lunedì 30 giugno 2014

L'identità dei semestri

«Ciò che accade nelle intenzioni categoriali è che le cose che percepiamo vengono elevate allo spazio delle ragioni, al dominio della logica, dell'argomentazione e del pensare categoriale. L'esperienza categoriale è il punto di passaggio che conduce dalla percezione all'intelligenza, dove entrano in gioco il linguaggio e la sintassi. Attraverso l'articolazione categoriale, le cose che percepiamo vengono recepite e ammesse nel campo del ragionare e del conversare. La semplice percezione è più di un processo fisiologico e psicologico, mentre la recezione categoriale è il primo passaggio alla logica. [Se ho parlato] dell'oggetto come identità entro una molteplicità di presentazioni, ho insistito sul fatto che l'identità stessa non si mostra mai come uno dei lati, degli aspetti e dei profili attraverso i quali essa è data. La sua identità appartiene ad un'altra dimensione. È questa identità, tuttavia, alla quale facciamo riferimento quando denominiamo l'oggetto e lo portiamo all'articolazione categoriale. Così il cubo che è percettivamente dato in e attraverso una molteplicità di lati, aspetti e profili, è l'identità cui ci riferiamo quando pronunciamo le parole “il cubo” e iniziamo a predicare le sue caratteristiche. L'identità del cubo è il ponte tra la percezione e il pensiero».
Robert Sokolowski, Introduzione alla fenomenologia, Cambridge University Press 2000, Edizioni Università della Santa Croce con Imprimatur del Vicariato di Roma 4 ottobre 2002 (traduzione di Paola Premoli De Marchi, pag. 116-117).

A parte che non ho capito granché, sto pezzo mi torna utile per ragionare brevemente, e nondimeno fenomenologicamente, sul semestre europeo a guida italiana, nello specifico a guida Renzi, perché egli ce lo fece subito un pensierino quando fu pungolato nel febbraio scorso di cambiare idea, defenestrare Letta e diventare presidente del consiglio.
Ora è pronto, è gonfio, oggi i notiziari dicono che sta limando il discorso, come Callimaco o Calimero non importa.
Io vorrei, fenomenologicamente vorrei, porre attenzione sul fatto che sei mesi fa, quando il semestre è toccato alla Grecia, esclusi i greci (forse) chi altri in Europa si è appassionato alla questione dell'onere e dell'onore del siffatto incarico?
A parte qualche salamelecco istituzionale e diplomatico, nella sostanza, in cosa la guida italiana sarà diversa dalle altre, intendendo con diverso qualcosa di qualitativamente e quantitativamente migliore in rapporto alle precedenti conduzioni semestrali?


Lo stabile Europa è quello di sempre e il cambio semestrale del capo-condomino non andrà certo a mutare le fondamenta dell'immobile e i rapporti di forza e di convivenza degli inquilini. I padroni del sistema Europa hanno interessi notoriamente diversi dai popoli d'Europa. E il malinteso democratico consiste proprio in questo: i politici, che in teoria dovrebbero essere servitori del popolo, servono in realtà altri padroni.

sabato 28 giugno 2014

Il mio essere de sinistra

Non mi sono mai esercitato nel catalogare cosa sia di sinistra e cosa no, e non certo mi ci metto ora anche se pungolato dalla lusinghiera (molto lusinghiera) chiamata in causa laterale di Malvino.

Veramente, sebbene abbia una certa idea, non so quanto io sia di sinistra. La mia aspirazione è quella di essere un marxista più o meno ortodosso, ma potrò esserlo soltanto quando sarò pienamente in grado di padroneggiare il materialismo dialettico.

Abbozzo una domanda che mi sembra di sinistra: perché la produzione umana crea così abissali disparità e disuguaglianze sociali?

La sinistra politica che non si scontra con la realtà (socio-economica), che la accetta, che cerca di riformarla, di accarezzarle il pelo per il verso giusto  e la realtà, in certe circostanze favorevoli e a latitudini limitate, sembra concedere qualcosa, sembra lasciarsi addomesticare ma, proprio nell'attimo in cui la sinistra sta per metterle il guinzaglio, ecco che la realtà inizia a mordere e/o a prendere la fuga – bene, tale sinistra per me tanto sinistra non è.

Essere di sinistra a mio avviso significa mettere in discussione i rapporti di produzione e, a seguire, il corollario “costituzionale” che li sorregge, proprio per criticare alla radice le contraddizioni della democrazia “borghese” che, oggi come ieri, ha un concetto molto limitato e particolare su chi del demos abbia la facoltà del cratos.

Se per sopravvivere sei obbligato vendere la tua forza lavoro perché se non lo fai – come direbbe Briatore – «sei fuori», allora, a mio avviso, l'unica maniera pertinente di essere di sinistra è di prendere coscienza del meccanismo del pluslavoro e del plusvalore e di denunciarlo.

È per la mancanza quasi totale di questa denuncia che la sinistra, italiana soprattutto ma non solo, è morta. E il buon riformista radicale del Giglioli, nonostante gli acuti rilievi (e il suo moralismo superpoliticamente corretto), resta sempre in superficie senza mai operare un'autentica critica di sistema (forse perché del sistema fa parte?).

La formula montaliana degli Ossi torna sempre utile: più che dire cosa si è, si può dire meglio cosa non si è; più che dire cosa si vuole, è più facile dire cosa non si vuole.
Così, per tentare un'approssimata definizione del mio essere di sinistra, uso questa formula per dichiarare programmaticamente cosa non lo è.
Scrive Milton Friedman in suo saggio L'alleviamento della povertà (tratto da Capitalismo e libertà, Studio Tesi, 1987):
«Uno dei mezzi per alleviare la povertà, e per molti aspetti il più accettabile di tutti, è quello della carità privata».


Ecco qua, fuck off.

venerdì 27 giugno 2014

Anche solo per dire

27 giugno 1914

«Mi credevo soltanto al 26 giugno. Non ho coscienza di aver lasciato passare un giorno senza scrivere in questo quaderno; e senza dubbio non ci scriverei più se non ci scrivessi tutti i giorni.
Oggi è stata una bellissima giornata [...]»

André Gide, Diari 1914-1927, Bompiani, Milano 1950

Anch'io non ho coscienza di aver lasciato passare un giorno senza scrivere in questo blog. Mi sembrerebbe di fare un torto se non scrivessi tutti i giorni, anche solo per dire che oggi è stata una bellissima giornata.


giovedì 26 giugno 2014

Toccare il divino

- Buonasera Dio, disturbo?
- Chi saresti?
- Non ti ricordi di me proprio per niente? Capisco: con sì tante creature è facile perdere il conto.
- Ah, ecco, ho capito: sei quella buona fava del Massaro che ogni tanto si ricorda che esisto e si fa vivo.
- Mi ricordo che esisti? Perché esisti?
- Secondo te ora con chi stai parlando?
- Con Te.
- Appunto.
- Ma Dio di solito è un'invenzione.
- Ma l'invenzione è qualcosa che esiste oppure no?
- Esiste ma non è reale.
- Fammi capire: è la realtà a garantire un sovrappiù di esistenza?
- La realtà è qualcosa che si tocca, l'invenzione no.
- Dunque, io non esisto soltanto perché non mi puoi toccare?
- In un certo senso.
- Le hai mai toccate le tette di Ornella Muti?
- No.
- Eppure esistono.
- Lo so, e sono (erano?) divine.
- Io uguale.
- Come sarebbe? Tu, o Signore, sei uguale alle tette di Ornella Muti?
- Sono anche le tette di Ornella Muti, essendo io, modestamente, l'essenza del divino.
- Mi piacerebbe toccartele.
- Toccale, se ci riesci. Basta crederci.
- O Signore, perché occorre la fede per credere in Te?
- E chi l'ha detto?
- Lo dice, lo dicono, le Fedi.
- Ah, i preti di ogni ordine e tipo.
- Più o meno loro, sì, dicono così, che ci vuole la fede.
- Lo dicono perché gli conviene, giacché se costringi la fede nel dogma il gioco della religione è fatto: nasce la struttura e i vari priori che sanno leggere e interpretare le scritture.
- Tuttavia è anche tramite le scritture che si crea l'immaginario religioso.
- Ma chi parla qui adesso che ho perso il filo?
- Parlavo io, Dio.
- Sei troppo complicato a quest'ora della notte.
- Sarò semplice.
- Buonanotte figliolo.
- Buonanotte Dio

