venerdì 31 luglio 2009

«È rimasta laggiù, calda, la vita»


È rimasta laggiù, calda, la vita,
l'aria colore dei miei occhi, il tempo
che bruciavano in fondo ad ogni vento
mani vive, cercandomi...

Rimasta è la carezza che non trovo
più se non tra due sonni, l'infinita
mia sapienza in frantumi. E tu, parola
che tramutavi il sangue in lacrime.

Nemmeno porto un viso
con me, già trapassato in altro viso
come spera nel vino e consumato
negli accesi silenzi...

Torno sola
tra due sonni laggiù, vedo l'ulivo
roseo sugli orci colmi d'acqua e luna
del lungo inverno. Torno a te che geli

nella mia lieve tunica di fuoco.

Cristina Campo, La tigre assenza, Adelphi, Milano 1991

Dell'improduttività

«È sempre indizio di un'epoca improduttiva che essa si addentri tanto nelle minuzie della tecnica, e del pari è indizio di un individuo improduttivo che egli si occupi di tali cose».

da una lettera di Goethe a Eckermann dell'11 febbraio 1831.

Questo “aforisma”, che ha come tema la critica letteraria, credo sia opportuno estenderlo anche al vorticoso indaffararsi ecclesiastico sui temi bioetici di inizio e fine vita. Infatti, più l'ecclesia si addentra nelle minuzie tecniche più perde di vista l'orizzonte della vita stessa che è tutta dentro e non agli estremi del segmento che la rappresenta.

Prosit



Bravo Antonio, «quasi quasi la provo» anch'io la pasticca. Speriamo solo sia effervescente, così dopo si farà un bel rutto alla salute del monsignore.

La rappresentazione artistica (angosciosa) del mondo

«Si dirà che l'angoscia non è necessaria all'arte; all'arte in generale no, ma all'arte d'avanguardia sì. C'è poco da fare, il neocapitalismo avrà aumentato e generalizzato l'alienazione, ma l'ha anche resa più scontata e più fiacca, estraendone l'angoscia e proiettandola nelle viscere della terra o nella stratosfera, là dove si svolgono gli esperimenti atomici, oppure in quei remoti paesi coloniali e semicoloniali in cui si decidono le sorti del capitalismo: comunque in luoghi dove non si può arrivare durante il week-end e che restano sottratti all'esperienza dell'intellettuale, che non ha più nemmeno bisogno di lavorare in una società di assicurazioni. Non si possono più ricostituire artificialmente l'ambiente familiare e sociale, le condizioni di vita, gli orizzonti culturali, religiosi, politici entro i quali e contro i quali si sono formati Proust, Kafka, Joyce, Musil, Brecht. La borghesia non attraversa più una crisi morale e spirituale, semplicemente perché ha perso l'anima: l'ha venduta ai monopoli, ottenendone in cambio, sia pure a rate, la sicurezza che le mancava [¹]. Questo non significa la morte dell'avanguardia. Significa che i pochi veri visionari saranno sempre più rari e i molti gregari sempre più numerosi, rumorosi e noiosi. Essi si divideranno fraternamente la piccola alienazione, quella da elettrodomestici, da sbronze e da sesso. Ce n'è per tutti. [...] Con buona pace degli apostoli dei nuovi linguaggi, questi di per sé non sono che cortine fumogene spruzzate dalla cattiva coscienza dello scrittore che non sa che pesci pigliare. Quando c'è un nuovo contenuto, giusto o sbagliato che sia, ma comunque vivo e sentito, che importi l'enunciazione, l'Aussage [affermazione] di una particolare condizione umana, esso non si deposita in un nuovo linguaggio bensì [...] in una nuova forma» (1962)

Cesare Cases, Saggi e note di letteratura tedesca, Einaudi, Torino 1963 (pag. 356-7)

¹ Grassetto mio

giovedì 30 luglio 2009

La rivolta ingegnosa in Italia

Internazionale riporta uno stralcio di un articolo del Time dove si legge che in Iran è cominciata la fase 2 della protesta.

“La seconda fase è cominciata col boicottaggio dei prodotti che si fanno pubblicità sulla tv di stato. Ho cercato di acquistare un prodotto di un certo marchio e un attivista iraniano dietro di me mi ha sussurrato: ‘Non comprarlo, è di un inserzionista’. Si prosegue poi con l’accensione di tutti gli elettrodomestici della propria casa poco prima dei telegiornali del regime, così da far saltare l’energia elettrica in interi quartieri. Senza contare le manifestazioni lampo: dei blitz lunghi abbastanza da poter gridare ‘Morte al dittatore!’ ma non da permettere alle forze speciali di localizzare e arrestare i dimostranti”.


Fatte le debite differenze tra la drammatica situazione iraniana e la nostra - fortunatamente ancora “democratica” [per quanto?]-, chi trova insopportabile l'attuale governo (l'effettiva maggioranza degli italiani in fondo - la maggioranza relativa è minoranza effettiva) potrebbe adottare un analogo tipo di rivolta ingegnosa.

Qui non si tratta di seguire le orme del Grillo. Qui si tratta di prendere buone abitudini private che diventino, come d'incanto, massa critica. A me pare di essere sulla buona strada. Del calcio sono completamente disintossicato per esempio. RaiunodueRete4Canale5Italia1 li ho praticamente piombati (ma qualcuno dovrebbe vederli per me per dirmi: “non comprare questo e quello”). Così su due piedi, la fatica più grossa sarebbe ogni tanto privarmi di qualche volume di Mondadori, Einaudi, eccetera. Va be', ma Richard Dawkins e Vito Mancuso (solo per citare alcuni a me cari editi lì) valgono uno strappo alla regola.
Sì, lo so, non serve a niente. Mi pare di riesumare il Bo.Bi. Quando vedo la fila dai tabaccai per giocare al Superenalotto, o per fare una selezione al Grande Citrullo so benissimo che il mio è un parlare al vento, è uno scimmiottare la sapienza del Qoèlet.

Ho considerato tutte le opere fatte dalle mie mani e tutta la fatica che avevo durato a farle: ecco, tutto mi è apparso vanità e un inseguire il vento: non c'è alcun vantaggio sotto il sole.
Ho considerato poi la sapienza, la follia e la stoltezza. «Che farà il successore del re? Ciò che è già stato fatto». Mi sono accorto che il vantaggio della sapienza sulla stoltezza è il vantaggio della luce sulle tenebre:

Il saggio ha gli occhi in fronte,
ma lo stolto cammina nel buio.
Ma so anche che un'unica sorte
è riservata a tutt'e due.

Allora ho pensato: «Anche a me toccherà la sorte dello stolto! Allora perché ho cercato d'esser saggio? Dov'è il vantaggio?». E ho concluso: «Anche questo è vanità». Infatti, né del saggio né dello stolto resterà un ricordo duraturo e nei giorni futuri tutto sarà dimenticato. Allo stesso modo muoiono il saggio e lo stolto.

Qoèlet, 2, 11-16

I piedi a terra 6.



Nuovo mio articolo su Giornalettismo estate. Da leggere in loco ameno, tra il rosseggiar dei peschi e d'albicocchi.

La solitudine di Silvio.

mercoledì 29 luglio 2009

Europa cavalca un toro nero

Vi invito a leggere, con un piccolo sforzo, questi versi di straniamento, così attaccati alla realtà d'oggi, alle sue tragedie pubbliche e private, al dolore provocato dal caso, dal caos, dalla matta bestialitade umana. Nessuna spiegazione, nessun riferimento storico, salvo la data finale riportata anche nel libro. Non oso spiegare i versi, ho sempre detestato le parafrasi. La poesia è un frutto che si coglie e si mangia subito, necessariamente, presi da una fame atavica di capire la realtà e non capirla. Fare spazio alla poesia dentro se stessi richiede il vuoto, il digiuno da ogni preconcetto. La poesia salva l'anima o non la salva: è la cosa più inutile, più improduttiva, ma proprio per questo più indispensabile. Buona lettura.

1.
Attento abitante del pianeta,
guardati! dalle parole dei Grandi
frana di menzogne, lassù
balbettano, insegnano il vuoto.
La privata, unica, voce
metti in salvo: domani sottratta
ti sarà, come a molti, oramai,
e lamento risuona il giuoco dei bicchieri.

