domenica 30 giugno 2013

Flectere si nequeo superos, Acheronta movebo

La domenica è l'unico giorno in cui, se mi sveglio all'alba perché mi scappa da orinare, tendo a ritornare sotto coperta dopo aver espletato l'esigenza fisiologica. E se mi riaddormento, i sogni si fanno più partecipati, precipitandomi dentro delle situazioni buñueliane che non riesco bene a decifrare. Comunque pazienza, più che a interpretarli, mi piace raccontarli, soprattutto quando - appunto - il regista dei sogni mi fa giocare un ruolo divertente.

Sto camminando nel largo e lungo corridoio di un plesso scolastico dove ho lavorato e mi avvicino alla porta del bagno per gli insegnanti. Entro e alzo il coperchio e la seggetta del wc per orinare, quando scopro una frenata di feci non ripulite a dovere da chi mi ha preceduto. Che schifo. Mi viene la nausea, sono digiuno. Non ce la faccio a rimediare prendendo lo spazzolone, mi limito a orinare cercando di centrare la striscia marrone sì da smuoverla un po'. Niente. Anche dopo due tiri di sciacquone il grosso rimane. Puliranno. Mi scosto e vado al lavandino ove mi lavo accuratamente le mani; dipoi, con la carta con cui mi sono asciugato, apro la porta che dà sul corridoio. Per l'appunto, vedo arrivare delle colleghe e non so cosa dire al riguardo del cesso sporco, vorrei mettere le mani avanti e dir loro che non sono stato io prima che mi accusino ingiustamente. Ma le colleghe deviano in un'aula e non si accorgono di me, quindi io faccio finta di niente e vado sul terrazzo a prendere un po' d'aria, ché quella situazione di merda mi ha schifato.
Dalla terrazza, sul palazzo di fronte, vedo appesi alle finestre dei manifesti che mi ritraggono in una foto a mezzo busto. Stranezza: sui manifesti io indosso un paio di occhiali cafonal, tipo quelli che porta il ballerino giallo di Gangnam Style. Non faccio in tempo a pensare a chi mi abbia conciato così e al motivo per cui io sia pubblicizzato, che mi ritrovo nel terrazzo di casa di mia madre. 
Da casa di mia madre si può ammirare un erto colle, che anche Dante conobbe, in cima al quale si trova un castello (oramai diroccato). Le pendici del colle sono costeggiate da boschi cedui di castagni, cerri, ontani, acacie che, data la stagione, con le loro chiome, rendono morbido il ripido declivio. Improvvisamente, proprio sotto le mura del Castello, vedo alzarsi un fumo denso provocato da un inizio d'incendio. Subito compare un canadair che prontamente interviene lanciando sulle lingue di fuoco il suo carico d'acqua. Bravo, dico dentro me al pilota, e non faccio in tempo a dirlo che l'aereo, ritrovatosi leggero del carico, compie una strana e non voluta giravolta e subito perde quota. Vedo il pilota espulso dal seggiolino che apre il paracadute e il canadair precipitare lasciato al suo destino. Prendo lo smartphone e filmo tutto pensando che forse ci farò qualche soldino rivendendolo alla Rai o a chi vorrà. Intanto l'aereo velocemente precipita e si schianta al suolo proprio sotto casa di mia madre. Interrompo la ripresa e chiamo il 113 e, mentre parlo con un operatore, ecco che il braccio di una gru deposita, accanto ai resti dell'aereo, una Citroën XM rosso bordeaux e una Lancia Thema Ferrari più o meno dello stesso colore, due berline molto apprezzate all'inizio degli anni '90. Dalla finestra sento urlare i vicini contro un rivenditore di auto usate il quale, approfittando del disastro, pare abbia voluto sbarazzarsi di due auto che non riusciva a vendere. Io scendo giù a pianterreno per domandare al rivenditore quanti euro vorrebbe per le due auto. Apro la porta e mi sveglio.

Nota sulle auto.
Durante il primo anno di università facevo - meglio: cercavo di fare anche venditore, porta a porta o su appuntamento, di libri della Rizzoli. Avevo una Fiat 127 verde e, nonostante fosse un'auto eccezionale, io mi ci sentivo a disagio perché era totalmente fuori moda per imbroccare colleghe universitarie, sia fuori luogo per presentarsi come rivenditore di libri in giacca e cravatta. Per questo, avrei desiderato tanto un'altra auto, soprattutto quella di un prof. ordinario (la suddetta Citroën XM) o quella del responsabile capo zona della Rizzoli (la Lancia Thema Ferrari). Vederle rottamate nel sogno a quella maniera mi dimostra quanto fossi (temo quanto sia ancora) coglione.

sabato 29 giugno 2013

Acconciare il pelo


Tramite Federica Sgaggio, ho scoperto un articolo di Ernestache invito a leggere, insieme ai commenti dei lettori, molto interessanti.
Io estraggo:
«Le tre magistrate che hanno letto la sentenza del processo Ruby esibivano ognuna un'acconciatura improponibile. Due di loro avevano i capelli scarmigliati e arruffati alla moda del '68, senza l'ombra di un colore o di una piega ed anche l'altra dava l'impressione di non aver visto un parrucchiere da anni. D'accordo l'aula di tribunale e il gravoso impegno lavorativo, ma quel look era quasi una divisa politica come usava negli anni della contestazione, per distinguersi dalle bambole cotonate dell'odiata borghesia. Almeno la Boccassini, pur nell'immagine inelegante, mostra un tocco di civetteria nella tintura che la qualifica come “Ilda la rossa”»
Si attaccano anche ai capelli, pur di trovare il pelo (non nell'uovo).
Non c'è da stupirsi: chi fonda il valore di una persona sull'apparenza, cerca di inquadrarla e definirla secondo i canoni estetici che le varie epoche propongono. Così facendo, il giudizio, oltre ad essere parziale e affrettato, penalizza l'immaginazione costringendola dentro dei banali stereotipi della persecuzione. È una pratica, questa, da merdine secche, già avvezze nell'esercizio dello sputtanamento fuori luogo che autosputtana e autoimmerda chi lo pratica (ricordo qui il servizio sul giudice Mesiano).  Io, per esempio, forse esagerando - prendendo spunto dalla permalosità dell'onorevole Ravetto nei riguardi di quanto Aldo Busi le ha, ieri sera in tv, rinfacciato -, immagino le tre magistrate senza mutande, con un bel butt plug inserito da qualche parte, sì da trattenere il godimento celato del giudizio.

Note
*Gallina Nella Gabbia?
**Aldo Busi: «Io mi meraviglio del discorso dell'onorevole [Ravetto]. Sembra quasi invidiosa della Gentili [Veronica, attrice, anch'ella ospite della trasmissione] che non ha mai calato le mutande perché dice: “Ma come, io è una vita che vado in giro senza e nessuno mi ha mai chiesto di cavarle». Al che, l'onorevole Ravetto si alza puntando il dito verso Aldo Busi e lo minaccia con un «Lei è querelato», dipoi allarga le braccia e fa “ciao ciao” con le mani al pubblico, come fosse una diva, dicendo altresì: «Io vi saluto». Molto elegante, non c'è che dire, col suo tailleurino fucsia. Chissà se aveva le mutande in tinta. Io immagino di sì.

venerdì 28 giugno 2013

47 anni di lavoro

Quando ieri sera Francesco Gaetano Caltagirone, dopo la lusinghiera presentazione che Lilli Gruber gli aveva preparato («Il Financial Times ha scritto che lei è uno dei più ricchi industriali e forse uno dei più influenti uomini d'affari che operano dietro le quinte»), ha risposto:
«Ho lavorato esattamente 47 anni, ho avuto fortuna e obiettivamente ho un patrimonio rilevante»
ho subito pensato a Pierferdinando Casini; di poi, con minore immediatezza, ho riflettuto sul fatto che, per quarantasette anni, l'ingegner Francesco Gaetano ha svolto un lavoro che ha fruttato un patrimonio rilevante. A lui e ai suoi congiunti. A chi lavorava e lavora per lui un po' meno, ma queste sono conseguenze irrilevanti in una repubblica che fonda il proprio essere sul lavoro.

