mercoledì 8 febbraio 2012

Due bambine a terra

Ieri l'altro sera, a Palermo, un uomo (che incidentalmente era un carabiniere, quindi munito di pistola) ha sparato a una donna (la moglie, dalla quale era separato) uccidendola e, poi, si è sparato anche per sé, suicidandosi. Tutto questo davanti alle figlie di dodici e cinque anni. È stata addirittura la più grande che ha chiamato i soccorsi. Successivamente, le bambine sono state portate via dall'appartamento da delle psicologhe.

Riavvolgiamo il nastro della vita (bella espressione gouldiana). Pensiamo ai nostri dodici o ai nostri cinque anni. Immedesimiamoci, per un istante, nell'accaduto. Che nostro padre, cioè, avesse sparato a nostra madre, togliendosi, dipoi, la vita. Davanti a noi.

Mi viene in mente questo brano di David Foster Wallace (Infinite Jest, Einaudi, Torino 2006, traduzione di E. Nesi), che Melusina ha richiamato qui.
La persona che ha una così detta "depressione psicotica" e cerca di uccidersi non lo fa "per sfiducia" o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l'invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un'occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l'altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme. Eppure nessuno di quelli in strada che guardano in su e urlano "No!" e "Aspetta!" riesce a capire il salto. Dovresti essere stato intrappolato anche tu e aver sentito le fiamme per capire davvero un terrore molto peggiore di quello della caduta.
È vero: coloro che sono a terra, fuori del “palazzo in fiamme”, minimamente possono comprendere l'esigenza del salto di colui che si sente stretto tra fiamme e volo. Ancor meno gli spettatori arrivano a comprendere perché colui che preferisce saltare, invece di buttarsi da solo, vuole, pretende, esige di farlo trascinando nel volo altri che non vorrebbero.

Le due bambine hanno visto cadere nel vuoto i loro genitori e questa caduta sarà la loro pietra al collo.
Dovrebbe esistere una macchina che lava la mente, una specie di lavatrice del cervello dove si cancellano i ricordi più sporchi; non quelli che ci vedono protagonisti diretti, responsabili, ma indiretti, come questi.
Chissà come le loro menti elaboreranno questa catastrofe. Chissà.
Chissà, tra qualche anno, quando un ragazzino si avvicinerà loro per flirtare, come reagiranno, se potranno strappare qualche gioia da questa vita bastarda che hanno avuto in sorte non per causa loro.

Penso, un po' caso.
Se questi salti che ogni tanto accadono, fossero trasformati in un gesto politico, in azione, tipo Pietro Micca, Jan Palach, o quel giovane tunisino senza lavoro che si diede alle fiamme e che scatenò la rivolta anno scorso...
Cos'è che chiude la mente così?

10 commenti:

melusina ha detto...

La disperazione può compiere gesti che hanno qualche possibilità di essere costruttivi solo quando guarda in grande, agli abissi che coinvolgono la società, la libertà, la collettività. Altrimenti è una trappola senza uscita che trascina con sé innocenti e, con la scusa di risolvere il problema di uno, condanna molti altri a un problema senza fine.
Questo tuo post mi lascia addosso infinita pena, dolore e impotenza. Perciò grazie per averlo scritto.

K. ha detto...

Già. C'è solo da augurare alle due bambine che la vita possa offrire loro delle esperienze refrigeranti, ignifughe, degli estintori che impediscano a quei ricordi, a quelle immagini dell'infanzia, di prendere fuoco e diventare fiamma. Perché se dentro si incendia tutto, scappare fuori diventa una liberazione, non più un timore. In qualunque modo. Il dramma, penso, è sempre di chi resta, chi non c'è più o è altrove o non è più.

Simone ha detto...

Ma il gesto politico dovrebbe essere il suicidio di un padre davanti alle figlie dopo aver ucciso la moglie e madre dele figlie?

