sabato 24 giugno 2017

Incomprensioni 3

Avevamo da poco superato lo stretto di Hormuz quando Annalisa chiamò per dirmi, tutta contenta, che era una bambina. Mi ero espressamente raccomandato con lei di farmi sapere il sesso di nostro figlio, per prepararmi, per pensare a come affrontare questo evento, giacché se fosse stato maschio, credo che avrei dovuto premunirmi, chiamare un medico specialista in traumi infantili, uno psicologo dell’età involutiva, perché ciò è stata la mia infanzia: una involuzione, un avvolgermi su me stesso fino a che non mi sono dispiegato per le vie del mondo.

«Come è carino tuo figlio, ma guarda come è carino, sembra una bambina» ripetuto cento, mille, quarantadue volte al giorno da quelle stronze di amiche e conoscenti di mia madre, addirittura le zie di Varese e di Brescello, al telefono, la domenica mattina per salutare i rispettivi fratelli, i mie genitori, «Come sta Luciano, mandaci le foto, ma perché non lo porti a Milano a fare i provini per la pubblicità». Stronze. Carino… bellino... un amore... una sega.
Non ero padrone di andare comprare un litro di latte che c’era sempre qualche adulta a sorridermi e farmi una carezzina al capo o darmi un pizzicotto sulla guancia. E i miei amici, a scuola e fuori al parco, giù a prendermi in giro, a chiamarmi Luciana, o Lucilla, a farmi le linguacce e io a maledirli prima, inutilmente, a fare finta di niente e sopportare, una tortura.
Una volta diedi persino uno schiaffo a uno più piccolo di me, perché rideva quando i grandi mi sfottevano. I grandi, già, ci provai a reagire con uno, ma prevedibilmente ebbe la meglio, mi spinse a terra e dopo stetti peggio che mai.
Soffrivo perché, sebbene – a sentita dire – di aspetto lo fossi, io non mi sentivo affatto effemminato, non percepivo dove risiedesse tutta la carineria che mi attribuivano, so soltanto che non mi portava bene coi miei coetanei, e non mi fregava niente se mi teneva in auge coi grandi: mi avessero fatto toccare i seni, le signore, o infilarmi sotto le sottane, mi dicevo piuttosto consapevole dei miei desideri anche da piccolo. Per la verità, una signora c’era che mi stringeva a sé, forte al petto, ed era una delle poche volte che sopportavo di buon grado tutte quelle smancerie.
Il primo moto di ribellione che ebbi fu quel giorno in cui mia madre decise di portarmi dal barbiere (anziché dalla sua amica parrucchiera, ch’era in ferie), e gli dette anche le indicazioni come farmi i capelli: ebbene, io ricordo che al barbiere dissi di tagliarmeli di più, quasi a zero e di usare lo stesso rasoio che usavano per la barba, sentire quel cr cr di taglio strappo sui ciuffi di capelli mi infondeva forza e voglia di avere già vent’anni e di andare via. Che scenata gli fece mia madre al povero Millimetro che, impassibile, si accese un’esportazione senza filtro e si mise a spazzare via i capelli dal pavimento.
[...]

venerdì 23 giugno 2017

A tratti

A tratti la vita
presenta dei fatti
che sembrano darti
l'impressione
di avere il controllo
di essere al centro –
e tutto dintorno
pare che ruoti in funzione
del tuo desiderio.

A tratti diversi
la vita ti prende alle spalle
e l'impressione
di avere il controllo
svanisce, il centro
si perde in un gorgo
di misfatti e niente
gira come vorresti –
e ti arrendi.

A tratti
la vita neanche la vedi
perché vivi come se fosse
per sempre:
e quanti ritardi
inutili attese
zero rimpianti
decisioni mai prese
ché la vita ti sembra
permanente.

A tratti
vivere una vita da distratti:
non prestare attenzione
a quello che passa
nella bolgia dei fatti
tra vita che passa
e vita che sta 
morire ignorando
che la vita finisce
è l'unico scampo
che il dolore lenisce.

A tratti
vivere una vita da matti
rinchiusi ma capaci
di liberarsi in vita
della vita intesa come condanna:
fumarsi una canna
riempirsi di baci
distesi sull'orlo del vuoto
come dei gatti
in attesa di un sogno 
che faccia cadere
con un colpo di reni
all'impiedi
(occhi su occhi
mani su seni).

giovedì 22 giugno 2017

Basta tabù




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E se alimentassimo la rete idrica con la metà della produzione annuale vinicola italiana (mediamente 22 milioni di ettolitri), soprattutto con quei «vinelli leggiadri dai tannini smussati»?

mercoledì 21 giugno 2017

La tristezza e Lagioia

Ho letto un'intervista a Lagioia e, in certi punti, mi è saltata addosso una tristezza che voglio condividere.
William Faulkner è il grande poeta epico del Sud. Tutti siamo voluti essere dei suoi allievi, e tutti ci siamo illusi di aver imparato qualcosa da lui. García Márquez, Malcolm Lowry, Mo Yan e tanti altri non avrebbero scoperto i propri stessi mondi d’appartenenza se William Faulkner non avesse sfondato per tutti una ben determinata porta. Il suo speculare non è James Joyce, come si crede, ma Franz Kafka, che è il grande scrittore del Nord almeno quanto Faulkner agita lo scettro (che a seconda dei momenti è un bastone pastorale o una bottiglia di gin) sull’altra parte del mondo.
Sfondatori di porte su Rieducational Channel. Ma soprattutto: se uno riflesse un po' su Faulkner come “grande poeta epico del Sud” e Kafka “come grande scrittore del Nord”, non gli verrebbe naturale toccarsi le palle - pubblico femminile compreso - e verificare che una è a Est e l'altra a Ovest?
Non parto mai per un’avventura senza Dylan. Con il Salone del Libro mi ha molto aiutato: quando c’era da fare muro contro muro con qualche interlocutore, lo mettevo in cuffia mezz’ora prima, ed ero pronto a giocarmi il tutto per tutto.
Anche per prendere il Bari-Molfetta, Jokerman a palla?
Augh.
A prescindere dal merito - e non discuto che Lagioia sia meritevole, può essere, come no, alla radio è bravo - se il prezzo per dimostrare di esser intellettuale organico-poeta laureato-maître à penser è lasciare i propri centesimi di cultura all'intervistatore che - con domande piuttosto del cazzo - ti elemosina saggezza, fatemelo dire, meglio essere evasivi, orsù, l'oracolo di Delfi non dice né nasconde, ma accenna, e i nomi tutelari, i santini, ognuno se li tiene nel proprio portafoglio, ogni tanto gli dà una sbirciatina, mica ti danno crediti formativi, su, importa sega cosa ascolti in cuffia e cosa leggi la sera prima di addormentarti e fare incubi, o meglio: se ne vuoi parlare sii preciso, non generalizzare, entra nel dettaglio, disorienta, ché i punti cardinali, diovoglia, li sappiamo già.

martedì 20 giugno 2017

Made in


Dalla Cina. No, perché quegli altri, iPhono compreso, vengono da Marte.