L'intervista è proseguita toccando vari temi, dalla finanza all'edilizia, passando poi - complice il fatto che, tra tante cose, Caltagirone è anche l'editore del Messaggero - sulla vicenda dei movimenti azionari in seno al Corriere della sera; a tal proposito, Lilli Gruber gli ha chiesto qualcosa sul tentativo di Della Valle di acquisire la maggioranza del pacchetto azionario di Rcs*, specificando che, siccome lui, Caltagirone, è amico di Diego Della Valle, se quest'ultimo potrebbe essere un buon editore. Caltagirone ha risposto così:
«Diego Della Valle ha sempre avuto la passione della carta stampata. Mi ricordo che, in vacanza, quando lo incontravo, aveva sempre qualche editore di giornale, magari straniero, a bordo [dello yacht, immaginiamo]».
Inoltre, riferendosi proprio alla multiproprietà che guida il Corriere, Caltagirone ha aggiunto:
«L'azionista ha un ruolo sociale, la proprietà ha un ruolo. Il motivo per cui l'economia del socialismo reale è naufragata è stato la mancanza di proprietà».
Ho dei dubbi, ma non sono in grado di replicare a tale affermazione. A occhio, mi pare che le cause del crollo economico del blocco sovietico siano molteplici, e quella che adduce Caltagirone mi sembra quella che più fa comodo al pensiero capitalista.

Queste le cose che più mi hanno colpito, anche se l'intervista, ripeto, è stata a tutto campo. E Caltagirone, nonostante non sia avvezzo alla tv, ha dimostrato di essere un personaggio di spessore del panorama capitalistico nostrano. Alle accuse della Gruber di responsabilità del sistema bancario riguardo alla crisi economica, egli - da principale azionista privato di Unicredit - ha replicato che non è vero, che il primo obbligo delle banche è la tutela dei depositi e che a) non ci sono le condizioni per finanziare gli investimenti e che b) esse hanno avuto pressioni politiche forti per comprare debito italiano coi soldi offerti loro a un tasso d'eccezione dalla Bce. 

Ecco qua, sull'argomento è tutto. Vado ora nel sito dell'Inps a vedere quanto mi manca ad arrivare a 47 anni di lavoro. Dal patrimonio direi parecchio.


*La notizia dell'aumento di capitale di Fiat è di oggi e non poteva essere commentata.

Incontinenza prostitutiva

*

Se posso liberamente interpretare quanto sopra riportato, cozzando sicuramente contro le intenzioni dell'autore, credo che quanto scritto sia da leggere in questo modo: Berlusconi, l'Incontinente per antonomasia, come quella «bagascia finita non già all'ergastolo, ma sgozzata da uno stronzo», merita la nostra indulgenza, perché - suvvia! - l'incontinenza è un peccato veniale, al quale perfino Dante riserva una condanna “leggera”, di anime che svolazzano senza quiete nel Secondo Girone dell'Inferno. 
Niente a che vedere, insomma, con coloro ai quali sono riservate pene ben più severe e dolorose, come quelle dell'Ottavo cerchio ove si puniscono i vari tipi di fraudolenza, dalla corruzione alla baratteria; o, peggio ancora, visto che per tre volte Berlusconi ha giurato di
« essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le [sue] funzioni nell'interesse esclusivo della Nazione »
di essere ficcato, con il viso all'insù, dentro il ghiaccio dell'Antenora, in quanto traditore della patria.
In breve, Berlusconi, come ripetono tutti coloro che - in qualche modo, diretto o indiretto - sono pagati da lui, è soltanto un gaudente incontinente che non merita di certo tutto un simile accanimento giudiziario in vita. Ci pensino i posteri, un giorno, nel caso che muoia, a giudicarlo. Nel mentre, lasciamolo in pace, di modo che, prosperando, possa continuare a farci svolgere la nostra professione di puttane.

mercoledì 26 giugno 2013

Una quasi lettera a Barbara Spinelli

Stimata Barbara, un tempo leggevo i suoi editoriali con più partecipazione e, a volte, entusiasmo perché essi svolgevano in me una tonificante azione pedagogica, fornendomi strumenti interpretativi per comprendere quale fosse la vera anima del liberalismo democratico europeo.
Come vede, uso l'imperfetto, non perché non creda che i suoi editoriali non possano svolgere in altri tale azione “educativa”. Il fatto è che, a mio avviso, il liberalismo laico e illuminato, del quale lei è una delle più prestigiose interpreti, non è e non sarà mai sufficiente a combattere i guasti del sistema economico attuale, che sta precipitando l'Europa e il mondo verso la barbarie. Questo perché il liberalismo delle democrazie europee, sia esso di matrice conservatrice oppure socialdemocratica, non ha fatto e non fa altro che avallare la legittimità della proprietà privata dei mezzi di produzione, e la divisione incolmabile tra lavoro e capitale.
L'unico modo per mitigare le storture del sistema economico presente è stato quello ben noto di far indebitare gli Stati nazionali. Mediante il debito pubblico, infatti, dal dopoguerra fino a pochi anni or sono, sono stati garantiti numerosi diritti “sociali”: sanità pubblica, pubblica istruzione, viabilità, sicurezza, cultura, eccetera; tutte quelle componenti, insomma, per cui vale la pena che lo Stato esista. Il problema è che al debito enorme che gli Stati hanno prodotto, consegue il credito di questi verso determinati investitori che mettono a frutto il plusvalore accumulato dalla classe dominante per mezzo dello sfruttamento legalizzato della merce lavoro. Dove cazzo li mettevano - e mettono - i soldi a iosa i grandi manipolatori della finanza mondiale? Chi tiene per le palle gli Stati in modo “legittimo”, liberale, democratico?
Il dramma del liberalismo - e di tutte le costituzioni democratiche e liberali che a esso s'ispirano - è che è stato totalmente fagocitato dal capitalismo e dalla classe dominante. Il liberalismo è l'alibi attraverso cui la maggioranza dei cittadini, che non fanno parte dell'oligarchia capitalista, è tenuta a debita distanza dalle decisioni veramente politiche e sociali - e questo accade, si badi bene, rispettando il principio supremo dell'eguaglianza politica e giuridica stabilita da ogni costituzione democratica che si rispetti. E qui sta il punto: l'eguaglianza politica e giuridica sono lettera morta davanti alla diversità del potere economico; potere che si fonda, ribadiamolo, sull'arbitrarietà della proprietà privata* e sulla divisione tra lavoro e capitale, tra chi possiede e chi è posseduto, tra chi non ha altro da vendere che la propria forza lavoro e chi compra tale forza non pagandola mai il reale dovuto (ed è ciò che determina la formazione del plusvalore).
Gli Stati liberali, gentile Barbara, devono fare i conti con il paradosso che Marx rimproverava debitamente a Proudhon:
«Davvero bisogna essere sprovvisti di ogni conoscenza storica per ignorare che i sovrani di tutti i tempi hanno subìto le condizioni economiche, e non sono mai stati essi a far legge in questo campo. La legislazione sia politica che civile non fa che pronunciare, che verbalizzare, la volontà dei rapporti economici».**
È la volontà dei rapporti economici che fa redigere impunemente a JPMorgan la sua analisi critica sui sistemi politici del Sud Europa. Infatti, perché, di contro, non ci sono Stati sovrani che scrivono rapporti critici e dettagliati sulle banche d'affari, magari anche perseguendole giuridicamente con determinate leggi?
Il punto è che il liberalismo oggi, per uscire dalle sabbie mobili in cui è stato cacciato, deve aggrapparsi alla teoria economica e sociale di Karl Marx. Non per raddrizzare il legno storto dell'umanità, ma per darlo in testa alla classe sociale dominante che, di tale legno, ne sta facendo cenere.

*Considero arbitraria ogni proprietà privata che è, di fatto, ambiente pubblico, ovvero che invade e soffoca il pubblico; vedasi, per restare in Italia, la Fiat, Mediaset, l'Ilva, Cir, Mediobanca,
eccetera eccetera.

**K. Marx, Miseria della filosofia, 1846-47.

martedì 25 giugno 2013

Faccia a faccia, orecchio a orecchio

Sole 6 e pioggia 18 Ore (13 gradi fuori, fanculo).
L'incontro - dicono - era già previsto, ma cosa dire a un presunto colpevole di diversi reati, già sottoposti ad alcuni gradi di giudizio, se non ripetere le stesse parole che hanno imposto a un ministro (Josefa Idem) di rimettere il proprio mandato per un'irregolarità che ancora non si sa se sarà sottoposta a un processo?
Quanto sarebbe sano, per Enrico Letta, assumere una posa da statista faccia a Berlusconi, molto più che averla assunta nell'incontro preliminare per la formazione del governo coi Cinquestelle in diretta streaming. Ecco, dovrebbe essere Letta a chiedere di trasmettere in diretta per il popolo, compreso quello della libertà, tutte le fasi dell'incontro con l'esecutore finale, già ospite misericordioso di cene galanti offerte a giovani disoccupate bisognose di cure e protezione. Sarebbe estremamente interessante conoscere cosa ha dire Berlusconi sull'aumento dell'Iva, sull'Imu, e su altri “temi scottanti” che riguardano l'azione del governo.
- Perché staranno davvero parlando di questa roba?
- No, ma facciamo finta di crederci.

