mercoledì 13 dicembre 2017

Il nipote di Superciuk

via
«Io, quasi quasi, anziché comprare un pandoro Melegatti, per solidarietà compro una bottiglia da un litro e mezzo di merlot dello Zonin».


lunedì 11 dicembre 2017

Se le bombe fossero davvero intelligenti

Dopo la fortunata cilecca del bengalese che ha tentato di farsi esplodere in una stazione di New York, il Presidente Trump ha dichiarato: «Distruggere le ideologie del male».

Panico a Wall Street.


domenica 10 dicembre 2017

Social vulnus


Amati dai social.
In effetti, l'odio e la violenza online preferiscono, come bersaglio, i rappresentanti politici democraticamente eletti. Non che non ci siano buone ragioni, per carità. Ciò nonostante, da un punto di vista sacrificale, niente è paragonabile allo spennamento - previa immersione in un pentolone d'acqua bollente - dei rampolli.

Intestini in fuga

a M.V.
Lui sa perché

Periodicamente, i giornali nazionali, molto provinciali, trovano per strada, preferibilmente all'estero, un cervello in fuga e neanche lo intervistano, no: lo lasciano dichiarare, ché i cervelli, quando parlano, non vanno interrotti, benché meno con domande inopportune, con rilievi minimi, banalità. Sicché, una volta datogli spago, se lo arrotolano su se stessi (cervelli insaccati), e raccontano l'edificante storia che li ha visti prima incompresi ed esiliati, poi gratificati e insigniti di onori, incarichi di prestigio e novelle cittadinanze.
Bravi cervelli, ce l'avete fatta e tutto per merito vostro, del vostro impegno e sacrificio, della forza d'animo che vi contraddistingue.

Volete una medaglia? Un gagliardetto? Una spillina col tricolore italiano da appuntare sul petto in memoria della vostra ex patria? Ecco qua. Ma per favore, risparmiateci, cari cervelli, prediche, invettive, commiserazioni. Soprattutto: non abboccate a quello che i supposti giornalisti nazionali (provinciali) vogliono farvi dire, per dare conforto a uno stereotipo vieto e metaforicamente intollerabile. Già. Mai una volta che si parli - a giusto titolo - di intestini in fuga.

Infine, notazione a una dichiarazione cervellotica, questa:
«“È triste dirlo ma scappate da una classe politica che sta uccidendo tre generazioni di giovani [grassetto non mio] – che mai nessuno ridonerà al nostro paese – e andate all’estero a realizzare i vostri sogni. Andare a lavorare fuori dall’Italia è ormai l’unica strada percorribile”»
In quanto facente parte di una delle tre generazioni citate dall'illustre cervello in fuga, io, in quanto intestino rimasto (e dajè), ritengo quanto segue: siamo sicuri sicuri che la colpa, tutta colpa dello sfacelo italiano sia dei politici? Di più: che la classe politica sia colpevole di genocidio? E Maria Elena Boschi e Luca Lotti ammazzano senza ammazzarsi? Ma soprattutto: prima di sparare una cazzata dichiarare una cosa del genere, un cervello (sia esso in fuga oppure no) ha, quantomeno, il dovere di chiedersi se in Italia i giovani, dato che da tre generazioni non hanno futuro, quattro, cinque, sei generazioni fa, lo avevano? E, se sì, era merito della classe politica, ça va sans dire. E com'è che i politici di una volta riuscivano a dare futuro e prospettiva di sviluppo ai giovani di un tempo? 

Rispondete voi al cervello in fuga.



venerdì 8 dicembre 2017

In Fake News We Trust


Quando c'era la Guerra Fredda, anziché dichiarare, con buone ragioni, che l'Unione Sovietica finanziava il Partito Comunista italiano, i vicepresidenti e gli ex vicepresidenti degli Stati Uniti d'America mandavano soldi - in cambio di ben noti accordi e basi americane a iosa sul suolo patrio - direttamente al Governo italiano.

Oggi, invece, che il classico imperialismo post-bellico ha esaurito la propria onda propulsiva, il gioco del dominio geopolitico si gioca con altri mezzi, non ultimo quello delle cazzate che hanno un costo assai minore di quello della stampa di nuovi bigliettoni con su scritto: In God We Trust.

giovedì 7 dicembre 2017

Svuotare le carceri, riempire i teatri

Liberate il concorrente in associazione mafiosa, ex onorevole, Marcello Dell'Utri, mandatelo a casa, dategli i domiciliari, mettetegli il braccialetto elettronico e tutte le attrezzature necessarie per controllarlo similmente che in carcere. E fate così con tutti gli altri detenuti incarcerati per reati equipollenti o di minor grado, trattenendo in carcere soltanto chi si è macchiato di crimini di sangue in modo premeditato e violento. Sfollate gli istituti di pena, riformate tutto il sistema carcerario italiano, abolite il 41 bis, che è, di fatto, un regime di prigionia ai limiti della tortura. 

Non ho idee precise, m'è venuto in mente tutto questo pensando all'ennesima prima della Scala. Pensavo, cioè, che è tempo di escogitare qualche soluzione diversa per far scontare le varie condanne, che non sia la classica privazione della libertà individuale. Un abbonamento al loggione, per esempio.

mercoledì 6 dicembre 2017

Forza uova (d'oro)

Uno squillo al telefono, saranno state le sette stasera, rispondo. Pronto? Pronto? Solo un fruscio. E poi, d'un tratto, sottofondo, nel fruscio persistente, una voce...

... dico, c'ho quarche migliardo fatto in un modo o in un altro, parecchio sottobosco e sottotraccia, tutta roba poco produttiva, ma raccattata non necessariamente nell'illecito, piuttosto nel torbido, avvisi di garanzia, condanne, qualche esproprio, una clinica privata, ma tutto sommato un bel gruzzolo da parte, che a finirlo non bastano una ex moglie che non si decide a morì e i figli e nipoti, i nipoti dei nipoti forse se proprio sono sciagurati o viene, anvedi un po', la dittatura der proletariato.
E io che ce faccio de una parte minima dei soldi? Il mio cuore nun se scioje e li salotti buoni non lo vonno perché c'ho la scabbia? Embè, finanzio du ragazzotti anima e core, coi gagliardetti e forza lazio e forza roma e forza stocazzo, tutta brava gente fascista dentro e stupida sempre, je le finanzio io le magliette cor simbolo, e le mascherine, non sia mai che si divertano anche per fare cose politiche, tipo blitz fascisti, qualche fumogeno, du' cazzate rimbrodolate di Evola e di come cazzo si chiama quel blogger giornalista che scriveva su Avvenire, in fondo, oltre ai soldi cache, qualche soldino investito per bene ce ll'ho, per esempio: gliel'ho fatte comprà a un prestanome le azioni del Gruppo De Benedetti che stanno andando mica bene nonostante il rinnovamento e il nuovo carattere Eugenio Euchessino, sai che, diamo una scossa alla redazione, sti giovinotti scavezzacollo che non hanno da fare un cazzo da mane a sera, che domani forse si respira, così quelle azioni fanno il rally, le rivendo e dopodomani mi compro i bitcoin e le azioni di facebook...

martedì 5 dicembre 2017

Nella pancia del disertore


non grattatevi


Ditemi voi se quel coraggioso disertore avesse avuto la tenia: data la lunghezza del verme solitario (dai 2-3 metri della Taenia solium, ai 10 metri della Taenia saginata), c'è caso che i chirurghi sudcoreani («Era come un vaso rotto» ipse dixit) e i giornalisti americani (e italiani al seguito) l'avrebbero probabilmente scambiato per uno dei missili di Kim Jong-un, missile che, durante uno dei vari test, anziché sorvolare il mar del Giappone, guarda caso dove si è infilato.

Una volta, durante la vera guerra fredda, c'era molto più rispetto per le viscere dei disertori della ex cortina di ferro. Come minimo, grazie alle loro confessioni, quasi tutti trovavano un editore e pubblicavano un libro. Adesso, questo poveretto, che cosa potrà raccontare di diverso da quello che aveva nella pancia?

domenica 3 dicembre 2017

Una famiglia per bere (3)

Ebbe appena il tempo di festeggiare il primo anniversario di matrimonio che mia sorella restò vedova: suo marito fu colpito alla testa dal gancio di una gru, mentre visitava, cascomunito, un cantiere per la costruzione di un ipermercato. Un incidente sul lavoro, insomma, ogni tanto capita, sebbene raramente, che la vittima sia l'imprenditore, anziché un dipendente...