Con preghiera di

- Buonasera Dio.
- Buonasera uomo.
- Che cosa pensi delle preghiere?
- In che senso?
- Ti piacciono?
- Non mi fanno né caldo, né freddo.
- Come mai, allora, la preghiera si è imposta come la principale forma di comunicazione tra noi e te, o Altissimo?
- E daje con questo Altissimo (poro Renato). Che cosa vi fa supporre che io sia altissimo? 
- Era per usare un superlativo assoluto.
- Lascia stare. Comunque: le preghiere, secondo me, sono una forma inutile di ossequio.
- Come si ossequiano i signori...
- Esatto.
- Ma tu essendo il Signore, meriti forme di ossequio adeguate, come le preghiere.
- Io farei anche a meno, dacché al novantanove per cento sono lagne inenarrabili. 
- Come il rosario?
- Chi Rosario? Dawson? Mica tanto lagna, lei.
- E del Padre Nostro che ne pensi?
- A tratti è passabile. La prima parte, per esempio, mi localizza (sono, infatti, nei cieli. Quali? Mistero della fede), mi santifica, mi sprona a governare l'universo. La seconda, invece, con tutte quelle richieste (Dacci , Rimetti, Non ci indurre, Liberaci) un po' mi infastidisce.
- Perché non sei in grado di soddisfarle?
- Riguardo al pane: non ci sono problemi, vedi quanto ne va sprecato. Riguardo ai debiti: risanare le banche, dalla Goldmann e Sachs, a Banca Etruria, mi sembra già abbastanza. Riguardo alle tentazioni: suvvia, che nel momento stesso in cui mi chiedete di non indurvi in tentazione, pregate, in cuor vostro, di essere tentati... e a buon fine. Riguardo al male, dovete capire una cosa: o sono un Dio d'amore e allora sono impotente, o sono un Dio onnipotente e allora il male è possibile. In vista di che cosa? Misteri della fede.
- Annunciamo la tua morte o Signore...
- Aspetta che mi tocco...
- ... proclamiamo la tua Resurrezione
- ... in attesa della mia venuta.
- Un Dio sacrilego.
- Macché: io sono tutto fuorché una faccenda seria.
- Un Dio antropomorfo.
- Non bestemmiare, please.
- Più ti parlo e più sei sfuggente.
- E lasciami sfuggire. Soprattutto: lasciatemi divertire. 
- Le preghiere, dunque, non ti divertono?
- No: mi tediano. Questo perché, contrariamente a quanto sostiene il Catechismo, la preghiera non eleva le vostre anime a me, ma le atterra nella mediocrità, perché figurati se io ho bisogno di sentirmi ripetere tutti i giorni, per x miliardi di volte al giorno, che io sono questo e quello: lo so chi sono. Piuttosto voi non sapete chi siete e che cosa realmente volete in quanto mortali che credono a me, perché così passa il caso della tradizione nella quale le vostre menti imberbi sono ficcate. Io, se esisto (a volte lo metto in dubbio, ma è una faccenda mia), vorrei interlocutori in grado di interloquire, non di ripetere a babbo morto sempre le stesse parole che nella ripetizione perdono ogni significato.
- Ma perché, allora, le autorità religiose parlano della bontà della preghiera, insegnandola e prescrivendola?
- Perché la preghiera costringe il pensiero dentro un riflesso condizionato. 
- Uhm. Questa frase mi dà pensare.
- E tu pensa. Anzi, no: prega.

domenica 18 giugno 2017

Incomprensioni 2

Poi un giorno, durante una breve vacanza a Sirmione – un cameriere dagli occhi lucidi ci aveva appena servito del luccio  –, i suoi crucci non furono più confortati dallo svolazzio dei balestrucci e me lo disse, chiaro e quadrato come il tavolo del ristorante dove eravamo seduti: voleva sposarsi, ma più ancora: voleva un figlio, subito. 
Sua sorella, più giovane di cinque anni, era alla seconda gravidanza, la sua amica aspettava dei gemelli, e lei, lei che sino al quel momento non aveva fatto della maternità un obiettivo, ecco, adesso lo diventava, voleva un bambino, era il momento giusto, trentasette anni, non poteva più aspettare, anche se prima non solo non aveva aspettato, proprio non ci aveva pensato, ecco tutto, mentre adesso ci pensava, domandandomi, inoltre, perché io non avevo ancora chiesto il trasferimento in ufficio, com’era previsto dal contratto, giacché, dopo un tot di anni, l'azienda consentiva di far domanda e lavorare sulla terra ferma, alla distribuzione di quello che finora avevo contribuito a trasportare via mare.

Un figlio. Io non ci avevo mai pensato a un figlio. Anche quando alcuni colleghi prendevano congedo per la nascita della prole e poi, dopo alcune settimane, rientravano in servizio entusiasti e coi cellulari zeppi di foto del neonato, ebbene, ciò non mi faceva alcun effetto, non sentivo scoccare alcun desiderio analogo – e non solo perché nessuno, tra i miei colleghi,  era un punto di riferimento o modello. No. A meno di non essere folli, la nostra epoca non consente di idealizzare alcun individuo, casomai una situazione, uno status, un immaginario collettivo che imprime nelle nostre tavole di cera certe forme del desiderio piuttosto di altre. A parte questo, penso però che il vero motivo per cui non ero mai stato assalito dal pensiero della paternità è che quando ricordavo la mia infanzia pensavo al periodo più infelice della mia vita e l'ultima cosa che volevo era rivivere una medesima tristezza negli occhi di un altro bambino, soprattutto se fossero stati gli occhi di mio figlio.

Ma di questo racconterò un'altra volta, se ci sarà tempo (se ci sarà voglia).

Dopo cena, nella confortevole camera d'albergo, Annalisa era euforica e della sua decisione e per aver bevuto qualche qualche bicchiere di Lugana in più. Temevo il peggio. E infatti. 

In quindici anni di fidanzamento era la seconda volta che prendeva l'iniziativa. La prima fu quando, dopo due anni, le dissi che non ero convinto di noi due, ch'era meglio prendersi una pausa. La secondo fu quella sera, quando sentii le sue mani scivolarmi addosso come acqua di lago: le dissi che avevo bisogno di una doccia.

venerdì 16 giugno 2017

Incomprensioni

Ho deciso di lasciare da parte tutte le incomprensioni, casomai fruttassero come i buoni postali, con tassa agevolata al 12,50% e garantiti dallo Stato. Ho in vista diventare chiaro, limpido, trasparente come un paio di lenti appena uscite dall'officina Galileo, precise, potenti, che permettono di contare tutti i buchi della luna, e riempirli, con le incomprensioni rimaste nel portafoglio. Anche dietro, dark side of the moon, là dove tignola e ruggine non hanno speranza di attecchire.

Io le avevo spiegato come stavano le cose e l'intenzione che avevo di procedere, piano, quindici anni di fidanzamento sembrano troppi, ma non c'è mai fine al conoscersi, si cambia in continuazione, in capo a pochi anni ogni cellula del nostro corpo è rinnovata e, sebbene abbiano conservato le stesse istruzioni scritte nel genoma per riproporsi com'erano prima, le cellule sono via via più attente a non lasciarsi trascinare in patimenti inutili, giocano di conserva,  se ne fottono - e se lei non ha capito, capirà e sennò pazienza, io ce l'ho messa tutta per essere chiaro, limpido, trasparente come uno specchio della Rinascente sul quale milioni di donne in capo a un anno lasciano la loro immagine riflessa e catturata da apposite società di marketing che, sulla base di algoritmi specifici, determinano usanze e costumi della stagione successiva.

Il lavoro, ecco: tutta colpa del lavoro. Viaggiare sulle petroliere porta via tempo, di porto in porto, molto al largo, passando talvolta dagli stretti. Quanta pace a bordo, però. Quanto tempo per pensare, scrivere, far di conto. Quindici anni, tre lustri, vedersi ogni tot mesi, felici di stare insieme dopo tanto, fare questo e fare quello, di nuovo separarsi, rattristarsi, eppure, dopo, dopo un tot di mesi, ritrovarsi e via daccapo.
[...]


