martedì 31 dicembre 2013

Sognando California

*
Chinata, di spalle a California, la faccia che incerta non osa ancora tuffare il guardo sul Pacifico troppo pieno di luce che dispera. Le costole sono quelle, si contano e si vorrebbero dita potessero accordarle come corde di un'arpa. Che stupida la paura di suonare male il proprio corpo. Lo sai, non lo sapevi, ti accontenti di scoprirlo. Non è male però, per un certo verso, in modo limitato e senza troppo crederci, possedersi. È la presunzione di un attimo, quanto basta per coglierlo e dirsi, ecce homo, come si diventa ciò che si sperava di essere.

lunedì 30 dicembre 2013

Racconti delle osterie di fuori porta

Pranzo in una trattoria. Dato che ero solo, il trattore mi ha detto di accomodarmi nel mezzo tra due tavoli, ove si trovavano seduti altri commensali.
La cosa in sé non mi è dispiaciuta, preferisco intrupparmi, anziché sedermi tristemente in un angolo (tanto più che non avevo con me alcun libro o il kindle). Alla mia sinistra tre uomini che, all'apparenza, potevano essere degli artigiani, tipo elettricisti o idraulici. Alla mia destra altri due uomini, più giovani, uno, con un vistoso tatuaggio sul collo, dalla mise sembrava un muratore; l'altro, con un'acconciatura destrorsa - capelli rasati ai lati e, sulla vetta, un toupet biondo orina - coi vestiti imbrattati di tintura, presumo imbianchino.

Stralci rubati di conversazioni.
Tavolo dei tre.
- Dove vuoi che vada domani, mi toccano i figli, la madre vuole uscire con le amiche; ma non importa divertirmi di Capodanno: sto meglio con loro, sono ancora piccoli.
- Ti capisco. Anch'io sono diviso da un po' da quella maiala di mia moglie.
- Ah, sì? E in che termini siete rimasti?
- Di merda. M'è rimasta per fortuna la casa che era segnata a mia madre, ma quella che avevamo comprato insieme e che praticamente avevo pagato io, dato che lei non lavorava, beh, è toccata a lei. Il problema è che mi tocca passarle uno botto di alimenti. Non vedo l'ora che i miei figlioli vadano a lavorare così, madonna serpente, la dovrà andare a lavorare anche lei, perché col cazzo che le renderò un quattrino.
- Ma senti che puzzone le donne. Per fortuna la mia per ora capisce la situazione e non pretende più di quanto posso, anche perché ha ancora i suoi che sono benestanti e la aiutano. Il fatto è, lei lo sa, che da quando mi ha mandato via di casa mi devo pagare l'affitto e sono settecento euro al mese.
- Eh, si fa male. Io ho avuto in eredità la casa dei miei, sono figlio unico e mia madre è morta due mesi fa. Il punto è che lei mi faceva tutto: da mangiare, lavava i panni, mi stirava, le pulizie, tutto. Poi sei mesi fa s'è sentita male e non è stata più capace di far niente. Sono stati mesi durissimi, fra ospedali, cure, il lavoro che non potevo lasciare. M'è toccato prendere una badante, una filippina di trent'anni. E nella disgrazia ho avuto fortuna. Tanto che, anche se mia madre non c'è più, lei è rimasta.
- E tu hai la badante?
- Sì, ma la trombo anche.
- Cazzo, ma se lei ha trent'anni, ha la metà dei tuoi.
- E cosa importa? (si fruga dentro il giubbotto, estrae una scatola di compresse). Vedi? Basta avere il cuore buono, con queste la trombo due volte per notte.
- Ma racconta com'è andata che lei sia rimasta. Le piaci?
- Piacere... boh. Diciamo che ci siamo affezionati. Vedi, dopo la morte di mia madre, lei era preoccupata, non sapeva dove andare, ha tre figli da mantenere nelle Filippine, uno dei quali handicappato; stanno coi nonni, dato che è vedova (così mi ha detto, mi pare sincera). Io le ho fatto una proposta: «Ti do duecento euro al mese, più non posso [prima le davo praticamente tutta la pensione di mia madre] e tu stai qui a casa finché non trovi un lavoro o un'altra sistemazione. Se ti va, fai un po' di pulizie». Lei ha accettato. Dopo un paio di settimane dal funerale, l'ho portata a mangiare una pizza e, la sera stessa, siamo andati a letto insieme.
- E avevi già il Viagra pronto?
- Sì, quello lo usavo per andare di tanto in tanto a puttane. Ma a parte questo: sai cosa mi ha fatto quella stronza della mia ex moglie? Quando ha saputo che a casa mia ci abitava qualcuno, ovverosia la badante, lei ha mandato (dico con sicurezza che è stata lei, chi altri sennò?) i vigili a casa per far verificare che alla filippina non fosse scaduto il permesso di soggiorno.
- Sarà gelosa?
- Macché: è perché - sono convinto - lei mira ad avere... (squillo del telefono: il signore si alza e la conversazione s'interrompe).

Tavole dei due.
Imbianchino: - Allora, non ti si vede più tanto spesso la sera fuori.
Muratore: - Eh, che vuoi, la sera sono stanco, è un lavoro che t'ammazza di fatica.
I.: - E che fai a casa? Internet? Guardi la tv?
M. - No, di solito, dopo cena, doccia e via a letto a leggere un libro.
I. - Un libro? Davvero? E che hai letto di bello ultimamente?
M. - Ho finito, da poco, I miserabili. Ieri sera ho iniziato l'ultimo di Vespa, Sale, zucchero, caffè.

Nel mentre, passa un cameriere coi denti radi - Lo volete corretto?

M. - No, niente caffè. A me una grappa.
I. - Anche a me.

Io, intanto, attacco il filettino.



domenica 29 dicembre 2013

La fine dei fogli appallottolati e strappati

È sdraiata sul pavimento e sta leggendo. Attorno a Liza ci sono dei fogli appallottolati e strappati. Non ci fa particolarmente caso, finché non ha il sospetto che siano fogli del suo lavoro. Si precipita in ginocchio, ne afferra uno, due, tre, li guarda e ha la conferma. Resta per un attimo senza fiato, l'indignazione lo rende muto. Liza lo guarda calma, sorridente, interrogativa e sorpresa:
«Tutta la storia del bagno turco. Ho creduto... ».
L'ira di Fabro scoppia come un tuono: «Che hai creduto! Come ti permetti di credere! Come puoi osare una cosa simile!».
Liza Baldwin: «Io pensavo...»
Fabro: «Non devi pensare! Chi sei tu per strappare quello che io scrivo? Rispondi? Chi sei?».
L'ha afferrata per il collo della camicetta, la stringe, scuotendola. Chiude gli occhi per impedirsi di picchiarla, poi di colpo la lascia, raccoglie i fogli strappati (la sola copia che gli resta!), si alza, sempre furioso, smozzicando le sue proteste, ripetendole con maggior forza, battendo i pugni sul tavolo. Liza sta salendo rapidamente la scala che porta alla camera da letto.
Fabro la vede fuggire, prende i fogli ne spiega e ne stira qualcuno, la sua ira comincia a sbollire.

Ennio Flaiano, Il gioco e il massacro, Rizzoli, Milano 1970

Una scena simile oggi non sarebbe proponibile. O meglio, non da oggi, ma da tanto tempo, oramai. Diciamo un tre lustri buoni stando stretti (da poco, infatti, come ha ricordato Stefano Bartezzaghi sulla Repubblica odierna, si celebra il trentennale del rilascio di Word).
Oggi, dunque, Liza Baldwin non avrebbe potuto strappare alcun foglio a Fabro. Avrebbe potuto sfasciargli il compùteroma, se Fabro non fosse stato uno sprovveduto, nel senso che, come da un paio d'anni almeno si suole, avesse conservato una copia del suo lavoro in una nuvola qualsiasi, neanche questo sarebbe servito alla di lei vendetta del bagno turco.

