mercoledì 30 settembre 2009

Conversione

«Abe e il suo amico Sol stanno passeggiando, quando passano davanti a una chiesa cattolica. Sulla porta della chiesa c'è un cartello con la scritta: “Mille dollari a chiunque si converta”. Sol decide di entrare a vedere di cosa si tratta. Abe resta fuori ad aspettarlo. Passano le ore. Finalmente, Sol riappare.
Allora?” chiede Abe. “Cos'è successo?
Mi sono convertito” risponde Sol.
Sul serio?” dice Abe. “Hai preso i mille dollari?
E Sol: “Ma voi sapete pensare solo a quello?”.»

T. Cathcart e D Klein, Platone e l'orintorinco, Rizzoli, Milano 2007

martedì 29 settembre 2009

Autoanalisi pubblica 2

... Càpita di avere un incidente d'auto. Càpita di avere la colpa, di aver commesso una sciocchezza, di non esser padrone del mezzo, di non esser padrone di se stesso. Càpita che tutto proceda con somma freddezza, con calma inaspettata, come se niente fosse successo. Càpita che rincorri un autobus, che fai un disperato autostop per non arrivare in ritardo, che svolgi il tuo lavoro con un'insperata energia. Càpita che tutto passi in fretta, che forzi la mente altrove, che respingi l'evento all'inizio descritto, che aspetti che la stanchezza ti vinca e ti conduca a coricarti. Càpita poi che qualcosa impedisca il sonno, che il groppo non si sciolga se non in forma di lacrime. Càpita infine che il conto si ripresenti in forma di sogno provocato: non hai fatto tutto quello che era in te possibile fare; hai fatto quello che era in te possibile evitare. Non hai dominato gli eventi, quindi gli eventi dominano te. Sei prigioniero.

«All'uomo che si lamenta: “Non riesco a vedere un significato nella storia e dunque anche la mia vita, intrecciata ad essa, è priva di senso”, rispondiamo: non guardare intorno a te alla storia univerale, ma guarda nella tua personale. Nel tuo presente è sempre contenuto il senso della storia, e tu non puoi guardarlo come uno spettatore, ma solo nelle tue decisioni responsabili. In ogni momento dorme la possibilità di essere il momento escatologico. Tu devi risvegliarla»¹.

¹ Rudolf Bultmann, Storia ed escatologia, Bompiani, Milano 1962 (pag. 176)

Autoanalisi pubblica

Mi chiedo se io, quando sono cosciente, «faccio ciò che dev'essere fatto», scrivo ciò che dev'essere scritto. Ovvero, se pratico una sorta di autocensura nella stesura o di scarni taccuini o di questo stesso “diario”. Ovvero ancora se in me agisce, a livello di coscienza immediata, il meccanismo di rifiuto, di vergogna, di paura che m'impedisce di essere sincero. Mi chiedo questo soprattutto perché avverto l'esigenza di potermi addormentare tranquillo, senza il peso di pensieri tormentati. Scrivo questo perché provo a praticare una sorta di autoanalisi pubblica. Ognuno è quello che è ma è comunque un uomo (una donna). Soprattutto nei suoi errori, nei suoi fallimenti, nelle sue debolezze...

lunedì 28 settembre 2009

Alla nascita di un figlio

(dal cinese di Su tung-p'o, 1036-1101)

Quando nasce un bambino, le famiglie
lo vorrebbero intelligente.
Io che per intelligenza
mi sono rovinato l'esistenza
posso solo sperare che mio figlio
riesca a dimostrarsi
ignorante e un po' pigro di cervello.
Perché allora, al Consiglio dei ministri,
se ne vivrà tranquillo.

(traduzione di Franco Fortini)

Bertolt Brecht, Poesie, Einaudi, Torino 1992

domenica 27 settembre 2009

Fuori della tastiera (qwerty) non c'è salvezza

«Io credo, sinceramente credo, che non c'è miglior via per arrivare a scrivere sul serio che di scribacchiare giornalmente. Si deve tentare di portare a galla dall'imo del proprio essere, ogni giorno un suono, un accento, un residuo fossile o vegetale di qualche cosa che non sia il o non sia puro pensiero, che sia o non sia sentimento, ma bizzarria, rimpianto, un dolore, qualche cosa di sincero, anatomizzato, e tutto e non di più. Altrimenti facilmente si cade - il giorno in cui si crede d'esser autorizzati di prender la penna - in luoghi comuni o si travia quel luogo proprio che non fu a sufficienza disaminato. Insomma fuori della penna non c'è salvezza».

Italo Svevo, Zeno, a cura di Mario Lavagetto, Einaudi, Torino 1987

Segnalibro

Mi segno questo post di Ivo perché su tali argomenti sento la necessità di meditare a lungo.

A margine segnalo anche questo post di Federica, le cui battute finali sono collegabili al post succitato

Aguzzate la vista

Vedendo l'imboscata diplomatica che Berlusconi ha fatto ieri al per nulla sorpreso Benedetto XVI all'aeroporto di Ciampino, m'è tornato in mente questo episodio storico, sintetizzato bene qui da Sergio Romano, che vide protagonisti De Gasperi e Pio XII.
Ora non resta che scoprire le differenze in vista del prossimo televoto che eleggerà il miglior PresConsMin della storia d'Italia.

Qui maggiori dettagli.

sabato 26 settembre 2009

Un governo su misura.

Tu sai, tu sai che appoggio di riflesso questo governo
perché sono troppo intelligente, troppo perfidamente
pronto a sostenere la sconcezza, il putridume, lo sfacelo
il dato di fatto di uno stato alla deriva che si regge
solo sulla faccia beota e del governante e del governato.
Io voto e vuoto Berlusconi perché voglio male al mondo
al patrio suolo al sepolcro imbiancato di coloro che
credettero possibile amare un popolo una lingua
così presi dal proprio egotismo da credere che anche
gli altri un giorno potessero diventare come loro
intelligenti individui che sanno di non sapere
ma che sanno comunque dove il marcio si trova
per cercare con tutte le forze di scansarlo.
Io sostengo questo governo perché ho la faccia
come il culo e al posto della barba mi cresce pelo
pubico soffice e leggermente brizzolato. E insieme
sostengo anche questa chiesa questo papa questo
dire di Dio bello piatto come se davvero un Dio
così rappresentato fosse lì pronto per essere usato
da me da te dal papa e da questo governo per fare
e disfare leggi e imporre sanzioni al mio ghigno
alla mia efferatezza alla mia gioia di vivere
nell'inganno. Io appoggio questo governo
perché è irrappresentabile ed è cosa altra tanto
altra da essere impossibile a un cuore puro e mite
di votarlo e sostenerlo a cuor leggero perché
è un governo da stomaci forti e pieni di pelo.
Io voto questo governo perché voglio che sopra
me ci sia qualcuno di talmente diverso e inimitabile
da garantire un distacco certo, perché se invece
ci fosse al governo uno come me cadrei nel doppio
gioco del mimetismo desiderante e invidierei
la di lui condizione e quindi cadrei stremato al suolo
dal risentimento dalla rabbia feroce che qualcuno
di simile abbia potuto raggiungere luoghi desiderabili.
La feccia umana invece non la si desidera
e per questo la voto e voglio che essa mi governi.
Io voglio un governo pieno di forfora di puzzo di sudore
di fiato grosso e cisposi occhi che trapelano nonostante
il trucco il cerone i profumi da puttana e la mentina
onnipresente. Io voglio che mi governi la stronzaggine
così mi sento sollevato da ogni responsabilità.

venerdì 25 settembre 2009

giovedì 24 settembre 2009

Inesistenza notoria

«Per quanto ancora nel semi-ateismo dell'idealismo italiano, io ero esposto all'influsso di due amici appartenenti a questa cerchia: Carlo Trugenberger e [Franco] Fortini stesso, che ancora un anno prima di morire mi rampognò aspramente perché avevo scritto in non so quale contesto che Dio “notoriamente” non esiste. La sua inesistenza mi pare tanto più notoria quanto più indecentemente si propaganda la sua esistenza. Siamo rimasti ormai in pochi a credere in quella notorietà. L'ultima ch'io sappia è Margherita Hack, che richiesta alla una di notte - ora dei ladri, degli amanti e degli astrofisici - se credesse nell'esistenza di Dio, rispose quietamente: “No, non ci credo”.

