lunedì 28 luglio 2014

Come nella realtà così nella mente

«La società borghese è la più complessa e sviluppata organizzazione storica della produzione. Le categorie che esprimono i suoi rapporti e che fanno comprendere la sua struttura, permettono quindi di capire al tempo stesso la struttura e i rapporti di produzione di tutte le forme di società passate, sulle cui rovine e con i cui elementi essa si è costruita, e di cui sopravvivono in essa ancora residui parzialmente non superati, mentre ciò che in quelle era appena accennato si è svolto in tutto il suo significato, ecc. L'anatomia dell'uomo è una chiave per l'anatomia della scimmia. Invece, ciò che nelle specie animali inferiori accenna a qualcosa di superiore può essere compreso solo se la forma superiore è già conosciuta. L'economia borghese fornisce così la chiave per l'economia antica, ecc. Ma non certamente al modo degli economisti, che cancellano tutte le differenze storiche e in tutte le società vedono la società borghese.
[…]
La cosiddetta evoluzione storica si fonda in generale sul fatto che l'ultima forma considera le precedenti come semplici gradini che portano a essa, e poiché è raramente e solo in certe determinate condizioni capace di criticare se stessa […] le concepisce sempre unilateralmente. La religione cristiana è divenuta capace di contribuire alla comprensione obiettiva delle passate mitologie solo quando la sua autocritica fu pronta in un certo grado e, per così dire, δυνάμει. Così l'economia borghese è giunta a intendere quella feudale, antica ed orientale, quando è cominciata l'autocritica della società borghese.
[…]
Come in generale con ogni scienza storica e sociale, nell'ordinare le categorie economiche si deve sempre tener fermo che, come nella realtà così nella mente, il soggetto – qui la moderna società borghese – è già dato, e che le categorie esprimono perciò modi d'essere, determinazioni dell'esistenza, spesso soltanto singoli lati di questa determinata società, di questo soggetto, e che l'economia politica pertanto anche come scienza non comincia affatto nel momento in cui si comincia a parlare di essa come tale. Questo fatto deve essere tenuto ben presente [...]»


Karl Marx, Per la critica dell'economia politica, Introduzione del 1857, edizione Einaudi, Torino 1975

domenica 27 luglio 2014

Corpi che si ribellano

«Come si fa a ribellarsi a un sistema che sembra darci una casa e un’automobile, cibo e vestiti, elettricità e assistenza sanitaria, pur sapendo che quel sistema crea anche un mondo dove ventiquattromila persone muoiono di fame ogni giorno e altri milioni ci odiano, o quanto meno odiano le politiche attuate dai rappresentanti che abbiamo eletto? Come si fa a trovare il coraggio di uscire dal coro e mettere in discussione concetti che noi e i nostri vicini abbiamo sempre accettato come vangelo, pur sospettando che quel sistema sia prossimo all’autodistruzione?» John Perkins.
Stamani mi sono ribellato. Avevo aria, troppa aria in corpo: meteorismo, guardo troppe previsioni del tempo. E sicché sono uscito nell'umido a restituire aria a questo tempo di merda. 
Colpa nostra, colpa del surriscaldamento globale. Farfalle che sbattono ali a sproposito. Troppe lucciole indoor. Troppo turismo in Groenlandia. Il pianeta ne soffre, soffriamo con lei. Lei? La Terra è o non è una cosa? Allora essa. E le cose si sfruttano, quindi rompiamoci poco le scatole e continuiamo su questa strada, la strada dello scioglimento. Oddio, il corpo che si scioglie. La restituzione dopo l'assunzione.
È domenica, per talune confessioni il giorno del Signore. 

sabato 26 luglio 2014

Il blogger prefabbricato

«Il secolo che ha prodotto le scarpe su misura composte di pezzi già pronti e gli abiti fatti in tutte le taglie sembra ora sul punto di presentare il poeta prefabbricato in ogni sua parte interna ed esterna. Già il poeta tagliato sulla misura propria vive quasi dappertutto estraniato dalla vita, eppure non ha in comune con i morti l'arte di fare a meno di un tetto, di astenersi dal mangiare e dal bere.»
Robert Musil, Pagine postume pubblicate in vita, Einaudi, Torino 1970 (traduzione di Anita Rho).