E quindi? Allo stato presente, la miglior cosa, per Liza, sarebbe trafugare la di lui password per modificare o, peggio, cancellare i suoi file... Ma vabbè, tutta la scena assumerebbe un aspetto diverso, ira di Fabro compresa, ira che non avrebbe modo di sbollire prendendo i fogli da terra, spiegandone e stirandone alcuni...

sabato 28 dicembre 2013

Il riformismo

La trave

Vedi la trave laggiù sul pendio
sporgente storta dal suolo e, ahimè,
troppo grossa, troppo stretta, troppo corta, troppo lunga.
Una volta, s'intende, era grossa,
sottile, lunga, corta abbastanza
e con tre altre reggeva un tetto.

Bertolt Brecht, Poesie 1938-1941, Einaudi, Torino 1992

Il titolo è mio, arbitrario e, forse, poco pertinente. Dovrei fare una parafrasi per spiegare cosa intendo. La faccio.
Le quattro travi che reggono il tetto sono i quattro principi fondanti la democrazia liberale “moderna”: libertà, fraternità, uguaglianza, giustizia.
La trave che il poeta vede «laggiù sul pendio / sporgente storta dal suolo...» quale che sia il principio che rappresenta (per me è l'uguaglianza che è andata completamente a farsi fottere, ma è giudizio mio personalissimo) è la prova che il tetto non c'è più: sulla democrazia piove e tira vento.
Il riformismo, la pratica che, in varie sfumature, dal dopoguerra a oggi, la politica ha adottato per tenere in piedi la casa democratica, non è più sufficiente a garantire quei principi su cui la democrazia si fonda - e questo perché, anche volesse, non può più garantire quel progressivo aumento (o, al limite, mantenimento) di benessere al maggior numero di individui/cittadini, ai quali - come dichiarano le Costituzioni - appartiene la sovranità. 
Per ricostruire il tetto della casa (democratica), riutilizzando le quattro travi (i quattro principi) ognuna per il verso giusto, occorre cambiare paradigma. Disgraziatamente, i politici e gli economisti hanno gli occhietti troppo strabici per dirigere lo sguardo verso le reali cause della crisi economica e sociale. Anche se questo è perfettamente comprensibile: come per ipotizzare che era il Sole a stare fermo, e non la Terra, occorse rinunciare al primato di porre la Terra al centro dell'universo; come per dar credito all'idea pericolosa di Darwin (a proposito: ieri, 27 dicembre, anniversario della partenza del secondo viaggio sul Beagle: 27.12.1831), occorre (parlo al presente per le note idee malsane di chi rifiuta la teoria dell'evoluzione) rinunciare a credere che l'uomo sia una specie “esente” dalla selezione naturale e dall'evoluzione; così adesso per ipotizzare un sistema alternativo al modo di produzione capitalistico, occorre per prima cosa metterlo in discussione, rilevarne le sue contraddizioni e i suoi limiti insormontabili. Il compito, tutto sommato, non sarebbe neanche difficile, in quanto è già stato svolto, mirabilmente, da Karl Marx. L'errore imperdonabile di non rileggere Marx, e di non rimetterlo al centro della discussione politica, è determinato dal fallimento del comunismo reale. È un po' come se ci si privasse di Darwin perché c'è stato il darwinismo sociale (cosa che, in un certo senso, c'è ancora, anche se mascherata dal Primo Emendamento).
Che fare? Non sono Lenin. Io mi limito a parafrasare (arbitrariamente) poeti; ma non Vendola.

giovedì 26 dicembre 2013

L'aquila è un rapace


«Alle radici della crisi v’è la stagnazione dell’accumulazione del capitale in America e in Europa, una situazione evidente già negli anni Settanta del secolo scorso. Al fine di superare la stagnazione, i governi delle due sponde dell’Atlantico hanno favorito in ogni modo lo sviluppo senza limite delle attività finanziarie, compendiantesi nella produzione di denaro fittizio.»

Devo ancora leggere l'ultimo libro di Luciano Gallino, Il colpo di Stato di banche e governi, ma questo mi sembra un ottimo spunto per comprendere i motivi delle tendenziose ricerche che il Centro Studi della Confindustria commissiona, in particolare l'ultima pubblicata sulla necessità di porre fine, definitivamente, al capitalismo di Stato.

Confindustria ha tutte le ragioni sul lato dello sperpero di denaro pubblico ai fini di mantenimento «del consenso politico attraverso l'elargizione dei posti di lavoro», e dell'inefficienza strutturale che ne consegue. Ma quando scrive che per lo Stato «sarebbe prioritario dismettere gli enti o comunque azzerare i costi per le pubbliche amministrazioni di quegli organismi che non producono servizi di interesse generale» mi viene da pensare, malignamente, che le dismissioni statali sono diventate una priorità perché il capitalismo privato deve trovare una via alternativa ove investire gli stagnanti capitali accumulati. Perché i capitali ci sono, come testimonia, sempre dal Sole, Marco Fortis.
Gli italiani (soprattutto i capitalisti) hanno il diritto dovere di ricominciare a spendere (investire) in cose concrete (mica in quei cazzo di derivati, anche se poi le perdite le ha ripagate lo Stato, anzi: gli Stati): qual miglior cosa è comprare e diventare padroni di cose che, in teoria (molto in teoria) dovrebbero appartenere a tutti?

Sia il vostro parlare sì sì, no no

Caffè dopo pranzo, ho acceso la tv, Rai Storia (non perché fa figo, ma fuggire la noia della contemporaneità). C'era Viaggio in Italia, “Piemonte. Piemontesi di penna e pennello”, bellissima trasmissione che ha mostrato ritratti di Guido Gozzano, di Felice Casorati; poi anche una recensione-stroncatura televisiva di Guido Davico Bonino (non so se seria fino in fondo, mi è sembrato di sì, roba inverosimile a pensarci oggi) al libro A che punto è la notte, di Fruttero-Lucentini, con annessa intervista a Freccero. E, di poi, l'intervista di Lucia Borgia a Primo Levi (1, 2

«Primo Levi, lei è ritornato e ha scritto un libro sul viaggio di ritorno, La tregua. In questo libro dice: “Sentivamo fluire nelle nostre vene il veleno di Auschwitz”. Ecco, questo veleno, lei la conserva ancora qualche goccia di questo veleno?»
«No, direi proprio di no. Sono passati molti anni, non invano; ho molto pensato su questo argomento, fa parte di un certo mio modo di vivere il riferirmi, per tutte le mie esperienze posteriori, a quell'esperienza fondamentale. Questo veleno è esorcizzato, non scorre più nelle vene. Allora sì, in quel momento sì...»

Era tanto che non sentivo gli occhi inumidirsi davanti alla tv.

mercoledì 25 dicembre 2013

Devo aprire e chiudere una galleria d'arte

Jekaterina Nitikina
Fosse per me, nell'altro occhio metterei un po' di Bacon.

Daniel Gonzalez
Non capisco perché colei che poteva appoggiar la testa molto più comodamente sembra invece distaccarsi dal morbido cuscino di colore.

Ecco l'albero (montato male):



Jean-Paul Four
Per concludere, ho approfittato del regalo di Erika.
Da quanto ho capito, mi sa che, nell'eventualità, lo girerò da solo. Bertolucci dixit.