2.
Brucia cartucce in piazza, furente
l'auto del partito: sollevata la mano
dalla tasca videro forata.
Tra i giardini sterili si alza,
altissimo angelo, in pochi
l'afferrano e il resto è niente.

3.
In su la pancia del potente
la foresta prospera: chi mai
l'orizzonte oltre l'intrico scorgerà!
Fruscia la sottoveste sul pennone,
buone autorità, viaggiano in pallone,
strade e case osservano dall'alto,
gli uomini sono utili formiche,
la folla ingarbugliata, buone
autorità, cervello di sapone,
sopra le case giuocando scivolate.

4.
Un incidente, dicono, ogni ora,
una giornata che c'era scuola nell'aria
un odore di detriti, crescono
sulla piazza gli aranci del mercante.
Il pneumatico pesantissimo (tale
un giorno l'insetto sfarinò)
orecchie livella occhi voce,
le scarpe penzolano dal ramo,
evapora la gomma nella frenata.

5.
Il treno, il lago, gli annegati,
i fili arruffati. Il ponte nella notte:
di là quella donna. Il viola
nasce dall'unghia e il figlio
adolescente nell'ora prevista dice:
«Usa il tuo sesso, è il comando.»
Dentro la ciminiera, gonfio di sonno
precipita il manovale, spezzata la catena.

6.
Cani azzannano i passanti, uomini
raccomandabili giudicano l'assassino,
fuori, presto, scivoli.
Negri annusano il vento.
Ambigua è la sciagura,
le sentinelle, i poliziotti.
I due voltarono le spalle.
Rete, sacco: volati
in basso come pompieri.
Spari, vibra l'asfalto,
alla porta di una casa il tonfo.

7.
Con le mani la sorella egli
spinge sotto il letto. Un piede
slogato dondola di fuori.
Dalla trama delle calze sale
l'azzurro dell'asfissia. Guarda,
strofina un fiammifero, incendia
i capelli bagnati d'etere
luminoso. Le tende divampano
crepitando. Li scaglia nel fienile
il cuscino e la bottiglia di benzina.
Gli occhi crepano come uova.
Afferra la doppietta e spara
nella casa della madre. Gli occhi
sono funghi presi a pedate.
Mani affumicate e testa
grattugiata corre alla polveriera,
inciampa, nel cielo lentamente
s'innalza l'esplosione e i vetri
bruciano infranti di un fuoco
giallo; abitanti immobili,
il capo basso, contano le formiche.

8.
Osserva l'orizzonte della notte,
inghiotte la finestra il gorgo del cortile,
l'esplosione soffiò dal deserto
sui capelli, veloce spinta al terrore:
tutto male in cucina, il gas
si espande, l'acqua scroscia,
la lampada spalanca il vuoto.
Richiude la porta dietro a sé,
e punge gli occhi il vento dell'incendio,
corre sugli asfalti, cosparso d'olio:
saltano i bottoni alla camicia estiva,
la ferita si colora, legume
che una lama rapida incide.

9.
Vide dal suo posto le case
roventi incenerirsi e in fondo alla città
i denti battono sotto le lenzuola
e guizzano i corvi all'ombelico.
L'A è finestra e oltre
si agita la pianura di stracci.
L'O si apre e chiama
lago ribollente fango.
«Galoppate a cammello nel deserto!»
Fa acqua l'animale sventrato
dal taxi furibondo: si ricordò
d'avere atteso tanto, la gola
trapassa il sapore dei papaveri:
cala veloce nelle acque dentro
l'auto impennata, volontario
palombaro, con un glù senza ricambio.

10.
Un coro ora sono, ondeggianti
nel prato colmo di sussulti.
«Lo zoccolo del cavallo tradisce,
frana la ragione dei secoli.»
Urla una donna, partorisce,
con un bambino percosso dalle cose.
Con un colpo di uncino mette a nudo
l'escavatrice venose tubature,
e radici cariche di schiuma
nel vento dell'albero antico,
spasimano, gigante abbattuto.
Quattromila metri di terriccio
premono le schiere, e un minatore
in salvo ha mormorato:
«Là è tutto pieno di gas.»
Un attimo prima di scivolare
nella fogna gridò: Sì.

1958


Antonio Porta, I rapporti (1958-1964), da Tutte le poesie, Garzanti, Milano 2009

Du Cota de chez Swann


[*]
Mi sbaglierò, ma secondo me Ella passa più tempo dal visagista, dal parrucchiere, dall'occhialaio, dallo stilista che coi maestri, coi professori, coi dirigenti scolastici, coi ricercatori, coi rettori, cogli studenti...

Gente del Nord 2.

Botta e risposta tra me il mitico Formamentis sulla vexata quæstio nordica. Lo riporto di seguito non prima di aver chiesto: ma se i padani fossero in maggioranza come il Forma chi si leggerebbe così volentieri nella rete? Il blog del Matteo Salvini? [non lo linko manco se mi paga]

L: O messer Formamentis tu sì che te ne intendi e quindi porgo anco a te la seguente dimanda: ma è il popolo del nord che informa la lega o la lega a informare il popolo del nord? Io porco, son quindici anni che sgovernano lo settentrione e ancora si lamentano de Roma, de Riccione, der Ricchione, der Meridione e de l'Africano? Maledetto i' giorno che ho comprato una macchina a rate maledetto. Mi sento del Norde, mi sento uno stronzo.

F: È tutto un circolo viziato, popolo e partito si tengono bordone, cambiare non cambia nulla, del resto se cambiasse per la Lega sarebbe la fine.

Domandina a margine:
Dato che la Cultura non li ha mai intaccati né li intaccherà, quale strategia potrebb'essere adottata per infettare con altri memi, meno pericolosi e ignoranti, le menti del cosiddetto popolo del nord?

martedì 28 luglio 2009

Sii tutto ciò che puoi essere

«Ognuno di noi è quello che è, con i suoi nei e tutto il resto. Io non sono in grado di essere un campione di golf, o un pianista da grande concerto, o un fisico quantistico. Lo posso sopportare. Tutto ciò fa parte di chi io sono. Posso superare i novanta su un campo da golf, o addirittura suonare una fuga di Bach dall'inizio alla fine senza commettere errori? Posso provare, pare; ma se non dovessi riuscirci mai, questo potrebbe significare davvero che non avrei mai potuto farcela? “Sii tutto ciò che puoi essere!” - recita uno squillante slogan per il reclutamento nell'esercito degli Stati Uniti; ma non cela una beffarda tautologia? Non siamo noi tutti, automaticamente, tutto ciò che possiamo essere? “Ehi, sono un tipo indisciplinato, maleducato, un grosso sacco di lardo che non ha la minima intenzione di arruolarsi nell'esercito. Io sono già tutto ciò che posso essere! Io sono quello che sono!” Chi parla in questo modo si sta automaticamente escludendo dalla possibilità di una vita migliore o ha colto il nocciolo del problema? [...] Ognuno di noi potrà mai fare qualcosa di diverso da ciò che finisce per fare? Anzi, che senso avrebbe fare una qualsiasi cosa?»

Daniel C. Dennett, L'evoluzione della libertà, Raffaello Cortina Editore, Milano 2004 (pag. 9-10)

Gente del Nord

Facendo alcune considerazioni a margine di un suo post, chiedevo, un po' confusamente, a Federica Sgaggio se dopo tanti anni di effettivo governo della Lega Nord, dal potere nazionale a quello locale, ci siano stati degli effettivi (e apprezzati) cambiamenti concreti (cioé, non solo parole e folclore) per la “gente del nord” che, appunto, ha votato Lega. Federica mi risponde così (taglio solo una parte relativa a una mia domanda specifica sui conti sanitari):

«In generale, non penso che ci siano stati cambiamenti “concreti”, a meno che non si consideri concreto (e purtroppo credo che concreto esso sia) il montare di un’arroganza, di una brutalità e di un antimeridionalismo che non sussurrano più le loro ragioni al chiuso, arrossendo di vergogna.

