sabato 29 aprile 2017

Auto da fé

Quanta vita a scorrere e io fermo
lasciando che i giorni colino
lenti nello scarico del niente
tuttalpiù mera orina discendente 
in fondo al mare.

Pensavo questo mentre per l'appunto
ho dato soddisfazione a un bisogno
vedendo una parte di me assorbita
tra terra e sassi già umidi di pioggia

sparito dentro terra in un istante
con qualche bollicina in superficie
a reclamare il senso come schiuma
che risale sobbollendo in cima al brodo.

Di primordiale in me che cosa resta
che ricordo porto addosso di coloro
che furono parte di me esistente
storia e dramma della vita quotidiana?

Cosa aggiungo di mio alla cifra incalcolabile
di vite buttate là nel caso della vita
mera somma il cui totale è pura polvere
che fa tossire gli alberi e le strade?

Può bastare l'essermi specchiato
dentro qualche volto umano e io pure
a fare da specchio all'altro volto
sì da riconoscersi come fratelli o amanti?

Sì se anche tu ricordi quel mattino
senza vento in cui le ombre del trifoglio
scrivevano sulle tue braccia aperte al cielo
che era bello vivere foss'anche solo per essere
           noi due in quel momento.

giovedì 27 aprile 2017

Sezione intrattenimento


Non capisco ancora per quanto tempo ad Alberto Negri [*] sarà concesso di scrivere articoli per il Sole 24 Ore, ammesso e non concesso che dentro Confindustria non via alcuna azienda produttrice di armi. Vabbè, tanto se ne fregano, tanto ce ne freghiamo, sono sempre posti di lavoro, nevvero, che tornano comodo, sono sempre soldi che tengono a galla il pil. E poi, se non gliele vendessimo noi a certa gente si farebbe avanti qualcun altro. E allora: evviva la tecnologia e l'export italiani.

[*] Bellissima la citazione riportata di Frank Zappa per definire la politica americana.

§§§


*

Per restare in tema armi: se non ricordo male, i Tomahawk lanciati dalla portaerei americana contro la Siria (alcune basi aeree) sono costati 100 milioni. Io quasi quasi, in virtù della “grande amicizia” che lega i due popoli, glielo chiederei a Trump di risolvere la faccenda Alitalia. per farla restare definitivamente a terra - e senza telefonare ai dirigenti (capitani coraggiosi merdosi in primis).

mercoledì 26 aprile 2017

Ecce fico

Lesso

Non è passato molto dalla mia ultima apparizione. Nonostante in molti mi attendessero, pochi, anzi, solo uno mi ha visto e non mi ha riconosciuto. Nondimeno, mi ha salutato garbatamente, come si fa con le persone che guardano fisso proprio perché si aspettano di essere riconosciute, per cui, dato che io lo guardavo, appunto, fisso, lui, invece di riconoscermi, si è sentito in debito di salutarmi per primo per mostrare maggiore educazione di me che lo guardavo insistentemente con un mezzo sorriso ma senza il minimo segno di saluto.
Il buongiorno o buonasera, a volte, sono scudi per impedire sul nascere qualsiasi interlocuzione o dialogo che vada oltre la buona creanza. Insomma, si è scudato - come fosse un evasore - e subito congedato nonostante, vedendomi per alcuni lunghi, interminabili secondi, avesse avuto tutte le opportunità per dire: Ecce Homo.

Pazienza. Sono in buona compagnia tra i misconosciuti che hanno attraversato e attraversano questo mondo. Mi consolerò da solo, tuttavia, non chiamando a raccolta quattro sciagurati per scrivere un testo che, in forma diversa, contenga la stessa storia. Bensì prendendo a prestito gli appunti di qualcuno che è diventato ciò che era: un folle, con tanta invidia per il successo altrui, e che, per mitigarla, prese a dire di essere «la più alta specie dell'esistente». Come la gramigna.

Perché sono così saggio?
Perché sono così accorto?
Perché scrivo post così buoni?

Perché sono questo e questo. E per favore: scambiatemi per qualcun altro.

P.S.
Cosa vuol dire non abitare una casa con un balcone a trenta passi dal mare.

lunedì 24 aprile 2017

Frontespizio

Tra fronte e mani la distanza
è relativa
dipende da come le avvicini
o le allontani
dal pensiero che di te ho avuto mentre
camminavi
ogni tanto sfiorandoti le tempie
per scostare
i capelli che invano
tentavano di togliere luce
alla tua fronte.

Di fronte alla mia fronte
le tue mani sono pronte:
a farsi ponte
per collegare le due sponde:
o un transponder
per ricevere un segnale
proveniente dallo spazio.
Quale spazio?

Le tue mani e la tua fronte
qui di fronte
alle mie mani e alla mia fronte
specchio a specchio
e un respiro che lo appanna:
il sapore del fiato
lo saprà l'amore.