D. Eppure tu stesso ti sei definito dianzi “agnostico”.

R. Ma si trattava del problema della sopravvivenza dell'umanità, non dell'esistenza di Dio. Mi accorgo di scrivere Dio con la maiuscola, come faccio sempre quando si tratta del dio del monoteismo. Ma Ladislao Mittner non era d'accordo neanche su questa concessione. “Non sapevo tu fossi religioso”, mi scrisse una volta a proposito della maiuscola. Altri tempi!»

Cesare Cases, Confessioni di un ottuagenario, Donzelli, Roma 2003 (pag. 83)

Omaggio a Gödel

Teorema di Münchhausen, cavallo, palude e codino,
è una delizia, ma non dimenticare:
Münchhausen era un bugiardo.

Il teorema di Gödel a prima vista appare
poco apparisciente, ma rifletti:
Gödel ha ragione.

«In ogni sistema sufficientemente complesso
si possono formulare frasi
che all'interno del sistema
non sono né dimostrabili né confutabili,
a meno che il sistema
non sia di per sé inconsistente».

Puoi descrivere la tua lingua
nella tua propria lingua:
ma non del tutto.
Puoi analizzare il tuo cervello
col tuo stesso cervello:
ma non del tutto.
Ecc.

Per giustificarsi
ogni sistema pensabile
deve trascendersi
ossia distruggersi.

«Sufficientemente complesso» o no:
la libertà di contraddire
è un fenomeno di carenza
o una contraddizione.

(Certezza = inconsistenza).

Ogni pensabile uomo a cavallo,
quindi anche Münchhausen,
quindi anche tu, è un subsistema
di una palude piuttosto ricca di sostanze

E un sottosistema di questo sottosistema
è il proprio codino,
questa specie di leva
per riformisti e bugiardi.

In ogni sistema piuttosto ricco di sostanze
quindi anche in questa palude,
si possono formulare frasi
che all'interno del sistema
non sono né dimostrabili né confutabili.

Prendile in mano, queste frasi,
e tira!

Hans Magnus Enzensberger, Gli elisir della scienza, Einaudi, Torino 2004

mercoledì 23 settembre 2009

Un fatto definitivo



«C'è dunque un doppio legame di malafede in questo rapporto tra Chiesa e Stato: da parte sua la Chiesa accetta lo Stato borghese - al posto di quello monarchico o feudale - concedendo ad esso il suo consenso e il suo appoggio, senza il quale, fino a oggi, il potere statale non avrebbe potuto sussitere: per far questo la Chiesa doveva però ammettere e approvare l'esigenza liberale e la formalità democratica: cose che ammetteva e approvava solo a patto di ottenere dal potere la tacita autorizzazione a limitarle e a sopprimerle. Autorizzazioni, d'altra parte, che il potere borghese concedeva di tutto cuore. Infatti il suo patto con la Chiesa in quanto instrumentum regni in altro non consisteva che in questo: mascherare il proprio sostanziale illiberalismo e la propria sostanziale antidemocraticità affidando la funzione illiberale e antidemocratica alla Chiesa, accettata in malafede come superiore istituzione religiosa. La Chiesa ha insomma fatto un patto col diavolo, cioè con lo Stato borghese. Non c'è contraddizione più scandalosa infatti che quella tra religione e borghesia, essendo quest'ultima il contrario della religione. Il potere monarchico o feudale lo era in fondo di meno. Il fascismo, perciò, in quanto momento regressivo del capitalismo, era meno diabolico, oggettivamente, dal punto di vista della Chiesa, che il regime democratico: il fascismo era una bestemmia, ma non minava all'interno la Chiesa, perché esso era una falsa nuova ideologia. Il Concordato non è stato un sacrilegio negli anni trenta, ma lo è oggi, se il fascismo non ha nemmeno scalfito la Chiesa, mentre oggi il Neocapitalismo la distrugge¹. L'accettazione del fascismo è stato un atroce episodio: ma l'accettazione della civiltà borghese capitalistica è un fatto definitivo, il cui cinismo non è solo una macchia, l'ennesima macchia nella storia della Chiesa, ma un errore storico che la Chiesa pagherà probabilmente con il suo declino. Essa non ha infatti intuito - nella sua cieca ansia di stabilizzazione di fissazione eterna della proprio funzione istituzionale - che la Borghesia rappresentava un nuovo spirito che non è certo quello fascista: un nuovo spirito che si sarebbe mostrato dapprima competitivo con quello religioso (salvandone solo il clericalismo), e avrebbe finito poi col prendre il suo posto nel fornire agli uomini una visione totale e unica della vita (e col non avere più bisogno quindi del clericalismo come strumento di potere)».

Pier Paolo Pasolini, Scritti Corsari, Garzanti, Milano 1975
(tratto da un articolo dell'Autore sul Corsera del 17 maggio 1973 «Analisi linguistica di uno slogan»)

Questo brano pasoliniano mi sembra utile leggerlo a fianco di questo post malviniano.

¹Io qui intendo “distruzione” nel senso di solidificazione del potere temporale ecclesiastico

martedì 22 settembre 2009

L'invidia, o la bestia nera

«L'invidia; o la bestia nera di tutta la teoria della giustizia sociale. Si sospetta sempre che colui che pretende di parlare in nome della giustizia sia semplicemente mosso dall'invidia. [L'invidia] è un fatto di natura psicologica, universalmente riconosciuto, che ci estranea da noi stessi, affascinati dall'ipotetico valore superiore degli altri, e che ci conduce a disprezzare ciò che siamo, ciò che abbiamo o quello che valiamo. In quanto fatto di natura, l'invidia non sarebbe opposta ai principi di giustizia. Ma esiste il “risentimento” [...] che deriva dalla sfera morale: provare risentimento per gli altri, significa giudicare che il loro stato più favorevole è prodotto da un'ingiustizia, sia che questa possa essere imputabile alle istituzioni o alla condotta degli altri».

Jean-Pierre Dupuy, Il sacrificio e l'invidia. Liberalismo e giustizia sociale, ECIG, Genova 1997 (pag. 174-5)

Riflessioni ispirate dal Ministro Brunetta

lunedì 21 settembre 2009

Conato continuo

H.M. Enzensberger disse (una ventina d'anni fa) che la tv è il medium zero: ossia, la televisione è come una moltiplicazione avente come moltiplicatore lo zero; quindi qualsiasi cosa essa trasmetta dà come prodotto zero, giacché essa assorbe il reale o lo trasforma in nulla. Tale tesi l'ho cavalcata per un po', finché questo nulla si è concretizzato in Potere reale. Dunque, a mio avviso, il moltiplicatore non è zero ma... Legione (la moltitudine degli spettatori). Vale a dire, ogni trasmissione (moltiplicando) va moltiplicata per il numero di coloro che l'hanno vista e/o subita.
È chiaro che il prodotto difficilmente sarà zero. Anzi.