Iva soli

«C'est triste des gens qui se couchent, on voit bien qu'ils se foutent que les choses aillent comme elles veulent, on voit bien qu'ils ne cerchent pas à comprendre eux le pourquoi qu'on est là. Ça leur est bien égal. Ils dorment n'importe comment, c'est des gonflés, des huîtres, des pas susceptibles, Américains ou non. Ils ont toujours la conscience tranquille». 
Louis-Ferdinand Céline, Voyage au bout de la nuit


Più o meno è vero: abbiamo la coscienza tranquilla, da brave ostriche.  La sera, la notte arrivano e che vuoi fare? Vuoi metterti a litigare con te stesso sullo Ius soli? Non posso. Fossi lussemburghese, forse. Mi batterei con vigore affinché altri non lo diventino. Ma italiano, suvvia, lo sia chiunque: che c'è di prezioso in sé nell'esserlo? Il parlarlo e lo scriverlo, forse. Altro? Ad esempio: pagare la tassa di circolazione dell'auto, della caldaia e dei pannelli solari alla Regione di appartenenza?

Per risolvere la questione: io darei la cittadinanza onoraria a tutti coloro che la richiedono, indistintamente. Con l'Iva al 22%.

mercoledì 14 giugno 2017

Baci

«Devo andare», mi disse con una punta d'incertezza che io colsi, per cui non mi mossi, restai seduto, doveva alzarsi lei, tra l'altro dovevo finire il mio caffè ristretto, lo lascio sempre raffreddare da quella volta che mi scottai la lingua il giorno del nostro primo appuntamento, il giorno del nostro primo bacio, che le detti, appunto, con la lingua ustionata e fu più patire che godere, ma io non glielo dissi mica, che pativo, questo è il punto, in quel momento persino una spina su un fianco non avrei percepito, epperò volevo dirglielo adesso che se ne stava andando, che mi lasciava così su due piedi (non ho mai capito perché la gente si lasci su due piedi e non su due mani, o altro, per esempio, cinque o sei dita, due pollici, un orecchio da mercante e un occhio per occhio dente per dente, se mi lasci, ti lascerò anch'io, che credi, la prossima volta magari, appena me ne darai il tempo), senza preavviso, senza avermi dato il tempo di mettermi la camicia di jeans, quella che trovava sexy quando me la sbottonava, lentamente, e si metteva ad giocherellare con quei pochi riccioli che ho sul petto, «Sai, lo facevo spesso anche a mio padre», «Oddio», rispondevo «io non posso ricordarti lui, mi vedi? sono toto coelo differente», «Per questo mi piaci, per questo voglio stare con te, io ho ammazzato Edipo da giovane, che credi», «E ti credo, certo che ti credo; magari se però scendi con quella mano ti crederei di più», ecco, e tu aumentavi il sorriso a dismisura, che diventava un sole, e io, occhiali non avendo, per non abbagliarmi, chiudevo gli occhi, eccetera.

Disse ancora: «Devo andare», ma con maggiore esitazione, come se aspettasse da me una preghiera per fermarla. Quindi ripose il cellulare nella borsa, estrasse il portafogli, controllò l'importo dello scontrino, vi pose sopra i soldi, mi guardò con aria incerta, forse aspettando un saluto, una lacrima (o insulto e uno sputo?), si levò dalla sedia, ma non completamente, come chinandosi per controllare non le fosse caduto qualcosa ai piedi e, in quel momento, posai la mia mano sul suo braccio e dissi: «Aspetta. Concedimi ancora qualche minuto».

Non riuscii a interpretare se nel suo sguardo vi fosse più un'espressione contrariata o soddisfatta. Credetti alla seconda, per predispormi a un discorso meno astioso, più tenero e melanconico, che – speravo – avrebbe potuto instillare in lei un minimo di ripensamento. Perché aveva scelto di stare con me, in fondo? Perché, beninteso, là dove non ci sono rapporti di forza o di potere sono quasi sempre le donne a scegliere. «Perché avevi un'aria interessante, parlavi bene, ma soprattutto: sapevi ascoltare. Vedevo i tuoi occhi seguire i miei occhi e non le labbra mentre sillabavano le parole della mia storia. Tu – anche adesso, per dire – mi guardi negli occhi mentre parlo e io, parlando, mi sono sentita, forse per la prima volta, interamente ascoltata. Prima di te, soltanto la professoressa d'italiano delle superiori mi aveva guardato così mentre parlavo, e infatti: nonostante abbia fatto ragioneria, dopo mi sono iscritta a lettere, grazie a lei».
«E, grazie a me, a che cosa ti iscriverai, adesso?»
«Non fare lo scemo: dimmi che cosa dovevi dirmi».
«Vorrei baciarti, un'ultima volta».
«Non posso»
«Non puoi o non vuoi?»

«Non posso: mi sono bruciata la lingua con quella cazzo di tisana».

martedì 13 giugno 2017

Flussi di seppia

Avrei voluto sentirmi più scabro ed essenziale e invece sono risultato lo stesso melenso prolisso di sempre, mai al punto, di continuo aperta parentesi, nel timore di chiudere il discorso, ché se lo avessi chiuso sarei stato costretto a dirti, vabbè, poche storie: «Ti amo», per poi restare muto, più sorpreso io di averlo detto che tu di averlo sentito, finalmente, chiusa parentesi, punto, come se quella frase minima fosse veramente il nucleo dal quale sono partite e partono tutte le espansioni, le frasi sul più e il meno, sul fatto che, in pratica, quasi metà del corpo elettorale non si sia espressa, abbia trattenuto la propria volontà dentro una parentesi, dentro l'impotenza manifesta che è inutile esprimere in un voto, per esempio il mio voto sarebbe quello di non farla più tanto lunga, di venire al punto, di scrivere, appunto: «Ti amo», ma non posso esprimere questo nel segreto dell'urna, perché poi lo scrutinio renderebbe il mio voto nullo, come se non avessi detto niente, come se chi ha votato un simbolo e/o un nome avesse detto tutto, e, invece, io sì che avrei detto tutto, due parole, per tacere e, soltanto in seguito, fare un'analisi dei flussi, e io fluire, leggero, lampeggiante lucciola che si appoggia sul vetro di una finestra accesa dalla luna.

domenica 11 giugno 2017

Ci vuole mestiere

"Chi si è presentato non aveva la valigia degli attrezzi che occorre per entrare in una classe. Al concorso per l’infanzia il livello culturale dei candidati era basso, negli altri i commissari hanno rilevato una profonda competenza culturale ma uno scarso livello di preparazione di natura didattica".
[...]
L’interrogativo da porsi è su come si stanno formando a livello universitario questi insegnanti. Un tempo uscivano dai vecchi istituti magistrali, magari non solidi sulla teoria ma più preparati a insegnare. Ora siamo passati a una formazione eccessivamente tecnica e disciplinare. Ancora non abbiamo centrato l’obiettivo". Ma come è possibile che nemmeno con un “concorsone” si riescano a selezionare i docenti necessari alla scuola? "La fatica è improba e di fronte a tante bocciature ha poco senso – ammette Versari –. Il meccanismo è farraginoso, ma non è quello che ha determinato il fallimento. I bocciati non avevano le competenze fondamentali. Per entrare in una scuola ci vuole mestiere nel senso più alto del termine".