Forza Barbara

[*]
Barbara,
con codesti capelli color fòrmica,
e lo zigomo sempre più di plastica,
Barbara, perché.

Barbara,
eppure ancor sei tanto giovane
e bella dentro come non immagini,
filosofa di Sen.

Barbara,
allo stadio rischi una squalifica
è meglio che ti presti alla politica,
credimi, perché.

Barbara,
ormai sei abbastanza carismatica
per ripercorrer tutta l'aneddotica
del padre, in pé.

Barbara,
la dolce vita a Roma è molto comica
ha perso tutto  il suo lato tragico,
provala, è per te.

Barbara,
hai il talento della diplomatica
e certo anche una miglior dialettica,
dicono, della Santanché.

Di un grillino potresti innamorarti
perdutamente e fare leggi insiem;
ma sul conflitto di interessi poi adombrarti
e cambiare amore per un giovane teodem (rit.)

Barbara,
la vita sotto i riflettori non è comoda
ma in fondo è il tuo lavoro unico,
parrucchiere compreso, ohimè.

(va da sé che il tutto va letto con la base musicale di Veronica di Jannacci).

p.s.
volevo scrivere un titolo sulla frangetta, ma poi non mi sono permesso:


martedì 24 dicembre 2013

Sociologia dei nomi

C'era un tempo che in Italia molti bimbi venivano chiamati Natale, Natalino, Natalia, Natalina.
Ora meno, quasi più.
Resistono i Cristiani, soprattutto quelli con la h e senza la i finale.
Cristiane in calo.
Aumentano i Franceschi. 
Flessione vistosa dei Giuseppi.
Benedetto a chi?
Avessi avuto un maschio mi sarebbe piaciuto chiamarlo Giorgio, ma non per Napolitano.
I nomi dicono molto di un Paese.
Chissà quanti Enrichi, quanti Mattei.
Silvi in calo?
Gesù, ch'io sappia, non s'è più chiamato nessuno (se non nel doppio nome di qualche brasilero).
C'è il veto del Vaticano?
Come si chiamava la bimba di tre (o quattro?) anni giunta morta in ospedale a Gaza?
E come si chiamava il lavoratore israeliano morto al confine?
Saleh Abou Latif, 22 anni.
Tre nomi per tre nomi.
Due occhi per due occhi.
Due mani per due mani.
Eccetera.
Rappresaglie.
Comete.
Capanne.
Mucche
Asini.
Bestie che avendo le armi sparano.
Chi nascerà stanotte sarà abbastanza figlio di puttana per farsi venire a noia tutto ciò?
No.

lunedì 23 dicembre 2013

La svolta generazionale

«L'italia, di un colpo, dal 24 di aprile, ha recuperato trent'anni nel calendario. Il 2013 è l'anno che sarà ricordato come l'anno della svolta generazionale di un paese che è sempre stato raccontato al resto mondo come un paese non in grado di produrre una leadership e delle leadership, come capita nel resto del mondo, di quarantenni.
Il nostro paese quest'anno ha compiuto una svolta generazionale [...] senza precedenti nella storia repubblicana italiana. Credo che l'unico precedente sia l'immediato dopoguerra, quando la generazione dei trentenni e dei quarantenni fu la generazione alla quale il paese intero si affidò, e si affidò per motivi evidenti in quanto la generazione precedente era stata spazzata via dal ventennio e dalla guerra.
Oggi questa generazione è messa alla prova e questa generazione non può fallire. Se questa generazione fallisse vorrebbe dire che tutti gli auspici di questi anni non sono andati nella giusta direzione. Non abbiamo oggi, come generazione, la possibilità di fallire e non abbiamo, come generazione, alibi. Oggi dobbiamo essere in grado di farcela e di riuscire a far sì che il 2014 sarà l'anno in cui compiutamente si dimostra che una nuova generazione messa alla prova è in grado di affrontare e risolvere problemi che erano lasciati lì da decennî, ventennî, trentennî.»

- Perché hai sbobinato il suo discorso?
- Perché, in quanto appartenente d'ufficio al club dei quarantenni, mi sento chiamato in causa.
- In causa? Ma cosa stai dicendo? Hai ascoltato bene? Egli parla di quarantenni che vestono i panni di leader. Orbene, tu sei un leader? Ovvero, hai una leadership in qualcosa?
- No, penso proprio di no. Faccio il posteggiatore, nel senso che scrivo, più o meno quotidianamente, post da quando ho iniziato a gravitare in questa zona generazionale.
- E non sei diventato neanche assessore? Ma lévati! 
- Dunque non sono messo alla prova e posso permettermi di fallire?
- Sei già un fallito, perché non hai mai spremuto un'oncia del tuo essere per occupare una posizione da leader e, da un palco, fare discorsi a cazzo senza nessuno che in diretta alzi la mano e te lo faccia notare. 
- Ok, ma adesso spiegami perché sei così scettico sulla “svolta generazionale”.
- Perché Enrico Letta, quando avrà cinquant'anni, sarà sempre lì.
- Tuttavia, se sarà così, non sarà quello un segno che la sua leadership non avrà fallito?
- La sua leadership, no. La prossima generazione di quarantenni, sì.

domenica 22 dicembre 2013

Bella, non ho mica vent'anni

Stamani, sul trono, mentre leggevo l'editoriale di Concita De Gregorio* (con la mente mia che ne mimava movenze della labbra e voce), avvertendo un leggero sommovimento genitale, ho lasciato scivolare la mano libera laggiù nel luogo ove il sommovimento avveniva, privo di vestimento come da prassi (infatti, è buona norma sedersi sul cesso con le mutande abbassate). E quando ho letto:
«Allora magari anche se è il sabato prima di Natale e devi andare a comprare il bagnoschiuma per tua nuora, con quei pochi soldi che hai...»
mi sono sorpreso a toccarmi nemmeno avessi per le mani Henri Miller. Purtroppo, neanche il tempo di prenderci gusto, immaginando che Concita comprasse anche l'olio per massaggi rilassanti al genero, ho letto 
«... ecco magari allora ci pensi che in Italia c’è una legge che si chiama Bossi-Fini (ha proprio i nomi di quelli che l’hanno fatta, Bossi e Fini, se ti concentri te li ricordi tutti e due)»
pluf, è diventato come un cencio. Bossi-Fini mi si sono parati davanti nei loro panni governativi (guidati a quel tempo dall'ineffabile presidente del consiglio dei ministri che tutto teneva), e inevitabile è stata ogni perdita d'eccitazione.
Concita, Concita non è giusto interrompere un'emozione; non è politicamente corretto. 

E poi, sai, senza entrare nel merito della tua indignazione (che potrebbe, a tratti, incerti tratti, essere simile alla mia), volevo dirti che se anche la Bossi-Fini venisse abolita (e io spero che sia abolita subito) e gli immigrati non si cucissero più le labbra, la loro disperazione, unita a quella dei cittadini arrabbiati vittime della crisi economica e sociale, non si risolve con buone pratiche riformiste di sinistra ispirate altresì dalla dottrina sociale della Chiesa. È un buonismo che mena il can per l'aia di una guerra tra poveri che è già in atto, guerra che va combattuta non soffocandola col sentimentalismo, ma mostrando chiaramente da che parte sta il nemico. Perché il nemico esiste e, anche se non te ne sei accorta, bella, tu stai lavorando per lui. 