mercoledì 25 giugno 2014

Vita in transito

– La vita è difficile
– Spiegati.
– La vita non è facile.
– Ho capito.
– Ma dimmi: se, viceversa, avessi detto “La vita è facile”, tu mi avresti chiesto di spiegare?
Può darsi, diciamo che, in genere, si capisce meglio la facilità piuttosto che la difficoltà. La difficoltà del vivere ha più contenuto narrativo del vivere facilmente. Pensa, per esempio, a John Elkann.
Ci ho pensato.
E non hai ancora vomitato?
No. So che farlo libera, ma nel farlo non si sta tanto bene. Quindi: non ci penso all'Elkann. Penso alla vita che scorre e che assomiglia a un fiume, a volte in piena, a volte in secca a volte normale, come sono normali i fiumi da cartolina che stanno comodi dentro i loro argini, mòvendo le imbarcazioni la dove si può navigare e/o attraversare da una riva all'altra, dove si incontrano Caronti e che ci imbarcano senza minacce di portarci chissà dove.
Uhm, similitudine un po' deboluccia quella del fiume, non credi? Tra le tante disponibili, io avrei usato un altro elemento geografico al posto del fiume.
E quale? La montagna, la collina, la pianura, il lago, il mare?
A un vulcano, ecco. La vita è un vulcano a volte attivo, a volte no. La vita erutta, fuma, ribolle. Poi si spegne, come tanti vulcani spenti. Ci sono fasi della vita in cui ti senti esplodere, altre invece in cui ti senti tappato dappertutto, solo dalle nari esce un po' di rabbia contenuta.
Uhm, la tua similitudine potrà essere più suggestiva, concedo, ma non mi sembra divergere in sostanza da quella vita-fiume che ho testé proposto.
Sì, hai ragione. È che tutte queste similitudini per riuscire a restituire un'immagine adeguata della vita hanno stancato.
È il pensiero che vuole coglierla che ha stancato, forse.
Vivere senza pensare è come vivere senza cogliere i famosi frutti. E mangiarli.
Una volta mangiati vanno digeriti, eccetera.
– È un bel periodo di transito, in tutti i sensi.

martedì 24 giugno 2014

Brandelli di meditazione

Francesco HayezMeditation (1851)
Con un mezzo sorriso in più e una tetta in meno (e senza libro e crocifisso), stasera medito anch'io sui brandelli d'Italia.
Non ho visto la partita, ero in auto e neanche ascoltato la radiocronaca (mai tentato). Mi ponevo, guidando e meditando, soltanto questa domanda: «Preferisco che vinca o che perda l'Italia?». Sinceramente, me ne fotto, mi annoia più il calcio di Ballarò e - ve lo giuro - mai ho visto una puntata di Ballarò per intero.
Ma cosa t'interessa a te, quale eccellenza italiana da esportazione? 
L'inerzia. 

lunedì 23 giugno 2014

Pensieri a spasso

Anche stasera porto il pensiero a spasso, però con il guinzaglio: pisciatina qui, pisciatina là, il mio è un pensiero marcatore. Infatti alcuni lo annusano e ci riorinano sopra: fanno bene, è meglio mescolarli i pensieri. Come gli odori degli umani, anche i pensieri, quando si mescolano a fin di bene, producono unità di intenti e memorie condivise. Ti ricordi quel giorno quando mi tolsi le scarpe ché mi stavano strette e provai sì sollievo, ma da esse uscì fuori un leggerissimo e inevitabile afrore di piedi compressi fortunatamente trattenuto dai pedalini pariscarpa? Fa niente, è naturale, dicesti, come tutti gli umori del nostro corpo lo sono, basta lavarsi, basta cospargersi le mani di lavanda e strofinarsi a secco, sentirai te poi che profumo.
Bene, adesso riporto il pensiero a cuccia, l'avevo avvisato che stasera il giro sarebbe stato breve, perché devo finire di leggere alcuni racconti di John Cheever che mi fanno pensare tanto:

«Se Francis avesse creduto alle divinità dell'amore, agli amorini armati di arco e frecce, ai capricciosi intrighi di Venere ed Eros, o anche alle pozioni magiche, ai filtri, ai decotti e ai quarti di luna, ciò avrebbe potuto spiegare la sua ipersensibilità e la sua febbrile euforia. Sugli amori autunnali della mezza età si è molto scritto, e Francis pensava di esserci proprio dentro, ma non vi era alcuna traccia di autunno in ciò che sentiva. Voleva trastullarsi in verdi foreste, grattarsi dove gli prudeva e bere allo stesso calice». 
John Cheever, Ballata, Fandango, Roma 2000 (pag. 117, traduzione di Marco Papi).

Riforme bestiali

Dalle riforme suine a firma del sapiente Calderoli, a quelle ovine della vestale Boschi, in Italia l'assetto istituzionale terrà sempre ingabbiato il gregge e libero il pastore.

domenica 22 giugno 2014

Sapersi per sapere

[*]
A Romeo, meditando intorno al suo bel post

Almeno potessi essere arrabbiato, irato, carico di hybris - e invece tutto dentro, tutto dentro, mi stempero con un sorriso che sfuma l'eventuale rabbia, come mezzo bicchiere di vino bianco aggiunto per non far bruciare la cipolla.
Attendo di evaporare, tanto è caldo, è il solstizio d'estate, la temperatura giusta per fare presto, disperdermi e ritornare in circolo, andare in automatico, senza continuamente chiamare in causa la volizione.
Il prendere decisioni mi ha sempre atterrito, volevo dire atterrato, Prometeo incatenato all'incertezza, controesempio fattuale dei circoli esistenziali parigini dove una donna, una casa, una lambretta si smaterializzano quotidianamente come cenere delle Gauloise, avessi almeno rubato il fuoco di un accendino, potrei capirli, gli dèi.

Era meglio nascere borghesi con un bel conto in banca e poche rotture di coglioni dal lato materiale. Il proletario, che è appeso al proprio stipendio, non ha altro diritto che alla sussistenza, il resto si attacchi, ci sono le bollette e il carburante da pagare, cosa pretende mai di vivere, sopravviva e basta.
E invece no, questa volta mi ribello: sopravviverò, è certo, ma con l'intenzione di vivere sopra, sopra i miei stessi limiti (gli ottanta euro di Renzi mi hanno dato alla testa). La coscienza è già determinata abbastanza. In fondo è molto peggio diventare triste, digrignare i denti carico di risentimento, stramaledire gli inglesi e cambiare sesso per sapere se era meglio avere la vagina che questo paio di palle che tutti sono bravi a dire di tirare fuori.
Dunque, sentimento e basta: al resto ci penserà il bosco e i raggi di luce che filtrano tra le foglie illuminando occhi felici.