Avrei potuto iniziare così un nuovo capitolo di un ennesimo romanzo interrotto, poi ci ho ripensato, troppo comodo per mia sorella liberarsi di un marito che non amava e che aveva sposato soltanto per interesse. Certo che anche lui, mio cognato, altrettanto aveva sposato mia sorella per interesse, giacché lei era, è una donna molto interessante, sotto altri aspetti, nient'affatto trascurabili. Forse per questo il matrimonio funzionava, ero io che invece non funzionavo, perché invidiavo sia lei che lui, il diverso potere che ognuno di loro emanava, la ricchezza e la bellezza, cose che stavano debitamente alla larga da me. E vivevo come un risentito, uno che avanzava pretese, in un primo momento indirette e poi, via via, sempre più disdicevoli e pressanti. Per esempio, mi presentavo a casa di mia sorella quando suo marito non c'era e, in pratica, la ricattavo minacciandola che avrei rivelato tutto a mio cognato; anche se, in pratica, non avevo niente da rivelare. E, infatti, al mio assalto, lei replicava: «Che cosa? Non ho niente da nascondere»; ma io, caparbiamente, le rispondevo: «Io so più cose di te di quanto tu stessa non ne sappia. Quindi attenta». Lei si limitava ad alzare le spalle, apriva la sua borsetta, mi dava cinquantamila lire con la stessa disinvoltura con la quale si lancia un osso al cane e io correvo fuori, al momento contento di aver ottenuto almeno un paio di giorni di autonomia.

Lei ci teneva a me, come si tiene a un cane, ed è già tanto per un fratello rompicoglioni. In fondo, eravamo rimasti soltanto io e lei, della famiglia: i nostri erano morti di itterizia, alle Galapagos. Dico di itterizia perché furono scambiati per iguane da cacciatori di frodo delle stesse, mentre facevano snorkeling. Essi si erano regalati il viaggio dopo essere andati entrambi in pensione, piuttosto giovani: cinquantacinque mio padre (ex dirigente Telecom) e cinquantatré mia madre (funzionaria delle Ferrovie). Partirono tutti contenti, tanto noi eravamo grandi per badare a noi stessi. E da allora ci badiamo, senza essere ricambiati. Veramente mia sorella sì, si è sposata apposta, perché voleva tirare il fiato e recuperare la possibilità di una vita facile. Il punto è che io credevo che lei la volesse anche per me, una vita facile, e che si sentisse responsabile e per questo incaricata di provvedere a ciò. «Invece manco per niente: ti devi arrangiare. Devi sbrogliartela da solo. Non puoi continuare a pretendere che io sostenga il tuo infantilismo. Devi crescere. Non trovi lavoro? Lascia che te lo trovi io. Non ce la fai a mantenere casa dei nostri? Vendila: di quello che ricaverai io non pretenderò niente. Ma, ti prego, smettila di venire a battere cassa. Non ce la faccio più a inventare scuse per spese non fatte a mio marito. Quindi, ecco, queste sono gli ultimi soldi: d'ora in poi, arrangiati da solo». 

venerdì 1 dicembre 2017

La percezione quotidiana della media

«Il valore magico sarebbe 22 gradi centigradi. Non uno di più, non uno di meno. Bisogna ancora capire se da soli bastano a evitare i conflitti internazionali. Ma intanto quella viene considerata la temperatura atmosferica ideale per vivere bene. Con noi stessi e con chi ci sta intorno»

Io preferirei 23, ma comunque, convengo che 22 si avvicina a essere la temperatura atmosferica ideale. E con ciò sembra sottinteso intendere che, tali gradi, siano da considerare costanti nel doppio movimento che la Terra compie, uno intorno al proprio asse, l'altro intorno al Sole; e cioè a dire: 22 gradi a mane, a sera e a notte; 22 gradi quale che sia il mese o la stagione.

E quali località del globo terracqueo si avvicinano a questo ideale? Ce le dice, senza esitazioni, il redattore del Corsera:

«Insomma tutti a Siviglia e ad Atene. Oppure, per stare entro i nostri confini, nel sud della Sardegna, tra Sciacca e Siracusa, a Reggio Calabria o a Bari, tutte aree che secondo l’ultimo dossier dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale hanno avuto nel 2016 una temperatura media di 21 gradi. »

Temperatura media, la stessa che mediamente percepisco anche durante i 45 gradi estivi e i 3 di domani mattina all'alba, se avessi la fortuna di abitare nel capoluogo dell'Andalusia.


In margine a un aforisma

«I politici, in democrazia, sono i condensatori dell’imbecillità» 
 Nicolás Gómes Dávila, In margine a un testo implicito, Adelphi, Milano 2001

Vero. Ma, per contro, in dittatura, i politici sono i condensatori di che cosa? Della saggezza? dell’integrità morale?

Insomma, quale che sia la forma di governo, non è la politica stessa a essere deficiente in quanto professione?
E quindi, soprattutto in Italia, visto lo spettacolo offerto: non sono gli elettori, in democrazia, a essere condensatori dell’imbecillità, quale che sia il segno sul quale appongono la loro “democratica” scelta con ciò credendo che qualcosa possa cambiare?



mercoledì 29 novembre 2017

Una famiglia per bere (2)

Mia sorella ha quarant'anni ed è, ancora più di mia madre e di moglie, la donna più importante della mia vita. Vorrei anche poter dire il contrario, cioè a dire che io sono l'uomo più importante per la sua, di vita, ma non posso, io sono infatti il fratellino da sorvegliare e accudire, medicandogli le ferite che si procura vivendo una vita considerata da tutti una vita da sconsiderato.
E perché? Perché non ho finito gli studi nonostante gli esami sostenuti e la tesi quasi in dirittura d'arrivo? O forse perché una sera su due tornavo a casa malconcio per aver bevuto troppa birra alla spina o aver fumato troppi spini alla birra? Vomitavo. Stavo ore chino sulla tazza del cesso, finché non mi sentivo completamente liberato. E lei era lì, a prepararmi la citrosodina, o il bicarbonato, o semplice acqua calda con un po' di zucchero, per farmi recuperare un po' di forze e togliere l'amaro insopportabile che mi restava bocca.

Mia sorella, purtroppo per me, andò via presto di casa. Si sposò con un suo coetaneo che era innamorato follemente di lei (lei lo era razionalmente di lui: figlio di un imprenditore edile e di una palazzinara, era uno dei partiti più ambiti della città, e senza neanche bisogno di concedere il voto di scambio), andò ad abitare in centro, in uno dei quartieri più in vista: attico di duecento metri quadri, e duecento quadri alle pareti, molti del Novecento italiano, tra cui due Casorati, un Savinio tre Rotella e un Sironi di attribuzione incerta in cui era raffigurato il Duce (questo lo tenevano in stanza di disimpegno). Io mi ricordo che la prima volta che andai a casa loro e lo vidi, mi venne spontaneo sputargli, ma - prevedendomi - mia sorella mi mise repentina la mano sulla bocca, promettendomi successivamente che avrebbe fatto di tutto per sbarazzarsene vendendolo a qualche imprenditore nostalgico, tipo Carlo Vichi della Mivar.

lunedì 27 novembre 2017

Una famiglia per bere

Il mio bisnonno era un viticoltore e faceva un vino con un tasso di acidità così alto da resistere bene alle latitudini tropicali, tanto che il viceré d'Etiopia volle insignirlo di una medaglia al merito e con un invito a passare una vacanza con la famiglia presso la residenza vicereale di Addis Abeba. L'invito fu accolto e, nel marzo 1937, mio bisnonno e consorte, più le famiglie dei figli al seguito (nipoti di primo grado compresi) si prepararono per il viaggio. Tutti, tranne mia nonna, perché aveva avuto il torto di sposare un umile macchinista ferroviere, di simpatie socialiste per giunta, sicché la faccetta nera per mio padre, restò soltanto quella delle sorelle più  piccole alle quali dipingeva, per celia, la faccia, di notte, con il lucido da scarpe testa di moro.

