domenica 31 gennaio 2010

L'amore-passione: una definizione.

«L'amore-passione è una specifica entità emotiva, nutrita di credenze e di miti suscitati dal contesto sociale e rafforzati dall'imitazione; essa si manifesta alla coscienza in seguito alla scelta, irrazionale ed incondizionata, che due individui hanno fatto l'uno dell'altro, per sopravvalutazione reciproca e in modo da abolirsi idealmente l'uno nell'altro, senza reprimere nulla della loro sessualità che, pertanto, si trova anzi valorizzata al massimo; questa modalità di esistenza a due non può però apparir loro né definitiva né felice, ma inadeguata e soggetta sempre a superamenti successivi per compiersi infine nel sogno, o nella realtà, della morte illusoriamente considerata come il solo stato capace di unire i loro cuori nell'assoluto».

René Nelli, L'amour et les Mythes du cœur, Hachette, Paris 1975

Faccia a faccia


*

P.S.
Perdonatemi, non sono bravo a modificare le immagini

Vigevano, Circolo della Cultura, anni 60

«La sala si sta riempiendo. Sedute sulla cassapanca, in abiti da sera casalinghi, le figlie di impiegati e commercianti stanno con le madri, a lumare¹ gli abiti delle figlie di industrialotti. Gli uomini hanno un'aria vissuta; guardano le donne con distaccata competenza. Sono rappresentanti, industrialotti, piccoli commercianti, artigiani, tutti con aria di viveur. Parecchi hanno la figliola vicino. È il suo primo ballo!
Cominciano le danze.
Ecco la figlia di un avvocato, celebre per avere fatto perdre una causa a Racalmuto, ballare con un ufficialetto. Qui è la figlia di Racalmuto che balla col figlio di un industrialotto. Buonassera. Claudia Buccia, una romantica ragazza, poetessa e musicofila, figlia di un industrialotti di guàrdoli², educata nei migliori collegi svizzeri, che sta ballando col suo moroso, il geometra Tozzi, figlio di agricoltori e impresario edile. Dottore? Buonassera. Ecco Gianni Dondi, rappresentante dell'Alfa, che sta mostrando i pieghevoli automobili a un industriale. Buonassera.
Mi si avvicina il conte Asso, rappresentante di gomma:
- Dottore?
- Buonassera.
- Come sta, dottore?
- Tiriamo a campare!
Il conte fa una smorfia:
- Quello che lei ha detto, dottore, mi permetta, è un motto che non mi piace. Ci si sente tutta la disperazione del Meridione.
- Uhm!
- Sa chi mi ha scritto? Indovini!
- Chi le ha scritto?
- Sua Maestà.
- Davvero?
- Proprio, - disse il conte, commosso. - Il principino gli sta dando dispiaceri, il principino!
- Uhm!
- Dottore, se ha bisogno di me, a sua disposizione.
- Grazie.
Dopo un momento di silenzio pensieroso, il conte mi invita per domattina alla Sforzesca, a sentire la messa, detta da un vescovo non so più di dove.
- Lei, dottore, deve venirci. Io sono sicuro che lei non ha mai visto celebrare una messa come la recita quel monsignore...
- No...
- Guardi. Io ho sentito messe dette da cardinali; anche da Sua Santità. Bisogna proprio dire che c'è una differenza di stile.
- Ma come la recita?
- Venga domani che vedrà. Ci viene?
- Ho impegni.
- Si disimpegni.
- Non posso.
- Lei non sa quello che perde, dottore

Lucio Mastronardi, Il meridionale di Vigevano, Einaudi, Torino 1964

sabato 30 gennaio 2010

Una “lubido” particolare

«A una disàmina esterna, tutta la ventennale soperchieria [fascista] è contraddistinta dai caratteri estremi della scempietà, della criminalità puerile, della mancanza di senso e di cultura storica: non diciamo del senso etico e religioso. Essa è una netta retrogressione da quel notevole punto di sviluppo a cui la umanità era giunta (in sullo spegnersi dell'epoca positivistica) verso una fase involutiva, bugiarda, nata da imparaticci, da frasi fatte, dalla abitudine di passioni sceniche, da un ateismo sostanziale che vuole inorpellarsi di una “spiritualità” e “religiosità” meramente verbali. Ora questa caratteristica denuncia precisamente che il pragma della banda e del capintesta è un pragma bassamente erotico, un basso prurito ossia una lubido di possesso, di comando, di esibizione, di cibo, di femine, di vestiti, di denaro, di terre, di comodità e di ozî: non sublimata da nessun movente etico-politico, da umanità o da carità vera, da nessun senso artistico e umanistico e men che meno da un intervento di indagine critica. Si trattava per lo più di gingilloni, di zuzzurulloni, di senza-mestiere dotati soltanto d'un prurito e d'un appetito che chiamavano virilità, che tentavano il corto-circuito della carriera attraverso la “politica”: intendendo per politica i loro diportamenti camorristici».

Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo, Garzanti, Milano 1967

Il fascismo dentro

Se i discorsi del Dusce son balzati in testa alle classifiche di download per l'iPod ci sarà un motivo: e il motivo è che il sentimento fascista è stato tramandato di padre in figlio con il mantra specifico del vittimismo, dell'orgoglio patrio, della coscienza nazionale.
Il fascismo si eternizzato in Italia per vari motivi: prima di tutto perché è qui da noi che è stato inventato; seconda cosa, perché la sua fine non è stata naturale ma è stata ed è avvertita come un sopruso, come l'interruzione di un sogno. L'alto consenso di cui il regime fascista e Mussolini in persona godettero (col favore, non dimentichiamolo, della Chiesa Cattolica) non svanì d'incanto con la Liberazione. Il fascismo dentro ha continuato a covare negli italiani e qualcuno, il Masturbatore Supremo di Arcore, ne gode ora i frutti: il guscio s'è rotto (anche se i fascisti dentro non si sono accorti che, come il cuculo, questo signore li ha parassitati). Se - lo so che col “se” non si fa storia - se, ripeto, Mussolini non si fosse alleato con Hitler, non avrebbe perso la guerra; così gli americani lo avrebbero lasciato al suo posto come barriera anticomunista, alla Francisco Franco, per cui è probabile che sarebbe stato in carica fino alla morte. Allora, forse, l'Italia sarebbe guarita da questa patologia da cui è ancora affetta. Facciamo un confronto veloce con la Spagna: c'è qualcuno, infatti, delle nuove generazioni spagnole che legge, studia, ascolta e scarica dalle rete i discorsi del Caudillo? C'è qualcuno che (a parte qualche vescovo nero) rimpiange i tempi in cui a capo del Governo di Madrid c'era il Generalisimo e i treni arrivavano in orario?
Gli italiani - la maggioranza degli italiani - è un popolo fatto così: fascista dentro.
Berlusconi titilla questa coscienza sporca come nessun altro dopo il Dusce (o Kuce, come lo chiama Gadda in Eros e Priapo).
Forse, a questo punto, e lo dico con dolore e rabbia, è bene che Berlusconi finisca naturalmente senza nessuna ombra di condanna o complotto ai suoi danni, dando sfogo definitivo a questa cattiva coscienza risentita del fascista dentro, in modo da far accorgere a chi la possiede, quanto e cosa significhi essere stronzi.

venerdì 29 gennaio 2010

Sermoni per l'Italia contemporanea

È il momento di riportare un brano tratto dai Sermoni di Mr Warburton, personaggio di rilievo di Cabot Wright Begins di James Purdy (New York, 1964). Ho letto il libro un mese fa, all'inizio con fatica. Poi, via via, la storia e la bravura di Purdy mi hanno conquistato. Warburton è, nel romanzo, uno dei più prestigiosi agenti di cambio di Wall Street e mentore del protagonista Cabot Wright. Nel capitolo 14 troviamo quest'ultimo leggere a Mrs Bickle tali Sermoni. È stato il momento, per me, in cui il libro ha fatto un balzo in avanti straordinario, scalando i vertici della narrativa del secondo Novecento. Lo riporto con una preghiera: sostituite la parola America con Italia (e di conseguenza baseball con calcio, eccetera). Ecco qua.