sabato 21 giugno 2014

Falsi desideri d'essere e non essere


Io stasera non vorrei essere, sarebbe più facile, non cercherei di scrivere per respirare. Non vorrei essere, perché l'essere ora è rinchiuso, ingabbiato, non riesce neanche a tossire per sputare fuori un po' di germe esistenziale. 
Essere il non essere per un attimo, lo spazio di una sera, giusto il tempo per garantire un sovrappiù di esistenza all'accappatoio appeso che mi guarda, dietro la porta del bagno, non capendo perché stasera non gli dedichi nemmeno un pianto. E che dire del cuscino che mi aspetta: se io stasera non fossi, lui sarebbe certo più contento, si sentirebbe per una volta avvantaggiato e mi stringerebbe lui per farmi sentire come ci si sente a essere scambiati per un altro. 
Sarebbe proprio il caso che stasera non fossi o fossi qualcun altro, uno che invece di star qui a scrivere menate prendesse a urlare e a strapparsi i peli pubici per aumentare l'intensità dell'urlo e della rabbia soffocata dal sibilo impercettibile del pc acceso, E invece non è il caso, il caso mi fa essere senza parole da aggiungere a quelle che ho già detto, parole dette proprio per provare a essere per davvero e non a stare sempre lì in bilico tra due sponde avverse, da una parte l'essere qualcosa piuttosto che niente e dall'altra il niente.
Nel mezzo scorre il letto e il cuscino di cui sopra, mia imbarcazione notturna dalla quale ogni tanto mi distacco per farmi un tuffo tra i sogni. Sogni fuori fase ai quali andrebbe registrato il minimo - come diceva mio padre della vecchia Cinquecento. Contrariamente a me, lui, essendo meccanico, ci riusciva. Io no. Per questo mi battono in testa i sogni, come se fossi diventato una campana. Ho i sogni batacchio. Ho il batacchio. Stasera me lo suono, come scriveva Henri Miller tradotto da non ricordo chi.

Per un piatto di lenticchie


«Così il lavoro che l’operaio vende come valore d’uso al capitale, rappresenta per l’operaio il suo valore di scambio, che egli vuol realizzare, ma che è già determinato prima dell’atto di questo scambio, gli è presupposto come condizione; ed è determinato, al pari del valore di qualsiasi altra merce, dalla domanda e dalla offerta o, in generale [...] dai costi di produzione, dalla quantità di lavoro oggettivato mediante la quale è stata prodotta la capacità di lavoro dell’operaio e che questa perciò riceve come equivalente valore di scambio del lavoro, la cui realizzazione ha luogo nel processo di scambio col capitalista, è perciò presupposto, predeterminato, e subisce soltanto quella modificazione formale che ogni prezzo solo idealmente posto riceve all’atto della sua realizzazione. Esso non è determinato dal valore d’uso del lavoro. Per l’operaio stesso il lavoro ha un valore d’uso soltanto in quanto è valore di scambio, non in quanto produce valori di scambio. Per il capitale invece esso ha valore di scambio solo in quanto ha valore d’uso. Valore d’uso, in quanto distinto dal suo valore di scambio, esso lo è non per l’operaio, ma soltanto per il capitale. L’operaio scambia dunque il lavoro come semplice valore di scambio predeterminato, determinato da un processo passato — egli cioè scambia il lavoro stesso come lavoro oggettivato ossia soltanto nella misura in cui esso già oggettivizza una determinata quantità di lavoro, e quindi il suo equivalente è già fissato in una misura precisa, è già dato —; il capitale lo riceve nello scambio come lavoro vivo, come generale capacità di produrre ricchezza, come attività che moltiplica la ricchezza. Che l’operaio non possa dunque arricchirsi attraverso questo scambio, è evidente: come Esaù per un piatto di lenticchie cedeva la sua primogenitura così egli cede la sua forza creativa in cambio della capacità di lavoro già fissata in una precisa misura. Egli anzi è destinato a impoverirsi, come vedremo in seguito, in quanto la forza creativa del suo lavoro gli si stabilisce di fronte come forza del capitale come potere estraneo. Egli si priva del lavoro come capacità di produrre ricchezza; il capitale se l’appropria come tale. La separazione tra lavoro e proprietà del prodotto del lavoro, tra lavoro e ricchezza, è perciò posta già in questo atto dello scambio. Ciò che sembra paradossalmente un risultato, è già implicito nel presupposto stesso. Gli economisti hanno espresso tutto ciò in maniera più o meno empirica. Di fronte all’operaio dunque la produttività del suo lavoro diventa un potere altrui, e in generale lo diventa il suo lavoro, nella misura in cui non è capacità lavorativa, bensì movimento, lavoro effettivo; il capitale viceversa si valorizza attraverso l’appropriazione di lavoro altrui. (O per lo meno, il risultato dello scambio tra lavoro e capitale è che è posta la possibilità della valorizzazione. La realizzazione del rapporto avviene soltanto nell’atto di produzione stesso, dove il capitale consuma effettivamente il lavoro altrui). Come per lui il lavoro in quanto valore di scambio presupposto viene scambiato con un equivalente in denaro, così questo denaro viene scambiato a sua volta con un equivalente in merce, che viene consumata. In questo processo di scambio il lavoro non è produttivo; esso diventa produttivo soltanto per il capitale; dalla circolazione il lavoro può detrarre soltanto quanto vi ha immesso, ossia una predeterminata quantità di merce, che non è un suo proprio prodotto più di quanto non sia un suo valore. Gli operai, dice Sismondi, scambiano il loro lavoro con frumento, ma mentre essi consumano il frumento, il lavoro «è diventato capitale per il loro padrone» (Sismondi, VI)40. «Dando in cambio il loro lavoro, gli operai lo trasformano in capitale» (id. VIII)41. L’operaio, vendendo il suo lavoro, ottiene un diritto soltanto sul prezzo del lavoro, non sul prodotto di questo lavoro, né sul valore che il lavoro gli ha aggiunto (Cherbuliez, XXVIII)42. «Vendita del lavoro = rinuncia a tutti i frutti del lavoro» (l. c.)43. Tutti i progressi della civiltà dunque, o in altre parole ogni incremento delle forze produttive sociali, se si vuole, delle forze produttive del lavoro stesso — quali risultano dalla scienza, dalle scoperte, dalla divisione e combinazione del lavoro, dal miglioramento dei mezzi di comunicazione, dalla creazione del mercato mondiale, dalle macchine — arricchiscono non l’operaio, ma il capitale; non fanno altro che ingigantire il dominio sul lavoro; incrementano soltanto la produttività del capitale.»

Karl Marx, Grundrisse, Quaderno III, Il capitolo del capitale. pag. 257-258 edizione Einaudi. 

venerdì 20 giugno 2014

Transiti lunari

[*]
Quattro lune di traverso, alcune con le loro ombre, non importa. La vita scorre, si alza, dice buongiorno sole, grazie della luce. E, a tratti, i lenti movimenti del mattino si accordano alla traiettoria delle orbite celesti, tu stesso ti senti corpo celeste. E passa il giorno, passa. Passa, a volte, in certi modi in cui comandi a tutti i sensi di non perdere un'oncia di quello che sta accadendo, compreso un piccolo ragno che scende a filo su una spalla, come un astronauta sulla luna. E alluno, anzi: atterro. Trovo quello che cercavo. Perché l'ho sempre saputo cosa cercare.

giovedì 19 giugno 2014

HNWI parasite

Continuo, da ieri notte, approfittando dell'encomiabile illustrazione del fenomeno descritta da Olympe de Gouges.

Dato che ogni tipo di disapprovazione moralistica (e religiosa) della ricchezza è deleteria, perché va a condannare i singoli comportamenti individuali; e in attesa che l'analisi marxista del fenomeno torni, giocoforza, ad animare le coscienze degli individui che patiscono le storture economiche determinate dal capitalismo; allora penso che forse potrebbe essere utile considerare il fenomeno ricchezza a partire da un mero dato ecologico: i quattordici milioni di HNWI* (individui ad alto patrimonio netto) sono o non sono i parassiti dell'umanità?
ParassitismoCondizione di vita di un organismo animale o vegetale che si nutre per un tempo più o meno lungo a spese di altro organismo vivente in una condizione di simbiosi disarmonica, dalla quale il parassita trae un beneficio alterando la biologia dell'ospite e arrivando in alcuni casi anche a ucciderlo. Il p. raggiunge uno stato di equilibrio ecologico quando il parassita danneggia l'ospite ma senza procurarne la morte, evento che sarebbe comunque svantaggioso anche per il parassita.

mercoledì 18 giugno 2014

Sessantuno milioni di non ricchi.

