domenica 21 luglio 2019

I giorni della Luna

A scanso di equivoci: celebro con favore anch'io il cinquantenario dell'allunaggio e balbetto, con Neil Armstrong, «that's one small step for a man, one giant leap for mankind».

Tuttavia, nel meccanismo mediatico che genera tanto entusiasmo celebrativo, vorrei gettare un granello di polvere, soffiato dalle pagine di uno scrittore che, all'epoca, tanto entusiasta non era.

La "conquista della Luna": « si tratta di una trappola prodigiosa, da eccitare per un ultimo eccesso quel che ci resta di un'immaginazione autentica. Probabilmente, non meritavamo una forca così alta; una più modesta sarebbe stata più giusta. Ma l'uomo è tra i fuochi di una lotta che non si sa dove abbia il suo centro, se ne ha uno. Un'arte del supplizio meravigliosamente raffinata è stata messa in opera per incenerirci perfettamente. Hanno l'aria di lasciarci camminare fuori della gravità, solo per acchiapparci dopo, senza sforzo, in un punto stretto. L'uomo non beve pietre lunari, anche se pensa a nutrirsi di petrolio, e basta che il suo bicchiere resti asciutto, o si riempia di mota avvelenata, perché tutte le sonde inviate negli spazi a scattare istantanee di mondi morti, immagini rifiutate dalla poesia superstite di un mercato straccione si spengano nella sua gola. Un uomo colpito da paralisi e da pazzia per aver preso con le dita, in una padella annerita da olii incerti, qualche grammo di frittura di pesce che ha ricevuto dal plancton attossicato il suo ultimo boccone prima delle reti, non può guarire con ipotesi di astrofisica. Annunciategli anche il ritrovamento di un sandalo romano su Marte, le sue labbra mortefatte non sorriderebbero.»
« L'uscita di qualche essere umano dal regno della gravità è nel regno della gravità significata nel rantolo del pescatore giapponese e nella fame dell'egiziano, nelle leucemie prodotte dalle radiazioni ionizzanti, nelle catene infinite di distruzione fisica, psichica e mentale create dalle combinazioni aggressive di tanti metalli, gas, polveri, fluidi, sonorità, velocità, rovine. Tutti i progressi ancora possibili, prima del definitivo arresto, nei voli spaziali, sono già nel sangue invaso e cascante, in speciali varietà di agonia, e nelle periferie e nei centri della corruzione genetica, in ulcere senza cicatrice, prefigurati. L'uomo sulla luna, cercalo nelle tanche di morte della petroliera; nella miniera abbandonata dove hanno calato i detriti radioattivi; nel banco di schiuma immobile sul pelo dell'acqua; nei tuoi polmoni e nel tuo intestino. I giorni sulla luna e le piaghe della grande peste che ci ha colpiti, misteriosa come ogni peste, sono un unico e medesimo giorno, e uno che lo sappia e scriva è un visitatore di lazzaretti, in cui finirà la sua opera di misericordia, interrogandosi inutilmente sull'origine del miasma e cercando, nella parola pura, una difesa dal contagio, il soccorso di una medicina veramente umana.»
« Le frecce di Apollo portano la peste. Le frecce di Apollo 11, 12, 13, 14 piovute sulla terra dalla luna, sono frecce di Apollo, sempre le stesse frecce, venute dall'alto, per il tormento e l'illuminazione del basso.»
« Il segno umano è dappertutto. Come abbiamo fatto, in un tempo così corto, se la nostra misura è esatta, a sfregare uomo su tutto? Il nostro segno era anche, forse, prima di Armstrong, sulla luna. Prima della luna, forse, quando la luna si stava formando come stella fredda lontano dalla terra e la terra non gli aveva ancora impartito la sua legge, era stampato nel cerchio vuoto il segno.»
« L'avventura umana è breve. Un respiro cosmico ed è la fine.»

Guido Ceronetti, Difesa della Luna, Rusconi, Milano 1971 


Nonostante i limiti di un pensiero reazionario, Ceronetti toccava - con un mirabile bisturi linguistico - alcuni nervi scoperti delle magnifiche sorti e progressive che la Missione Apollo conteneva. E cinquant'anni dopo, a lato delle celebrazioni, sarebbe necessario constatare che a quel piccolo passo non ne sono succeduti altri di simile portata e che, per contro, di lazzeretti la Terra, e non la Luna, è ancora piena.