«L'America, cominciata come una società di uomini che avevano progetti, fiducia, e buon sangue nelle vene, è finita in un caos di scrofolosa oscenità e di abbaianti bastardi nel quale tutto quello che non vale la pena di vendere o di diffondere viene esposto in tutto il suo splendore meretricio, strombazzato e portato in giro per una nazione di compratori distratti. Giovani e vecchi hanno sofferto e soffrono di una specie d'emorragia del consumatore, ad opera di una civiltà incurante che produce solo rumore, confusione, virilità fasulla e pornografia. È una nazione di piazzisti, d'imbecilli, di finocchi a riposo, di bagasce spogliarelliste che sopra o sotto l'ombelico non hanno più nulla (il patetico tentativo dell'America di simulare il vigore sessuale è altrettanto poco convincente quanto la sua fama di grande alveare degli affari). Adesso l'unica funzione dell'America è di sostenere la confusione, il sudiciume, la vuotaggine, il travestitismo razziale, per poter finire il più in fretta possibile nella pattumiera cosmica della non-esistenza. [...]
Il consumatore americano viene riempito prima che sia vuoto, ingozzato senza che lui conosca mai la sensazione della fame o della sazietà, gli organi dell'America vengono continuamente manipolati e preparati per le operazioni chirurgiche o plastiche o per qualsiasi altro intervento che il Maestro Masturbatore possa ritenere utile. Così i finocchi si occupano della cosmetica sessuale per uomini e donne, stimolano le gonadi dei giocatori di baseball, dei pugili, dei capitani d'industria, degli agricoltori e dei commessi di drogheria dei piccoli centri che mettono i soldi da parte per andare nella Settantaduesima Strada West di Manhattan a far le checche, per non parlare del decreto che ordina a tutte le donne di somigliare a matite senza il foro per il ricambio.
Oggigiorno in America il vero orgasmo sessuale ha luogo nel sacchetto di pop-corn del tuo vicino al cinema, o davanti al televisore guardando una partita di baseball e masticando hamburger con l'ottanta per cento di grasso.
Il piacere è morto in America da quarant'anni o forse più, in un'ondata di monossido di carbonio, di benzina, di sigarette per signora, di credulità in tutto e in tutti, di tolleranza per l'intollerabile, di paura d'un silenzio e d'una solitudine che durino più di venti secondi, è morto nella sicurezza che l'immortalità sia gli americani che mangiano wurstel di tutto manzo con un'accelleratissima peristalsi, mentre parlano con una folla di altri quindici trilioni di loro eguali che mangiano sandwich, si gasano con la coca-cola, hanno movimenti peristaltici e parlano e scommettono sulle corse di domani, mentre la TV-audio-video-baseball ulula, rugge, soffoca, rutta, scorreggia, esplode, strombazza, bela, assorda, scalpita, vomita, gracchia, strilla, ripete ripete RIPETE, specialmente DILLO ANCORA PIÙ FORTE DILLO ANCORA, ficca quel prodotto in ogni stramaledetta bocca di americano e fagli dire L'HO COMPRATO, DIO, L'HO COMPRATO ED È STRAORDINARIO È HOLLYWOOD È IL MIO SEDERE CHE VA DI NUOVO SU E GIÙ, È USA, DIO, e se non puoi sbatterglielo in bocca a farlo GIURARE, GIURARE USA, ficcaglielo laddove (guardate nel dizionario, laureati, se non avete avuto il tempo d'impararlo nel College di Vostra Scelta)»

James Purdy, Un ignobile individuo, Einaudi, Torino 1968

Ohi ohi bis



D'accordo, le riserve sono d'obbligo sulla “crisi morale” di Taormina. Tuttavia, non vedo l'ora (si fa per dire) di sentire o leggere domani la servitù berlusconiana scagliarsi contro questo avvocato ex-paladino delle libertà. Chissà che abbaiare, chissà che ringhiate, che unghie sul volto a sfigurare.

Ohi ohi



A questo punto, bisogna che il PD passi al contrattacco con una mossa clamorosamente spiazzante: far passare anche alla Camera la legge sul “processo breve”.

giovedì 28 gennaio 2010

Disvelare

«Portare il velo potrebbe essere preso come un atto militante, come propaganda religiosa unita a discriminazione sessuale, soggetto per sua natura a provocare manifestazioni e reazioni di segno contrario. La kippah può richiamare la kefiyah, la croce può richiamare la mezzaluna, così come ieri il pugno chiuso richiamava il braccio teso. Mutatis mutandis, una insegna della Coca-Cola o della Nike può diventare una contro-pubblicità per la Pepsi-Cola o l'Adidas, perché una cosa sono le marche sui quaderni e le etichette su scarpe e camicie, un'altra sono i cartelloni e i manifesti pubblicitari sui muri. Oggi ci si mettono anche le marche a favorire la formazione di tribù rivali, che ormai sono fatte solo di giovani consumatori. Ogni identità comunitaria si impone per differenza, e ogni ostentazione di differenza ne fa nascere un'altra di segno opposto. Dobbiamo prevenire questa escalation senza fine di rivalità che i prodotti messi a disposizione dal mercato consentono di declinare in maniere infinite».
[...]
«La sfera domestica non deve invadere gli spazi pubblici¹, perché questi, per svolgere la propria funzione specifica, devono tenere ciò che concerne l'ambito intimo entro certi limiti. Noi ci togliamo le scarpe quando entriamo in una moschea, senza per questo convertirci all'Islam. Chiedere a dei praticanti di togliere il copricapo e ogni genere di simbolo alla porta degli istituti scolastici² - tanto più in classe - non significa imporre loro di rinunciare a ciò che sono, e ancora meno obbligarli a convertirsi a un credo che non è il loro. Significa chiedere di rispettare la natura particolare che la nostra Storia ha conferito al luogo nel quale chiunque può entrare come vuole senza distinzioni».

Régis Debray, Cosa ci vela il velo?, Castelvecchi, Roma 2007, [pag. 17-8 e pag. 27]

¹Qui Debray si riferisce alla Scuola.
²Ah, la France!

Poffarbacco!

Pubblicato un mio articolo su Giornalettismo.
Tema: la bestemmia. Buona lettura, se vi va.

mercoledì 27 gennaio 2010

Ministri degli Affari esteri

Come fa un Ministro della Repubblica italiana a dire che la costruzione delle moschee in Italia deve essere accompagnata dalla costruzione delle chiese nei paesi arabi? Cosa gliene viene a lui, in quanto ripeto Ministro di una Repubblica “laica” dalla costruzione delle chiese? Se questo accordo di edilizia religiosa avvenisse l'Italia cosa ne ricaverebbe? Nulla. Chi, invece, ne trarrebbe profitto? Il Vaticano of course. Avesse detto: «sì alle moschee in Italia; però i paesi arabi devono, in cambio, costruire scuole laiche, biblioteche¹, teatri, cinema, sale da ballo, e vari altri tipi di centri culturali» allora sarei stato perfettamente d'accordo con questo tipo di baratto.


¹Nel video, dietro Frattini che parla su un palcoscenico, c'è un'enorme scenografia con su scritto: «Giovani lettori. Nuovi cittadini».

Un sentimento rinnovato

a Giuseppe, che ha ispirato la ricerca di questo brano

«Il sentimento che noi proviamo non si chiama rancore, ma orrore: orrore insormontabile di ciò che è accaduto, orrore dei fanatici che hanno perpetrato questa cosa, degli amorfi che l'hanno accettata, e degli indifferenti che l'hanno già dimenticata. Questo è il nostro “risentimento”. Perché il “risentimento” può essere anche il sentimento rinnovato e intensamente vissuto della cosa inespiabile; esso protesta contro un'amnistia morale che non è altro che una vergognosa amnistia; custodisce la fiamma sacra dell'inquietudine e della fedeltà alle cose invisibili. L'oblio sarebbe un grave insulto nei confronti di coloro che sono morti nei campi, e la cui cenere è mescolata per sempre con la terra; sarebbe una mancanza di serietà e di dignità, una vergognosa frivolezza. Sì, il ricordo di ciò che è accaduto è in noi indelebile, indelebile come il tatuaggio che i reduci dai campi portano ancora sul braccio. Ogni primavera gli alberi fioriscono ad Auschwitz, come dappertutto; perché l'erba non è stanca di crescere in queste campagne maledette; la primavera non distingue fra i nostri giardini e questi luoghi di inesprimibile miseria. Oggi, quando i sofisti ci raccomandano l'oblio, noi mostreremo con forza il nostro muto e impotente orrore davanti ai cani dell'odio; penseremo intensamente all'agonia dei deportati senza sepoltura e dei bambini che non sono tornati. Perché questa agonia durerà fino alla fine del mondo».

Vladimir Jankélévitch, Perdonare?, La Giuntina, Firenze 1987

Qualcosa, qualcuno

Come non dirsi d'accordo con Malvino [1, 2] e tuttavia nutrire, rispetto a lui, una maggiore speranza?
D'accordo, il cristianesimo (e in particolare: il cattolicesimo) è, qui in Italia soprattutto, «refrattario alla democrazia e al liberalismo». Ma proprio per questo occorre, secondo me, mostrarlo interamente, fino alle estreme conseguenze, fino a far vedere palesemente agli occhi della società italiana quanto esso sia l'impedimento assoluto verso l'emancipazione della nostra democrazia, verso l'indipendenza della nostra repubblica, verso quel senso strano di libertà che non ha bisogno di tutori se non delle proprie regole, fallibili, che di volta in volta la politica si dà senza nessun riferimento a irrealtà ultraterrene.
Emma Bonino, Nichi Vendola, il giovine Agriesti siano la forza e la speranza, quell'hope che ha accompagnato Barack Obama un anno fa alla vittoria. E anche se Obama non ha portato la rivoluzione, ha dato e sta dando comunque luogo a qualcosa di diverso. In Italia sarebbe il Qualcosone malviniano, ancora ahimè lontano dal prevalere alla crassa meschinità caratteriale della maggioranza degli italiani, ancora troppo sensibile alle trombe stonate del «demopopulismo autoritario del centrodestra».

martedì 26 gennaio 2010

Guai a coloro che sanno di essere uomini

«Poiché tutto ciò che è stato concepito e intrapreso da Adamo in poi è o sospetto o pericoloso o inutile, che cosa fare? Dissociarsi dalla specie? Questo significherebbe dimenticare che non si è mai tanto uomini come quando ci si rammarica di esserlo. E tale rammarico, una volta che si impadronisca di voi, non c'è modo di eluderlo: diventa inevitabile e pesante quanto l'aria... Certo, i più respirano senza rendersene conto, senza rifletterci; ma che manchi loro il respiro un giorno solo e vedranno allora come l'aria, convertita a un tratto a problema, li ossessionerà in ogni istante. Guai a coloro che sanno di respirare, guai ancor più a coloro che sanno di essere uomini. Incapaci di avere in mente altro, ci penseranno per tutta la vita, ne saranno ossessionati e oppressi. Me essi meritano il loro tormento, per aver cercato, avidi di insolubile, un tema torturante, un tema senza fine. L'uomo non darà loro un attimo di tregua, l'uomo ha ancora tanta strada da fare... E poiché avanza in virtù dell'illusione acquisita, potrebbe fermarsi solo se l'illusione si dissolvesse e sparisse; ma finché egli rimane complice del tempo essa è indistruttibile».