A questo punto mi corre l'obbligo di fornire le coordinate bancarie.
A proposito:

- Buongiorno.
- Buongiorno, desidera?
- Vorrei sapere se si è mosso qualcosa sul lato dell'avere.
- Vediamo. Le faccio subito un estratto conto.
- Estragga piano, basterebbe un ambo.
- Vuole sapere qualcosa anche sui titoli?
- Titoli? Ché ho i titoli?
- Un solo titolo, che pare un occhiello.
- Tipo un «giro di vite»?
- Vuole anche fare un prelievo?
- Un salasso preferisco, gentili sanguisughe.

venerdì 25 luglio 2014

Fottiti Merlo



A parità della contesa politica istituzionale data, se al posto del rottamatore della Leopolda ci fosse stato il puttaniere di Arcore, anziché la tagliola, Francesco Merlo avrebbe lodato e osannato l'ostruzionismo.
Così sogliono fare i commentatori i quali, in luogo della merda prodotta, preferiscono osservare il buco del culo.

Ecco perché Dell'Utri


Libri sotto l'Ucciardone.

giovedì 24 luglio 2014

Non saranno sordi

E mi appunto inoltre che le riforme costituzionali saranno approvate da un Parlamento i cui membri sono stati eletti da una legge elettorale anticostituzionale (i quali, sia ricordato per inciso, votarono ad ampia maggioranza l'attuale presidente della repubblica che nel suo discorso d'insediamento disse:
[*]
chiusa parentesi).

718 + o - 32?

Vorrei svolgere un temino breve breve sui fatti bellici che incorrono a Gaza.
No, per favore, no.
Perché no?
Perché non serve a niente, alla tua coscienza forse, quindi a niente.
Allora dici che sia meglio non svolga?
Esatto.
Va be’, ti darò retta. Nondimeno vorrei condividere l'analisi di Fabristol, il quale offre una prospettiva più ampia del perché Israele picchia così duro a Gaza contro Hamas.
Israele [...] sta facendo una difesa preventiva. La questione siriana è ad una empasse tra Russia e USA stile guerra fredda. Ovvero non si risolve. L’ISIS controlla buona parte di Iraq e Siria e ora si vuole spostare in Giordania. La Giordania è l’unico confine sicuro che Israele ha da almeno 30 anni. La guerra civile in Giordania è INEVITABILE e l’ISIS si troverebbe al confine con Israele nel giro di qualche mese o anno. Ora Israele si troverebbe in una morsa a tanaglia tra Hamas, Isis e Hezbollah che premono su tutti i fronti, compreso un Egitto continuamente in ebollizione nonostante i capi dei Fratelli Musulmani siano stati decapitati. Colpire Hamas ora è il momento perfetto perché eliminerebbe il doppio attacco a tenaglia Hamas-ISIS che arriverà per forza (almeno fin quando la situazione in Ucraina non si risolve: sembra incredibile che due guerra così lontante siano così interconnesse). Inoltre Hezbollah non è più presente al confine israelo-libanese perché sta combattendo sul fronte al fianco di Assad in Siria e Al Maliki-Iran in Iraq
Ma la domanda decisiva se l'è posta Leonardo, qualche giorno fa:
E tutto questo quanto dovrebbe durare? Più o meno per sempre. Magari Gaza non si presterà per sempre al gioco - c'è un limite al piombo fuso che può cadere su una striscia di sabbia e cemento prima che tutto si riduca a un cratere - ma ci saranno altri recinti, altre strisce. Nei suoi tweet il primo ministro chiama la sua gente "il popolo eterno". Israele sarà sempre una piccola nazione orgogliosa e vincitrice, e la sua vittoria consisterà nel trionfare su piccoli nemici isolati, recintati, incattiviti, addomesticati. Qualcuno ogni tanto dovrà morire per mantenere l'odio e l'istinto di vendetta entro una certa soglia di tolleranza. 
La tolleranza per ora si è amplificata: 718 palestinesi vs 32 israeliani morti e senza che alcuna cancelleria occidentale abbia tossicchiato al telefono con Netanyahu.

Infine, protocolli di cazzon a parte, è lecito dimandare in che modo Israele finanzia le spese belliche? I Buoni del Tesoro dei nipoti di David non temono lo spread?

mercoledì 23 luglio 2014

Se posso utilizzare un'espressione



E nessuno dei presenti che gli abbia detto: «No, non puoi usare espressioni, perché tu non usi espressioni, ma similitudini che ti prepari la mattina a colazione o, più probabile, sulla tazza del cesso, pensando di usare un linguaggio di forte presa mediatica che i cittadini comprendono al volo e per questo apprezzano, speranzosi che al capire cosa un politico dice corrispondano poi miglioramenti sul piano istituzionale, sociale ed economico. 