Mia nonna fu una donna preveggente. Quando eravamo piccoli ci raccontava che lei si era sposata per amore, mica come i suoi fratelli e sorelle che, invece, avevano ceduto al calcolo. «Voi, cari nipoti, non siete discendenti di un compromesso. Vedrete quando sarete grandi quanto questo potrà essere per voi un motivo di orgoglio».

E infatti. Io sono orgoglioso di non avere alcuno scheletro imperialista nell'armadio. Anche mia sorella, seppure lei preferisca portarseli a letto, gli scheletri imperialisti. Già. Bella donna, mia sorella. Tanto bella che, se non fosse stata sorella, ma che dico, meno male che lo è, giacché l'averla mi ha facilitato molto nel rapporto con le donne, attenuando, innanzi tempo, l'influenza edipica, in quanto io, da piccolo, più che andare a letto con mia madre, sognavo di andare a letto con lei.

Sono dieci anni che oramai ci vediamo soltanto per Natale, con le rispettive famiglie. Il suo compagno attuale è un trombone dell'aeronautica che si appunta le bandierine col tricolore sulla giacca, sulla camicia e, probabilmente, sul prepuzio. Solo a vederlo gli vorrei sputare addosso, sicché non lo guardo. Così, da due anni, per Santo Stefano mi viene il torcicollo. 

[...]

domenica 26 novembre 2017

Un'occhiata

«Anche una propria occhiata si ricorda quanto e forse meglio di una parola; è più importante di una parola perché non v'è in tutto il vocabolario una parola che sappia spogliare una donna. Io so ora che quella mia occhiata falsò le parole che avevo ideate, semplificandole. Essa per gli occhi di Ada, aveva tentato di penetrare al di là dei vestiti e anche della sua epidermide. E aveva certamente significato: "Vuoi venire a letto con me?"».
Italo Svevo, La coscienza di Zeno


È da ieri notte che consulto il vocabolario e, finora, non ho trovato alcuna parola che sappia spogliare una donna. O un uomo. O un cane. No, un cane non si spoglia, a parte quelli di piccola taglia che, d'inverno,  padrone e padroni rivestono con mantellini in filo di scozia. 

E, dunque, esisterà mai una parola che possa spogliare una persona al solo pronunciarla o scriverla? 
Spoglia. Terza persona singolare del verbo spogliare. Ma non solo.
Spoglia dalle mie parti si usa anche come sostantivo: la spoglia intesa come impasto di farina e uova. Ho udito questa parola fin da piccolo (forse persino nel grembo materno) quando mia madre tirava la spoglia per fare tortelli, ravioli, tagliatelle e tagliolini. E ripensando a quel bambino  che osservava quei gesti domenicali che realizzavano la spoglia, e rivedendo apparire sulla spianatoia della mente quella superficie quasi circolare, trovo che in essa sussista una tenue capacità di spogliare una persona delicatamente, o meglio: di sfogliarla, veste dopo veste, pagina dopo pagina, come un albero d'autunno si spoglia, a ogni refolo di vento, delle proprie foglie. La spoglia, in quanto corpo umano nudo, privo di supposizioni, restituito a se stesso e allo sguardo altrui, all'occhiata che desidera e sogna lo spoglio (non elettorale) delle proprie inibizioni.

venerdì 24 novembre 2017

Squadrone, ponzare march

Lo ha salvato la rapidità del trasporto in un ospedale sudcoreano, a bordo di un elicottero Black Hawk. «Era quasi morto dissanguato quando è arrivato», ha raccontato il dottor Lee, uno dei medici. Lo hanno operato due volte, prima per estrarre i proiettili. E hanno trovato nel suo intestino perforato un groviglio di parassiti, vermi lunghi fino a 27 centimetri: sarebbe colpa del cibo contaminato delle razioni nordcoreane. L’agricoltura di Pyongyang, stretta dalle sanzioni, non dispone di fertilizzanti chimici e come concime si usano escrementi, anche umani. L’intelligence di Seul sostiene che in passato ai soldati nordcoreani fu ordinato di «fornire due chili di feci al giorno» per lo scopo.
Domanda gastroenterologica: mediamente, una persona adulta, in età militare, per fornire due chili di feci al giorno, quanti chili di cibo dovrebbe mangiare? Ma soprattutto: quanto tempo deve stare seduta sulla tazza del cesso?

giovedì 23 novembre 2017

Eugenio Majoris

«La sera è tardi per intraprendere qualsiasi giudizio sensato sulla propria stabilità sentimentale perché la sera tardi i sentimenti sono stabiliti tutti in punta di giudizio», disse Lucas a un passante serale che girovagava in cerca di un collegio sindacale.

«Mi sa che è fuori orario, signore», provò a suggerirgli indicando l'orologio fermo di quella che una volta era la filiale di una banca popolare, adesso inglobata in una commerciale guidata da una cordata di pescatori di alto bordo, puttanieri che girano in Jaguar e Mercedes Benz, gente ibrida, che consuma gli avanzi del capitale, tre chilometri con un litro e tanto basta per essere abbastanza considerati come buoni inquinatori del mondo.

«Io sono uno dei millennials, di quelli di cui parlano tanto volentieri, e spesso, gli articoletti sulla fascia destra dei quotidiani online italiani. Quando la smetterete di assumere una posizione pregiudizialmente divergente e passatista nei confronti del nuovo che avanza?»

«Quale nuovo?» chiese, timidamente, Lucas, consapevole di essere da tempo lontano dalle istanze politiche ed economiche presenti sul territorio.

«Come sarebbe a dire: quale, lei che sicuramente quando aveva la mia età l'avrà visto sorgere, e parlo di circa un quarto di secolo fa, all'alba delle cadute e dei crolli, delle nuove ere e delle conclusioni definitive della storia. Avrà capito che cosa intendo, nevvero».

«È vero, il buon vecchio nuovo che avanza, quello in cui mi parve già allora troppo illusorio crederci e che invece adesso osservo, grazie a lei che girovaga per strada ad ora tarda, da una nuova prospettiva...»

«La stessa mia, suppongo».

«No, la prospettiva del lampione che la illumina, adesso sgombro dallo svolazzio delle falene e dagli inseguimenti dei pipistrelli che cercano, in stagioni loro più consone, con successo di catturarle.»

«Non la seguo».

«Si figuri io».

«Dovrebbe informarsi».

«Ho già una forma. Desidera suggerirmene un'altra?»

«Sì, la nuova Repubblica».

Lucas alzò gli occhi al cielo e, per la prima in vita sua, nonostante una leggera miopia, nello squarcio apertosi tra due dense nubi, ebbe modo di vedere la costellazione Eugenio Majoris. E per quanto tentasse di ricongiungere i puntini, non appariva niente.

martedì 21 novembre 2017

L'Ema a Ponte a Ema

Anziché palesare una volta di più che l'organizzazione generale e burocratica delle varie agenzie europee, per questa e quella funzione pubblica di controllo e indirizzo, favorisce la Disunione europea piuttosto che il contrario, i rappresentanti dei vari governi contendenti, che gioiscono o piangono a seconda del risultato a fine gara, giammai mettono in discussione la gara, la contesa stessa e il suo svolgimento, simile al combattimento tra galli specificamente allevati a tale scopo, per intrattenere la platea, il pubblico che ogni tanto si domanda, nell'intervallo tra uno spostamento di sede a un altro, se ancora, in Europa, stare uniti e farsi i dispetti, sia un collante per l'Unione degli Stati oppure un diluente che sciolga gli ultimi resti di tela unitiva, fintanto che risultino brandelli di Stati in perenne competizione che si strappano, vicendevolmente, le ultime ossa che il Capitale concede.

E perché una tanto ambita Agenzia del Farmaco generi un così cospicuo indotto - giacché è per esso che le varie città candidate se la contendevano a colpi di voti, non certo per ragioni scientifiche e di ricerca -, indotto generato con i soldi che gli Stati versano nelle casse dell'Unione, e quindi soldi di natura altamente improduttiva, nessuno tra i governanti che a monte si domandi perché per svolgere una simile funzione occorrono denari a iosa? Non si possono, gli impiegati, tenere ognuno a casa sua e che le varie mansioni siano svolte con telelavoro, sì che i soldi si spargano sul terreno stanco d'Europa, dai Paesi Bassi a Campobasso?


lunedì 20 novembre 2017

Non ci scusiamo per l'interruzione

Sullo stato whatsapp di un'amica psicoanalista, ho scoperto una frase di Paul Valéry che dice: 
«Tout commence par une interruption».
Anche il coito. 