*la Repubblica lo pubblicherà forse domani. Se volete anche voi leggerlo (sul water però vi ci vuole il tablet) cliccate qui.

sabato 21 dicembre 2013

Il buon babbomorto di famiglia

Due (o tre) sere fa, a Blob, ho visto Bruno Vespa presentare il suo nuovo libro affiancato da Alfano e Renzi. Alfano alla sua destra, Renzi alla sua sinistra e lui, chiaramente, al centro. Poco chiaro, anzi: molto torbido il fatto che, colloquiando, Vespa e Renzi si siano dati del "tu". Non per snobismo, ma ho trovato orribile questo fatto, più che se si fossero dati un bacio in bocca con la lingua.

***
Letta ha detto
«Lo dico a chi in Italia anziché un padre di famiglia vorrebbe Babbo Natale: io mi assumo la responsabilità della prudenza del buon padre di famiglia perché so che fare scelte che siano imprudenti è un errore e io non mi sento di far correre all’Italia i rischi che ha corso qualche tempo fa quando si raccontava che tutto era possibile».
Bravo: questo sì che è un parlare responsabile da buon padre di famiglia.
Ma quale famiglia? Una famiglia felice o infelice?
«Tutto è sottosopra in casa Italia. Il popolo è venuto a sapere che i governanti, anziché servirlo, servono se stessi e gli interessi che rappresentano, di fatto, quelli del capitale, che non coincidono - se non in menoma parte (piuttosto irrisoria a livello di componenti) con quelli del cosiddetto lor sovrano; per questo, una buona parte del popolo, ha dichiarato ai politici di non poter più vivere con loro nella stessa casa. Questa situazione dura da più di tre anni ed è ravvisata tormentosamente dai rappresentati e dai rappresentanti. (Quasi) tutti i membri della famiglia Italia sentono che non c'è senso nella loro convivenza, e che della gente che s'incontra per caso in una qualsiasi locanda sarebbe più legata fra di sé che non loro.»

E poi, fare il simpatico ricordando il caro ancor non estinto, non pronunciandone il nome, per non dar fastidio, troppo fastidio, ai compari della compagine governativa, mi sembra un ripetere le stesse frasi stanche che hanno portato il chi l'ha visto senator Monti là dov'esso si trova: nell'insignificanza.

La famiglia Italia non è più una famiglia, e il padre è un babbomorto. 
Mi viene in mente una canzone di Gaber (una delle sue più irripetibili, a livello generale, nel senso di sperare che ci sia in futuro un qualche cantautore che ne scriva di simili), dove a un certo punto canta:

«E il loro amore moriva 

Come quello di tutti, 
Non per una cosa astratta, come la famiglia, 
Loro scelsero la morte 
Per una cosa vera, 

Come la famiglia.»

Ecco, l'astrazione L'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro eccetera eccetera, mostra come la famiglia Italia stia morendo senza che rappresentanti e rappresentati abbiano il coraggio di porre fine a questa finzione generale.

- Ma ora c'è Renzi, colui che dà del tu a Vespa.
- Oppure c'è Grillo quello che lo manda affanculo.
- Oppure c'è ancora in qualche modo Berlusconi, anche se per lui è meglio tornare da Santoro.
- Oppure c'è il selvatico Salvini che si fa latore delle idee economiche alla stamina dell'economista Bagnai per uscire dall'euro ed entrare alla neuro.

Oppure... brisez la glace
Grazie di cuore a Siu per l'immagine.



venerdì 20 dicembre 2013

Glielo darei io il fuoco

BARI (Reuters) - La sesta sezione penale della Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio il sequestro di 8,1 miliardi nei confronti di Riva Fire, la holding che controlla la Ilva spa.Lo rende noto una fonte giudiziaria, riferendo che per la corte il denaro serve alla messa in sicurezza dello stabilimento tarantino.

La decisione segue al ricorso presentato dall'azienda contro la decisione del tribunale di Taranto che aveva autorizzato il sequestro preventivo di beni equivalenti a oltre 8 miliardi nell'ambito di un'inchiesta su una serie di reati ambientali perpetrati dalla famiglia Riva nell'acciaieria tarantina.

«Per la corte il denaro serve alla messa in sicurezza dello stabilimento tarantino».

Tento di capire: la sesta (una bella sesta) sezione penale della Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio il sequestro affinché la holding Riva Fire metta in sicurezza lo stabilimento?

In altri termini: i soldi sequestrati dal tribunale di Taranto, in nome del popolo italiano, erano stati sequestrati per cosa se non per riparare i disastri ambientali provocati dai Riva? Cioè: se la sesta (una bella sesta) sezione penale della Corte di Cassazione non avesse annullato ma avesse confermato in via definitiva il sequestro, gli 8,1 miliardi di euro sarebbero stati senz'altro destinati alla messa in sicurezza dell'impianto in nome di tutto il popolo italiano, nella fattispecie le maestranze dell'Ilva e della cittadinanza di Taranto.

Invece, gli 8,1 miliardi di euro tornano nelle casse della holding Riva Fire, e questo è stato stabilito in nome del popolo italiano.

Ora: supponiamo che Riva Fire degli 8,1 miliardi di euro faccia tutto quel che legittimamente vuole fuorché mettere in sicurezza ambientale lo stabilimento.

Come si usano i lanciafiamme?

P.S.
Anche i Riva in Cassazione si sono avvalsi della difesa dell'avvocato Coppi: secondo me a Berlusconi girano ancor di più.


giovedì 19 dicembre 2013

Non tutti nascono Bach

È fragile la voglia di appartenere
a un corpo che si specifica
lasciando impronte pesanti
per cercare in tutti i modi
la virtù della fossilizzazione.

Vedi che gli anni moltiplicati
non si chiamano più anni
e le parole inventate per contenerli
non s'infilano nella mente
e quindi resti sospeso sul presente
attaccato al filo delle dieci dita
comprese quelle dei piedi.

Impronte lievi.

Troppo spesso il vivere s'identifica
col subire la storia, la mamma, il desiderio
un padrone.
Ti dicono: reagisci, rifugiati nella fuga.
Rispondi: hai sbagliato una vocale.

Non tutti nascono Bach.

La prova migliore è appoggiare
il gomito sinistro sul tavolo
aprire il palmo e contenere
il mento e metà mandibola.

Arriva il caldo, il sonno e

un mezzo sorriso di salvezza.

mercoledì 18 dicembre 2013

Intellettuale degli

Molti analisti e opinionisti prezzomolati e incapperati (che fanno salsa al capitale) hanno salutato con entusiasmo lo “sbarco” in borsa della fabbrica di piumini d'oca Moncler, oltremodo soddisfatti che, almeno certe volte, il made in italy dia segnali di speranza al Paese.


C'è un'Italia che va. Va. Va. È bello iterare verbi monosillabi.

Aspettate che vo a passarmi il filo interdentale ché m'è rimasto un brandello capitalistico a stretto ai denti.

Eccomi. Dunque, dicevamo di Moncler che è sbarcata a piazza Affari e che ha avuto un successone. Bravi.

- Tu, con la tredicesima, hai per caso comprato un pacco di azioni Moncler o un piumino made in italy di piume d'oca di origine non controllata poi fatte arrosto dai cinesi a Prato?
- No, il piumino uso quello comprato quattro o cinque anni fa, ai saldi, ancora regge. Con la tredicesima ci pago due assicurazioni auto a due compagnie estere (tedesca e inglese), più ho comprato qualcosa sottocosto presso delle multinazionali del web, così per far progredire l'economia dell'Irlanda o del Lussemburgo.
- Ma, così facendo, non fai girare l'economia nazionale.
- Vero. Mi accontento tuttavia di fare girare qualcos'altro. Soprattutto i miei.

