domenica 19 aprile 2015

Per un nuova politica retributiva

«Da qui al 2018 Fca garantirà in Italia 15 miliardi di investimenti, un’occupazione per tutti i dipendenti del gruppo e soprattutto più di 600 milioni in premi aziendali. Questi ultimi arriveranno ai dipendenti italiani grazie a «un nuovo sistema retributivo» che è «un significativo passo in avanti nel coinvolgimento delle persone per raggiungere i risultati previsti dal piano industriale», come ha spiegato ieri Sergio Marchionne ai sindacati.»

Ci si dimentica troppo spesso, in Italia e altrove, che i lavoratori, tutti i lavoratori, compresi i lavoratori dipendenti della FCA, lavorano perché sono costretti a vendere la loro forza lavoro per - in estrema sintesi - vivere. Se per vivere potessero fare a meno di vendere la loro forza lavoro e potessero, viceversa, dispiegare il lavoro secondo le loro reali inclinazioni, al coinvolgimento che richiede Marchionne replicherebbero con un coinvolgiteloinculo.

«L’amministratore delegato di Fca [...] ha sfoderato una «nuova politica retributiva». È un sistema formato da due elementi che si aggiungono al salario base. Uno è legato all’efficienza dei singoli stabilimenti: se centreranno le performance, le tute blu avranno in busta paga un incremento medio del 5%. Se invece faranno ancora meglio delle aspettative il salario lieviterà del 7,2%. L’altra parte variabile è collegata ai risultati economici di Fca in Europa e Medioriente: se tutto andrà come ha previsto Marchionne nel piano industriale 2015-2018, gli stipendi lieviteranno del 12% sull’intero quadriennio, mentre saliranno del 20% in caso di “over performance”. Nel caso in cui la missione fallisse, ci sarebbe comunque un’erogazione minima di 330 euro l’anno. Tradotto in denaro, se tutto filasse liscio nei quattro anni l’addetto specializzato riceverà un premio complessivo che oscillerà tra i 7.000 euro (6.500 per l’operaio generico) e i 10.700 euro. Così, dice Marchionne, «se gli obiettivi saranno quelli attesi, e sono sicuro che lo saranno, tutti i nostri lavoratori in Italia avranno vantaggi economici di assoluto rilievo che derivano direttamente dal loro lavoro». Anche perché, sottolinea l’ad, «il miglioramento dell’efficienza e il raggiungimento degli obiettivi finanziari dipendono da loro».»

Dopo anni di sacrifici dei lavoratori (chiusure di stabilimenti, ristrutturazioni, licenziamenti, casse integrazioni: effetti collaterali del crollo delle vendite della merce prodotta dal Gruppo Fiat), a fronte di una “ripresa” di quote di mercato, il top(o) dirigente Marchionne sfodera «una nuova politica retributiva» che prevede quanto sopra riportato. 
Ora, io spero vivamente che i lavoratori italiani «avranno vantaggi economici di assoluto rilievo»; tuttavia, anziché intonare lodi sperticate nei confronti di questa dubbia prospettiva, sì come fanno i notisti economici italici, mi sembra più opportuno bisbigliare i seguenti interrogativi:

  1. Che cosa determina l'efficienza dei singoli stabilimenti? I famosi turni di x ore senza pausa alcuna, ore straordinarie quasi obbligatorie, sabato e domenica compresi, le ferie quando cazzo vuole il padrun, penalizzazioni per eventuali giorni di mutua usufruiti durante l'anno solare?
  2. Cazzo c'entrano i lavoratori se i risultati economici di Fca in Europa e Medioriente saranno al di sotto delle attese? Ovvero,
  3. In altri termini - e questo vale non solo per i lavoratori della Fca, bensì vale per tutta quella parte di umanità costretta a vendere la propria forza lavoro per campare - per quanto ancora il vivere tout court dev'essere in  balia del subdolo meccanismo della domanda e dell'offerta, ossia vincolato alla valorizzazione del capitale posseduto da una relativamente piccola nicchia di pezzi di merda?
Poste queste domande, lascio volentieri spazio una paginetta de Il Capitale, Libro I, Cap. 3, Paragrafo 2, a) “La metamorfosi delle merci”, con la pleonastica avvertenza di sostituire l'esempio del tessitore con quello del produttore di autoveicoli.


