mercoledì 29 maggio 2013

Doppio sogno

Qual è colui che suo dannaggio sogna
che sognando desidera sognare
sì che quel ch'è, come non fosse, agogna
(Inf. XXX, 136-138)

Avevo detto che volevo raccontare un sogno che avevo in parte trascritto di getto appena sveglio ieri mattina; ma poi mi sono detto - che senso ha raccontare un sogno così fuori contesto, senza nessuna prospettiva terapeutica, per estrarci chissà quali significati, in fondo i sogni non sono che parziali espressioni di desiderio e/o di angoscia, non mi sono mai lasciato condizionare da essi, né che mi avessero trasportato in dimensioni di vita da sogno, né che mi avessero precipitato in situazioni da incubo dal quale velocemente sortire con la veglia.
Non ha senso, dunque; ma proprio in virtù di tale insensatezza, indulgo nel consueto esercizio/vizio bloggeristico di pubblicare, perché sono un maniaco della rappresentazione.

Prima sequenza.
Una casa fatiscente situata in un palazzo del centro storico di un'imprecisata città. Scale del palazzo di pietra serena. L'enorme portone di legno coi battenti è aperto. Stanze piene di gente, come se fosse in corso una festa, un ricevimento. Dietro i tavoli imbanditi di cibo e bevande noto dei finestroni semiaperti che danno su una terrazza. Il servizio è a buffet. Mi servo di un analcolico all'arancia e, dato che non vedo alcun conoscente, esco in terrazza, per bere. Fuori piove ma non fa freddo. Osservo il viavai agitato di macchine e persone sotto la pioggia. Nel mentre compare un signore che mi si accosta e saluta cordialmente, come se lo conoscessi, ma non lo conosco, anche se, di primo acchito, faccio finta di ricordarmi di lui. Egli mi chiede se ho visto un video che circola in rete. Faccio cenno di no ma, per cortesia, domando di cosa si tratti. Egli mi spiega che il suo è un video tutorial in cui insegna l'arte della fellatio. Estrae dalla giacca lo smartphone e avvia il video perché vuole un mio parere. Un mio parere? Chissà da quale punto di vista se lo aspetta il mo parere. Appena il video parte con il signore protagonista che introduce la questione, faccio finta di ricevere una telefonata alla quale rispondo ad alta voce: «Ciao, carissima, come stai?»

Seconda sequenza.
Mi trovo in viaggio, in auto, da solo, aperta campagna, strada statale ben asfaltata, ampia visuale. Guido piano, non ho fretta (sembra la scena di ieri l'altro quando ho ritirato la nuova auto). Nella direzione opposta vedo arrivare, calme, tre auto. L'ultima della fila esce dalla sua corsia ed entra in quella di sorpasso proprio nel momento in cui stiamo per incrociarci. Con un colpo di sterzo faccio quello che posso per evitare lo scontro finendo completamente fuori carreggiata. Freno, mi fermo, mi angoscio per l'auto (non è l'auto nuova ma un'altra), ma non vedo danni. Poco più indietro, l'auto che stava per colpirmi si è fermata e sono scese tre giovani persone, due uomini e una donna. Uno di loro mi viene incontro. Comincio a imprecare contro di lui che mi ha costretto a tale manovra, gliene dico di tutti i colori. Lui si giustifica in questo modo, mettendosi comodo seduto sul paracarro: «Volevamo suicidarci e volevamo farlo urtando contro un'auto che, come la sua [la mia], sembrerebbe resistere al colpo». «Che cazzo dici, sei rimbecillito, esistono i muri per questo» e intanto inizio a picchiarlo con tutta la rabbia che ho in corpo, che aumenta a ogni colpo per la sua fottuta calma. È come picchiare un materasso, mi sembra, e io mi sento tanto impotente.

1 commento:

alex grossini ha detto...

1. analcolico?
2. sventuratamente non c'è modo di aiutare chi ha una cattiva strada, nemmeno con azioni che coincidono con i suoi desideri.

kraus una volta ha detto (è l'unica citazione continentale che ricordo) che la psicanalisi è la malattia di cui pretende di essere la cura. l'analista è polifemo con una trave enorme nell'occhio.

però dai, l'interpretazione del primo secondo me è azzeccatissima