- A margine, permettimi una domanda: se ti piglia un blocco intestinale, per sbloccarti, usi il pin, lo scorrimento o il riconoscimento facciale? 
- La terza, data la faccia che, subitamente, richiama la cosa da espellere; una faccia che stimola come un microclisma o una supposta di glicerina.

martedì 22 luglio 2014

Dopocena a casa del Signore

- Buonasera Dio.
- Buonasera. Che vuoi?
- Ero solo.
- Lo sei ancora.
- Perché? Sono con Te adesso.
- Ma io non sono niente.
- Già qualcosa.
- Grazie.
- Prego.
- Ecco, infatti: prega.
- Padre nostro...
- Che sono in... ?
- Cielo?
- Acqua.
- Terra?
- Del fuoco.
- Mi brucerai, o Signore?
- Non sono mica un Grande Inquisitore. Io non processo, né giudico nessuno.
- Dunque, siamo tutti assolti?
- Voi umani siete per sempre coinvolti (cit.).
- Non per essere insolente, ma se Tu, o Signore, sei il Creatore, come fai a tirarti fuori, a lavarti le mani insomma?
- Ottima domanda alla quale rispondo con un'altra domanda: ma se io vi avessi creato veramente, credi che vi avrei fatto così rincoglioniti? E cattivi anche, in molti casi?
- Quanto tempo ho per rispondere?
- Quello che ti resta. Va' a mangiarti un gelato, va'.

lunedì 21 luglio 2014

È necessario che si dica subito «io»

«Perché l'amore – che è Redenzione – possa penetrare il mondo, perché il tempo entri nell'Eternità, non bisogna che l'amore rimanga allo stadio di impresa individuale, ma è necessario che divenga opera di una comunità, tempo di una comunità. È necessario che si dica subito “noi”.»[*]

Sarà per questo che io ultimamente penetro poco, il mondo soprattutto, perché niente mi è più difficile del dire noi, di aderire a una comunità, religiosa, politica, o di altro conio. Noi, noi, noi... tutto questo noi, luogo primigenio della separazione dagli altri, gli esclusi, i nemici sui quali convogliare la grande distrazione...

Update mattutino
Gott (immer) mit uns

[*] Emmanuel Lévinas, “Tra due mondi”, La via di Franz Rosenweig, conferenza tenutasi il 27 settmebre 1959, in Difficile libertà, Jaca Book, Milano 2004 – pag. 240.

domenica 20 luglio 2014

Uomini di Sinistra

Spigolando qua e là nella sinistra in rete, ho trovato il brano seguente:

«Secondo Bankitalia, nel 2012 il 10% della popolazione più ricca possedeva quasi la metà della ricchezza nazionale (il 46,6%), mentre il 10% delle famiglie più povere percepisce solo il 2,4% del totale dei redditi.
In Italia dieci persone possiedono 75 miliardi di euro, pari al reddito di 500 mila famiglie operaie. Solo duemila persone possiedono un patrimonio superiore a 169 miliardi di euro, proprietà immobiliari a parte.
I soldi dunque esistono, ma sono stati dirottati verso l’alto della piramide sociale, mentre in basso dilaga la povertà, la deprivazione anche alimentare, la precarietà del lavoro che sfuma verso la zona grigia del lavoro povero e dell’inoccupazione. Giunti al sesto anno della crisi, aggravata dalle politiche dell’austerità ispirate al rigore fiscale, ai tagli alla spesa pubblica e all’aumento delle tasse adottate anche dai governi italiani, sono cresciute le diseguaglianze sociali, mentre i salari vengono compressi. Nel 2013, sono cresciuti in Italia solo del 3,69%, negli Stati Uniti sono invece aumentati del 36,34%, in Francia del 32,85%, in Germania del 28,53%.
Si lavora come sempre tanto, ma si viene pagati sempre di meno, e non si risparmia nulla. In questa cornice è esplosa la povertà. Tra il 2007 e il 2012 coloro che vivono in povertà assoluta sono passati da 2 milioni e 400 mila a 4 milioni e 800 mila, pari all’8% della popolazione. Secondo i dati Istat, analizzati nel rapporto, i poveri relativi sono il 15,8% della popolazione: 9 milioni 563 mila persone. La disoccupazione generale è, al momento, al 12,6%; quella giovanile (15–24 anni) è al 43%. Dall’inizio della grande recessione, oltre 980 mila persone hanno perso il loro posto di lavoro. Solo tra il 2012 e il 2013 sono evaporati 424 mila posti di lavoro. Peggio dell’Italia, ci sono solo Grecia, Croazia e Spagna.»

