mercoledì 8 agosto 2018

Il morbillo


A inizio estate del 1974, durante i mondiali di calcio disputati in Germania Ovest, ebbi il morbillo che - come da foto - mi costrinse alcuni giorni a letto. Unica consolazione: l'album delle figurine del mondiale Panini, bellissimo (come mostra questo video), che leggevo minuziosamente.
Non ricordavo di indossare un pigiama semi ufficiale dell'Argentina, ma a vedere la foto ricordo che mi costrinsero a indossare, sotto di esso, una maglietta elasticizzata a maniche lunghe, perché non mi grattassi le bolle che il morbillo provocava.
Mi giravano le palle, ricordo benissimo anche questo, perché mi faceva caldo e non potevo andare in piazza a giocare con gli amici a rifare la “differita” - da noi interpretata - delle partite migliori.
Come tutti, o quasi tutti, avevo un debole per l'Olanda, per Cruijff in particolare, anche se, non essendo il più bravo degli interpreti, mi toccava accontentarmi del ruolo di Neeskens.

A quel tempo, il morbillo non rientrava tra i vaccini previsti dall'ordinamento sanitario, anche se ero nato in tempo per ricevere quello del vaiolo (al quale i genitori non mi sottrassero).
Comunque, per farla breve,  pur di evitare quella settimana di rompimento e impedito grattamento, se i miei si fossero rifiutati di somministrarmelo, credo che da grande glielo avrei rinfacciato.

E a proposito: ho sentito dire, mi pare dalla onorevole Taverna in video amatoriale, che una volta le famiglie, quando incombeva una delle malattie infettive infantili (delle quali oggi è disponibile il vaccino), favorivano il contatto con gli untori affinché prendessimo la malattia anche noi da piccoli, anziché rischiare di averla da grandi con maggiori complicazioni. È vero, io presi così la varicella. Ma, dall'alto della mia ignoranza medica e farmacologica, non è meglio rendersi immuni tramite un vaccino, anziché sviluppare anticorpi beccandosi la malattia stessa? Pensiamo all'Ebola, per esempio: nella sciagurata eventualità che tale terribile virus si diffonda anche in Europa (tocchiamoci, va’) e nella auspicata e già probabile disponibilità di un vaccino che ne contrasti la diffusione, i No-Vax  ne preferirebbero la somministrazione o lo rifiuterebbero a favore di un Ebola Party?

4 commenti:

Marino Voglio ha detto...

davvero carino, complimenti a mammà.

Luca Massaro ha detto...

:-P

bonste ha detto...

Non sono contrario alle vaccinazioni, detto ciò, vorrei ricordare che sopratutto oggi, la medicina, rappresenta una delle colonne portanti del sistema “capitalismo”, quel sistema che tutti abbiamo nolenti o volenti “sposato”, quel sistema che non riconosce l’esistenza di “limiti”, “soglie” pertanto un sistema che disumanizza, oggi più che mai un sistema che rappresenta una vera minaccia per tutta l’umanità.
Ma lascio nelle parole a seguire una goccia ...di Convivialità, questa si, una vaccinazione necessaria.
Stefano


..."Semplicemente,in una società dove ognuno potesse e dovesse curare il prossimo, certuni sarebbero più esperti di altri. In una società nella quale si nascesse e si morisse in casa propria, nella quale l'invalido e l'idiota non fossero banditi dalla pubblica piazza, e si sapesse distinguere la vocazione medica dalla professione di stagnino delle vene, non mancherebbero persone per aiutare gli altri a vivere, a soffrire, a morire. Ma l'evidenza che l'uomo nasce capace di occuparsi della salute del corpo oggi scandalizza quanto, al tempo della Riforma, l'idea che l'uomo nascesse con la capacità di interpretare la Scrittura.
La patente complicità del professionista e del suo cliente non basta a spiegare la resistenza che la gente oppone all'idea di deprofessionalizzare le cure. All'origine dell'impotenza dell'uomo industrializzato c'è l'altra funzione della medicina attuale, quella di rituale per scongiurare la morte. Il paziente si affida al medico non solo a causa della sua sofferenza, ma per paura della morte, per esserne protetto.
L'identificazione di ogni malattia con una minaccia di morte è di origine abbastanza recente.
Smarrendo la distinzione tra la guarigione di una malattia curabile e la preparazione ad accettare il male incurabile, il medico moderno ha perduto il diritto dei suoi predecessori a distinguersi chiaramente dallo stregone e dal ciarlatano; e il suo cliente ha perduto la capacità di distinguere tra l'alleviamento della sofferenza e il ricorso allo scongiuro.
Con la celebrazione del suo rituale, il medico maschera la divergenza tra il fatto che professa e la realtà che crea, tra la lotta contro la sofferenza e la morte da una parte e l'allontanamento della morte al prezzo di una sofferenza prolungata dall'altra.
Il coraggio di curarsi da solo può averlo soltanto l'uomo che ha il coraggio di riconoscere l'esistenza di una soglia, di accettare la necessità di limiti, di affrontare la morte.

da La convivialità - Ivan Illich

Luca Massaro ha detto...

Grazie del commento e per il brano di Illich, un grande.