domenica 19 giugno 2016

Moresco l'ardimentoso

Lo scrittore Antonio Moresco ha scritto per Repubblica un articolo sulla sua esclusione dalla cinquina di finalisti per il premio Strega. Visto che, raramente, gli esclusi hanno diritto di parola, l'ho letto e mi sono sentito escluso anch'io. Dal comprendere.
«Il gioco è truccato», ripete Moresco dopo che - ci fa sapere - l'aveva già detto anni or sono a proposito dello stesso tema: tuttavia, a parte una descrizione iniziale di alcuni signori aventi diritto al voto per eleggere la suddetta cinquina, Moresco non racconta affatto i trucchi[*] che costoro avrebbero commesso nel non mandare in finale il suo 
«ultimo romanzo intitolato "L’addio", che — se può valere qualcosa l’opinione dell’autore — a me pare il più ardimentoso dei miei romanzi brevi.»
Ardimentoso. Siate sinceri, suvvia: se qualcuno di vostra conoscenza vi dicesse che ha scritto un romanzo “ardimentoso”, come reagireste? Andreste in una mesticheria a pigliare un po' di gesso per calchi per, dipoi, spiaccicarglielo in faccia al fine di ottenere una maschera e con essa andare in giro a sparare cazzate ardimentose?
Non fatevi illusioni, non vi basterà avere la stessa faccia per raggiungere simili livelli:
«Come fate a vivere così?» mi veniva da domandare guardandomi attorno. «Perché state con le gambe così piantate dentro questa melma? Perché avete dato a questa melma il nome di cultura? Non lo sapete che quello della poesia e della letteratura è il più grande e irradiante sogno che sia mai stato sognato? ». Certo, non mi aspettavo niente, tanto più che ho presentato questo libro non con il potente editore con cui avevo pubblicato i precedenti ma con un altro, per rispondere all’invito di un amico cui mi legava un debito di riconoscenza, perché gli scrittori non sono o non dovrebbero essere dei robot tesi soltanto alla loro promozione e “carriera”, a mio parere, e anche perché, se la situazione è tale per cui l’unica alternativa che viene data è tra vincere male e perdere bene, allora preferisco perdere bene.
Gli veniva da domandare. E perché cazzo non l'ha domandato davvero in diretta a coloro che gli erano attorno? E ancora: se, in quel frangente, vedeva persone con le gambe piantate dentro una melma che chiamavano cultura, non è stata omissione di soccorso la sua quella di non averli aiutati a tirarsene fuori, magari sporcandosi un po' le mani, pardon, le gambe?
Nondimeno, maremma impestata ladra, a chi cazzo vuoi che gli venga in mente la grandissima stronzata che la poesia e la letteratura sarebbero «il più grande e irradiante sogno che sia mai stato sognato»? Meglio, assolutissimamente meglio, stare nella melma a sguazzare come porci che star nell'empireo delle cazzate colossali condite di lirismo d'accatto. 
Irradiante. Stocazzo è irradiante, anvedi come luccica: pare 'na lampada a led.

E poi, sentitelo bellino il Moresco:  
«Certo, non mi aspettavo niente».
Ah, lui non si aspettava niente. Non si aspettava niente. L'ha fatto per un amico. E allora? Se non ti aspettavi niente perché te la sei presa così a male, similmente a un ragazzino permaloso a cui è stato fatto un dispetto? L'hai fatto per ripagare il debito di riconoscenza verso il tuo amico? Allora sei a posto. Casomai, dovrebbe essere il tuo amico ad essere incazzato con la giuria dello Strega. Mica te. Te hai ripagato il debito, sei a posto con la coscienza. Ah no? La tua coscienza, Moresco, smania fortemente di delusione e invidia per non essere in finale? Suvvia, scrivi un altro romanzo, questa volta per un editore potente, e fatti raccomandare meglio, ché probabilmente i tuoi 
«coraggiosi presentatori: Daria Bignardi e Tiziano Scarpa»
nonostante siano tuoi stimati colleghi, non sono riusciti a presentarti con sufficiente coraggio (Il coraggio di Daria e Tiziano. Potrebbe essere il titolo di un tuo prossimo libro).
Infine, se è vero, come scrivi, che - al momento - preferisci perdere bene, non ti crucciare, giacché piangerai lacrime gialle (e liquorose) il giorno che vincerai male.

¯¯¯¯¯¯¯
[*] Unico trucco da lui svelato è il seguente: i finalisti abitano tutti a Roma. E allora? Non gli conveniva scrivere una lettera al direttore de la Padania?

6 commenti:

Marino Voglio ha detto...

io - modestamente - sono lo scrittore più ardimentoso dell'universo.

nel senso che se sei me ci vuole un bel coraggio anche solo a togliere il cappuccio alla bic.

e a roma ce so' stato un sacco de tempo.

datemi qualche premio stronzi.

Anonimo ha detto...

Caro Luca,
complimenti, per quel commento tra le righe.." :Nondimeno, maremma impestata ladra, a chi cazzo vuoi che gli venga in mente la grandissima stronzata che la poesia e la letteratura sarebbero «il più grande e irradiante sogno che sia mai stato sognato»? Meglio, assolutissimamente meglio, stare nella melma a sguazzare come porci che star nell'empireo delle cazzate colossali condite di lirismo d'accatto.

L'unico dubbio che mi rimane è conoscere se esista o meno un lirismo non d'accatto, nel quadro di una visione di classe.

caino

Luca Massaro ha detto...

Certo che esiste, a cominciare da chi nutre una certa sensibilità per evitare parole e frasi che, appena pronunciate, diventano stereotipo. Ecco, forse è questa una parziale definizione di lirismo: ogni parola che, nel contesto in cui è pronunciata o scritta, ignuda la realtà. Ora, io sono poco sensibile, ma chi dice, come Moresco, che poesia e letteratura sarebbero quella roba, io vedo dimolti veli, o strati di vernice che, alla fin fine, non mi fanno vedere un cazzo.

Massimo ha detto...

Moresco è uno dei migliori peggiori scrittori italiani viventi. Non so se mi sono capito.

Luca Massaro ha detto...

Per restare in equilibrio sul filo del tuo discorso, Massimo, potremmo chiederci chissà che cosa egli diventerà da morente.

Nel merito: come scrissi qualche tempo fa, di Moresco ho comprato e letto soltanto trenta pagine de Gli increati, dopo le quali ho portato il mattone a un bookcrossing vicino e lì l'ho depositato per cercare lettori ardimentosi, i quali, non come me, non ardiscono a martellarsi le palle.

Ah, tramite Giulio Mozzi, apprendo che Moresco è ritornato sull'articolo pubblicando una excusatio non petita. Ho letto di scorcio, e torno a dire: non ha capito un cazzo.

Gigi Manca ha detto...

È sull'aggettivo vivente che avrei qualche remora, tantu pa' intindissi...