Il momento è grave

Luca,
ero veramente convinto che mi assolvessero perché nei fatti non c'era davvero nessuna possibilità di condannarmi. E invece é stata emessa una sentenza incredibile, di una violenza mai vista né sentita prima, per cercare di eliminarmi dalla vita politica di questo Paese. 

Non é soltanto una pagina di malagiustizia é un'offesa a tutti quegli italiani che hanno creduto in me e hanno avuto fiducia nel mio impegno per il Paese. Ma io, ancora una volta, intendo resistere a questa persecuzione perché sono assolutamente innocente e non voglio in nessun modo abbandonare la mia battaglia per fare dell'Italia un paese davvero libero e giusto.

È per questo motivo che gli accenti sono acuti?

A parte.
Notare come da parte di Berlusconi ci sia una totale immedesimazione tra la sua persona e quella degli «italiani che hanno creduto» - e, visceralmente, credono - in lui, e con ciò ritenendo che offendenlo, vengano offesi anche loro. Come poi avvenga che una condanna per un particolare reato contestato a un imputato si trasformi in un'offesa a molti che credono in lui, beh, questo è un campo di cui dovrebbero intervenire gli esperti in trasmutazione delle sentenze. Certo è che se proprio dovessi scegliere se mandare in galera Berlusconi o «tutti quegli italiani che hanno creduto» in lui e gli credono ancora, non avrei esitazioni a scegliere. Resta, tuttavia, il problema del sovraffollamento delle carceri. Domiciliari (e privazione dei diritti politici) per tutti?

lunedì 24 giugno 2013

Lo sapevamo


Quello che vedi e quello che trovi: preliminari da urlo, fisici mozzafiato, bocche di fragola, senza limiti e tabù.

L'orientamento di un paese cattolico e cristiano

In attesa che il gruppo parlamentare del Partito Democratico dia ennesima prova della sua melensaggine, ragioniamo su alcuni passaggi di questo articolo redazionale:
Gero Grassi, ex popolare moroteo. "E' un errore- spiega- pensare che gli armamenti servano a conservare la pace. Io mi opporrò sempre a decisioni in netto contrasto con la mia morale e con quello che dovrebbe essere l'orientamento di un paese cattolico e cristiano". E come Grassi sono pronti a bloccare l'acquisto dei cacciabombardieri altri parlamentari di estrazione cattolica, in queste ore sensibilizzati anche dalla rete diocesana. 
Capito? Un parlamentare del Partito Democratico, partito a cui ho dato il voto alle ultime elezioni, dichiara che siccome l'Italia è un paese con l'«orientamento» cattolico e cristiano, allora no, gli F35 non vanno comprati. Mi domando allora, dato tale orientamento, e dato altresì che la Repubblica italiana ha avuto, dal suo nascere e per un quarantennio, un incontrastato dominio democristiano (molto moroteo, tra l'altro), perché il Paese cattolico e cristiano è dotato di un esercito ben equipaggiato e rifornito, nel corso degli anni, di armamenti di vario genere e tipo, aeronautici, navali e di terra? Perché, insomma, non abbiamo soltanto Guardie Svizzere?
Contrari a questa impostazione una parte dei deputati democratici, moderati ma anche ex Ds, che sottolineano l'impatto che avrebbe il congelamento della commessa sulle imprese italiane coinvolte nella costruzione degli aerei, tra le quali Alenia e altre società legate a Finmeccanica. 
Certo che stornare 14 miliardi di euro dalle spese militari per indirizzarle, per esempio, a impedire l'aumento di un punto percentuale dell'Iva è un argomento che ha molta presa popolare. Però, siamo realisti: comprare armi da parte dello Stato è una sorta di spesa pubblica che “crea” (o mantiene) occupazione. Inoltre, occorre riflettere sul fatto che gli Stati, tutti (o quasi), Italia compresa, sono “obbligati” annualmente a spendere un certo budget in spese militari - e questo accadrà fintato che ci saranno gli eserciti. Cioè a dire: l'onorevole Gero Grassi farebbe meglio a proporre una mozione contro l'Esercito Italiano in sé, piuttosto che limitarsi ad essere contrario agli F35 - è questo che, sovente, sfugge alla retorica del pacifismo democristiano.
A scanso di equivoci, sarei contento passasse la mozione per impedire l'acquisto di tali aerei da combattimento. Però ho paura che non sia automatico indirizzare tale capitolo di spesa verso altri bisogni più urgenti della nostra società. Temo, cioè, che l'Esercito pretenda comunque tale corrispettivo di euro, magari per l'acquisto di armi di antiguerriglia urbana (come ravvisava Vattimo ieri nell'intervista a Gnoli). Per evitare questo, farei accompagnare la mozione contraria agli F35 da una dettagliata proposta di acquisto di - per es. - canadair, commissionandoli sempre ad Alenia. Per sparare acqua dall'alto contro i manifestanti, cosa avete capito.

domenica 23 giugno 2013

Sogno e ricordo

Stamani, forse all'alba, ho fatto un sogno che mi ha mandato di traverso il risveglio, sogno che mi ha precipitato in una costrizione per cui, da lunedì, sarei dovuto ad andare a lavorare in una segheria, turni di otto ore al giorno, un contratto di sei anni da rispettare, pena sanzioni. E mi sono alzato con la stessa, identica spiccicata sensazione di quando, poco più che ventenne, sempre d'estate, ero stato assunto a tempo indeterminato da una segheria nella quale lavorai effettivamente quasi cinque mesi. Era il 1989, ero innamorato pazzo della mia fidanzata e penso che anche lei di me, guadagnavo un milione e duecentomila lire al mese facendo un lavoro veramente di merda*, di quelli che uno timbra il cartellino e si sente immediatamente schiavo del capitale. Oh, quanto mi alzavo a collo torto le mattine d'estate per andare al lavoro, dopo che la sera avevo fatto tardi con la mia ragazza, molto tardi, incastrati a fare contorsionismo sessuale dentro una Mini Innocenti De Tommaso rosso bordeaux.
Del lavoro mi ricordo che, in pratica, dovevo stare a un nastro trasportatore a verificare se dei parallelepipedi di legno tropicale (mi pare il Samba), che un macchinario produceva a partire da grosse assi, rispettassero dei criteri di conformità facili da individuare; stavo lì, al nastro, insieme ad altri operai a girare le mani come se giocassimo a calcio balilla, e dopo un quarto d'ora avevo già le palle in terra, sfinite, e il sonno che tornava se, per un attimo, chiudevo gli occhi per riassaporare il profumo della pelle del mio amore.

E mi ricordo esattamente come sentivo la contrapposizione assoluta tra amore e lavoro, tra libertà e schiavitù, tra godimento e fatica, tra gioia e avvilimento. 
E, altresì, devo dire che, nonostante l'amore, meno male la mia ragazza non rimase incinta: anziché riprendere gli studi, mi sa che avrei dovuto continuare a lavorare oltre i cinque mesi, forse cinque anni, forse per svegliarmi una mattina di buon umore perché avevo sognato due mesi di vacanze e invece era un sogno e, domani, sarei dovuto andare a lavorare ad un nastro trasportatore per davvero..


*Sbaglio a dire che le attuali 1.200 euro al mese, all'incirca, corrispondono al 1.200.000 lire di ventiquattro anni fa? 

Bravo Alfonso

Solo per segnalare, di Alfonso Berardinelli, una bellissima stroncatura dell'ultimo libro di Emanuele Severino. Davvero uno spasso.

Gianteresio

Soltanto per precisare che assolutamente non sapevo che Antonio Gnoli era andato a cena da Gianni Vattimo.

sabato 22 giugno 2013

Abbi pazienza, Francesco.


- La ragazza dietro al banco mescolava birra chiara e Seven Up.
- Sei sicuro, Francesco, fosse birra?