Ma la pubblicistica odierna si limita alle celebrazioni, non si interroga sulle motivazioni che portarono l'uomo sulla Luna. Soprattutto: depenna, in larga misura, il contesto storico-sociale che determinò tale impresa collettiva - qui, invece, narrato in modo esemplare, da cui estraggo la chiusa:

« Mezzo secolo dopo, gli sbarchi sulla Luna rimangono un traguardo scientifico, tecnico e organizzativo, una dimostrazione ispiratrice di due potenti verità pur nell'attuale momento storico costantemente sotto attacco di tendenze reazionarie e irrazionali, ossia il fondamentalismo religioso, quello economico e quello post- modernista: 1) la ragione umana è in grado di comprendere il mondo attraverso lo sviluppo della conoscenza scientifica, delle sue leggi e delle sue proprietà oggettive; 2) utilizzando la tecnologia basata sulla scienza e con uno sforzo comune socialmente organizzato, l'umanità può sfruttare la natura per i suoi scopi e raggiungere traguardi giudicati a priori quasi impossibili. »
« Immaginiamo dunque quali potrebbero essere i traguardi, non solo “spaziali”, se l’umanità riuscisse finalmente a liberarsi degli anacronistici Stati nazionali nelle forme nelle quali tutt’ora si configurano e a organizzare un modo di produzione globalmente e socialmente pianificato sui bisogni e il benessere dell’umanità intera e per scopi pacifici e razionali. »

sabato 20 luglio 2019

Come plastica

Te lo dissi, tu ripetesti, fummo d'accordo
sul fatto che nessuno avesse ragione:
rara virtù umana il riconoscere
di essere entrambi dalla parte del torto.

Ingenui, tuttavia, credemmo che
dagli errori avremmo imparato
a prevedere quando sarebbe stato
il caso di fermarsi, per non sbagliare più.

L'aurora, che ci investiva ogni mattino
separandoci dai sogni, dimostrava
invece quanti chilometri da percorrere
ancora c'erano per mantenere il proposito.

Allora lanciavamo i desideri altrove
in un punto lontano da noi stessi
per donarci un po' di consolazione
ché soddisfarli non era stato possibile.

E piangevamo con cognizione di causa
per non restare indifferenti, per patire
piuttosto che avere l'impressione
che il corpo appartenesse a qualcun altro.

Poi ci prendevamo a schiaffi, per convenzione.
O meglio: io li prendevo perché non ce la facevo
a imitare la tua rabbia, a sfogarla
sul mio non essere più in grado

di darti amore e il resto conseguente. 
E fummo a noi stessi degli assenti
anche se dall'appello risultava
che eravamo davanti l'uno all'altra.

E la sera ci raccontavamo a turno
la storia triste del nostro amore perso
gettato ai bordi della strada come
plastica che il terreno non assorbe, no.

giovedì 18 luglio 2019

Bollo d'allevamento

In un caldo pomeriggio estivo, su una strada regionale molto transitata che non consente facili sorpassi, si era formata una fila chilometrica, giusto perché un automobilista imponeva un'andatura media inferiore ai 40 km all'ora. Dopo circa 40 km e, appunto, più di un'ora, un altro automobilista, leggermente accaldato e innervosito, a un semaforo affiancò l'autovettura del precedente automobilista lento, aprì il finestrino e, con occhio severo, gli domandò: «L'hai pagato il bollo?».

La domanda sarebbe stata più che opportuna, se il bollo auto fosse una tassa sulla circolazione.

Invece esso è una tassa sulla proprietà. 

Noi automobilisti paghiamo non per circolare, ma per avere una macchina. Per questo, forse, il bollo è, tra le tasse, non certo la più "odiosa" (sono più odiose le accise, per esempio), ma una delle più antipatiche. Perché non è più una tassa di scopo, con l'obiettivo di finanziare la realizzazione e la manutenzione delle strade pubbliche dove i veicoli liberamente circolano (anche per questo non si capisce quanti soldi ricavati da tale tassa siano dalle regioni impiegati per circolazione sulle strade regionali).

Quindi, l'idea di una sua abolizione non sarebbe peregrina, tuttavia - come giustamente rilevano al Sole 24 Ore - «occorre individuare coperture», giacché le regioni, senza tali soldi, si troveranno, complessivamente, 6,5 miliardi di introiti in meno. Infatti, il bollo auto è una tassa regionale e, da un certo punto di vista, è una delle poche che possa considerarsi, a giusto titolo, una tassa che rispetta il tanto osannato federalismo fiscale perché i soldi vanno direttamente nelle casse delle regioni, senza l'intermediazione dello Stato.