*
Ogni anno vengono stilate le classifiche su quanti sono i ricchi sulla faccia della Terra.
Come sempre, di fronte a tale fenomeno, la reazione generale di chi ricco non è, è di un sobrio fatalismo: così va il mondo, ci sono dei pochi fortunati e privilegiati e, intorno, ci sono gli altri che ricchi non sono e mai lo saranno.
Mai una volta che questo fenomeno venga considerato alla stregua di quello che è: non un fenomeno naturale, bensì la diretta conseguenza di un determinato sistema economico e produttivo chiamato capitalismo.

[continua]

martedì 17 giugno 2014

Un ennesimo buco nero

A un'amica che si chiede come si fa a compiere certi crimini

Come si fa? Si fa tutto, basta per un attimo chiudere gli occhi, far entrare nel cervello un precipizio, mettersi nelle condizioni di un'apnea permanente - nelle orecchie ficcare a forza un silenzio che contiene l'esplosione primordiale, farsi guidare da quella, poi prendere le mani, le tue solite mani che quotidianamente compiono gesti di affezione o di dovere, di cura o di scazzo, a trasferire in esse tutta la potenza accumulata dalla paura di essere accerchiato, di non vedere altra soluzione che la morte e l'abominio - e le mani vanno da sole, credimi, le mani, quelle solite mani che si ficcano nelle carne in luogo di medicare, e la sbranano, la maciullano, la sfibrano finché tutta sarà compiuto, il silenzio sarà esploso, e nell'universo si farà spazio ancora un ennesimo buco nero.

lunedì 16 giugno 2014

Quel che veramente è la vita

[Un pub di Dublino, centodieci anni fa]

Bloom seguitava a parlare e parlare con John Wyse ed era tutto eccitato, con quel muso color canchescappa e gli occhi color prugna che giravano da tutte le parti.
Persecuzione, dice lui, tutta la storia universale ne è piena. Si perpetua l'odio nazionale tra le nazioni.
Ma lei sa cosa significa una nazione? dice John Wyse.
Sì, dice Bloom.
Cos'è? dice John Wyse.
Una nazione? dice Bloom. Una nazione è la stessa gente che vive nello stesso posto.
Perdio, allora, dice Ned, ridendo, se la cosa sta così sono una nazione anch'io perché è da cinque anni che vivo nello stesso posto.
Così per forza tutti gli risero dietro, a Bloom, e lui dice cercando di uscirne in qualche modo:
O anche che vive in posti diversi.
[…]
Anch'io poi appartengo a una razza che è odiata e perseguitata, dice Bloom. Anche adesso. Proprio in questo momento. Proprio in questo istante.
Perdiana, per poco non si bruciava le dita con la cicca di quel sigarone.
Derubati, dice. Spogliati. Insultati. Perseguitati. Ci vien tolto quel che ci appartiene di diritto. In questo stesso momento, dice Bloom, alzando il pugno, ci vendono all'asta nel Marocco come schiavi o bestie.
Sta parlando della nuova Gerusalemme? dice il cittadino.
Sto parlando dell'ingiustizia, dice Bloom.
Giusto, dice John Wyse. Ma allora opponetevi con la forza, da uomini.
[…]
Ma non val la pena, dice. La forza, l'odio, la storia, tutto. Non è vita questa per degli uomini e delle donne, odio e insulti. E tutti sanno che è precisamente il contrario di quel che veramente è la vita.
Cosa? dice Alf.
L'amore, dice Bloom. Voglio dire il contrario dell'odio.


James Joyce, Ulisse, edizione Meridiani Mondadori, (Dodicesimo episodio, Il Ciclope - La taverna, pag. 453-455)





domenica 15 giugno 2014

Come Dio?


La carezza più profonda

«Doveva essere il silenzio a dargli l'impressione che il tempo si stirasse, che divenisse interminabile, e al contempo la stanchezza dei suoi occhi così appiccicati alle cose andava come allontanando le immagini».

Julio Cortázar, “La carezza più profonda”,
da Il giro del mondo in ottanta mondi, traduzione di Stefania Fabri, Einaudi-Gallimard, Torino 1994.

Non c'è il sole più, non c'è il sole che, a quest'ora del pomeriggio, potrebbe sciogliere il silenzio, disfarlo, farlo diventare nuvola.
Ah, ecco perché oggi, d'improvviso, dopo tanto caldo, il cielo s'è fatto così cupo: è il silenzio che s'è vaporizzato. Tra poco un tuono annuncerà il temporale e pioveranno gocce salate come lacrime.
Che piova comunque è bene, perché almeno la pioggia un suono lo produce e il silenzio spezza, un silenzio che neanche nello spazio hanno la ventura di ascoltare.
Una prolungata immersione nel silenzio provoca un vuoto nello stomaco, lo stomaco che si fa sempre avanti a dire la sua come organo inconsapevole, ingestibile cerebralmente. Per esempio, ti viene una sete urgente e prendi un bicchier d'acqua ma senti già al primo sorso che l'esofago limita l'apertura e non capisci, spingi l'acqua dentro bocca a forza e ti va a traverso, e tossisci e sputi fuori il poco che avevi bevuto, t'incazzi e, con una smorfia di disappunto, getti direttamente il viso sotto il rubinetto per confondere ai tuoi occhi la disperazione. Per fortuna è stagione di ciliegie, qualcosa che mangi e puoi sputare insieme.

(Tenere fermi i pensieri attaccati al presente è un'impresa che richiede una forza tranquilla e un aiuto che proviene solo dalla comprensione, la quale è, di fatto, compressione al vivere qui e ora senza mentire a sé e agli altri.)



sabato 14 giugno 2014

Italia Un


Erano le otto ed ero davanti alla tv. Su SkyTG24 apertura sulla partita dell'Italia, quindi cambio ché della Nazionale (e del calcio tutto) non m'importa niente, niente, niente. Premo avanti sul telecomando, ecco il Tg1, un servizio sul centrodestra, stupefacente. In particolare il minuto pieno (un'eternità per un telegiornale delle 20) dedicato a Italia Unica, il movimento politico fondato da Corrado Passera. Cioè, al Tg1 è passato in scaletta prima Passera che Buffon, segno di un'encomiabile professionalità telegiornalistica. 
#iosiamo, l'hastag di Italia Unica. Che serietà, che postmodernità, che profondità culturale e politica, che radicamento territoriale, che presa popolare, non vedo l'ora di andare a votare Italia Unica, il nuovo movimento e/o partito che riempie il vuoto politico lasciato da Giovanni Toti. Sono così tentato di aderire a Italia Unica nella speranza di diventare uno dei tanti Unici eroi superni che rappresentano le varie sfaccettature marron della penisola. Che belli i primi 100: ho contato più avvocati e commercialisti là dentro che metalmeccanici alla Fiat. Che uomini, che donne, che impronta, che vigore, che piglio. Una vera e propria classe dirigente pronta per guidare il Paese per farlo diventare quello che già è: un Paese di merda. Un Paese di cui il mondo ha fame. Povero mondo, povera fame.

venerdì 13 giugno 2014

Un blogger dimezzato

Tengo un blog da alcuni anni, quasi sette. Ho pensato e detto molte cose che non ho preso la briga di rileggere, ché ancora non è tempo di tornare indietro nel tempo. Molti pensieri fuori di me con la pretesa che siano un prolungamento di quello che veramente (veramente?) sono.
Ho scritto per vincere il silenzio, no, vincere no, non c'è da vincere niente, solo uscire dalla porta del sé e bussare alle porte di altri sé che, o meraviglia, hanno avuto e hanno la compiacenza di passare di qua a vedere che aria tira.
Un'aria strana, confusa, come di uno che ha perso il filo del discorso e tuttavia si ostina a non tagliarlo, perché sente che esso lo tiene legato al mondo, al vento, alla vita.
È che, tutt'a un tratto, una parte cospicua di me, che sgomitolava tale filo a poco a poco, ha fatto rotolare il gomitolo giù fuor di finestra - e il gomitolo è la testa.
Sono - m'illudo - caduto coi piedi in terra. Le gambe tremano, insicure di iniziare il cammino. Avrò metà cosa da raccontare ma forse saranno di più.