E.M. Cioran, La caduta nel tempo, Adelphi, Milano 1995

lunedì 25 gennaio 2010

Posto un commento

Cara Federica,
il tuo discorso apre le porte a un pensiero che, in Italia soprattutto (sto parlando delle democrazie dai costumi cosiddetti "occidentali") è ancora allo stato larvale: in fondo, sono solo pochi decenni che il divorzio è entrato a far parte del nostro ordinamento civile. In fondo, ancora, la potente agenzia Cultuale che è la nostra Religione Cattolica impedisce, di fatto, ai divorziati di comunicarsi (molti vivono bene lo stesso, pare; anzi: sono fieri portatori sani di alti valori cristiani).
Ma a parte ciò. Dovrebbero essere inventati i matrimoni a scadenza rinnovabile. Rari sono i casi di coppie che resistono. Troppi richiami. Là dove ci sono i soldi e potere è ancora più facile separarsi, cambiare, finire.
Ma, soprattutto, difficilmente ci si accorge di essere in due a volerlo. Difficilmente si prende la decisione insieme di strapparsi di dosso l'altro/a. C'è sempre uno/a che fa il primo passo e l'altro/a che lo subisce come un affronto, come un fallimento. Fallimento che tributa subito all'altro/a. E subito s'indossano i panni della vittima. E poi ci sono spesso i figli, i parenti, gli amici, le varie fazioni e il dramma cresce e s'ingrossa e il vinto senso di colpa di colui/colei che ha preso la decisione si fa ancora più minimo, svanisce d'incanto; di pari passo, invece, cresce la rabbia di colei/colui ch'è stato lasciato, che vuole fargliela pagare a quel/quella maledetto/a.
Ripeto la soluzione: precarizzare i matrimoni con contratti a tempo determinato li renderebbe, forse, più appetibili. All'avvicinarsi della scadenza, la coppia si mette a tavolino e... decide di nuovo se continuare e impegnarsi a tener viva l'unione con la persona a cui aveva giurato amore... fino a quel giorno lì.

Sogni vaticani

Il Cardinale Bagnasco ha un sogno: quello di vedere una nuova generazione di politici cattolici. Ma chi formerà tali politici se la vecchia scuola di partito democristiana non c'è più? Saranno una diretta emazione del Vaticano? Si formeranno in ordine sparso in entrambi gli schieramenti? O forse saranno formati dai partiti ultracentristi dell'Udc e dell'Alleanza per l'Italia (neo-partito rutelliano)?
Più passa il tempo e più mi convinco che il cattolicesimo in politica sia una perversione che non debba intralciare qualsiavoglia agire politico. Dopo il crollo del comunismo, in politica è bene auspicare il crollo del cattolicesimo. Come fino al 1989 c'era una pregiudiziale anti-comunista che impediva l'alternanza in questo paese, adesso sarebbe bene ci fosse una pregiudiziale anti-cattolica che impedisse al Vaticano di condizionare le scelte del nostro Parlamento. I cattolici in politica, infatti, rischiano di avere la coscienza in ostaggio di una potenza straniera.

Quale porzione di universo

lumache appiccicate alle foglie
donne in limitare di doglie

ai confini lo spirito si appaga
braccia incrociate sulla piaga

l'ospite pronuncia la frase insensata
nel cesso vien finita la verità guastata

di rovescio o di diritto non muta il guardare
per capire anche una foglia è necessario pagare

al davanzale bianco appeso con un dito
la verità suprema neppure da marcito

(1973)

Antonio Porta, Tutte le poesie, Garzanti, Milano 2009

domenica 24 gennaio 2010

Mentire bene

«- Che può fare un governo in guerra? Dirigere gli avvenimenti? No, lo sapete bene. Ma dirigere l'opinione, questo sì: è anzi la sola cosa che possa fare... Il nostro lavoro principale è la trasmissione accomodata dei fatti...
- La menzogna organizzata?
- Dire la verità, è raro che faccia bene. È indispensabile che il nemico abbia sempre torto...
- Mentire...
- Sì, non foss'altro che per nascondere a quelli che combattono ciò che si trama nelle retrovie... a quelli delle retrovie, le cose tremende che accadono sul fronte... Ma sì, mio caro... Non solo mentire, ma mentire bene... Nel campo della menzogna utile noi, in [Italia], abbiamo fatto miracoli...»

Roger Martin du Gard, Les Thibault [citazione presa da N.Chiaromonte, Credere e non credere, Il Mulino, Bologna 1993]

Questo brano è uno specchio di quanto di meglio il governo Berlusconi (1 e 2) abbia fatto in questi anni di lungo potere. Perché questo merito a Berlusconi gli va riconosciuto: dirigere l'opinione pubblica (la maggioranza dell'opinione pubblica) è il suo mestiere. Dal vendere una palazzina, a promuovere la pubblicità su suoi canali, all'attuale propaganda di governo, Berlusconi non ha fatto altro che essere sempre se stesso. Quello che mi meraviglia, fino a un certo punto, è che la lezione l'hanno benissimo imparata anche i suoi più fidi collaboratori e ministri. Con un rischio però: a mentire in tanti c'è il rischio di contraddirsi troppo palesemente. Occorre dunque una nuova figura ministeriale, il Ministro del Paradosso che affermi: tutti i ministri sono bugiardi e con questo rompicapo andare ancora avanti a forza di dichiarazioni iperboliche.

La lettrice


Questa è la donna che Formamentis pagherà per soddisfare la sua perversione.
C'è solo un piccolo problema: è di madrelingua tedesca (però è molto fetish).

sabato 23 gennaio 2010

Versi per un compleanno

Volevo scrivere un verso

ma poi mi sono perso

di nuovo intorno a me stesso.


Mi capita sempre più spesso

domandarmi se sono e chi sono

se il tizio che vedo riflesso


allo specchio è lo stesso

di colui che esce dal cono

della sua pallida ombra.


Ma un sorriso subito sgombra

la mente dai mille suoi dubbi

come vento che soffia via nubi.


Tutto torna ora sereno

nel cielo del proprio pensiero

le stelle non segnano più ma meno.


Corre l'obbligo di esser felice

quel falso sorriso mi dice.

La disperazione è un peccato


uno spreco energetico enorme

la rabbia è luce accesa col sole

e di notte è buio senza forme.


Questi versi non hanno significato

hanno acceso soltanto parole

del mio participio passato.


Chi ero lo dirò domani

chi sono lo dice il passato

chi sarò è scritto sulle mie mani.


Ma non so leggere che i segni

che gli altri mi dicono giusti.

Sono stanco ma non per gli impegni


che si susseguono nei frusti

miei giorni. Sono stanco perché

ho finto finora di cercare me


stesso. È stata tutta una finzione:

se qualcuno mi domanda chi sono

a stento so dirgli il mio nome.

Collegamenti storici




«Molti esperti hanno analizzato lo sfondo della Gioconda, e hanno osservato una cosa che spesso non si nota a prima vista ed è che la Gioconda è seduta a ridosso di un loggiato, e si intravede il parapetto e anche le basi di 2 colonne laterali. Sulla base degli elementi individuati nello sfondo, qualcuno ritiene di aver anche individuato il vero paesaggio che servì da sfondo per il quadro, che si troverebbe nella zona di Arezzo
Considerando la grande cura di Leonardo per i dettagli, molti esperti ritengono che non si tratti di uno sfondo inventato, ma rappresenti anzi un punto molto preciso della Toscana, cioè là dove l'Arno supera le campagne di Arezzo e riceve le acque della Val di Chiana. C'è un indizio preciso sulla destra della Gioconda oltre la spalla, è un ponte basso, a più arcate, cioè un ponte antico, a schiena d'asino di stile romanico, un ponte identico al ponte a Buriano che scavalca tutt'oggi l'Arno e che venne costruito in pieno Medioevo a metà del 1200, quando Arezzo attraversava un periodo di grande prosperità. Sopra le sue arcate passa l'antica via Cassia che colleg Roma, Chiusi, Arezzo e Firenze».