domenica 23 aprile 2017

Inseguendo una libellula in un prato


 §§§
« Gli economisti hanno un singolare modo di procedere. Non esistono per essi che due tipi di istituzioni, quelle dell'arte e quelle della natura. Le istituzioni del feudalesimo sono istituzioni artificiali, quelle della borghesia sono istituzioni naturali. E in questo gli economisti assomigliano ai teologi, i quali pure stabiliscono due tipi di religioni. Ogni religione che non sia la loro è un'invenzione degli uomini, mentre la loro è una emanazione di Dio. Dicendo che i rapporti attuali - i rapporti della produzione borghese - sono naturali, gli economisti fanno intendere che si tratta di rapporti entro i quali si crea la ricchezza e si sviluppano le forze produttive conformemente alle leggi della natura. Per cui questi stessi rapporti sono leggi naturali indipendenti dall'influenza del tempo. Sono leggi eterne che debbono sempre reggere la società. Così c'è stata storia, ma ormai non ce n'è più. C'è stata storia perché sono esistite istituzioni feudali e perché in queste istituzioni feudali si trovano rapporti di produzione del tutto differenti da quelli della società borghese, che gli economisti vogliono spacciare per naturali e quindi eterni.
Anche il feudalesimo aveva il suo proletariato: i servi della gleba, in cui erano racchiusi i germi della borghesia. Anche la produzione feudale aveva elementi antagonistici; che, se si vuole, possono essere ben designati come il lato buono e il lato cattivo del feudalesimo, senza pensare che è quello cosiddetto cattivo che finisce sempre con l'avere il sopravvento. È il lato cattivo a produrre il movimento che fa la storia, determinando la lotta. Se all'epoca del regime feudale gli economisti, entusiasmati dalle virtù cavalleresche, dalla bella armonia fra i diritti e i doveri, dalla vita patriarcale delle città, dalle condizioni prospere dell'industria domestica nelle campagne, dallo sviluppo dell'industria organizzata in corporazioni, e corpi dei consoli e maestri d'arte, ecc., infine da tutto ciò che costituisce il lato buono del feudalesimo, si fossero posti il problema di eliminare tutto ciò che offusca questo quadro - servitù, privilegi, anarchia - che sarebbe avvenuto? Sarebbero stati annullati tutti gli elementi che costituivano la lotta e si sarebbe soffocato in germe lo sviluppo della borghesia. Insomma, si sarebbe posto l'assurdo problema di eliminare la storia.
Quando la borghesia l'ebbe vinta, non vi fu più questione né del lato buono né di quello cattivo del feudalesimo. Ad essa andarono le forze produttive che si erano sviluppate per mezzo suo sotto il regime feudale. Tutte le vecchie forme economiche, le relazioni di diritto civile loro corrispondenti, lo stato politico che era l'espressione ufficiale dell'antica società civile, vennero spezzati.
Così, per ben giudicare la produzione feudale, è necessario considerarla come un modo di produzione fondato sull'antagonismo. Bisogna mostrare come la ricchezza veniva prodotta all'interno di questo antagonismo, come le forze produttive si sviluppavano di pari passo all'antagonismo delle classi, come una di queste classi, il lato cattivo, l'inconveniente della società, andasse sempre crescendo finché le condizioni materiali della sua emancipazione non furono pervenute al punto di maturazione. Non è tutto ciò sufficiente per dire che il modo di produzione, i rapporti in cui si sviluppano le forze produttive, sono tutt'altro che leggi eterne, ma corrispondono invece a un grado di sviluppo determinato degli uomini e delle loro forze produttive, e che un mutamento sopravvenuto nelle forze produttive degli uomini comporta necessariamente un mutamento nei loro rapporti di produzione? Poiché innanzi tutto importa non essere privati dei frutti della civiltà, delle forze produttive acquisite, è necessario infrangere le forme tradizionali nelle quali quelle sono state prodotte. Da questo momento, la classe rivoluzionaria diviene conservatrice.
La borghesia ha inizio con un proletariato che a sua volta è un resto del proletariato dei tempi feudali. Nel corso del suo sviluppo storico, la borghesia svolge necessariamente il suo carattere antagonistico, che all'inizio si trova ad essere più o meno dissimulato, non esiste che allo stato latente. A misura che la borghesia si sviluppa, si sviluppa nel suo seno un nuovo proletariato, un proletariato moderno; si sviluppa una lotta fra la classe proletaria e la classe borghese, lotta che, prima di essere sentita dalle due parti, individuata, valutata, compresa, ammessa e infine proclamata ad alta voce, non si manifesta, all'inizio, che attraverso conflitti parziali e momentanei, attraverso episodi di sovversivismo. D'altra parte, se tutti i membri della moderna borghesia hanno i medesimi interessi in quanto formano una classe contrapposta a un'altra, hanno però interessi opposti, antagonistici, in quanto si trovano gli uni contrapposti agli altri. Questa opposizione di interessi deriva dalle condizioni economiche della loro vita borghese. Di giorno in giorno diventa dunque più chiaro che i rapporti di produzione entro i quali si muove la borghesia non hanno un carattere unico, semplice, bensì un carattere duplice; che negli stessi rapporti entro i quali si produce la ricchezza, si produce altresì la miseria; che entro gli stessi rapporti nei quali sì ha sviluppo di forze produttive, si sviluppa anche una forza produttrice di repressione; che questi rapporti producono la ricchezza borghese, ossia la ricchezza della classe borghese, solo a patto di annientare continuamente la ricchezza di alcuni membri di questa classe, e a patto di dar vita a un proletariato ognora crescente. »


Karl Marx, Miseria della filosofia, 1847

O la storia va avanti o si ritorna al feudalesimo. Tertium non datur, se non l'apocalisse.

sabato 22 aprile 2017

Non mi è chiaro

Su Facebook, ho visto un video di Marco Dambrosio (Makkox) dal titolo Questo ti è chiaro?

Non mi è piaciuto perché veicola un messaggio che serve soltanto a tranquillizzare le coscienze benpensanti faccia alla crisi generale e storica del modo di produzione capitalistico. La prendo larga, giacché occorre allargarli i confini del conflitto in atto, altrimenti si riduce il tutto a un gioco di specchi, di simmetrie rivalitarie amico-nemico, offrendo soluzioni semplicistiche (tolleranza, accoglienza), che, contro il terrorismo di matrice islamica, risultano ben più impotenti rispetto a quelle che si ha la pretesa di rendere ridicole (intolleranza, rifiuto, scontro di civiltà).


[Io non sono un metropolitano; tuttavia non credo che vi siano negli agglomerati urbani molte occasioni di incontrare una simile scenetta consolatoria, dove la famigliola medio borghese trendy occidentale accoglie con affabile urbanità la famigliola trendy mediorientale.]

Che vi sia un odio generalizzato nei confronti del potere, dell'establishment in generale, è cosa piuttosto pacifica. Esso è ancora molto a livello sotterraneo, come brontolio di pancia che nei più si esprime elettoralmente a favore di chi meglio lo sa rappresentare (in Italia, attualmente, M5S). 
Nelle banlieu occidentali, tuttavia, tra gli emarginati o gli integrati a mezzo servizio della globalizzazione, che soffrono di risentimento generalizzato e di conseguente voglia di rivalsa, dopo o a fianco della criminalità organizzata, l'ideologia islamista offre dei parametri di pacificazione mentale ben più elevati delle benzodiazepine.

Morta ogni critica generale al sistema politico ed economico borghese, venute meno le ragioni del terrorismo rivoluzionario di matrice comunista (nessuno oggidì si sogna di lottare per diventare come Cuba) sulla piazza delle ideologie che hanno la pretesa di correggere (non rivoluzionare) le storture del sistema capitalistico, l'islamismo radicale promette un'ordinata società classista regolata sui precetti del Corano.



«Gli stranieri - in particolare: i musulmani - sono il bene. Dobbiamo accoglierli nel modo migliore possibile, fargli costruire moschee ovunque, dobbiamo far sì che la regola e il diritto coranici entrino a far parte della nostra cultura, in particolare: bisogna che le donne portino il velo e zitte e mute a servire il marito e il padre perché così parlò il Profeta».

Ebbene, se la radio diffondesse tali messaggi consolatori, il terrorista islamico in pectore si sentirebbe dispensato dall'azione? In Francia, i crimini commessi a Tolosa, a Parigi, a Nizza si sarebbero potuti evitare con tale fair play?