La virtù è un brodino

Leggo solo oggi l'articolo di Vito Mancuso («Un Paese dove la virtù deve chiedere perdono») e, subito, cito: 
«La cosa curiosa, e per me preoccupante, è che l'interpretazione maggioritaria di Darwin vede l'uomo e la natura esattamente nella medesima prospettiva che fa della forza e della furbizia l'arma migliore per vivere, per cui oggi anche da sinistra (dove il darwinismo ha ormai sostituito il marxismo quale orizzonte teoretico) si tende a pensare l'uomo e la vita in questa prospettiva spietata e rapace. Mi rendo perfettamente conto che queste affermazioni filosofiche andrebbero più adeguatamente argomentate»
Ahi ahi, caro Vito, lei mi casca sul pisello (di Mendel). Comunque, a scanso di equivoci, le segnalo cortesemente che non è il caso di argomentare “più adeguatamente” la succitata affermazione e/o giudizio sul darwinismo, giacché, come scrisse un darwinista più darwinista del re, 
«Io non intendo sostenere una moralità basata sull'evoluzione: dico come le cose si sono evolute e non come noi esseri umani dovremmo comportarci. Sottolineo questo punto, perché so che esiste il pericolo di essere frainteso da quella gente, troppo numerosa, che non sa distinguere tra una dichiarazione di fede nella verità nei fatti e un'affermazione che così i fatti dovrebbero essere. La mia opinione personale è che una società umana basata soltanto sulla legge del gene, una legge di spietato egoismo universale, sarebbe una società molto brutta in cui vivere. Sfortunatamente però, per quanto noi possiamo deplorare una cosa, questo non le impedisce di essere vera. Questo libro cerca soprattutto di essere interessante, ma se voleste ricavarne una morale, leggetelo come un avvertimento. Siate consapevoli che se desiderate, come me*, costruire una società in cui i singoli cooperino generosamente e senza egoismi al bene comune, dovete aspettarvi poco aiuto dalla natura biologica. Bisogna cercare di insegnare generosità e altruismo, perché siamo nati egoisti. Bisogna cercare di capire gli scopi dei nostri geni egoisti, per poter almeno avere la possibilità di alterare i loro disegni, qualcosa a cui nessun'altra specie ha mai aspirato.» Richard Dawkins, Il gene egoista, 1976 (ed. it. Mondadori, Milano 1992).
E quanto sopra di Dawkins riportato cozza, eziandio, con quanto scrive Mancuso, nel prosieguo del suo articolo:
«perché il bene dovrebbe essere meglio del male, se il male talora risulta più efficace? Io penso che a questa domanda si possa rispondere solo andando ad appoggiarsi al fondamento ultimo dell'etica, e penso altresì che tale fondamento abbia molto a che fare con la fisica, con la natura intima della realtà [...]  L'etica infatti non fa che esprimere a livello interpersonale la logica della relazione armoniosa che abita l'organismo a livello fisico e che lo fa essere in salute, l'armonia tra le componenti subatomiche che compongono gli atomi, tra gli atomi che compongono le molecole, e così sempre più su, passando per cellule, tessuti, organi, sistemi, fino all'insieme dell'organismo.»
L'organismo, caro Mancuso, è fottutamente nato egoista, uomo e virus compresi (venga Alex il Bimbosumero qui nei commenti a riportare la storia della toxoplasmosi). E questo, per uno che crede in un Dio creatore, è un fottuto problema, secondo me irrisolvibile se non ammettendo che Dio, di armonia, non capisce proprio una sega nulla (o che noi umani non capiamo una sega nulla dell'armonia “voluta” da Dio).
L'unico modo che noi umani abbiamo per tentare di stabilire, tra noi, una relazione armoniosa è, innanzi tutto, «cercare di capire gli scopi dei nostri geni egoisti, per poter almeno avere la possibilità di alterare i loro disegni, qualcosa a cui nessun'altra specie ha mai aspirato»; e, dipoi, ammettere una volta per tutte che è velleitario attendersi un riscatto morale da parte dell'individuo monade, giacché ognuno di noi, per quanto buono o cattivo sia, esprime se stesso dentro un determinato contesto storico-sociale, dentro una struttura ben precisa, definita dai cosiddetti (sempre più attuali, altro che antiquati) rapporti di classe.
Per parafrasare Karl Marx in una delle sue Tesi su Feuerbach (la Settima, per la precisione), Mancuso non vede dunque che l'immoralità è essa stessa un prodotto sociale e che l'individuo astratto, che egli analizza (il furbo italiano testadicazzo), appartiene ad una forma sociale determinata.
Per concludere, caro Vito, il problema fondamentale da risolvere resta lo stesso di sempre: non si tratta più d'interpretare il mondo, no: si tratta di trasformarlo (Undicesima Tesi) - ma non certo secondo le direttive di Santa Romana Chiesa (su questo penso potremo trovare un accordo, vero?).

*Grassetto mio.

La finzione e il ricordo

Cosa potrei fingere stasera? Una bella passeggiata lungomare, le luci, belle donne con zone del corpo abbronzate e tatuate in bella vista, e maschi in tiro muscolosi, anch'essi molti con tatuaggi nuovi, è indubbio che la motivazione principale del tatuarsi oggi è che fa figo, è prassi mimetica, anche perché chi si tatua e mette in mostra il disegno aumenta le probabilità di essere “guardato”, in fondo è tramite le occhiate che si determina il desiderio, più che altro a livello di autostima, nel senso che se uno viene guardato/a in un certo modo, con desiderio lambente, appunto, l'animo secerne gratificazione muta, uno torna a casa soddisfatto, l'essere ha avuto la sua parte d'aria per restare sospeso tra la terra e il cielo (come la nostra testa che, di norma, è a metà strada tra i due elementi).
Bene, adesso che ho finto di essere in un lungomare pieno di gente piuttosto attraente, io mi vedo là in disparte, a cercare una soluzione non tatuata e non fisica per piacere a una certa ragazza che si è fatta un tatuaggio, una specie di clessidra, che ricopre le prime vertebre sotto quelle cervicali. Mi avvicino e le domando di colpo: 
«Cosa ne pensa, signorina, di Essere e Tempo di Heidegger?»
«Vaffanculo, frocio: va' a domandarlo a Vattimo».

Vattimo: appare meno sulla scena pubblica, chissà perché.
L'ho già raccontato di quella volta, anni novanta dello scorso secolo, che il professor Vattimo fu invitato a tenere una lezione presso l'università che frequentavo, relativa ad un corso di filosofia teoretica? Boh, non ricordo. Casomai mi ripeto (nel caso, chiedo venia, ma non ho voglia di controllare, ho voglia di scrivere).
Era un pomeriggio d'inverno, mi pare febbraio. Vattimo arrivò scortato dal nostro prof. ordinario, da altri associati e assistenti vari: erano più loro a fare pubblico che studenti. Io e il mio amico metallaro eravamo in seconda fila. Vattimo, entrando, gettò uno sguardo interessato prima verso il metallaro, poi verso me, che all'epoca portavo delle giacchette eleganti di Pierre Cardin per darmi un tono. Per la precisione, non sapevo ancora dei gusti sessuali del pregiato pensatore debole. Ma questo non c'entra. C'entra il fatto che quando Vattimo iniziò a parlare di Heidegger, io e il mio amico, cominciammo subitamente a soffrire la classica sonnolenza post-prandiale, e ci davamo di gomito perché, essendoci poco pubblico, non potevamo neanche nasconderci dietro le spalle di qualcuno. Fu così che, prima io e poi lui, decidemmo di alzarci fingendo di avere un appuntamento imprescindibile. Il prof. ordinario ci lanciò un'occhiataccia, ma pazienza. Due passi ed eravamo liberi. Per riprenderci dallo sconforto intellettuale decidemmo di andare al cinema a vedere - ma guarda tu che combinazione - un film di Almodovar, Kika. Credo che Vattimo ci avrebbe perdonato.

giovedì 20 giugno 2013

Solstizio del blogger


Alle radici dell'inquietudine qualcuno mette il diserbante. Almeno uno rimane inquieto da solo, come il granturco della Monsanto, senza l'erbaccia del prossimo a rompere i coglioni. Nasce da qui l'isolamento, il restarsene quieti e buoni a casa, evitando, per quanto possibile, le occasioni di mondanità che si presentano. Bello non avere da preoccuparsi di relazionare con gli altri, perché tanto gli altri non danno mai tanta soddisfazione come se stessi. No, non è questione di solipsismo. È tutto dovuto al fatto che, a poco a poco, ogni dialogo s'impiglia nella rete dell'io la cui unica vocazione è il monologo. Ma tra due io che monologano permane il distacco e la solitudine che segue è ancora peggiore.
Quindi è meglio evitare di parlare a ufo. Tanto le cose essenziali non vengono dette perché tutti sanno che, tramite il dialogo, non saranno soddisfatte. Allora metto il diserbante e cresco da solo. Terra bruciata. Maturazione senza scopo. Ma che bei chicchi di parole poi si depositano qui. Qualcuno ne mangia senza sapere la provenienza. La fatica? A volte, ma non sempre. Il piacere, spesso, come ora, a vedere che qualcosa è uscito fuori nonostante l'inquietudine. Per cosa poi, boh, forse perché, raggiunto domani il solstizio d'estate, le ore di luce inizieranno a diminuire. Forse, chissà.