Berlusconi è il moltiplicando personificato perché si ripete e ripete e ripete: è, infatti e non a caso, il Grande Ripetitore. Per questo, il prodotto che raccoglie è sempre abbondante (nonostante le illusioni di bassa audience), ma mediocre.
L'Eccellenza in tv non appare che raramente per la sua natura stessa di "eccezione". Son fochi fatui che durano lo spazio di una serata. A ognuno di noi sarà capitato di aver visto qualcosa di effettivamente interessante e necessario. Ma altresì ognuno di noi sa benissimo che quanto visto è stato una rarità (Blob a parte).

Si sbagliarono in tanti, a cominciare da Roberto Rossellini (ricordate i suoi meravigliosi documentari per la tv?) nel voler tentare di educare il popolo, artisticamente, intellettualmente, attraverso il medium televisivo. Anche coloro che dicono che la tv dovrebbe essere canale di cultura libraria non sanno quello che dicono. Ripiglio qui pari pari, cito a memoria, di quanto disse Ceronetti in una sua Lanterna Rossa: pretendere che la tv spinga le persone a leggere libri è come pretendere che i macellai invitino i clienti a diventare vegetariani.

La televisione non è dunque il medium zero? Si e no. No, per quanto detto sopra; si, perché in fondo essa ci ammorba la mente e ci vomita addosso, quotidianamente, “l'infimo nulla”. La tv è uno «Scrondo» (ricordate l'Araba fenice?) alla rovescia. E tale vomito ci rimane incollato addosso, e ce lo portiamo appresso più o meno consapevolmente. La tv è un conato continuo che ci indica i modelli da desiderare, le tette da toccare, gli oggetti da comprare, i mezzibellinbusti da votare. Come resistergli? Un libro? Due libri? Il Faccialibro? La Rete? I blog? La strada, la piazza? Che cosa? Non so. Ognuno trovi la sua via.

domenica 20 settembre 2009

Teleologia italiana

«Naturalmente, non si dice nulla di nuovo affermando che la vita dell'individuo è intrecciata al corso degli eventi storici. Per usare la parole di Erich Frank: “La situazione in cui l'individuo viene a trovarsi è il risultato di quello che lui stesso, e altri prima di lui, sono stati, hanno fatto e pensato, di decisioni storiche che non possono più essere revocate. Solo tenendo conto di questo passato l'uomo può pensare, agire, essere. In questo consiste la storicità della sua esistenza”¹. L'uomo non può dunque scegliere il punto da cui parte. Ma gli è concesso di stabilire una certa meta alla quale desidera arrivare, e di scegliere la via che desidera percorrere? In ogni tempo gli uomini sono stati consapevoli del fatto che questo è possibile solo entro certi limiti; da sempre sanno di dipendere dalle circostanze, di dover lottare, se vogliono tener fede a un programma d'esistenza, contro forze nemiche più potenti di loro. Sanno che il corso della storia è determinato non solo dalle azioni dell'uomo ma anche dal fato o dal destino».

¹E. Frank, Philosophical Understanding and Religious Truth, New York, 1945.

Rudolf Bultmann, Storia ed escatologia, Bompiani, Milano 1962 (pag. 12)

Ogni individuo ragionevole può riconoscersi in tali parole, pacifiche ma essenziali. Per celia, tuttavia, vorrei provare a capire se in esse si possa riconoscere altresì un'entità più ampia, quale la nostra Repubblica Italiana. Vale a dire: l'Italia ha uno scopo, un fine, verso cui tende?

sabato 19 settembre 2009

Indigesto come l'astio

Ora, dacché io mi sento abbastanza di sinistra e abbastanza elitario, non vorrei che venissero i carabinieri a casa ad arrestarmi per tentato colpo di stato.

Capisco che l'aria di Cortina è fina fina. Ma immaginiamoci cosa avrebbe detto l'ineffabile Ministro dell'Astio se il convegno veneto del Pdl fosse stato fatto a Bassano.

Ma forse ha ragione forma mentis che ha ispirato (o inspirato?) questo post.

venerdì 18 settembre 2009

Monologo del Tasso a Sant'Anna

Grazie a Dio e alla Vergine Santa. Qui non vedo
nessuno, le finestre hanno una inferriata
nuova murata, le porte catenacci
fortissimi anche se sono solo anche se
a evadere neanche penso. Ringrazio
il Signore che mi ha voluto restringere.

Mi hanno detto che il Duca vuole concedermi
di vedere persone amiche e di discutere
con loro di letteratura e di cose religiose.
È chiaro che ho paura di parlare e di sapere.

Mi dicono che il mio poema ha successo
e che nei paesi stranieri è letto e cantato.
Il dolore che ho nel petto
sarebbe più terribile quando gli ospiti se ne andassero.

Franco Fortini, Paesaggio con serpente, Einaudi, Torino 1984

I dubbi della grammatica

Dio: nome proprio di?; maschile, singolare.

Lutti nazionali

Sì, un ateo non le avrebbe tagliato la gola, così come degli atei non avrebbero imbottito una toyota di esplosivo¹ per schiantarsi contro coloro che, faticosamente, cercano di porre delle basi per una democrazia possibile (mettendo da parte le critiche che si possono muovere a tale operazione militare della Nato in Afghanistan).
Dico questo perché ai funerali di stato, accanto ai “nostri” caduti militari vorrei che fosse messa - con gli stessi onori, lo stesso cordoglio, la stessa riconoscenza nazionale, la stessa tristezza - la salma di Sanaa, la ragazza marocchina massacrata dal padre.
Tali efferate violenze sono dovute allo stesso tipo di fondamentalismo religioso e tali eroi, tali eroine (tutte le donne uccise per gli stessi assurdi motivi di Sanaa) devono essere ricordati nella stessa maniera.

¹Sono un ingenuo, lo so: ma dove càspita lo trovano i talebani tutta questa quantità di esplosivo? Dove lo comprano? Chi glielo vende?

giovedì 17 settembre 2009

Pensiero pio

Sta forse nel suo non essere
l'immensità di Dio?

Giorgio Caproni, Il muro della terra, da Poesie, Garzanti, Milano

Il Dio della lotteria

a Ivo e Mau.

«Un uomo in bolletta prega Dio di salvarlo facendogli vincere la lotteria. Passano i giorni, le settimane, e l'uomo non riesce a vincere una sola volta. Alla fine, disperato, urla a Dio: “Tu dici sempre: Bussate e vi sarà aperto. Cercate e troverete. Io sono sull'orlo della rovina e non ho ancora vinto la lotteria!”. Gli risponde una voce dall'alto: “Amico, devi venirmi incontro. Compra almeno un biglietto!”.