A margine, volevo far notare che il Ponte a Buriano collega la città di Arezzo con la cittadina di Castiglion Fibocchi ove si trova una delle famose ville di residenza dell'illustre, venerabile poeta, nonché maestro eminentissimo, Licio Gelli.

venerdì 22 gennaio 2010

Non insegnate ai bambini*

Scena 1
L'Aquila, interno modulo abitativo.
Figlio corre piangendo tra le braccia della mamma.


Madre: «Perché piangi, che hai fatto?»
Figlio: «Papà mi ha dato uno schiaffo».
Madre: «E perché?»
Figlio: «Perché gli ho portato i saluti del Presidente».

Scena 2.
Cortile scolastico
Due alunne corrono dal maestro. Una di loro piange.


Maestro: «Perché piangi?»
Alunna che non piange: «Piange perché il suo “fidanzato” le ha detto che non la ama più».
Maestro: «Ah. E tu ce l'hai il fidanzato?»
Alunna che non piange, sorridendo: «No, però c'ho un gatto».

[*]

giovedì 21 gennaio 2010

Viva soltanto la confusione

Scena: le mura di Atene. Entra Timone

TIMONE «Ch'io mi volga a riguardarti, o muraglia che recingi quei lupi! Affonda nelle viscere della terra e non difendere più Atene! E voi, o matrone, datevi all'incontinenza! L'obbedienza non si conosca più ne' fanciulli! I servi e gli stolti strappino i Senatori gravi e grinzosi dalle loro panche, ed amministrino la legge al loro luogo! E voi, verginità in boccio, convertitevi all'istante al meretricio pubblico. E fatelo pur sotto gli occhi dei vostri genitori! Tenete duro, bancarottieri, e invece di restituire i danari, cacciate fuori il coltello e tagliate la gola ai vostri creditori. Servi sotto contratto, rubate! ché i vostri padroni son ladri ancor essi e saccheggiano a man salva, anche se a regola di legge. E tu, o servetta, va pure a giacerti col padrone, perché la tua padrona è al bordello; e tu, figlio sedicenne, strappa la gruccia imbottita di sotto l'ascella del tuo vecchio padre azzoppato, e picchiandolo con quella, fagli schizzare il cervello fuor del capo frantumato! E pietà e timore, e devozione agli dèi e pace, e giustizia, verità e reverenza tra le pareti domestiche, riposo notturno, buon vicinato, istruzione, costumi, arti e mestieri, gerarchie, riti, consuetudini e leggi, venite pur meno nei vostri rovinosi opposti, e viva soltanto la confusione! Pestilenze che colpite gli uomini, accumulate le vostre febbri potenti e infette su Atene, che è matura per la distruzione! E tu, o fredda sciatica, rendi storpi i nostri Senatori, così che le loro membra possano diventare zoppe quanto i loro costumi! E voi, lussuria e licenza, prendete a strisciare e negli spiriti e nel midollo della nostra gioventù, così che questa si dibatta avverso la corrente della virtù e affoghi all'incontro della dissolutezza. Rogne e schianze, disseminatevi sul petto degli ateniesi, e il vostro raccolto sia una lebbra generale! Il fiato infetti il fiato, così che la loro società e la loro amicizia sian fatte soltanto di veleno! Non voglio portar via da te nient'altro che la nudità, o Atene aborrita [Finisce di togliersi le vesti e le getta contro le mura della città.] Prenditi ancor questo, con le mie maledizioni senza numero. Timone se ne andrà nelle foreste, là dove troverà che le bestie selvagge son tuttavia più miti dell'uomo. Gli dèi confondano gli ateniesi sia dentro che fuori le mura. Ascoltatemi, voi tutti, o dèi benigni! E concedete che, insieme con la vita, possa crescere in Timone anche l'odio per tutta la razza degli uomini, umili o potenti che siano! Amen».

William Shakespeare, Timone d'Atene, Atto Quarto, Scena Prima, (trad. Gabriele Baldini 1963), BUR Rizzoli, Milano 1987.

P.S.
Ogni riferimento a Maurizio Gasparri è puramente casuale

mercoledì 20 gennaio 2010

Il becco puzza

Attraverso Vibrisse vengo a conoscenza di questo articolo.
Nel post relativo ho commentato queste parole. È un rimestare quanto da me già detto (non mi ricordo quando e mi fa fatica cercare). Ma mi piace tornare spesso sull'argomento, anche perché son cose che mi frullano perennemente in testa e che ogni volta cerco di riformulare.
Infine, mi piacerebbe che Malvino affilasse la sua tastiera per rispondere, meglio di me, alle tesi di
Jean-Robert Armogathe.

In un passo dell'articolo citato Armogathe scrive:
«[La Chiesa Cattolica]
è l’ultima figura sociale coerente nel mondo; dispone di un corpo dottrinale, di un catechismo, di una gerarchia visibile e identificata. Senza essere del mondo essa è purtuttavia nel mondo. Proprio per quello che essa è, il mondo la odia. Se fosse diversa, il mondo cercherebbe invano una vittima per giustificare il proprio malessere ed espiarlo».
Coerenza, dottrina, catechismo, gerarchia: tutte cose che “ritardano” colpevolmente la Parusia; la Chiesa è fin troppo ‘dentro’ il mondo e, forse, troppo poco odiata. Una chiesa che sacralizza la “vita” dal primo istante del concepimento fino, addirittura, a protrarne oltre misura il confine, è una chiesa pagana che “adora” la vita allo stesso modo di come veniva adorato il vitello d’oro. La vita è solo una breve parentesi dell’universo che si deve, necessariamente, perdere, come la perse, di sua spontanea volontà (cioè, senza opporsi) Gesù Cristo. Se il Figlio dell’Uomo ha mostrato la Via, questa è una Via dell’incoerenza, della perdita totale, dell’abbandono, della sconfitta. Più la Chiesa resiste e s’impone (e quanto, oh quanto s’impone!) più si discosta dalla Croce. La fortuna avuta nel perdere obtorto collo, nel corso dei secoli, potere statale effettivo e territorio in una benefica emorragia, è stata tristemente frenata dalla paura di perdere l'influenza politica (nonché economica) sul mondo e, soprattutto, sulla nostra penisola di pena (luogo dov’essa esercita bene il suo mestiere di zecca¹).
Perché mi si dica: qual è il fine ultimo della Chiesa se non il Ritorno del Cristo? Che altro? Il quieto vivere familiare, la ricchezza equamente condivisa, il progresso socio-economico, che cosa? Il Regno di Dio «non ha niente a che vedere con la sistemazione di una mandria di mucche in un pascolo eternamente verdeggiante»². La Chiesa ha perso ogni senso messianico essendosi legata troppo a questo mondo. Io fatico a credere che oggi Cristo possa essere riconosciuto soprattutto dai “credenti” osservanti, dottrinali. Cristo non può ritornare qui e ora perché la Chiesa impersona, di fatto, la figura del Grande Inquisitore dostoevskijano: Gesù è lì di fronte e non dice una parola, la Chiesa lo sa ma non lo rivela.
Infine (e mi scuso per la lunghezza): se René Girard “abitasse” l’Italia, fatico a credere che non sarebbe anticlericale.


¹Tesi malviniana
²René Girard, Il capro espiatorio, Adelphi, Milano 1987, pag. 297


P.S.
Io abito in campagna. Mio suocero ha messo su tre capre. Tre femmine. Per ragioni salutari delle stesse ha preso a pensione, per qualche settimana il maschio, detto becco, appunto. Le bouc émissaire che puzza profondamente di caprino. Ma è bello e simpatico. Domattina se c'è sempre gli fo una foto se non ci credete.

martedì 19 gennaio 2010

Aridatece Scognamiglio

Vittima sacrificale un cazzo. Come volentieri oggi ormai ci si sciacqua la bocca con questo stereotipo. Lo dico (lo ridico) velocemente: la vera vittima sacrificale era (è, sarà) quella che “accettava su di sé” il sacrificio. Craxi si è ribellato sino in fondo alla sentenza della magistratura e all'isolamento politico che i suoi attuali sodali gli hanno tributato. Infatti, o bellini, perché non lo avete candidato a forza nelle vostre liste quando era il momento? Perché in quel momento la Lega e AN erano tra i principali protagonisti del lancio di monetine contro di lui (mentre i berlusconiani le raccattavano).
E poi ancora: la vittima sacrificale autentica è quella che permette alla comunità che la sacrifica di riconciliarsi a sue spese. E infatti da allora, in Italia, politicamente, si va d'amore e d'accordo.