Per finirla: non mi devo stupire che nel mondo ci siano tanti soldi a giro, ché fanno buca sempre da una parte.

A disparte.
Ieri vi è capitato di vedere questa pagina di pubblicità su Repubblica? Non è che il Dr. Jamal eccetera sia Alfonso Luigi Marra sotto convertite spoglie?



martedì 17 dicembre 2013

Satyagraha alternativi

Verso le 13, ritornando a casa, in auto, mi sono casualmente sintonizzato all'inizio della conferenza stampa dei Radicali sulla loro prossima marcia di Natale per l'amnistia, che - a quanto ho capito - partirà da piazza San Pietro per dirigersi verso Palazzo Chigi. 
Erano presenti il direttore di Radio Radicale (non mi ricordo il nome, non ha importanza, tanto è un qualcuno che di sicuro è iscritto all'albo dei giornalisti), Rita Bernardini e Marco Pannella.
Il leader radicale - il quale (se ho capito bene, per protestare contro i media televisivi e della carta stampata che non hanno sinora dato la dovuta attenzione alla prevista marcia) ha iniziato, dalla scorsa mezzanotte, lo sciopero della fame e della sete - ha detto qualcosa, ricordando persino un suo intervento parlamentare quando presidente della camera era Nilde Iotti, circa l'obbligo di concedere l'amnistia per fermare la flagranza di reato che lo Stato commette nei confronti dei carcerati. Rita Bernardini, che ha parlato dopo un quarto d'ora, ha detto qualcosa del perché partono da San Pietro, citando la sensibilità di Papa Francesco per il tema della carcerazione («dentro ogni cella c'è la presenza Cristo», sì, per essere bestemmiato).

Poi ho spento la radio per lasciar fluire questo pensiero.

Pannella, se non muore, si presenterà alla marcia di Natale in favore dell'amnistia in stato commiserevole (sempre se non sarà ricoverato in ospedale); in breve, si ripeterà di nuovo la scena madre mediatica con lui che rifiuterà di essere alimentato, e con qualcuno di famoso intorno a dire “No, ti prego, Marco fallo per me, per la democrazia, per tua sorella”. Quindi, qualche politico si moverà a compassione e, probabilmente, anche il presidente della Repubblica. Le solite due palle.
Suggerimento a gratis senza contributo statale: perché invece di ripetere 'sti scioperi insulsi, Pannella non trova un espediente più trendy? Per es, visto che partiranno da piazza San Pietro, probabilmente durante la benedizione natalizia del Papa, perché lui e i suoi discepoli non si predispongono a marciare tutti ignudi o di sol mutande vestiti per non incorrere in atti osceni (loro che hanno tanto a cuore la parola legalità), magari anche sperando che cada sui lor corpi qualche goccia di acqua benedetta?

- Purché non sia piscio, ché potrebbe venir la tentazione di berlo.

lunedì 16 dicembre 2013

Conobbi il tremolar della marina

Di rinterzo, ho trovato questa foto.
Marina, foto di Melanie Rodriguez
Stasera sono tornato tardi, ho cenato tardi, ho la voce consumata per cose diciamo professionali e ho bisogno di silenzio silenzio, di estrema tranquillità e calma, di un tipo di fare che sciolga le fatiche.
Mi ci vuole un'attività manuale, amanuense, pittorica. Un ritratto. 
Io ci starei tre giorni a guardare il ritratto sopra, per risorgere. Madonna che scapole clavicole - e quel maglione quella coperta che mi ricorda il colore della mia vallea. Ecco, la cuccia, dove mettere tutta la mia fisionomia dentro, incollarci naso, zigomo, guancia, mento e labbra. Bere e respirare. Appannarmi la vista, dimenticarmi di essere, fare finta di non essere più. Dire: ritorno, oh com'è bello il ritornare in un posto dove pensavo di non tornare più. E implorare a quel grappolo di uva matura delle labbra altrui di secernere di sé il succo. 
Poi aprire una mano a conca per avvolgere lo chignon, fare quindi da sostegno e percepire come volentieri sul braccio della stessa mano graviti il peso della testa che volentieri si lascia andare per trovare una posizione di riposo e scelta. Inclinandosi, il volto assorbe e riflette, riscaldandola, la fredda luce del neon e chiama. Le risponde la pace e l'accordarsi di due respiri.

domenica 15 dicembre 2013

Avevo voglia di scrivere dei titoli

L'Ilva è sempre dei Riva.
Alitalia è sempre in balia della ricapitalizzazione.
La Fiat tace, Marchionne non sa più l'italiano.
Il ministro Bray e il sorriso sulle labbra, come il Giocondo (lui ce l'ha scritto in fronte e Letta lo sa).
A gennaio - Bray ha sostenuto - lui e Letta faranno un piano per il turismo. Pliz vizit auar cauntri.
Come passa le giornate Rutelli.
Corrado Guzzanti o della necessità di stare lontano dalla scena.
Sport, risultati: un rompimento di coglioni.

Voglio solo pensare il peggio di te

Me l'ha fatto notare Stenelo che Scalfari, oggi, in finale di predica, ha scritto questa roba:


Come minimo, mi aspetto che domani Barbara Spinelli chieda e ottenga di farsi pubblicare un articolo per mandarlo a fare in culo, con rispetto parlando. E cerchi, dipoi, uno spazio altrove per
i suoi editoriali.

Scalfari cancella dalla sua memoria... tipica riminiscenza dei tempi in cui egli, baldo giovinotto, indossava la divisa fascista.
Invece di accogliere con favore che il giornale da lui fondato dia spazio anche a qualche sparuta voce discorde, no, adesso non è il caso, adesso, caduto Berlusconi, serve un pensiero unico e monocorde che salvi quel che resta del sistema. Che miseria e della filosofia (ah, ah) e soprattutto del giornalismo.

sabato 14 dicembre 2013

Il Ceronetti che è in me

Stasera, mentre mangiavo spaghetti aglioglioeppeperoncino, mi è tornato in mente l'editoriale di Guido Ceronetti, I fantasmi dell'aglio free, pubblicato stamani su Repubblica (lo potete leggere tutto qui, che è ancora a pagamento).

Solo lui poteva farlo, Ceronetti, parlare di una cazzata del genere facendone una questione prima linguistica, poi dietologica e infine pseudo-medicamentosa.

E pensare che una volta, tra i venti e i trenta, tutto quello che scriveva lo tenevo in così alta considerazione che, se avessi letto allora un passo come questo,


avrei preso a strofinarmi spicchi d'aglio dappertutto, non solo sulla lingua.

A proposito: Ceronetti narra di Enrico IV di Navarra ma tace su Silvio I di Arcore, il quale - è notorio - l'aglio lo detesta e lo evita accuratamente. Ché per caso lo prende in forma di compresse dell'Arkopharma?

Nondimeno, la pedagogia ceronettiana agisce in me a livello subliminale. Me ne sono reso conto leggendo quanto segue.

Mi spiego. Nonostante non sia superstizioso e non creda a vampiri, spiriti o demoni, io a casa senza aglio non ci posso stare. Controllo sempre che nel piccolo barattolo di cucina ove lo conservo ve ne sia qualche spicchio. E se non c'è vado subito a comprarlo perché non si sa mai.