giovedì 12 giugno 2014

mercoledì 11 giugno 2014

Branoterapia

Giro tra le pagine dei libri alla ricerca di un qualcosa che mi prenda e mi porti via lontano, una specie di viaggio improvviso che mi precipiti in un posto in cui non sono stato, in cui me la devo sbrogliare a vivere senza ripercorrere i soliti meccanismi su cui è regolata la vita adesso e la vita ieri, anche mangiare per esempio, un posto dove non esistono negozi, non esistono denari, in cui mi trovo ad aver fame e l'unica cosa che posso mordere è il mio braccio.
Mi faccio il segno cogli incisivi, mi faccio male, mi faccio uscire il sangue. Lo bevo, e dal sapore giudico un certo stato di instabilità, o meglio: di agitazione.
È un sangue mosso, con moto ondoso in aumento, le imbarcazioni dei pensieri sono sballottate, alcuni a bordo hanno mal di stomaco.
Su consiglio di un noto branoterapeuta, mi sdraio supino e pure prono, non insieme ché non si può ovvero si potrebbe anche, però bisognerebbe essere in due, uno/a supino/a e l'altro/a sopra prono/a (mai visti due che si coricano uno/a prono e l'altro/a sopra supino/a, schiena contro schiena per intenderci.) In tale posizione, il mare del sangue ritrova a poco a poco la sua calma, e se lo bevo adesso mi tranquillizza, i pensieri si rasserenano o saranno sereni a breve, il tempo giusto perché il suddetto dottore somministri


martedì 10 giugno 2014

Parole e no

La mancanza di parole è un fenomeno. Alcun problema se ad essa si associa un silenzio imperturbabile, dal quale non trapela alcunché. Altro discorso se, invece, le parole che in realtà ci sarebbero, sono impedite a uscire dal sé perché velano - più delle lacrime gli occhi - l'essenza di un sentimento, quale che sia.
La caratteristica specifica di questo fenomeno è simile a una momentanea afasia. In realtà, si vorrebbe tanto parlare, parlare a lungo, ma le parole subiscono una sorta di riflusso interno, restano nel gozzo - per favore dottore, mi dia una pacca sulla spalla nel caso mi andassero a traverso. 
Dottore: - Guardi in alto, cosa vede?
Impaziente: - Vedo la verzura di alberi secolari che impediscono al sole allo zenit di espandere anche qui la sua calura e offrono la possibilità di un abbraccio che vorrei non finisse più.

lunedì 9 giugno 2014

Un continuo orizzonte

Quale debole odore
di gerani ritocca
questa corda del cuore
come un tempo?

                  Trabocca
nel mio cuore la piena
dei tuoi giorni perduti,
dei miei giorni vissuti
senza spazio – con pena.

E lo spazio era un fuoco
dove ardevi per gioco
coi tuoi abiti – il bianco
del tuo petto, ed il fianco
che nel vento odoroso
dei gerani, in riposo
replicava il tuo accento.

Era un debole vento
che portava lontano
il tuo nome – un umano
vento acceso sul fronte
d'un continuo orizzonte.

Giorgio Caproni, Finzioni, (1938-39), in Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1999

In questi giorni di meritata calura, nello spazio di tempo concesso da una passeggiata campestre, è bello odorare quello che il sole matura, il timo per esempio.
Non è un caso.
Infatti: è thymos.
Riconoscimento.
Commozione (non patologica). Un movimento verso il vento che profuma.
«Un debole vento che portava lontano il tuo nome». 
Per questo lo pronuncio due volte il tuo nome: se la prima il vento lo porta lontano, la seconda volta è per riportarlo a me.
Dunque, la ripetizione è come un'eco interna, risuona dentro te nell'attimo stesso che lo pronunci.
Sì, qualcosa del genere.
Sei complicato.
Se non lo fossi, scriverei un Tractatus.

domenica 8 giugno 2014

Sempre allegri bisogna stare

"Renzi ha detto che devono andare a casa, non ha usato un'altra parola. Ma devono andare in galera e restituire ciò che hanno preso", insiste Benigni durante il suo dialogo con Eugenio Scalfari a Napoli per la 'Repubblica delle Idee'. "La giustizia rende liberi e io non auguro il carcere nemmeno al peggior malvivente", sottolinea il premio Oscar. "Ma la corruzione è il gradino più basso. Non sono furbi o intelligenti, perché non è così difficile ingannare il prossimo. Sono volgari e vili". E poi, parlando del canto della Divina Commedia dedicato a Ulisse: "Ci sono momenti in cui decidiamo cosa essere. I corrotti, quando scelgono di prendere dei soldi, decidono per l'eternità di essere dei ladri".

Ventidue anni fa, quando Craxi dichiarò che Mario Chiesa era un «mariuolo isolato» Benigni, se non ricordo male, ebbe un altro tipo di reazione che sicuramente non attaccava i corrotti in modo indefinito e insulso, aggrappandosi alle fandonie del contrappasso; invece si scagliava senza mezzi termini contro il segretario nazionale del partito di Mario Chiesa, il fu «Bottino Craxi».

Oggi, invece, a prescindere, al segretario del partito (nonché presidente del consiglio) dei vari corrotti arrestati, non viene rivolta alcuna critica, alcuna “satira”, solo mezzo slinguamento che gli infradicia il gluteo sinistro:

Dell'exploit del Pd alle europee Benigni parla anzitutto durante la parte più ironica del suo intervento, con la battuta sulle 'percentuali renziane' in Bulgaria che strappa applausi alla platea del teatro San Carlo [...]. "Quasi il 41% al Pd? Ma non sono arrivati a tanto nemmeno alle loro primarie... in Europa c'è l'ondata di destra e qui vince il Pd, siamo il Paese del miracolo perpetuo".

Che tristezza, maremma impestata ladra.

Digitando poesia seminudo

Bukowski

Ho praticamente smesso di scrivere poesia perché m'affatica uscire da me stesso in versi, come se dovessi portarmi sulla china dell'essere – e una volta in cima rotolare giù, macigno di Sisifo.

Non posso più ripetere l'esercizio, cercare la virtù nel vizio. Quindi resto a terra e accetto la caduta nel tempo (disse un Cioran in guerra con le disposizioni del Creatore).

La poesia sfiora le cose in apparenza, ma invero i suoi raggi penetrano l'essenza delle cose (intanto sul prato uno scarafaggio mi percorre con estrema competenza).

Sempre sul prato: seduto tra campanule, fiordalisi e rari papaveri mi diletto a sfiorare petali in arpeggio: ne esce fuori la tua voce, al telefono.


Se questo incanto non lo traduco in versi è perché non voglio andare troppe volte a capo. Di più: vorrei trasformarlo in una semiretta, una volta capito da quale punto farla partire.

(Penso di averlo capito, anche se, in realtà, il punto sono due punti che si trasforma in uno).

sabato 7 giugno 2014

Figo

via La Stampa

La Pietra Nera invece è arrivata: per comprare quella bella figa dell'Italia.

A  parte.
A proposito di risparmio: sotto trascrivo (anzi copio e incollo da qui) una formidabile pagina dei Grundrisse
Son citazioni lunghe, comprendo. Ma al di là di questo, chi meglio di Marx - puttana della miseria - spiega l'andazzo di stocazzo di sistema produttivo capitalistico?