E pensavo, dato che, come scrisse Leonardo Sciascia:
«L'unica distinzione tra destra e sinistra possibile è oggi questa: il continuare a pensare, il tentare di continuare a pensare. Uomo di sinistra è colui che pensa. La sinistra che ancora esiste è quella soltanto fatta di uomini che pensano». Epoca, marzo 1979
...pensavo agli elettori che si stimano di sinistra pur votando e approvando la politica del Partito Democratico, e vorrei loro domandare: tutto bene? Renzi: e basta la parola? C'è gusto a governare, o meglio: a osservare al governo il segretario del vostro partito? Gonfie vele? Niente tristezza? Ferie senza pensieri? L'autunno è lontano? Le riforme attuate (?) e quelle promesse (!) vi soddisfano? Se ci fossero le elezioni domani, ora, subito, un click e via, tipo cinquestelle, votereste ancora come avete votato? Dite che non c'è alternativa, dato che più a sinistra di voi... Tsipras? (Un soffio 'sto Tsipras, convengo). Inoltre, credete nella ripresa e nella crescita, allo zero virgola, promesse? Basta piangersi addosso - suggerite - e iniziare invece ad avere fiducia nell'Italia? Lexotan
Capisco. Vi prego una cosa, una cosa soltanto: casomai vi prendesse l'uzzolo di incazzarvi un pochino, non andate a gonfiare le vele dei cosiddetti radicali di sinistra:
«Questi intellettuali (di sinistra) hanno poco a che fare con il movimento operaio. Sono invece un fenomeno di disgregazione borghese, che fa da contrappunto a quella mimetizzazione feudale che l’impero ha ammirato nell’ufficiale in congedo. I pubblicisti del tipo di Kästner, Mehring o Tucholsky [Giglioli?], i radicali di sinistra sono la mimetizzazione proletaria della borghesia in sfacelo. La loro funzione è quella di creare, dal punto di vista politico, non partiti ma cricche, da quello letterario non scuole ma mode, da quello economico non produttori ma agenti. Agenti o routiniers che fanno grande sfoggio della loro povertà e si rallegrano del vuoto che si spalanca davanti a loro» 
W. BenjaminAvanguardia e rivoluzione. Saggi sulla letteratura, tr. it di A. Marietti Solmi, Einaudi, Torino 1973, p. 210 (preso qui)
...ma leggete Marx. E pure Engels. 

sabato 19 luglio 2014

Taglia e cuci

«Quanta gente non abbiamo sotto gli occhi, ridotta da patrimoni principeschi a un'estrema miseria?»
Erasmo da Rotterdam, Il disprezzo del mondo, Silvio Berlusconi Editore, Milano 1999 (traduzione dal latino di Carlo Carena).

via
Mi domandavo quanti dei diciottomila “tagliati” saranno ricuciti dalla Bill & Melinda Gates foundation.


P.S.
Da piccolo (ma anche adesso ogni tanto me lo ricorda), mia madre mi diceva sempre: «Non si levano gli occhi alla gente per andare poi a medicarne i buchi».

venerdì 18 luglio 2014

Come un dono

«Vedi, non aver scelta è un vantaggio. Io non ho scelta: mi devo fidare di te per forza, e del resto sono stufo di vivere da solo. Io la mia storia te l'ho raccontata, e tu non hai voglia di raccontarmi la tua. Pazienza, avrai le tue buone ragioni. Sei scappato da un Lager: lo capisco bene che non hai voglia di parlare. Per i tedeschi sei un evaso, oltre che un russo e oltre che un ebreo. Per i russi sei un disertore, e sei anche sospetto di essere una spia. Magari lo sei. La faccia non ce l'hai, ma se tutte le spie avessero la faccia da spia non potrebbero fare le spie. Non ho scelta, mi devo fidare, e allora devi sapere che laggiù a sinistra c'è una grande quercia, quella che si vede più di lontano; che accanto alla quercia c'è una betulla svuotata da un fulmine; e che in mezzo alle radici della betulla c'è un fucile mitragliatore e una pistola. Non è un miracolo, ce li ho messi io. Un soldato che si fa disarmare è un vigliacco, ma un soldato che si porta le armi indosso nelle retrovie dei tedeschi è un cretino. Ecco, ci siamo, scava tu, dal momento che sei il più giovane. E scusami per il “vigliacco”, non era detto per te; lo capisco bene anch'io cosa vuol dire cadere col paracadute dentro le linee dei nemici».
Primo Levi, Se non ora, quando?, Einaudi, Torino 1982