Disagi finanziari dal 1848 al 2013

« Il disagio finanziario rese fin dall'inizio la monarchia di luglio dipendente dalla grande borghesia, e la sua dipendenza dalla grande borghesia fu la sorgente inesauribile di un crescente disagio finanziario. Impossibile subordinare l'amministrazione dello Stato all'interesse della produzione nazionale senza stabilire l'equilibrio nel bilancio, l'equilibrio tra le uscite e le entrate dello Stato. E come stabilire questo equilibrio senza limitare le spese dello Stato, cioè senza vulnerare interessi che erano altrettanti sostegni del sistema dominante, e senza riordinare la ripartizione delle imposte, cioè senza rigettare una parte notevole del peso delle imposte sulle spalle della grande borghesia stessa?
L'indebitamento dello Stato era, al contrario, l'interesse diretto della frazione della borghesia che governava e legiferava per mezzo delle Camere. Il disavanzo dello Stato era infatti il vero e proprio oggetto della sua speculazione e la fonte principale del suo arricchimento. Ogni anno un nuovo disavanzo. Dopo quattro o cinque anni un nuovo prestito offriva all'aristocrazia finanziaria una nuova occasione di truffare lo Stato che, mantenuto artificiosamente sull'orlo della bancarotta, era costretto a contrattare coi banchieri alle condizioni più sfavorevoli. Ogni nuovo prestito era una nuova occasione di svaligiare il pubblico, che investe i suoi capitali in rendita dello Stato, mediante operazioni di Borsa al cui segreto erano iniziati il governo e la maggioranza della Camera. In generale la situazione instabile del credito pubblico e il possesso dei segreti di Stato offrivano ai banchieri e ai loro affiliati nelle Camere e sul trono la possibilità di provocare delle oscillazioni straordinarie improvvise, nel corso dei titoli di Stato; e il risultato costante di queste oscillazioni non poteva essere altro che la rovina di una massa di capitalisti più piccoli e l'arricchimento favolosamente rapido dei giocatori in grande. Perché il disavanzo dello Stato era nell'interesse diretto della frazione borghese dominante, si spiega come le spese straordinarie dello Stato negli ultimi anni del governo di Luigi Filippo superassero di molto il doppio delle spese straordinarie dello Stato sotto Napoleone e toccassero quasi la somma annua di 400 milioni di franchi, mentre l'esportazione media complessiva della Francia raggiungeva di rado la somma di 750 milioni di franchi. Le enormi somme che in tal modo passavano per le mani dello Stato davano inoltre l'occasione a contratti di appalto fraudolenti, a corruzioni, a malversazioni, a bricconate d'ogni specie. Lo svaligiamento dello Stato, che si faceva in grande coi prestiti, si ripeteva al minuto nel lavori pubblici. I rapporti tra la Camera e il governo si moltiplicavano sotto forma di rapporti tra amministrazioni singole e singoli imprenditori. »

Karl Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850

mercoledì 19 giugno 2013

Lavorare stana

Riunione tra colleghi. Il coordinatore domanda: «A chi tocca il verbale?». Silenzio. Nessuno si fa avanti. Il coordinatore, irritato, passa in rassegna il quaderno dei verbali per controllare chi lo ha fatto in precedenza, le scorse riunioni. Risulta che tre partecipanti, tra i quali io, non l'hanno mai fatto. Il coordinatore insiste perché uno di noi tre si faccia avanti. Piccola premessa: l'accordo tra colleghi che il verbale toccherebbe una volta cadauno, non ha fondamento se non per togliere "un peso" (carico di lavoro del cazzo) a chi, come il coordinatore, è pagato per occupare tal ruolo. Faccio presente questo ai colleghi, che mi guardano meravigliati perché nessuno di loro aveva sollevato questa obiezione. Una di loro, in pratica il vice-coordinatore, ribatte che fare il verbale è un assunzione di responsabilità per ciascuno, in quanto, esso, è una pratica che arricchisce professionalmente. Avrei voluto dire “arricchisce du palle”, tuttavia mi sono trattenuto e ho controribattuto che, infatti, i verbali li fanno gli appuntati e noi, cazzo, tutto, ma appuntati no (con tutto il rispetto per gli appuntati).
«E insomma te Massaro il verbale non lo vuoi fare?»
«Le vedi le pareti di questa aula? Una mano di bianco non ci starebbe male, non trovi?»
«In effetti, sono un po' sporchine. Ma questo cosa c'entra?»
«Lo chiederesti a Picasso di imbiancarle?»
La riunione è cominciata e il verbale l'ha fatto il coordinatore.

***

Consegna documenti vari in segreteria. Prassi di fine anno. Archivio, gli scaffali pieni di catalogatori, i tavoli sono occupati da scatole di cartone che contengono registri, agende, schede, certificazioni, richieste. Seduto all'unica scrivania libera, il segretario notifica e protocolla l'avvenuta consegna della documentazione e, dipoi, una volta che ognuno ha depositato nelle scatole subito colme i propri documenti, richiede a tutti di firmare la presa d'atto. 
Siccome il segretario è solo a svolgere questo lavoro, ho imparato che andarci nelle ore di mezzo delleamattina significa stare in coda, così quest'anno ci sono andato più tardi, al limite dell'ora di chiusura degli uffici. All'ingresso, infatti, soltanto tre colleghi avanti a me, i quali, per fortuna, disbrigano velocemente la faccenda. Tocca a me, entro e, subito dietro, ecco una collega trafelata, una molto carina ma un po' algida, di quelle che non conviene troppo mostrarsi gentili perché potrebbero interpretare la cortesia come un tentativo di corteggiamento che subito qualifica il gentiluomo di turno come allupato. Così, non ho ceduto e ho mantenuto il mio penultimo posto. Penultimo perché
il segretario - un rispettabile e simpatico signore di manifesta (ma non so se dichiarata) tendenza omosessuale - ha alzato gli occhi dal suo registro ordinando:
«Chiudete la porta, che non entri più nessuno. Dopo voi due per stamani basta, è già l'una passata e devo fare la pausa pranzo. Bene, a chi tocca?».
«A me» e mi metto a lui di fronte, prima per firmare, poi per depositare i documenti in ordine, dentro le scatole di cartone debitamente contrassegnate. Mentre faccio questo, il segretario solfeggia:
«Massaro, attento a non sbagliare buco».
«No, segretario, non ti preoccupare, ché qui dentro questa stanza il buco non lo sbaglierei».
La collega algida si scioglie in un mezzo sorriso.

Aggiornamento:
Ho modificato il titolo («Lavorare non stanca») perché mi sembrava inopportuno.

martedì 18 giugno 2013

Lo sforatore di palle

Volevo scrivere un post su Beppe Grillo e su come i media classici nazionali (giornali e tv), dopo aver contribuito, sia pure indirettamente, al successo del MoVimento Cinque Stelle, stiano adesso compiendo l'opera di demolizione, decisamente causata da loro stessi perché continuamente prestano il fianco a critiche plausibili persino dei quotidiani o dei telegiornali vicini al regime berlusconiano.
Ed ecco, il punto è che decisamente assistiamo, ancora una volta, all'esempio lampante di quanto il possesso e/o il controllo dei media tradizionali determini il perdurare della merda sulla scena politica.
Non si capisce, o meglio: si capisce ma con molti porcoddio in corpo in corpo tutti dedicati ai maggiorenti del PD (giusto acronimo), come un cadavere politico sia tenuto ancora sulla spiaggia senza che nessuno gli metta un lenzuolo bianco sopra, giocandoci intorno come niente fosse: no, tutti i media gli danno voce come se la sua voce contasse, come se Lui veramente avesse ancora voce in capitolo, ne ha, dopo vent'anni, ne ha, e inaugura persino cliniche in Lombardia assieme al presidente macroregionizzato.

Cioè, uno come Berlusconi che qualsiasi cosa dice potrebbe (e dovrebbe) essere zittito da chiunque giornalista o pseudo tale con qualunque controargomento che gli spiattelli la merda ventennale da lui prodotta e niente, no, si ascolta, tg, gr, giornali, news, gli danno voce e immagine, comunicano il suo verbo e si scagliano, come un sol uomo, contro i grillini.

