sabato 22 giugno 2013

La finzione e il ricordo

Cosa potrei fingere stasera? Una bella passeggiata lungomare, le luci, belle donne con zone del corpo abbronzate e tatuate in bella vista, e maschi in tiro muscolosi, anch'essi molti con tatuaggi nuovi, è indubbio che la motivazione principale del tatuarsi oggi è che fa figo, è prassi mimetica, anche perché chi si tatua e mette in mostra il disegno aumenta le probabilità di essere “guardato”, in fondo è tramite le occhiate che si determina il desiderio, più che altro a livello di autostima, nel senso che se uno viene guardato/a in un certo modo, con desiderio lambente, appunto, l'animo secerne gratificazione muta, uno torna a casa soddisfatto, l'essere ha avuto la sua parte d'aria per restare sospeso tra la terra e il cielo (come la nostra testa che, di norma, è a metà strada tra i due elementi).
Bene, adesso che ho finto di essere in un lungomare pieno di gente piuttosto attraente, io mi vedo là in disparte, a cercare una soluzione non tatuata e non fisica per piacere a una certa ragazza che si è fatta un tatuaggio, una specie di clessidra, che ricopre le prime vertebre sotto quelle cervicali. Mi avvicino e le domando di colpo: 
«Cosa ne pensa, signorina, di Essere e Tempo di Heidegger?»
«Vaffanculo, frocio: va' a domandarlo a Vattimo».

Vattimo: appare meno sulla scena pubblica, chissà perché.
L'ho già raccontato di quella volta, anni novanta dello scorso secolo, che il professor Vattimo fu invitato a tenere una lezione presso l'università che frequentavo, relativa ad un corso di filosofia teoretica? Boh, non ricordo. Casomai mi ripeto (nel caso, chiedo venia, ma non ho voglia di controllare, ho voglia di scrivere).
Era un pomeriggio d'inverno, mi pare febbraio. Vattimo arrivò scortato dal nostro prof. ordinario, da altri associati e assistenti vari: erano più loro a fare pubblico che studenti. Io e il mio amico metallaro eravamo in seconda fila. Vattimo, entrando, gettò uno sguardo interessato prima verso il metallaro, poi verso me, che all'epoca portavo delle giacchette eleganti di Pierre Cardin per darmi un tono. Per la precisione, non sapevo ancora dei gusti sessuali del pregiato pensatore debole. Ma questo non c'entra. C'entra il fatto che quando Vattimo iniziò a parlare di Heidegger, io e il mio amico, cominciammo subitamente a soffrire la classica sonnolenza post-prandiale, e ci davamo di gomito perché, essendoci poco pubblico, non potevamo neanche nasconderci dietro le spalle di qualcuno. Fu così che, prima io e poi lui, decidemmo di alzarci fingendo di avere un appuntamento imprescindibile. Il prof. ordinario ci lanciò un'occhiataccia, ma pazienza. Due passi ed eravamo liberi. Per riprenderci dallo sconforto intellettuale decidemmo di andare al cinema a vedere - ma guarda tu che combinazione - un film di Almodovar, Kika. Credo che Vattimo ci avrebbe perdonato.

1 commento:

alex grossini ha detto...

Quando studiavo, c'era un tizio che chiamavamo Sandokan perché era a tutti gli effetti Kabir Bedi nei panni di Sandokan, con la barba nera, i capelli neri lunghi, atteggiamento - boh, sandokanesco. Un giorno tornavamo dalle aule verso la biblioteca e cominciò a chiedermi delle idee di Vattimo, di cui io non sapevo niente, se non che "non si capisce un cazzo" perché avevo tentato di leggere il tomo meno voluminoso dei vattimiani, Credere di credere (e già avevo piuttosto sviluppata l'avversione per la riduzione della filosofia a giochi di parole infantili).
Poi quando lavoravo nell'università del don, Vattimo fu invitato a presentare il suo ultimo (allora) libro sul relativismo e a discuterne contro la De Monticelli e con moderatore Mordacci che entrami avevano pubblicato da pochissimo altri testi in tema. Gente ce n'era, perché lavoravo in un ambiente dove gli studenti apprezzano invece che la filosofia sia ridotta a giochi di parole infantili. Io chiaramente non ho capito un cazzo.
(E poi si parlava, nei corridoi, più che altro del suo nuovo accompagnatore giovane brasiliano o qualcosa del genere)(d'altronde una volta conclusi i giochi di parole possibili ti resta poco di cui parlare e così si evitava il mutismo)