«Se tutti [gli operai] risparmiano, una generale riduzione del salario li rimette subito in linea; giacché il generale risparmio mostrerebbe al capitalista che il loro salario è generalmente troppo alto, e che essi ricevono più dell’equivalente della loro merce, costituita dalla disponibilità sul loro lavoro; infatti la natura dello scambio semplice — ed è questo il rapporto in cui essi stanno col capitalista — consiste esattamente nel fatto che nessuno mette in circolazione più di quanto ne detrae, ma può detrarne soltanto quanto vi ha messo. Un singolo operaio può impegnarsi al di sopra del limite normale, e più di quanto debba farlo per vivere come operaio, soltanto perché un altro sta al di sotto di quel limite ed è più pigro; egli può risparmiare soltanto perché e se un altro sperpera. Il risultato massimo cui egli può giungere in media con la sua parsimonia, è la possibilità di sopportare meglio la compensazione dei prezzi — i loro alti e bassi, il loro ciclo; ossia, soltanto una più razionale distribuzione dei suoi godimenti, non l’acquisto di ricchezza. Ed è proprio questo che chiedono i capitalisti. Secondo loro gli operai in periodo di prosperità economica devono risparmiare tanto da poter più o meno vivere in periodo di crisi, sopportare la riduzione d’orario o il ribasso dei salari ecc. (che allora sarebbe ancora più forte). La pretesa insomma è che gli operai si mantengano costantemente su un tenore di vita minimo, e facilitino ai capitalisti le crisi ecc., che si comportino come pure macchine lavoratrici e possibilmente ne paghino anche l’uso e consumo. È evidente che tutto ciò sboccherebbe in un vero e proprio abbrutimento e che tale abbrutimento renderebbe già impossibile anche il solo desiderio della ricchezza nella forma generale di denaro, di denaro accumulato, (mentre la partecipazione dell’operaio a godimenti superiori, anche spirituali, come l’agitazione per i propri interessi, la possibilità di avere propri giornali, di erudirsi, di educare i figli, di sviluppare il gusto ecc., la sua unica partecipazione all’incivilimento, che lo distingue dallo schiavo, è economicamente possibile solo mediante l’allargamento della sfera dei suoi godimenti nei periodi di prosperità degli affari, ossia nei periodi in cui in una certa misura è possibile il risparmio). Ma a prescindere da tutto ciò, l’operaio che risparmiasse in maniera veramente ascetica e accumulasse in tal modo premi per il sottoproletariato e per i furfanti, i quali aumenterebbero in rapporto alla domanda, potrebbe conservare e far fruttare i suoi risparmi — quando essi sono superiori al salvadanaio delle casse di risparmio ufficiali, che gli pagano un interesse minimo per permettere ai capitalisti di trarre grossi interessi dai loro risparmi, oppure allo Stato di rastrellarli, con la qual cosa l’operaio non fa che aumentare la forza del suo avversario e la propria dipendenza —, soltanto depositandoli nelle banche, cosicché poi in periodo di crisi egli perde i suoi depositi, mentre in periodo di prosperità ha rinunciato ad ogni godimento per accrescere il potere del capitale; insomma in ogni caso egli ha risparmiato per il capitale, non per sé. Del resto, — nella misura in cui tutta la faccenda non si riduce ad una ipocrita fraseologia della «filantropia» borghese, che in generale consiste nel pascere l’operaio di «pii desideri» — ciascun capitalista pretende, è vero, che i suoi operai risparmino, ma vuole anche che siano soltanto i suoi a risparmiare, perché gli stanno di fronte come operai; ma per l’amore del cielo non lo faccia il restante mondo degli operai, giacché questi gli stanno di fronte come consumatori. A dispetto di tutta la “pia” fraseologia, egli ricorre allora a tutti i mezzi pur di stimolarli al consumo, di dare nuove attrattive alle sue merci, di convincerli a crearsi nuovi bisogni. È proprio questo lato del rapporto tra capitale e lavoro che è un momento essenziale di incivilimento, sul quale si basa la giustificazione storica. […]
Ma queste sono tutte considerazioni essoteriche, pertinenti nella misura in cui si dimostra che le pretese dell’ipocrita filantropia borghese si dissolvono internamente e confermano quindi proprio ciò che vorrebbero smentire, e cioè che nello scambio dell’operaio col capitale, l’operaio si trova nel rapporto di circolazione semplice, e che dunque egli non riceve ricchezza ma soltanto mezzi di sussistenza, valori d’uso per il consumo immediato.»
Karl Marx, Grundrisse, Il Capitolo del Capitale, Quaderno II, pag. 237-238 edizione Einaudi.

venerdì 6 giugno 2014

Digiuni spot




Per arrivare a simili conclusioni, pensavo fosse sufficiente un'anamnesi dei radicali italiani.

Ok, ok, Pannella, a quello della fame, ha più volte aggiunto lo sciopero della sete. Benissimo, ma non è mai morto e sono contento per lui.

Il punto è un altro, e cioè: se per le sue battaglie transnazionali vuole incidere veramente da un punto di vista mediatico, gli conviene andare al Castello dei Sorci a farsi una grande abbuffata - e farsi schiantare (la cintura).

Il coinvolgimento prioritario

[via]

Premesso che non bisogna lasciarsi mai prendere troppo dall'entusiasmo, in attesa che alle parole seguano i fatti, è con viva e vibrante soddisfazione che salutiamo l'annuncio del ministro della (ex pubblica) Istruzione, il quale, a settembre, 
emanerà delle nuove Linee guida (che aggiorneranno quelle a suo tempo predisposte dal ministro Fioroni) a cui le istituzioni scolastiche dovranno attenersi nella programmazione di iniziative per il contrasto del bullismo e del cyberbullismo. 
Bene. E che c'entra il gender col bullismo?
No, è che un deputato dei Fratelli d'Italia (il partito di Giorgia e Ignazio) al question time s'è lamentato col ministro Giannini perché al
Liceo classico “Giulio Cesare” di Roma [...] ai ginnasiali di 15 anni è stato fatto leggere un romanzo i cui contenuti sono stati giudicati «inopportuni» e «sconvenienti» dalla Presidenza del Senato, che ha impedito fossero inseriti stralci del testo in un’interrogazione) 
e perché anche al
Liceo ginnasio “Muratori” di Modena [...] è stata organizzata una conferenza del transessuale Luxuria, senza prevedere il contraddittorio e, soprattutto, senza avvertire i genitori degli studenti, che infatti hanno molto protestato. 
Ah. Ma continuo a non capire in cosa i temi gender c'entrino col bullismo.
Ma come non capisci: è
proprio per evitare il ripetersi di situazioni simili, conseguenza dell’applicazione, nelle scuole, della “Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, predisposta dall’Unar (Ufficio nazionale anti-discriminazioni razziali) in collaborazione con 29 associazioni Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali), entro settembre il Ministero dell’Istruzione emanerà delle nuove Linee guida (che aggiorneranno quelle a suo tempo predisposte dal ministro Fioroni) a cui le istituzioni scolastiche dovranno attenersi nella programmazione di iniziative per il contrasto del bullismo e del cyberbullismo. 
Non capisco proprio un cazzo. Cioè: capisco soltanto che per soddisfare la pruderie della presidenza del Senato (alla quale non piacciono i pompini tra uomini), e per impedire che un trans vada a parlare nelle scuole pubbliche statali, il ministro della (ex Pubblica) istruzione ha dichiarato che a settembre emanerà delle nuove linee guida.

