giovedì 7 luglio 2011

Poveri, liberali


Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Oggi, sul Corriere, con uno smilzo editoriale dal titolo ginecologico «La dilatazione dello Stato» (non ancora disponibile online sul sito ma reperibile con una semplice ricerchina su google), Piero Ostellino attacca a viso aperto uno dei più importanti articoli della nostra Costituzione. Il terzo, quello sopra riportato, sull'ugualitarismo.

È un articolo molto criticato dal movimento liberale, perché da sempre ritenuto frutto di quel vetero pensiero catto-comunista di cui alcuni autorevoli costituenti erano portavoce.
Certo, la nostra Costituzione è frutto di una partitura a più voci escluso, per ovvi motivi, la voce fascista. E meno male.

Personalmente io dell'articolo 3 cambierei soltanto un sostantivo: sostituirei "lavoratori" con uno ancora più basico e fondamentale: "umani". Dato che non tutti in una Repubblica lavorano o, persino, ne sono cittadini (coloro che magari sono in attesa di diventarlo).

Cosa dice in realtà l'articolo 3? Cerco di semplificare. Anche se non amo i paragoni sportivi, al momento non mi soccorrono in aiuto altre similitudini; chiedo venia, dunque, ma permettetemi di paragonare ciò che dice l'articolo a una gara olimpica, prendiamo il caso quella dei cento metri. Ammettendo che nessuno sia dopato, tutti i concorrenti alla gara vivono un momento di iniziale, assoluta, uguaglianza. Tutti partono dallo stesso posto nelle medesime condizioni. Tutti attendono il via e nessuno può partire prima degli altri. Nessuno si sogna di chiedere di partire con un vantaggio; nessuno pretende che qualcun altro parta svantaggiato. Cento metri, pronti, attenti, via. Dieci secondi e qualcuno arriva primo, chi secondo, chi ultimo. Onore e premio al vincitore, ma non disonore e punizione all'ultimo.

Torniamo al nostro articolo 3 e domandiamo all'iper liberale Ostellino: data la situazione ideale dei cento metri, in questi 65 anni di Repubblica c'è stato mai un periodo storico in cui le condizioni del discusso articolo sono state attese? Per fare un esempio bruto: secondo Ostellino manager titolati come Marina Berlusconi e John Elkann* sono ai loro rispettivi posti di comando perché hanno fatto qualche master all'estero e sanno bene la lingua inglese? Sono partiti dal medesimo via degli altri loro concittadini?

Da ultimo, strana poi sembra la qualifica di socialista affibbiata da Ostellino al ministro Tremonti. Tremonti era socialista, come Sacconi; adesso non lo sono più. Sono neocomunitaristi. Costoro – è bene che Ostellino lo sappia – avversano profondamente il principio dell'uguaglianza proposto nell'articolo tre. E lo avversano perché non sono dei veri liberali ma dei neocomunitari, che vedono nell'uguaglianza da garantire costituzionalmente  a tutti i cittadini il pericoloso tentativo di rendere i cittadini stessi degli adulti che fuggono le direttive fideistiche del padrone, sia esso Berlusconi oppure – nel caso italiano – il Vaticano.

Ostellino dovrebbe rinnovare le sue letture e volgere lo sguardo anche a recenti saggi di autorevoli politologi contemporanei. Gli propongo qui un passaggio dell'ultimo lavoro di Marco Revelli, Poveri, noi, Einaudi, Torino 2010.
Agile saggio sulla povertà italiana contemporanea. Una povertà politica prima di tutto. Riporto i tre capoversi finali del libro che non ho potuto fare a meno di leggere a voce alta qui, su questa terrazza vista mare, usando un tono frammisto di indignazione e soddisfazione. Indignazione, per lo stato di cose. Soddisfazione, perché qualcuno ha messo per iscritto queste cose, sotto il sole cocente della conoscenza.