E no: credo che la gente del nord sia esattamente così come la Lega la dipinge, la vuole e le dà voce.
Altrimenti non mi spiego tutti quei voti.
Non ho mai creduto che la Lega fosse il cosiddetto “voto di protesta”. Questa ce l’hanno raccontata ma io non ci credo: è il voto di chi crede di avere ragione su tutto, di aver diritto di cacciare chi è diverso, di chi pensa che il denaro sia tutto, di chi crede che l’ignoranza sia un valore perché la cultura è ciò da cui è sempre stato escluso, e ora scopre che la cultura non è necessaria, e che può propagandare per cultura le sue opinioni da osteria.

Secondo il mio modestissimo parere, dare il voto alla Lega è esprimere un’opinione politica che con qualche piccola semplificazione definirei fascista».

Facevo meglio a non chiedere nulla. Queste parole mi dànno un senso di tristezza civica incolmabile. Ma confido molto nell'icastico epigramma zanzottiano¹:


In questo progresso scorsoio

non so se vengo ingoiato

o se ingoio


¹Andrea Zanzotto, In questo progresso scorsoio, Garzanti, Milano


Loro sanno chi è, loro sanno dov'è, loro sanno che fa

I vescovi hanno parlato e «chiunque è stato raggiunto dai loro interventi ha capito quello che si doveva capire».

lunedì 27 luglio 2009

Cantabile (ma stonato)

Il bambino che vinta
infine la vergogna nera
di credere, e in preghiera
per un'ora poi lascia
il suo mazzetto di fiori
a Santa Rita da Cascia,
come potrà, mio Dio,
come potrà poi senza
odio perdonarti il furto
della tua inesistenza?

Giorgio Caproni, Il muro della terra (1964-1975), da Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1999.

domenica 26 luglio 2009

Il realismo narrativo

«Suvvia, signori miei, si può forse chiamare creazione artistica questo spiare dal buco della serratura la vita della gente insignificante? Perché, mi sembra assodato che gli uomini di rango superiore, ammesso che ancora ve ne siano, non permettono certo a sguardi indiscreti di violare la loro vita! E allora? Allora ve lo dico io cosa fa lo scrittore: si mette lui stesso al livello dei suoi grigi personaggi, ci beve insieme e gli dà del tu, per un'insana foia di autoumiliazione cui nessuno lo spinge. E questo sarebbe il realismo? Sarebbe questa la letteratura aperta ai valori sociali? Puah! Si fan vedere i difetti delle canaglie, si creano dei tipi positivi che puzzano di artificioso lontano un miglio, il tutto condito con un piatto ottimismo fondato sulla più completa cecità. Ecco le baggianate che vanno per la maggiore! Ma fatemi il piacere!...»

Stanislaw Ignacy Witkiewicz, Insaziabilità, Garzanti, Milano 1973 (pag. 24)

Ringrazio Malvino per avermi fatto conoscere questo autore che farà parte delle mie letture estive.

Se lo avessi scoperto prima questo brano sarebbe comparso di sicuro nel mio ultimo articolo su Giornalettismo

Pallosi picchi



Pare che sia proibito discutere serenamente del nostro futuro, dell'imminenza di certi avvenimenti apocalittici. Pare che ci piaccia più ascoltare orchestrine estive su assolati piano bar e comportarci come le, effettivamente, più simpatiche cicale rispetto alle laboriose formiche. Debbo questi pensieri al caro Weissbach che coi suoi pensierini e i suoi amici linkati, è riuscito a rendermi indigesta la colazione.
Comunque, a fine agosto mi comprerò una piccola Stihl.

sabato 25 luglio 2009

Filosofia e pallottole


La criminalità organizzata (Mafia e affini) ha trovato e, purtroppo, trova ancora in Italia un luogo dove perpetrare i propri loschi affari. Il loro guadagno è incalcolabile (avete presente le stelle del cielo? Ci siamo quasi), quindi anche la loro capacità e disponibilità economica (praticamente tutta esentasse). Non è che voglio qui fare una seppur minima cronistoria dei protagonisti e delle derive che tale quantità di soldi hanno prodotto in Italia. Qui voglio osservare solo una cosa. Perché i biechi figuri al comando di tali organizzazioni hanno speso così male i loro soldi? Prendiamo il caso degli ultimi capi di Cosa Nostra catturati e incarcerati, Totò Riina e Bernardo Provenzano. Beh, loro agivano solo per il potere, non hanno che minimamente sfruttato i loro guadagni. Conducevano vite quasi monastiche, non si davano a orge, a crociere, a ville in Sardinia o alle Bermuda, non facevano altro che esercitare il potere malvagio con azioni violente. Non è che hanno mandato a studiare i loro figli a Harvard o a Cambridge. Non li hanno nemmeno spesi i soldi per comprare una squadra di calcio come il Palermo. Sì, speculazioni; sì, Calcestruzzi; ma per avere che, in fondo, se non i soldi per vivere o come un piccolissimo borghese o come un povero coltivatore di cicoria? Paradossalmente, se avessero reinvestito più saggiamente i loro guadagni in cliniche ospedaliere all'avanguardia aperte a tutta la popolazione, o in strutture scolastiche tali da far impallidire i più blasonati colleges svizzeri di educazione du beau monde, o in istituti di autentica ricerca scientifica e tecnologica tanto da creare dei poli universitari di eccellenza che richiamassero le migliori menti internazionali; oppure ancora: se, con lo sterco diabolico guadagnato, avessero avuto l'idea di far sorgere delle nobili ma redditizie attività imprenditoriali, allora avrebbero avuto delle ricadute territoriali talmente enormi che, come minimo, avrebbero avuto persino qualche ricoscimento repubblicano, per esempio di Cavalieri. Insomma, in estrema sintesi, Riina e Provenzano avrebbero potuto trasformarsi in delle specie di Robin Hood se solo lo avessero voluto.

Forse ho detto una marea di sciocchezze. Forse. Ma sicuramente i capi mafiosi avrebbero avuto una miglior fortuna se avessero pensato a questo modo di spendere soldi invece di affidarsi alle varie banche Rasini di tutto il mondo. Avrebbero potuto stabilire un “canone” per tutte le mafie internazionali ed ergersi a loro modello. I capi mafiosi abbisognano di contornarsi di philosophes che li portino a più savi consigli. Avere sempre a che fare con Politici, Avvocati, Imprenditori, Finanzieri li ha portati e li porterà alla rovina. Giacché, a parte i pochi spiccioli spesi per provocare stragi e dolore, non hanno fatto niente col loro immenso tesoro. Tesoro che, pare, sia ancora tutto chiuso dentro la caverna di Alì Babà. (E ora Tremonti spera di scoprire la parola magica).


Regina, Italia

*

«Io non cesso di amarti, corrotta, decomposta, luminescente, fosforica regina; maestosa lebbra; immortale mortale; disfacimento inconcludibile. Mirabile orrore: chiedimi di amarti: ti sarò sollecito e fedele, sicario, ministro del tuo fetore, attento al cerimoniale di quel che, con te, è insieme esequia e nozze, fornicazione, elemosina, predilezione, concepimento e strage. Io, tuo amoroso servo, vengo, tu certo lo sai, dal lebbrosario delle Regine: là dove tu non eri, ma fluttuava la polvere delle tue disfatte bandiere. Omaggi, omaggi io ti reco ma quelle garbate dame sono massaie domenicali a petto del mostro mirabile che si nasconde dietro le tue occhiate. Tu dunque stai dentro di te, affittuaria del tuo corpo sterminato, e percorrendo le tue piaghe posso penetrare nel tuo centro. I tuoi piagati genitali, appunti di sangue, sono adito al mio itinerario. Io avanzo verso il tuo centro; entro, sono dentro di te, Regina, morbo, oscurità precipite ed altezza».

Giorgio Manganelli, Amore, Rizzoli, Milano 1981

[Il riferimento patrio del titolo è mio]

venerdì 24 luglio 2009

Il vero inno del PD



Le ragioni spiegate in un mio commento a questo post di Mantellini.