Per quanto le ideologie religiose si somiglino tutte, quelle monoteistiche in particolare, occorre evidenziare il fatto che l'islam - per ragioni storiche e in virtù del neocolonialismo americano - è ancora una religione da addomesticare dal lato secolarizzazione, in particolare nella sua moderna versione salafita che fornisce un corredo ideologico prêt-à-porter - cospicuamente finanziato dalle gerarchie saudite per tenere lontano dai loro centri di potere il conflitto per una auspicabilissima rivoluzione araba per la presa del potere dei Re Soli che siedono sul trono senza alcuna preoccupazione¹ - molto valido sotto il profilo motivazionale e di sacrificio di sé in vista di un orizzonte ultramondano che giustifica le peggio merdate in vita.

___________________
¹ Non sostengo con ciò che i sauditi abbiano finanziato direttamente i terroristi islamici, ma che i terroristi islamici non hanno mai messo in atto moti rivoluzionari nel cuore stesso dell'islam: forse perché - mi ripeto - come è organizzato il potere da quelle parti non è un problema per loro, ma un'aspirazione.

giovedì 20 aprile 2017

La Palice


D. Perché queste cose non succedono mai a Ryad, ad Abu Dhabi, a Dubai, a Doha?

R. Perché sono città-capitali appartenenti a stati islamici realizzati.

Senza Sarin

Per quel che vale, contro i criminali di guerra sauditi e contro americani e inglesi e tutti i governi che non dicono pio, governo italiano compreso, ecco il mio misero aiuto. Per conoscenza.

mercoledì 19 aprile 2017

Logiche da esposizione

La conferenza (2)

In questa vita di trattenimento, la scrittura ha una logica da esposizione. Non solo resoconto, cronaca degli accadimenti, pensieri sugli stessi, ma aggiunta che impone il suo valore, a percentuali alterne, in modo assolutamente indiretto, mediato ovviamente dalla riflessione, da una messa in scena nei cui titoli di coda compare un solo nome: me. A riempire i vuoti. A svuotare i pieni (i pesi sulla coscienza). A spingere le possibilità, o a trattenerle sull'orlo di precipizi imminenti. A volare (rasoterra). A sprofondare (in superficie). 
Ecco l'artefice del suo destino. Potrebbe urlare un lettore ingenuo, non sapendo – o facendo finta di non sapere – che è già tanto, in queste latitudini e in quest'epoca stupefatta, aver la grazia di regolare il proprio intestino. 
Ho capito che cosa ho scritto? O devo diventare esegeta di me stesso?

***
Il pubblico fece una piega strana alle domande. Alcuni si addormentarono di botto sulla spalla sinistra della persona seduta accanto e, se per qualcuno fu piacevole sentire il morbido di una guancia esausta, ad altri, questo contatto umano, provocò fastidio e l'urgenza di esserne sollevato.

Quattro timide mani tentarono un applauso che venne subito rintuzzato da una bordata di sbadigli. Qualcuno tossì, ma stranamente non contagiò nessuno.
Lei si alzò prudentemente dal suo posto, per non disturbare gli addormentati della fila o non per far diventar tale l'amica. Lui la vide e il timore che lasciasse la sala e la sua conferenza a metà fu subito fugato da un suo sorriso sospeso che pareva la seguisse, come un aquilone.

martedì 18 aprile 2017

Una conferenza

Una platea non tanto gremita. Una conferenza di poco conto, tipo festival della filosofia organizzato in una cittadina di provincia. Tra il pubblico, la vedo. Non è sola, bensì accompagnata da quella che credo sia un’amica più anziana, almeno dall’aspetto. Lei, invece, ha sempre lunghi capelli del suo biondo naturale, leggermente sbiadito dalla raggiunta maturità. La saluto con un cenno, troppa gente intorno, tra poco devo salire sul palco, non vorrei deconcentrarmi. Ma l’amica ne approfitta, sento che mi chiede qualcosa, anche se la distanza non mi fa capire cosa. Sono costretto ad avvicinarmi per sentire meglio, per osservare meglio la camicetta di lei aperta sulla primavera. «Qual argomento tratterà stasera?», mi chiede l’amica con fare eccitato, più che altro per mostrare al pubblico sedutole accanto che mi conosce, conosce colui che tra poco salirà sul palco a conferire di filosofia.

«Mi spiace, non posso anticipare niente». 

[...]

lunedì 17 aprile 2017

Crisis in Three Scenes


Sempre in forma, il caro Woody [via].

Grammaticarsi

«Un altro aspetto interessante della trattazione, trascurato dalle grammatiche scolastiche, riguarda un aspetto del significato lessicale dei verbi che può avere effetti sull'espressione della temporalità (si tratta del modo d'azione, o azionalità, o Aktionsart): se dico cado, pur usando un presente, mi sto riferendo a un futuro perché il verbo ha un significato puntuale e imminenziale. Se dico abito esprimo invece uno stato durativo, il cui punto di inizio si colloca nel passato. Sempre per motivi legati al significato aspettuale, il verbo essere (capostipite dei verbi di stato) non ha mai avuto il - da alcuni compianto - trapassato remoto: non ci sono di fatto circostanze in cui io fui stato prima che fossi.» Cristiana DS

***
1) Dunque, per evitare cadute imminenziali (stare alla larga dagli scandali, dalle pietre di inciampo), è bene non dire cado, per non sentirsi poi rinfacciare, come a Simon Pietro: - Te l'avevo detto: ammazzalo quel gallo e facci il brodo.

2) «Se dico abito esprimo invece uno stato durativo». 

Quanto sarebbe bello poterlo dire anche dicendo scopo.


3) «Non ci sono di fatto circostanze in cui io fui stato prima che fossi»

In effetti, se l'Angioleri avesse scritto
Io fui stato fuoco
il sonetto si sarebbe subito bruciato.

_____________________
Le presenti freddure (tutta colpa delle risate a denti stretti della nota rubrica), mi sono servite soltanto da scusa per dire che il blog di Cristiana DS è davvero un bel luogo, non solo da un punto di vista grammaticale.

domenica 16 aprile 2017

Oli devoti

Sono stato alla messa. Il prete, dopo la lettura del Vangelo (Gv, 20), nell'omelia ha ricordato che furono delle donne (Maria di Magdala, Maria di Giacomo, Salome [Mc, 16, 1]) a scoprire la tomba vuota, perché esse si recarono di buon mattino al sepolcro con degli «oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù» [Id.].

Ma Gesù non c'era più. 