Ah se avessi un recapito della mia prima fidanzata come glielo chiederei volentieri se io sono cominciato quando lei mi interruppe (o, meno riflessivamente: quando s'interruppe il nostro amore).

E forse lo dovrei pure chiedere a mia madre, se sono iniziato quando si ruppero le acque.

Ma invece no, mi limito a interrompere il post.

domenica 19 novembre 2017

Il messaggio del Prodigioso

Due domande:
1) I Federanziani sono una costola dei Pastafariani?
2) Il futuro Ministro della Terza Età sarà senza portafoglio come Veronica Lario?

Lasciatemi divertire

Volevo dire: sempre senza linea, comunque la trovo, a tratti, facendo spole, spartachi, madonne pellegrine, catture di hottispotti altrui. Ma questo trallalero influisce molto sulla resa bloggheristica. E un po' è un bene, il distacco, così non penso al dovere, mi limito al piacere, eccolo, c'è la linea e siccome son due giorni che sono in astinenza io debbo... postare.

Già. Considerato il decennio appena raggiunto dal blog, esaminandolo ed esaminandomi, mi rendo conto che la composizione dei post, al novanta, novantacinque per cento delle volte, è avvenuta e avviene in linea, nel senso che batto qwerty collegato a internet perché il pc se non è collegato non mi ispira affatto, mi fa lo stesso effetto della Lettera 35 made in Jugoslavia che mi comprai sognando diventare Moravia, perché era uno scrittore trombante, almeno a parole e ai cazzi espressi in prima persona, ma, nonostante essa, che era rossa e passionale, avrò composto si e no un raccontino insulso sul raffreddore da fieno e poco altro.

Io sono sempre stato uno scrivente epistolare, ovverosia un mittente in cerca di un destinatario. E se una volta l'eccitazione consisteva tutta nello scrivere letterine più o meno d'amore e d'amicizia, ripiegarle in quattro o in tre a seconda del formato della busta, scegliere un bel francobollo e impostare (io ho sempre im-postato: e mi ricordo di una buca delle lettere accanto a un ufficio postale con la scritta in lettere di ferro battuto: IMPOSTAZIONE, davanti alla quale mi mettevo in posizione Mennea) (e parentesi delle mail a parte), da un decennio a questa parte, il piacere mio scritturale - e, spero, in parte minima, anche tuo, mon semblable, mon frère - consiste appunto nel comporre ivi quello che la mente, nel quotidiano esercizio del vivere pensando o pensar vivendo, ritiene necessario e divertente esprimere per dare agli altri un'idea di sé, un selfie complesso che serve innanzitutto al sottoscritto, il quale, di riflesso, si augura di offrire un seppur minimo piacere a coloro i quali hanno la bontà di passare da queste parti.
Perché leggere qualcosa di piacevole, sia esso futile o utile, a seconda della leggerezza o profondità raggiunta, è, lasciatemelo dire, un godimento.

E come cantava Palazzeschi?


giovedì 16 novembre 2017

Nel vento di Roma

La vita mi passa
la voglia di capirla:
«Lassa perde»
direbbe un amico sapiente
silente nel vento di Roma
che scioglie i capelli
e la chioma di lei
e di quell’albero accanto
soli in attesa di un tram.

Soli non è un eufemismo
a Roma se non si è
innamorati giacché
la gente che passa
come la vita di sopra
passa la voglia di capirla
la gente incazzata
e indifferente
nei quadri che Roma non regge
e non appende.

Io le parlo a Roma
come a un’amante lontana
conosciuta in un giorno
d’aprile il più dolce dei mesi
lo stesso che un poeta
precoce scelse
definire crudele
nella solitudine
di un treno e di un albergo
di un sottopasso
e una panchina di marmo.

Roma mi accolse come
una prostituta accoglie
il primo cliente al mattino
quando ha voglia di lavorare
e gli fa credere che
lui è l’unico uomo
che l’abbia saputa
soddisfare.

C’è chi ci crede
come io ci credetti,
per le strade di Roma
camminando e sentendo
una strana aderenza delle suole
al suolo, tutta una storia
consumata di passi morbidi
cadenzati in si bemolle d'amore.

Qualsiasi cosa tu faccia a Roma
da innamorato la fai bene:
entrare in una chiesa e lasciare
che qualcuno preghi
e qualcuno se ne freghi
entrambi esempi di fede
corretta della quale il Dio improbabile
terrà conto.

Poi Roma fece
la sua parte: si rese complice
di quei due che si sospettavano
che aspettavano solo di guardarsi
per capire che Roma
li avrebbe eternizzati
affrescati alle pareti di quella camera
come i colori nelle stanze
del marchigiano.

E Roma aggiunse alla collezione
un’altra storia breve
facilmente dimenticabile
e sotterrabile senza tema
che incauti archeologi la estraggano
trovandoci significati diversi
da quelli qui raccontati
di amore sussurrato
trattenuto dentro sguardi
e sorrisi d'intesa.

La vita mi ritorna
la voglia di capirla
senza capire perché.

martedì 14 novembre 2017

Molestie a parte

Orbene, ma tutti quei registi (e produttori), tutte quelle attrici (e attori), chi se li incula?
Pensavo questo, oggi, quando al telefono (cellulare), un'altra gentile operatrice di Sky (Mariangela), mi ha chiesto se ero interessato al pacchetto Cinema in offerta a metà prezzo, per tutto l'anno. Ho risposto no, fosse anche gratis, non lo vorrei, dacché raramente perdo tempo a guardare film, quelli vecchi forse, sono un passatista, un Tognazzi, Manfredi, Mastroianni, una Monica Vitti e una Laura Antonelli allora prenderei il Cinema al volo.

***
Stamani una collega, toccandomi involontariamente un braccio prima e ripassandoci sopra di proposito una mano dopo, mi ha detto: "Come è duro. È un muscolo?". L'ho avvertita che avrei potuto denunciarla per molestie.

***
Della giornata, fatte le cose da fare («C'è da fare la spesa, si fa; da andare dal dentista, ci si va»), resta il tempo che resta, quello che vola, disperso in rassegnata rassegna dei pensieri che le ore diurne hanno accumulato, prima che le notturne li trasformino in materiale onirico, che coadiuva od ostacola la digestione, la quale prosegue il suo lavoro a nostra insaputa. Come vorrei avere un appartamento gratis a Roma, in novembre. Tante cose da fare ci sarebbero, da Navona in là.

lunedì 13 novembre 2017

Filini telefonici

Premessa (uggiosa): nonostante l'assistenza tecnica mi abbia assicurato che «i tecnici, già sollecitati, faranno il possibile per risolvere il guasto», ancora sono senza internet e telefono di casa. 

Svolgimento: oggi pomeriggio, mi hanno chiamato sul cellulare da un numero col prefisso di Milano.

- Pronto, signor Massaro, sono Lucia del servizio clienti Fastweb e la chiamo dall'Italia.

- Ah bene, mi dica: notizie sul ripristino della mia linea?

- No, la chiamo in merito a una promozione riservata ai clienti del telefono fisso: da oggi, Fastweb, propone in offerta l'attivazione gratuita di un numero mobile più X giga e Y minuti.

- Senta, signora Lucia, le posso - brevemente - raccontare una storia? È dal 27 ottobre che non ho il piacere di usufruire dei vostri servigi telematici per un guasto sulla mia linea che non vi decidete a riparare, quindi, come pensa che potrei essere interessato alla vostra offerta?

- Mi dispiace signor Massaro; spero che tutto si risolvi quanto prima.

- Come ha detto, scusi? Non ho sentito, la linea è un po'  disturbata.

- Ho detto che spero tutto si risolvi presto.

