martedì 2 dicembre 2014

Una finzione efficace

«Il passo cruciale fu costituito dalla trasformazione del lavoro e della terra in merci; ossia, essi furono trattati come se fossero stati prodotti per essere venduti. Naturalmente essi non erano propriamente merci, poiché non erano affatto prodotti (terra), oppure lo erano ma non a scopo di vendita (lavoro).
Eppure non fu mai escogitata finzione più efficace. Poiché il lavoro e la terra erano acquistati e venduti liberamente, furono inseriti nel meccanismo del mercato. Ora vi era un'offerta e una domanda di lavoro, e un'offerta e una domanda di terra. Di conseguenza, vi era un prezzo di mercato, detto salario, per l'uso della forza lavoro, e un prezzo di mercato, detto affitto, per l'uso della terra. Il lavoro e la terra disponevano di propri mercati, simili a quelli delle merci vere e proprie prodotte con il loro ausilio.
La vera portata di un passo del genere può essere valutata se teniamo presente che “lavoro” e “terra” non sono altro che modi alternativi di definire, rispettivamente, l'uomo e la natura. La finzione della merce affidò il destino dell'uomo e della natura al giuoco di un automa che si muoveva nelle sue guide ed era governato dalle sue leggi. Questo strumento di benessere materiale era controllato esclusivamente dagli incentivi della fame e del guadagno; o, per l'esattezza, dal timore di rimanere senza mezzi di sussistenza o dall'aspettativa di profitto. Fintantoché nessun individuo privo di proprietà poteva soddisfare il suo bisogno di cibo senza aver prima venduto il suo lavoro sul mercato, e fintantoché non si poteva impedire ad alcuna persona dotata di proprietà di acquistare nei mercati meno cari e di vendere in quelli più cari, quella sorta di cieca macina avrebbe continuato a sfornare quantità sempre maggiori di merci a vantaggio della razza umana. La paura della fame per il lavoratore, l'allettamento del profitto per il datore di lavoro, avrebbero mantenuto in moto quel vasto meccanismo.»

Karl Polanyi, La sussistenza dell'uomo, Einaudi, Torino 1983, pag. 33-34 (traduzione di Nanni Negro).


Lo so che, gradualmente, la modernità ha proposto molteplici sfaccettature della summenzionata finzione; e, tuttavia, sempre e soltanto due sono le reali parti in causa: coloro che lavorano o cercano di lavorare per sopravvivere (procurarsi i mezzi necessari per la sussistenza) non avendo altro da vendere che la propria forza lavoro; e coloro che posseggono, i proprietari, i quali vendono o cercano di vendere le merci prodotte (la cui produzione è data dall'impiego della terra e/o dei mezzi di produzione unitamente all'acquisto di forza lavoro) avendo come scopo primario non la sussistenza, bensì il profitto.

Poi accade che nel mondo variopinto ci siano varie eccedenze: di merci (e fanculo al surplus di invenduto) e di individui che, per vari motivi, non riescono a vendere la loro forza lavoro – e faticano a sussistere.

Di questa finzione economica l'umanità è schiava. O meglio: alcuni, pochi, grazie a questa finzione, schiavizzano la maggioranza della popolazione mondiale, beninteso a norma di legge.
Stringo. Ultimamente, lo ammetto, mi sento un pochino testadicazzo, ma se qualcuno sotto Natale propone (via sms per es.) di donare 2 euro per la mera sussistenza dei profughi siriani, senza accennare minimamente al perché manco un'oncia di tutta la ricchezza prodotta è loro concessa, gli orino al centro. E senza tirare lo sciacquone.


3 commenti:

Lisa Miller ha detto...

Ecco un modo interessante per trasformare la "finzione" in "minzione" : )

Olympe de Gouges ha detto...

tu a marcel duchamp gli pisci in testa. ciao caro.

Luca Massaro ha detto...

Ottima, grazie, te la rubo :-)