Che fare dunque? Estendere le agevolazioni: niente bollo per le auto meno inquinanti e gradualmente aumentato per le auto più vecchie, soprattutto per quelle che, con la scusa d'essere d'epoca, non pagano niente o poco e puzzano tanto.

mercoledì 17 luglio 2019

Il coraggio del cacciavite

«Se consideriamo il processo di produzione dal punto di vista del processo lavorativo, l'operaio non trattava i mezzi di produzione come capitale, ma come semplice mezzo e materiale della sua attività produttiva adeguata allo scopo. In una conceria, per esempio, egli tratta le pelli semplicemente come suo oggetto di lavoro. Non è la pelle del capitalista che egli concia. Le cose stanno diversamente non appena consideriamo il processo di produzione dal punto di vista del processo di valorizzazione. I mezzi di produzione si trasformano subito in mezzi di assorbimento del lavoro altrui. Non è più l'operaio che adopera i mezzi di produzione, ma sono i mezzi di produzione che adoperano l'operaio. Invece di venire da lui consumati come elementi materiali della sua attività produttiva, essi consumano lui come fermento del loro processo vitale; e il processo vitale del capitale consiste solo nel suo movimento di valore che valorizza se stesso». 

Karl Marx, Il Capitale, Libro 1, capitalo 9.

Dato l'alto grado di sviluppo e l'elevata composizione tecnica, il capitale ha sempre meno bisogno del fermento probiotico dei lavoratori. Ovverosia: per mettere in moto tutta la massa del capitale costante, c'è sempre meno bisogno di capitale variabile, cioè di forza lavoro umana. E da ciò conseguono alcuni effetti verso i quali i signori della politica non provano alcun interesse, similmente ai signori del Castello nei confronti dell'agrimensura.

Quanta poca considerazione dell'agrimensura hanno al Castello...  Mosso dalla suggestione della rilettura del libro Kafka, azzardo: il Capitale è il Castello inaccessibile, inviolabile, intangibile. Lo sfinimento a cui conduce la lotta contro di esso (per ottenere riconoscimento da esso) è inevitabile, come la stanchezza finale di K. 
Coraggio e perseveranza, lo scontro quasi violento pure, non bastano. Tanti Klamm guidano il mondo, tanti camaleonti ai quali è impossibile dare la caccia, afferrarli, poterci solo parlare e discutere. E questa impossibilità è dovuta al fatto che non è consentita alcuna discussione con un meccanismo, con un soggetto automatico, con un HAL 9000. Occorre il coraggio del cacciavite, ecco tutto.

domenica 14 luglio 2019

Convertitevi, un giorno verranno i denti del giudizio


Secondo il ministro dell'istruzione israeliano «la terapia di conversione degli omosessuali può avere risultati efficaci»; e ce lo garantisce personalmente, affermando di avere «una conoscenza molto approfondita della formazione». E noi - come disse il mago Otelma - non dubitiamo affatto, giacché sfidiamo qualunque maschio - omo, bi, o etero curioso - a farsi fare un pompino da uno con un'arcata dentale come lui.


P.S.
Perdonate, ma appena l'ho visto, m'è tornata in mente una barzelletta che ci raccontavamo alle elementari:

- Dottore, mi aiuti: ho i denti gialli.
- Si metta una cravatta marrone.

Tre righe in cronaca

Cominciamo dai turchi. Gli americani - o meglio: Trump si è incazzato con Erdogan perché hanno comprato missili dai russi. Ma il presidente USA gliel'ha spiegato ai suoi compatrioti che i turchi dovranno pure piazzare, da qualche parte, l'uva sultanina, i pistacchi e le lavatrici Beko? 

Proseguiamo con gli italiani: secondi gli italiani. Secondi a nessuno, in quanto servitori. Come giustamente fa notare Alberto Negri, Salvini supera persino Arlecchino nel servirne tre insieme. Con quali contropartite d'interesse nazionale non si sa, al momento parrebbe un mero interesse particolare. Ma vedremo. Allo stato presente, dubito tuttavia che, anche qualora fosse accertato il finanziamento illecito, questo potrà incidere negativamente sul consenso elettorale della Lega.