E cosa si presume sarà emanato? Ascoltiamo cosa dice Roberto Gontero, presidente dell’Agesc (Associazione genitori scuole cattoliche)
«Proprio nell’incontro che abbiamo avuto a maggio avevamo chiesto al Ministro di riscrivere le Linee guida, perché riteniamo irrealistico che entrino nelle classi dei nostri figli contenuti che non hanno ricevuto il preventivo consenso dei genitori. Il Ministro ha recepito queste nostre preoccupazioni e di questo siamo certamente soddisfatti».
Sto capendo che i genitori cattolici vorrebbero essere loro a stabilire quali contenuti debbano entrare nelle classi delle scuole statali della repubblica italiana. O perlomeno, avere lo stesso potere di indirizzo dell'Unar.
Ma l'Unar è un'associazione privata come i comitati dei genitori cattolici?
No, l'Unar, Ufficio nazionale anti-discriminazioni razziali, è un ente pubblico, patrocinato dalla presidenza del consiglio dei ministri, appartenente al Dipartimento per le Pari Opportunità.
E il ministro Giannini - che, tra l'altro, ha giurato di essere fedele alla Repubblica e alle istituzioni, ecc. - che cosa ha promesso di emanare? Innanzitutto ha affermato la
«totale estraneità» del Miur alla redazione e diffusione nelle scuole degli opuscoli dell’Unar “Educare alla diversità a scuola”, commissionati all’Istituto A.T. Beck, (l’intera Strategia è costata 300mila euro); [inoltre] ha ribadito che «il Ministero proseguirà i progetti contro ogni forma di discriminazione nelle scuole», sottolineando che, nella predisposizione delle iniziative, sarà prioritario il coinvolgimento delle associazioni dei genitori. Anche i contenuti delle nuove Linee guida in vigore da settembre, saranno stabiliti attraverso il confronto diretto e costante con i genitori. Che, invece, erano stati completamente esclusi dalla Strategia dell’Unar.
Cosa hai capito?
Capisco che i comitati dei genitori cattolici sanno fare i conti in tasca alle strategie gender. Capisco, inoltre, che un ente pubblico ha disposto dei finanziamenti pubblici, credo mediante l'attribuzione di un progetto a chi ha vinto una gara pubblica, in questo caso l'Istituto A.T. Beck, bandita - ricordiamolo - da un Ufficio patrocinato dalla Presidenza del consiglio dei ministri. Capisco infine che un ministro della repubblica ha dichiarato che «sarà prioritario il coinvolgimento delle associazioni dei genitori» “private” nello stabilire l'indirizzo e i contenuti delle Linee guida che dovranno essere seguite dalle istituzioni scolastiche statali pubbliche dal prossimo settembre. Tra queste associazioni di genitori ci saranno, beninteso e ben vigili e pronte, anche associazioni dei genitori cattolici.
Sembra tu abbia capito bene. Cosa proporresti agli strateghi dell'Unar?
Di pretendere che il ministro coinvolga anche l'Agaso (Associazione genitori amanti del sesso orale) e l'Age 69.

giovedì 5 giugno 2014

It wears me out


La va così, la va così.
Come la va?
Così.
Un giovedì, uno dei tanti in cui dovrebbe tornar Dell'Utri dal Libano. Vi ricordate? Dissero tornava giovedì. 
Chissà quale giovedì.
A me i giovedì generalmente piacciono.
Ultimamente mi logorano, perché... perché.
Vorrei dirtelo perché.
Sta' zitto però, tutta questa agitazione è inopportuna.
Ok. Sono calmo. Mi rilasso guardando nuvole che a circa quarant'all'ora vanno, nuvole bianche e grige, vanno in questo momento in direzione nord.
Si sono fermate adesso.
Un semaforo aereo: hanno dato la precedenza al falco peregrino.
Bella forza questo tono smorza emozioni.
Si deve pur sopravvivere per non lasciarsi vincere dalle cupezze.
Giusto. Giusto. Lo scoramento avvenga solo a scuoiamento compiuto.
Date il mio corpo alla coscienza di classe.
Massaro alle masse o masse al Massaro?
Mi sembri di molto cazzaro.
Ecco, definitivo come solo può essere uno specchio.
Eppure le labbra mormorano silenziose:

If I could be who you wanted
If I could be who you wanted all the time
All the time...
All the time...

mercoledì 4 giugno 2014

Con uno sforzo da un miliardo di dollari chissà che cagata

Il presidente degli Stati Uniti d'America va in Polonia e dichiara:
“Rafforzeremo la partnership con Paesi amici come l’Ucraina, la Moldova e la Georgia, che provvedono alla propria difesa. Chiedo al Congresso di approvare fino a un miliardo di dollari per sostenere questo sforzo, che sarà la forte dimostrazione dell’impegno americano nei confronti dei nostri alleati della NATO.”
Chissà se in quel miliardo vi sono previsti anche i razzi a saturazione
Oramai è chiaro: Obama fa cagare da tutte le parti, è diventato da tempo peggio di Putin, molto peggio, è proprio il segno che la Casa Bianca è una casa marcia, io scorgo cagate di piccione dappertutto.
La forte dimostrazione che il tuo nobel per la pace potresti anche ficcartelo nel culo, caro ex amato presidente, e pensare che ti ho voluto bene ed è per il tuo bene che ti suggerisco il fisting con la statuetta.

Sono proprio curioso di ascoltare che cazzo di discorso farà domani in Normandia.
Sarei proprio contento che Putin gli ricordi con fierezza Stalingrado, tanto per dire dove i nazisti hanno iniziato a perdere la guerra.

martedì 3 giugno 2014

Seduto qui

via Incidental Comics

«E mi sembrò che fosse proprio la stessa cosa come se uno dicesse che Socrate fa con la mente tutto quello che fa, poi mettendo mano a dire le cause di ogni cosa che faccio, dicesse per prima cosa che io siedo qui per queste ragioni, perché il mio corpo è composto di ossa e di nervi e le ossa sono rigide e hanno giunture che le tengono separate le une dalle altre e che i nervi sono in grado di trarsi e distendersi, circolando le ossa con la carne e la pelle che tiene unito il tutto. E poiché le ossa stanno sospese nei loro legamenti, i nervi allentandosi e tendendosi fanno sì che in qualche modo io ora sia in grado di piegare le mie membra, per questa ragione io essendomi piegato sto seduto qui». Platone, Fedone, 98c-98d, (traduzione di G. Giardini, Newton & Compton, Roma)

Ma che ci sto seduto a fare?

Ci sto perché con la mente faccio tutto quello che faccio, poco, trascrivo pensieri che prima non esistevano, dichiarazioni che non sono altro che azioni, dette più che fatte, giacché io non sono un uomo del fare, preferisco il dire (e il baciare). E temo l'esaurimento, per un attimo, un attimo soltanto, giusto il tempo per non cedere alla tentazione di credermi un pozzo. La mia vena, se ho una vena, non è esauribile, in quanto non è altro che un elemento della circolazione dei pensieri. Essi frullano, come qualcos'altro, e producono crediti esistenziali non indifferenti. Non indifferenti. In altri termini, se mi giro e ti guardo e vedo che mi guardi mi sento regalato al mondo, di esserci insomma, e di esserci in un certo modo, quel modo in cui m'immaginavano e immagino ancora sia bello starci a questo mondo, nella comprensione e nell'affetto, nello sfioramento leggero di una mano che passa in cerca di carezze. Una specie di compimento evolutivo privatissimo (sapessi come raddrizzo la schiena e le spalle tendo per non piegarmi più, non piegarmi più).

lunedì 2 giugno 2014

Little by little


Little by little the idea of the true way returned to me.
I was touched by your care,
reduced to fawning excuses.

Poco a poco l'idea della vera via mi risovvenne.
Fui toccato dalla tua attenzione,
ridotto a scuse adulatrici.

