venerdì 17 ottobre 2014

Una grande occasione

«Caro imprenditore, assumi a tempo indeterminato? Ti tolgo l'articolo 18, i contributi e la componente lavoro dall'Irap. Mammamia, cosa vuoi di più. Ti tolgo ogni alibi e ti do una grande occasione». Matteo Renzi.

«Aristotele dice che il potere, tanto nel campo politico che in quello economico, impone a quelli che lo detengono le funzioni del comando; nel campo economico l’esercizio di questo comando impone di saper sfruttare la forza-lavoro, e, aggiunge, che non conviene attribuire grande importanza a questo lavoro di sorveglianza perché il padrone, non appena è abbastanza ricco, lascia “l’onore” di questa fatica a un sorvegliante.
Il lavoro di direzione e di sovrintendenza, in quanto non è una funzione particolare proveniente dalla natura di ogni lavoro sociale combinatoma scaturisce dall’antagonismo fra il proprietario dei mezzi di produzione e il proprietario della forza-lavoro pura e semplice — sia che quest’ultima, come nel sistema schiavistico, venga acquistata con il lavoratore stesso, o che il lavoratore stesso venda la sua forza-lavoro e il processo di produzione appaia perciò al tempo stesso come il processo di consumo del suo lavoro da parte del capitale —,  questa funzione che deriva dall’asservimento del produttore immediato è stata invocata troppo spesso a giustificazione di questo rapporto, e lo sfruttamento, ovvero l’appropriazione di lavoro altrui non pagato, è stato allo stesso tempo troppo spesso presentato come il salario dovuto al proprietario del capitale. Nessuno ha espresso meglio questo concetto di quel che ha fatto un certo avvocato O’Conor, difensore della schiavitù negli Stati Uniti, durante un meeting organizzato a New York, il 19 dicembre 1859, sotto la parola d’ordine: Giustizia per il Sud. — «Ebbene, signori», disse fra grandi applausi, «la natura stessa ha destinato il negro a questa condizione di schiavitù; egli ha la forza e la robustezza per lavorare; ma la natura, che gli ha dato questa forza, gli ha negato sia l’intelligenza per governare che la volontà di lavorare [applausi]. Entrambe queste qualità gli sono negate! E proprio la natura che gli ha negato la volontà di lavorare, gli ha dato un padrone per obbligarlo a lavorare e farne, nel clima per cui è stato creato, un servitore utile sia per se stesso che per il signore che lo comanda. Io affermo che non è un’ingiustizia lasciare il negro nella condizione in cui lo ha posto la natura, dargli un padrone che lo diriga; e non lo si deruba di nessuno dei suoi diritti quando lo si costringe a lavorare e a fornire al suo padrone un giusto indennizzo per il lavoro e per l’intelligenza che egli, il padrone, impiega per governarlo e per renderlo utile a se stesso ed alla società» (New York Tribune, 20 dicembre 1859, p. 5).
Ora anche l’operaio salariato come lo schiavo deve avere un padrone che lo faccia lavorare e lo diriga. Premesso questo rapporto tra padrone e servo, è nell’ordine delle cose che l’operaio salariato venga costretto a produrre il salario per il proprio lavoro ed in più il salario di sorveglianza, un compenso per il lavoro di direzione e di sorveglianza “ed a fornire al suo padrone un giusto indennizzo per il lavoro e l’intelligenza che egli impiega per governarlo e per renderlo utile a se stesso ed alla società”»
Karl Marx, Il Capitale, Libro III, Sezione V, cap. 23.

Temo di no, ma sotto sotto spero che un giorno, magari nel 2059, qualcuno utilizzi le parole in esergo dell'attuale presidente del consiglio italiano e le consideri alla stessa stregua di quanto oggi consideriamo quelle dell'avvocato O'Conor, difensore della schiavitù negli Stati Uniti d'America.

2 commenti:

romeo sciommeri ha detto...

Non so se si tratta solo di forzate analogie. Accade che persone giunte ad una sofferta condizione di stallo nell'andare della loro esistenza scoprano che questa condizione è da loro stessi mantenuta con un intenso lavoro mentale. La nevrosi - per dirla molto approssimativamente - è molto faticosa per la persona che è arrivata a soffrirne. Richiede tanto lavoro mentale e un gran da fare - per mantenersi. Avrai sentito parlare dei "meccanismi di difesa" mentali. Bè, non sono meccanismi - e di questo ce ne possiamo fregare - ma soprattutto la "difesa", semmai, c'è stata chissà quando: fatto è che poi diventa "offesa", alla conoscenza delle cose così come sono. Diventano, quei processi mentali chissà quando e chissà come difensivi, coazione a ripetere - quella che ha portato la psicoanalisi a estendere la propria visione metapsicologica e prendere in considerazione l'attività nella vita umana del cosiddetto "istinto di morte" - il quale, al di qua della dimensione fisica etero e auto distruttiva, va a toccare la conoscenza, la visione - diventa cecità, annullamento mentale (ciò che è non è), negazione (ciò che è non è quello che è) e via di questo nero spasso. Al di qua della dimensione fisica nel senso che poi, ogni violenza diventa possibile - farla e subirla.
Per quello che ne so, per la singola persona le condizioni reali di esistenza hanno prodotto una tale pericolosissima contorsione dell'essere e del fare, ma poi è questa contorsione che rende difficile il recupero di una condizione precedente anche quando quelle condizioni reali locali sono mutate.
Insomma, l'analogia: in moltissimi casi di disagio mentale esiste un lavoro finalizzato al mantenimento dello stesso disagio - un pluslavoro di gran lunga maggiore di quello necessario alla propria vita, compiuto per il mantenimento della propria schiavitù - schiavitù al nulla, verrebbe da dire, ma sarebbe fuorviante: non è un nulla, sono precise realtà di dominio, dell'uomo sull'uomo, sugli altri animali e sulla natura.

Luca Massaro ha detto...

Sì, sui meccanismi di difesa mi trovi concorde, in quanto ogni vivente, umano compreso, li mette in atto per preservare il suo essere.