Dalla spada alla penna



Non che m'illuda troppo, ma queste notizie poco urlate sono confortanti. Lo so, come dice bene la fonte, i vari eventi culturali saranno tutti tesi a conquistare "consenso", a scaldare ancor più i cuori, a far venir voglia di martirizzarsi. Ma la messa in scena è comunque finzione, e anche l'eventuale ebreo, interpretato con tutti i suoi orribili cliché, potrà avere una sembianza umana, una possibilità d'incontro (infatti, dietro la maschera chi c'è se non un fratello?) Se il risentimento, la rabbia, l'odio profondo vengono incanalati in una sorta di «resistenza culturale», pur restando tali, si demoltilplicano, si ritualizzano, s'arrestano dentro il confine della rappresentazione. Possa sorgere dunque tra i palestinesi una tradizione "tragica", sia benvenuto un nuovo Sofocle con la kefiah

Amore

Amore mi diede il benvenuto; ma l'anima mia si ritrasse,
Di polvere macchiata e di peccato.
Ma Amore dal rapido sguardo, vedendomi esitante
Sin dal mio primo entrare,
Mi si fece vicino, dolcemente chiedendo
Se di nulla mancassi.

Di un ospite, io dissi, degno di essere qui.
Amore disse: Quello sarai tu.
Io, lo scortese e ingrato? O, amico mio,
Non posso alzare lo sguardo su Te.
Amore mi prese la mano e sorridendo rispose:
E chi fece gli occhi se non io?

È vero, Signore, ma li macchiai: se ne vada la mia vergogna
Là dove merita andare.
E non sai tu, disse Amore, chi portò questa colpa?
Se è così, servirò, mio caro.
Tu siederai, disse Amore, per gustare della mia carne.
Così io sedetti e mangiai.

George Herbert

versione di Cristina Campo, La tigre assenza, Adelphi, Milano 1991

Sette epigrammi. Dai detti conviviali di Martin Lutero

1.
«Contro le tradizioni umane non conosco esempio migliore
del culo; non si lascia stringere, vuol farla da padrone e basta.

2.
Gregorio è appestato dalle osservanze:
decretò che fare scorregge era peccato mortale. Ma quando
sono in collera con Iddio nostro Signore
e gli domando se io o lui ha torto, allora va bene per me.

3.
In questo ufficio della parola, imparo che cosa è il mondo
la carne è l'odio di Satana. Prima del Vangelo credevano
che non ci fosse altro peccato che la libidine.

4.
Tutte le volte che dio sta per punire i peccati del mondo
manda avanti la parola.

5.
Tommaso Muntzer disse che cacava addosso
a quel Dio che non parlava con lui.

6.
La legge dice ogni persona
è pubblica o privata. A quella privata
la legge dice: “Non uccidere”,
a quella pubblica “Uccidi” dice.

7.
La carne è il mio peccato
il mio demonio, lo affronto corpo a corpo
leccami il culo gli dico, e gli piscio addosso.»

Elio Pagliarani, Epigrammi da Savonarola Martin Lutero eccetera (2001), da Tutte le poesie (1946-2005), Garzanti, Milano 2006

Ah, sì?

«Per qualcuno la crisi è una pacchia»

La povertà



«...quest’uomo straordinariamente povero di tutto, tranne che di soldi..

giovedì 23 luglio 2009

Veleggiare contro vento debole

Volevo fare un post dopo aver visto Il divo di Paolo Sorrentino.
Ma poi mi son detto: basta, ho sete, ho voglia di una birra. «Tra la sete e la birra, nomi l'una e l'altra, si estende delizioso l'accadere del bere»¹. Esco, tira un po' di vento e le foglie copiose del nocciolo frusciano leggere. Silenzio. Penso a trent'anni di storia italiana, ai nomi, alle cose, alle persone, agli avvenimenti storici e leggiadri: «davvero è successo tutto questo?» mi chiedo insieme a Deaglio. Se si è consapevoli di questo, come ci si sente? Indifferenti? Complici? Incazzati? Apocalittici o integrati? Che cosa fa sì che alcuni di noi sentano come un peso dentro, come un groppo che non va né su ne giù, una voglia impellente di vomitare senza la possibilità di farlo? E che cosa fa sì, invece, che tal altri facciano finta di niente, niente di nuovo il sole, e si dicano che in fondo questa è l'Italia, la si prende così, la si gode, la si vive al massimo cercando il massimo profitto? Se, per esempio, io fossi dell'entourage berlusconiano o andreottiano o qualsivoglia altro entourage diabolicamente salvifico e vincente la penserei come in quest'ultimo caso? Avrei cioè naturalmente un pelo di visone sullo stomaco? Quello che mi piacerebbbe decifrare è la ragione che determina in Italia, aldilà dell'ereditarietà (e schizofrenia) di ogni situazione, dei pensieri così divergenti, così inconciliabili, così diametralmente opposti. Infine mi chiedo: quanto io posso essere corruttibile? Se Berlusconi o chi per lui mi offrisse una cifra ingente, una tangente, un posto da dirigente della Mondadori o della Einaudi, quattrocento veline e candeline e una fornitura di papaya fermentata: in breve, sarei disposto a pensarla come lui o, perlomeno, come un Frattini? Chissà come mi comporterei; non mi piacerebbe esser messo alla prova sarebbe rischioso: sarebbe troppo facile rinnegare le proprie indignazioni probabilmente. Me le tengo, mi tocco i bassifondi, lancio uno sguardo a quel che resta della costellazione del leone, penso a mio babbo Vittorio che oggi avrebbe compiuto 82 anni e al fatto che a 16 anni (nell'agosto 1943) fu preso dai tedeschi e portato a Berlino in un Campo di lavoro² e mi dico: io merda (tolgo la 'd' per rivolgermi a me stesso) qualora dovessi pensarla come attualmente non penso, possa io diventare, appunto, una merda.

¹Hermann Broch, Gli incolpevoli, Einaudi, Torino, 1963 [anche il titolo del post è preso da tale Autore]
² Un giorno racconterò tale storia.

Genialità



G.O.D c'è.

Segnalazione

Dialogo tra lettori

mercoledì 22 luglio 2009

«Non sono un santo, sono un unto»

«Quando giungiamo all'evidenza [o siamo costretti a giungervi], non siamo tutti uguali; dobbiamo essere preparati ad essa, e ancor prima di essere preparati, dobbiamo avere la innata rudimentale abilità di raggiungerla. Non siamo uguali quando si tratta di trarre fuori la verità delle cose»

Robert Sokolowski, Introduzione alla fenomenologia, Edizioni Università della Santa Croce, Roma 2002 (pag. 195)

Vacanze cinesi

«Bussavano alla porta. Il cameriere del corridoio controllava l'ordine delle stanze e chiedeva se Adamante avesse bisogno di qualcosa. "Oh, yes" rispose l'architetto e disse rapido quello che voleva, una ragazza, restando un pochino sulla celia, per tenersi aperta un'onorevole ritirata. Il cinese guardò attorno, come cercando la ragazza, poi allargò le braccia desolato e infine con un sospiro: "Tomorrow", con le elle al posto delle erre. "Tomollow un cazzo," rilanciò serenamente l'architetto "domani parto"».

Ennio Flaiano, Il gioco e il massacro, Rizzoli, Milano 1970.

Tornado



Potrebbe sembrare una splendida notizia.
Non è vero Weissbach?

martedì 21 luglio 2009

Il catalogo è questo

E poi, se vai in giro a piedi finisci
col conoscerle tutte: le vecchione
di via Lazzaretto, vispe
e a gruppi come comari; le borghesi
modeste, appena lugubri, in attesa
tra Ponte Vetero e l'Arena;
la bionda delle Cinque vie
con la sua faccia gonfia, lapidata. Dunque vedi
che è tutto diverso dai viali
dove le ragazze sono sane e sottili
e salgono ridendo con gente incappucciata
nelle chiare autoblindo...

Giovanni Raboni, Le case della vetra (1955-1965) - da Tutte le poesie, Garzanti, Milano 2000.

I piedi a terra 5.



Nuovo mio articolo su Giornalettismo.

La scomparsa della letteratura.

lunedì 20 luglio 2009

Madrigalisti moderni

Lo scoramento provato di fronte all'attuale situazione del PD non darebbe requie se i fantastici balzi di una mente fantasiosa non suggerissero piacevoli e confortanti vie di fuga. E l'esempio offerto per tale salvazione mentale lo offre proprio la volpina boutade di Beppe Grillo che cerca invano con troppo clamore di candidarsi a eventuale concorrente per la segreteria del partito.