Revelli chiude il saggio parlando della

«relativamente recente torsione in chiave neocomunitaria del discorso neoliberista, sempre più evidente con l'avanzare della crisi economica e finanziaria. Un neocomunitarismo tutto italiano, declinato sul versante di un riproposto familismo sociale, impreniato sulla centralità delle relazioni primarie (la parentela, appunto, il legame solidaristico a stretto raggio, ridotto al nucleo parentale, chiamato a riempire i vuoti lasciati da una statualità in ritirata). E duramente determinato a imporre, anche qui, con una funambolica piroetta, un modello fai-da-te del “conservatorismo compassionevole” di origine anglosassone, intessuto di “personalismo” alla Cl e di “etica del dono”. Di privatizzazione delle pratiche solidaristiche e di individualizzazione della “cura”, retrocessa da diritto sociale a funzione morale. Si pensi a quante volte, nei più recenti discorsi del ministro dell'Economia Giulio Tremonti […] ritorna la parola “comunità”. O al modo in cui ciò che resta di quello che un tempo si chiamava ministero del Welfare, per volontà del ministro Sacconi, ha affrontato l'anno europeo della lotta alla povertà attraverso l'assolutizzazione del “principio di sussidarietà” e la pressoché esclusiva “Campagna per il dono” sintetizzata nel motto: “aiuta l'Italia che aiuta”.
Può apparire bizzarra – in qualche misura espressione di un ossimoro – la convivenza in un medesimo blocco politico, come quello del centro-destra italiano, delle “retoriche del disumano” di stampo leghista e dell'etica del dono neo-comunitaria. Della barbarica distruttività di ogni concepibile legame con l'Altro che sta dietro al primo approccio, e dell'edificante affabulazione sulla relazionalità e sulla solidarietà implicita nel secondo. E tuttavia, a bene guardare, entrambi traggono origine da una medesima radice. O da un comune deficit. Entrambi offrono una risposta deviata (o deviante) a una domanda di riconoscimento disconosciuta. O, meglio, ripropongono – sul vuoto aperto dalla caduta, o quanto meno dall'affievolimento, di quella forma universalistica di “riconoscimento” che era stata la grande famiglia moderna dei diritti – nuove modalità del senso del “sé”, o del “noi”. Nuove accezioni dell' “essere in relazione”, per certi versi rovesciate e opposte rispetto a quella: selettive, laddove i diritti erano universali. Personalizzare, mentre quelli erano astratti. Discrezionali e “concesse” - octroyées, come la costituzione dell'età della Restaurazione –, in contrapposizione a ciò che era stato conquistato con la lotta, e affermato come prerogativa indisponibile.
E probabilmente qui – su questo terreno incerto tra moderno, postmoderno e premoderno – che la questione solo apparentemente laterale (o residuale) della povertà e dell'impoverimento si fa materia giuridico-politica cruciale. Tema “costituente”: questione di “forma di governo”. Perché un Paese nel quale una parte consistente della popolazione cessi di considerare diritto pubblicamente garantito la propria aspirazione a una vita degna, finisce inevitabilmente per trasformare il gioco sociale e politico in uno scambio diseguale, tra chi è costretto a chiedere “protezione” e chi, in cambio, pretenderà “fedeltà”: tra chi, “in basso”, sa di dover dipendere dalla disponibilità altrui e chi, “in alto”, sa di poter contare sulla dedizione altrui. Né l'una – la discrezionalità dei potenti – né l'altra – la dedizione dei servi – appartengono allo statuto di ciò che finora è stato inteso come democrazia.»

Ecco cosa ci lasciano in eredità questi anni di Berlusconi e della Lega al governo. Ci lasciano questo servilismo, questo fottuto senso di libertà di fare quel che cazzo gli pare concesso ai potenti e libertà soltanto di servire da parte della massa plaudente dei servi. Il liberare Ostellino è chiamato all'appello per dare una risposta a questo sfacelo.