Anch'io non avevo scelta e mi sono fidato, senza forza però, è bastato uno sguardo. Ero stufo di vivere da solo (come se). La mia storia te l'ho raccontata e tu, la tua, me l'hai raccontata, quindi siamo pari. Storie diverse, è normale. Ma è bene tenerle per noi, non fare la spia (facce, le nostre, che non lo prevedono).
E fidiamoci, fidiamoci di quello che abbiamo trovato. Non è un miracolo, è un accadimento. Limitiamoci a scavare insieme, estrarlo a poco a poco, averne cura, come un dono.

giovedì 17 luglio 2014

Ich bin kein Berliner


Poco fa, percorrendo questa strada, mi sono chiesto se, un giorno, i comuni d'Italia intitoleranno piazze o vie a Barack Obama, presidente degli Stati Uniti d'America già premio Nobel per la pace. Data la naturale propensione a essere colonia, mi sono risposto che sì, e forse ben prima e più che al poero Berlusconi. 
In Germania, invece, ho qualche dubbio.

mercoledì 16 luglio 2014

Stringi stringi

«Come sempre la considerazione della propria morte lo rasserenava tanto quanto lo aveva turbato quella della morte degli altri; forse perché, stringi stringi, la sua morte era in primo luogo quella di tutto il mondo?».
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, parte VI.

Non so esattamente a che punto sono, vorrei capirlo, ma è difficile. Mi sembrava che, una volta detta una certa cosa, la vita si aprisse a un nuovo buongiorno e, invece, buongiorno forse.
Faccio, sostanzialmente, le stesse cose di sempre, con una menzogna in meno che non necessariamente significa una verità in più.
Sopravvivo, che è un vivere sotto, senza – almeno spero – perdermi nel dostevskiano sottosuolo, nessuna ambizione da principe o da ufficiale, ovverosia non ho mai cercato d'essere un essere che sia aldisopra di quello che già sono, presago, forse, che ogni forma di mondanità applaudita sia riverbero più acceso dell'insignificanza, oscura ombra dell'eterno che chiude tutti nel grande qui pro quo.

Maledett'a me e alla fissazione di attenermi al monito adorniano: negare a se stessi l'impressione di essere felici nel presente, una specie di gesto scaramantico dettato dalla paura di uscire fuori. Beh, questa volta, Adorno caro, date anche le particolari condizioni, oso trasgredire la tua formula dicendo che sì, a tratti, dato il fuori e il dentro, il dentro e il fuori (niente allusioni, please), mi sono accorto che la felicità è possibile viverla in diretta, senza gridarla ai quattro venti per disperderla nella vanagloria, ma per tenerla, tenerla, ecco, come si tiene in pugno la sabbia, stretta stretta ma che, granellino dopo granellino, scivola via, e tuttavia puoi subito raccogliere per ripetere l'esercizio, come una clessidra.

Blow

Via

Quel diavolo di Angeletti è un genio.

lunedì 14 luglio 2014

Grandissimi giovamenti

Alberto Asor Rosa ci regala, oggi (a pagamento) dalle pagine culturali di la Repubblica (R2), un'entusiastica presentazione del saggio di Gian Carlo Ferretti e Giulia Iannuzzi, Storie di uomini e libri. L'editoria letteraria italiana attraverso le sue collane, minimum fax editore (libro che cercherò presto di procurarmi).
Nel far ciò, Asor Rosa concede gustosi passaggi di autobiografia letteraria, raccontandoci che, sedicenne, nel 1949, spendeva la sua “paghetta” settimanale di cento lire acquistando volumi dei Canti leopardiani e le Ultime lettere di Jacopo Ortis pubblicati della leggendaria BUR, collana appunto nata nel dopoguerra.
«Furono acquistati alla fine della prima liceo (per l'influenza anticipatrice di un antiquato ma eccellente professore d'italiano) e letti nel corso dell'estate successiva - non vorrei esagerare in un'apologia romanticheggiante, - sotto gli ulivi materno paese contadino di Artena. Sono, constato, fittamente sottolineati. Anche questo può sembrare un'esagerazione: ma nessuno dimentica come e dove ha cominciato (qualsiasi cosa, s'intende, ma figuriamoci Foscolo e Leopardi!).»
Asor Rosa ricorda poi il ruolo importantissimo che ebbero per la sua formazione di letterato altre collane, ad esempio i Gettoni Einaudi curati da Elio Vittorini. Non pago di ciò, egli - «per chiudere il discorso» - chiama in causa «due altri esempi, che la pur ricca scelta di Storie di uomini e libri non contempla, il primo di un lontano passato, l'altro ancora presente».
A noi, cioè: a me, interessa soltanto riportare il secondo perché con esso si nota come, per il chiarissimo professore, sia (da anni) cambiata la modalità di ottenimento dei preziosi libri da sottolineare fittamente.
«Il secondo e ultimo esempio riguarda i Millenni einaudiani - bellissima veste, straordinarie curatele, piuttosto cari - i quali rimettono in circolazione, con eccessiva, secondo me, parsimoniosità editoriale, testi rari oppure non mai modernamente ristampati. Chi li riceve (gratis) dall'editore ne trae indubbiamente un grandissimo giovamento
E constato che Asor Rosa, come paghetta per un eventuale caro nipote, ha l'opportunità di dargli i Cento anni in luogo dei cento Euro.