Volevo scriverlo e non volevo scriverlo perché non vorrei che si credesse che io difenda Grillo e la sua politica. No.
Ma l'ho scritto perché vorrei ricordare, ora e sempre, come suggerisce ogni tanto Leonardo da tempo, che Delenda Cologno: la costruzione della realtà berlusconiana è fondata sulla roccia delle televisioni; quella di Grillo, invece, sulla paglia della Rete: un soffio di vento - autocazzate a non finire - e adieu.

lunedì 17 giugno 2013

Poco umano

Io non sono capace, mi dispiace tanto, non ce l'ho fatta, ho avuto un moto di ribrezzo, forse di spavento, come se dovessi toccare qualcosa di contagioso. Devi avere pazienza, non ero preparato, la mattinata era bella, il sole caldo da presto, messo in mostra l'abbronzatura alle braccia e il muscoletto da carciofo senza spine. Saluti, strette di mano, sorrisi, commiati, qualche lacrima di conferma di un affetto determinato da una quotidianità che oramai è solo un ricordo. E voi ragazzi laggiù che mi chiamate come fossi un eroe da acclamare, state calmi, non sono così come voi pensate, sono peggio, e subito ve lo dimostro. 
Ecco, sono quello lì sullo stipite della porta ad aspettare e salutare, con un sorriso predisposto di giovialità, quando, eccoti, non mi ricordo il tuo nome, so che ci conosciamo perché in pratica lavoravamo, con due compiti diversi, in uno stesso posto, tu eri sempre gentile e io pure, quelle conoscenze senza significato ma cordiali, di lavoro insomma, senza nessuna pretesa, e ti rivedo dopo alcuni anni, riconosco i lineamenti deformati del viso tumefatto, due guance che sembrano due mongolfiere rosse, il mento sorretto da una specie di sostegno metallico che si collega ad un busto, il collo rincarcagnato, la testa zuccata da una specie di papalina color carne, la nuca completamente calva, e due occhi come due quelli di due pesci imprigionati in un acquario, che mi fissano e non mi mollano, mi chiedono senza voce una supplica, una spiegazione, e io rimango muto, dentro me un rapido collegamento mi fa pensare che questo non può essere frutto di un incidente, dev'essere qualcosa di più e di diverso, una lunga malattia, un cancro, ma che cazzo, io non ce la faccio a chiederti il perché sei ridotta così, mi limito a un timido e insulso "come va", ma subito devio il discorso, non mi ricordo neanche il tuo nome, capisci, e tu sì, mi chiami per nome, mi dici che sono ingrassato, mi chiedi come mi trovo nel posto di lavoro dove ora sono, tu pensa, e io che ti dico, ma non ti dico, non escono le parole, le parole le parole te le scrivo ora, che non esiste che il male di merda possa questo sulle persone, che le costringa a una prigione di merda, a una vita di merda, a una sofferenza inutilmente di merda, lasciami andare le mani, ti prego, non ne posso più, non riesco più a guardare la tua faccia, devo uscire, devo lavarmi la mani, devo bere, allontanarmi, correre.

Il decreto del Fare

È da ieri che mi frulla in testa il Decreto del Fare e pure il fatto che Berlusconi ne tessa lodi perché, da Uomo del Fare qual è, quando le cose si fanno per lui va sempre bene, soprattutto se le cose che saranno fatte non lo disturberanno troppo sul lato degli affari suoi.

In un primo momento, tuttavia, la prima cosa in assoluto che m'è balenata in mente col Decreto del Fare è stata una poesia di Ceronetti, da me già usata, quasi cinque or sono, per un post, dedicato al Pd (ma tu guarda che combinazione). 
La seconda cosa, invece, è stato il riaffiorare di una mia poesia giovanile che - ho controllato sommariamente - non mi sembra di aver ancora trascritto su queste pagine:

Cosa farò da grande?
Cosa farò?
Cosa?
Boh.
Eppure io avrei voglia di essere.
Cioè: «La via del fare è 
l'essere», disse Lao-Tze.
Embè?
Forse che essendo farò?
Boh.
Proverò a lavorare in Perù.
Però.
E i soldi per arrivarci?
Arrivederci.
Arriverò?
Non so.
Se poi tu mi aiutassi a fare
le valigie il mio cuore
si aprirebbe
e sorriderebbe di gioia.
Ahia, mi hai fatto
male con quel pizzicotto.
È già pronto il fagotto?
Stabilisco o stabilirò?
Ho la testa piena di enigmi.
A Stoccolma, my babe,
ti aspetterò.

A Stoccolma non ci sono mai stato, però quell'estate di tale poesia (mi sembra il 1985, anno in cui uscì Cosa succede in città) conobbi, a Milano Marittima, una svedese, non troppo alta, coi capelli scuri e riccioluti, baciava bene, io meno, ma non c'era verso di andare aldilà dei baci per delle ragioni che ora non è il caso di raccontare qui. Si chiamava Catherine, come mia madre, ma in italiano, ché mia mamma non è svedese.

Terza cosa che mi provoca il Decreto del Fare: la noia, la vacuità, il farniente (per niente dolce).
Quarta e ultima cosa (ché ho sonno): nel redigere il Decreto del Fare il governo ha telefonato a Dario Fo? Oppure, è stato redatto interamente dal ministro Emma Bonino (dacché conosceva bene Adele Faccio) e dal sottosegretario Ilaria Borletti Buitoni in qualità, quest'ultima, di ex presidente del Fai?

Se per fare bastasse un decreto sarei molto più esecutivo.

domenica 16 giugno 2013

Sorvoliamo

Le Monde, 16 giugno 2013
I tre costruttori aeronautici europei, Dassault, EADS e Finmeccanica, riusciranno a ottenere una risposta favorevole dai loro rispettivi governi? Io mi auguro di sì, in fondo un bel paio di droni farebbero comodo anche all'Italia per controllare questo paio di, ehm, sorvoliamo, è il caso di dirlo.
È indubbio, però, che nel Decreto del Fare male non ci starebbe un finanziamento specifico per Finmeccanica, dato che consentirebbe alla società partecipata dallo Stato di rispettare la sua Vision e Mission (ma vaffanculo, va):
Quant'è bella Finmeccanica che si fugge tuttavia: infatti, girovagando nel suo portale, si può scoprire la Composizione dell'azionariato:
Dunque, per capire: allo Stato, tramite il Ministero delle Finanze, appartiene il 30,2% della quota azionaria. Una cosa non mi è chiara: le percentuali della Distribuzione geografica del flottante dell'azionariato istituzionale fanno riferimento soltanto al 46% degli investitori istituzionali, vero? Inoltre, quali sono le istituzioni straniere, nella fattispecie quelle del Nord America, che posseggono una così cospicua quota di azioni? Infine: investitori istituzionali e investitori individuali potrebbero accordarsi per mettere in minoranza il Ministero delle Finanze?

sabato 15 giugno 2013

Desiderare la felicità


Elio Vittorini, Uomini e no, (1945) edizione Mondadori, Milano 1975. 
No, non è per questo, anche se non sono la ragazza, quindi non so se mi è lecito rispondere. Il senso della vita non è necessariamente legato alla felicità. La felicità è un accessorio, a volte di lusso, a volte determinato dall'insipienza o dall'idiozia. Non è necessario essere felici, e che due palle essere felici. Come fai ad accorgerti che sei felice? Come puoi pretendere, presuntuosamente, di dichiarare al mondo “Io sono felice, questo è quello che conta”? Non bisogna lottare per la felicità, insomma. Per la giustizia, meglio. Ma la giustizia rende felici? No, rende consapevoli che esistono nel mondo, non solo privato, circoscritto al sé, delle ingiustizie, delle storture, delle sopraffazioni, diciamo («Mi sento tanto D'Alema quando dico “diciamo”». «Non lo dire, allora»).
Ma esiste una Giustizia valida per tutti, che potrebbe essere perseguita senza determinare altra ingiustizia? No; il perché è facile da intuire, vi prego di risparmiarmi lo sforzo di spiegarlo.
«Sforzati con un esempio minimo, soprattutto perché la tua intuizione non sia fraintesa».
«Ok, ci provo. Ogni “rivoluzione” determina un'ingiustizia per chi la subisce. Se «la storia di ogni società finora esistita è storia di lotta di classe» (cit.), va da sé che ogni classe che lotta per un tipo di giustizia diverso, sarà considerato ingiusto dalla classe avversa».
«Dunque, a buon diritto, può dichiararsi felice soltanto colui che appartiene alla classe dominante? E, di conseguenza, la classe dei dominati è composta da infelici?»
«Sotto l'aspetto della vita comoda, sì. Ma lascia da parte il concetto di felicità e concentrati su quello di giustizia. Il problema fondamentale della storia dell'umanità è che, finora, ogni classe dominante (in maggiore o minore gradazione) ha determinato sempre una condizione d'ingiustizia e, se vuoi, d'infelicità nella classe dei dominati, tenendo conto che, quest'ultima, è la classe alla quale appartiene la moltitudine di umani».
«Intendi dire che il dominio appartiene sempre e comunque a una élite?».
«Sì. Che il potere appartenga al popolo è la farsa più raffinata della rivoluzione borghese (nonché, a suo tempo, di quella socialista sovietica, cinese, eccetera, rivoluzioni sì popolari ma che, nel volgere di pochi anni, hanno prodotto infelicità, ovvero ingiustizia per il popolo)».
«E dunque, secondo te, una corretta realizzazione di giustizia popolare diffusa si potrebbe ottenere solo a scapito della giustizia riservata alle oligarchie (politico-finanziarie) al potere?».
«In un certo senso sì, ma non per riprodurre, sotto l'egida di altre divise (o casacche), lo stesso schema».
«In pratica se vai dai Riva o dai Lucchini o dai Marcegaglia o dagli Squinzi o dai Barilla o dagli Agnelli o dai Berlusconi (per restare in Italia) e gli togli, a tutti, equamente, il quasi tutto che hanno accumulato (lasciandogli solo un po' di pelo sui coglioni), compi sì un'ingiustizia, ma limitata e  a favore di una più ampia giustizia».
«Sì. Tutto questo però senza garantire la felicità al popolo. Cioè, togliamo loro tutto, ma lasciandogli pure, ad esempio a Lapo e a Marina, la felicità».
«Certo che non sarebbe male come prospettiva».
«Allora, orsù».