A noi poveri spettatori disimpegnati, sia pur ancor animati da sporadici moti ondosi d'orgoglio civico, non resta che tuffarsi, in sordina – contrariamente alla berciata mossa del Grillo (pessimo scacchista che suggerisce all'avversario le proprie mosse), nel casermone pacificato della Casa del Popolo della Libertà. In che senso tuffarsi dentro? Ma prendendo la tessera di cotal partito che diamine! In fondo, se mettessimo da parte per un attimo la repulsione verso il conclamato leader, potremo scorgere che dentro tale Casa convivono – tenute assieme dal cemento armato del potere – vari orientamenti politici: dagli ex socialisti, agli ex missini, dai leghisti secessionisti ai notabili democristiani, da qualche ex-radicale a qualche sparuto liberale. Il PdL, insomma, contiene dentro sé ciò che ancora resta delle magiche coalizioni pentapartitiche rese questa volta meno litigiose perché rette, guidate, foraggiate dal superbo Konducator di Hardcore. Lo so, qualcuno storcerà il naso non riconoscendosi in nessuno di tali orientamenti. Magari qualcuno si sente ancora di “sinistra” o di “estrema destra” (ah, ah). Ma il fine è quanto mai nobile: prendere la tessera del PdL per portare, per quanto possibile, scompiglio dentro tale famigliola. Senza urlare, senza alcuna intenzione rivoluzionaria, riproducendo ad alta voce con regolarità qualche tic verbale di sicuro successo e di sicura garanzia identitaria (contro i comunisti, contro i magistrati, contro certa stampa, contro la plutocrazia murdocchiana), potremo agire indisturbati come provetti agenti in sonno. Il nostro scopo sarà quello di raggiungere un certo numero, una certa soglia critica capace di presentarsi compatta al prossimo congresso (sempre che ve ne sarà uno nel prossimo decennio) per impedire la farsa dell'elezione per acclamazione o, meglio ancora, per preparare altre più necessarie idi di marzo. Lo so, sarà difficile non essere scoperti, anche perché non siamo abituati a indossare delle pregiate giarrettiere mentali, e non siamo altresì avvezzi al lecchinaggio adulatorio. Tuttavia, un po' di pelo sullo stomaco non guasta. Esempi alla Capezzone possono comunque ritornarci utili: in fondo è lui la nostra guida, il bin Laden de noiattri, che dai caveau di piazza Navona, sorbendo vellutati cappuccini dorati, si prepara con sagacia a essere il Bruto della situazione. Al momento opportuno entreremo in azione per far crollare la guida di questo inestirpabile blocco sociale che, ancora per decenni, affosserà questa nostra povera patria. E son ci riusciremo sarà bellissimo lo stesso: ci basterà esibirci, sia pure solo per lo spazio di un'esibizione, come quei vecchi mattacchioni di Amici miei si esibirono, provetto coro, davanti a un pubblico di prelati, lasciandoci il tempo di cantare a squarciagola il nostro solenne vaffanzum.



sabato 18 luglio 2009

Una risposta poco riflessiva

Queste riflessioni di Devarim meriterebbero una più seria trattazione. Al momento mi sento solo di replicare che, nei confronti del PD, provo una sorta di apatheia, di mancanza cioè di passione, di partecipazione. Dei tre segretari papabili mi vanno bene tutti. Ho una leggera preferenza per Bersani. Dalle logiche interne delle correnti sto lontano come dalle vicende del calciomercato: mi attraversano la mente imposte dai flash di agenzia, ma non me ne frega nulla. Facciano loro. Io non ho voglia di impegnarmi politicamente a partire dalla sezione di partito sotto casa, poi a quella provinciale e poi regionale e poi e poi gente che viene e che ti dice di saper già ogni legge delle cose. Il punto è che se t'impegni da queste parti finisce facilmente che ti faccian diventare assessore alla cultura del paese e già fatico tanto a partecipare alle riunioni trimestrali del consiglio della biblioteca comunale. Di fare anche una carriera meteoritica alla Serracchiani non ho la minima intenzione. Icché fo: mi iscrivo al dibattito, accedo - miracolo - al parterre, fo il buffone alla Benigni, sparo du bischerate e poi? Le fognature e poi? Il piano regolatore e poi? Il sociale e poi? Io m'incazzo perché vorrei fare tanto il cittadino, cioè il re, ma non me lo consentono. E poi prender la tessera ora, considerato anche che non ne ho mai avuta alcuna, di partito, in vita mia, non mi sembra il caso. Questa storia di Beppe Grillo¹ me lo rende antipatico anche se, obtorto collo, io lo farei partecipare al dibattito e alle primarie (per dei buoni motivi esposti qui dall'Olandese Volante). Dicevo, prendere la tessera ora per favorire chicchessia non lo trovo - e parlo per me - molto dignitoso. Mi basterà, se ho voglia, votare alle primarie, se le faranno. Ripeto: a me Bersani non dispiace. A Ignazio Marino voglio bene, ma. Francheschini una volta (un paio di anni fa) mi telefonò, giuro, un mattino: cercava la Regione Umbra e si vede aveva sbagliato il prefisso, dacché il mio numero di casa è forse simile a quello dell'ufficio che cercava. Riconobbi subito la voce, mi limitai a salutarlo e a fargli gli auguri. Se fossi stato il mago Otelma gli avrei predetto la segreteria. Provvisoria).
Dunque, caro Devarim non prenderò alcuna tessera. O forse no, una mezza idea ce l'avrei, ma di senso opposto: ossia di prender quella del Popolo della Libertà. Per vedere l'effetto che fa a salire sul carro del vincitore, ma soprattutto per montare su una Escort. Cabriolet.

¹ In fondo è stato grazie a Grillo che ho conosciuto il mondo dei blog, che ho cominciato timidamente (e inutilmente) a commentare chez lui. In uno di tali commenti, ricordo, di avergli chiesto, dopo la manifestazione dei centomila: ma perché non fai un Partito nazionale? Non ti rendi conto che colla tua pur meritoria critica sottrai voti soltanto al centrosinistra? E non ti chiedi il perché di questo? Non rispose a tanti che posero queste domande.

Ricordo

Ricordo una chiesa antica,
romita,
nell'ora in cui l'aria s'arancia
e si scheggia ogni voce
sotto l'arcata del cielo.

Eri stanca,
e ci sedemmo sopra un gradino
come due mendicanti.

Invece il sangue ferveva
di meraviglia, a vedere
ogni uccello mutarsi in stella
nel cielo.

Giorgio Caproni, Come un'allegoria (1932-1935). Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1999.

Noticina a margine.
Nell'ora in cui l'aria s'arancia
: un verso di una luce straordinaria che, pronunciato a fil di voce, restituisce l'ora e l'orizzonte. Una vera meraviglia che richiama il celeberrimo e, quasi insuperato, Era già l'ora che volge il disìo dell'Ottavo del Purgatorio.

Psicologia del puttaniere

Segnalo questo splendido post di Chiara di Notte

venerdì 17 luglio 2009

Una mano, un piede, la luna



«Non sappiamo fin dove si sia stesa la mano umana, ma certo è arrivata molto più in là del piede di Neil Armstrong. Questo piede non ci sarebbe stato se quella mano non avesse occupato tutto l'arco fisico in cui il famoso piede si è mosso. La pregnante sporcizia umana scaricata sulla luna in più viaggi, dispersa con spreco lungo le orbite, è ombra, specchio e riflesso della grande sporcizia che siamo e che portiamo, l'analogia misteriosa della vigna che non è più vigna, del frutto distorto, dell'uovo artificiale, dei cimiteri di auto al posto delle genziane e dei papaveri, dell'acqua mercuriale, del cuore di topo straziato dagli spaventi a cui l'ha sottoposto lo sperimentatore. L'albero che getta il suo amo senza pescare più luce e il pesce a cui cadono, in acque di senescenza e di degenerazione, le foglie, sono lo stesso mistero umano di ieri, sconvolto nei suoi sconvolgimenti dal sopraggiungere di un'oscura complicazione. Lo sforzo di capire l'albero, il pesce, l'uomo, si rivela sempre più inutile. Perché si tratta di capire un prodigio della forma molto avaro di spiegazioni, in cui si è immidollata un'infamia incomprensibile, in dosi cifrate, in pesi che le misure oltre un certo limite non disciplinano più».

