domenica 18 dicembre 2011

In a paradoxical way

Ha un bel dire Obama nel vietare Facebook alle figlie, tanto le figlie cosa gliene importa di Facebook, mica devono fare tanto per essere qualcosa, sono già le figlie di Obama e questo basta per renderle aristocratiche in automatico.
Le figlie di Obama sono già vive, non hanno bisogno di surrogati virtuali, di protesi esistenziali. Sono già belle presenti nella memoria collettiva come figlie del primo presidente di colore della storia degli USA. In fondo, poi, sono giovani; è sufficiente che non si annoino troppo del loro troppo avere, ché il loro essere vivrà bene senza tanti sforzi per dimostrarlo.

Facebook oggi, e insieme tutti i social network, sono dei grandi calderoni dove l'individuo cerca faticosamente di emergere, tirando su la testa, o facendo vedere al mondo (dieci, cento, mille che siano gli "amici") che cosa e come egli pensa, parla, viaggia, legge, ascolta, vede, mangia, respira, in una parola: vive. 

Non ci si accontenta più di vivere nel nostro piccolo, occorre affacciarsi alla finestra-mondo per farsi notare, vedere, perché sono gli occhi e le orecchie degli altri che ci garantiscono l'esistenza. Noi siamo affamati d'essere, ognuno in vario modo, chi più chi meno, d'accordo, ma comunque, tutti noi patiamo il male ontologico.
«So far as we are human, what we do must be either evil or good: so far as we do evil or good, we are human: and it is better, in a paradoxical way, to do evil than to do nothing: at least we exist.» T.S. Eliot
«È meglio, paradossalmente, fare il male che non far niente: almeno esistiamo». C'è un'enorme carica di risentimento individuale là fuori, e sono convinto che, non so quanto consapevolmente, il Potere cerchi di canalizzarla verso forme depotenziate che non rischino di scalfirlo*. La guerra tra poveri, per esempio.
Non so dire se anche con i social network il medium sia il messaggio. Tuttavia, essi sono molto meno controllabili della televisione. Il problema è la dispersione, il fatto che tutti noi, chi più chi meno, siamo lanciati verso un'autoaffermazione che assomiglia alla gara degli spermatozoi durante un'eiaculazione. Vogliamo essere i primi e i soli. Ma contrariamente a quanto accade al vincitore della gara del concepimento, nel mondo dei viventi adulti e vaccinati succede che chiunque vinca non partorisca niente se non l'effimero successo del suo piccolo-grande sé. Ma a cosa serve tutto ciò? Cosa serve applaudire l'uno per la sua genialità, per la sua presunta esistenza moltiplicata? 

E se invece provassimo a esistere insieme? Se infatti, come per magia, curassimo la nostra malattia ontologica per sovvertire l'ordine delle cose, per autodeterminarsi interamente senza farci prender per il culo da un potere che, in ogni parte del mondo, scova modi sibillini per perpetuare se stesso, facendo godere un piccolo numero di benestanti che vogliono continuare a mangiare brioches calde alla mattina?

*Federica Sgaggio e Olympe de Gouges se ne sono accorti da tempo e oggi svelano molti arcani del pensiero emergenziale del governo salva-Italia e, nella fattispecie, del ministro Fornero. È un caso, o il Veneto è una buona culla per i rivoluzionari?

1 commento:

iipermnestra ha detto...

Credo che lo spazio di un blog svolga la stessa funzione di un profilo Facebook.

Vivi, in uno spazio nuovo della realtà dove spesso non entrano o non si fanno entrare i vivi più vicini ma al contrario i vivi molto lontani.

E non ha una funzione diversa da quella del social network un blog perché raccoglie esattamente le giornate e il sentire di chi l'ha voluto con la stessa speranza nella condivisione.