sabato 19 aprile 2014

Il problema economico


L' 8 novembre 1931, nella Prefazione al suo Essays in Persuasion, John Maynard Keynes scriveva:

« L'autore guarda ad un futuro più lontano e medita su questioni che, per realizzarsi, abbisognano di una lenta evoluzione. Può concedersi la libertà di perdere tempo e di filosofeggiare. E qui emerge, con maggiore chiarezza, quella che in sostanza è la sua tesi costante: la profonda convinzione che il “problema economico”, come possiamo definirlo per brevità, il problema del bisogno e della miseria, e la lotta economica fra classi e paesi, non è che un terribile pasticcio, un pasticcio contingente e non necessario. Infatti, il mondo occidentale dispone già delle risorse, ove sapesse creare l'organizzazione per utilizzarle, capaci di relegare in una posizione di secondaria importanza il “problema economico” che assorbe oggi le nostre energie morali e materiali.
Pertanto, l'autore di questi saggi, dopo tutte le sue nere previsioni, spera ancora e crede che non sia lontano il giorno in cui il “problema economico” occuperà quel posto di ultima fila che gli spetta, mentre nell'arena dei sentimenti e delle idee saranno, o saranno di nuovo, protagonisti i nostri problemi reali: i problemi della vita e dei rapporti umani, della creazione, del comportamento, della religione. E si dà il caso che esista una sottile ragione, tratta dall'analisi economica, per la quale la mia fede possa essere ben riposta. Se, infatti, persistiamo nell'operare coerentemente secondo ipotesi pessimistiche, rischiamo di chiuderci per sempre nel pozzo del bisogno. »
J. M. Keynes, Esortazioni e profezie, Il Saggiatore, Milano 1968 (traduzione di Silvia Boba).

Da allora, dal 1931 (anno di nascita di mia madre) sono trascorsi ottantatre anni. Una guerra mondiale nel mezzo e tutto il resto di Storia verificatosi sino ad oggi. Abbiamo scoperto che il problema economico non è un pasticcio contingente, bensì permanente e necessario «che assorbe [ancor] oggi le nostre energie morali e materiali».
È forse questo che impedisce o rende aleatorio occuparsi di quelli che Keynes chiama «i nostri problemi reali», giacché essi sono in primo luogo problemi di natura economica. Per superare questa impasse in cui, oggettivamente, l'umanità si trova bisogna recuperare, a mio avviso, una certa contezza, ovverosia che il sistema economico che domina il pianeta e al quale, oramai, quasi tutte le società si sono votate (o sacrificate), non è l'unico possibile e immaginabile, soprattutto: non è un sistema imposto dalla necessità, ma da determinati rapporti di classe tra chi domina e chi è dominato.
Chi oggi può serenamente occuparsi della vita, dei rapporti umani, della creazione (!), del comportamento, della religione (aggiungiamo: della cultura) prescindendo dal fatto che l'umanità è nettamente divisa tra una ristretta cerchia di pezzi di merda che vivono al pari di semidèi e una sterminata massa di diseredatati che più o meno vivicchiano o sopravvivono a servizio e gloria del capitale?
Almeno una volta gli dèi si potevano bestemmiare, o beffare; e se scendevano dal cielo talvolta capitava che qualche terrestre osasse metter loro le mani addosso. Oggi niente di tutto questo. Ogni critica, meglio e soprattutto: la critica all'economia politica è considerata tal quale un'eresia e bruciata sul rogo dell'inattualità.*

*Inattuale un cazzo. L'unico modo per resistere oggi è rileggere Marx e tenere duro, perché mi sembra l'unica maniera per resistere razionalmente e non farsi prendere per il culo.

2 commenti:

romeo sciommeri ha detto...

A tenere duro siamo abituati - almeno una parte di noi: quelli a cui è stato impossibile, per temperamento storia e consapevolezze diventate coccio di muso sordo, fare altrimenti. A rileggere Marx non c'è necessariamente bisogno: basta leggere parole come le tue, qui, di rileggerlo, per rievocare il nucleo della sua analisi, che in coro agguerrito da un certo punto in poi - tieni conto che ho 68 anni - ci hanno insistentemente invitato a sotterrare insieme a suoi errori di valutazione sulla evoluzione e la durata del capitalismo, o sulla incidenza realissima delle tensioni psichiche tendenzialmente fasciste delle masse e dei singoli, tensioni irrisolte che avrebbero fatto sentire il loro peso distruttivo nei paesi in cui si era instaurata, dopo una rapida e cruenta rivoluzione, una dittatura sedicente proletaria di preparazione al socialismo.

Luca Massaro ha detto...

Con "tenere duro" intendevo proprio questo: quando qualcuno parla e spiega che non c'è una via d'uscita a questo sistema economico e produttivo, alzare la manina e dire: "Eppur si muove".