Suscitare l'orrore

«- Ho udito troppe cose da lei, maestro” - aveva detto l'onesto discepolo - troppo a lungo le sono rimasto vicino, per potermi ancora abbandonare con fiducia all'ordinamento vigente della cultura e dell'educazione. Troppo chiaramente sento quegli errori e quegli inconvenienti insanabili, che abitualmente lei mi mostrava a dito: eppure mi sembra che scarseggi in me la forza con cui, lottando più coraggiosamente, potrei raggiungere il successo, e con cui potrei frantumare i bastioni di questa presunta cultura. Mi ha colto uno scoramento generale: la fuga nella solitudine non è derivata né da orgoglio, né da presunzione» [...]
«- Suvvia, fermati una buona volta, mio povero amico - disse il filosofo - ora ti capisco meglio, e prima non avrei dovuto dirti parole così dure. Hai ragione su tutti i punti, fuorché riguardo al tuo scoraggiamento. Ora ti dirò qualcosa, per consolarti. Quanto tempo credi che durerà ancora, nella scuola della nostra epoca, un tale contegno della cultura, per te così duro a sopportare? Non voglio nasconderti la mia fiducia al riguardo: l'epoca di tutto ciò è finita, i suoi giorni sono contati. Il primo che ardirà essere completamente onesto in questo campo potrà ascoltare l'eco della sua onestà ripercossa da mille anime coraggiose. In fondo esiste difatti un tacito accordo fra gli uomini di questa epoca che sono più nobilmente dotati, e che sentono con maggior calore. Ciascuno di essi sa che cosa ha dovuto sopportare per la situazione culturale della scuola, e ciascuno vorrebbe liberare almeno la sua discendenza da una simile oppressione, anche a costo di sacrificare se stesso. Che nonostante ciò non riesca a manifestarsi da nessuna parte una completa onestà, ha come triste causa la povertà spirituale degli insegnati della nostra epoca: proprio in questo campo mancano i talenti realmente inventivi, mancano gli uomini veramente pratici, ossia coloro che abbiano idee buone e nuove, e sappiano che la vera genialità e la vera prassi devono necessariamente incontrarsi nel medesimo individuo. I pratici prosaici, per contro, mancano proprio di idee, e perciò mancano anch'essi di una vera prassi, Non si ha che da prendere contatto con la letteratura pedagogica della nostra epoca: bisogna essere completamente corrotti per non spaventarsi [...] della suprema povertà spirituale, e di questo girotondo davvero sgraziato, Nel nostro caso, la filosofia deve prendere le mosse, non già dalla meraviglia, bensì dall'orrore. Chi non è in grado di suscitare l'orrore, è pregato di lasciare in pace le questioni pedagogiche. Sinora, senza dubbio, è accaduto di regola l'inverso: coloro che inorridivano come te, mio caro amico, scappavano impauriti, e coloro che rimanevano impavidi, tranquilli, mettevano nel modo più rozzo le loro mani rozze sulla più delicata tra tutte le tecniche che possano competere a un'arte, ossia sulla tecnica della cultura».

Friedrich Nietzsche, Sull'avvenire delle nostre scuole, Adelphi, Milano 1975 (pagg. 37-39)

Uno sguardo sull'abisso

Ieri lessi un bell'articolo di Vittorio Zucconi.
Su Giornalettismo son state pubblicate oggidì le mie riflessioni a margine.
Buona lettura, se vi va.

lunedì 18 gennaio 2010

Perch'io

... perch'io, che nella notte abito solo,
anch'io, di notte, strusciando un cerino
sul muro, accendo cauto una candela
bianca nella mia mente - apro una vela
timida nella tenebra, e il pennino
strusciando che mi scricchiola, anch'io scrivo
e riscrivo in silenzio e a lungo il pianto
che mi bagna la mente...

Giorgio Caproni, Il seme del piangere (1950-1958), da Tutte le poesie, Garzanti, Milano.

domenica 17 gennaio 2010

“Bisogno di aprire la bocca per dire”

con un cesto di vimini largo e vuoto
tra poco esco a prendere la legna
mi auguro di incontrare qualcuno
davanti a casa o invece spero: nessuno?

Scendo nel cortile pronto alla sorpresa.
Nessuno. Allora mi accorgo di
un cumulo di errori (muti) da spazzare via
perché il vuoto di per sé rimane vuoto e io
ho bisogno di aprire la bocca per dire:
sì, dentro, col fuoco, si sta bene
più tardi ci vediamo per bere
e insieme a lui guardo le foglie che si restringono
polverose nell'attesa della pioggia che non viene.

Antonio Porta, “Brevi lettere '78”, da Tutte le poesie, Garzanti, Milano 2009

Candide domande 2.

a marimari
Chissà da quanto tempo la nostra specie “costruisce mentalmente” immagini di esistenze post-mortem... A mio avviso, e lo dico da una posizione girardiana, da quando è stato commesso il primo omicidio fondatore. Da quando, cioè, il gruppo di ominidi si è scagliato su una vittima ritenuta arbitrariamente responsabile della violenza reciproca che li sconvolgeva. Il passaggio dal tutti contro tutti al tutti contro uno instaura concordia, ordine, gerarchia. La vittima-colpevole diventa il dio che riporta la pace, l'armonia: nasce il suo culto, nasce il rito, nasce la "religione", la struttura. Di tanto in tanto, per qualsiasi crisi (carestia, malattia, eventi catastrofici) si ripete il rito fondatore: si cercano nuove vittime, pharmakoi, individuate, generalmente, nei diversi, negli ‘stranieri’. Tutto questo canone fondatore è stato individuato in ogni tipo di società umana primitiva e riportato con chiarezza dagli studi e dalle ricerche dei padri dell'antropologia (Frazer, Malinowsky, Turner, Lévi-Strauss, Burkert).
Ora, mi chiedo per proseguire il discorso avviato nei commenti al precedente post: a cosa sono serviti questi dèi mortali che esistevano veramente nelle menti dei nostri antenati se non a una funzione sociale, di tenuta della comunità? Abbiamo oggi noi bisogno di questi dèi?
Se si prende Girard, il Dio raccontato dalla scrittura giudaico-cristiana è un Dio diverso: un Dio che, gradualmente, rifiuta sacrifici umani prima e sacrifici tout court poi... fino a all'estremo sacrificio di suo figlio, momento del disvelamento delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo. La Croce simboleggia, appunto, che dietro ogni vittimizzazione si nasconde una persecuzione di cui noi siamo i responsabili. Mi hanno accusato senza alcuna ragione, grida Gesù, se non quella - politica - di provare a uccidere un uomo per ripristinare l'efficacia del meccanismo vittimario. Meccanismo che, pare, dalla morte di Gesù Cristo si è inceppato e che non funzioni più perché, attraverso il suo estremo sacrificio, egli ci ha resi consapevoli che la nostra violenza ci riguarda e non è imputabile al altri.
Il meccanismo vittimario, ricordiamolo, per funzionare ha bisogno, necessariamente della partecipazione e della credenza di tutti, compresa la vittima che, come Edipo, deve vomitare se stessa; mentre i racconti della Passione ci mostrano che Cristo rifiuta le accuse attribuitegli ma altresì che, per non cadere a sua volta in una spirale violenta, si lascia crocifiggere senza opporre resistenza nel fuggi fuggi generale dei suoi discepoli.
Da questo breve excursus si evince (evinco, parlo per me) che ogni religione, ogni Dio è un dio inventato dalla mente umana. Ora, il Dio giudaico-cristiano può anche avere, per certi aspetti, una valenza particolare. Mi sta anche bene accettare che la Passione sia il racconto definitivo di ogni vittimizzazione, e che Gesù Cristo insegni una volta per tutte come comportarsi, cosa dire per non essere carnefici di altri o di se stessi. Mi sta anche bene che la forza dimostrata nel racconto evangelico infonda speranza concreta nei momenti di difficoltà umana, e che Cristo diventi nostro fratello e che il suo esempio sia, qui e ora, il Paracleto, ossia il nostro Avvocato di difesa. Ma non mi sta bene credere in tutto quello che è ultra-mondano, che tutto quello che - beh, la mia mente non riesce a rifiutarlo in toto, ahi meme indelebile! - eventualmente ci sarà post-mortem sia possibile, perché tutta la costruzione della vita dopo di noi è immaginazione, e non serve altro che a consolare la nostra mente bambina. La mia carne (poca carne attaccata all'osso) potrà anche risorgere e se così sarà (vedi? non riesco a non provare a immaginarlo!) la prima cosa che farà sarà domandare il perché di tutto questo immenso spreco di spazio, di tempo, di vita e di energia, di questo universo sterminato, per assistere e, infine, a giudicare le nostre misere vicende di attori non protagonisti.