T. Cathcart-D. Klein, Platone e l'ornitorinco, Rizzoli, Milano 2007

mercoledì 16 settembre 2009

Un ricordo falsato


Firenze, stazione di Santa Maria Novella, una quindicina d'anni fa, una mattina di tardo autunno. Aspetto al capolinea il treno intercity per Milano per poi da lì salire sul Cisalpino, destinazione Montreux, dove andrò a trovare quella donna che, qualche anno dopo, sarà mia moglie. La mia valigia è pesante, più di libri che di altro. Io indosso un loden grigio scuro, austriaco, e un simil Borsalino made in Italy della defunta Cappelleria Giramondi di Arezzo. Improvvisamente, ecco che davanti a me passa, indossando un loden simile al mio e un Borsalino vero, che contrasta la splendida capigliatura e barba bianca, Giovanni Raboni. «Cazzo, mi dico, è l'occasione buona». Tra i libri dentro la mia valigia, infatti, v'è anche una mia raccolta di versi, Il lestofante - per l'esattezza: un libro fatto in casa - che intendevo portare a Losanna per fare un regalo a un mio caro amico letterato. Ho una copia sola, ma non importa. Il fatto poi che Raboni si metta vicino a me ad aspettare, immagino, lo stesso treno, mi offre l'occasione giusta.
«Buongiorno, mi scusi, lei è... ehm... Giovanni Raboni, vero?». E lui, gioviale: «Sì, perché ci conosciamo?». E io: «No, sono io che... ehm... la conosco. Voglio dire, la riconosco. Sa, ho visto sue alcune foto sparse su qualche rivista, ho letto soprattutto qualche suo libro, seguo i suoi corsivi sul Corriere». E lui, sorridente, stringendomi la mano: «Ah, mi fa piacere» e l'altoparlante annuncia il treno in partenza «va a Milano anche lei?». «», rispondo timidamente. «Di cosa si occupa?» mi domanda così a bruciapelo. Io balbetto la mia umile condizione di studente-poetucolo e un po' pitocco. Provoco una mezza risata. Intanto arriva trafelata, coi biglietti, Patrizia Valduga, la sua compagna poetessa, vestita tutta di nero, da sensuale dama dark, e lui, come se niente fosse: «Patrizia, ti presento il signor...»... «Massaro, Luca Massaro», dico io abbastanza imbarazzato. Stringo l'algida mano guantata di tulle della Valduga, e lei replica con un mezzo sorriso ombrato di scuro. «Bene» dice Giovanni Raboni «occorre salire, altrimenti il treno parte senza di noi.* Sarebbe piacevole proseguire la conversazione in treno, se è d'accordo, Luca». Così mi ritrovo in viaggio da Firenze a Milano seduto vicino a Raboni e alla sua dama, a parlare, a conversare di letteratura, poesia, politica. Io oso persino mostrargli impudicamente i miei versi, che sono apprezzati e letti persino ad alta voce dalla voce suadente della poetessa.
Le tre ore di treno sembran cinque minuti. È tempo di scendere e di salutarsi. Raboni mi chiede addirittura un recapito telefonico, mi farà sapere se il mio Lestofante avrà qualche chances di pubblicazione. Io, estasiato, ringrazio e saluto cordialmente la mirabil coppia di poeti. Col cuore gonfio di speranze impudiche di fama letteraria, m'avvio alla coincidenza del Cisalpino. Di lì a poco salgo di nuovo in treno, mi accomodo in un posto solitario, apro la mia valigia in cerca di un libro. Porca miseria, il mio Lestofante è qui, e ne ho preso una copia soltanto.

*Le cose fin qui narrate corrispondono al vero. Però, Raboni e la Valduga salirono subito in una carrozza di Prima Classe, e il poeta non mi fecel'invito che ho immaginato, altrimenti avrei pagato volentieri il supplemento per accomodarmi vicino a loro.

Mettere le mani avanti

Egregio dottor Marchionne,

sostenendo che il mancato rinnovo degli incentivi «avrebbe un impatto piuttosto disastroso sul livello occupazionale in Italia», non le pare di usare un tono un po' ricattario? Ché forse gli incentivi dovrebbero essere prorogati a tempo indeterminato, allora?
Io ci starei, in fondo, tra quattro-cinque anni dovrei cambiare l'auto e gradirei che ci fossero, gli incentivi. Magari ancora più incisivi. Per esempio: un'auto nuova direttamente a metà prezzo.
Distinti saluti

martedì 15 settembre 2009

L'amore per i poveri

18 ottobre 1927

«Quante persone ci paiono interessanti perché dolenti! L'amore per i poveri vive di questa illusione, e quello per i malati; mi pare che il cristianesimo (non ho detto: il Cristo), speculi un po' troppo su questo punto».

André Gide, Diario, Bompiani, Milano 1950

Videocrazia dell'orrore



Un mio articolo su Giornalettismo.
Se vi va, buona lettura.

lunedì 14 settembre 2009

Il pastore

«Proteggete il nostro
Protettore. Salvate
il Salvatore morente.»
Così predicava il Pastore
nel gelo della chiesa vuota, al lucore
dell'ultima bugia rimasta
accesa sull'Altar Maggiore.

Giorgio Caproni, Il muro della terra, da Poesie, Garzanti, Milano

Altri tempi



Gianni Agnelli and Heidi von Salvisberg, 1967, Private Collection, courtesy of Hamiltons Gallery.

Altra classe

La regola aurea


«Un sadico è un masochista che segue la regola aurea».

T. Cathcart-D. Klein, Platone e l'ornitorinco, Rizzoli, Milano 2007

domenica 13 settembre 2009

Per una politica dal basso

«La dimensione politica degli esseri (intendendo per politica il coronamento del biologico) salvaguarda il regno degli atti, il regno dell'abiezione dinamica. Conoscere noi stessi significa identificare il movente sordido dei nostri gesti, l'inconfessabile iscritto della nostra essenza, la somma di miserie patenti o clandestine da cui dipende il nostro rendimento. Tutto ciò che emana dalle zone inferiori della nostra natura è investito di forza, tutto ciò che viene dal basso stimola: si produce e si lotta sempre meglio per invidia e rapacità che non per nobiltà e disinteresse. La sterilità minaccia soltanto chi non si degna di mantenere o divulgare le proprie tare».

E.M. Cioran, Storia e utopia, Adelphi, Milano 1982, (pag. 83)

Il perché-ismo

«Quarant'anni dopo il Sessantotto, l'immaginazione è finalmente tornata al potere. Nelle case editrici. Prova ne sia il nuovo libro di Edoardo Boncinelli, fresco di stampa da Rizzoli, che ci spiazza fin dalla copertina con un titolo inedito e sorprendente: Perché non possiamo non dirci darwinisti. Era dai tempi di Benedetto Croce che a nessuno veniva in mente di rifare il verso al famoso saggio sul Cristianesimo. Proprio a nessuno? Beh, a pensarci bene qualcuno ci ha provato. Per esempio Piergiorgio Odifreddi, con il suo Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici), o Marcello Pera che lo ha rintuzzato con Perché dobbiamo dirci cristiani, ma anche Francesco Agnoli (Perché non possiamo essere atei), o il più lapidario di tutti, Tommaso Giartosio: Perché non possiamo non dirci. Ma potremmo aggiungere alla lista Luca Ricolfi, Perché siamo antipatici, Piero Angela e Lorenzo Pinna, Perché dobbiamo fare più figli, o l'ancor più fondamentale Perché gli uomini lasciano sempre alzata l'asse del water e le donne occupano il bagno per ore (Allan e Barbara Pease). Perché, perché, perché... Il perché-ismo, malattia senile dell'opinionismo, sta dilagando come l'influenza A. Non c'è filosofo, scrittore, editorialista, biologo o tuttologo che non pretenda di dirci cosa dobbiamo o non dobbiamo essere o fare, o non fare, o cosa non possiamo non essere o non fare, e soprattutto perché. Per arginare la pandemia, urge vaccinarsi con una controcollana, di cui suggeriamo qui i primi possibili titoli: Parla per te. Perché non ti fai gli affari tuoi? Oppure, in chiave di autobiografia editoriale: Perché non possiamo trovare un titolo più originale. O infine, prevenendo la legittima obiezione di coscienza dei lettori: Perché dovremmo comprare questo libro?»