- Ah, risolvi! Benissimo: ora le credo che mi stia chiamando dall'Italia.

domenica 12 novembre 2017

La presa di Pisapia

Quando dicono: «Bisogna fare di tutto per unire», o anche: «Bisogna saper includere», oppure ancora: «Bisogna riconciliare le varie anime della sinistra» sappiate che non pensano ad altro che a se stessi, gli uniti, gli inclusi, i riconciliati, perché il loro obiettivo è la riconferma, il non uscire dalla zona confortevole della politica di mestiere, quella che fanno tanto perché li pagano, li invitano nelle redazioni dei giornali o delle televisioni a dire la loro, come se la loro fosse parola attesa che contenesse un significato, una speranza oppure avesse, al limite, un minimo potere persuasivo, capacità di convincere la prossima, esigua percentuale di coloro che ancora non sono stati sfiniti nel midollo da più di trent'anni di progressismo o di centrosinistra di merda, come la storia attesta che sia stato e che soltanto di peggio ancora potrà essere, e che - oh, tapini -  si recheranno alle urne, per votarli, per garantirgli ancora una legislatura di vuoto e malaffare, perché se costoro (i politici di sinistra) ci vanno disuniti, in pochi avranno la possibilità di ritrovare il posto finora occupato per continuare a rappresentare il nulla.


P.S.
Voi lo sapete, vero, che Veltroni "ha firmato" una serie televisiva per Sky che racconta l'educazione emotiva di alcuni ragazzi di una scuola media di Roma?
Io non ce l'ho il coraggio di guardarla perché mi sembra di non dover scontare alcuna pena. Se però mi dite che farlo darà più stimoli intellettuali che il Papa di Sorrentino, allora, beh, lo farò

sabato 11 novembre 2017

Blogger's workout

Da nessun luogo addì martembre, mi pare cominci così l'incipit tradotto di una poesia di Brodskij, che rammento da un luogo in cui non posso constatare che sia vero, dovendo fare in fretta per scrivere un post inutile, giusto per mantenermi in forma, ginnastica da tastiera fuori porta, uno due, uno due, pronti, via.

Dunque, giusto per memento, racconto quel che accade alla mia linea, Cavandoli.

Venerdì 27 ottobre, tardo pomeriggio, la connessione va e viene, più va che viene, nel senso che un minuto si connette e l'altro sparisce, finché, in serata, sparisce del tutto. Chiamo l'assistenza Fastweb, a Durazzo. Essi verificano che non ho connessione, né telefonica né internet e mi dicono che dovrò attendere 72 ore, di prassi, ma che intanto i loro tecnici subito si metteranno al lavoro. Col cazzo, Durazzo. Infatti, il tecnico - di una ditta che esegue lavori in appalto a Telecom (dato che Fastweb si appoggia su Telecom per farmi arrivare il segnale) - giunge a verificare la mia linea in data 2 novembre. Egli, dopo un lavoro di un'ora e mezzo buona di controllo, constata che il guasto non è sulla linea portante, bensì sul modem/router Fastweb che non riesce a ricevere bene il segnale; cosicché, egli mi prenota un appuntamento per l'indomani con un incaricato Fastweb per la sostituzione del suddetto modem. 
Venerdì 3 novembre, verso le 19, arriva a casa mia Johnny, un giovane tecnico a partita IVA di fastweb, che assomiglia a Steve Wonder da giovane. Gli offro un succo ACE perché lo vedo a corto di vitamina e intatto mi sostituisce il modem con uno nuovo di ultima generazione. Dopodiché, egli contatta la centrale Fastweb di Durazzo ("speriamo risponda una donna, mi trovo meglio con le albanesi che con gli albanesi"), risponde - ahilui - un uomo e, insieme, fanno l'allineamento. La linea parte, alleluja, grazie di tutto e buona serata.
La connessione è ripristinata, ma lunedì 6 novembre, verso le 14, daccapo, linea out. Arichiama Durazzo che ancora, per la verità, non aveva "chiuso" il mio caso. Mi dicono ancora: attenda 72 ore. 
Ne sono passate più di 120 e ancora niente, nessun contatto. Per puro caso, dato che lo stesso tecnico che era venuto a casa mia si è ripresentato a trafficare davanti alla centralina che si trova a un dipresso da casa, ho saputo che il problema è di questa natura: stanno "ricompattando" la centrale Telecom del comune dove abito. Vale a dire: dopo un contenzioso sugli affitti, dato che le nuove tecnologie anziché un palazzo abbisognano di un monolocale per gestire il tutto, Telecom ha affidato a una ditta terza tale spostamento dei cavi. Ebbene, in questo trasloco, alcune linee sono saltate, compresa la mia. Una di queste sere mi sono presentato di persona alla centrale per vedere se trovavo qualcuno a cui raccomandarmi. Trovo un amico, che lavora in Telecom da anni, il quale mi dice: "Noi non possiamo niente, ci hanno esclusi, dobbiamo aspettare che la ditta abbia finito e poi rimettere in funzione ciò che hanno danneggiato. Ci vorranno due settimane, questa e la prossima".

Eccomi qui. Come si fabbrica una molotov?

P.S.
In sovrappiù stamani è saltato un ripetitore della rete cellulare TIM. Non suggeritemi Vodafone. Aspetto la mongolfiera di Google.

giovedì 9 novembre 2017

Palle sgonfie




Oramai la mia sola speranza di riavere una connessione a casa è quella di attaccarmi al passaggio di questo preservativo usato gonfiato da Google. 

martedì 7 novembre 2017

Dieci tali Lucas

Non mi piacciono gli anniversari. E aiutato dal fatto che sono senza linea internet a casa, mi sono persino dimenticato di ricordare che, lo scorso 4 novembre, questo blog ha compiuto dieci anni.

Appena quella cazzo di fastweb del cazzo mi ricollegerà col mondo, offrirò da bere leggere qualcosa.

Tanti auguri, Lucas.

lunedì 6 novembre 2017

Una volta a Venezia

Una volta, quando ero innamorato, mi veniva spesso in mente Venezia, soprattutto fuori stagione, fuori catalogo, anche se non c'è più stagione e non ci sono più momenti senza catalogo, a Venezia.
Una volta, quando ero innamorato – e fortuna voleva che innamorati fossimo in due – una gita a Venezia, anche solo per tre giorni, ce la facevo sempre, perché Venezia, per chi non ci abita, è una città da camminare da innamorati, altrimenti andarci da solo ti fai due palle, l'ipocondria t'assale, t'incupisci e pensi che morire potrebbe essere una soluzione, mangiando fragole.
Una volta, quando ero innamorato, e innamorati eravamo in due, io e lei andammo a Venezia e il caso volle pioggia e vento ad attenderci. Nel quarto d'ora a piedi che congiungeva la stazione all'albergo, le nostre facce infreddolite non sapevano se reclamare quiete alle intemperie o se, al contrario, queste si fossero trasformate in una tempesta tale da costringerci a stare chiusi in camera più di quanto sapevamo ci saremmo stati chiusi già.
Quella volta, quando ero innamorato, a Venezia avevo portato il Borsalino nero che lei mi aveva regalato per il mio compleanno. Nero, a tesa larga, mi riparava egregiamente dalla pioggia, ma un colpo di vento me lo tolse e lo fece precipitare nel canale. Dal parapetto del ponte dov'eravamo, ci incantammo a osservarlo gondolare via, lento e lontano, come quell'amore che da tanto tempo non esiste più.
Una volta, quando ero innamorato, pensavo Venezia fosse la città migliore per fare l'amore: per il suo essere città d'Oriente; per il fascino che incanala i passanti nelle calli come fossero collant colorati da sfilare; per il vento funambolico che fa camminare gli innamorati come acrobati su un filo; per la pioggia che sa di sale, come lacrime di felicità; per la sua capacità di sospendere il tempo, di far andare fuori sincrono le persone, anche quelle innamorate, per non illuderle con i “sarà per sempre perché il sempre a Venezia non è una verità.


