa, potrà legittimamente auspicare che la Russia annetta un'altra  penisola, della UE però. Non vedrei male l'Italia per lo scopo, anche perché Putin saprebbe già chi fare Governatore Supremo, nevvero?

domenica 30 marzo 2014

L'uccello

RiccoESpietato (la e commerciale mi provoca dei casini col linguaggio html), in delle annotazioni di ampio respiro metaletterario ove addirittura mi linka (e io lo rilinko per iniziare una sorta di partita a ping-pong di due, tre, quattro scambi e poi palla in rete o fuori tavolo), parla di alcune cose che mi hanno fatto chiedere:
È più facile scrivere-pubblicare un libro e diventare famosi o diventare famosi e scrivere-pubblicare un libro?
La seconda che hai detto.
Bravo.
Grazie.

Comunque l'editoria coltiva ancora proficuamente l'idea dello scrittore famoso che una tantum pubblica il libro dell'anno, del lustro, del decennio, del secolo.
Voce fuori campo:
Ho visto più navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, che capolavori pubblicati negli ultimi trent'anni.
Abbiamo avuto il romanziere srilankese, il saggista dell'Alaska, il poeta anglo-argentino delle Falkland-Malvinas che in un alessandrino ha celebrato «il culo di burro della donna di ferro».

Fa' il serio.
Dove?
A Orio al Serio

Il problema della selezione delle opere pubblicate verte principalmente sull'assenza di una vera critica che stabilisca i canoni del pubblicabile aldilà del marketing.
Oggidì, se non raramente, i libri non sono più recensiti, bensì annunciati, come tutto il resto delle merci in fondo, per esempio le auto che si portano al salone e si premiano; infatti, tutti gli anni viene eletta un'auto dell'anno. Bene, lo sapete che anche la Fiat Ritmo e la Fiat Bravo sono state auto dell'anno? 

Questo è un altro paio di maniche.
Cambia paio.
Mutande?

C'è uno scrittore, Donna Tartt - che sarebbe una scrittrice, ma volgere al femminile tal professione pare, per i più, uno sminuire - che ha pubblicato un libro capolavoro (mai un manolavoro, un piedelavoro, un culolavoro, eccetera), intitolato Il cardellino.
Addolorato?
Quello era Il cardillo, citrullo.
Allora se per questo Il mare non bagna Napoli.
Mangia la tartina.
O leggilo e falla finita di criticare i mattoni prima di averli letti.
Sì, ma il titolo contiene tutta una serie di significati: per esempio, a me stimola il titolo a un prossimo mio romanzo nel cassetto.
Quale?
...
Ce l'hai nel cassetto?
Mutatis mutandis.