Guido Ceronetti, Difesa della luna, Rusconi, Milano 1971 (pag. 143. Il capitolo dove si trova questo passo è intitolato Filosofia dell'inquinamento).
Da ricordare che l'Autore scrisse questo libro in piena euforia tecnologica in aperta polemica contro gli entusiasti cantori delle magnifiche sorti e progressive dell'umanità.

Il promontorio di Montepulciano



Gloria a G.O.D. nel basso dei cieli italici.

giovedì 16 luglio 2009

Jingles politici

Ancora non ho letto niente di preciso al riguardo. Non so nemmeno se lo farò. Comunque dai titoli on line sull'argomento trovati su google news leggo che Franceschini ha presentato le sue linee programmatiche facendosi introdurre dalla canzone Domani. Ma è proprio necessario sottostare a questa moda? Bersani cita Siamo solo noi. Prodi si faceva accompagnare dalla Canzone Popolare. Veltroni da Mi fido di te. Berlusconi da Menomalechesilvioc'è. La Lega usurpa Va' pensiero. Che palle tutta questa musica. Che palle tutta questa melassa. Una fortuna per i poeti e la poesia in generale, oramai emarginata da tutta questa retorica.

P.S.
Ho scoperto anche questo Inno veltroniano d'antan.

La morale allo specchio



Lo so che può risultare faticoso mettersi a leggere con attenzione tali argomentazioni, soprattutto per chi non è abituato a riflettere (ovvero, se ne sbatte) sulle conseguenze delle proprie azioni, delle proprie dichiarazioni. Tuttavia sono convinto che, se una persona non si nasconde dietro alibi puerili o nella sicumera della propria forza (tipo: “tanto ho ragione io, ho il 62, 64, 68, 69 ah 69 per cento dei consensi, lo dicono i sondaggi!“) e, sia pure nello spazio di una mezz'ora, è onesta con se stessa, allora non può che trovarsi spalle al muro, schiacciato dalla forza di cotanta ragionevolezza. Insomma, guardandosi allo specchio non può non dirsi: “madonna che faccia a culo!

Non avere luogo



«Quando avremo smesso di ricondurre la nostra vita segreta a Dio, potremo elevarci a estasi altrettanto efficaci di quelle dei mistici e vincere il quaggiù senza ricorrere all'aldilà. E se malgrado ciò l'ossessione di un altro mondo dovesse perseguitarci, potremmo benissimo costruirne, progettarne uno di circostanza, non fosse che per soddisfare il nostro bisogno di invisibile. Quel che conta sono le nostre sensazioni, la loro intensità e le loro virtù, come la nostra capacità di precipitarci in una demenza non consacrata. Nell'ignoto potremo spingerci altrettanto lontano dei santi, senza ricorrere ai loro mezzi. Non avremo che da costringere la ragione a un lungo mutismo. Affidati a noi stessi, più nulla ci impedirà di accedere alla deliziosa sospensione di tutte le nostre facoltà. Chi ha intravisto questi stati sa che i nostri movimenti vi perdono il loro senso abituale: saliamo verso l'abisso, discendiamo verso il cielo. Dove siamo? Domanda che non ha più ragione d'essere: noi non abbiamo più un luogo...»

E. M. Cioran, La tentazione di esistere, Adelphi, Milano 1984 (pag. 154)

mercoledì 15 luglio 2009

L'anima del piacere

CRESSIDA [...] Quando son corteggiate, le donne paiono angeli. Ma una volta conquistate, non son più nulla. L'anima del piacere sta nel perseguirlo. Se una donna amata non sa questo, vuol dire che non sa nulla; gli uomini, infatti, stimano tutto ciò cui ancora non hanno attinto molto più di quanto esso valga. E non è ancora nata quella donna che gusti l'amore soddisfatto quanto il desiderio che si fa supplice. Onde io insegno questa massima insegnata a me dall'amore: una volta conquistate, gli uomini ci comandano, ma per tutto il tempo che dura la nostra resistenza, continuano a supplicarci.

William Shakespeare, Troilo e Cressida (Atto Primo, finale Scena 2), trad. Gabriele Baldini, Rizzoli, Milano 1988

Chi è il testadicazzo?

martedì 14 luglio 2009

La serotonina divina

Un ultimo omaggio alla Francia oggi. Riporto questo brano di uno dei maggiori intellettuali engagé du notre siècle.

«La sérotonine divine est plus qu'un médicament de confort. C'est le dopant parfait. Bon marché et en accès libre. Dommage que la Grâce soit une faveur venue d'en haut, qui s'obtient sans se mériter, car Dieu est encore aujourd'hui le seul antidépresseur délivré sans ordonnance. Mais pharmakos, on le sait depuis le Grecs, c'est poison et remède, et tout ce qui guérit peut rendre malade».

Régis Debray, Le Feu sacré. Fonctions du religeux, Fayard, Paris, 2003 (pag. 152)

P.S.
Non capisco perché Raffaele Cortina editore (che ha pubblicato Dio, un itinerario, non abbia ancora tradotto quest'altro capolavoro. Se mi pagano, mi offro come traduttore...
)

La javanaise



Pensieri transalpini.
Grande Serge. Qui ricorda molto Carmelo Bene. Stupendo esercizio vocale in controtempo. Stupenda Gauloise. Una stupenda canzone da ballare innamorati.

Pensieri d'un rinoceronte



«Sempre caro mi fu quest'erto corno»
pensa il rinoceronte
senza nessuno intorno.

Toti Scialoja, La mela di Amleto, Garzanti, Milano 1984

Maison Massaro





Parenti illustri.

Une dynastie de bottiers

(Non è mica vero)

I piedi a terra 4.

È stato pubblicato il mio quarto articolo su Giornalettismo.

Il default democratico.

Buona lettura

Consigli per gli acquisti


Saltiamoli in padella

Allons enfants de la Patrie

lunedì 13 luglio 2009

Politica ed etica



«Parlando di politica, Borges diceva che se ne era occupato il meno possibile, tranne che nel periodo della dittatura. Ma quella - aggiungeva - non era politica, era etica. Al contrario, io mi sono sempre occupato di politica: e sempre nel senso etico. Qualcuno dirà che questa è la mia confusione o il mio errore: lo voler scambiare la politica con l'etica. Ma sarebbe una ben salutare confusione e un ben felice errore se gli italiani, e specialmente in questo momento, vi cadessero. Io mi sono deciso, improvvisamente, a testimoniare questa confusione e questo errore nel modo più esplicito e diretto del far politica: e col partito che, a questo momento, meglio degli altri, e forse unicamente, lo consente».

Leonardo Sciascia, da Tuttolibri, La Stampa, maggio 1979.

Sciascia si riferisce alla sua candidatura alle elezioni nazionali ed europee del 1979 nelle liste del Partito Radicale. Trasposta all'oggi, questa urgenza d'impegnarsi politicamente (eticamente) in quale partito potrebbe essere profusa? Ovvero qual è il partito che attualmente «meglio degli altri, e forse unicamente, lo consent[irebbe]»? Ammesso e non concesso che ve ne sia uno...

domenica 12 luglio 2009

Suggestioni politiche

«Quando la fortuna, nel suo rapido mutamento d'umore, spingerà in basso la persona pur ora favorita, tutti coloro che la seguivano affannandosi dietro di lei con mani e ginocchi per attingere la cima del monte, ecco la lasciano scivolare giù senza che alcuno s'accompagni al suo piede declinante»
[...]
«Chi si compiace di essere adulato, è degno dell'adulatore».