sabato 4 novembre 2017

Una mancata esposizione

Se anch'io, nel 1994, fatta salva una breve militanza [*] nel partito monarchico, un concorso da giornalista in rai vinto con probabili raccomandazioni monarchiche o pentapartitiche e una spiccata indole al lecca e paraculismo, mi fossi messo a disposizione (a esposizione) di qualcuno che chiedeva la disposizione (l'esposizione) a quartabuono dei disposti (degli esposti), come portavoce, portacqua, porta quel cazzo che ti pare, forse, allora, nel giro di quasi cinque lustri trascorsi tra Strasburgo e Bruxelles, avrei imparato anch'io tre lingue e a fare quello che c'era da fare, soprattutto eseguire gli ordini e le direttive, farmi trovare sempre pronto appena si liberava un buco, o fare spazio al mio di buco alla bisogna, in giacca e cravatta, a rivestire incarichi via via sempre più di prestigio, perché mai mi sarei permesso di pisciare fuori dal vaso, di sputare nel piatto dove mangiavo, di toccare un culo fuori contesto, e buongiorno e buonasera, good morning and good night, bonjour et bonne nuit, buenos dias y buenas noche, ecco che forse, miracolo del tempo e dell'oblio conseguente, sarei considerato uno statista, perché di fatto - altro miracolo dovuto a una combinazione astrale sconvolgente - altri mi hanno eletto presidente di qualcosa, di un consesso di morti viventi, tra i quali la figlia di un certo Altiero, la brava intellettuale - ricordate - la quale, candidandosi, dichiarò che, nel caso fosse stata eletta, avrebbe rinunciato al seggio, col cazzo, vero Furfaro?, ma che vuoi che sia, il sopramondo si compone di certe facce, non di altre, non di quelle che nel 1994 non sapevano neanche come trovare una sede del partito monarchico per eventualmente iscriversi, o a chi raccomandarsi per fare lo spazzino comunale e quindi niente, che io non sia diventato uno statista è dovuto a una sicura cospirazione monarchica, perché a me i re, tutti i re e le regine, quelli buoni compresi, stanno sul cazzo. 

___________________
[*] Mi riferisco a http://www.ilpost.it/2017/11/04/tajani-ambizioni-politiche/
La piattaforma blogger stasera fa le bizze impedisce di inserire i link in modo corretto. Se lo faccio, appare questo

venerdì 3 novembre 2017

Questua news

Le edicole stanno morendo. 
Camminando, ne ho trovata una per strada, le ho dato un euro e lei, in cambio, non mi ha dato neanche un giornale. 

giovedì 2 novembre 2017

Senza ali

Sfrutto connessione di rimbalzo semplicemente per comunicare che ancora, nel luogo dove son solito postare, sono senza.
Pazienza.
Poca.
Pace.
Porci senza ali.

domenica 29 ottobre 2017

Off-Line


[*]

Guasto sulla linea adsl: una volta mi sarei disperato di più. 
Che cosa faccio senza? Più televisione? No. Più letture extra rete? No. Più gite fuori porta? Nemmeno. Sto già fuori porta. E dentro la porta. Non ho aspettato certo Roberto Calasso a capire che quella del turista è una vita similmente virtuale a quella vissuta in rete.
E, dunque, come l'ammazzo il tempo, data anche l'ora in più di tempo che il ritorno all'ora solare [**] concede?
Ho telefonato due o tre volte a Durazzo, dove gentili operatori della compagnia telefonica alla quale sono abbonato mi hanno prima informato che avevo il diritto di parlare con altri operatori dell'Unione Europea - e io gli ho risposto di no, non ce n'era bisogno, ché forse gli europei, italiani compresi, saprebbero l'italiano peggio di voi e poi, in un certo senso, mi fa piacere che una persona extra Unione parli la mia stessa lingua - e, successivamente, essi mi hanno spiegato che sì, sulla mia linea c'è guasto e che gentilmente dovrei pazientare almeno settantadue ore (in pratica sino a domani, se va bene, slow-web). Nondimeno, nel frattempo, mi hanno assicurato che i loro tecnici si sarebbero impegnati a ripristinare quanto prima il servizio correttamente; e che si scusano per il disagio; e che - se potessero - mi offrirebbero pure un caffè. A Durazzo. Purché ci vada di corsa, a 20 Mbps.
_________________
[*] Ho inserito il tubo di Paola Turci perché mi garba l'abbraccio finale.

[**]
Fossi un duca con poteri esecutivi, lascerei sempre l'ora legale o solo la solare oppure introdurrei il sistema dei quarti d'ora, per stare più in linea con l'orologio biologico).


giovedì 26 ottobre 2017

-tellum

Quand'ero bambino, sapevo tante cose sul calcio, lo seguivo con passione, leggevo la Gazzetta, guardavo la Domenica Sportiva. Gradualmente, crescendo, la passione si trasformò prima in un moderato interesse che, successivamente, si evolse in disinteresse accentuato, fino al totale menefreghismo. Del calcio, infatti, da più di dieci anni oramai, sento soltanto un'eco lontana, quella che rimbalza sulla pareti dei media e si ripete, talvolta, nelle voci delle persone che incontro. Sulla mia parete normalmente - questa è un'eccezione - tale eco si frange e cade a terra.
Non è snobismo, per carità, è che, in prima istanza, il gioco in sé che non mi dice più niente, di più: mi annoia profondamente, anche i dribbling di Messi - e ho detto tutto; in secondo luogo, il contorno del calcio, e cioè: squadre, bandiere, società, tifosi, direttori sportivi, presidenti, costume, copertura mediatica, eccetera, lo trovo abominevole, intollerabile, rivoltante - ma lo dico per me, e non ho nessuna pretesa di convincere nessuno, anche se, come esperimento sociale, mi piacerebbe, per magia, che gli stadi fossero deserti, che gli abbonamenti alle pay tv sul calcio si riducessero sino a scomparire, giusto per scoprire dove si convoglierebbero tutte le attenzioni che tale attività umana, totalmente asservita ai dettami tardocapitalistici, desta.

Parimenti, la politica, che - convengo - non è uno sport (sarebbe meglio, forse, ché almeno un pallone d'oro all'anno qualcuno lo meriterebbe). Una volta mi interessavo agli accadimenti, leggevo editoriali, mi schieravo - soprattutto a sinistra - ero preso, insomma, da una accesa passione politica, che mi faceva persino leticare coi parenti e amici prima democristiani o socialisti e poi berlusconiani.

Poi ho letto Marx - anche e soprattutto tramite la mediazione di interpreti impareggiabili, quali Olympe de Gouges e altri autori della WertKritik (critica del valore), e di quella roba chiamata politica, che appare sui giornali o in tv, che si dibatte e starnazza in stanze di partito o in parlamento, io provo un enorme disprezzo e irrecuperabile disinteresse. 

Tutto questo soltanto per dire che io delle merde secche di vacca che se, inavvertitamente, ci cammini sopra fanno puf!, io, dicevo, non parlerò più (o, almeno, mi prometto di non parlarne e saprò smentirmi - e smerdarmi - da solo se lo farò).

lunedì 23 ottobre 2017

Che barba, che noia

Non è che ci si può mettere a fare letteratura tutti i giorni che dio mette in terra, impossibile, oltreché tedioso, neanche fossi pagato per farlo, ma forse, in questo caso, due fregnacce. E anche la diaristica: non è che ci si può mettere a raccontare i cazzi propri tutti i giorni, tedioso, oltreché impossibile, mica vivo toccando solo la tastiera, ho anche da fare altro, da mangiare, da comprare da mangiare e riduco tutto lì, alla sussistenza - e meno male l'aria è ancora gratis. Cosa dire della politica, poi? Meglio tacere, giusto ogni tanto bacchettare il babbeo di turno quando la spara troppo grossa da non resistere all'idea inutile di sbertucciarlo, la bertuccia, fargli capire che ha il culo rosso più della faccia, come il culo. Mentre dal lato spirituale, filosofico, che cosa resta da raccontare più? Bazzecole. La gratuità non ha prezzo. Come la fellazione che Valentina Nappi ha praticato a un gruppetto di suoi fans. Se lo saranno fatto il bidet prima di? Una bella raspata di sapone di marsiglia? Una spruzzatina di citronella? Ma io, nel caso in cui, avrei partecipato se? Ci ho riflettuto sopra e sono addivenuto a una conclusione: sono schizzinoso, e mi farebbe specie che una me lo prendesse in bocca subito dopo che l'ha preso a un altro senza discontinuità igienica, un gargarismo, una sorsatina di aranciata equosolidale. Boh. Sono poco orgiastico, lo ammetto, forse perché con Dioniso ho leticato da bambino, o perché pavento che questo stanco rituale conduca, alla fine, a un sacrificio cui non voglio partecipare, né come carnefice, né tantomeno come vittima.
Quindi, che cosa mi resta da scrivere? Le recensioni degli articoli acquistati su Amazon? Fatto. Che barba, che noia, eccetera.
Epperò, alla fine ci sono riuscito anche questa volta a trasformare per iscritto le insensatezze di una vita che dimostra di essere qualunque.