Le Vespe, Domenica del Sole 24 Ore, 13 settembre 2009

sabato 12 settembre 2009

venerdì 11 settembre 2009

Forbici



Ho deluso le mie aspettative
quando sono uscito dal bivio
in cui m'ero immesso, o trivio -
non ricordo, c'ero mica c'ero,
ero mica ero formica,
lattuga con dentro cocorbice¹
pacchi e pacchetti d'aprire con forbici
musicali e arrampicarsi su alte gru
e tagliare la corda come facesti -
dimmelo tu cos'è quello che ancora ci manca
Venditti dixit un tempo che fu -
e non c'ero mica, non c'ero amica, ero
lì al fianco del banco con una notte
di bianco dilavata a cercarti in grotte
in caveau assordanti d'aria avvelenata
e inventai una rima per te baciata
affrontai una ripida salita, ardita
di sale schiacciata, bruciata.
Ora esco dal forno, è giorno,
tutto abbrustolito come nera crosta
e tu sai quanto mi costa
essere sincero, quanta fatica
chiedere tepore di fica o tenere
un discorso che regge; ma ora
ti stringo la cinghia, ti allaccio
la faccia, ti benedico una guancia
ma tu mi sputi e più non discuti
perché non capisci quello che dico
quello che cerco è perduto nel tempo
ma non reagisco mi fermo e sorrido
che costa di più fare tristi i visi
in questi momenti di crisi.

¹ Trattasi della Forficula auricularia, così chiamata dalle mie parti.

Nome comune di cosa, femminile, singolare

Umberto Bossi dichiara:
«
Tutto è stato messo in piedi dalla mafia, lo ho detto anche a Berlusconi. È la mafia che controlla le prostitute, in questa vicenda c'entra la mafia che ha voluto fare una ritorsione contro il governo che ha messo leggi pesantissime contro di lei, con l'esproprio di tutti i beni».
E sicché ci sarebbe la mafia dietro tutto questo giro di trosce? E cosa ha risposto l'amico Silvio, che lo sapeva?

P.S.
Confesso che non sapevo che la mafia fosse una “lei”.

Lezioni di filosofia morale

Da leggere con attenzione.

giovedì 10 settembre 2009

Sondaggi a puttane

Alcuni giorni or sono c'è stato in rete un dibattito sul fatto che un tale, Paolo Barnard, raccontava di essere andato a puttana. L'ho seguito di striscio, soprattutto nelle repliche di Galatea, ma non è questo il punto. Il punto è che mi piacerebbe sapere se l'andamento del mercato della prostituzione, in questo periodo, abbia risentito, in bene o in male, delle vicende che riguardano Berlusconi; ossia, se si è verificata una flessione o un rialzo della domanda “sesso a pagamento”.
Saperlo secondo me sarebbe la miglior indagine per verificare concretamente se i maschi italici siano, o meno, con lui. Se lo appoggino o se glielo appoggino. Infatti, oggi, essere antiberlusconiani e andare a puttane è un controsenso. Non si può leggere, ad esempio, un articolo tratto da Repubblica o dal Corriere (e persino da Come Don Chisciotte) e poi sperare di avere un tiramento in quel senso lì. Di tiramenti ne vengono ben altri.
E pensare che avevo cominciato a mettere i soldi da parte per pagarmi un'escort!

Il berlusconismo senza Berlusconi

Al direttore del Manchester Guardian
«Signore,
in seguito al recente attentato alla vita di [Berlusconi], molta gente si è chiesta che cosa accadrebbe in Italia se [Berlusconi] morisse improvvisamente. Certamente il regime [clerico-conservatore] perderebbe il suo grande propagandista, colui che esercita un immenso potere sui suoi seguaci. Nessuno, tra gli eventuali successori di [Berlusconi], l'eguaglierebbe mai in istinto drammatico ed inventiva teatrale. Ma [Berlusconi] non è il creatore del sistema [clerico-conservatore]. Egli è soltanto il prestanome di una coalizione di alte autorità militari e civili, di grossi agrari, di grandi industriali e di banchieri, che controllano le altre classi sociali per mezzo delle [“Camicie verdi e azzurre”], armate ed organizzate nella [“Milizia del sondino e dell'embrione” e della “Gioventù del cerone e del silicone”]. Questa organizzazione [mediatica-capitalistica], che è al centro del sistema [clerico-conservatore], ha sempre funzionato spontaneamente, profittando della propaganda svolta da [Berlusconi]. Continuerà a funzionare anche dopo la morte di [Berlusconi], a meno che, durante la crisi, non si facciano avanti altri gruppi organizzati, e, poiché oggi nessuno di tali gruppi è pronto a prendere il posto della coalizione, è chiaro che la morte di [Berlusconi] lascerebbe la situazione più o meno invariata. [...]
Una volta superata la difficoltà di sceglierne il successore, la morte di [Berlusconi] sarebbe oggi per il regime [clerico-conservatore] una grazia incomparabile»

Gaetano Salvemini, Lettera al Manchester Guardian del 25 settembre 1926. Tratta da Opere di G. Salvemini, Scritti sul fascismo, Feltrinelli, Milano 1966.

NOTA.
I termini tra parentesi quadre sostituiscono, rispetto allo scritto originale, i seguenti termini: Berlusconi/Mussolini; clerico-conservatore/fascista¹; camicie verdi-azzurre/camicie nere; Gioventù del cerone e del silicone/Milizia nazionale; mediatica-capitalistica/militare-capitalistica.

¹Tale sostituzione terminologica non mi convince: si accettano suggerimenti.

mercoledì 9 settembre 2009

Uno sciopero morale

Ieri era l'8 settembre, una ricorrenza che si tende a dimenticare facilmente. Guarda caso oggi pesco in biblioteca Rosso e Nero di Renzo De Felice (Baldini&Castoldi, Milano 1995) e leggo:

«Vale la pena chiedersi cosa sarebbe successo se Badoglio avesse dato l'ordine di combattere contro i tedeschi? Non credo: tirando le somme, fu proprio il modo con cui si arrivò all'armistizio che rese inevitabile la dissoluzione delle forze armate. Perché quell'aria di sfiducia che attanagliava la nazione, per le fatiche di tre anni di guerra, per le frustrazioni della mancata fine dopo il 25 luglio, avrebbe dovuto risparmiare l'esercito?
Con la certezza che le prime vittime, i primi a pagare sarebbero stati proprio i militari, in mancanza di ordini, in assenza di obiettivi chiari, gettate le armi, l'unico pensiero fu quello di procurarsi un abito civile, evitare di essere fatti prigionieri, raggiungere con qualsiasi mezzo i propri paesi di origine. La reazione tedesca, forse sottovalutata dagli Alleati, ebbe un naturale effetto deterrente sulla truppa italiana. La consapevolezza della proverbiale disciplina, unita alla spietatezza, confermò l'idea della forza germanica e giustificò la nazione allo sbando, con l'accettazione della propria debolezza. Le conseguenze furono catastrofiche: i militari deportati in Germania saranno, alla fine della guerra, circa un milione.
Alle colpe della truppa corrispondevano, elevate alla potenza, le colpe degli ufficiali. Dove ci furono ordini precisi, vuoi per senso dell'onore o per odio antitedesco, la resistenza fu efficace e il processo di dissoluzione più contenuto e dignitoso. Nella stragrande maggioranza gli ufficiali vennero meno ai loro doveri. Il cattivo esempio dilagò giù giù per i gradi... Quelli che prestavano servizio presso il Comando supremo e lo Stato maggiore lasciarono senza ordini i comandi locali e si eclissarono. Furono in pochi ad affrontare il dramma dell' 8 settembre senza calpestare patriottismo e dignità nazionale, etica militare e solidarietà civile. Comportamenti così diffusi difficilmente possono trovare una giustificazione ideologico-politica. La spiegazione è nella condizione culturale e morale dell'Italia in quel momento: l'8 settembre, ci fu uno “sciopero morale”».

