mercoledì 30 ottobre 2013

La comunicabilità dell'esperienza


[La] natura della vera narrazione [...] implica, apertamente o meno, un utile, un vantaggio. Tale utile può consistere una volta in una morale, un'altra in un'istruzione di carattere pratico, una terza in un proverbio o in una norma di vita: in ogni caso il narratore è persona di “consiglio” per chi lo ascolta. Che se oggi questa espressione ci sembra antiquata, ciò dipende dal fatto che diminuisce la comunicabilità dell'esperienza. Per cui non abbiamo consiglio né per noi né per altri. “Consiglio”, infatti, è meno la risposta a una domanda che la proposta relativa alla continuazione di una storia (che è in atto di svolgersi). Per riceverlo, bisogna anzitutto saperla raccontare. (A prescindere dal fatto che un uomo si apre a un consiglio solo nella misura in cui sa far parlare la propria situazione). Consiglio, cucito nella stoffa della vita vissuta, è saggezza. L'arte di narrare volge al tramonto perché il alto epico della verità, la saggezza, vien meno. Ma si tratta di un processo che viene di lontano. E nulla potrebbe essere più sciocco che vedere in esso solo un “fenomeno di decadenza”, per non dire un fenomeno “moderno”; mentre è solo un accompagnamento di forze produttive storiche, secolari, che ha espulso a poco a poco la narrazione dall'ambito del parlare vivo e manifesta insieme, in ciò che svanisce, una nuova bellezza.»
Walter Benjamin,“Considerazioni sull'opera di Nicola Leskov”, Angelus NovusEinaudi, Torino 1962 (a cura di Renato Solmi), pag. 250-251 edizione Einaudi Tascabili, 1995.

Per ritornare a quanto di confuso ho scritto ieri, evidenzio questa frase: «un uomo si apre a un consiglio solo nella misura in cui sa far parlare la propria situazione». Sarà per questo che, della mia situazione, io ne parlo in maniera sì confusa? Perché non voglio aprirmi a un consiglio e passare a un'altra situazione? Semplicemente perché ho la presunzione che il mio parlare, il mio narrare, sia cosa viva, gratuita, apotropaica.
In altri termini, io tento di filtrare in narrazione i miei vissuti (pensieri, parole opere e omissioni  e la colpa la faccio morire vergine), non tanto per aprirmi ai consigli altrui, quanto per trarre un vantaggio immediato dal raccontarli. È chiaro che da ciò io tragga un utilenon sono mica un discepolo di Sacher Masoch. E tuttavia, di tale vantaggio, di tale utile, io non faccio un vanto, e non do consigli agli altri, perché la mia arte crepuscolare (datemi uno schiaffo), non è certo latrice di saggezza, ma solo di concupiscenza. Io scrivo perché concupisco: la scrittura ha per me una funzione erettile e un fine orgasmico. È anche per tale ragione* che, vicino alla tastiera, tengo sempre un pacchetto di fazzolettini. 

*Le altre due ragioni sono: per piangere; e per sputare, come se davanti avessi facce (non importa elenchi quali).

2 commenti:

romeo sciommeri ha detto...

... evidenzio questa frase: «un uomo si apre a un consiglio solo nella misura in cui sa far parlare la propria situazione».

Pensierino della sera: se un uomo sa far parlare la propria situazione, non ha bisogno del consiglio di nessuno.

Luca Massaro ha detto...

Penso tu abbia ragione.