Ora, non per essere dissacrante, ma credo che - anche in considerazione del fatto ch'Egli era l'Unto del Signore - se almeno un vangelo avesse raccontato di Gesù risorto mentre le donne lo massaggiavano¹ con oli profumati, beh, la storia della cristianità - e forse della civiltà in generale - sarebbe stata meno misogina.

***
A parte, ma mica poi tanto.

Poco distante da me, in chiesa, c'era una donna che aveva con sé un cane, taglia media, ben educato, dall'aspetto simpatico, che voleva sedersi sulla panca accanto a lei. 

Per associazione, non posso quindi non ritrascrivere i miei preferiti versi pasquali:

È la Pasqua, la Pasqua, la Pasqua!
Corro in bagno, riempio la vasca,
perché al suono di tante campane
la mia anima puzza di cane.

Toti Scialoja, La mela di Amleto, Garzanti, Milano 1984
________________
¹ A prescindere dal fatto che certi massaggi facciano sempre resuscitare.

sabato 15 aprile 2017

Anche le formiche nel loro piccolo piangono

In questi giorni, complice la primavera, un esercito di formiche ha invaso alcune zone di casa (gli inconvenienti di abitare a pianterreno, in campagna). Di solito, come difesa, spargo borotalco e appiccico nastro adesivo da pareti per tappare le minime fessure degli stipiti, del battiscopa, del cartongesso che copre la canna fumaria di cucina. Ma quando ciò non basta, tocca, purtroppo, ucciderle. A me non piace affatto ammazzare le formiche; ma per quanto dica loro di tornare da dove sono venute, fornendogli pure lasciapassare zuccherini, non c'è niente fare: non parliamo lo stesso linguaggio. Il loro capo, la loro mente (la regina) impone loro di agire sino al sacrificio estremo. E, inevitabilmente, per non ritrovarmele persino dentro il letto, o gli scaffali di cucina, le uccido. Tuttavia, quando vedo alcune di loro che, a sprezzo del pericolo, prendono resti delle loro compagne morte per riportarle, chissà con quanta fatica, al loro ospedale da campo, quasi mi commuovo ed esito un istante, ricordando a me stesso un post scriptum di una lettera che Eduard (padre del narratore del romanzo Clessidra di Danilo Kiš*) scrive alla sorella Olga il 5 aprile 1942 alla vigilia della Pasqua ebraica:
«P.S.  È meglio trovarsi fra i perseguitati che fra i persecutori.»**
__________
* Uno dei libri più belli che abbia letto in vita mia.
** Magra consolazione credere che, in questo caso, i persecutori siano le formiche.

venerdì 14 aprile 2017

In corpore vili

Il Sole 24 Ore
Le motivazioni che spingono il governo a incorporare un corpo statale a un altro sono sfuggenti; e i cronisti che ne danno conto si limitano a pappagallo a riferire quello che il governo dice, questo:
«Anas entra nel gruppo Ferrovie [dopo l'ok del cdm e il via libera della Ragioneria dello stato]. Nel decreto altre due norme: la prima, che costituisce una precondizione, è la soluzione che consente, con circa 700 milioni derivanti da risparmi di gare, di risolvere larga parte del contenzioso che ha oggi l'Anas con gli appaltatori e che vale circa 9 miliardi; la seconda, voluta dal ministro delle Infrastrutture Delrio, consente di accelerare il decollo delle opere previste dal contratto di programma Anas-governo quando passerà il via libera del Cipe.»
A mio avviso, tali spiegazioni, pongono domande alle quali il cronista avrebbe dovuto tentare - almeno parzialmente - di rispondere, poiché così passa al pubblico soltanto l'idea che tale incorporazione è cosa buona e giusta perché fa risparmiare le casse dello Stato e, in più, fa “decollare” gli investimenti infrastrutturali. Ora, a) in base a quale artificio contabile lo Stato può risolvere il contenzioso da circa 9 miliardi di euro che Anas ha con gli appaltatori con soli (!) 700 milioni di euro? b) perché per far partire le opere previste (costruzione di strade, immagino), occorre che Anas sia incorporata dalle Ferrovie? Forse perché FS, valendo di più sul mercato, fa da garanzia a...  chi? Allo Stato? 
«Rispetto alle ipotesi di fusione Fs-Anas circolate nelle settimane scorse, la soluzione trovata dai ministeri dell'Economia e delle Infrastrutture è più articolata [corsivo mio] e prevede l'acquisizione della società Anas come è oggi da parte del gruppo Fs. In questo modo la società stradale manterrà la sua autonomia¹. L'operazione di trasferimento non avverrebbe a titolo gratuito, ma con aumento di capitale di Ferrovie effettuato dallo Stato con il conferimento di Anas. Questa soluzione consente di mantenere invariato il patrimonio dello Stato, che era l'obiezione mossa dalla Ragioneria. In sintesi, oggi lo Stato ha un valore patrimoniale di 38 miliardi circa di Fs e di 2 circa di Anas. Dopo tale operazione lo Stato avrebbe un valore patrimoniale di Fs di 40 miliardi circa, mantenendo immutato il saldo complessivo».
Famo a capisse: il governo incorpora Anas dentro Fs perché quest'ultime son più ricche e consentono un indebitamento meno pericoloso e offrono così migliori garanzie per gli investimenti infrastrutturali che il governo ha promesso. Infatti, come si legge altrove:
«Un altro snodo fondamentale per il buon esito del matrimonio è che la norma permetta alla nuova entità di rimanere al di fuori del perimetro della Pubblica amministrazione, in modo da non sovraccaricare il debito che verrà contratto per gli investimenti sul bilancio dello Stato.»
Sbaglierò, ma credo che, anche dopo una distratta analisi (la mia), si capisca abbastanza che lo Stato è alla frutta e il governo, per sfamare il mercato, raschi dalle bucce dei frutti statali la parte residua; cioè a dire: per vendere debito che dia l'impressione a chi lo compra d'esser ripagato, il governo porta al monte dei pegni gli ultimi gioielli di famiglia, in questo caso le Ferrovie che faranno, appunto, da garanti agli investimenti infrastrutturali di Anas. E se un domani i soldi per far fronte ai debiti non saranno trovati, magia: sarà venduta (ai privati, con sconto) qualche tratta di ferrovia. In fondo è ciò che - in altri termini - è già accaduto con Autostrade per l'Italia che magicamente è finita nelle mani di certi magliettai del cazzo che mi piacerebbe tanto espropriare per commemorare il centenario della rivoluzion.
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¹ [urlando] «Eh? Icché t'ha' detto?»

giovedì 13 aprile 2017

Fossimo animali

Il Papa ha ragione, ma solo in parte e additando le colpe soltanto su fantomatici signori della guerra. È vero, c'è tanta voglia di scatenare la guerra e i principali detonatori sono quei fottuti capitani dell'impero americano, imperatore compreso. Mi ero timidamente illuso che Trump potesse, d'accordo con Putin, sedare per qualche lustro i focolai bellici sparsi in vari luoghi del globo. E, invece, peggio che mai. Almeno Obama - che non politicamente certo non lodo - era intelligente, non impulsivo. Questo attuale è uno stronzo che pare vada dietro - dopo il conforto dei suggerimenti della Grande Armata - anche alle suggestioni delle figlie.