Solo di striscio, perché parlare della scuola italiana, tentare di dipanare la matassa, è più complicato che capire e risolvere la questione mediorientale. Mi preme soltanto far notare che mi sembra alquanto contraddittorio - come sostiene il provveditore agli studi di Bologna - rimproverare i candidati al concorso per titoli ed esami di non avere «la valigia degli attrezzi che occorre per entrare in una classe» e poi addebitargli di avere «formazione eccessivamente tecnica e disciplinare». 

Classico caso del cane o del gatto o del cazzo che si mordono la coda. Infatti, chi ha formato gli aspiranti insegnanti? Chi li ha licenziati con esami universitari e tesi? Chi gli ha detto e imposto: devi sapere questo e quello, si fa così e cosà? Soprattutto compra il mio libro di didattica sulle competenze dove c'è scritto come diventi competente?

Infine: se «per entrare in una scuola ci vuole mestiere nel senso più alto del termine», allora (suggerimento per il legislatore) a che cosa servono i concorsi? Anni e anni di precariato - e quindi di lavoro e quindi di mestiere e di esperienza - non sono più che sufficienti? E il vecchio tirocinio? E la meteora del TFA (a pago)?

No. Il concorsone era necessario, vero Matteo, vero Stefania? In particolare - per insegnare all'asilo - è necessario fare il test d'inglese. 

«You are assholes». 

Traducete questa frase.

sabato 10 giugno 2017

La rinuncia di Dio

10Quando annuncerai a questo popolo tutte queste cose, ti diranno: «Perché il Signore ha decretato contro di noi questa sventura così grande? Quali iniquità e quali peccati abbiamo commesso contro il Signore, nostro Dio?». 11Tu allora risponderai loro: Perché i vostri padri mi abbandonarono - oracolo del Signore -, seguirono altri dèi, li servirono e li adorarono, mentre abbandonarono me e non osservarono la mia legge. 12 (Geremia, 16)
Ci sono passi nella Scrittura che, dal mio punto di vista ermeneutico, possono far pensare che il Dio unico sia diventato tale perché abbia, con il terrore, tolto dalla mente degli adoranti tutti gli altri dèi presenti sul mercato dell'adorazione. Infatti, a leggere i suddetti versetti, pare che Dio, per il tramite dei suoi profeti, ammetta implicitamente di non essere l'unico Dio, ma che ve ne siano altri, certo inferiori a Lui che è l'Altissimo onni-eccetera, epperò non è il solo, dato che gli basta(va) un niente, foss'anche uno sguardo, per incazzarsi tremendamente e mandare giù fulmini e strali, peste e corna, lapilli e lava, infamia e desolazione, se qualche sciagurato si azzardava a invocare un altro deucolo di poco conto. 

Ché siano state queste scenate di gelosia furibonda a far sì che, alla fine, noi mortali adoranti, ci siamo adattati, per salute spirituale e corporale, all'idea che in Cielo vi sia un solo Deo, maschio, sulla sessantina, barba e capelli mossi, che quando gli girano spara sempre nel mucchio e ndò cojo cojo?

Per assurdo: se Dio ci fosse e ci volesse veramente bene come fossimo suoi figli (e noi, dunque, tutti fratelli), visto che - anche se indirettamente, più che altro come scusa e/o sprone - è nel suo nome che ancora si compiono copiosi crimini e scelleratezze, e molte testedicazzo comandano e fottono il mondo; in breve: un Dio magnanimo e filantropo, da unico che è diventato, sbaragliando la competizione ultraterrena, potrebbe, magicamente, auto scomparire? Togliere l'idea di Sé dalla nostra mente sprovveduta, sì bisognosa e dipendente di cazzate trascendentali, come un oppiomane lo è del lattice che trasuda dalle capsule immature del papavero officinale? 
Insomma, una preghiera: Dio, per l'amor d'Iddio e di noi, tuoi presunti fiji de 'na mignotta, potresti rinunciare a essere? Potresti sparire? Ti prego, Dio, dicci addio, anche soltanto per qualche secolo: che cosa vuoi che sia per te che sei Eterno? Niente, non sarebbe niente. 

giovedì 8 giugno 2017

Lo Stato del Catarro


Il Catarro è un piccolo stato ubicato tra il Tropico dello Sputo e quello dello Scaracchio. 

Terra arida e purtuttavia florida di anemoni fallaci che spuntano spontanei nelle crepe dell'asfalto che spesso si liquefa ai bordi della carreggiata allorquando le temperature esterne toccano i 65° C., il Catarro è la sola nazione al mondo guidata da un insultanato. L'Insultano, infatti, è la guida assoluta del Paese: uomo improbo e disonesto, amministra il popolo con spregiudicatezza e pusillanimità, riservandosi una consistente parte del pil locale, compreso lo ius primae noctis unisex, per tastare i polso e i genitali alle susseguenti generazioni di sudditi.

L'Insultano veste bizzarramente con una sorta di trapunta quattrostagioni, frescolana cashmir, trapunta di fiori e spini di rosa canina, tutta un pari, dalla testa ai piedi, che lascia scoperta soltanto la testadicazzo, dalla cui bocca emette, una volta al mese, il suo sputo sacro sulla popolazione stupefatta che, speranzosa, si mette in fila per riceverlo per le note proprietà taumaturgiche.

L'insultano vive in una parmareggia dalle mura difensive a forma di grattugia che la rendono pressoché impenetrabile da eventuali attacchi di improbabili nemici.
All'interno della parmareggia vi sono tutti i dicasteri, compreso il ministro del più grande spettacolo dopo il big bang, più uno stadio di ok su prato (un gioco in cui, i sudditi, a faccia sorridente, si stendono sull'erba sintetica con smile di ordinanza in attesa di essere colpiti dalle mazze di hockey che gli insultini eredi al trono sono autorizzati a colpire per giubilo dell'Insultano che va in brodo di giuggiole a vedere che sono figli di cotanto padre), più un circuito di Formula Un in onore dell'Indeterminato.

Ultimamente, l'insultanato del Catarro è al centro di una crisi internazionale, in quanto accusato, dagli stessi suoi storici alleati, di finanziare il terrorismo a vocazione suicida di estremisti ispirati dal catarrismo, (movimento religioso che trae linfa da tutte le vacuità espettorate in nome della fede). 

Tuttavia, il capofila di coloro che cercavano un caprone espiatorio per non arrivare a martellarsi sulle palle da soli, ha telefonato all'Insultano per rassicurarlo che si tratta soltanto di una messinscena per deviare l'attenzione dai maggiori responsabili del carnaio in corso d'opera in vicino oriente e, pure, in misura minore, in alcune metropoli occidentali. L'Insultano ha fatto cattivo viso a buon gioco: è sceso nelle sue scuderie e ha portato di persona un po' di fieno ai settecento cavalli di ogni testarossa.

martedì 6 giugno 2017

Come pasta d'acciughe

Le lasciai un biglietto sopra il tavolo, poche frasi di circostanza, meno di niente per essere un addio come si deve, ma Lisa era contenta lo stesso, bastava me ne andassi, finalmente, non ne poteva più dei miei argomenti, delle bottiglie vuote di birra e dei vestiti impregnati di nicotina, delle unghie lunghe dei piedi che, freddi, graffiavano il suo corpo quando entravo a letto mentre lei dormiva – ma soprattutto era contenta me ne andassi per liberarsi dall'assillo della mia gelosia impropria, visto che per ogni cosa che faceva le chiedevo «Cosa hai fatto? Dove sei stata? Chi hai incontrato?» anche se lei usciva quasi esclusivamente per assolvere ai doveri della nostra sussistenza: birre, sigarette, surgelati e pasta d'acciughe da spalmare su pane di segale, perché un po' di fibra fa sempre bene per il transito.