P.S.
Ho scritto di getto, come se fossi stato dentro un confessionale avente una finestrella dove Lui è (voi siete) il mio Grande Fratello.

sabato 16 gennaio 2010

Candide domande

«Per anni e anni ho cercato di scoprire che cosa sorregge la terra; perché non precipita? È spaventoso quanti cosiddetti saggi hanno preteso di dare una risposta soddisfacente a questo problema! Uno mi ha detto che la terra poggia sopra un altro corpo. E quando gli ho chiesto su che cosa poggia quest'altro mi ha descritto ancora un altro corpo. Quando, poi, gli ho chiesto su che cosa poggiasse il secondo corpo ha risposto: “Ho dato risposta soddisfacente a due domande ed è abbastanza. Non si può continuare a domandare in eterno!”.
Mi ricordo un teologo, ugualmente esasperante, che sosteneva dover esservi un Dio; altrimenti, diceva, nulla avrebbe potuto spiegare la creazione dell'universo. Ma quando gli si chiese: “Come fu creato Dio?” anche lui rispose: “Non si può continuare a far domande in eterno!” Al che io ribattei: “Prometto di non continuare a far domande in eterno; credo però che non sia bello arrestare la ricerca proprio al punto che abbiamo davanti. Perciò desidero porti solo un'altra domanda: come fu creato Dio? Se mi rispondi in maniera soddisfacente non ho difficoltà a piantarla lì”. “Ci sono cose”, mi rispose, “che sono semplicemente un mistero”. Il candore di quella risposta mi intenerì alquanto, ma sentii il bisogno di spiegargli: perché non dire semplicemente che l'esistenza dell'universo è un mistero e fermarsi lì, perché infilarci Dio? Per dirla diversamente, sono convinto anch'io che certe cose, in linea di principio, possano essere un mistero, ma a che serve un'ipotesi di spiegazione del mistero che essa stessa ne proponga un altro? E impenetrabile quanto quello che pretendeva di spiegare?».

Raymond Smullyan, 5000 avanti Cristo... e altre fantasie filosofiche, Zanichelli, Bologna 1987

Stasera ho visto e ascoltato Vito Mancuso intervistato da Fabio Fazio (per la promozione di questo libro). A me piace ascoltare (e anche leggere) Mancuso: apprezzo molto di quanto scrive e dice. E proprio perché ho di lui stima, mi piacerebbe candidamente rivolgergli le domande finali del brano su riportato.

Aumenti provvidenziali

Chi spesso
va all'arcivescovado, spesso
arcivescoviene.
Essere cattolici conviene:
si gode senza fare sesso.

venerdì 15 gennaio 2010

Una lettura serale

Sfogliando le pagine de La democrazia di Hans Kelsen (Il Mulino, Bologna 1955), mi incuriosiscono, di primo acchito, i capitoli “Democrazia e filosofia” e, altresì, “Democrazia e religione”. In finale di quest'ultimo capitolo, Kelsen contrasta l'idea di Jacques Maritain che «attribuisce il principio democratico di uguaglianza all'ispirazione evangelica, riferendosi all'insegnamento del Vangelo che tutti gli uomini sono figli di Dio e creati a sua immagine. Ma [continua Kelsen] l'idea che gli uomini sono eguali davanti a Dio si applica molto meglio all'autocrazia che alla democrazia; perché si basa sulla disuguaglianza assoluta esistente nel rapporto tra governante e governato. Gli uomini sono uguali davanti a Dio, sebbene Egli li abbia creati diversi perché tutte le loro differenze sono irrilevanti rispetto alla differenza fondamentale esistente nel rapporto tra di essi e Dio. L'uguaglianza democratica, invece, implica che l'uguaglianza stessa si supponga esistente nel rapporto tra coloro che esercitano il governo e coloro che gli sono soggetti, perché i governati partecipano al governo e perché democrazia come autodeterminazione politica significa identità dei governati con i governanti».
Kelsen prosegue poi criticando Maritain sul suo ritenere che la dignità umana derivi esclusivamente dall'insegnamento evangelico, quando, invece, essa viene difesa anche da «filosofie e religioni indipendenti da esso». Anzi, l'obbligo cristiano (e religioso in genere) di obbedienza a Dio sminuisce la dignità della persona in quanto essa è soggetto al potere della volontà divina verso la quale niente può. Viceversa, «una filosofia razionalistica e antireligiosa che sostiene il valore dell'individuo in opposizione ad un'autorità superindividuale» garantisce «alla persona l'autonomia politica» e la sua autodeterminazione. La teologia cristiana corse ai ripari invocando la dottrina del libero arbitrio, pur sapendo - ma tacendo - che essa non è compatibile «con l'assunto di una volontà di Dio onnipotente e che determina ogni cosa, da cui deriva la credenza nella predestinazione».
Infine, Kelsen corregge Maritain quando esalta la democrazia come luogo di opposizione radicale alla schiavitù. Infatti, basti pensare alla democrazia ateniese o anche a quella americana fino al 1865. Ma - qui viene il bello di questa mia lettura serale - Kelsen non vuole tacere che, «comunque, la condanna della schiavitù non è certo dovuta all'ispirazione evangelica. Cristo non la respinge e S. Paolo decisamente la riconobbe:

«Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo, e non servendo per essere visti, come per piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, compiendo la volontà di Dio di cuore, prestando servizio di buona voglia come al Signore e non come a uomini. Voi sapete infatti che ciascuno, sia schiavo sia libero, riceverà dal Signore secondo quello che avrà fatto di bene¹».
«Quelli che si trovano sotto il giogo della schiavitù, trattino con ogni rispetto i loro padroni, perché non vengano bestemmiati il nome di Dio e la dottrina. Quelli poi che hanno padroni credenti, non manchino loro di riguardo perché sono fratelli, ma li servano ancora meglio, proprio perché sono credenti e amati coloro che ricevono i loro servizi»².

«Servire da schiavo significa compiere la volontà di Dio; la fratellanza evangelica è del tutto compatibile con la schiavitù. Questa, e non l'opposizione alla schiavitù, è l'ispirazione evangelica».

¹ Lettera agli Efesini, 6, 5-8
² Prima lettera a Timoteo, 6, 1-2


P.S.
Mi piacerebbe sentire Benedetto XVI smentire o correggere (perlomeno interpretare) queste letture paoline.

Segnalazione letteraria

In questa intervista, da leggere tutta, Antonio Gnoli incontra Aldo Busi. Riporto questo passaggio su Carla Bruni.

«Un' eroina della nostra contemporaneità». Che cosa l' affascina di queste figure femminili: prima Liala, poi Zsa Zsa Gabor e adesso la moglie di Sarkozy? «È un movimento ascensionale. Liala conquista le analfabete e comunque insegna loro a lavarsela. Zsa Zsa conquista gli uomini. Non fa film ma è la più grande attrice della vita. La Bruni conquista il potere vero. In lei vedo la capacità ormai in estinzione di essere virile». Si spieghi. «La virilità è un progetto, la femminilità una condizione. Mettendo insieme queste due cose Carla Bruni ha conquistato una nazione,i francesi sono pazzi di lei. Non ha compiuto un passo falso. Ha tutta la mia ammirazione». I detrattori insinuano che abbia fatto tutto per calcolo. «E allora, dov'è lo scandalo? I critici come al solito non hanno capito che Carla Bruni ama tanto di più Sarkozy proprio in quanto non lo ama. Troppo facile amare qualcuno perché lo ami. Prova ad amare qualcuno senza amarlo. È durissima».



giovedì 14 gennaio 2010

Una professione post-industriale e post-moderna

Alle brutte, a Termini Imerese potrebbero riconvertirsi e riqualificare la loro obsoleta professione novecentesca con questa professione da basso impero, visto che l'«asticella» della discussione politica sarà ancora ad alzo zero in questo paese dalla bellezza, dall'ambiente, dal clima e dalla storia magnificenti.

Il calore della piuma d'oca russa

Pubblicato da Giornalettismo questo mio articolo scritto qualche giorno fa.
Buona lettura, se vi va.

P.S.
Son tentativi, i miei, di comprensione paradossale del fenomeno psico-politologico berlusconiano.

Un club di feticisti



Pazzo Per Repubblica: è stata una piacevole scoperta e ancor più piacevole sarà far parte di questo club di sano feticismo.

Qui un mio tentativo di critica minima

mercoledì 13 gennaio 2010

Svezzatelo

«Nell'Inghilterra pre-industriale [...] diversi benestanti adulti pagavano nutrici per succhiare direttamente il latte dal loro seno. Il vecchio dr. Caius sosteneva che il suo carattere mutava a seconda del carattere della nutrice dalla quale si nutriva»

Carlo M. Cipolla, Storia economica dell'Europa pre-industriale, Il Mulino, Bologna 1990 (pag. 18).

Chissà a quale poppa si starà abbeverando in questi giorni il premier cristologico.

martedì 12 gennaio 2010

Un certo senso di rassegnazione

«Le grandi religioni davano un senso alla morte. Le scienze al presente se ne astengono. Come colmare la lacuna? Con la cultura, rispondeva Malraux. Ma, rispetto alle religioni istituite, la scienza è fuori concorso. E la cultura handicappata. La domanda era dunque mal posta. Il senso vissuto non corre sulla stessa pista della formula matematica, né può “fare le veci di”. La scienza articola delle verità: è oggettiva, i suoi risultati trascendono le sue condizioni di nascita. È mondiale per vocazione. Una cultura articola dei valori: soggettività collettiva, essa esprime un'esperienza particolare. È per natura storia e geografia. Non si può domandare alle verità di adempiere alla funzione sociale dei valori, non sono fatte per questo. L'etica della conoscenza non ha mai prodotto una religione».

Régis Debray, Vita e morte dell'immagine, Il Castoro, Milano 1999 (p. 206) [ed. or. Gallimard, Paris, 1992].