Bisogna camminare coi tempi

«Era stata, quella volta, una riunione divertentissima; molti degli intervenuti avevano meno di trenta o al massimo trentacinque anni, ma erano già conosciuti, e notati dalla stampa; non soltanto austriaci, ma gente di tutto il mondo, attirata dalla voce che in Cacania una donna dell'alta società stava aprendo una strada allo spirito attraverso l'orbe. […]
Di quali parole straordinarie si servivano! Esigevano temperamento intellettuale. La categoria del ragionamento rapido, che afferra il mondo alla gola. Il cervello ipersensibile dell'uomo cosmico. Che altri verbi avevano proclamato?
Il ridimensionamento dell'uomo sulla base di un piano di lavoro mondiale all'americana, attraverso il mezzo fisico della forza meccanizzata.
Il lirismo, congiunto alla penetrante drammaticità della vita.
Il tecnicismo: uno spirito degno dell'età della macchina. […]
Predicavano l'accelerismo, cioè l'accrescimento massimo della velocità delle esperienze, sulla base della biomeccanica sportiva e della precisione acrobatica.
Il rinnovamento fotogenico per mezzo del film.
Poi uno aveva detto che l'uomo era un misterioso spazio interiore, sicché bisognava dargli un rapporto col cosmo mediante il cono, la sfera, il cilindro. Ma fu affermato anche il contrario, cioè che tale concetto individualistico dell'arte era superato, e che bisognava ispirare all'uomo dell'avvenire un nuovo senso della casa costruendo edifici popolari e villaggi. E mentre si era formato così un partito individualistico e uno sociale, un terzo sostenne che solo gli artisti religiosi sono sociali nel vero significato della parola. Un gruppo di nuovi architetti rivendicò poi per sé il comando perché lo scopo dell'architettura era appunto la religione; con influsso concomitante anche sull'amor di patria e la fedeltà alla terra. Il gruppo religioso, rinforzato da quello cubico, replicò che l'arte non era una questione dipendente bensì una questione centrale, l'adempimento di leggi cosmiche; ma nel seguito della discussione il gruppo religioso fu poi nuovamente abbandonato da quello cubico, il quale finì per allearsi con gli architetti nel sostenere la tesi che il rapporto col cosmo era meglio ottenuto mediante le forme spaziali, che rendono valido e tipico l'elemento individuale. Fu enunciata la proposizione che bisognava proiettarsi nell'anima umana per poi fissarla nelle tre dimensioni. Qualcuno, in tono energico e battagliero, chiese se erano più importanti diecimila persone affamate o un'opera d'arte. In realtà, poiché erano quasi tutti artisti d'una specie o dell'altra, erano unanimemente persuasi che la guarigione spirituale dell'uomo si deve cercare soltanto nell'arte, solo che non erano riusciti a mettersi d'accordo sulla natura di questa guarigione e sulle esigenze da porre in suo nome all'Azione Parallela. Ecco che a questo punto il gruppo originario sociale riprese il sopravvento e fece udire nuove voci. Il quesito, se fosse più importante un'opera d'arte o la miseria di diecimila affamati, si trasformò in quest'altro: se diecimila opere d'arte compensavano la miseria di uno solo. Artisti poderosi dichiararono che non è lecito all'artista darsi tanta importanza; basta con l'autoincensamento, essi proclamavano, l'artista sia affamato e sociale! Qualcuno disse che la vita era l'unica e la massima opera d'arte. Una voce energica interruppe: Non è l'arte che unisce, bensì la fame! Una voce conciliante ricordò che il mezzo migliore contro l'esagerata opinione di sé era una salubre attività artigiana. E dopo quel tentativo di compromesso qualcuno approfittò del silenzio causato dalla stanchezza o dal disgusto reciproco per chiedere di nuovo placidamente se credevano sul serio di poter concludere qualcosa prima che fosse ristabilito il contatto tra l'uomo e lo spazio. Fu il segnale per la ricomparsa tumultuosa del tecnicismo, dell'accelerismo e di tutto il resto, e il dibattito si prolungò senza decisioni. Alla fine però si misero d'accordo, perché bisognava andare a casa e venire a qualche risultato; perciò tutti consentirono in una conclusione all'incirca così formulata: il tempo attuale è tempo d'attesa, impaziente, indisciplinato, infelice; il Messia che s'invoca e si aspetta non è tuttavia ancora in vista».


Robert Musil, L'uomo senza qualità, traduzione di Anita Rho, Vol. I, Einaudi, Torino 1957

sabato 21 ottobre 2017

Lui e il Pd

Disse, da qualche parte, Mao Tse-tung:
«Dopo aver subito uno scacco, bisogna trarne una lezione e modificare le proprie idee in modo tale da farle corrispondere alle leggi del mondo esterno, e così si potrà trasformare lo scacco in un successo; è quel che è espresso dalle massime: la sconfitta è la madre del successo e ogni insuccesso ci rende più cauti».

Per contro, c'è chi, a ogni insuccesso, diventa più spavaldo e più buffone.

«È tutto così sorprendente, così incredibile, così assurdo. Con una parola sola direi così surreale. Giro l'italia e non c'è stata una persona che mi abbia chiesto chiarimenti sulla mozione [contro Visco], ma dei problemi reali della gente e invece si guarda sempre al dito e mai [al culo].» 

«Il vero problema sono le crisi bancarie, sono le decine di miliardi messi dallo stato per salvarle. Io e il Pd non possiamo difendere l'attuale assetto di potere, non possiamo stare dalla parte dei presunti salotti buoni della finanza [ci vanno bene anche i mezzanini]

«Noi stiamo con i risparmiatori [come ci ricorda sempre il babbo di Maria Elena]».


venerdì 20 ottobre 2017

Procurato sesso

Egli si è procurato i favori sessuali di molte attrici facendo leva su un potere, per quanto riprovevole, non coercitivo, bensì negoziale che aveva nei confronti di coloro le quali ambivano a rivestire un ruolo da protagonista nei film da lui prodotti.

***
Egli si è procurato i favori sessuali di molte donne, alcune anche minorenni, facendo leva sul potere del denaro tout court, esercitato nei confronti di coloro le quali hanno messo in vendita il loro corpo, alcune liberamente, altre meno liberamente, anzi: invitate dalle stesse madri a farlo per superare, per un tempo limitato, l'impasse della miseriaccia infame.

***
Egli si è procurato i favori sessuali di molte donne, tutte maggiorenni, perché avevano messo un annuncio sul giornale nel quale dichiaravano di andare a trovarle a casa ché lo avrebbero fatto godere veramente tanto, tanto quanto?, mediamente 100 euro diviso i giorni tra un incontro e l'altro, moltiplicando poi il risultato per il senso di frustrazione e anche di colpa per un amplesso che, in fondo in fondo, aveva il valore di poco più di una sega.

***
Egli si è procurato uno schiaffo da alcune donne, tutte maggiorenni e sopra i trenta, perché, mentre gli sculettavano davanti, lui ha osato posare prima gli occhi sulle terga e poi, in alcuni casi, quelli degli schiaffi, ha allungato la mano in preda a una morbosa voglia di toccare il paradiso.

***
Egli si è procurato i favori sessuali di una donna, la moglie, una volta a bimestre, perché il sesso cementifica il rapporto di coppia, anche se lui e lei non amano essere murati. Vivi.

giovedì 19 ottobre 2017

Spigolature politiche


Lombardia e Veneto hanno proclamato un referendum per chiedere più autonomia. Berlusconi, da statista di lungo corso e promotore di una scuola di formazione politica di buon governo, dichiara che, tale referendum, dovrebbe essere esteso a tutte le regioni italiane.
Anche quelle autonome?

***
Di Maio invoca la presenza di osservatori internazionali per il rischio brogli alle prossime elezioni regionali siciliane. E se l'Ocse mandasse ispettori kazaki?