Appena un paio d'ore dopo che me n'ero andato, iniziò a piovere così forte che avrei avuto subito una scusa buona per rientrare e dirle che l'amavo ancora – soprattutto se sul suo viso avessi visto lacrime piovere come pioveva forte in quel momento. Ma sul ciglio della porta, un attimo prima che suonassi il campanello, la sentii parlare e ridere al telefono, soprattutto dire, con voce soddisfatta, ch'era un sogno me ne fossi andato, che il pensiero di impacchettare tutta la mia roba per disfarsi di ogni traccia della mia presenza, le riempiva il cuore di gioia, perché le sembrava di porre fine all'assurda fatica di Sisifo che era diventato il nostro stare insieme, dove chiaramente ero io il macigno, io la punizione divina.

E pensare che glielo avevo dato io, da leggere, Camus.

Per dispetto, presi il suo ombrello preferito, uno bianco coi fiorellini color lilla, e mi avviai verso la stazione. Salire su un interregionale notturno era la sola cosa possibile in quel frangente, uno di quei treni che si fermano in tutte le stazioni e si svuotano gradualmente sino ad arrivare al capolinea con tre persone a bordo, il macchinista, il controllore e me, addormentato, dimenticato da tutti, persino dai sogni.

domenica 4 giugno 2017

Messaggeri di fede




Io son convinto che gli eroici gladiatori tassisti con licenza pubblica ufficiale der Campidoglio avrebbero aperto le quattro porte più quella del bagagliaio e, soprattutto, avrebbero spento il tassametro.

***
Proseguono le gesta vigliacche degli zeloti islamisti, i quali - come d'abitudine - invocano, durante la furia omicida, il Dio che, secondo loro, appena spirati, li porterà direttamente dove la loro mente stupefatta crede. 
Credulità per credulità, notevole sarebbe che, nel momento del trapasso, quando la coordinatrice delle vergini si predispone a illustrare il catalogo al martire, arrivasse un nero cherubino che le dicesse: «Non portar; non mi far torto / Venire se ne dee giù tra’ miei meschini» (Inf. XXVII).

***
Forse perché sono un occidentale, di tradizione giudaico-cristiana, secolarizzato, disincantato, avente casa, uno stipendio, una certa tranquillità emotiva e/o stabilità psicologica, abbastanza soddisfatto di sé ma non pienamente, un po' di scoramento esistenziale ci vuole sennò la scrittura ne risentirebbe, che diamine, un po' di lagna insomma, un piangersi addosso, masturbazioni cerebrali e non, insomma un io che dichiara spudoratamente la propria beata nullità, con ciò non considerandosi nullo, ecco, insomma, per farla breve (anche se breve non l'ho fatta), non potrò mai capire (e quindi prevenire e cioè curare: insomma: fermarli con le buone o, meglio, le cattive) coloro i quali si preparano di tutto punto con armi bianche e nere, proprie e improprie, e una mattina o sera decidono di andare ad ammazzare dei generici infedeli, passanti perché passava il caso, senz'altro motivo che una promessa di fede e quasi sicuri della propria morte, anzi: prevedendo proprio di morire, o suicidi o ammazzati. Cioè: capisco quelli che sono sul campo in Siria, anche se, beninteso, fortissimamente vorrei fossero sconfitti, perché almeno essi lottano per la prospettiva di un loro Stato con le loro cazzo di leggi. Ma che questi uccidano e prevedano di essere uccisi perché dai loro atti di terrore il futuro Daesh ne trarrà beneficio, beh... faccio una fatica enorme a comprenderli, perché se è pur vero quanto scrive Fabristol:
«Come al solito l’opinione pubblica e i media sono completamente slegati dalla realtà se pensano che gli attentati dell’ISIS abbiano come obiettivo quello di fare terrore e toglierci libertà. L’ISIS con i suoi attentatori suicidi non parla alle folle ma ai governi. Non parla ai libertini apostati occidentali ma ai servizi segreti. Usa le masse e i mass-media come amplificatore per smuovere governi e servizi segreti. E in questo chi fa retweet soprattutto durante le prime ore degli attacchi è tecnicamente uno strumento nelle mani dell’ISIS. Ma cosa vogliono dire gli attentatori ai governi occidentali e ai servizi segreti? Semplice: lasciateci stare.»
Questo ragionamento che qualcuno si sacrifichi a beneficio della causa, va bene per chi riesce a persuadere altri a sacrificarsi. Ma che dei tristi figuri (generalmente quasi tutti maschi in pieno vigore) si sacrifichino così, a babbo morto, per dire ai governi occidentali: «Lasciateci stare» e per la maggior gloria terrena altrui, persuasi dai convincimenti di fede promossi da qualche mullah, ecco, mi arrendo, rinuncio:
« Caedite eos! Novit enim Dominus qui sunt eius»

Pane e rose


Chi tocca i petali vive.

sabato 3 giugno 2017

L'Unità ristorata


Proprio perché il PD sta in silenzio, provvedo io a parlare per far notare che, la redazione in sciopero, «in una giornata drammatica e convulsa», non abbia rinunciato a consigliarci di bere cioccolata calda espresso durante la pausa caffè.

Meglio calpestare una storia che una capsula.

venerdì 2 giugno 2017

Contro sbarramento

Non credo più, da alcuni anni oramai, nell'esercizio della sovranità popolare esplicitata mediante il meccanismo delle elezioni, giacché - e in misura predominante nel 2013 - sempre ho verificato l'impotenza di me sovrano, la mia personale nullità rappresentata e sussunta nei parlamentari che, in milionesimo, ho contribuito a eleggere, deputati e senatori, facce di culo o meno che siano risultate.
E tuttavia, dopo l'azzeramento della Corte Costituzionale, avevo sperato che le prossime elezioni si potessero di nuovo svolgere con il proporzionale puro - e senza sbarramenti, se non quelli dello zero virgola. E invece: modello tedesco, anche se non è vero un cazzo che sia tedesco, perché, come scrive un maturo Acerbo
«il sistema è maggioritario camuffato da proporzionale. Non si dà la possibilità - come avviene in Germania - di votare in due schede diverse candidato uninominale e lista proporzionale e tra collegi uninominali, liste proporzionali bloccate e pluricandidature, per l'elettore capire chi elegge sarà un rebus. Insomma avremo di nuovo un parlamento di nominati. Persino l'uninominale è truffaldino perché in realtà il candidato più votato in un collegio potrebbe non essere eletto e chi lo ha votato in realtà contribuisce a eleggere il listino bloccato.»
Lo sbarramento, quale che sia la percentuale, è una limitazione all'esercizio di voto, è incostituzionale alla radice perché impedisce di dare voce alle minoranze, e rende nullo il voto del "sovrano" che vota i partiti minori. 
Io credo che una ventina di parlamentari che non diano conto alle segreterie dei principali partiti, o al movimento teleguidato di Beppe Grillo, sarebbero, almeno in potenza, fonte di pluralismo, perché rappresenterebbero tutto il resto degli elettori che non si riconoscono nelle forze politiche che stanno predisponendo la presente, ennesima frode ai danni del popolo - anche perché la legittimità di questo parlamento è decisamente screditata, proprio perché costituitosi in base a una legge elettorale incostituzionale.