La mia rassegnazione deriva dal fatto che ancora, e a lungo, l'umanità dovrà sopportare il peso dei valori culturali e religiosi. Un peso schiacciante, che impedisce un cammino libero, a testa alta, con gli occhi puntati lontano, verso un orizzonte senza orpelli.

lunedì 11 gennaio 2010

Le rayon vert

Download:
FLVMP43GP

(qui anche in italiano)

Di testa e di petto


Ma di chi sta parlando Gianni Riotta? Chi sta difendendo se non se stesso e la sua categoria? Dietro quel «il Nobel Amartya Sen la sa più lunga sulla crisi asiatica del suo anonimo aguzzino via blog» c'è io la so più lunga di voi che fo questo mestiere da anni, che ho condotto trasmissioni, che ho lavorato nei più grandi quotidiani italiani, diretto il Tg1 e ora dirigo il Sole 24 Ore.

Soprattutto: a chi sta parlando Gianni Riotta? Pensa per caso che, in chi legge quest'articolo, qualche lettore possa riconoscervisi? Sì, per fargli 'o pernacchio a lui e al guru di Seattle.

Due filosofi elle apostrofo

Ci sono due filosofi (1, 2) che oggi danno il meglio di sé nel mettere in pratica cosa voglia dire ragionare.

domenica 10 gennaio 2010

Se questa è poesia...

*

Io nutro una profonda stima per ciò che scrive e pensa abitualmente Adriano Sofri.
Anche questa poesia immediata riflette bene la profondità del suo sentire.
Però, e lo dico con rammarico - a bassa voce -, a me questi versi non piacciono. Avrei preferito ch'egli avesse scritto un editoriale con tali contenuti. Certo, questi versi si rifanno a quelli celebri di Primo Levi e sono scritti volutamente a indicare il parallelismo tra la situazione ebraica nei campi di sterminio ai tempi del nazismo e l'attuale situazione degli immigrati africani a Rosarno in Calabria.
Ma la poesia, a mio avviso, non è il luogo ove immedesimarsi nell'Altro. Con la poesia o si diviene Altro o è parola muta, flatus vocis, banale retorica in giro di sol.
Questo modo di fare poesia rende vero, forse, ciò che diceva T.W. Adorno: dopo Auschwitz non è più possibile scrivere versi¹, intendendo che non si può scrivere poesia sulla pelle scuoiata nei campi di concentramento: farlo significa fare folclore.
La poesia dice e non dice, svela e non svela; come l'oracolo di Delfi, la poesia non rivela né nasconde, ma accenna. La poesia butta esche di parole nel mare degli alfabeti, sapendo bene che, pochi o molti di quanti saranno catturati, lo saranno singolarmente, individualmente. La poesia è il luogo dell'io, del Dante-Ulisse che mormora in punta di fuoco non sapendo chi esattamente ascolterà il dramma (o la farsa) della propria storia personale. La poesia è il proprio cuore messo a nudo: e se in quel quel momento il cuore piange la tragedia di un altro che non è se stesso, e il proprio animo sente l'urgenza di manifestarsi e scrivere, allora è meglio farlo in altra forma: una lettera o un'invettiva sono sufficienti, soprattutto a chi, come Adriano Sofri, ha la capacità di farlo nel migliore dei modi.

¹«La critica della cultura si trova dinanzi all'ultimo stadio della dialettica di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie e ciò avvelena la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie». T.W. Adorno

sabato 9 gennaio 2010

Dal “mio” soffitto di cristallo

Breve riflessione personale a margine di questo splendido post di Galatea

Non mi è chiaro cosa io sia esattamente, ultimamente, nella rete delle apparenze. Uno che qui getta pensieri, letture, versi sparsi e persi, nel senso di perduti, vuoti e vani. Ma qui, in questa finta strada, io mi perdo volentieri, qui fingo d'essere qualcosa più di me stesso. Gettato nel mondo, anche se questo mondo, a volte, mi pare una discarica. Io sono al caldo, aggiungo legna stagionata alla fame delle stufe, mangio a pasti regolari, traduco le mie scimmie e i miei fantasmi in vita vera. Mi auto-convinco che questo sia il modo migliore per manifestarmi, per mettermi in croce, per avere un dialogo con il mondo. Non m'importa se siano pochi o tanti quelli che si accorgono della mia esistenza, del transito leggero d'un essere in attesa di compimento. Eppure, tra questi vetri rotti faticosamente ricomposti per formare lo specchio ove guardarmi, vedo che il doppio che mando in giro per conto di me stesso, mi garantisce l'alibi necessario per credere che questa vita minima abbia significato.

Chiaro e luminoso come il mattino



«Nan-po chiese a Nu-yu: "Signore, tu sei vecchio, ma il tuo sguardo è quello di un bimbo. Come mai?"
"Ho appreso il Tao" rispose Nu-yu.
"Si può apprendere il Tao?" chiese Nan-po.
"Ah! Come si può?" replicò Nu-yu.
"Non sei l'uomo giusto per questo. Pu-liang: io possedevo la capacità del saggio, ma non conoscevo gli insegnamenti. Conoscevo tutti gli insegnamenti ma non avevo la sua capacità. Eppure dovevo insegnargli. Occorsero tre giorni prima che fosse capace di trascendere questo mondo. Dopo ch'egli ebbe trasceso questo mondo attesi sette giorni ancora, e poi fu capace di trascendere tutte le cose materiali. Dopo ch'egli ebbe trasceso tutte le cose materiali, attesi altri nove giorni, e fu capace di trascendere tutta la vita. Avendo trasceso tutta la vita egli fu chiaro e luminoso come il mattino. Essendo divenuto chiaro e luminoso come il mattino egli fu capace di abolire la distinzione fra passato e presente. Avendo abolito il passato e il presente, egli divenne allora capace di entrare nel regno dove non è né vita né morte...»

Chuang-tse

da A Source Book in Chinese Philosophy, a cura di Wing-Tsit Chan, Princeton University Press 1963 (pag. 195)
[Ho trovato questo brano in R. Smullyan, 5000 a.C., Zanichelli, Bologna 1987]

venerdì 8 gennaio 2010

Evoluzione pedagogica

Io sono un maestro. Meglio. Di mestiere faccio il maestro di scuola elementare (ops, primaria). Il mio mestiere non mi piace molto, ma di questo non voglio parlare ora. Voglio parlare, invece, del fatto che io, nel 1990 (fresco di diploma), al mio primo concorso pubblico per “docenti di scuola elementare”, ricordo che, alla prova scritta, scelsi un argomento sull'integrazione degli alunni stranieri; nel mio tema scrissi (più o meno) le stesse cose che ora dice il Ministro Gelmini. Bene, non fui ammesso alla prova orale.
Nel 2000 (abbastanza fresco di laurea - presa nel 1997) partecipai, più che altro per celia, all'ultimo concorso indetto per docenti di scuola primaria. Non ricordo l'argomento che scelsi; ricordo che parlai di Nietzsche, di Wittgenstein, di Kafka e di Ivan Illich. Venni ammesso alla prova orale col massimo dei voti.

Mi domando: se avessi continuato a insistere con le ipotesi pedagogiche care al ministro, sarei forse ora un sottosegretario?

Ancora una segnalazione.

Questo formidabile Qualcosone
mi pare un'ottima occaso
per un partito che non coglie che il caso
potrebbe dargli uno scossone.

Doppia segnalazione

Mi preme velocemente segnalare questo straordinario parallelismo di Federica e altresì questo acuto consiglio dell'illuminato politologo Formamentis

Pane triste

Giornalettismo pubblica questo mio articolo a margine dello scandalo del pane sprecato a Milano.

Buona lettura, se vi va.

giovedì 7 gennaio 2010

Modalità della fede

«Sotto il profilo religioso, politico o personale, il concetto di fede può assumere due significati completamente diversi, secondo come è usato, se nel senso dell'avere o in quello dell'essere. Nel quadro della prima modalità, la fede è il possesso di una risposta per la quale manca ogni prova razionale; essa consiste di formulazioni elaborate da altri, che si accettano perché ci si sottomette a questi altri, di solito una burocrazia. La risposta dà la sensazione di certezza a causa del potere, effettivo o soltanto immaginario, della burocrazia. Essa rappresenta il biglietto d'ingresso per unirsi a un vasto gruppo, e solleva chi ne è in possesso del gravoso compito di pensare da solo e di prendere decisioni. Si diventa cioè beati possidentes, i felici detentori della vera fede. Secondo la modalità dell'avere, questa conferisce certezza; proclama di fornire una conoscenza definitiva, incrollabile, credibile per il fatto che il potere di coloro che promulgano e difendono la fede sembra anch'esso incrollabile. E in effetti, chi non opterebbe per la certezza, se tutto ciò che si richiede consiste nel rinunciare alla propria indipendenza?
[...]
«Secondo la modalità dell'essere, la fede è una manifestazione affatto diversa. si può vivere senza fede? Il lattante non deve avere fede nel seno materno? Non dobbiamo forse noi tutti avere fede in altri esseri, in coloro che abbiamo e in noi stessi? Possiamo vivere senza riporre fede nella validità di norme che guidino la nostra vita? In realtà, senza fede diveniamo sterili, disperati, timorosi fino alla radice stessa del nostro essere.
La fede secondo la modalità dell'essere non consiste in primo luogo nel credere a certe idee (benché possa essere anche questo), ma è un orientamento intimo, un atteggiamento. Sarebbe meglio dire che una persona è nella fede, invece che ha fede. [...] Si può essere in fede verso se stessi e verso altri, e un individuo religioso può esserlo verso Dio. [...]
La fede che ripongo in me stesso, in un altro, nell'umanità, nella nostra capacità di assurgere a piena umanità, implica del pari certezza, ma una certezza che si fonda sulla mia propria esperienza, non sulla mia sottomissione a una autorità che impone una certa credenza. È la certezza di una verità che non può essere provata mediante dati di fatto razionalmente cogenti, bensì di una verità della quale sono certo a causa della mia evidenza esperienziale, soggettiva».