Le vie del Signore sono infinite

Caro Luigi,

non vorrei passare per un “nobile citrullo” (anche perché non voglio certo emendare nessun tipo di cattolicesimo). Ma siccome un po' di grullaggine oggi mi frulla per la testa - a causa tua, per questo tuo post da incorniciare - provo a scriverti perché tu sei, per me, un mediatore della verità cristiana. Le tue argomentazioni, le tue invettive, i tuoi strali contro il cattolicesimo, contro l'Ecclesia, sono per me un mezzo che rivela la verità cristiana in tutta la sua luce. Tu liberi tale verità dalle catene della religiosità, in quanto credo che essa si manifesti per negazione, per privazione; una verità che trova piena luce nel togliere, nel levare orpelli e pennacchi e le intricate formulazioni trinitarie; verità scritta sulla sabbia, illeggibile ma profondamente efficace per salvare gli ultimi della Terra dalle continue lapidazioni.
Questo è un mio pensiero, che non pretendo che tu condivida e che nemmeno credo sia molto fondato. È una percezione, un sentimento, forse una fede.
Tu sai che io sono un girardiano¹ e che quindi credo, o meglio, ritengo che esiste una verità fondamentale che i Vangeli raccontano: ed è la verità della vittima. A tale verità mi attengo, e cerco, per quanto sta in me, di non offuscarla, di tenerla viva.
Dico questo perché credo che l'unico modo per essere degni di Cristo, dopo essere in primo luogo operatori concreti di carità senza secondi fini (non sappia la tua mano destra cosa fa la tua mano sinistra eccetera), sia quello di esercitare la propria intelligenza, la propria ragione al servizio della verità, della giustizia, della libertà.
Sappi che non professo nessun tipo di cristianesimo; Gesù Cristo non era per me cristiano, tanto meno cattolico. Ma il punto non è questo. Il punto è, però, che la figura del Cristo è emersa nella storia, si è salvata dal tempo, è stata trasmessa (pur con tutte le vicissitudini, a volte anche atroci, che ben conosciamo); e questa figura di Figlio dell'Uomo, questo particolare Esempio, Modello, Maestro, Messia, o Grande Straccione - chiamiamolo come vogliamo - è una chiave di lettura, anzi è, per me, ancora nonostante tutto, la chiave di lettura di ciò che determina l'uomo nei suoi tratti di fondo costitutivi della violenza, del desiderio, del rapporto degli uni con gli altri, della costruzione possibile, hic et nunc, di un mondo di amicizia, di pace, persino di amore (eros e agape). Che quanto io ora affermo possa - tu certo lo sai meglio di me - esser considerato un'eresia cristiana, non m'impensierisce e non mi porta a porre altri problemi che quelli che la realtà, trista realtà che ci circonda, mi pone.
Per concludere: se mi chiedi se credo in Dio, non ho difficoltà a dire, come te, Dio non esiste, non c'è nessun creatore e nessun demiurgo, la parola Dio è priva di fondamento perché è una parola idolo; tuttavia, per me la parola che più conta è un'altra, è una parola che mi prova che qualcuno mi cammina a fianco e conversa con me, anche e se lì per lì non lo riconosco: è la parola fratello, ed è questa per me la prova che conta.
La religione, qualsiasi religione, incatena l'uomo al mondo. Tu per me, caro Luigi, sia una delle chiavi per aprire questo lucchetto, alzare gli occhi al cielo, gettar lo sguardo nello spazio, e non sentirsi solo.

Con profonda stima
Luca

¹
Su Girard tornerò successivamente. Basti qui dire che non condivido il suo fervente cattolicesimo, comprensibile forse perché vive da 50 anni in America, dove la cattolica è una religione tra le tante disponibili e non è una mano opprimente come qui in Italia.

martedì 8 settembre 2009

Impossessarsi del presente



«Il senso delle cose, il sapore del mondo è solo pel continuare, esser
nati non è che voler continuare: gli uomini vivono per vivere: per non morire. La loro persuasione è la paura della morte, esser nati non è che temere la morte. Così che se si fa loro certa la morte in un certo futuro - si manifestano già morti nel presente. Tutto ciò che fanno e che dicono con ferma persuasione, per un certo fine, con evidente ragione - non è che paura della morte [...] Ogni presente della loro vita ha in sé la morte. La loro vita non è che paura della morte. Essi vivono per salvar ciò che è dato loro col nascimento, come se essi stessi fossero nati con persuasione, e stesse in loro arbitrio la morte. Quello che è dato loro non è che la paura della morte, e questa vogliono salvare come vita sufficiente da ciò che nello stesso punto è dato loro: la sicurezza di morire. In questa stretta, e per la cura di un futuro che non può che ripetere (finché lo ripeta) il presente, essi contaminano questo, che ogni volta è in loro mano. E dove è la vita se non nel presente? Se questo non ha valore niente ha valore. Chi teme la morte è già morto». «Chi vuol aver un attimo solo sua la vita, esser un attimo solo persuaso di ciò che fa - deve impossessarsi del presente; vedere ogni presente come l'ultimo, come se fosse certa dopo la morte: e nell'oscurità crearsi da sé la vita. A chi ha la sua vita nel presente, la morte nulla toglie; poiché niente in lui chiede più di continuare; niente è in lui per la paura della morte - niente è così perché così è dato a lui dalla nascita come necessario alla vita. E la morte non toglie che ciò che è nato. Non toglie che quello che ha già preso dal dì che uno è nato, che perché nato vive della paura della morte; che vive per vivere, vive perché vive - perché è nato. - Ma chi vuol aver la sua vita non deve credersi nato, e vivo, soltanto perché è nato - né sufficiente la sua vita, da esser così continuata e difesa dalla morte».

Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, Adelphi, Milano 1995 (pag. 32-33)

lunedì 7 settembre 2009

Mio fratello è figlio unico



E se, sotto sotto, ma molto sotto sotto, in Paolo Berlusconi covasse un novello Polinice?

Stratagemma n. 34

«Se a una domanda o a un argomento l'avversario non dà una risposta diretta o non prende una posizione precisa, ma evade con una controdomanda, una risposta indiretta o addirittura con qualcosa che non è pertinente all'oggetto in discussione, e vuole andare a parare da tutt'altra parte; questo è un segno sicuro che abbiamo toccato (magari senza saperlo) un punto marcio¹: si tratta, da parte sua, di un ammutolimento relativo. È necessario dunque incalzare sul punto che abbiamo toccato e non mollare, anche quando non vediamo ancora in che cosa consista la debolezza che abbiamo colpito».

Arthur Schopenhauer, L'arte di ottenere ragione, Adelphi, Milano 1991


¹ Il corpo del re è talmente marcio che ormai risponde solo alle domande di Marzullo, di Vespa, di Signorini (e di Belpietro).

Scoperta dell'odio

Qui stava il torto, qui l'inveterato errore:
credere che d'altro non vi fosse acquisto che d'amore.
Oh le frotte di maschere giulive
oh le comitive musicanti nei quartieri gentili...
Alla notte altre musiche rimanda
la terrazza più alta e di nuovo fiorita
si dilunga la strada fuori porta?
Ma venga, a ora tarda, venga un'ora
di vero fuoco un'ora tra me e voi,
ma scoppi infine la sacrosanta rissa,
maschere, e i vostri fini giochi
di deturpato amore: nell'esatto
modo mio di non dovuto
amore e dissipato, gente, vi brucerò.

