domenica 22 aprile 2012

Tenere alta la vita


« Il problema del desiderio non è psicologico, come non lo è quello, non risolto, del desiderio di Socrate. C'è tutta una tematica che riguarda lo statuto del soggetto quando Socrate formula di non saper nulla se non ciò che concerne il desiderio. Il desiderio non è messo da Socrate in posizione di soggettività originaria, ma in posizione di oggetto. »

Jacques Lacan, 15 gennaio 1964, Il Seminario, Libro XI, Einaudi, Torino 2003 (traduzione di Adele Succetti).

Ultimamente – e debolmente – riesco a non essere inquieto solo quando ragiono, o meglio: quando cerco di ragionare, pensare razionalmente voglio dire, anche se poi arrivo a conclusioni non razionali; ovvero quando mi sforzo di farlo a partire da una frase o da un brano pescati un po' a caso tra le mie letture irregolari (e diagonali).
È il caso, stamani, di Lacan che viene a dirmi che «il problema del desiderio non è» un problema «psicologico», bensì qualcosa di oggettivo, che si dà e manifesta in quanto esso si trova là fuori di me, e se uno ci si imbatte, a seconda quali panni rivesta tale desiderio «in posizione di oggetto», la mente del soggetto, il suo statuto, comincia a vacillare perché sente che il suo essere è privo di quell'oggetto che è fuori di lui, là nel mondo, e cerca di carpirlo, o più semplicemente coglierlo, vorrei dire viverlo, parteciparlo; e, a seconda che tale desiderio sia o meno mediato da altri soggetti desideranti il medesimo, ovvero: se tale desiderio non soffre di un mimetismo malato, allora il soggetto vive il desiderio in maniera pacificata.
Roba complicata, vero?
Si tratta di questo: c'è un io, non necessariamente un Lucas, un io qualsiasi, che come molti io, quasi tutti, desidera – solo coloro che hanno raggiunto la pace dei sensi e della mente, tipo nirvana, possono tirarsi fuori –; e se desidera difficilmente desidera se stesso (chi lo fa, spesso, lo fa per darsi un tono, per dire agli altri: “guardate come sono felice”: felice un cazzo), ma desidera, appunto, un qualcosa di oggettivo che gli offra l'illusione di colmare le sue lacune, la sua inquietudine; desidera qualcosa* che gli offra la sensazione che la vita valga sempre la pena di essere vissuta.
Ed è questo il desiderio continuo che tiene alta la vita, che non ti fa sentire a terra, sgonfio, spento, ma ti tiene come sospeso, in una sorta di equilibrio perfetto tra felicità e finitudine. E ti senti bene, e quali che siano i colori del cielo ci tuffi dentro il viso per bagnarti di luce.


*Va da sé che questo qualcosa possa essere qualcuno.

8 commenti:

Minerva ha detto...

Ho dei problemi con l'uso tuo e/o di Lacan della parola "oggettivo" nel senso che per me è un termine così privo di qualsivoglia valore reale (basta proprio una minima manciata di filosofia o antropologia per arrivarci, eh?) che mi disturba vederlo nella tua riflessione: è proprio inutile. Sono invece dell'avviso che il desiderio in sé sia la condizione della vita e della felicità, e auspicherei piuttosto la rimozione assoluta a tutti gli ostacoli che ne impediscono la realizzazione. Infine non ho desideri che non si possano realizzare (quindi neanche alcuna frustrazione), così come i miei desideri sono però altresì così infiniti che nessuno me li può offrire e, offrendoli, mi possa comprare (grazie alla Muraro per la seconda parte di questa mia affermazione). Ciao, Luca! :-)

Luca Massaro ha detto...

Ogni desiderio è desiderio di qualcosa/qualcuno che è "fuori di te" - desiderio oggettivo, appunto; almeno io così lo intendo. Concordo sulla «rimozione assoluta», ma vedo "oggettive" difficoltà di realizzazione.
Infine, senza spirito polemico, così, giusto per chiedere: dal desiderio "D" partono due semirette, una di desideri infiniti che non si possono realizzare e una di desideri infiniti che invece, almeno in potenza, sì?

guardaitreni ha detto...

Luca, te lo chiedo con simpatia perché, non conoscendoti, non posso chiederlo con affetto: dopo quanto tempo da un post così, ci si riprende? Sai, è solo perché ho aperto il mio blog da poco...

Luca Massaro ha detto...

@ Guardaitreni
benvenuto/a
Bella domanda
Per chi crede nelle proprietà terapeutiche della scrittura, quasi subito, appena pigi su "Pubblica".

P.S.
Se ripassi, indica il link del tuo blog, così, giusto per leggerti con simpatia :-)

alex ha detto...

dall'alto della montagnozza delle mie nozioni su buddhismo, tantrismo, stoicismo, e filosofie varie, la tematica del desiderio mi ha sempre attirato. volevo farne parte anche del mio dottorato (tra le varie "spiegazioni" - anche il termine spiegazioni ha una sua tradizione filosofica - che avrei dato nel discorso sull'etica dello sport). poi i casi dell'esistenza me l'hanno reso anche più pressante. sono totalmente convinto anche io che la realizzazione non dipenda da un "noi stessi", dal soggettivo: io desidero qualcosa/qualcuno che sta fuori di me. però è anche vero che così tutto vacilla. credo che buddha l'avesse capito. oggi la gente pensa al buddhismo come alla filosofia che ti mette sereno e felice. un paio di coglioni! la felicità è espressamente tagliata fuori dal buddhismo. certo la spiegazione (di nuovo) che ne danno i teorici di quella filosofia è metafisica: se desideri hai attaccamento, e questo è azione, kamma (karma in sanscrito, kamma in pali), dolore perché perpetua il ciclo delle rinascite. ma all'atto pratico, interessa che se desideri sei attaccato a qualcosa/qualcuno e potresti non trovare appoggio e stare male. quindi anche la felicità del desiderare va eliminata. come dice achaan chah (un monaco piuttosto famoso nella tradizione theravada, quella "degli antichi", più severa di quella famosa tibetana), bisogna "morire prima di morire". vedi che il desiderio è vita? per questo non voglio abbandonare il desiderio che ho.
anche se non approvo certe tue letture così continentali :D

Luca Massaro ha detto...

Un buddista analitico fosti :-D

Comunque grazie di essere sceso dalla montagnozza per diffondere il tuo gradito predicozzo. ;-)

Minerva ha detto...

No, neanche in me c'è spirito polemico, dico solo come la penso. Argomento un po':
Allora:
1) qui usi il termine 'oggettivo' solo ed esclusivamente nel senso di 'relativo all'oggetto' e non nel senso di 'assoluto e identico per tutti gli interlocutori' - ora mi è chiaro, avevo frainteso. Però perché per forza il desiderio deve essere "fuori di me"? Io, per esempio, come primo desiderio vorrei la salute: mica è una cosa fuori di me :-)
2) sono lo stesso desiderio - la sua realizzazione dipende in gran parte da me (e soprattutto da come mi ci pongo davanti, ché il destino mi rema spesso contro, accidenti!), ne ho sempre di nuovi, sono infiniti - quindi se ne realizzano sempre e solo dei pezzi - e non sono cose che abbiano prezzo (contesto il concetto che "tutto abbia un prezzo": alcune cose no, poi al limite schiatti per mantenere fede a tale affermazione, alè).
Risaluto, ciao! :-)

Luca Massaro ha detto...

Grazie di essere tornata. Questa volta ti saluto io, con un abbraccio:
ciao cara