Erich Fromm, Avere o essere?, Mondadori, Milano 1977

mercoledì 6 gennaio 2010

La consolazione del blogger

A un giornalista che gli chiedeva come cominciasse la giornata, Albert Einstein rispose che faceva una lunga passeggiata nel parco, pensando.
Il giornalista incalzò:
«... e prende nota delle idee che le vengono in mente Mister Einstein?»
Ed Einstein gli rispose:
«Idee? Se uno ne ha un paio nella vita è già molto».

Aneddoto tratto da un'intervista di Vittorio de Alfaro a Léon Van Hove, “Un grande professore, non un mito”, L'Indice dei libri del mese, aprile 1989.

martedì 5 gennaio 2010

Nell'Abazia di San Giuliano

Buon Dio nel quale non credo, buon Dio che non esisti,
(non sono gli oggetti mai visti più cari di quelli che vedo?)

Io t'amo! Ché non c'è bisogno di creder in te per amarti
(e forse che credo nell'Arti? E forse che credo nel sogno?)

Io t'amo, Purissima Fonte che non esisti. E t'anelo! 5
(Esiste l'azzurro del cielo? Esiste il profilo del monte?)

M'accolga l'antica Abazia; è ricca di luci e di suoni.
Mi piacciono i frati: son buoni pel cuore in malinconia.

Son buoni. «Non credi? Che importa? Riposati un poco sui banchi.
Su, entra, su, varca la porta. Si accettano tutti gli stanchi!» 10

Vi seggo - la mente suasa - ma come potrebbe sedervi
un tale invitato dai servi e non dal padrone di casa.

- «Riposati, o anima sazia! Riposati, piega i ginocchi!
Chissà che il Signore ti tocchi, chissà che ti faccia la grazia!»

- «Mi piace il Signore, mi garba il volto che gli avete fatto. 15
Oh, il Nonno! Lo stesso ritratto! Portava pur egli la barba...

o preti, ma è assurdo che dòmini sul Tutto inumano ed amorfo
quell'Essere antropomorfo che hanno creato gli uomini!»

- «Ma non ragionare! L'indagine è quella che offùscati il lume.
Inchìnati sopra il volume, ma senza voltarne le pagine. 20

O anima senza conforti, e pensa che solo una fede
rivede la vita, rivede il volto dei poveri morti.

O Prete, l'amore è un istinto umano. Si spegne alle porte
del Tutto. L'amore e la morte son vani al tomista convinto».

Guido Gozzano, Poesie sparse

Una volta avevo una (buona?) abitudine di mandare a mente alcuni versi con la pretesa presuntuosa di dirli su improbabili palcoscenici, pubblici o privati, o altresì nella solitudine del bosco, davanti al profilo silenzioso d'un lago, sulla cima verde del Falterona, in qualche oratorio poco ortodosso, in automobile, a una donna, a un cane, davanti a uno specchio. L'ultima poesia che mandai a mente (a parte qualche cantica dantesca) è stata una dell'ultimo Zanzotto. Bene, voglio riprendere l'esercizio e impararmi questi versi di Gozzano: li dirò alla luna, a fine mese.

lunedì 4 gennaio 2010

Doppio cervello

«La scienza sempre più, - col gettare il sospetto su fonti di consolazione come la metafisica, la religione e l'arte, - toglie gioia: quella grandissima fonte di piacere, alla quale gli uomini devono quasi tutta la loro umanità, si impoverisce. Perciò una cultura superiore deve dare all'uomo un doppio cervello, qualcosa come due camere cerebrali, una per sentirci la scienza, un'altra per sentirci la non scienza».

Friedrich Nietzsche, Umano, troppo umano, Adelphi, Milano.

Riporto questa citazione nietzschiana per confrontarla con quanto scrive Leonardo a proposito del terrorista nigeriano bloccato fortunatamente prima che potesse far saltare in aria l'aereo.
Non credo che Nietzsche abbia ragione. O meglio: non può averla dato che l'uomo ha da sempre avuto un doppio cervello. Il problema è semmai sfatare il mito che la scienza, la razionalità, la riflessione - tout court: il pensare non consolino l'umanità e la impoveriscano; il problema da risolvere è come gettare un ponte stabile¹ tra i due cervelli, in modo che essi comunichino e non si facciano paura a vicenda. Giacché quando il doppio cervello funziona all'unisono è più facile inciampare nella verità di questo mondo: cadere, toccare terra, alzare lo sguardo al cielo, respirare aria, non il contrario.

¹Spero che Paolo conforti questa ipotesi...

Di tanto in tanto la precisione d'interrompe

«L'universo fisico, chimico e biologico che gli scienziati cercano ora di comprendere non è una prospettiva immutabile della Grande Catena dell'Essere governata da leggi immutabili che sono state imposte dalla natura all'inizio dei tempi. È piuttosto un sistema in evoluzione in cui i rapporti tra gli elementi costitutivi, in continuo movimento, vanno costantemente combinandosi in nuovi modelli. In un universo di questo tipo gli eventi più interessanti, gli eventi che generano il mutamento, sono quelli statisticamente improbabili.
Gli eventi improbabili che producono un cambiamento avvengono casualmente, sullo sfondo di un ordine imperfetto. Sappiamo che in generale i sistemi biologici si riproducono con straordinaria precisione, e sapere come si verifica questo processo è certamente molto interessante. Ma sappiamo che di tanto in tanto la precisione si interrompe e questo aspetto è molto più interessante».

Edmund Leach, curatore della voce Natura/Cultura, Enciclopedia Einaudi, Torino 1980

Mi sembra che questo brano sia una buona continuazione del mio post precedente.
Gli eventi che generano mutamento sono necessariamente imprevedibili. Si può solo prevedere che ci saranno ma non che strada piglieranno. Come i fondi neri rientrati con lo scudo fiscale.

domenica 3 gennaio 2010

Laughter in the Dark

Ora, io non voglio star qui a far le pulci agli Angelus papali e ai commenti politici che ne derivano. C'è Malvino per questo (a proposito: ne sento la mancanza).
Tuttavia, mi pare che qualcuno debba far notare al Ministro dell'Economia Giulio Tremonti che non c'è bisogno di dichiararsi fulmineamente d'accordo col Pontefice, per tema di esser "confuso" tra i soggetti criticati dal Papa stesso, e cioè i maghi e gli economisti. Anche perché, poi, la fretta della slinguazzata può far dichiarare cose in patente contraddizione con quelle sostenute da colui al quale si vuole dimostrare venerata benemerenza. Infatti, se Benedetto XVI dice che «la nostra speranza e il nostro futuro è nelle mani di Dio», dopo l'onorevole Giulio Tremonti non può dire che «il futuro degli uomini non è né un oroscopo né un software né un palinsesto né un programma di computer. È superstizione voler prevedere il futuro delle cose umane, della politica, dell'economia perché questo dipende dall'uomo. Volerlo sapere a prescindere dall'uomo è arroganza. L'arroganza di una conoscenza che si crede illimitata ma che illimitata non è» e pensare di dire la stessa cosa del Papa.
Perché delle due l'una: o il futuro è nelle mani di Dio o nelle mani degli uomini.
Che cosa diamine centrino gli oroscopi coi software [o i palinsesti (televisivi?) sempre coi software (i programmi di computer sono software, egregio Giulio: non lo sa?)] e le capacità umane - solo e troppo umane - di cercare di prevedere il futuro, non si è capito bene. Se la nostra specie ha avuto tanto successo come forma di vita su questo pianeta è perché ha saputo prevedere ciò che le poteva capitare al fine di sopravvivere e riprodursi. Certo, le previsioni sono di tutti i tipi: da quelle grezze e primitive degli oroscopi, a quelle più raffinate elaborate oggidì con sistemi di calcolo complessi, indagini statistiche, analisi della storia e altre metodologie di previsione. E poi: a chi si riferirà mai Giulio Tremonti quando parla di arroganza di una conoscenza che si crede illimitata? Di quella offerta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede? Dalla Scolastica? Dalla Umma? Dai Savi Protocolli del Monviso e del Sacro Graal Padano? Ha mai provato a chiedere a uno scienziato di qualsiasi campo d'indagine, serio e affermato, riconosciuto dalla comunità internazionale, se crede di poter prevedere illimitatamente il futuro delle cose umane? Come? Non l'ha fatto perché teme che gli risponda con una risata in faccia?