P.S.
Post ispirato dal ritorno di Minerva Jones, nello specifico dal titolo di questo suo post.

venerdì 14 giugno 2013

Alletto Letta

«Innata casistica dell'uomo, quella di cambiare le cose mutandone i nomi! E di trovare un sotterfugio per infrangere la tradizione rimanendo nella tradizione, laddove un interesse diretto abbia dato la spinta sufficiente». Karl Marx, ( Citato in Friedrich Engels, L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato.)

Uno dei compiti primari che s'è impegnato a svolgere e (speriamo) a risolvere Enrico Letta è porre rimedio alla disoccupazione, soprattutto la disoccupazione giovanile (ci rientrano anche i cinquantenni, vero?).
Oggi, per esempio, «ha alzato la voce nei confronti di Bruxelles», cioè ha urlato: 
Bruxelllllllessss!
poi ha ammonito:
«Non abbiamo più tempo, bisogna agire subito. Da qui a un anno ci saranno le elezioni europee e senza un cambio di passo il rischio è che i cittadini ci regalino il Parlamento più euroscettico della storia [...] sarebbe un disastro per tutti se i cittadini europei non riacquistassero la fiducia nell'Ue».
Sottovoce, infine, il Presidente del Consiglio dei Ministri ha buttato là una soluzione, in teoria la più semplice ed immediata, ovverosia - come riporta l'articolo redazionale di Repubblica - riuscire a
“coinvolgere la Banca Europea degli Investimenti e le Casse Depositi e Prestiti dei vari paesi nelle iniziative di contrasto alla disoccupazione giovanile.”
Si tratterebbe, insomma, di aumentare la spesa pubblica, prendendo i soldi là dove sembrano essere.

Siamo fiduciosi e ammettiamo che l'Unione Europea consenta questa “spesa” ai vari governi nazionali: bene, il governo italiano ha già pronto un piano? I disoccupati giovanili in quale settore lavorativo saranno occupati? Nel settore pubblico, immagino. Nel terziario, insomma. Nello specifico, in quali enti? Nei comuni, nelle province, nelle regioni? Nella sanità? Nella scuola? Nei beni culturali? Nell'esercito?

Postilla personale per dare una chiusa a un post che non mi sembrava chiuso.

Nel periodo che va dalla mia maturità scolastica sino al posto di lavoro a tempo indeterminato, tra alcuni periodi vagabondi (disoccupazione compresa) e lo studio, ho svolto diversi lavori a tempo determinato, nella maggior parte dei casi presso enti pubblici durante il periodo estivo. A quei tempi, oltre che studente, ero altresì iscritto all'ufficio di collocamento (si poteva, non so se ancora si puote): a giugno mi presentavo e guardavo le offerte di lavoro per l'estate. C'erano diversi comuni che cercavano vario tipo di personale, dall'aiuto necroforo al vigile urbano, dal cantoniere allo spazzino. Io me li sono fatti tutti e non è che avevo “accosti” o “spintarelle”; no, è che, un tempo, i comuni, o altri enti pubblici, avevano soldi per assumere personale a tempo determinato per continuare a erogare i loro servizi, consentendo così ai dipendenti stabili di fare ferie. Erano tempi d'oro? Può darsi. Io, in parte, mi ci sono mantenuto nel resto delle stagioni, anche perché abitando coi miei non avevo particolari spese, me li tenevo tutti per me gli stipendi, addirittura una volta, a fine mandato, mi permisi persino di comprare un Bot semestrale da 5 milioni di lire, per avere, se non ricordo male, duecento/duecentocinquantamila lire di interessi anticipati (funziona sempre così il sistema?).

Chiusa postilla, ritorno su Letta: perché, evitando sotterfugi, non parla chiaro e dice chiaramente: “L'unico modo attuale che riesco a immaginare per occupare giovani stipendiandoli è di assumerli nel servizio pubblico”. Ma il servizio pubblico chi lo paga? Dove si recepiscono le risorse? Di chi sono i soldi della Cassa Depositi e Prestiti o della Banca Europea per gli Investimenti?
Oddio che sonno. A letto, Letta.

giovedì 13 giugno 2013

«Per restare sospesi da un'altra parte»

La ragione fondamentale per cui un vip dell'informazione come Mentana ha abbandonato un social network come Twitter ce la spiega qui Luigi Castaldi con un post magistrale.
Per parte mia, ne intravvedo un'altra: i vip dell'informazione, ne siano consapevoli o meno, fanno da filtro tra chi esercita il potere e chi lo subisce. Essi sono mediatori, mezzani che cercano di accordare la voce del padrone e la voce del popolo, nella corale del sistema dove tutto è sapientemente organizzato perché tutto cambi affinché tutto resti come prima (cit.).
Spesso, i prosseneti, dopo aver consumato opulente libagioni ai banchetti top del top dei Signori, scendono in piazza a far due passi, per digerire: e subito vanno a braccetto col popolo, perché loro sono dalla parte della gente, dell'informazione, del cittadino che dev'essere informato sui fatti della politica e dell'economia. E quanto sono disposti a convenire col pubblico che il sistema è da riformare, che lo Stato non funziona a causa dei politici ladri e buoni a niente, che parassitano denaro pubblico per i loro viaggi alle Maldive o case a Montecarlo! Come sono brutti questi politici qua, arrivano a dire dalle loro tribune, come non riescono a risolvere i problemi della gente, come bisognerebbe fare piazza pulita, per dare al paese un efficiente Servizio Pubblico.
Pensiamoci bene: da quanti anni in Italia vengono denunciati i misfatti della pubblica amministrazione, della malagiustizia, malasanità, malaistruzione, della criminalità organizzata e affini, dell'evasione fiscale? A che pro? Perché tutto cambi affinché tutto resti come prima (ricit.)
Ma per ritornare alla mia idea su Mentana e il suo abbandono di Twitter:  se usato in modo intelligente (non alla Pigi Battista, per intenderci), Twitter consente un migliore feedback tra informatore e informato, tra battitore e ricevitore: cosa c'è di meglio che fare una battuta, scrivere un tweet veloce che vieppiù dimostri ai miei follower la brillantezza e l'acume che certificano il mio essere vip? Il problema è che le battute non vengono solamente ricevute, applaudite ed emendate, ma anche criticate, controbattute, a volte, con delle risposte che offuscano la brillante intelligenza del professionista dell'informazione. Ed ecco: non sono gli insulti e le offese ad infastidire il vip, no: è lo scoprire che niente giustifica il fatto che lo sia.

mercoledì 12 giugno 2013

Voglio trovare un senso a questa sera

- Stasera non ho voglia di scrivere.
- Bugiardo.
- Perché bugiardo? Non ho voglia di scrivere punto.
- Hai voglia di scrivere, virgola.
- La sera, stasera, è più tiepida, la prima forse che fa credere giugno.
- Il cielo, l'hai visto, prosegue la luce di un tramonto che non vuole spegnersi.
- Allora, scusa, dato che non ho voglia di scrivere, continua tu a comporre immagini serotine.
- Perché? Hai qualcosa da fare di più urgente?
- Di uscire da questa consuetudine, almeno stasera.
- Per ricavarne che cosa? Riposo? Ma se sostieni che ti stanca di più la pagina bianca.
- Complimenti per la rima baciata.
- Non era voluta. Non si è evoluta, è rimasta al primo stadio.
- Cosa mi racconti?
- Sei tu che devi raccontare, non invertiamo i ruoli.
- È più simpatico conversare con Dio che con te.
- Ma io esisto.
- Sei il mio doppio.
- Sì, il tuo doppio frammisto.
- C'è una parte di te che reclama.
- Ce n'è una di te che invece sta quieta.
- Statte quieto.
- Già. Una collega di Napoli stamani, per circostanze che sarebbe tedioso riportare qui...
- ... io amo il tedio...
- ok, ma ora non è il caso, insomma, ti dicevo, la collega mi ha detto in napoletano: «Perché ti vuoi grattare se non ti prude?».
- Giusto. Ma sei sicuro che non ti prude?
- No, almeno credo.
- Nemmeno un pochino... da uno a novanta, su, quanto ti potrebbe prudere?
- 21.
- ‘A femmena annura.
- Domani la gioco.
- Domani un altro giorno arriverà.