*Sia chiaro, io non nulla di personale contro tali illustri concittadini. Il caso, la fortuna li ha voluti occupare quei prestigiosi posti di comando. Voglio solo sottolineare che essi non sono lì per merito o perché sanno correre più veloce di altri. E questo Ostellino, quando parla di competizione, dovrebbe ricordarlo.

9 commenti:

nonunacosaseria ha detto...

bel post e ottimi spunti di riflessione.
mi sono permesso di chiosarli con qualche aggiunta.
http://nonunacosaseria.blogspot.com/2011/07/ricco-liberista.html
ciao e grazie

Ciamau ha detto...

Magari sbaglio, mi pare però che tu abbia frainteso Ostellino, il quale non mi sembra che auspichi la cancellazione dello stato sociale, infatti imputa tale pericolo proprio ai mancati tagli e alle sempre promesse e mai attuate riforme liberali.

"La riforma si propone di perequare i redditi riducendone le aliquote in modo pressoché uguale. Così finisce col mancare i suoi obiettivi: 1) di elevare in modo consistente le condizioni dei ceti meno fortunati..."

Il dissenso è sui mezzi, non sui fini.
Ciò che critica del secondo comma dell'art.3 della Costituzione è la pretesa, forse solo apparente, di imporre per legge l'uguaglianza materiale degli uomini. Se così fosse non avrebbe tutti i torti, a mio parere, e perciò non aggiungo altro alle sue considerazioni.

Cosa diversa è ritenere doveroso, per lo stato, garantire peri propri cittadini almeno un livello minimo di qualità di vita, che certo non è misurabile con il metro e sarà perciò sempre soggetto a discussioni politico-ideologiche, ma che comunque anche i liberisti giudicano positivamente.

I liberali (e i liberisti, anche se forse non tutti), che io sappia, temono sia la ricchezza assoluta, per gli abusi che un tale potere economico può comportare, sia la miseria assoluta, se non per rispetto della dignità umana, almeno per una scontata convenienza sociale.

Quanto ai tagli mi pare difficile negare che siano necessari, pensa agli sprechi dovuti alla corruzione e non solo, pensa alla busta paga di un dipendente che paga una percentuale di contributi che è la più altra in Europa. ecc, ecc.

Ciao

P.S. sul liberismo: bisognerebbe vedere se davvero sia lo strumento per affamare i poveri o invece un modo per dare pari opportunità a tutti i cittadini, soprattutto ai meno abbienti, perché i più ricchi del liberismo non sanno proprio che farsene, secondo me. Ma sto diventando troppo lungo.
Scusami

nonunacosaseria ha detto...

@ Ciamau

la chiave di interpretazione dell'Ostellino pensiero è il tuo p.s. (volante uno a volante due... no, scusa: è che ho appena rivisto una vecchia puntata di Indietro tutta).
dicevo, del p.s.: Ostellino, come ogni liberista classico dell'Ottocento, è realmente convinto che la mano invisibile alla fine elevi tutti quanti a una miglior condizione.
quanto all'art. 3 co. 2, se Ostellino pensa che esso imponga l'uguaglianza materiale degli uomini, significa che non ha capito una mazza della differenza tra "stato sociale" e "stato socialista". si andasse a rileggere i lavori preliminari della Costituente su tale articolo, male non gli farebbe.

Ciamau ha detto...

Il post è troppo interessante e sono costretto ad essere lungo, ma cerco comunque di farla breve.

Riporto Revelli: Perché un Paese nel quale una parte consistente della popolazione cessi di considerare diritto pubblicamente garantito la propria aspirazione a una vita degna, finisce inevitabilmente per trasformare il gioco sociale e politico in uno scambio diseguale, tra chi è costretto a chiedere “protezione” e chi, in cambio, pretenderà “fedeltà”: tra chi, “in basso”, sa di dover dipendere dalla disponibilità altrui e chi, “in alto”, sa di poter contare sulla dedizione altrui. Né l'una – la discrezionalità dei potenti – né l'altra – la dedizione dei servi – appartengono allo statuto di ciò che finora è stato inteso come democrazia.»

