venerdì 11 gennaio 2013

L'impasse del contingente


«Un unico mezzo può guarirci dall'essere noi stessi».
«Sì, ma in fondo, importa meno essere guariti, che poter vivere».
Joseph Conrad, Lord Jim

«L'uomo che di continuo, e inutilmente, si perde nell'impasse della sua contingenza, e che si ritrova nel suo “essere-proprio-io”, come se non avesse una vita alle spalle, e come se, ogni volta, fosse appena nato, prosegue la sua vita. Quindi, il paradosso non sorge in un punto di partenza immaginario situato “prima” della vita, quanto piuttosto nel bel mezzo della vita stessa, della vita che continua a dispetto del paradosso e sotto di esso, nella misura in cui l'uomo non fa del paradosso un pretesto per porre fine a se stesso.»

Günther Anders, Patologia della libertà, (Paris, 1936), Palomar, Bari 1993, traduzione di Antonella Stricchiola.

Innanzitutto, per restare all'attualità politica. Il titolo del Saggio sulla non identificazione di Anders, se reso sotto forma di acronimo, rende un PdL: quasi quasi vado a Roma al Ministero degli Interni e presento la mia bella lista civetta (coquette) usando, come logo, un toupet color catrame con sfumature rossastre a mo' di effetto olografico, tipo le banconote.

Di poi, per entrare senza troppi riguardi in un'approssimativa analisi critica del suddetto testo, penso: alzi la mano chi non è perso nell'impasse della propria contingenza.
Il paradosso della mia vita non è tanto da ricercare nella mia infanzia, nella mia giovinezza, al tempo della formazione dei miei desideri primi, quanto nell'hic et nunc di quanto sto vivendo, e me lo trascino, un giorno dopo l'altro, senza il coraggio o la forza di entrare in conflitto con le mie insoddisfazioni. La quotidianità si deposita sull'io come sabbia e lo copre a tal punto che, da una certa età in poi, si stenta a individuarne i contorni. Passano gli anni e si pensa che ci sia il bisogno di diventare archeologi del proprio io, per riscoprirsi, portarsi alla luce. Ma è un compito inutile, o quasi, dato che in pochi casi l'io si ripresenta in un perfetto stato di conservazione. Allora, per approssimazione, ci inventiamo la storia della nostra età dell'oro – da cui deriva, necessariamente, una sorta di rimpianto per ciò che abbiamo perduto. L'ipocondria attanaglia la mente e paralizza l'azione. Che fare? Prendere un bulino e provare a incidere una traccia di ciò che desideriamo.

P.S.
Se un giorno, passasse il caso, mi prendesse voglia di farmi un tatuaggio (cosa improbabile, ma non voglio escludere niente a priori), beh l'incisione di Dürer offre numerosi simboli da prendere in considerazione.

2 commenti:

alex grossini ha detto...

ta-tu-ag-gio! ta-tu-ag-gio!
non senti la folla acclamante che poi si aspetta una foto del tatuaggio messa qui? (sempre se lo fai in posti che poi si possono mostrare in rete)

Luca Massaro ha detto...

E sicuramente tu sarai il capo ultras di quell'improbabile folla :-)
Scherzi a parte, se mi decido farò come dici.