domenica 13 luglio 2014

Il peccato del fare

«In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di ‘fare’. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il ‘la’; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d'Inghilterra; eppure da duemilacinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso […]»
«Il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali. […] Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che voglia scrutare gli enigmi del nirvana.»


Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, Milano 1969 (Parte Quarta).

sabato 12 luglio 2014

Le ragioni del velleitario


Ho un'età in cui, date le velleità, avrei dovuto già scrivere un libro. Non l'ho scritto, ho scritto soltanto cose sparse, senza costrutto, massimamente raccolte qui. Non trattengo storie, eccolo il difetto, subito le poche che appaiono le espello. L'impegno è tutto volto a scrivere la vita, e non so a che punto sono, ancora in forma di brutta copia senza speranza di bozze. Sono un abbozzato. Dico dico dico e non faccio un cazzo, mi lascio agire più che ciak azione. Ah, l'azione, ah, la volontà, ah, la potenza: mi ci vuole un dizionario dei contrari per descrivermi. E quindi resto fermo, incollato al presente tanto che a muovermi mi strappo i peli di dosso – e se amassi essere glabro potrebbe anche starmi bene, invece no, ho a cuore il mio scarso vello.

Potrei disfarmi, ma non saprei donde cominciare. Pensavo alla varechina; ma poi, mentre pulivo il lavandino coi guanti, vedendo un capello frammisto a schiuma scendere nel gorgo dello scarico, ho pensato che, in fondo, da anni, come tutti più o meno, salvo i più ottusi, mi sono disfatto e fatto tante volte, magari a mia insaputa, e quello che ora penso è normale non lo pensassi prima, i pensieri non sono cellule che seguono il programma prestabilito dal codice genetico – i pensieri seguono altri condizionamenti, a volte dandosi pensiero di non seguirli più. E non è facile. La realtà si presenta spesso sotto forma di macigno e di salita. Spingitori di macigni in discesa su Rieducational Channel.

Una cosa è chiara: non sono figlio di quel bambino che ero, così carino sino ai dieci, tanto che a mia madre, quando con lei andavo a fare la spesa nelle botteghe alimentari, macellaio compreso, le dicevano: «Pare una bambina». Toccami il pisello così vedi se paio, ’sto paio di palle rispondendo, mentre l'inconscio cresceva.
Poi spuntarono i peli e uscì la prima goccia: ero sul water e davanti c'era l'oblò tondo della lavatrice. Effetto specchio: pisello mano goccia, riflessi in luogo del bucato. Escher l'ho capito così. E la storia prese inizio alla ricerca dell'anima che mi ricomponesse, presentendo sin da subito che ero mezzo. In mezzo a una specie di strada. E cercai, e trovai, e persi, e stetti in stallo. E finalmente avvenne una sorta di ricongiunzione. Ho detto sorta perché bisogna crescere e mi qui taccio. Il pomeriggio è lungo, la sera pure. Dicono sia un'estate fatta apposta per i velleitari.

venerdì 11 luglio 2014

Una domanda metafisica

Scusami tanto posso farti una domanda
metafisica? Non che mi aspetti risposta.
Quanto alle scuse non credere ch'io pretenda
che tu le possa accettare – così mal poste.

Questo supremo scolorare del sembiante
nella chiara penombra delle chiuse imposte
è il fiato del nulla? – se si sperde all'istante
nella seta celeste della sottoveste.


Toti Scialoja, Estate ventosa 1985-1987, in Poesie, Garzanti, Milano 2002

giovedì 10 luglio 2014

Masse ripetenti


«Il vantaggio di una situazione rivoluzionaria consiste appunto nel fatto che le masse imparano rapidamente». 
Lev Trotskij, “La rivoluzione spagnola e i compiti dei comunisti”, in Scritti 1929-1936, Einaudi, Torino 1962

Caro Leone, le masse non imparano rapidamente, le masse sono capaci soltanto di cambiare rapidamente dio e uomo della provvidenza. Le masse si fidano sempre di quello che viene urlato ai microfoni e ripetuto a iosa nella sequela delle edizioni tele-giornalistiche quotidiane.
La cosa migliore per le masse sarebbe imparare a non essere tali, soprattutto durante una situazione rivoluzionaria, ma aspetta un attimo, Leone, che vado a chiedere a Elias e s'intavola una discussione.