In "Passioni e vincoli" Stephen Holmes spiega come il liberalismo (senza peraltro, in questo contesto, distinguerlo dal liberismo) mira proprio a cancellare situazioni sociali del genere, volendo favorire i pari diritti di tutti i cittadini e la loro piena autonomia.

La discussione, come ho detto nel commento precedente, è sempre sui mezzi, non sul fine. Almeno, secondo il sottoscritto.
Ciao

nonunacosaseria ha detto...

@ Ciamau

Guarda, io mi ritengo un liberale di sinistra e sono favorevole a ridisegnare da capo il nostro sistema di welfare state, che è iniquo e pesante.
Ma ridurre le tasse (in modo consistente, peraltro, altrimenti le teorie lafferiane - già non provate empiricamente - andrebbero a farsi benedire definitivamente) e, contemporaneamente, ridurre la spesa pubblica considerando che i benefici sul fisco non li hai subito, ma dopo un paio di anni e in quei due anni non puoi alimentare il deficit - significa due cose: o licenzi seduta stante quaranta o cinquantamila dipendenti dello Stato (con costi sociali enormi) o abolisci quel poco di welfare che ancora abbiamo in Italia.

Simone ha detto...

Concordo pienamente che Ostellino voglia fraintendere lo spiritto e il senso dell'articolo 3: dire che si debbano eliminare gli ostacoli non impone che poi il lavoratore (lavoratore ha perfettamente senso nel testo costituzionale se si capisce e si conosce un minimo il diritto pubblico di quegl' annni. Il diritto del lavoro e' strato il grimaldello attraverso cui si e' abbatutto il legalismo ootocenteschi) sfrutti a pieno le possibilita che ha e diventi partecipe pienamente di tutti gli aspetti della vita della repubbblica (Martha Nussbaum parlebbe di capacita' e funzionamenti).

Ma secondo me il problema di fondo che ancora una volta si tira in ballo la Costituzione per giustificare l´incapacita' del governo! Io sfido qualcuno a sostenere che in Italia lo stato sociale non funzioni per colpa della formulazione dell'art. 3. La tesi mi pare oltremodo assurda. E' un copione gia' visto con l´articolo 41, quando si e sostenuto che impedisce la libera concorrenza. Si potrebbe ricordare che nella Costituzione americana la parola mercato non esiste e questo non ha impedito certo le politiche neoliberiste di Reagan. Vorrei riportare un articolo della Grundgesetz, la costituzione della Germania, che dice:
"La proprietà impone degli obblighi. Il suo uso deve al tempo stesso servire al bene della collettività" (art. 14, 2). Non mi pare che i tedeschi siano sostto una dittatura comunista.

In sintesi: il problema italiano che della Costituzione i governi italiani si sono sempre bellamente fregati e negli ulti 30 anni e´statop il paravento delle loro incapacita'.

Luca Massaro ha detto...

Cari NUCS, Ciamau e Simone, vi ringrazio sentitamente ché, coi vostri commenti, avete nobilitato il presente post.

broncobilly ha detto...

L' articolo 3 viene considerato dai liberali alla stregua di un ircovervo, ed è spesso preso ad emblema della pochezza della nostra Carta (varata con un compromesso da cattolici e comunisti).

In poche righe contiene infatti una contraddizione piuttosto evidente: la prima parte afferma l' eguaglianza formale dei cittadini (uguali diritti), mentre la seconda spinge all' eguaglianza sostanziale (uguali condizioni).

Insomma, un dibattito politico secolare (formalisti contro sostanzialisti) viene salomonicamente risolto affermando la necessità che la botte sia piena, purché la moglie sia ubriaca.

Luca Massaro ha detto...

Benvenuto Broncobilly