Lo sbarramento è una forma di ricatto: per veder riconosciuta la propria sovranità, l'elettore è costretto a scegliere una forza politica non in base ai propri ideali, interessi o convinzioni ma sulla scorta di chi, in potenza, garantisce di superare la soglia del 5%.

L'accordo attuale ha come scopo esclusivo quello di eliminare il potere di ricatto dei partiti politici minori: ma quanto veramente i partiti politici minori hanno potere di ricattare?
Vediamo cosa accadde trent'anni fa, alle elezioni politiche del 1987.
Questa è la Camera


E questo il Senato



Ora, fatto salvo il PRI, il PSDI e il PLI che erano consustanziali al Pentapartito, ditemi: in che misura i Sudtirolesi, Democrazia Proletaria, il Partito Sardo d'Azione, l'allora Lega Lombrarda, o persino i Verdi e i Radicali avevano potere di ricatto sul parlamento e quindi sul governo? Misura nulla, certo, ma almeno garantivano plurarità di voci in parlamento, tipo quella (se non ricordo male) di Pannella (ancora non completamente fumato) o Capanna. E adesso invece che cosa si prospetta se non un ennesimo parlamento di nominati a tavolino?

giovedì 1 giugno 2017

Essere altro (3)

Giovanni era un bell'uomo, inconsapevole di esserlo, nel senso che non aveva mai prestato troppa attenzione al proprio aspetto, tanto si guardava poco allo specchio, giusto il necessario per radersi o togliersi un punto nero che puntualmente emergeva dopo aver mangiato la maionese; egli, infatti, non dava peso agli sguardi, né ricambiava eventuali apprezzamenti di colleghe o vecchie amiche che ogni tanto incontrava. Di solito, quando una donna lo fissava, con una mano scendeva a controllare se aveva la cerniera dei pantaloni aperta, oppure si passava un fazzoletto prima sugli occhi e poi sul naso in cerca di eventuali escrezioni.
«Mi sarò fatto male la barba?», si chiedeva se lo sguardo risultava più insistente. E se lo specchio confermava l'impressione, si tagliava gli ultimi peli rimasti sul collo, con le forbicine che aveva sempre l'abitudine di portarsi dietro.

Essersi messo nei panni del cugino avvocato, aver ricevuto, ascoltato e infine aver suggerito una strategia al cliente che voleva separarsi dalla moglie, lo portarono a voler essere un suo caro amico d'infanzia, lui sì davvero bell'uomo che, fin da ragazzo, era sempre stato fortunato con le donne. Alto almeno dieci centimetri più di Giovanni, robusto e atletico, era maestro di tennis e di tango, cosa questa che lo rendeva particolarmente seducente, come Vilas.

Giovanni decise di esserlo e, in pochi giorni, giusto quelli necessari per carpirne le abitudini quotidiane, fece conoscenza della moglie del cliente, una donna che a tutta prima non lasciava aperta alcuna porta sulla primavera, la vita tutta ancora rivolta in devozione all'istituto del matrimonio. Giovanni, tuttavia, mise a frutto tutta la sagacia del suo essere altro e riuscì, come primo passo, a strapparle un caffè, nel bar adiacente al supermercato dove lei aveva l'abitudine di fare la spesa un paio o tre volte alla settimana. 

mercoledì 31 maggio 2017

Il sogno di Giovanni (intermezzo)

A volte sogno di separare me stesso e dispormi su tre piani, scombinandoli, come il corpo di una valletta che un prestigiatore ha appena fatto a pezzi con lame misteriose: e prendo una scatola, quella coi piedi, e la incammino verso Santiago per scoprire se c'è davvero un rapporto tra i chilometri e la fede, e pure se Dio cammina con le scarpe da ginnastica e di quale marca (anima sana in corpore sano?)

Successivamente, prenderei la scatola del centro, quella della vita impropria, nel senso della vita dei pantaloni, o dei bassi desideri dell'impero del peccato: una scatola bandita come primo premio al tavolo del mercante in fiera. Sotto di me il lattante in attesa della balia.

Infine la scatola del giudizio, quella del cervello in una vasca idromassaggio a pensare se vale la pena pensare e darne le risultanze, ad esempio: in questa forma; oppure rinunciarvi, andare in automatico, compiere gesti perché è naturale compierli, come se ci fossero ordinati da una autorità superiore...

martedì 30 maggio 2017

Hypocrite électeur

«Messo alle spalle lo spavento legato alle Presidenziali francesi e minimizzati anche i rischi legati al voto tedesco di fine settembre, i mercati finanziari non hanno mai fatto mistero di puntare tutta l’attenzione sul nostro Paese, ritenuto da molti analisti la vera mina vagante della lunga stagione elettorale europea. Logico quindi che l’ipotesi di una consultazione anticipata, scoprire cioè che il potenziale problema è più vicino, abbia indotto gli investitori a vendere senza mezzi termini gli asset italiani.» via Il Sole 24 Ore
Leggere articoli sul tema è molto istruttivo perché illustrano ottimamente lo stato dell'arte in materia di elezioni libere e democratiche. Il voto dei mercati (questa entità astratta contro la quale si staglia la critica miope dei vari populismi sinistrorsi o destrorsi che siano) ha un peso incomparabilmente maggiore rispetto a quello di – va detto senza infingimenti – tutto il corpo elettorale.

I mercati decidono quale sarà la politica economica del presente e del futuro governo, perché ogni governo, quale che ne sia il colore, o dà conto ai diktat dei mercati o implode.

La politica è ostaggio dei mercati. Ma che cosa si intende con mercati e che cosa essi vogliono?

Facciamo un passo indietro: l'errore più grande che commette ogni politica riformista, compiuto anche dalle politiche che portano avanti istanze radicali (no-euro, no-global) è quello di credere che i mercati siano disgiunti dal sistema produttivo in essere, che siano un'entità astratta che depreda il lavoro onesto e probo di uomini e donne di buona volontà, imprenditori e lavoratori che sono, o diventano, appunto, le vittime predilette dei mercati. Ebbene, se non si corregge questo errore, non ci si accorge che i mercati sono funzionali al sistema, che tutto il sistema economico e produttivo, se non ci fossero i mercati, non avrebbe alcun modo di andare avanti. Non solo piccola e media e grande impresa hanno bisogno dei mercati. Soprattutto: lo Stato, ogni Stato è dipendente dai mercati.

Quando i cronisti parlano di vendere asset non bisogna confonderli con le seggette del w.c. Vendere asset significa vendere il debito (pubblico) senza il quale lo Stato non va avanti. Esempio: se uno Stato non riuscisse a vendere il proprio debito, o se dovesse venderlo a fronte di un esorbitante rialzo degli interessi da elargire ai creditori, in poche settimane fallirebbe e ospedali, scuole, forze dell'ordine, pensioni, tutta la struttura statale, tranne coloro che nelle posizioni di comando avranno possibilità di salire su privilegiate scialuppe di salvataggio, alla Schettino, affonderanno – senza inchino.

Viviamo dentro un sistema economico e produttivo creato dall'uomo che non è dominato dall'uomo, bensì il contrario. Siamo noi a essere dominati da un'astrazione, l'astrazione del valore, nel senso che tutto il fare umano, per valere, o sottostà alla legge del mercato o non vale. Ogni merce, come dimostra in modo irrefutabile l'analisi marxiana della stessa, contiene in sé una doppia contraddizione irrisolvibile (valore d'uso/valore di scambio) dentro l'attuale sistema, giacché tutta la produzione, tutto il lavoro, sotto il capitalismo, viene svolto non per soddisfare i reali e concreti bisogni umani, ma quelli legati ai fini della valorizzazione del capitale – l'astrazione del valore.