William Shakespeare, Timone d'Atene, (trad. Gabriele Baldini), Rizzoli, Milano 1987

sabato 11 luglio 2009

Differenze di trattamento

Ho letto l'articolo di Facci «Lo strano silenzio dei guardiani della democrazia» dove, con la solita verve polemica, egli attacca, in sostanza, Repubblica e il Corriere per non aver diffusamente parlato dello scandalo che pare coinvolgere Rupert Murdoch: infatti pare che "News International" (gruppo Murdoch) ha usato investigatori privati per intercettazioni telefoniche volte a ottenere dati personali confidenziali di noti personaggi del jet-set internazionale.
Due obiezioni. La prima, veniale, riguarda il fatto che ho trovato l'articolo di Facci tramite Google news che, come saprete, per ogni notizia riporta varie fonti. Ebbene, sotto il roboante titolo succitato, ecco che la nuda notizia viene riportata anche da Repubblica, anche dal Corriere, anche dal Sole24ore. Va bene, non daranno lo spazio che, secondo Facci, tale notizia meriterebbe. Cosa auspica qui Facci, che i nostri quotidiani si diffondano in una serie di servizi simili a quelli dedicati agli scandali che coinvolgono il nostro premier? E perché questo? Forse perché egli ritiene tale evento "inglese" di simile spessore ai puttanai nostrani circa le sorti del nostro paese?
Seconda obiezione (più seria). Qui non si tratta di difendere Murdoch. Lo Squalo è infatti uno degli uomini più potenti e influenti del pianeta, ma occupa e presiede (sia pure a dismura) soltanto un potere: il quarto. Il nostro presidente del consiglio, on. Silvio Berlusconi, invece (sia pure soltanto nel nostro Paese) quanti dei poteri che sorreggono uno stato di diritto presiede? Facile risposta: legislativo, esecutivo, giudiziario (oh my lodo!), metà giornalistico e (per intero) quello televisivo (a parte Sky, e un po' la 7).
Dunque, la tirata di Facci mi sembra alquanto impropria, un uso sprecato di tanta ricercata retorica. Non voglio passare da egocentrico, ma mi preoccupano più le sorti della nostra democrazia che una vicenda che non intacca minimamente lo stato di diritto della democrazia inglese.

Distacco dall'alto

«È possibile che un buon numero di esseri umani sia ben consapevole del fatto che il destino dell'umanità è in bilico. Ma, al momento attuale, i capi degli Stati che ne fanno parte, e in particolare di quelli più potenti, sono tuttora incapaci di agire in base a questa consapevolezza. Le loro azioni sono ispirate da una conoscenza che ha come suo centro lo Stato, o in altre parole è egocentrica. Il loro coinvolgimento negli affari del loro Stato, e quindi una conoscenza ormai sorpassata sulla base della quale essi agiscono, è troppo forte, mentre è evidentemente troppo debole la loro capacità di distacco. Non soltanto i governi, ma anche la grande maggioranza della popolazione degli Stati non è ancora capace di raggiungere quel livello di distacco dall'alto dal quale si possa percepire il mondo umano qual è, come un'unità sempre più integrata ma gravemente vulnerabile, come umanità, e può quindi agire in base a questa conoscenza più distaccata».

Norbert Elias, Coinvolgimento e distacco, Il Mulino, Bologna 1988 (pag. 87)

venerdì 10 luglio 2009

All'ombra d'un potere ripugnante



Ricordo troppe cose dell'Italia.
Ricordo Pasolini
quando parlava di quant'era bella
ai tempi del fascismo.
Cercavo di capirlo, e qualche volta
(impazzava, ricordo,
il devastante ballo del miracolo)
mi è sembrato persino di riuscirci.
In fondo, io che ero più giovane
d'una decina d'anni,
avrei provato qualcosa di simile
tornando dopo anni
sui devastanti luoghi del delitto
per la Spagna del '51, forse
per la Russia di Brežnev...
Ma ricordo anche lo sgomento,
l'amarezza, il disgusto
nella voce di Paolo Volponi
appena si seppero i risultati
delle elezioni del '94.
Era molto malato,
sapeva di averne ancora per poco
e di lì a poco, infatti, se n'è andato.
Di Paolo sono stato molto amico,
di Pasolini molto meno,
ma il punto non è questo. Il punto
è che è tanto più facile
immaginare d'essere felici
all'ombra d'un potere ripugnante
che pensare di doverci morire.

Giovanni Raboni, Barlumi di storia, Mondadori, Milano 2002.

La stretta di mano



«La concezione mimetica è in grado di spiegare quei conflitti che sembrano scoppiare e aggravarsi con facilità sconcertante tra individui che nessun desiderio in comune divide o riunisce?
Per rispondere a questa obiezione, prendiamo un esempio insignificante e normale: voi mi tendete la mano e, di ricambio, io vi tendo la mia. Quello che compiamo insieme è il rito inoffensivo della stretta di mano. L'educazione esige che, davanti alla vostra mano tesa, io faccia lo stesso. Se, per una ragione qualunque, io rifiuto di partecipare al rito, rifiuto di imitarvi, qual è la vostra reazione? Anche voi ritirate subito la vostra mano, dimostrando nei miei confronti una diffidenza almeno uguale o probabilmente superiore a quella che io manifesto verso di voi.
Niente di più normale, di più naturale di tale reazione - pensiamo -, eppure basta una minima riflessione per scoprirne il carattere paradossale. Se io mi sottraggo alla stretta di mano, se rifiuto insomma di imitarvi, allora siete voi a imitarmi riproducendo il mio rifiuto, copiandolo.
L'imitazione che doveva concretizzare l'accordo risorge, cosa strana, per confermare e rinforzare il disaccordo. Una volta di più, in altri termini, l'imitazione trionfa, e allora si vede bene in quale maniera rigorosa, implacabile la doppia imitazione strutturi tutti i rapporti umani.
Nel caso che ho presentato, e che si verifica in ogni momento, l'imitatore diventa modello e il modello imitatore, e l'imitazione risorge precisamente da quello che essa si sforza di negare. Insomma, non appena una delle due controparti lascia cadere la fiaccola del mimetismo, l'altra la raccoglie, non per rinsaldare il legame in procinto di rompersi, bensì per confermare la rottura riproducendola mimeticamente».


René Girard, La pietra dello scandalo, Adelphi, Milano 2004 (pag. 27-28))


Obama, lì per lì un po' rigido, fa un passo avanti e tende la mano a Gheddafi. L'altro, forse più esitante, la prende tenendola vicino a sè. E Barack fa di più mette anche l'altra mano a stringere tra le sue quella dell'antico nemico, come si fa con un vecchio amico. La scena si è poi ripetuta durante la cena: Obama si è alzato, ha raggiunto Gheddafi e gli ha stretto di nuovo la mano, quasi a ribadire la cosa davanti a tutti.

giovedì 9 luglio 2009

Ameni causidici

«Fantasticavo or ora, come faccio spesso, su quanto la ragione umana sia uno strumento libero e vago. Vedo di solito che gli uomini, nei fatti che vengono loro presentati, si divertono piuttosto a cercarne la ragione che a cercarne la verità: lasciano da parte le cose, e si divertono a trattare la cause. Ameni causidici! La conoscenza delle cause appartiene solo a colui che soprintende alle cose, non a noi che vi soggiaciamo soltanto, e che ne abbiamo l'uso perfetto e completo, per la nostra natura, senza tuttavia penetrarne l'origine e l'essenza. E il vino non è più gradito a chi ne conosce le caratteristiche originarie. Al contrario; e il corpo e l'anima infrangono e alterano il diritto che hanno all'esperienza del mondo mescolandovi la pretesa della scienza. Il determinare e il sapere, come il dare, appartengono al dominio e alla sovranità; all'inferiorità, alla soggezione al noviziato appartiene il godere, l'accettare».

Michel de Montaigne, Saggi, Adelphi, Milano 1966 (ed. 1992 mia, pag. 1370)

Godiamo, o popolo, di questi pochi spiccioli che il potere generoso ci lancia ai nostri piedi. «Parlo della caritas (charitas, secondo altri), e della caritas che ci viene offerta impacchettata in veritate».