mercoledì 9 luglio 2014

Tutto bene

Sapessi esattamente i pesci prendere quali io li lascerei tutti in acqua, in virtù del mio lasciar vivere agli altri le vite che si trovano a vivere, anche quelle da pesci. I miei occhi lo sanno che in fondo ai tuoi si trova l'approdo, il marinaio che va in pensione stanco di navigare, l'amo e l'amore, pescati. Ci sono le padelle e te intorno soffriggi, danzi, prepari sostanze, nutrimenti che vanno aldilà del rapporto tra carboidrati e proteine. Tu, i minerali - e i miei capelli lo sanno, quelli che scarsi restano impigliati nelle tue dita di melanzana. Il profumo è un discorso a parte, la fame non si fa urgente, è la presenza costante di uno stato di - permettimi di dirlo, profanando - beatitudine, così la concepisco, per varie ragioni, intrise di fanciullezza, di ricordi che riaffiorano spolverati di farina, il senso della tavola come affezione, la grazia che si amplifica nei gesti rapidi della rigovernatura. Il tutto bene è vero, il sorriso che l'accompagna pure. La mente non ce la fa a pensare un oltrebene, sta qui concentrata, compatta, composta tra forno e lavastoviglie, tra raccolta differenziata e scolapiatti in alto (nelle gocce d'acqua soprattutto che, lente, scendono giù a colpire il culo dei bicchieri). Il microonde, il pane, la presa per non scottarsi, le stoviglie mescolate, il sibilo leggero del frigo. Cosa scrivo sulla lavagnetta adesso che sei qui? Cosa scriviamo insieme, quale memento? Comprare i bruscolini?

Non ci sono più le Moane di una volta






In altri termini: chi si masturberà più davanti ai tuoi filmini?

Questa impenetrabilità

«Vi sono città di Polonia, dove la distinzione razziale è triplice: tedeschi, polacchi, ebrei. E questa impenetrabilità tra tedeschi e popolazioni, tra occupanti e occupati, si ritrova dappertutto. I tedeschi sono vittime del loro gioco: si isolano e rimangono isolati; per non farsi assimilare non assimilano. Ogni loro tentativo in senso inverso si rivela ben presto sterile.»


Giuseppe Bottai, Diario, 31 maggio 1942 (Rizzoli, Milano 1982)

L'impenetrabilità tra popoli si ritrova anche oggi, in Palestina per esempio; anzi no, là le bombe penetrano.

martedì 8 luglio 2014

Ha argomentato Renzi

«L’Italia ha una grande occasione ed è fare l’Italia, bisogna smettere di piangersi addosso e provare in mille giorni a cambiare faccia e interfaccia. Noi stiamo mettendo tutto in campo le nostre forze, faremo le riforme e la prima riforma è creare posti di lavoro per i nostri ragazzi»
«Noi le facciamo [le riforme], è giusto farle perché l’Italia torni a essere leader. Piaccia o no a chi vuole frenarci, il risultato a casa lo portiamo»
Renzi ha definito il semestre Ue è «una importante responsabilità, che ci rende orgogliosi, ma sarò franco: non è una posizione strategica per i prossimi 20 anni. L'ambizione è decisamente più alta: diventare leader non dell’Europa delle istituzioni ma della gente». «E l’Italia può essere leader se cambia se stessa». Solo così «sarà leader nei prossimi 20 anni», fermo restando che «il problema dell’Italia è l’Italia».  
 Il cambiamento che il Governo Renzi ha in mente è racchiuso nelle riforme del programma dei 1000 giorni. «Perché - ha argomentato Renzi - se non cambio l’Italia non sono credibile». 
«In questo momento le idee salveranno l’Europa e non le limitazioni. L’Europa deve essere lo spazio della libertà, dobbiamo rendere più bella la globalizzazione. Se invece parliamo solo di limiti, di vincoli e di dossier burocratici che dividono i paesi perdiamo un’opportunità». La Stampa

«Se tu hai guardato in una faccia d'uomo non fare niente. Fare del bene è non fare.»
Ceronetti a parte: per l'Italia, la grande occasione sarebbe non fare se stessa, smettere del tutto di fare, lasciarsi andare alla deriva, staccarsi dalle Alpi, come Ulisse («sol con un legno, e con quella compagna picciola»), oltrepassare - in qualche modo - lo stretto di Gibilterra e andare a naufragare giù verso Sant'Elena.