Oh, certo: non va dimenticato che esistono, eccome se esistono, coloro che si pascono di questo sistema: ma non è che sostituendoli, o peggio: sacrificandoli (anche se, ogni tanto, per sfizio, appiccicarne qualcuno al muro potrebbe dare un po' di soddisfazione) risolverà la crisi...


Alors, hypocrite électeur, mon semblable, mon frère, che dici: quanto vale il tuo voto? Quanto valgono i voti di tutti? Un cazzo? Aspetta che me lo tocco, per sentire se è in asset.

Player

Raggiunta la quota del 5 per cento, il pastificio La Molisana ora è il quinto player in Italia dopo Barilla, Divella, De Cecco e Garofalo. [via]
Quando qualcuno parla o scrive così, forse pensa così, in questi termini, in termini di player; allora, io capisco che la produzione di pasta, la produzione in generale, è un game, in cui ci sono player in competizione che vanno alla conquista di fette di mercato. 
Fatto 100 il mercato, con quale quota minima si diventa player
Il 5 per cento. Uno sbarramento alla tedesca. Alfano non ci sta: ha legittimamente paura di non continuare a essere un player.

domenica 28 maggio 2017

Essere altro (2)

Circa un mese dopo aver immaginato di essere il capoufficio, Giovanni decise di essere suo cugino, noto avvocato, il quale aveva il suo bello studio nella piazza principale della città. L'idea gli venne quando seppe che il cugino era partito per un lungo viaggio in Polinesia, sogno di una vita che finalmente si realizzava. Così, Giovanni, complice il fatto che anche la segretaria e le stagiste avevano preso ferie, una mattina di buon'ora, di soppiatto, si introdusse nello studio del cugino e vi rimase dopo che il personale delle pulizie ebbe finito il suo lavoro.
Non trascorse neanche mezz'ora che qualcuno si presentò per essere ricevuto. Inventandosi una scusa sul fatto che si trovasse solo senza nessuna segretaria, Giovanni fece accomodare il signore nello studio del cugino, presentandosi come un collega che lo sostituiva fino al termine delle vacanze.

«Avvocato, avevo già spiegato al suo collega la mia urgenza, e mi scuso in anticipo se mi sono precipitato senza preavviso, ma non ho potuto fare diversamente. La situazione è questa: ho intenzione di separarmi da mia moglie».

«Se è questo che desidera, va bene. Dove sarebbe il problema e l'urgenza di risolverlo?»

«Nel fatto che voglio andare a vivere con un'altra. E che quest'altra è incinta e non ne vuole sapere di continuare a nascondersi».

«E dunque?»

«E dunque, se dico a mia moglie che voglio separarmi e andare a vivere con un'altra e quest'altra è incinta, beh, avvocato, è prevedibile che mia moglie me la farà pagare – e cara – la separazione».

«Esclude quindi che sua moglie possa convenire a una separazione consensuale».

«Sì».

«Lei invece vorrebbe separarsi consensualmente».

«Beh, sì»

«Sua moglie sa dell'esistenza dell'altra?»

«No. Almeno credo di no».

«Ha mai manifestato a sua moglie l'idea di separarsi?»

«Sì... o meglio: no. Le dissi tempo fa che ero in crisi, che il nostro matrimonio non funzionava, che bisognava fare qualcosa, le solite scuse per vedere come poteva reagire: un dramma. Per due settimane mi è stata addosso con amorevolezza e attenzione che non hanno fatto altro che aumentare il mio senso di colpa e la preoccupazione nel dirle la verità».

«Avete figli?»

«Sì, due, gemelli, maschio e femmina: fanno le medie».

«Dunque, mi faccia pensare a voce alta: per avere la “consensuale”, bisogna avere il “consenso”. Occorre, cioè, che sua moglie convenga su una decisione che, al momento, è unilaterale, soltanto sua, egregio signore. E come far sì che la povera moglie si persuada della bontà di qualcosa che, al momento, le fa solo orrore? Il nostro è uno studio rinomato per la professionalità e il rispetto della legalità; quindi non possiamo suggerirle o proporle soluzioni ai confini del raggiro».

«Raggiro?»

«Sì, perché – stante così le cose – sua moglie non cambierà idea.

«E come potrei raggirarla?»

«A questo ci potrebbe pensare un'agenzia esterna con la quale saltuariamente collaboriamo per risolvere i casi più complicati. Soltanto, capirà, richiederne i servigi determinerà un aumento della parcella».

«Non importa. Sempre meglio che pagare gli alimenti a vita. Il problema è la fretta»

«Non si preoccupi. Se tutto va per il meglio (il suo meglio), entro due settimane dovremmo vedere i primi risultati».


[...]

sabato 27 maggio 2017

Specchio notte

Nel farsi del buio
la notte si disfa:
un continuo liquefarsi
di sogni rarefatti
che animano corpi disfatti
dal sonno.

Indagarsi: aprire un'inchiesta
su come la notte disponga
noi stessi nel sonno
che spesso ci porta
a sogni che tolgono quiete
al giorno.

Trovare un colpevole
è la via più facile
per lasciarlo fuggire:
a nessuno piace
incarcerarsi
per darsi pace.

La notte è uno specchio
per occhi chiusi:
soddisfatti o delusi
l'immagine che ne ritorna
non dipende da quello che siamo
ma da ciò che vorremmo o fuggiamo.
Un attimo: e ti vengo incontro;
un altro: e subito scappo.

Sul fare del giorno
quando il sonno esaurisce
il suo effetto anestetico
e la coscienza a fatica
riprende il suo posto
a stento mi riconosco
tanto sono patetico.

Allora mi alzo per lavare via
quel resto di sogni incrostati
che dicono più di quanto
sono disposto ad ammettere.
Ma a ricondurre l'azione
alla vita che non li ammette
sono i sogni a finire in prigione
e la vita a restare in manette.

giovedì 25 maggio 2017

Essere altro

C'erano momenti nella vita di Giovanni in cui aveva la netta impressione di non essere sé stesso, ma un altro, per esempio suo fratello, Tommaso, due anni più piccolo, sorridente, occhi azzurri e lui no. E nonostante lo specchio gli testimoniasse il contrario in quei minuti in cui al mattino si radeva prima di fare la doccia e, dopo di questa, vestirsi, uscire, andare al lavoro rispettando la solita tabella di marcia, auto, treno, mezzo chilometro a piedi dentro la ztl della quale tutti parevano avere il permesso, tranne lui.

Ma finché si trattava di suo fratello, non c'era granché da preoccuparsi, perché la maggior parte delle persone che incontrava non lo conosceva, Tommaso, conosceva lui e le sue saltuarie bizzarrie e scambi repentini di umore e personalità. «Sarà un po' bipolare», disse il capoufficio agli altri colleghi di Giovanni, quando questi si prendeva una pausa in solitudine, lontano dalla macchinetta del caffè e dall'angolo esterno per i fumatori.

Preoccupato il capoufficio divenne quando a Giovanni gli saltò in mente di essere lui stesso il capoufficio, cominciando a smistare ordini, a metter fiato sul collo a chi non riusciva a mantenere un ritmo confacente agli standard produttivi, a chi chiedeva permessi per questo o quello o peggio ancora ferie che non erano state programmate con debito anticipo.