Vittorio Sereni, Gli strumenti umani, Einaudi, Torino 1965

domenica 6 settembre 2009

Rovelli

Scusatemi, ma bisogna che ritorni su questa frase di Panebianco (vedi mio post sotto) che oggi non ha smesso di arrovellarmi: «l’egemo­nia esercitata sulla sini­stra da moralisti che si am­mantano di “virtù repub­blicane” e che incarnano un nuovo partito ghibelli­no». A chi pensa Panebianco, al Partito Democratico? Sta forse scherzando? Pensa davvero che chi nutre una speranza repubblicana minima, alla De Gasperi, alla Fanfani (senza, dunque, nemmeno sforzarmi troppo), sia ghibellino di sinistra? Possibile chi invochi che la Chiesa non invada la scena politica italiana sia considerato un perfido laicista? A noi c'ha rovinato la Resistenza. La Liberazione. La caduta della Monarchia e del fascismo. Era meglio se ci si sorbiva senza finzioni un'altra trentina d'anni di tali sciagure democratiche e forse, forse, ci liberavamo, come in Spagna si sono liberati di Franco, della Chiesa invadente.
Pasolini, ti vorrei qui vivo per commentare, sulle stesse pagine di Panebianco, per rintuzzarlo, per dirgli che lui è il figlio prediletto della cazzo di mutazione antropologica che ci riguarda, noi italiani. Piglio allora da Guido Crainz (Storia del miracolo italiano, Donzelli, Roma 2003) una tua citazione del 1974, caro Pierpaolo, in cui ti arrovellavi tu pure per dirci di non essere troppo entusiasti della vittoria progressista al referendum sul divorzio:

«La mia opinione è che il 59% dei “no” non sta a dimostrare, miracolisticamente, una vittoria del laicismo, del progressismo, della democrazia: niente affatto. Esso sta a dimostrare invece due cose: 1) che i “ceti medi” sono radicalmente, antropologicamente cambiati: i loro valori positivi non sono più quelli sanfedesti e clericali ma sono i valori [...] dell'ideologia edonistica del consumo e della conseguente tolleranza modernistica di tipo americano [...]. L'Italia contadina e paleoindustriale è crollata, si è disfatta, non c'è più, e al suo posto c'è un vuoto che attende di essere colmato da una completa borghisizzazione del tipo che ho accennato (modernizzante, falsamente tollerante, americaneggiante, ecc.) il “no” è stata una vittoria, indubbiamente. Ma la indicazione che esso dà è quella di una “mutazione” della cultura italiana: che si allontana tanto dal fascismo tradizionale che dal progressivismo socialista»¹.

Il vuoto è stato ampiamente colmato: trent'anni di modello edonistico berlusconiano si sono saldati al blocco imperante clerico-conservatore che sparge lacrimucce di coccodrillo sugli embrioni e felice respinge i barconi e fa affaroni con Gheddafoni. E la Chiesa è responsabile in massima di parte di questo, soprattutto dopo il crollo del suo garante: la Democrazia Cristiana. La paura di non essere più rappresentata e di essere scrollata di dosso dal paese dal quale trae più nutrimento, ha portato la Chiesa Cattolica a essere l'arbitro della politica italiana, a decidere chi far vincere o perdere. E dato che noi italiani siamo un gregge abbastanza fedele alle istanze pastorali del pontefice, soprattutto a livello pubblico più che privato (la coscienza del peccatore), ecco che chi minimamente si azzarda a reclamare uno spazio pubblico esente dalle istanze vaticane viene additato come pecora nera da espellere, da non prendere in considerazione.
Più si va avanti, più si scrivono pagine di merda per la nostra Repubblica, caro Pier Paolo. C'è solo la piccola illusione che oggi, se si seguisse il modello americano, forse, si ricostruirebbe qualcosa. Obama, anche se potrà fare poco, ha già fatto tanto a essere lì. Obama forse sarà, in qualche modo, una speranza anche per noi.

¹ Pier Paolo Pasolini, Scritti Corsari, Milano 1975

In calce al fondo

Scrive il prof. Panebianco oggi sul Corsera:
«La Chiesa, come tutti, deve prendere atto che il ciclo politico di Ber­lusconi è comunque nella fase discendente. Al massi­mo, entro qualche anno, dovrà concludersi¹. E, co­me tutti, la Chiesa deve an­che chiedersi se il bipolari­smo sopravvivrà all’uscita di scena di Berlusconi».
E conclude. «È evidente che la Chiesa, confusamente, si inter­roga² sulle opzioni disponi­bili: mantenere un rappor­to privilegiato con il cen­trodestra tenendo a freno gli avversari interni? Pun­tare su un “partito cattoli­co” di centro (una mi­ni- Dc) che tuteli i suoi in­teressi quali che ne siano le alleanze? Cercare nella sinistra un nuovo interlo­cutore? La prima opzione è resa complessa dalle vi­cissitudini del premier e dai loro contraccolpi. La seconda rischia di risulta­re velleitaria. La terza de­ve fare i conti con l’egemo­nia esercitata sulla sini­stra da moralisti che si am­mantano di “virtù repub­blicane” e che incarnano un nuovo partito ghibelli­no. Alla fine, i nodi verran­no sciolti dalla politica. A decidere, anche delle scel­te della Chiesa, sarà la sor­te del bipolarismo: in so­stanza, la capacità o meno del centrodestra di supera­re la crisi di successione senza disgregarsi³».

Note a margine

1 “Qualche anno”: questo qualche è troppo indefinito per i miei gusti. Leggendo il fondo comunque il Presidente del Consiglio avrà sicuramente posto mano ai bassifondi.

2 Chiedo venia: ma non era più corretto usare il congiuntivo “s'interroghi”?

3 La proposizione finale confuta di per sé la terza opzione proposta con orrore dal professore, il quale, a mio avviso, non ha contemplato una quarta opzione, la più semplice e saggia, purtroppo però la meno applicabile: che la Chiesa rispetti il Vangelo dando a Cesare quel ch'è di Cesare e lasci in pace questa Repubblica democratica.

sabato 5 settembre 2009

Un fiuto particolare

«L'acqua che scorre nei Vangeli calma e limpida sembra schiumare nelle lettere di Paolo. O, almeno, così a me pare. Forse è proprio solo la mia impurità a scorgervi il torbido: infatti, perché questa impurità non potrebbe inquinare la limpidezza? Per me, però, è come se qui vedessi una passione umana, qualcosa come orgoglio o ira, che non combacia con l'umiltà dei Vangeli. Come se ci fosse qui, in fondo, un'accentuazione della propria persona, e proprio come atto religioso, il che è estraneo al Vangelo*. Vorrei domandare - e non vorrei che fosse una bestemmia: "Che cosa avrebbe detto Cristo a Paolo?". Ma si potrebbe a ragione rispondere: che c'entri tu? Guarda di diventare tu più decente! Così come sei, non puoi affatto capire quale possa essere qui la verità.
Nei Vangeli - così mi sembra - è tutto più schietto, più umile, più semplice. Là ci sono capanne; in Paolo, una chiesa. Là tutti gli uomini sono uguali e Dio stesso è un uomo; in Paolo c'è già qualcosa come una gerarchia; gradi e cariche*. - Così sembra dirmi il mio FIUTO.»

Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, Adelphi, Milano 1980 (pag. 63-4)

* Grassetti miei

Stato di necessità


Sono queste le storie che danno conforto al mio inguaribile ottimismo.
Se le intelligenze non sono imbrigliate né da coercizioni terribili di stampo inquisitorio o dittatoriale, né da temibili imposizioni mediatiche che impongono altri modelli di successo (basti vedere il tappeto rosso dell'attuale Mostra del Cinema di Venezia), allora qualche speranza l'umanità ce l'ha ancora di evolversi verso un futuro migliore e abitare con più dignità questo pianeta.
In ogni angolo del pianeta ci sono persone eccezionali e spesso le loro capacità non riescono a emergere. Permettere alle persone di talento, dovunque sono, di sviluppare le loro potenzialità fino in fondo è una delle sfide più complesse dello sviluppo internazionale.

venerdì 4 settembre 2009

Traducendo Brecht

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov'erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d'un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l'odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.

Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il mio nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

Franco Fortini, Una volta per sempre (Poesie 1938-1973), Einaudi, Torino 1978

giovedì 3 settembre 2009

A stretto giro di posta

Caro Formamentis,
Dio è gay e si capisce l'inseminazione artificiale. Ma il punto è un altro. Il punto è che ci sono poche speranze che qualcosa cambi, soprattutto nelle menti di questi imbarbariti italici. M'illudo o c'è stato un tempo in cui, davanti a una simile lettura fantastica che il tuo brano offre, tutti si sarebbero stesi in terra a schiantare dalle risa e avrebbero reso le armi, oppure quel tempo è solo nella mia immaginazione? Non lo so, ma io dubito che oggi i protagonisti di questa baruffa (soprattutto quelli a destra) possano essere seppelliti da una risata. Quando l'uomo è troppo merda, ma merda dentro, il riso diventa un moto sconosciuto. Ma non importa: tu sei il degno erede della tradizione satirica italiana, sei il novello Palazzeschi o Campanile o Flaiano o scegli tu di chi vuoi essere l'erede. Di fronte allo squallore che tu puntualmente metti alla berlina, sento il privilegio di essere tuo contemporaneo.

Salmo spurio

Se tu vivessi oggi qui tra queste piaghe
che parte reciteresti Dio di carne
oggi che tutto intorno si vuole vittima
per vincere: sopporteresti una nuova croce
o saresti un più chiaro carnefice
che non confonde le carte e dice
sì sì, no no, vi sputo in faccia e amen?
Che dici, siamo vicini a quell'ora
annunciata in cui tutto si confonde
in cui tutti si dicono messia
e portatori di verità? È tempo
di riconoscersi, è tempo di schiaffi
precisi, di persecuzione, di travi
negli occhi, di ipocrisie, di falsità
per vedere se il fiore del deserto
ci concederà la sua visione.
Una cosa è certa: ci hai confusi
hai reso tutto più difficile
alle nostre menti così poco evolute
da non sopportare la rivoluzione.
E senza la rivoluzione della mente
senza diventare pazzi o poeti
senza ricongiungere il nome alla cosa
o la cosa al nome non ci sarà
nessuna resurrezione nessuna salvezza.
E un velo di tristezza so che adesso cade
agli occhi tuoi osservatori del destino
di questi sette miliardi di coglioni
incapaci di diventare dèi.
Manda un segno o manda un'astronave:
prova a rifare una nuova umanità.
È troppo storto questo legno per sperare
di raddrizzarlo prima che si spezzi.
È un legno curvo l'uomo e più non cresce
più non alza lo sguardo al cielo interrogando
le costellazioni o te direttamente
come se tu fossi davvero presente e interventista.
Ma non t'è venuto a noia questo film
questa grande telenovela umana
di cui tu non sei lo sceneggiatore?
Scendiamo nel vuoto universo:
portaci lontano dove tutto ebbe inizio
se questa parola ha un senso ed è l'indizio
che tu sia la causa di tutto, o abbiamo perso
noi e te insieme che ci hai fatto credere
alla tua esistenza.

I piedi a terra 7



Libertà vo cercando (confessioni di uno pseudo-blogger)

Hopp Schwiiz



Vorrei ricordare al Colonnello Gheddafi che i cantoni svizzeri sono 26, alcuni bilingue, uno poi, addirittura, con tre lingue ufficiali: il Cantone dei Grigioni, infatti, a chi toccherebbe?

P.S.
Certe dichiarazioni mi fanno rimpiangere Ronald Reagan.

mercoledì 2 settembre 2009

Que c'est triste Venise


Riascoltata, con diverso montaggio, stasera a Blob.
Ho un debole per Charles Aznavour.

13250 + 1

Tanto ho navigato, notte e giorno,
sulla barca del tuo amore.
Che o riuscirò infine ad amarti
o morirò annegato.
O mio Dio,
che dolore riserva l’attimo dell’attesa,
ma promettimi, Dio,
che non lascerai finisca la primavera.

Zaher Rezai, giovane afgano tredicenne, morto qualche mese fa, nel porto di Venezia, con questa poesia in tasca.

La grande melanzana



Scoperte enormi. Che ne dici Weissbach se faccio anch'io un buco nell'orto di diecimila metri? Troverò mica un giacimento di melanzane?

martedì 1 settembre 2009

September 1, 1939

Siedo in una delle bettole
della Cinquantaduesima strada
incerto e spaventato
vedendo scadere le astute speranze
d’un decennio basso e disonesto:
onde di rabbia e di paura
circolano per le luminose
e oscurate contrade della terra,
ossessionando le nostre vite private;
l’indicibile odore della morte
offende la notte di settembre.

Le ricerche degli esperti possono
riesumare intera l’offesa
che da Lutero ad oggi
ha fatto impazzire una cultura,
scoprire quello che successe a Linz,
quale immensa illusione ha creato
un dio psicopatico:
io e il pubblico sappiamo
quel che i bambini imparano a scuola,
coloro a cui male è fatto,
male faranno in cambio.

L’esule Tucidide sapeva
tutto quello che può dire un discorso
sulla Democrazia,
e quello che fanno i dittatori,
l’antiquato ciarpame che raccontano
a un apatico sepolcro;
egli analizzò tutto nel suo libro,
la ragione messa al bando,
il dolore che plasma l’abitudine,
il cattivo governo e il cordoglio:
tutto questo ci è inflitto un’altra volta.

In quest’aria neutrale
dove ciechi grattacieli usano
tutta la loro altezza a proclamare
la forza dell’Uomo Collettivo,
ogni lingua versa a gara
la sua scusa vana:
ma chi può vivere a lungo
in un sogno euforico;
essi guardano fuori dallo specchio
la faccia dell’imperialismo
e il torto internazionale.

Le facce lungo il bancone
s’aggrappano al loro giorno medio:
le luci non devono mai spegnersi,
la musica deve sempre andare,
tutte le convenzioni cospirano
perché questa fortezza assuma
l’arredamento di casa;
perché non vediamo dove stiamo,
persi in un mondo stregato,
bambini spaventati dalla notte
che mai felici sono stati o buoni.

Le idiozie di partito più vacue
che gridano le Persone Importanti
non sono radicali come il nostro
desiderio:quel che il folle Nijinsky
ha scritto su Diaghilev
vale per il cuore di tutti;
ché ogni donna e ogni uomo
nutre nelle fibre l’errore
di bramare quel che non può avere,
non l’amore universale,
ma d’avere per sé solo ogni amore.

Dal buio conservatore
gli ottusi pendolari entrano
nella vita etica,
ripetendo il voto mattutino:
«Sarò fedele a mia moglie,
mi concentrerò di più sul lavoro»,
e i governanti impotenti si svegliano
riprendendo il loro gioco obbligato:
chi può liberarli adesso,
chi può arrivare ai sordi,
chi può parlare per i muti?

Tutto quello che ho è una voce
per svelare la bugia nascosta,
la bugia romantica ch’è nel cervello
del sensuale uomo della strada
e la bugia dell’Autorità
i cui edifici frugano il cielo:
non c’è una cosa chiamata Stato
e nessuno esiste da solo;
la fame non lascia scelta
al cittadino né alla polizia;
dobbiamo amarci l’un l’altro o morire.

Senza difesa il nostro mondo
giace sotto la notte attonito;
eppure, accesi ovunque,
ironici punti di luce
lampeggiano là dove i Giusti
si scambiano i loro messaggi:
oh, che io possa, composto come loro
d’Eros e di polvere,
assediato dalla medesima
negazione e disperazione,
mostrare una fiamma affermativa.

Wystan Hugh Auden, Un altro tempo, Adelphi, Milano 1997 (traduzione Nicola Gandini)