G8


mercoledì 8 luglio 2009

Cornucopia di un addio



Quando mi dicesti addio
io non ero me stesso
così lo dicesti ad un altro
che tu pensavi ch'io fossi.
Dunque da te non mi mossi
ti restai attaccato e fosti
costretta a portarmi in giro
con nonchalance e rassegnazione.
Fui davvero maleducato
a non lasciarti in pace
a perseguitarti a non darti respiro.
Ma vedi d'altra parte
dicendomi addio mi lasciasti
senza fiato e a non respirare
fui io per primo.
Quel ch'è fatto è reso
quel ch'è reso è fatto:
io sono la tua protesi dentaria
non prendermi per matto.
Ti feci un'impronta e presi il calco
al tempo in cui ti basciavo tutto tremante
e lì mi sono inserito: nella tua bocca.
Conosco il tuo genoma
ho impresso dentro me il tuo dna
per cui non mi puoi sfuggire.
Conosco le istruzioni per ricrearti
in ogni dove in ogni tempo e spazio.
Se vuoi liberarti di me devi
portarmi in Corea da uno scienziato pazzo
che mi produca una copia personale
esatta di te - un tuo bel clone.
Allora forse avrai la pace
e io una cornucopia da consolazione.

martedì 7 luglio 2009

Una preghiera

Dio di bontà infinita.
Noi preghiamo, per te.
Preghiamo perché ti sia lunga
e serena la vita.
Ma anche tu, se puoi,
prega, qualche volta, per noi.
E rimettici i nostri debiti
come noi rimettiamo i tuoi.

Giorgio Caproni, Res amissa, Garzanti, Milano 1991

I piedi a terra 3

È stato pubblicato il mio terzo articolo (Après Silvio) su Giornalettismo.

Grazie per l'attenzione e buona lettura.

lunedì 6 luglio 2009

Un punto di vista generale

«Il fondamento della moralità è una credenza che beneficio e danno a persone particolari (o animali) è bene o male non solo dal loro punto di vista, ma da un punto di vista più generale che qualsiasi persona pensante può capire. Questo significa che ogni persona ha una ragione di considerare non solo i suoi interessi, ma gli interessi di altri nel decidere cosa fare. E non è sufficiente se egli considera solo alcuni altri - la sua famiglia e i suoi amici, quelli di cui gli importa particolarmente. Naturalmente avrà più considerazione per certe persone, e anche per se stesso. Ma egli ha qualche ragione di considerare l'effetto di quello che fa sul bene e il male di chiunque. Se è come la maggior parte di noi, questo è quanto pensa gli altri dovrebbero fare riguardo a lui, anche se non sono suoi amici».

Thomas Nagel, Una brevissima introduzione alla filosofia, Il Saggiatore, Milano 1989 (pag. 80-81)

Di quanta moralità siamo capaci? Considera l'aragosta, come lo splendido titolo di una raccolta di saggi di David Foster Wallace.

domenica 5 luglio 2009

Corpo

Corpo - io non ignoro
la tua pietà.
Io - che senza posa esploro
il tuo pensarti e pensare.
E al fondo dell'immenso mare
paragono il tuo fondo:

quel che in te e di te
viaggia oltre questo apparente
esser fermo in un luogo o su un letto
e si modifica - sostanza del tuo aspetto
oltre questa apparente
tua identità.

Corpo - di odore e calore,
di fuoco, di luce e di vapore.
Corpo - votato alla cenere
e all'inconsistenza solitaria di sé.
Tu che per darti non puoi non bruciarti.
Tu che non puoi aggrapparti all'attimo che ti ama.

Corpo - curiosità
animalmente inerme che si fruga
in un gioco di bambini fra le siepi.
Corpo - che in altro corpo si verifica
e in esso è bramoso di specchiarsi,
di stamparsi con un'impronta di tremore.

Corpo - chiusa monade
se spranghi le porte e finestre dei tuoi sensi.
Corpo - spogliato e illuminato.
Corpo - di luna e di sole.
Corpo - silenzioso e paziente.
Corpo - che nessuno sguardo ha ricordato.

Corpo - quando deborda
oltre gli stretti confini della mente
e naviga verso la sua propria distruzione.
E per un'ombra, una ruga minima sul ventre
o un tratto sgraziato del piede dichiara
la sua melanconia irrimediabile.

Corpo - offeso e adorabile.
O puro spirito.

Giovanni Giudici, O beatrice, Mondadori, Milano 1972.

Fiocco verde


Contro tutte le dittature.

Riguardo alla questione Iran, concordo con Fabristol su tutta la linea.

(Grazie a Devarim per avermi suggerito di esporre questo simbolo)

sabato 4 luglio 2009

Come può uno scolio arginare il mare

«Ognuno esiste per sommo diritto di natura, e, di conseguenza, per sommo diritto di natura ognuno fa quelle cose che seguono dalla necessità della sua natura. Perciò per sommo diritto di natura ognuno giudica che cosa sia bene e che cosa male, e provvede a modo suo alla propria utilità, e si vendica, e si sforza di conservare ciò che ama e di distruggere ciò che odia. Ché se gli uomini vivessero sotto la guida della ragione, ognuno fruirebbe di questo suo diritto senza danno alcuno per gli altri. Ma poiché sono soggetti ad affetti che di gran lunga superano la potenza o virtù umana, perciò sono spesso tirati in diverse direzioni e sono contrari tra di loro, mentre hanno bisogno di aiuto reciproco. Affinché dunque gli uomini possano vivere concordemente ed essersi di scambievole aiuto, è necessario che rinuncino al loro diritto naturale e si rendano reciprocamente sicuri di non far niente che possa riuscire di danno ad altri».

Il diritto naturale può essere esercitato solo sotto la guida della Ragione. Ma dacché la ragione non alberga molto negli individui (tranne rare eccezioni) allora è bene che vi sia un freno a questo diritto. Tale freno è lo Stato.

«Un affetto non può essere impedito se non da un affetto più forte e contrario all'affetto da impedire, e ognuno si astiene dall'arrecare danno per timore di un danno maggiore. La società potrà dunque essere saldata da questa legge, se appena rivendichi a sé il diritto che ognuno ha di vendicarsi e di giudicare del bene e del male. Essa ha perciò la potestà di prescrivere la norma comune del vivere, e di emanare leggi e di sostenerle, non con la ragione, che non può impedire gli affetti, bensì con le minacce. Questa società basata sulle leggi e il potere di conservarsi, si chiama Stato, e cittadini quelli che vengono difesi dal suo diritto».

Fuori dello Stato, nello stato di natura, non esiste il giusto o lo sbagliato, il buono o il cattivo perché senza leggi ognuno fa i cazzi suoi e pensa per sé. Infatti

«nello stato di natura non si può concepire il peccato. Ma ben si può concepirlo nello stato civile, dove si decide per comune consenso che cosa sia bene e che cosa male, e ognuno è tenuto ad obbedire allo Stato. Cosicché la colpa non è nient'altro che disobbedienza, che viene perciò punita per solo diritto di Stato, e di contro l'obbedienza è ascritta a merito del cittadino, poiché per ciò stesso è giudicato degno di godere dei vantaggi dello Stato».

Infine, nello stato di natura non esiste il concetto di proprietà:

«nessuno è padrone di niente per comune consenso, né in natura si dà alcuna cosa che possa dirsi sia di quest'uomo e non di quello, ma tutto è di tutti; e perciò nello stato naturale non può essere concepita alcuna volontà di attribuire a ciascuno il suo, o di togliere ad alcuno ciò che sia suo; cioè nello stato naturale non accade niente che possa dirsi giusto o ingiusto; invece sì nello stato civile, dove si decide per comune consenso che cosa sia di questo e che cosa di quello. Dal che è evidente che il giusto e l'ingiusto, la colpa e il merito, sono nozioni estrinseche, non già attributi che manifestino la natura della mente».

In breve: giusto e ingiusto, buono e cattivo per Spinoza sono concetti artificiali, indotti, “nozioni estrinseche” appunto.

«Ma di ciò basta» conclude, lapidario, lo Scolio 2, Proposizione 37 della Quarta Parte della sua Etica. Qui nella versione di Sossio Giametta per i tipi della Bollati Boringhieri.

Avessi tempo invece continuerei io. Meglio ancora se continuassero i miei amici filosofi linkati richiamando le loro nozioni di filosofia morale. Se penso a un Menti morali di Marc Hauser tuttavia mi vengono dei dubbi: i concetti morali sono perlopiù innati. Come la grammatica.