La cosa interessante fu che i colleghi di Giovanni si lamentarono col capoufficio stesso di esser stati vessati dal comportamento improprio del collega, quando in pratica Giovanni non aveva fatto altro che imitare e ripetere le stesse pratiche vessatorie del capoufficio stesso, cosicché questi seppe indirettamente quello che in realtà i sottoposti pensavano di lui. Per questo, l'indomani la scoperta, dopo anni di lontananza dai sacramenti, andò a cercare un prete per confessare i propri peccati e lavare la coscienza. Divenne anche più buono: elargiva permessi e ferie a piacimento, tanto che, in capo a un paio di settimane, la Direzione d'impresa lo richiamò e lo minacciò di licenziamento.

[...]




mercoledì 24 maggio 2017

Non c'è niente da fare


Rispetto ai coniugi presidenziali, io - ieri - ho visto la Cappella nelle stesse condizioni di un filo d'erba che cerca luce in mezzo alla Foresta Amazzonica. Sola fortuna: non essere calpestato dal branco di turisti eterogenei costretti a seguire, muti, le guide non autorizzate dalle autorità locali; guide che - per non incorrere in sanzioni tipo ti vieto l'ingresso sei mesi così impari a farci concorrenza - avevano spiegato  ai turisti, in sette minuti, cosa c'era da vedere lassù in alto nel cielo chiuso da Michelangelo.

***
Ha vinto
«Il Santo Padre crede alla capacità dei vecchi di sognare». 
Una speranza anche per gli animalisti.

***
«Camminò in direzione opposta alla piazza, verso il fiume, e passando accanto alla tomba di Augusto notò un ragazzo che chiamava un gatto e gli offriva qualcosa da mangiare. Era uno delle migliaia di gatti che vivono tra le rovine dell'antica Roma e che mangiano rimasugli di spaghetti. Il ragazzo gli stava dando un pezzo di pane ma non appena il gatto si avvicinò, quello tirò fuori un petardo dalla tasca, lo mise in mezzo al pane e accese la miccia; poi, lasciò il pane sul marciapiedi e proprio nel momento in cui il gatto l'afferrò ci fu lo scoppio. L'animale lanciò un urlo infernale e balzò per aria con il corpo che si attorcigliava su se stesso. Una volta a terra si diede alla fuga su un muro per poi perdersi nell'oscurità della tomba di Augusto. Il giovane rise per il suo scherzo e con lui diverse persone che si erano fermate a guardare.
Il primo istinto di Streeter fu di prendere a schiaffi quel ragazzo e insegnargli che non si devono sfamare i gatti randagi con petardi accesi, ma con un pubblico così riconoscente si sarebbe potuto creare un incidente internazionale per cui si convinse che non c'era niente da fare; in fondo le persone che avevano riso alla bravata erano gente d'animo buono e gentile, la  maggior parte di loro genitori affettuosi - li avresti dovuti vedere nel primo pomeriggio mentre raccoglievano violette sul Palatino!».
John Cheever, The Bella Lingua, in I racconti, Feltrinelli, Milano 2012 

lunedì 22 maggio 2017

Sequela Roma

Domani andrò a Roma per assistere ai lavori per l'elezione del successore del cardinal Bagnasco a presidente della Conferenza Episcopale Italiana.
Scherzo. Nondimeno, dato che - per ragioni su cui non mi attardo - passerò dal Vaticano, se avessero bisogno di una mano per lo scrutinio, non mi tirerò indietro. Anche perché questa volta il vescovo della mia diocesi sembra tra i favoriti:

«Per il Centro un candidato credibile sembra essere il vescovo di Fiesole, Mario Meini, attuale vicepresidente della Cei.»

Ma a parte questo. Un paio di post indietro, mi lamentavo sul fatto che i politici contemporanei siano soliti usare un linguaggio comprensibile, accessibile ai più, e tuttavia insignificante, melenso, inconcludente, che non ha bisogno di alcuna interpretazione.

Tutto il contrario, ad esempio, del discorso di saluto di Bagnasco al Papa:

«Santità, 
a nome di tutti i Vescovi delle Chiese che sono in Italia, Le esprimo la più viva e affettuosa riconoscenza per la Sua presenza tra noi, segno della premura pastorale con cui ci segue, ci accompagna e ci guida. A nostra volta – animati da un forte spirito di comunione con il successore di Pietro – siamo qui con la disponibilità ad accogliere con docilità la Sua parola autorevole e incisiva, per una sequela sempre maggiore del Signore.»

Per capire il significato di «sequela» in questo contesto (so’ ignorante), mi è occorso ricercare su wikipedia e scoprire che:

La sequela, termine di origine tardo-latina che deriva da sequi («seguire»), esprime nel contesto teologico un atteggiamento di dedizione e obbedienza nei riguardi di Dio, con particolare attenzione e aderenza alla condotta di Gesù Cristo, sul modello degli apostoli e dei primi discepoli, che accolsero la chiamata diretta di Gesù (cf. Marco: «Disse loro: "Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini". E subito, lasciate le reti, lo seguirono»).[1]
Mettersi alla sequela di Cristo significa accoglierne pienamente la parola e seguirne con fede l'esempio, secondo gli insegnamenti del Vangelo, fino al sacrificio di sé, alla passione e alla croce. Ogni cristiano è chiamato a ciò (cf. Matteo: «Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me»).[1]
Nell'ambito della teologia del XX secolo, il concetto di sequela risulta centrale nel pensiero di Dietrich Bonhoeffer, oppositore e vittima del nazismo. La sua opera più diffusa, Vita comune (1939), descrive gli elementi che contraddistinguono l'esistenza quotidiana del cristiano, entro la prospettiva di una «teologia della sequela». Inoltre, nell'opera Sequela (1937), egli parla di «grazia a caro prezzo (teuere Gnade), perché chiama alla sequela (Nachfolge)

Son soddisfazioni. 
Inoltre, come non sottolineare l'ironia con cui Bagnasco si dichiara disponibile «ad accogliere con docilità la Sua [del Papa] parola autorevole e incisiva»? Sembra dica: «Caro Bergoglio, a sentirti parlare cascano le palle, ma dato che sei Papa dobbiamo sorbirci per forza i tuoi discorsi che certamente non sono all'altezza del magistero che ricopri».

«Di questa stagione conosciamo complessità e contraddizioni, attese e opportunità: non intendiamo cedere a frustrazioni e lamentele, consapevoli che la missione affidataci sgorga dall'incontro cercato, coltivato e custodito con Gesù Cristo, Crocifisso e Risorto. In lui prende volto il nostro essere Chiesa, comunità dal cuore ardente e misericordioso, che trova la sua unica e vera grandezza nel servizio umile e generoso. Avvertiamo – e Lei, Santità, ce lo testimonia con coraggio apostolico – che questa rimane la via maestra per fecondare con la gioia del Vangelo la cultura e la società odierna, cosicché la luce di Cristo possa illuminare ogni uomo.»

Detto altrimenti: da quando Bergoglio è Papa, molti vescovi e cardinali sono in preda a una crisi di nervi. Perciò, proprio perché non possono palesare apertamente il loro malcontento, non intendono «cedere a frustrazioni e lamentele». Così, restano frustrati e si lamentano nel segreto della confessione (forse) o si sfogano come possono: ad esempio con discorsi raffinati, che dicono e non dicono, che dispensano sorrisi alla mensa del Signore e, intanto, non lesinano pedate sotto il tavolo.

Forza Meini.