John Ashbery, Wakefulness [Stato di veglia], 1998, in Un mondo che non può essere migliore, Luca Sossella editore, Roma 2008


Non è facile gestire la tristezza, soprattutto quando ti assale in momenti che meno te lo aspetti, sei lì che cammini nel sole e nel verde, senza nemmeno una mosca a romperti le palle. E invece eccola, proprio quando la tua mente stava rimettendo in fila gli accadimenti politici dell'ultimo semestre (e se tristezza viene non è certo dovuto al ricordo di Enrico Letta): la fila si sganghera, le labbra si stringono, gli occhi si inumidiscono senza un preciso perché. Le mani sono le uniche a capire la situazione: presto frugano nelle tasche alla ricerca di uno dei pochi fazzoletti rimasti: c'è da tamponare una lacrima e il naso da liberare. Soffiarselo già porta sollievo e la considerazione che piangere concilia il sono, nel senso dell'essere.

Una volta scaricata in muco e lacrime, la tristezza evapora e ritorna nel circolo della malinconia. Quella nuvola bianca improvvisa nell'azzurro del cielo mi ricorda qualcosa infatti, qualcosa che ora non c'è più.

Capitalismo e libertà (3)

Penso che siamo quasi arrivati a un punto della storia in cui diventa necessario raccontarsi queste cose per una ragione meramente umanistica, di - almeno credo - vero amore e cura della libertà umana, che è cosa totalmente diversa dalla libertà dei capitali.
Come ha scritto oggi Olympe de Gouges
«Va ad ogni modo tenuto presente che il capitalismo non ha la formula per risolvere le proprie contraddizioni, e anzi proprio perché poggia su tali contraddizioni e opposizioni d’interessi che ci sta portando in un vicolo cieco, allo stesso modo non c’è alcuna necessità storica che conduca di per sé al superamento positivo della formazione sociale capitalistica, bensì, come ho già avuto modo di dire in passato, è data la possibilità di raggiungere questo obiettivo, di accorciare “le doglie del parto” anzitutto nella lotta per il bisogno e nello slancio generoso quale opzione etico-morale, laddove quest’ultima non può prescindere da una particolare concezione ontologico-antropologica.»

A ogni buon conto, il mio auspicio è che gli studiosi di economia (e di politica) riaprano e rileggano a fondo l'opera marxiana per diventare quanto prima ostetrici della negazione della negazione:
«Il modo di appropriazione capitalistico che nasce dal modo di produzione capitalistico, e quindi la proprietà privata capitalistica, sono la prima negazione della proprietà privata individuale, fondata sul lavoro personale. Ma la produzione capitalistica genera essa stessa, con l’ineluttabilità di un processo naturale, la propria negazione. È la negazione della negazione. E questa non ristabilisce la proprietà privata, ma invece la proprietà individuale fondata sulla conquista dell’era capitalistica, sulla cooperazione e sul possesso collettivo della terra e dei mezzi di produzione prodotti dal lavoro stesso. La trasformazione della proprietà privata sminuzzata poggiante sul lavoro personale degli individui in proprietà capitalistica è naturalmente un processo incomparabilmente più lungo, più duro e più difficile della trasformazione della proprietà capitalistica, che già poggia di fatto sulla conduzione sociale della produzione, in proprietà sociale. Là si trattava dell’espropriazione della massa della popolazione da parte di pochi usurpatori, qui si tratta dell’espropriazione di pochi usurpatori da parte della massa del popolo.» K. Marx, Il Capitale, I, VII, 24
E perché questo? Perché la sirena liberale illude gli individui che sia compito dell'individuo farcela, superare gli esami richiesti dal sistema, imporsi e diventare quello che in fondo altri, col loro talento, sono diventati. Uno su mille per mille ce la fa, ma come è dura 'sta stronzata.

«Se si considerano rapporti sociali che generano un sistema scarsamente sviluppato di scambio, di valori di scambio e di denaro, o ai quali corrisponde un grado non sviluppato degli stessi, è chiaro sin dal principio che gli individui, benché i loro rapporti appaiano più personali, entrano in relazione reciproca solo in quanto individui in una certa determinatezza, come signore feudale e vassallo, come proprietario fondiario e servo della gleba ecc., oppure come membri di caste ecc., o come appartenenti a un ceto ecc. Nel rapporto di denaro, nel sistema di scambio sviluppato (e questa apparenza seduca la democrazia) i vincoli di dipendenza personale, le differenze di sangue, di formazione ecc. sono effettivamente saltati, lacerati (i vincoli personali si presentano almeno tutti come rapporti personali); e gli individui sembrano indipendenti (questa indipendenza che è pura illusione e più correttamente andrebbe chiamata indifferenza), sembrano liberamente entrare in contatto reciproco e scambiare in questa libertà; si presentano però in questa luce solo a chi astrae dalle condizioni, dalle condizioni di esistenza (e queste sono a loro volta indipendenti dagli individui e, pur essendo generate dalla società, appaiono quasi come condizioni naturali, ossia incontrollabili dagli individui) nelle quali questi individui entrano in contatto. La determinatezza, che nel primo caso appare come una limitazione personale dell'individuo da parte di un altro, nel secondo si presenta sviluppata come una limitazione materiale dell'individuo da parte di rapporti da esso indipendenti e riposanti in se stessi. (Poiché il singolo individuo non può spogliarsi della sua determinatezza personale, ma può benissimo superare rapporti esterni e subordinarli a sé, nel secondo caso la sua libertà sembra maggiore. Un'analisi più precisa di quei rapporti esterni, di quelle condizioni, rivela però l'impossibilità per gli individui di una classe ecc. di superarli in massa senza sopprimerli. Il singolo può casualmente aver ragione di essi; non può invece farlo la massa di coloro che ne sono dominati, giacché il loro puro e semplice sussistere esprime la subordinazione, e la subordinazione necessaria degli individui ai rapporti stessi). Questi rapporti esterni non sono affatto un'abolizione dei “rapporti di dipendenza”, ma sono anzi soltanto la dissoluzione degli stessi in una forma generale; sono piuttosto l'elaborazione del fondamento generale dei rapporti di dipendenza personali. Anche qui gli individui entrano in relazione reciproca soltanto come individui determinati. Questi rapporti di dipendenza materiali, in antitesi con quelli personali (il rapporto di dipendenza materiale non è altro che l'insieme delle relazioni sociali che si contrappongono autonomamente agli individui apparentemente indipendenti, ossia l'insieme delle loro relazioni di produzione reciproche divenute autonome rispetto a loro stessi), suscitano anche l'impressione che ora gli individui siano dominati da astrazioni, mentre in precedenza dipendevano gli uni dagli altri. L'astrazione o idea non è però altro che l'espressione teorica di quei rapporti materiali che esercitano il dominio su di essi. Naturalmente i rapporti possono venire espressi soltanto sotto forma di idee, e così i filosofi hanno individuato la peculiarità dell'epoca moderna nel suo essere dominata da idee e hanno identificato la creazione della libera individualità con l'abbattimento di questo dominio delle idee. Dal punto di vista ideologico l'errore era tanto più facile da commettere, in quanto quel dominio dei rapporti (quella dipendenza materiale, che d'altronde si rovescia a sua volta in rapporti di dipendenza personali, solo spogliati di ogni illusione) nella coscienza degli individui stessi si presenta come dominio di idee, e la fede nella perennità di queste idee, ossia di quei rapporti di dipendenza materiali, viene naturalmente rafforzata, alimentata e inculcata in ogni modo dalle classi dominanti.
(Di fronte all'illusione dei “rapporti puramente personali” dell'epoca feudale ecc., non si deve naturalmente dimenticare neppure per un istante 1) che questi stessi rapporti all'interno della loro sfera in una determinata fase assunsero un carattere materiale, come dimostra ad esempio lo sviluppo dei rapporti di proprietà fondiaria a partire da rapporti di subordinazione puramente militari; 2) che però il rapporto materiale a cui si riducono ha esso stesso un carattere limitato, determinato dalla natura, e appare quindi come rapporto personale, mentre nel mondo moderno i rapporti personali emergono come pura emanazione dei rapporti di produzione e di scambio. »
Karl Marx, Grundrisse, Quaderno I, edizione Einaudi, pag 95-97