lunedì 3 febbraio 2014

Dato mi fosse accordare

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Ma non teme che Berlusconi si rafforzi? Mette insieme tutti i centristi, riunisce un bel po' di listine e batte di nuovo il centrosinistra.
"Ma la nostra vittoria non dipende dal sistema di voto. Sarebbe il fallimento della politica se affidassimo il nostro successo alla legge elettorale e non alla qualità delle proposte e delle leadership. Vinci se affascini gli italiani con le tue idee, non se pensi di farti la legge su misura". 
[...]
Io mi occupo di cose concrete, dei cantieri da aprire in mille scuole, della riforma di una pubblica amministrazione barocca, della necessità di non doversi rivolgere a un capo di gabinetto per sbloccare una pratica, degli investimenti stranieri su cui tutti devono riflettere".

Perché? 
"In un anno il loro valore è dimezzato. Un Paese che non attrae è un Paese spacciato. Dobbiamo recuperare appeal. Farli venire e farli restare in Italia".
Proprio oggi Letta parla di una ripresa già avviata.
"Non ho letto le dichiarazioni del presidente del consiglio. Ci sono segnali di ripresa a livello internazionale, il Pil negli altri paesi cresce. È interessante per l'Italia non sprecare l'inizio di questa ripresa. Ma non c'è ripresa senza occupazione. C'è ancora molta strada da fare".
E Letta fino a quando andrà avanti?
"Basta con il quanto dura! È un governo, non un iphone. Questa legislatura può durare fino al 2018, ma deve affrontare con decisione i problemi veri". [via]


Mi ricordo che, prima del ventennio berlusconiano, la gente si lamentava che il linguaggio della politica fosse criptico e che, per esempio, dietro una frase si nascondessero più significati.
Oggigiorno, invece, questa lamentazione non c'è più: i politici usano il nostro stesso linguaggio, anzi meglio, perché son bravi a parlare pianamente in pubblico, dimodoché tutti capiscono cosa stanno dicendo. Li vedi: tutti hanno chiaro in mente ciò che vogliono dire, rem tene verba sequentur: come sciacquoni, gli basta una domanda che schiacci il pulsante e giù, essi scaricano gli slogan consueti del loro programma politico. Sono ferrati, difficile coglierli in fallo, soprattutto perché i loro ragionamenti sono impermeabili al dubbio, al pensiero laterale che, solitamente, compare improvviso durante il discorso, non aprono parentesi mentali, paragrafi, note: vanno a diritto come treni, da un punto all'altro, e ciò che hanno in mente lo dicono senza tema perché quella è la cosa migliore da dire, senza tentennamenti, senza vergogna. Quando parlano, davanti non hanno mai se stessi (almeno spero per loro), o singoli individui, facce coi loro lineamenti e pensieri; no, essi parlano a un soggetto informe, una folla, un gregge, un pubblico che sa accogliere soltanto chi predica bene - indipendentemente da come e da cosa razzola. La predica è il linguaggio costante del religioso e del politico perché è la fede che si richiede a coloro che ascoltano. Ogni dialettica è preclusa giacché come cazzo fai a discutere con chi sostiene «vinci se affascini gli italiani», oppure «io mi occupo di cose concrete», oppure ancora «dobbiamo recuperare appeal», o altresì «c'è ancora molta strada da fare», o, infine, «[si] deve affrontare con decisione i problemi veri». Non puoi discutere, no; è impossibile contrapporre ragioni avverse a degli slogan, è come parlare al muro o al vuoto: o sbatti la testa o cadi in un buco nero. 

N.B.
«Dato mi fosse accordare
alle tue voci il mio balbo parlare».
Versi tratti dalla sezione Mediterraneo, in Ossi di seppia, nella fattispecie all'ode VIII Potessi almeno costringere

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