A proposito di aglio: quand'ero piccolo, ogni tanto, quando mangiavo schifezze o abbondavo in cibi un po' calorosi, mi pigliava sovente un forte, fastidiosissimo prurito all'ano. Quando accadeva, andavo da mia madre a chiedere soccorso. E lei prendeva uno spicchio d'aglio, lo spelava e gli praticava un piccolo foro dal quale faceva passare un filo di spago per farne una collana che mi metteva al collo dicendomi: «Annusa». Io per un po' di ore, o se a sera, tutta notte, portavo questa collanina con lo spicchio - e il prurito spariva.
E il ricordo si accompagna al fatto che il prurito all'ano era diagnosticato con l'avere i bachi al culo. Ecco.
Io li ho avuti, i bachi, ma bastava annusare l'aglio che sparivano.

Ora che ci penso, da adulto non ho più avuto questo problema. Temo che, se si ripresentasse, non esiterei ad prendere uno spicchio d'aglio, eccetera.

Ceronetti si nasce.

venerdì 13 dicembre 2013

Che tu sia ciò che sei e quale sei

Di solito, quando arrivo a fine settimana stanco, contrariato e un po' scornato, con la voglia di fare e di pensare sotto i tacchi, gli angoli delle labbra in giù come mutande appese ad asciugare, oltre al silenzio e al caldo di qualche fonte di calore - sole, nelle stagioni in cui riscalda, altrimenti il fuoco della stufa - mi aggrappo a poche pagine della Vita di poeta (vedi sopra) o de La passeggiata di Robert Walser (pubblicati entrambi da Adelphi) e subito mi sento rinfrancato e risollevato, e un po' di gioia di vivere - intesa come contentezza dell'essere qui e ora - ritorna in circolo, a sufficienza.

«Tu, tu riesci benissimo a vivere senza che nessuno si ricordi nemmeno lontanamente della tua esistenza».
«Tu sei felice; giacché la modestia è gioia a se stessa e la fedeltà se ne sta in sé contenta».

In queste frasi, che un Papa Francesco potrebbe prendere a prestito per utilizzarle come lodi del buon cristiano, c'è, da parte di Walser, una sublime presa per il culo della falsa rassegnazione che, per non sfociare nel risentimento, prende la via stoica dell'accettazione del destinaccio infame che gli è toccato in sorte.

«Che tu sia ciò che sei e quale sei» altrimenti sei già sulla cattiva strada dell'imprevedibilità, potresti fare «cattivi incontri» che ti distolgano dal dovere al quale sei stato «consacrato».

Per fortuna sei solo un bottone, valore d'uso.

giovedì 12 dicembre 2013

La senti questa voce

«Sono estremamente sensibile al fascino della voce femminile», pensavo questo, stamani, ascoltando Prima Pagina, la celebre rassegna stampa di Radio Tre, condotta, questa settimana, da Concita De Gregorio. Ecco, io quando Concita - con voce leggermente bassa, rotonda, avvolgente, calda - legge i titoli o gli editoriali, fossero pure quelli di Polito o di Ferrara, sento forte il desiderio di accostare il padiglione auricolare sul suo sterno per catturare la formazione delle sillabe e percepirne il calore.
Stamani, in una frazione di secondo, ho pensato anche di telefonare o di scrivere un sms alla redazione, ma poi mi sono ravveduto, non volevo sembrare inopportuno e poi, lo so, se mi avessero dato spazio per parlarle in diretta, mi sarei lasciato prendere la mano dalla politica, prendendo spunto dall'editoriale di Alfredo Reichlin, lette giustappunto dalla editorialista di Repubblica:
«Cerchiamo di capire. E cominciamo da noi, dalla sinistra. Prendiamo atto che da un pezzo anche la sinistra, così com’è, aveva perduto (a parte i voti) quella cosa essenziale che è l’idea di sé e del proprio ruolo storico, quel pensiero politico che consiste nel pensare al di là del proprio naso, e nel sentirsi parte e attore del cambiamento del mondo? La “botta” che abbiamo preso è forte ma non serve a nulla piangersi addosso. Tutte le strade restano aperte davanti a chi sappia vederle e voglia imboccarle.»
Le strade aperte a cui si riferisce Reichlin sono Renzi - e l'idea che con lui la sinistra sia definitivamente morta - era già morta, non si preoccupi, comunque. Comunque, scrive Reichlin, il successo popolare delle primarie è stato un segnale. Che va colto (mi piace scrivere alla Ilvo Diamanti). Il segnale che
«non si è ristretto lo spazio che mi consente di pensare al futuro di una nuova sinistra. Però, attenzione, a certe condizioni. E la principale è che la sinistra faccia una svolta e metta in campo un nuovo pensiero molto diverso da quello del Novecento. Il punto è questo. Non si scoraggino i miei compagni. La forza della sinistra consiste nel fatto che essa non è una istituzione o l’invenzione di qualcuno. È quel fattore inseparabile dal processo storico che consiste nel sostenere la lotta degli uomini volta a liberarsi via via da paure, miti, false credenze, legami servili, sottomissioni ideologiche. La sinistra in cui io credo è il bisogno delle persone di impadronirsi delle proprie vite e dei propri pensieri, a prescindere dai soldi. È quel nuovo umanesimo laico che emerge come risposta alle logiche disumane del mercato e al fallimento del neo-liberismo. Direte che la sinistra attuale non è così? Rispondo che però così potrebbe e dovrebbe essere.»
Ok, fattore, processo storico, lotta, umanesimo laico... tutto converge su il nuovo segretario, no? Sì:
Rivolgo, quindi a Matteo Renzi, il mio saluto e l’augurio di buon lavoro. Punto non sulla sua sconfitta ma sul successo suo e del Pd. La domanda che gli rivolgo è questa, ed è molto semplice. Può esistere nell’Italia di oggi un partito come il Pd senza che la sinistra sia una sua componente essenziale? 
Eccome se può esistere, dato che il Pd è sempre esistito come partito la cui componente di sinistra era inesistente. Ma leggiamo cosa farebbe Reichlin se fosse lui Renzi:
«Se io fossi Renzi e avessi l’ambizione di un cambiamento veramente profondo non mi limiterei a colpire il potere di “vecchi apparati” (che non esistono) ma difenderei il ruolo del partito, e lo farei come altri prima di lui non hanno saputo fare. Questo è stato forse l’errore più grave: quello di non aver capito e fatto capire la necessità del partito moderno di rappresentare lo strumento attraverso il quale la democrazia cessa di essere un fatto astratto e si incarna in strumenti organizzati, attraverso i quali anche chi non ha potere si può difendere, può prendere la parola, può pensare autonomamente e non in base alle chiacchiere televisive, può acquistare coscienza di sé, e può eleggere i suoi rappresentanti in Parlamento (perfino un operaio, cosa che da anni non accade). Il partito è questo. È lo strumento attraverso il quale anche gli “ultimi” possono partecipare alla vita statale.»
Ovvietà: pur dichiarandosi movimento e non un partito, il M5S ha portato diversi ultimi in Parlamento. Non so se fra di essi vi sia anche qualche operaio, qualche contadino... ma cosa importa? Si sono visti dei progressi? Saranno sempre meno degli avvocati, e questo è quanto.
Si rende conto o no Reichlin che è proprio l'acquisizione della coscienza dentro un partito uno dei maggiori ostacoli all'acquisizione della coscienza? Già, che tipo di coscienza? Perché aver paura di pronunciarne la specificazione sua più propria, politica e, ancor più, rivoluzionaria? 
Coscienza di classe, coscienza di classe, coscienza di classe... 
Reichlin sta per scriverlo? No, si rifugia nel ricordo dei begli anni che furono.
«A me sembra che non si è ben capito che la novità del problema e la sua grandezza stanno nel fatto che si tratta di ben altro che di superare una fase, sia pure lunga e grave, di crisi economica. Noi siamo al centro di un grandioso passaggio storico, di un cambiamento che mette in causa e rompe tutti i vecchi equilibri della società italiana, che cambia il nostro posto in Europa e nel mondo. Di questo si tratta. Si tratta del fatto che bisogna ridisegnare la figura stessa del Paese, la sua compagine sociale e statale, e quindi l’idea di sé come nazione. Questo è il grande compito del Pd. Il nuovo segretario ha questa ambizione? Gli ricordo che esattamente questo avvenne nel dopoguerra con l’intreccio di decisioni davvero capitali: l’elaborazione della costituzione repubblicana, la collocazione geo-politiche in Occidente, la fine dell’Italia contadina e al tempo stesso l’avvento dell’Italia industriale grazie anche a una sorta di capitalismo di Stato. L’Iri, la Cassa del Mezzogiorno, gli enti speciali.» 
Reichlin ricorda alcuni episodi cruciali del Dopoguerra (l'Iri mi pare che fu creato sotto il fascio, ma non importa), ma non accenna: a) al culo avuto di essere stati sotto l'ombrello Nato e non sovietico; b) al fallimento conseguente del comunismo italiano che doveva sin da subito troncare ogni rapporto con Mosca e tentare di dare prima un ricambio al Paese; c) che ai posti di comando della politica industriale italiana del dopoguerra c'erano i democristiani.
Ah, ecco, Renzi.
Ma vabbè. Il punto è che con questi chiari di luna non potrà esserci alcun partito di sinistra se non si nutre dell'idea che è in corso, da decenni, una feroce lotta di classe al contrario, combattuta e, di fatto, vinta dalla classe dominante composta dai detentori del capitale. Un partito che riesca a far aprire gli occhi prima che ci si ritrovi, noi ultimi, a vario titolo, più o meno garantiti, più o meno assistiti, a prenderci a brani tra di noi, qui, dentro la gabbia.