«Smettere di piangersi addosso»? E perché non smettersi di defecarsi e orinarsi addosso Italia eterno infante d'Europa?

«Provare in mille giorni». Fanculo te e i numeri pari acchiappa gonzi.

«A cambiare faccia e interfaccia.» Mi faccia il piacere, s'interfacci di schiaffi.

«Noi...» Noi?
«...stiamo mettendo tutto in campo le nostre forze.» V'è un errore redazionale, ok. Ma il mettere in campo, dio campo, non è un errore. Se anziché in campo le forze le mettessero altrove (non ho detto dove), forse le forze non si disperderebbero, ma sarebbero incanalate in un'unica direzione.

«Faremo le riforme». Futuro d'obbligo. 

«E la prima riforma è creare posti di lavoro per i nostri ragazzi». Il riformatorio? E poi: “creare” a parte, ché verbo da questioni teologiche, non è urticante l'uso dell'aggettivo possessivo quando si parla di qualsivoglia categoria di persone? I nostri ragazzi. E i vostri (quelli non italiani per intenderci)? E ancora: quanto sono tuoi, a parte i tuoi figli? Forza ragazzi, fate di tutto per non essere suoi ragazzi, di più: nostri ragazzi. Siate vostri, amen.

«Il risultato a casa lo portiamo». Al di là del fatto che i veri problemi della società sono altri, uno dei fattori che accelerano lo sfacelo della repubblica italiana, è che tutta la cosiddetta classe dirigente, Renzi in testa (perché in questo momento è in testa) parla e quindi pensa in modo disgustoso. Ne sia prova massima questo mutuare insulsi modi di dire dal linguaggio sportivo. Cosa cazzo porti a casa? Il risultato? Te lo porti uno schiaffone a Firenze...

«Diventare leader... della gente». L'Italia è già leader della ggente. E Renzi è là a garantire questa continuità gentista o gentocentrica. Itaglia gentaglia.

«Se non cambio l'Italia non sono credibile». Incredibile: se cambia l'Italia è credibile, quindi lo è, è appurato, dato che in Italia sono già (quasi) tutti renziani (in ciò è avvenuto il cambiamento).

«Dobbiamo rendere più bella la globalizzazione». Se fossi affetto dalla sindrome di Sacher-Masoch, direi spesso frasi del genere in pubblico, per dare sprone agli interlocutori di darmi un calcio sui coglion.

Liquefazioni partenopee

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Se non è un fake è davvero uno scioglimento.

lunedì 7 luglio 2014

Datagate e cagate

Io lo sapevo che, prima o poi, i miei peli pubici sarebbero finiti nelle mani di qualcuno, è per questo che mi sono depilato. Si trastullino pure coi miei organi genitali.

- Perché, quanti ne hai?
- Uno, più due se non sbaglio il conto.
- Sei un coglione.
- Ecco.

Quello che mi fa specie, però, è non sapere chi sono coloro che alla NSA si divertono a vedere le nostre intimità, quali facce hanno, se sono carini, se maschi, se femmine, se stronzi tout court. In fondo, anche noi poveri internauti abbiamo i nostri gusti sessuali, e la diffusione telematica dei genitali va incontro e non avverso ad essi.

- Spiegati.
- Ci provo. Se io invio, non pubblicamente beninteso, ma privatamente, una foto dell'organo a qualcheduno/a, il destinatario - chiunque sia - rivela le mie preferenze, perché non sono mica così perverso da mostrarlo a un Calderoli o a una Boschi, a un Di Maio o a una Biancofiore.
- Che la politica non sia eccitante è notorio
- Già.

Per capirsi: sono preoccupato che si abusi dei pixel lubrichi che produciamo senza nostra previa autorizzazione. Già me lo vedo quell'ingegnere informatico a fare paragoni o false attribuzioni, oppure a masturbarsi guardando intimità a lui non indirizzate.
Sulla falsariga del Primo Emendamento, mi verrebbe da dire: ognuno pensi ai cazzi propri.

- Sai, ho un sospetto.
- Quale?
- Che alla NSA interessino soltanto i cazzi degli altri. 

domenica 6 luglio 2014

Letteratura indigesta

«L'articolo di Stalin su “Alcuni problemi della storia del bolscevismo”, mi è giunto con grande ritardo. Dopo averlo ricevuto, per un pezzo non ho potuto decidermi a leggerlo, perché questo genere di letteratura è indigesto come la limatura o come le setole di porco tritate».
Lev Trotskij, “Giù le mani da Rosa Luxemburg”, (1932), in Scritti 1929-1936, Einaudi, Torino 1962



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