mercoledì 23 aprile 2014

Matteo Shakespeare

E più mai si creda a cotesti demonii impostori 
che si prendono giuoco di noi con i loro enigmi, 
e promettono alle nostre orecchie 
per poi poter ingannare le nostre speranze...
Macbeth, Atto V, Scena 8

Non è un demone, ma un putto sui quaranta, che si atteggia a fenomeno, ma è un mero pallone gonfiato.
Verrà tempo in cui si diranno che è stato perso tempo - e saranno momenti in cui vorremmo che il tempo diventasse saliva, per sputarglielo in faccia, copioso, a catinelle.

***
ULISSE  Uno strano individuo ha scritto: «L'uomo, per quanto sia dotato, e per cospicue che siano le sue ricchezze, sia all'esterno che nell'intimo, non può vantarsi di aver quel che possiede, né può sentire veramente quel ch'egli ha, se non in modo riflesso, al modo che le sue virtù, risplendendo sopra altrui li scaldano e rinfrangono quindi di bel nuovo il calore su colui che prima l'aveva originato.»
ACHILLE  Ma in questo non c'è alcuna stravaganza, Ulisse. La bellezza che reca dipinta sul volto non è conosciuta da chi possiede, ma si raccomanda invece agli occhi altrui. L'occhio stesso, che è il più puro spirito dei sensi, non si vede, poiché non può uscire da se medesimo. Ma se un occhio si opponga a un altro occhio, si salutano tra loro con la lor propria reciproca forma. Poiché la contemplazione non si rivolge su se stessa se non dopo lungo viaggio, e sol si sposa là dove può riconoscer se stessa. Ma tutto questo non è affatto strano.
ULISSE  Non è la frase ch'io trovo strana o difficile; essa m'è, all'incontro, piuttosto familiare. Ma bizzarra m'è piuttosto la conclusione dell'autore, che nel suo esame dimostra in modo preciso come nessun uomo sia padrone di nulla, per quanta conoscenza sia in lui o per mezzo di lui, fino a quando non comunichi altrui le sue doti. Né egli riesce a farsene un'idea da sé, fino quando non le veda prender forma nel plauso attraverso cui si divulgano, il quale, simile a un arco, riecheggia la voce, ovvero simile ad una porta d'acciaio che fronteggi il sole, riceve e insieme restituisce e la sua immagine e il suo calore.
Troilus and Cressida, Atto III, Scena 3.

Il tentativo estemporaneo che la politica italiana (e non solo la politica) si è data con Renzi è quello di poter credere di andare avanti a colpi di bei fichi per divulgare la stessa voce di sempre: cambiare qualcosina perché niente cambi. Renzi e l'Italia si fanno da specchio per comunicarsi non tanto le doti, quanto i fallimenti.

2 commenti:

romeo sciommeri ha detto...

Bellissimi riferimenti, grazie, e fini le argomentazioni che vi si godono - concludi con: si fanno da specchio, però nel leggere il tutto ho pensato che mancava la dimensione narcisistica - può darsi che non sia così, ma così m'è sembrato. Nella quale dimensione accade che non ci sia bisogno che nessuno faccia da specchio: anzi, quando è assoluta, il soggetto vede solo la sua immagine riflessa da una superficie idonea inerte, non dagli altri - il mondo degli altri non esiste anche se in esso il narciso doc può muoversi come se esistessero. E' l'autismo vero e proprio, questo, non rarissimo, non è la base istintiva vitale di conservazione di sé che di norma è unita alla ricerca dell'altro, quando l'amore è solo una spinta verso l'esterno, verso l'altro, il diverso da sé come identità e, poi, come genere sessuale. E per vedere l'altro deve funzionare la vista oggettiva ed empatica. Speriamo bene, insomma. Che Renzi e quelli come lui vedano gli altri come altri e non come immagine riflessa di se stessi, per questa usati e a questa piegati nell'indifferenza dei veri narcisi.

Luca Massaro ha detto...

Anzitutto abbi pazienza del ritardo pubblicazione, ma oggi non funzionava il traffico dati smartphone.
Commento prezioso, ma la speranza è poca.