Ero partito dalla voce di Concita De Gregorio e a lei ritorno. Quasi quasi mi scarico le trasmissioni in podcast e me le riascolto in cuffia. Magari mi tocco un po'. Sono troppo gaudente per dare il via alla rivoluzione.

mercoledì 11 dicembre 2013

Il destino di un migliorista

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dato il suo attivismo, è il principale artefice dello stallo e della stalla politica (forche comprese) in cui ci troviamo, con ciò non tacendo delle gravissime responsabilità dei partiti (il PD in testa) che hanno aderito al “progetto stabilità” presidenziale.
Tutto ebbe inizio nel novembre 2011, con le dimissioni - e non la sfiducia parlamentare - del governo Berlusconi, a cui subentrò il governo Monti. Non importa il riassunto che ha portato, lo scorso febbraio, al fiasco di Bersani e alla formazione del governo Letta. Interessante, tuttavia, è notare come il Partito Democratico ha avallato per due volte la scelta presidenziale e come, per altrettante volte, Berlusconi prima ha aderito al progetto del Quirinale e poi, per due diverse circostanze, si è defilato. Va ricordato, inoltre, che dei 3 provvedimenti a brutto muso presi dal governo Monti (riforma Fornero, il pareggio di bilancio in Costituzione, l'introduzione dell'Imu) che, si vocifera, placarono la fame dei mercati ma aumentarono quella del popolo, solo uno, l'Imu, è stato utilizzato prima in chiave elettorale e poi in chiave ricattatoria per ubbie personali, sempre dal pregiudicato, leader dei porconi.
E la responsabilità principale di Napolitano è di aver legato le mani a una qualsiasi, seppur timida, politica di sinistra da parte del Pd, che non può contraddire le scelte governative auspicate e vidimate dal Quirinale, questo nel rispetto della tradizione statalista del Partito, ovverosia di dimostrazione del rispetto delle istituzioni, sindrome che ha perseguitato prima il Pci (in particolar modo durante il rapimento di Aldo Moro) e ora, con queste cazzo di politiche recessive, perseguita il Pd.
Renzi che farà? Schifo, come i suoi predecessori? Per ora è sulla strada buona.

martedì 10 dicembre 2013

Risate a denti stretti

Dentro la politica ci sono troppe liti, poca scelta. Detesto il maggioritario, ho una vocazione proporzionale, minoritaria. A diciotto, diciannove anni (non ricordo) ho votato Democrazia Proletaria. Che bel logo che aveva, roba da fisting. Altro che gli attuali partiti che hanno i ditini da intrusione nasale o auricolare per estrarre materiale organico da leccarsi i baffi.

***
Poco fa, Blob ha trasmesso uno stralcio della trasmissione di Celentano. Diceva cose su un palco. Argomentava. argh, argh, diceva cose sull'arte italiana che la Cina se la sogna, roba del genere, aggiungendo che, per salvarla, l'arte o l'Italia o tutt'e due, salvaguardarle, promuoverle si offriranno i grandi ricchi del Paese, Del Vecchio Luxottica, l'Editore che lo ospita in tv che non ha nominato per buon garbo (come si scrive il suono di uno sputo?), i padroni della Fiat (!), Prada e per chiudere argomento, arg., ha fatto la battuta che, dopo tale mecenatismo, i cammelli potranno riposarsi smettendo di attraversare laguna del lago (ho scritto apposta).
Ma la cosa più strana è che Celentano, in scena, indossasse lo stesso cappello del regista-demiurgo di Truman Show, Christof.
- Chi sei tu?
- Sono il creatore di uno show televisivo che dà speranza, gioia ed esalta milioni di persone.
- E io chi sono?
- Tu sei la star.
- Non c'era niente di vero.
- Tu eri vero: per questo era così bello guardarti.
Buongiorno. E casomai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte. E vaffanculo e amen.

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Se avesse avuto il passaporto valido per l'espatrio, Berlusconi, anziché a Milanello, sarebbe andato a Johannesburg? Tra tanti porconi (non in rivolta) in abito da cerimonia (ma Sarcazzì era senza cravattì) anche il nostro ex presidente del consiglio dei ministri avrebbe fatto la sua lurida figura.

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Mary Barra sarà Ceo di General Motors per due motivi: 1) se ne intende di sospensioni a barre di torsione; 2) l'auto te la vende anche senza caparra.

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Avvertenza: non essendo stagione da pomodori, si consigliano arance non trattate.

lunedì 9 dicembre 2013

Il bottino principale

Torniamo ai travolgimenti, la sentenza travolge o no 7 anni di storia costituzionale?
«No. Per il principio di continuità dello Stato: lo Stato è un ente necessario. L'imperativo fondamentale è la sua sopravvivenza, che è la condizione per non cadere nell'anomia e nel caos, nella guerra di tutti contro tutti. Perfino nei cambi di regime c'è continuità, ad esempio dal fascismo alla Repubblica, o dallo zarismo al comunismo. Il fatto stesso di essere costretti a ricordare questo estremo principio significa che siamo ormai sull'orlo del baratro». Da un'intervista a Gustavo Zagrebelsky pubblicata ieri su Repubblica.