«M-D. Prima metamorfosi della merce, ossia vendita. Il salto del valore della merce dal corpo della merce nel corpo dell'oro è il "salto mortale" della merce, come l'ho definito in altro luogo. Certo, se non riesce, non è alla merce che va male, ma al possessore della merce. La divisione sociale del lavoro rende il suo lavoro tanto unilaterale quanto ha reso molteplici i suoi bisogni. E proprio per questo il suo prodotto gli serve solo come valore di scambio. Ma esso riceve solo nel denaro la forma generale di equivalente socialmente valida; e il denaro si trova nelle tasche altrui. Per tirarlo fuori di lì, la merce deve essere anzitutto valore d’uso, per il possessore di denaro, e quindi il lavoro speso in essa dev'essere speso in forma socialmente utile, cioè far buona prova come articolazione della divisione sociale del lavoro. Ma la divisione del lavoro è un organismo spontaneo di produzione, le cui fila si sono tessute e continuano a tessersi alle spalle dei produttori di merci. Può darsi che la merce sia prodotto di un nuovo modo di lavoro che pretenda di soddisfare un bisogno sopravvenuto di recente, o che debba provocare per la prima volta, di sua iniziativa, un bisogno. Un particolare atto lavorativo che ancor ieri era una funzione fra le molte funzioni di un medesimo produttore di merci, oggi forse si strappa via da questo nesso, si fa indipendente, e proprio per questo manda al mercato il proprio prodotto parziale come merce autonoma. Le circostanze possono essere mature o immature per tale processo di scissione. Il prodotto soddisfa oggi un bisogno sociale. Domani forse sarà cacciato dal suo posto, del tutto o parzialmente, da una specie simile di prodotto. Anche se il lavoro, come quello del nostro tessitore di lino, è membro patentato della divisione sociale del lavoro, con ciò non è ancora garantito affatto il valore d’uso proprio dei suoi venti metri di tela. Se il bisogno sociale di tela, che ha la sua misura come tutto il resto, è soddisfatto già da tessitori rivali, il prodotto del nostro amico diventa sovrabbondante, superfluo e con ciò inutile. A caval donato non si guarda in bocca, ma il tessitore non si reca al mercato per fare regali. Ma poniamo che il valore d’uso del suo prodotto faccia buona prova, e che quindi dalla merce si tragga denaro. Ora si domanda: quanto denaro? Certo, la risposta è anticipata nel prezzo della merce, esponente della sua grandezza di valore. Prescindiamo da eventuali errori soggettivi di calcolo del possessore di merce, che vengono subito corretti oggettivamente sul mercato; ed abbia il possessore di merce speso nel suo prodotto soltanto la media socialmente necessaria di tempo di lavoro. Quindi il prezzo della merce è soltanto nome di denaro della quantità di lavoro sociale oggettivata in essa. Ma le nostre antiche e patentate condizioni di produzione della tessitura sono entrate in fermento, senza permesso e all'insaputa del nostro tessitore. Quel che ieri era, senza possibilità di dubbio, tempo di lavoro socialmente necessario alla produzione d'un metro di tela, oggi ha cessato di esser tale, come il possessore di denaro dimostra zelantemente con le quotazioni dei prezzi di vari rivali del nostro amico. Per sua disgrazia ci sono molti tessitori al mondo. Poniamo infine che ogni pezza di tela disponibile sul mercato contenga soltanto tempo di lavoro socialmente necessario. Tuttavia, la somma complessiva di queste pezze può contenere tempo di lavoro speso in modo superfluo. Se lo stomaco del mercato non è in grado di assorbire la quantità complessiva di tela al prezzo normale di 2 € al metro, ciò prova che è stata spesa in forma di tessitura una parte troppo grande del tempo complessivo sociale di lavoro. L'effetto è lo stesso che se ogni singolo tessitore avesse impiegato nel suo prodotto individuale più del tempo di lavoro socialmente necessario. Qui vale il detto: "Presi insieme, insieme impiccati". Tutta la tela sul mercato vale soltanto come un solo articolo di commercio, ogni pezza vale soltanto come parte aliquota di esso. E di fatto il valore di ogni metro di tela individuale è insomma soltanto la materializzazione della stessa quantità socialmente determinata di lavoro umano dello stesso genere.
Ecco: la merce ama il denaro, ma the course of true love never does run smooth (Le vie del vero amor non son mai piane). Altrettanto casuale e spontanea della articolazione qualitativa, è l'articolazione quantitativa dell'organismo sociale di produzione, il quale rappresenta le sue membra disjecta nel sistema della divisione del lavoro. I nostri possessori di merci scoprono quindi che quella stessa divisione del lavoro che li aveva resi produttori privati indipendenti, rende poi indipendente anche proprio da loro il processo sociale di produzione e i loro rapporti entro questo processo, e che l'indipendenza delle persone l'una dall'altra s'integra in un sistema di dipendenza onnilaterale e imposta dalle cose.
La divisione del lavoro trasforma il prodotto del lavoro in merce e così rende necessaria la trasformazione di esso in denaro: e allo stesso tempo rende casuale che tale transustanziazione riesca o meno.»


Ecco, per concludere, penso sia legittimo affermare che la nuova politica retributiva di Marchionne nasconde il solito andante automotive: come mai, come mai sempre in culo agli operai?

5 commenti:

Olympe de Gouges ha detto...

urca, ma è un brano molto più lungo di un tweet. vuoi costringere la forza-lavoro disoccupata a leggere? sfruttatore!

Luca Massaro ha detto...

Mi pento e mi dolgo con tutto il core.

dmitrigrappelli ha detto...

Molto meglio lo stato che retribuisce non richiedendo, anzi disincentivando ogni forma di produttività, tranne la fedeltà al seggio.

Luca Massaro ha detto...

L'hai detto tu, non io. Io posso solo auspicare che gli Stati - o meglio: i popoli che li compongono, possano, prima che sia troppo tardi, organizzare il sistema economico e produttivo in altro modo prima di ritrovarsi, nuovamente, faccia alla catastrofe.

dmitrigrappelli ha detto...

Sì, certo, l'ho detto io.