E poi dietro il giornalismo morto e defunto, compreso il nostro. La completa sudditanza dei governi alleati. Il dramma è che, almeno a livello mediatico, riescono ancora a coinvolgere, a trovare assenso globale per decisioni che seguono logiche che vanno contro ogni logica del bene comune e dei diritti umani che tutti sostengono difendere.

Tuttavia, il bisogno impellente di scatenare la guerra ha un unico motivo: tentare di far ripartire il meccanismo inceppato della valorizzazione del capitale. Cento milioni di dollari sparati a cazzo per accuse false al cosiddetto animale siriano danno un forte stimolo all'industria bellica, con tutto quello che ne consegue, richiamo dei riservisti (molti dei quali indebitati col revolving) compreso.

P.S.
Se Assad è un animale, i principi sauditi a quale categoria del regno dei viventi appartengono?


mercoledì 12 aprile 2017

Pasture mediatiche

«Le pecore non portano il foraggio ai pastori per mostrare quanto hanno mangiato, ma lana e latte sono il prodotto esterno della pastura che hanno assimilato internamente: e tu alla gente comune non sciorinare i principi filosofici, ma esponi i risultati che derivano dalla loro digestione».

Epitteto, Manuale, 46, edizione Garzanti 1990


Aldilà della pastura filosofica assimilata (non molta), credo di aver sempre rispettato il precetto sopra trascritto, avendo esposto in questo luogo, quasi esclusivamente, i risultati delle mie digestioni. Stronzate comprese.

Il vantaggio è che qui, in questo luogo, chi legge, non è gente comune, perlomeno io tale non la immagino, come fanno, per esempio, un Renzi o un Di Maio nei blog o social account, i quali, seguendo l'esempio dei loro rispettivi maestri (è necessario scriva chi?), si rivolgono precipuamente alla gente comune sciorinando a essa principi di vario genere, colmi di stereotipi e di fallacie. Purtroppo da importazione.

martedì 11 aprile 2017

Gli insegnamenti degli uccelli

Nei cambiamenti di casa delle donne certezza non v'è!
Negli spostamenti dei cani randagi certezza non v'è!
Nelle piogge dei cieli primaverili certezza non v'è!
Nei culi dei somari certezza non v'è!
Nel basso dei ventri soddisfatti certezza non v'è!
Nel marito della puttana certezza non v'è!
Negli spostamenti degli zoppi certezza non v'è!
Nelle amicizie degli esseri certezza non v'è!

La preziosa ghirlanda degli insegnamenti degli uccelli, Adelphi, Milano 1998


La campagna, in certe ore del giorno, le più quiete, offre l'opportunità di ascoltare vari tipi di suoni e rumori. Tra questi, il canto degli uccelli. Uno in particolare si è insinuato nella mente a tal punto col suo fraseggio che mi sono ritrovato spesso a riprodurlo con una goffa e semi inconscia imitazione. Da quando, però, realmente mi sono accorto della corrispondenza del mio fischio con quello del suo autore (mi spiace non saperne il nome, perché ancora non sono riuscito a individuarlo tra i rami a cantare), mi capita spesso di ripetere il fraseggio subito dopo che lui l'ha eseguito, come una sorta di eco. Mi domando se gli darà fastidio, ovvero se disturberà la sua azione di richiamo - probabilmente amoroso. In tal caso me ne scuso, ma vorrei sapesse che il mio scopo non è quello, bensì un altro, questo: comparare la mia voce alla presente - e viva - stagione, prima che voli un'altra volta via.

domenica 9 aprile 2017

Quando la gerarchia è scossa

O, when degree is shaked,
Which is the ladder to all high designs,
Then enterprise is sick!

W. Shakespeare, Troilus and Cressida, I, 3.


In un articolo scritto qui, si parla di un saggio (breve) scritto qua, dove si sostengono tesi a favore della gerarchia.
Bene, aldilà del sommo discorso che l'Ulisse shakespeariano rivolge ad Agamennone e alle truppe greche in stato d'assedio a Troia - discorso che ribadisce l'importanza del degree (grado, gerarchia) nell'ordine naturale delle cose, anche e soprattutto per contenere il caos dell'indifferenziazione e della violenza mimetica che conseguono in assenza di un ordine gerarchico («Tutto si risolve in potere: il potere in volere, il volere in appetito: e l'appetito, lupo universale, assecondato da due parti dal volere e dal potere, vorrà farsi una preda dell'universo, e alla fine divorerà se stesso» id. traduzione di Cesare Vico Lodovici, Einaudi, 1965) -, vorrei soffermarmi su alcune considerazioni estratte dal suddetto articolo, queste:


È evidente che per molte attività umane la gerarchia, il degree, è indispensabile: non si diventa medici per acclamazione, idraulici qualificati per raccomandazione, esperti informatici per sorteggio. 
Nondimeno, aldilà delle abilità dei vari quadri funzionali della macchina statale (il ragioniere, il funzionario, l'ambasciatore, il portaborse, il generale, il dirigente di vario tipo), nelle democrazie l'ordine gerarchico è stabilito democraticamente mediante elezioni. Purtuttavia, è un dato di fatto che i politici, pur bravi che siano, soprattutto per salvaguardare gli interessi nazionali, in molti casi riuscendovi (in Italia meno che altrove), essi non rientrano nella categoria gerarchica di selezione del personale migliore in ordine alle sue capacità.

Allora in che senso «la gerarchia può rafforzare la democrazia»?

In un senso solo: nel guidare lo Stato di Eccezione (dell'ordine democratico). Esempio a bomba: è stato o non è stato in base a un ordine gerarchico, del Comandante in Capo (certamente su pressione e suggerimento degli alti grado dello Stato Maggiore dell'Esercito), che gli Stati Uniti d'America hanno sparato un centinaio di Tomahawk sulla Siria? E questo ordine ha rafforzato la democrazia? 
No.

«Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione», sentenziava Carl Schmitt, teologo politico d'impronta nazistella. E, appunto, l'appetito gerarchico in campo politico sembra alluda a una autentica fame di autoritarismo, di aggiustapopoli con la mazza e lo scalpello perché... già, perché?

Perché in quest'epoca del tardocapitalismo avanzato il meccanismo della valorizzazione del capitale (che tutto informa e sorregge, comprese le gerarchie) si è inceppato, meccanismo  che, per circostanze storiche oramai irripetibili, ha funzionato (a sbalzi) dal dopoguerra fino alla caduta del Muro di Berlino (ma anche meno), dando l'impressione di essere l'unico sistema di riproduzione economica e sociale possibile per l'umanità. Adesso che, invece, da decenni oramai, questo sistema rimasto l'unico sulla piazza cozza contro i propri limiti (invalicabili), pastori e gregge sentono nuovamente il desiderio di ordine e disciplina, di guida sicura nei momenti incerti della crisi.

Tutta gente che ha bisogno di manico, dato che lo stato di eccezione è diventato la norma nelle democrazie liberali.
Come sostiene Robert Kurz in pagine di grande intensità teoretica (grazie a chi lo ha tradotto),
«il vero nocciolo della democrazia moderna è la dittatura e la vera essenza della cittadinanza dello Stato moderno consiste, in ultima istanza, in un rapporto di potere. Il guaio è che Schmitt sottolinea certo questa sgradevole verità, ma non allo scopo di formulare una critica emancipatoria della cittadinanza giuridica e della sua forma sociale (capitalistica); al contrario egli si assoggetta alla decisione autoritaria, al puro e semplice potere decisionale come fondamento ultimo di tutta la sovranità moderna, anche e soprattutto di quella democratica. Il teorico dello stato di eccezione è, simultaneamente, il cantore dello stato di eccezione e il rappresentante intellettuale del potere autoritario come posizione ontologica.
Per Schmitt lo stato di eccezione e, con esso, il nucleo di violenza autoritaria della democrazia, rappresenta l’autentica esistenza positiva della società come comunità di lotta esistenziale della nazione mistificata nella contesa cruenta tra le nazioni. Egli avversa la democrazia liberale e lo stato di diritto come una specie di stadio di debolezza della comunità di destino nazionale, in grado di oscurare la dimensione esistenziale del politico.»
Ecco fino a che punto la gerarchia può rafforzare la democrazia. Fino alla lotta stessa delle democrazie le une contro le altre (e ci sarà sempre uno meno democratico di te da tirargli in testa bombe democratiche).

Per il resto, per chi è interessato alla questione sulla gerarchia e lo stato di eccezione, rimando alla lettura del IX capitolo del libro di Robert Kurz,  Weltordnungskrieg, Das Ende der Souveränität und die Wandlungen des Imperialismus im Zeitalter der Globalisierung, Horlemann Verlag, Bad Honnef 2003, tradotto da Samuele Cerea. Prima parte. Seconda parte.

Godi popolo.

venerdì 7 aprile 2017

Fasi supreme


[Anch'io, questo pomeriggio, avrei voluto sparare dei tomahawk. Però mi sono trattenuto: ho fotografato nuvole e ciliegi in fiore (in qualche modo il testosterone va fatto abbassare). 
Poi mi sono ricordato di una ragazza svedese, conosciuta a Milano Marittima, dove si trovava per le vacanze e io pure, con un mio amico. Che fosse svedese lo si capiva dall'amica: bionda, occhi azzurri, piuttosto alta. Lei invece no: bassina, capelli ricci, occhi più scuri dei miei. La svedese svedese scelse il mio amico, e io, di conseguenza, fui scelto da lei. Seppi che i suoi erano separati e che suo padre era italiano, se non ricordo male di Vittoria. Le chiesi dunque perché avesse preferito la Romagna per le vacanze. Lei mi rispose perché suo padre era un porco. Capii dunque che non potevo esserlo pure io. Mi rassegnai a dei lievi, deliziosi baci in punta di labbra al gusto di prosciutto e melone inzuppato nel sangiovese. Furono sufficienti per innamorarmi di lei abbastanza da sopportare una settimana di vacanze in tenda, sulla riviera, a dormire di giorno e a camminare di notte, lungo la battigia.]

giovedì 6 aprile 2017

Amore di mamma

Una sera, avrà avuto vent'anni, forse qualcuno in più, rientrando a casa, chiese ai suoi genitori perché avessero voluto metterlo al mondo:
«Perché volevamo un figlio, e sei nato tu, Gian Marco».
Questa risposta, anziché risolvere alla radice i suoi dubbi esistenziali, li amplificò a dismisura, ma oramai era tardi per mettersi a discutere e l'unico modo che ebbe per placare il suo animo inquieto fu masturbarsi.

«Sai mamma? Io ti credo quando mi dici che volevate un figlio. Ma non ti credo che volevate proprio me, che immaginavate che nascessi proprio io. Questo non può essere vero, per ovvie ragioni: un po' per le note vicende del caso; e un po' perché, mi ricordo, alcuni anni fa, avrò avuto una decina d'anni sì e no, sentii la nonna che ti diceva: “Ma che bel bambino è diventato Gian Marco: chissà come sarebbe stata se fosse stata una femminuccia come tu avevi tanto desiderato che fosse”».

«Sei sicuro che la nonna disse queste parole?»

«Sì»

«Mah, mi pare strano, ma comunque, se anche fosse, se anche avessi desiderato avere una bambina, questo non significa che, una volta nato, io non ti abbia voluto e amato per quello che sei e, men che meno, ti abbia fatto pesare il fatto che tu non sia una bambina, anzi: sono stata sempre orgogliosa di te, fin dal primo momento e, vedendo il risultato, vedendo quello che sei adesso, beh, non poteva essere altrimenti: sei bello, intelligente, educato, volenteroso... cosa posso desiderare di più?».

«Potresti desiderare ancora che io fossi una bambina, mamma.»

«E perché?»

«Perché io mi sento donna».

«Donna? Come donna?»

«Una donna ancora senza tette e con i peli sulle gambe e sulle braccia».