Insomma, cari noi, non siamo abbastanza maturi: dobbiamo portarci lo Stato sul groppone per sempre, pena il «cadere nell'anomia e nel caos, nella guerra di tutti contro tutti».
Lo Stato è, a fortiori, una necessità, perché senza Stato l'uomo non ha destino, perché al di fuori di esso vige un mondo senza regole e senza protezioni. Lo Stato è un luogo sacro, il tempio ove l'uomo sacrifica la sua sovranità in favore dei rappresentanti che si mettono alla guida dello Stato. Lo Stato è un automatismo, un marchingegno complesso che comunque deve avere una guida o delle guide in grado di farlo funzionare. La fortuna - negli ultimi diciamo mezza dozzina di decenni per non abbondare - è stata ritrovarci a vivere in degli stati liberali, democratici, ove alcuni diritti, che si rifanno alle solenni dichiarazioni universali, vengono tutelati. Dobbiamo convenirlo, ok. Ma dobbiamo anche essere abbastanza onesti per constatare che, a poco a poco, passo dopo passo, i diritti vengono erosi, vilipesi in nome di impellenti necessità economiche dettate dalla tenuta finanziaria dello Stato.
«Il potere statale moderno non è che un comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese.» Il Manifesto del Partito Comunista, cap. 1.
La sacralità degli interessi generali dello Stato è andata via via assomigliando alla celebrazione eucaristica: come i preti fanno rivere il mistero della resurrezione del corpo di Cristo dentro l'ostia consacrata, così i politici fanno credere che i loro decreti e le loro leggi contengano i principi sui quali lo Stato si fonda, ossia siano il compimento dei principi fondamentali che regolano la Costituzione.
- E Lui prese il pane, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi.
- L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Nel primo caso è sortita fuori - e dura da millenni - una Chiesa. Nel secondo, uno Stato. L'è andata di merda.

«La prima Rivoluzione francese, a cui si poneva il compito di spezzare tutti i poteri indipendenti di carattere locale, territoriale, cittadino e provinciale, al fine di creare l'unità borghese della nazione, dovette necessariamente sviluppare ciò che la monarchia assoluta aveva incominciato: l'accentramento; e in pari tempo dovette sviluppare l'ampiezza, gli attributi e gli strumenti del potere governativo. Napoleone portò alla perfezione questo meccanismo dello Stato. La monarchia legittima e la monarchia di luglio non vi aggiunsero nulla, eccetto una più grande divisione del lavoro, che si sviluppava nella stessa misura in cui la divisione del lavoro nell'interno della società borghese creava nuovi gruppi di interessi, e quindi nuovo materiale per l'amministrazione dello Stato. Ogni interesse comune fu subito staccato dalla società e contrapposto ad essa come interesse generale, più alto, strappato all'iniziativa individuale dei membri della società e trasformato in oggetto di attività del governo, a partire dal ponti, dagli edifici scolastici e dai beni comunali del più piccolo villaggio, sino alle ferrovie, al patrimonio nazionale e all'Università di Francia. La repubblica parlamentare, infine, si vide costretta a rafforzare, nella sua lotta contro la rivoluzione, assieme alle misure di repressione, gli strumenti e la centralizzazione del potere dello Stato. Tutti i rivolgimenti politici non fecero che perfezionare questa macchina, invece di spezzarla. I partiti che successivamente lottarono per il potere considerarono il possesso di questo enorme edificio dello Stato come il bottino principale del vincitore.»
Karl Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, VII

domenica 8 dicembre 2013

Nel caso meritassi una statua, la terza.

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Per stare in piedi, anche le statue hanno bisogno di un sostegno.

Curiosità: se la statua del ragazzo in pantaloncini avesse rappresentato il piccolo Lenin in una piazza di Kiev, invece di decapitarla, i manifestanti ucraini le avrebbero mozzato le mani?

Se improvvisamente cadessero morti stecchiti


«Ci si dice che il lavoro non può muovere un passo senza il capitale; che, per chi scava, la vanga ha la stessa importanza del suo lavoro; che perciò il capitale è tanto necessario alla produzione, quanto il lavoro. Tutto questo, l'operaio lo sa; questa verità gli balza agli occhi ogni giorno; ma una simile dipendenza reciproca fra capitale e lavoro non ha nulla a che vedere con la posizione relativa del capitalista e dell'operaio, né dimostra che il primo debba essere mantenuto dal secondo. Il capitale non è che produzione non-consumata, e ogni capitale esistente in questo istante esiste a prescindere da un particolare individuo o da una particolare classe, e non si identifica affatto con essi. Se ogni capitalista e riccone di Gran Bretagna cadesse improvvisamente morto stecchito, con lui non sparirebbe nemmeno una particella di capitale o di ricchezza, e la nazione non ne sarebbe impoverita nemmeno del valore di un farthing [un quarto di penny]. L'essenziale, per le operazioni dei produttori, è il capitale, non il capitalista; e fra i due c'è tanta differenza quanto fra il carico di una nave e il certificato di carico».
J.F. Bray, Labour's Wrongs and Labour's Remedy, Leeds 1839 (citato da Karl Marx in Il Capitale, Libro I, Capitolo VI “inedito”, La Nuova Italia, Firenze 1969).

sabato 7 dicembre 2013

Beppe Gaglioppo


Stasera viaggio in Calabria.
Non pensavo che 'a Vita® si potesse registrare come marchio.
'a vita mia m'a porto in pietto
cantava Vecchioni, in una delle sue migliori canzoni.

***

Da ieri, in seconda battuta, nei pensieri quotidiani giunge il vociferare di Grillo. Oggi strilla che, ai 150 deputati abusivi eletti col Porcellum, va impedito di entrare in Parlamento.
Domanda: se fossero stati suoi i deputati, cioè: se lo scorso febbraio, per un pelo, ad arrivare primo fosse stato il M5S, Beppe Grillo direbbe la stessa cosa?

Io dico di no, e la conferma deriva da pregresse sue dichiarazioni in cui sosteneva di andare al voto subito anche e soprattutto col Porcellum, per ottenere lui e Gianroberto, la maggioranza per mandarli tutti a casa. 

venerdì 6 dicembre 2013

Cercasi maiali

Poco fa, a cena, mangiando quasi settanta grammi di San Daniele tagliato fine fine, mi domandavo perché i coldirettori, in tenuta gialla, l'altro giorno ar Brennero, accompagnati dalla ministra De Gerolamo Limoni, anziché fermare i bastimenti carichi di cosce di maiale senza timbro d'origine di provenienza e mostrarle, dipoi, alle telecamere, ignude e senza sale, appese alla cella frigorifera del rimorchio, non abbiano chiesto all'autista trasportatore delle stesse il luogo di destinazione ove esse sarebbero diventate, previa salatura e stagionatura, dei prosciutti made in italy a tutti gli effetti.
Già, perché non l'hanno fatto? O forse l'hanno fatto, ma io non me ne sono accorto? Chiedo venia nel caso in cui.

È chiaro che l'iniziativa era volta alla salvaguardia del cibo italiano e contro coloro che fanno passare per italiano del cibo che non lo è. Tuttavia, il concetto del made in Italy in campo alimentare è da rivedere, dato che ci sono dei prodotti fatti in Italia, che si pregiano persino di dirlo con il tricolore sulla confezione della merce, la cui materia prima italiana non è. Basti il solo esempio della pasta. È notorio, infatti, che i più grandi produttori di pasta italiani si riforniscano di semola grano duro dall'America del Nord (USA, Canada) o da altre nazioni (Russia? Ucraina?), però in etichetta si guardano bene dallo scriverlo.


***

Beppe Grillo fa di tutto per stare dentro il copione che, in pochi mesi, dopo la sorpresa, gli hanno scritto addosso. Egli - di sé sostiene - incanala la rabbia della gente, rabbia che, altrimenti, si esprimerebbe chissà come. Sarà. A mio avviso incanala la stupidità e il rincoglionimento, giacché, se incanalasse veramente la rabbia, a lui non resterebbe che girare questo film