lunedì 27 settembre 2010

Come fosse la lingua che parlasse

A volte è difficile inseguire, trovare e dar forma al non detto e il ripiego sul già detto diventa, allora, una necessità. In fondo i temi forti (o deboli?) della vita sono sempre gli stessi da quando l'umanità ha cominciato a torcere il pensiero verso altro genere di “problemi” che non siano stati quelli legati alla sopravvivenza o alla trita quotidianità. È stato quello il momento in cui l'umanità ha, per la prima volta, davvero iniziato a viaggiare, a migrare verso mondi dove si è illusa di trovare pace, o un altrove dove tutto fosse possibile. Ulisse è l'eroe che alberga in tutti noi, avidi di sapere, di conoscere cosa si nasconda al termine della notte. Ognuno affronta il viaggio come può, con i mezzi che ha a disposizione, con gli amici, pochi o tanti, che considerano la propria semenza.
Il blog è il mio mezzo preferito per viaggiare; è una specie d'imbarcazione esposta continuamente a venti favorevoli o a flutti avversi. Nel blog viaggio, dicevo, alla ricerca continua di dire (o far dire) qualcosa che scolpisca su queste pagine a cristalli liquidi, la mia immagine, la mia ombra, il mio niente. Ed è qui dentro questa nave che la notte diventa illuminata dalle stelle dell'altro Polo, quello dove non sono mai stato, quello che nasconde il mio sé sconosciuto agli altri ma perfino a me stesso.
Io qui vivo, con un misto di eccitazione e di ipocondria, unici viveri che impediscono alla mia anima di avere lo scorbuto. Il mondo è già chiuso nel nostro fazzoletto di terra, so bene – ed eccola la montagna, il Monte Analogo della mia irrequietudine. Sì alta pare, ma non le do certo la soddisfazione, ad essa, di gioire come uno scalmanato, dato che me l'hanno detto, me l'hanno raccontato e persino cantato che ogni gioia si trasforma in pianto.
Ecco dunque che il naufragare si fa dolce in questo mare perché si ha come la presunzione che ogni post sia avvertito dal lettore come una sorta di S.O.S. che chiunque passa da queste parti raccoglie, per sentire l'eco della mia voce e m'impedisca di parlare a vuoto.
E io so di non parlare a vuoto, ma non per presunzione, affatto: davanti a me, davanti a questo schermo c'è uno specchio dove la mia faccia riflessa ride e mormora muovendo appena le labbra: «Cazzo dici, cazzo oracoleggi?». No, dunque; la mia modesta nave da diporto non ha nemmeno la fortuna d'affondare rumorosamente tra gli applausi infin che 'l mar sia sopra me richiuso.

5 commenti:

Gians ha detto...

Mi faccio un regalo. Ti linko tra le mie segnalazioni. Un post che dovrò rileggermi di tanto in tanto, o almeno ogni volta mi saltasse in mente, di lasciare le mie righe abbandonate a se stesse. Un applauso alla tua mente.

Anonimo ha detto...

Te l'ho detto, non si può fare a meno di leggerti
Ania

wildestwoman ha detto...

post-o dunque sono
o cerco di essere
o immagino di essere

ti leggo, ti leggiamo,
ti seguo, ti seguiamo
perchè dici le cose che pensiamo meglio di quanto potremmo farlo noi

merci beaucoup, Monsieur Luca, reste avec nous

AlterEgo ha detto...

mi unisco agli applausi... e grazie a Gians per la segnalazione.

giulia ha detto...

Davvero complimenti
Giulia