Io prima di riflettere sul suo suicidio mi domanderei perche gli uomini continuano a uccidere le loro compagne.

il più Cattivo ha detto...

Grazie per la lucida analisi. Sarebbe il caso di proseguirne le tracce. Spero di riuscire a trovare altrettanta lucidità per farlo.
Ancora grazie

Un Sorriso

Luca Massaro ha detto...

@ Simone.
Alla tua domanda rispondo: no.
Non riflettevo soltanto sul suicidio dell'uomo, quando sulla sua volontà di trascinare con sé altri (la compagna) nel precipizio.
Con "gesto politico" intendo: che la risoluzione psicotica che annichilisce la vita di altri, verta su bersagli "politici" per cercare di, almeno, cambiare le virgole alla storia.
Voglio dire - e assolutamente non per giustificarlo o promuoverlo - il lancio della madonnina nel volto di Berlusconi presidente del consiglio da parte di Tartaglia, ebbe almeno un esito "politico".

alex ha detto...

occhio ai suicidi politici, che c'è gente che per 70 vergini e un panetto di hashish si fa saltare in aria nella piazza del mercato.

sulle figlie: i figli di genitori suicidi hanno probabilità maggiore di suicidarsi a loro volta.

(perché come parola anti-bot mi mette "dorks"?)

Luca Massaro ha detto...

@ Alex
Attendevo in tuo commento, soprattutto dopo il mio ultimo commento. Hai ragione: a mia difesa dico solo che per suicidi "politici" intendo solo quelli, distinguendoli (forse a torto) da quelli "religiosi".
Riguardo alla tua considerazione: infatti, maledetto "gene agile".
Riguardo al captcha: mi chiedo se ai blogger anglofoni possano comparire parole sconvenienti in altre lingue, tipo quello neolatine, bestemmie comprese. ;-)

marginalia ha detto...

Ciao Luca, è la prima volta che commento qui e a maggior ragione mi spiace esordire con un "non sono d'accordo".

Ma mi sembra che parlare di "disperazione" per spiegare o motivare la violenza che tanti, troppi uomini esercitano selle donne, sia fuorviante se non addirittura "pericoloso".

Questa violenza va nominate e le sue cause sono ben altre: trovare radice in un rapporto di dominio che non possiamo ignorare.

Diversamente non si spiegherebbe perché le donne - quando sono "disperate" - non ammazzano i loro mariti o compagni con una tale drammatica frequenza

Questa mia critica - credimi - non vuole essere assolutamente distruttiva, ma mira all'apertura di un "confronto" su di un tema che mi sembra troppo grave ed urgente

ciao
v.

Luca Massaro ha detto...

cara Vincenza, non ti devi "dispiacere" dato che il tuo commento, sia pur "critico", è un piacere per me riceverlo.
Non ho parlato, come tu giustamente rilevi, del caso classico (purtroppo) di violenza e sopraffazione dell'uomo sulla donna, perché "questa volta", di fronte a questo ennesimo caso di uxoricidio, ho voluto porre attenzione prima sui sopravvissuti (le figlie) e poi sul fatto che la mente dello psicotico (in questi casi, anzi: quasi sempre, 99 volte su 100 un "maschio" sono d'accordo con te) trascina nella sua volontà autodistruttiva anche colei che - a torto - era da lui ritenuta la responsabile dei suoi mali.

marginalia ha detto...

Sì, porre l'accento sulle vittime ignare (le bambine) e della ferita che si porteranno dietro tutta la vita, lo trovo giusto. Era l'aspetto "bello" del tuo post

Però è parlare di "psicotico" per definire l'uomo e l'atto che ha commesso che non mi convince

Anche nei media mainstream si parla sempre di "atti di follia": ma lo sono veramente? O meglio: questo tipo particolare di "follia" (maschile, sono contenta che concordi con me) da dove trae origine? chi/cosa la scatena? E' una "malattia" o qualcosa che ha origine in un determinato sistema sociale/economico/politico?