«Sappi che io ti posso pagare solo l'estetista».

martedì 4 aprile 2017

Il castigo

1 Allora una voce potente gridò ai miei orecchi: «Avvicinatevi, voi che dovete punire la città, ognuno con lo strumento di sterminio in mano». 2Ecco sei uomini giungere dalla direzione della porta superiore che guarda a settentrione, ciascuno con lo strumento di sterminio in mano. In mezzo a loro c'era un altro uomo, vestito di lino, con una borsa da scriba al fianco. Appena giunti, si fermarono accanto all'altare di bronzo.3La gloria del Dio d'Israele, dal cherubino sul quale si posava, si alzò verso la soglia del tempio e chiamò l'uomo vestito di lino che aveva al fianco la borsa da scriba. 4Il Signore gli disse: «Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme, e segna un tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono».5Agli altri disse, in modo che io sentissi: «Seguitelo attraverso la città e colpite! Il vostro occhio non abbia pietà, non abbiate compassione. 6Vecchi, giovani, ragazze, bambini e donne, ammazzate fino allo sterminio: non toccate, però, chi abbia il tau in fronte. Cominciate dal mio santuario!».
Incominciarono dagli anziani che erano davanti al tempio. 7Disse loro: «Profanate pure il tempio, riempite di cadaveri i cortili. Uscite!». Quelli uscirono e fecero strage nella città. 8Mentre essi facevano strage, io ero rimasto solo. Mi gettai con la faccia a terra e gridai: «Ah! Signore Dio, sterminerai quanto è rimasto d'Israele, rovesciando il tuo furore sopra Gerusalemme?».
9Mi disse: «L'iniquità d'Israele e di Giuda è enorme, la terra è coperta di sangue, la città è piena di violenza. Infatti vanno dicendo: «Il Signore ha abbandonato il paese; il Signore non vede». 10Ebbene, neppure il mio occhio avrà pietà e non avrò compassione: farò ricadere sul loro capo la loro condotta». 11Ed ecco, l'uomo vestito di lino, che aveva la borsa al fianco, venne a rendere conto con queste parole: «Ho fatto come tu mi hai comandato».

Ezechiele, 9

lunedì 3 aprile 2017

Miseria debenedetta

Dall'interessante intervento di Franco Debenedetti, illuminato imprenditore democratico e progressista, si capisce perfettamente che il vero scopo acciocché il Pd riesca a tener testa al M5S alle prossime elezioni politiche è per salvaguardare al meglio gli interessi del capitale (compito naturale della destra, che però poverina arranca), a cominciare dal più grande hedge fund del mondo (ente benefico a cui non piacciono i populismi), per continuare con coloro che hanno tratto e trarranno benefici dal «gigantesco programma di privatizzazioni» avviato da quei galantuomini del centro sinistra (compresi quelli che hanno storto il muso per fondare un altro partitello, visto mai che col proporzionale...) e, inoltre, a coloro che hanno a cuore il mantenimento delle penetranti (per la classe lavoratrice) leggi sul lavoro (dal pacchetto Treu al Jobs Act), e a chi, infine, per entrare nell'euro, ha accettato di buon grado - per compiacere la virtù dell'operosa Germania - quel vantaggioso cambio di 1936,27 lire per 1 euro.

... e poi si stupiscono se il popolo vota populista.

Colpiti da una tautologia

«In un certo senso tutti noi lavoriamo per un dizionario. Perché la letteratura è un dizionario, un compendio di significati per questo o quel destino umano, per questa o quella esperienza. È un dizionario della lingua nella quale la vita parla all'uomo. La sua funzione è quella di salvare il prossimo uomo, un nuovo venuto, dal pericolo di cadere in una vecchia trappola, o di aiutarlo a capire, sa mai dovesse cadere comunque in quella trappola, che è stato colpito da una tautologia».
Iosif Brodskij, Dall'esilio, Adelphi, Milano 1988

Non voglio passare per un Antonio Monda, però, allora, beh, consentitemi, assai timidamente, di dire che, in questi anni (quasi dieci, Cristo) di esercizio bloggheristico, ho lavorato - a tratti - pure io per un dizionario, ammesso e non concesso che la scrittura bloggheristica sia roba letteraria e che addirittura possa mai avere la pretesa di essere compendio di significati per questo o quel destino umano, per questa o quella esperienza. Quante parole nuove ho aggiunto al dizionario? Forse nessuna. Ho assolto allora una funzione salvifica? Non credo affatto. E tuttavia, spero tanto, foss'anche solo per me, di esser riuscito a capire che, in questa trappola che la vita è, sono, siamo stati colpiti da una tautologia. Più o meno tutti. 
Non esistono vie di fuga, dunque? Cercare di essere meno stronzi possibile, forse. E avanti.

domenica 2 aprile 2017

Barbatrucco

[*]

[*]
«Uno studente moscovita, discendente di una famosa famiglia circense russa, quella dei Sokol, ha ripetuto una fuga impossibile ideata da Harry Houdini. Il ragazzo, incatenato mani e piedi, è stato immerso in un’ampolla piena d’acqua: due minuti dopo si era liberato. Il novello Houdini ha raccontato di aver impiegato ben due anni per preparare il trucco, riuscendo a trattenere il fiato per oltre due minuti sott’acqua.»

sabato 1 aprile 2017

Jean Louis Ismail

Istintivamente, nei confronti dell'islam, diciamo pure dalla fatwa fatta a Rushdie, tendo a pensarla quasi come la Fallaci.
Siccome un po' me ne vergogno, a margine della vicenda testa rasata alla giovane di origine bengalese con intento punitivo sì o no (versione da verificare), cerco di reprimere l'istinto con quanto segue:

Da una parte c'è il condizionamento familiare/religioso-religioso/familiare, dall'altra il condizionamento sociale: il primo avrebbe spinto i genitori a rasare a zero i capelli della ragazza; il secondo avrebbe spinto la ragazza a scoprirsi il capo appena uscita di casa contravvenendo all'imposizione religiosa/familiare.

Perché la famiglia bengalese tiene tanto al rispetto della tradizione religiosa? Perché è la loro bandiera identitaria, il segno di riconoscimento, il loro solo modo di marcare di territorio di una società - la nostra - che li considera marginali sebbene funzionali a svolgere mansioni lavorative ai limiti del servaggio, vale a dire a gonfiare l'esercito di riserva del primario, secondario e terziario.

I genitori, non so quanto consapevolmente, avrebbero d'imperio rasato la figlia per costringerla a un costume (il velo) che, secondo la tradizione, non la priva, appunto, di quel segno identitario, di quel riconoscimento che la ragazza, inevitabilmente, perderebbe nell'adottare usi e costumi che la nostra società dispone (e i coetanei a scuola impongono). Nell'anomia generalizzata che li circonda, i genitori avrebbero tentato - obbrobriosamente ça va sans dire - di salvare il nome (della famiglia).

Gran parte degli immigrati di fede musulmana raramente riesce a trovare un legame alternativo che possa, non dico sostituire, od offuscare, ma quantomeno attenuare la pressione identitaria e il credo nel loro grande Dio elargitore di senso a delle vite che altrimenti non lo troverebbero.