Falsa modestia

*
E vabbè, lo ammetto: le mie scapole sono molto più belle.

martedì 11 giugno 2013

Un minuscolo e velocissimo grillino


«Mi pavoneggiai; girai lentamente su me stesso, alto come una montagna, visibile a miglia di distanza, facendo ruotare il cerchio del manto, tintinnare le fibbie, scalciare e fulminare gli sproni. Mi feci un cavallo a dimensione di un macigno, e percorsi vociando e nitrendo le pianure, estrassi spade e librai lance, inventai giganti che uccisi e disfeci in nebbia. Mi circondai di trombe e di violini, mi mossi con attori, maschere, burattini, animali da circo, esseri mirabilmente deformi, risi sgangheratamente, mi diedi manate su gigantesche cosce di metallo, fui luminoso come un gong grande come il sole e capace di affrontare lo sguardo. Feci correre cani, simulai gare, e gridai, sempre scrutandomii attorno, in cerca dell'altro. Più di una volta lo intravidi, non più: minuscolo e velocissimo. Ma nulla che mi facesse credere fosse affascinato da quella grandigia demente».

Giorgio Manganelli, Agli dèi ulteriori, Einaudi, Torino 1972.

E così il blogger più famoso e seguito d'Italia, fondatore, insieme all'impresario Casaleggio, del M5S, per replicare a una senatrice del movimento che lo ha criticato circa la sconfitta elettorale alle ammistrative, domanda ai suoi lettori e sostenitori, se è lui il problema o se invece sono i minuscoli e velocissimi parlamentari grillini che, sembra, osano acquisire una certa autonomia di pensiero critico nei confronti del loro mentore supremo.

Trovo divertente la faccenda, perché un blogger, di solito, una domanda del genere «sono io un problema?» se la pone ogni spuntar di luna, ma - appunto - la pone a sé per tentare di dare risposta ai consueti disagi esistenziali che costellano la vita di un pensatore dilettante.
Invece Grillo pone la domanda al suo pubblico (la Rete) perché ha voglia di farsi dare ragione da questo, dalla moltitudine, non gli basta la sua di convinzione di essere - come egli crede indefessamente - nel giusto.
E se dai suoi commentatori emergesse che, inaudito! - fosse veramente lui il problema, avrebbe il coraggio di risolversi?

Pit Stop

Photo Brian Duffy The Pirelli calender, 1973

Quarant'anni fa Pirelli aveva una maggiore aderenza nelle curve.

Mi viene voglia di fare un inciso



«Quando il capo non è in campo personalmente, con il suo nome sulla scheda e la sua faccia in tv, il Pdl annaspa»

Vero: la faccia (a merda) al party del Colosseo non è stata sufficiente.

N.B.
Il titolo si riferisce a quanto dice B. a 2'35".

lunedì 10 giugno 2013

400 blog senza adesivi

«400 blog con l'adesivo del Fatto Quotidiano sono il Fatto Quotidiano. Il lettore li percepisce come Fatto Quotidiano». Leonardo Tondelli

Sarà forse per questo che, dei quattrocento, io non ne seguo nemmanco uno? Ma non solo perché sono del Fatto Quotidiano: io, a parte alcune meritevole eccezioni (Giglioli, per esempio), non seguo alcun blogger che scrive sotto l'egida di un giornale importante, perché il blog dev'essere indipendente da tutto, giusto la piattaforma che ne consente in modo neutro (non so fino a che punto) la pubblicazione, e poi via, avanti, si facciano le pubblicazioni io sposo l'idrolitina del cavalier cazzoni.

Vedete a cosa serve uno spazio personale che non deve sottostare, per principio, a qualche censura? Anche lo scrivere cazzate come quella sull'idrolitina, per esempio, se io fossi un blogger che scrivesse per il Fatto non avrei potuto scriverla, me la sarei dovuta ingoiare; invece a me piace buttare (quasi) tutto fuori, l'autocensura avvenga su basi nobili, non su quelle ignobili, tipo trattenersi per ragioni di decoro di testata.

A cosa servono Quattrocento blog e, in fondo, chi davvero si perita di seguirli tutti perché hanno un determinato sigillo editoriale? Non lo so, ma io, contrariamente a Leonardo, mi sforzo di credere che non esista il lettore medio, io non ci penso ne esista uno al quale rivolgersi in determinati modi che solletichino il suo essere nella media, se dovessi scrivere pensando al lettore medio gli farei il dito medio,
- Maestro, Peter mi ha fatto il terzo dito.
- Quale sarebbe?
- Questo.
- Bene, rifaglielo.
«Quando pubblicare – l’atto di rendere pubblico qualcosa – smette di essere complicato e diventa facile, la gente abituata al vecchio sistema spesso considera la pubblicazione da parte di dilettanti frivola, come se pubblicare fosse un’attività intrinsecamente seria. Peccato che non lo sia mai stata. La pubblicazione andava presa sul serio quando i costi e l’impegno richiesto costringevano la gente a prenderla sul serio – se commettete troppi errori fallirete, proprio come nel Cinquecento. Ma se questi fattori scompaiono, allora scompare anche il rischio. Un’attività che sembrava intrinsecamente preziosa si è rivelata solo accidentalmente preziosa, come ha dimostrato il cambiamento nel sistema economico.» Clay ShirkySurplus cognitivo, Codice edizioni 2010, p.45 
La citazione di sopra è presa da un Bimbo Sumero restato un paio d'anni sotto la sabbia - adesso è felicemente riemerso con un post che invito a leggere e dal quale prendo spunto per lanciare una definizione (abborracciata) di blogger come colui, o colei, che, dopo aver raccolto “dati” tutta la vita, sente l'urgenza di esprimere/pubblicare la sua visione (un modo più raffinato per dire che ha voglia di sparare cazzate in pubblico).

In fondo rendere pubblico qualcosa non è più complicato, anche per gli analfabeti di ritorno pubblicare non è mai stato così facile: c'è spazio per tutti. In fondo, quand'anche pubblicisti professionisti, dalle loro postazioni editoriali, scrivono banalità e insulsaggini, è giusto - per chi non s'accontenta, a chi sta stretto il ruolo di lettore medio - provare a dar aria alle parole facendole uscire dalla gabbia dei luoghi comuni del pensiero confezionato apposta per rincoglionire.

È finita un'era di stronzini.


«L'orda barbara della sinistra non si ferma mai». Sarà, ma è la prima volta che, nel radicchio, vedo prevalere il rosso.

domenica 9 giugno 2013

La pioggia di giugno

Oggi mi sarebbe piaciuto avere un fucile per sparare alle dispettose nuvole che hanno orinato pioggia tutto il pomeriggio. Ma il fucile non ce l'ho e allora ho sparato questi versi.

La pioggia di giugno affoga i pensieri
li tiene sott'acqua come balenotteri
che stanno in apnea giorno e notte -
poi tornano a galla a respirare alteri.

Come fosse una cosa normale stare
giorni e giorni sotto una pioggia che pesta
i suoi milioni di piedi sulla nostra testa
e non sappiamo contro chi o cosa protestare.

Se piovesse pelo tagliato dall'estetica
di ascelle, gambe e pubi muliebri
l'aria sarebbe cento volte meno umida

E senza bisogno d'indossar costumi
faremmo festa, saremmo lieti ed ebbri
di qualcosa che non bagna ma solletica.

Acquisterebbe così senso la domenica
ché svanirebbero le febbri
di nostra crisi isterica.

Li ho spediti anche a Giulio Mozzi, qualora li ritenesse degni della serie (Tipi umani) da lui meritoriamente inaugurata.