***
Il #TrenoPD, Destinazione Italia, Binario Morto, è un treno merci?

***
Salvini: il Ruspepierre italiano

mercoledì 18 ottobre 2017

Il destino dell'artista


«Molte società del passato hanno insistito affinché le loro valutazioni specifiche sulla verità e sulla morale fossero raffigurate dagli artisti. Di conseguenza, l’artista egizio dovette produrre un prototipo prefissato una volta per tutte; l’artista cristiano dovette attenersi alle prescrizioni del secondo Concilio di Nicea o essere colpito da anatema oppure, come il monaco nell’era iconoclasta, lavorare nel pericolo e di nascosto. Potremmo osservare che i nudi di Michelangelo furono alla fine costretti a ricoprirsi con le braghe e con i drappi appropriati. L’autorità formulava le regole e l’artista vi si atteneva. Non tratteremo in questa sede di coloro che, con la loro audacia, hanno dato periodicamente nuova linfa all’arte, salvandola dall’imitazione narcisistica di se stessa. Possiamo sostenere con esattezza, che durante questi periodi, l’artista era costretto a piegarsi a tali regole o a fingere un’aria sottomessa, affinché gli fosse concesso esercitare la sua arte.
Il destino dell’artista oggi è lo stesso: il mercato, rifiutando o rendendo disponibili i mezzi di sussistenza, esercita, come si può osservare, la stessa coercizione. Vi è pertanto una differenza vitale: le civiltà prima ricordate detenevano il potere temporale e spirituale per far valere, per sommi capi, le loro richieste. I Fuochi dell’Inferno, l’esilio e, sullo sfondo, la ruota e il rogo, servivano da correttivi là dove la persuasione veniva meno. Oggi il mordente è la Fame, e l’esperienza degli ultimi quattrocento anni ci ha dimostrato che questa fame non è così impellente come l’imminenza dell’Inferno e della Morte».

Mark Rothko, L'artista e la sua realtà, Skira, Milano 2007

Salvo i pochi, bravi o supposti tali, fortunati che hanno incontrato i gusti del mercato, per il resto degli artisti, blogger compresi, occorre produrre arte senza alcuna pretesa di ricavare da essa i mezzi di sussistenza. Arte libera, quindi - nei limiti di una libertà concessa dalla nostra epoca, dalla nostra società.
Quello che c'è di buono in  tutto ciò è che, almeno, non si tarla la mente con il cruccio dell'incompresione. 
Non capite quello che voglio dire? Importa sega -  e avanti.

Aggiunta.
Il mordente è la Fame... e la fame non è così impellente.
Già, perché è colpa dell'affamato avere fame, sempre per il famoso adagio del merito.

lunedì 16 ottobre 2017

Non è vero che tutto fa brodo

Ho aggiunto una didascalia

Il procedimento di cottura del brodo classico di carne prevede di cuocere a fuoco lento e di schiumare sovente le impurità che salgono e si stabilizzano sulla superficie, sì che il brodo, alla fine, risulti più limpido.
Ma: a) se uno prepara gli ingredienti e poi non mette la pentola sul fuoco, il brodo non viene; oppure, b) se uno accende il fornello a fuoco sostenuto, dimenticandosi poi di abbassarlo e di togliere il coperchio, il brodo fuoriesce impetuosamente dalla pentola pasticciando di impurità la stessa e il piano cottura, con un risultato finale non del tutto soddisfacente.

Fuor di metafora, il produttore Harvey Weinstein (il cappello di prete di sinistra) è stato tenuto in pentola a fuoco spento (punto "a") perché, nonostante fosse risaputo da anni che era un porco profittatore, la stampa lo proteggeva; mentre Bill Clinton (il fusello di destra) fu messo subito in pentola a fuoco vivace, col risultato di un brodo insulso.

Ma che gli americani non sappiano fare il brodo è risaputo.

***
Tra i (pochi) vantaggi di non avere né soldi né potere, c'è quello che mai nessuno/a ti verrà a rinfacciare di aver esercitato su di lui/lei pressioni per farti un pompino. I veri proletari si vedono anche da questi particolari.
Infine, o voi di Repubblica che tanto siete pronti a lanciare campagne con l'hastag, non vi sembra che a questa  (#quellavoltache) manchi qualcosa? Come cosa? 
#nonglielomorsi. 

sabato 14 ottobre 2017

Atto indolore

C'è un momento
del giorno
in cui mi pento
di non peccare abbastanza
di non essere pronto
di non essere porno
di non dare sostanza
alla materia che mi compone
non mostrarla come la danza
di Salomè
a un padrone. 

Vorrei peccare ma
non saprei da quale peccato 
cominciare: dire, fare,
fornicare, scrivere
un testamento
in cui chiedo perdono
in partenza
del peccato rimasto in potenza
come un atto mancato.

Peccherò prendendo la mira
colpirò là dove io penso
sia peccato non farlo
e soltanto a bersaglio
colpito capirò
se il peccato è compiuto
senza esserlo stato.

O Signore: 
ho molto peccato
in pensieri e in parole
in opere e in omissioni.
Mi pento? Mi dolgo?
Non ne ho il cuore:
ritrovarmi qua
a non sapere
come peccare
credo che sia
il solo peccato
che devo scontare.

mercoledì 11 ottobre 2017

Tout se tient


Quanto accade con la nuova proposta di legge elettorale chiude il cerchio del Patto del Nazareno e offre nuovo impulso al Partito della Nazione, poiché garantisce e conferma la continuità politica ineludibile tra i due (ex) più grandi partiti d'Italia, sancendo, di fatto, la loro interscambiabilità. La piattezza governativa, nella finzione destra-sinistra sinistra-destra, rassicura i potentati, acquieta i mercati, da continuità agli intrallazzi soliti e limita, anzi: schiaccia l'azione di governo alla miopia del presente. In Italia, infatti, non esiste altra lotta politica: conservare il potere per il potere, nel perimetro che la congiuntura economica concede. 
Non perché se vincessero i Cinquestelle qualcosa cambierebbe, forse le facce, inizialmente meno di merda, sortiranno l'effetto sorpresa, ma poi la normativa (non scritta) vigente sarebbe rispettata.
Più di questo la farsa della democrazia rappresentativa non può. Resta solo l'amarezza di constatare che, allo stato presente, l'unico atto di ribellione possibile è il non voto, il non partecipare alla liturgia delle elezioni, sì che quelle facce che poi sorrideranno credendo di avere vinto (vinto sì, per loro, cinque anni, 60 stipendi da parlamentare più le indennità, le tredicesime e la liquidazione) percepiscano, sia pure per un istante, il baratro che li divide, lo strappo irricucibile formatosi tra potere e popolo.

lunedì 9 ottobre 2017

Latte e miele

«Rupi Kaur è una giovane donna che non ha paura di affrontare temi privati o dolorosi: molestie, alcolismo e masturbazione. Poi c’è l’affaire ciclo: quando nel 2015 posta su Instagram una foto che la ritrae sdraiata su un letto, i pantaloni della tuta e le lenzuola macchiati di sangue, Instagram censura l’immagine, e lei risponde: “Non mi scuserò per non avere nutrito l’ego di una società misogina che vuole vedermi in mutande ma cui non va giù una piccola macchia di sangue”, insomma, grazie, Instagram, per avere confermato quello che volevo dimostrare, e cioè che abbiamo un problema con il corpo femminile.» Rivista Studio.

Mi chiedo: se raccolgo un quantitativo di versi spersi in questo luogo e mi autopubblico, indi apro un account su Instagram e mi ritraggo davanti al pc con i pantaloni della tuta da ginnastica grigio chiaro (sfumature) inumiditi di sperma sul cavallo, avrò qualche possibilità di essere censurato per poi dichiarare: 
«Non mi scuserò di aver nutrito l'ego di una società misantropa che vuole usi le salviette», 
sì che le cosiddette colonne di destra dei giornali online del globo terracqueo diano risalto alla mia vicenda, quarti d'ora di celebrità moltiplicati per n volte il numero degli internauti che vi indulgeranno con un innocente clic e solo questo sarà la causa della sproposita attenzione mediatica che mi sommergerà di follower infoiati e smaniosi, dipoi, d'avere, più che le poesie, le mie mutande firmate (e bagnate), allora e solo allora potrò sperare che quelle poverine poesie puttanine siano ricercate dagli editor di stocazzo che - per accosti e raccomandazioni varie - decidono di pubblicare, appunto, soltanto puttanate già rodate di chilometri di bava socialmedia?

Come scrive la poetessa:
«Non sei tu a/ dover farti volere/ sono loro a dover volerti».
Vediamo se abboccano.