Infine, da non escludere anche l'ipotesi che il taglio di capelli sia un gesto di amore materno in forma estrema, per tagliare sul nascere alla figlia l'idea che un domani lei possa sentirsi completamente integrata e realizzata nel contesto sociale in cui si è trovata a vivere.

venerdì 31 marzo 2017

A portata di mano


Non ho più niente tra le mani, solo un sogno, potrebbe anche essere un segno del destino, ma non lo prendo in considerazione perché la simbologia mi annoia, quel che vedo, è – e il gioco è fatto, inutile interpretare, ché se poi le interpretazioni non collimano coi nostri desideri, restiamo delusi e io piuttosto mi annuso le mani per capire se quel niente che è rimasto sia la risultanza di un sogno o di un incontro realmente avvenuto, di passi realmente compiuti in un giorno di vento, sospesi sul selciato come i gerridi sull'acqua, senza affondare nell'illusione di amarsi anche solo per un minuto, ma di crederlo ogni minuto possibile, a portata di mano.

mercoledì 29 marzo 2017

L'amore che

L'amore che portavo non aveva
la coscienza del peso
stava sospeso
tra la terra e il cielo –
un aquilone teso
dal vento che soffiava.

L'amore che mordevo non aveva
consistenza: era
come l'aria o il canto
di una capinera –
allo stomaco bastava
la voce che incantava.

L'amore che perdevo non aveva
persistenza: era
come perdere niente
al tavolo da gioco
senza aver puntato niente –
un amore che non c'era.

L'amore che fingevo non aveva
l'avvertenza di esser finto:
si fingeva vero
per non darsi per vinto –
era un amore a metà
tra finzione e verità.

L'amore che ora basta non aveva
la pazienza: era
un amore che faceva
di sé anche senza 
un amore camminante
principio di sé bastante.

Per raccontarci la complessità



«Buongiorno ragazzi. Oggi è venuto a trovarci Roberto Saviano per raccontarci la complessità del reale».
«Professore, ci scusi: ma non ce lo aveva detto anche lei che il Reale è complesso?»

Battute liceali a parte, mi permetto di suggerire al nostro più famoso intellettuale contemporaneo da esportazione (che secondo me si trova ancora a New York), di presentarsi, nelle aule magne dei vari licei o istituti tecnici, con argomenti sempre complessi, ma un po' più definiti, come ad esempio la taglia di reggiseno della modella curvy.

«E se non la sapesse?»
«E che cazzo l'ha intervistata a far?».

lunedì 27 marzo 2017

Tra il web e le nostre relazioni

«Il cinema può insegnare tante cose. Può aiutarci a riflettere, a superare barriere e pregiudizi, a scoprire il valore delle diversità, a riflettere criticamente. Può aiutarci a contrastare quella violenza verbale che circola sempre più velocemente tra il web e le nostre relazioni umane. Quando si diffondono fenomeni come quello, con modalità diffuse di linguaggio violento, non sono sufficienti gli appelli per correggerli. Servono anche linguaggi altrettanto efficaci. Immagini, messaggi che scuotano le coscienze. E che vengano proposti con efficacia, anche con leggerezza.» 
Sergio Mattarella, discorso quirinalizio per la presentazione dei candidati ai Premi "David di Donatello" per l'anno 2017. 



Un po' per ricordare un grande attore e un po' per non scomodare Stanley Kubrik m'è sembrata la maniera migliore per rispondere, con tutto il rispetto, a un discorso del cazzo.

domenica 26 marzo 2017

Il caveau vaticano

«Il popolo, quando si abitua dir che sei bravo, pure che non fai niente, sei sempre bravo»
Ettore Petrolini, Nerone

Nella contrapposizione scenica tra i Trattati di Roma e la Visita Pastorale del Papa a Milano, m'è parso di sentire una vocina, dai tratti vagamente populisti - non saprei dire se di destra o di sinistra -, che ha detto, giuppersù : 
«Mentre il Palazzo pensava ai trattati e alle firme, il Papa pensava alle periferie e ai carcerati».
Bravo.
Grazie.

Orbene, molto ingenuamente (quindi senza entrare in disamine storiche economiche e sociali) domandiamoci: perché il potere politico, compreso nelle sue varie declinazioni (nazionali, comunitarie), non riesce ad avere un seguito e un consenso popolari minimamente analoghi a quello di un'autorità religiosa come quella papale?
Proviamo a rispondere con un'altra domanda: i poveri hanno più bisogno del Papa o il Papa dei poveri? Se tutta quella gente delle case popolari milanesi fosse stata invitata a cena al Quirinale, viaggio compreso, con marito del Lussemburgo (o moglie del Lichtenstein) di accompagnamento al seguito, pensate che sarebbe restata comunque ad “abbracciare” il Papa lungo le transenne o si sarebbe accontentata di fargli ciao ciao con la manina dal treno o dall'aereo?

Ma soprattutto: sei i rapporti, le relazioni di riproduzione sociale delle genti superassero la fase storica del capitalismo per accedere a una dimensione altra, inedita, di tempo liberato (e ritrovato), di lavoro non più schiavo del soggetto automatico (il capitale) che cerca soltanto la propria valorizzazione (non certo quella delle umane genti); una dimensione in cui i rapporti di classe scomparissero e le relazioni sociali non fossero più preda della classica dinamica padrone-schiavo, pensate che la società, la gente,  avrebbe ancora bisogno dei guardiani (della politica) e dei sacerdoti (della religione)?

sabato 25 marzo 2017

Chiattona curvy magna gelato


1. «Frasi shock di De Luca: chiama chiattona la consigliera M5s».
È un mio difetto: ma quando leggo “shock”, qualunque cosa sia stata detta o epiteto attribuito, mi sciocca meno della parola shock.

2. «Roberto Saviano incontra la modella curvy più famosa del mondo».
Sono scioccato dall'abbigliamento, soprattutto dal copricapo, del nostro intellettuale contemporaneo da esportazione: sembra diventato un uomo immagine di Zalando. A margine, mi sia consentito rivolgergli un paio di innocenti domande: innanzitutto, vorrei sapé se alla bella chiattona 'mmericana je legge 'a robba sua o 'na poesia de la Szymborska per farla ammorbì come un involtino burro e salvia; e 'nfine vorrei sapé: a' Savià, quanno sterzi, curvy?

3. «Colore, gusto, prezzo: 7 mosse per riconoscere il gelato di qualità».

Pensavo bastassero una coppetta o un cono.