martedì 7 agosto 2018

Un atteggiamento spirituale

«Così come il migliore degli astronomi, nonostante il suo sapere copernicano, soggiace comunque alla sensazione del “sorgere” del sole, la più decisa analisi marxista dello Stato capitalistico non potrà mai sopprimere la sua realtà empirica. E neppure lo deve. La conoscenza marxista deve far sì che il proletariato assuma un atteggiamento spirituale nel quale lo Stato capitalistico si presenti, nel momento in cui viene osservato, come un elemento dello sviluppo storico. Esso non costituisce perciò “il” mondo circostante “naturale” dell'uomo, ma soltanto un reale dato di fatto, del cui potere effettivo occorre tener conto, ma che non può di per se stesso pretendere di determinare le nostre azioni. La validità dello Stato e del diritto deve quindi essere trattata come un fatto meramente empirico. Nello stesso modo un aliante deve adeguarsi alla direzione del vento, non perché sia esso a determinare la sua rotta, ma al contrario per attenersi alle mète originariamente fissate, utilizzando il vento ed a suo malgrado. Eppure, questa spregiudicatezza che l'uomo ha acquisito a poco a poco di fronte agli avversi poteri della natura nel corso di un lungo sviluppo storico, manca ampiamente ancora oggi al proletariato di fronte ai fenomeni della vita sociale. E con ciò è ben comprensibile. Infatti, benché nei casi particolari le regole coercitive della società siano tanto duramente e brutalmente materiali, tuttavia il potere di ogni società è essenzialmente un potere spirituale, e da esso ci può liberare soltanto la conoscenza: non certo la conoscenza astratta, puramente cerebrale che è propria anche di molti “socialisti”, ma una conoscenza che sia divenuta carne e sangue, una “attività critico-pratica” secondo le parole di Marx. 
L'attualità della crisi del capitalismo rende una simile conoscenza tanto possibile quanto necessaria. Essa diventa possibile per il fatto che, a causa della crisi, la vita stessa fa apparire visibilmente ed in modo direttamente esperibile la problematicità del mondo circostante sociale abituale. Ma essa diventa decisiva e quindi necessaria per la rivoluzione perché il potere effettivo della società capitalistica viene scosso al punto che essa non è più in grado di imporsi con la violenza, nel momento in cui il proletariato contrappone coscientemente e decisamente il proprio potere al suo. È un elemento di natura ideologica che impedisce un simile agire. Ancora durante la crisi mortale del capitalismo, le larghe masse del proletariato sentono lo Stato, il diritto e l'economia della borghesia come l'unico mondo circostante possibile della loro esistenza, nel quale indubbiamente molte cose debbono essere migliorate (“organizzazione della produzione”), ma che forma tuttavia la base “naturale” della società.»
György Lukács, Storia e coscienza di classe, ("Legalità ed illegalità", II).

4 commenti:

Andrea Del Cont ha detto...

"lo Stato, il diritto e l'economia della borghesia come l'unico mondo circostante possibile"

Niente da fare: lo Stato e il diritto non si toccano.

Sull'economia della borghesia invece siamo d'accordo che la "borghesia" non è più quella di una volta. I "borghesi" di una volta oggi sono proletari, tutti proletari.
Restano i capitalisti veri e propri.
E in ogni caso se con l'"economia della borghesia" si intende questo simpatico turbocapitalismo, beh, non mi mancherà di certo.

Luca Massaro ha detto...

Lo stato e il Diritto attuali (di tutti gli stati presenti sul globo) sono involucri che si fondano principalmente su interessi di classe. Va da sé la "classe dominante" proprietaria dei mezzi produzione, siano essi capitalisti privati (lobby varie) o di stato (partiti o sceicchi al potere). Ebbene pensare che gli Stati siano delle entità sovrastoriche inamovibili e immodificabili, che prescindono dal sistema di economico e produttivo, anzi: siano capaci, con le loro costituzioni, di dirigerlo, è a mio avviso un errore.
Lo so che impensabile immaginarne un superamento. Ma credo e spero che sia lo stesso limite ideologico (e mentale) di chi pensava il sistema feudale come qualcosa di immodificabile ed eterno.

Andrea Del Cont ha detto...

Questo tuo ultimo commento è una cosa brutta che ti mette un po' a metà tra un foreign fighter dell'ISIS e Adinolfi, ma con il Capitale di Marx sotto il braccio.

Nessuna idea di cosa può venire fuori senza Stato e senza Diritto, ma fede messianica che ci sia qualcosa.
Senza Stato e senza Diritto c'è l'anarchia, che è un gran bel passo indietro anche rispetto al feudalesimo medioevale.

Per quanto condivida a grandi linee l'orientamento politico direi che di fronte all'ortodossia cieca non posso argomentare, quindi ti lascio alle tue (ehm) idee.


Luca Massaro ha detto...

Mi dispiace dirlo, ma sì: preferisco essere lasciato alle mie (ehm?) idee che discutere con qualcuno che le fraintende in modo così clamoroso.
Provo con un esempio: quando è nata la nostra Repubblica? Quando è entrata in vigore la nostra Costituzione? Pensi che siano qualcosa di eterno e sovrastorico e che dureranno finché il pianeta gira? (non si tirino in ballo le "riforme" alla Renzi, per favore).

Io ho affatto detto di preferire l'anarchia e il bellum omnium contra omnes. Ho detto che il moderno stato democratico non riesce a mantenere le promesse sulle quali fonda il patto coi cittadini. Prendiamo l'art. 1. Su che tipo di lavoro l'Italia si fonda?

Infine, se mi metti a metà tra uno dell'Isis e Adinolfi (Mario, vero?), per me significa che sono loro equidistante, ovvero lontano anni luce dall'una e dall'altra parte.

P.S.
Il mio blog non ha alcuna vocazione pedagogica e formativa. Cerco - per quanto sia capace - di interpretare la realtà con l'ausilio della critica radicale marxiana. Due sono i miei maestri in questo senso: Olympe de Gouges e, poi, attraverso la mediazione delle traduzioni reperibili nel web e di alcuni (ancora troppo pochi) libri tradotti in italiano, di Robert Kurz.

Grazie di lasciarmi in pace con le mie idee.