Seguitiamo con l'Assemblea nazionale del Pd. Zingaretti: «Dobbiamo cambiare tutto per...». 
Aspetta: dove l'ho già sentita questa frase?

Concludiamo con l'Encierro di San Firmino che, quest'anno, ha visto pochi incornati a Pamplona: peccato.

giovedì 11 luglio 2019

Il dono di Chernobyl

Anni fa, credo nel 1984, dopo l'uscita nelle sale italiane di The Day After, Beniamino Placido - uno dei più acuti editorialisti di Repubblica - scrisse che il sotteso, ma sostanziale messaggio di quel film non era volto tanto a spaventare il pubblico americano per l'imminenza di una guerra nucleare, quanto ad allarmarlo per un'altra, più subdola disputa di diversa natura: la guerra commerciale e la conseguente invasione del mercato statunitense di prodotti stranieri, in particolare di merci di alto livello tecnologico (elettronica, automobili) prodotte in Giappone.

Oggi, credo nel 2019, la prima impressione che ho avuto guardando Chernobyl è stata che tale sceneggiato, più che raccontare e mostrare l'imperizia, l'ottusità e la prevaricazione del potere e della burocrazia sovietici, lasci trasparire un significato ben più profondo, legato non al fallimentare "socialismo" da caserma russo, bensì all'attuale situazione storica in cui un solo modello economico domina la riproduzione sociale dell'intera umanità. In buona sostanza, la serie tv trasmessa in Italia da Sky mostra sottotraccia che viviamo in un'epoca nella quale il disastro non è localizzato in un punto del globo che, per quanto possa essere esteso, potrà comunque essere contenuto (sebbene al prezzo di un incalcolabile numero di vite umane). No, Chernobyl è la metafora di ogni luogo della Terra schiavo della logica storicamente determinata del Capitale. Chernobyl è ovunque non si scorga la contraddizione fondamentale tra
«valore d’uso e valore di scambio, dunque nell’ambito della produzione stessa [e, quindi,] la contraddizione tra il carattere globale delle forze produttive e la persistenza di un sistema obsoleto di stati nazionali» Olympe de Gouges
Questa cecità scientifica, in breve: il rifiuto della scienza di Marx fa, secondo me, il paio con le parole conclusive che il protagonista, lo scienziato Valery Legasov, pronuncia durante il processo e al suo epilogo:


«Ci sono già stato su un terreno pericoloso, ci sono tutt’ora su un terreno pericoloso, per i nostri segreti, per le nostre menzogne. Sono esattamente ciò che ci definisce. Quando la verità ci offende, noi mentiamo e mentiamo fino a quando neanche ricordiamo che ci fosse una verità, ma c’è, è ancora là. Ogni menzogna che diciamo, contraiamo un debito con la verità. Presto o tardi quel debito va pagato. Ecco cosa fa esplodere il nocciolo di un reattore RBMK, le bugie. »

«Essere uno scienziato vuol dire essere un ingenuo. Siamo così presi dalla nostra ricerca della verità da non considerare quanto pochi siano quelli che vogliono che la scopriamo, ma la verità è sempre lì, che la vediamo o no, che scegliamo di vederla o no. Alla verità non interessano i nostri bisogni, ciò che vogliamo, non le interessano i governi, le ideologie, le religioni. Lei rimarrà lì, in attesa, tutto il tempo. E questo, alla fine, è il dono di Chernobyl. Se una volta temevo il costo della verità ora chiedo solo: qual è il costo delle bugie? » Valerij Alekseevič Legasov

martedì 9 luglio 2019

Il passaggio all'elettrico


In Norvegia sono più avanti.

Sicuramente, durante il corteo funebre a piedi, si respira meglio a stare in coda al Tesla. E tuttavia, da un punto di vista ecologico, credo che il vecchio Fiat 132 a benzina della Misericordia paesana abbia avuto, complessivamente, nel suo arco di vita (credo sia stato rottamato), un minore impatto ambientale. 

domenica 7 luglio 2019

Porto Portese

La questione migranti/migrazioni è complessa - e io non ho certo le competenze per dirimerla. Al limite, similmente a come fanno i politici, posso dare un contributo per nascondere la polvere sotto il tappeto. La polvere della questione, non i migranti, beninteso.

Per limitarci al caso italiano e alla polemica circa l'assenza di una politica comune e alla mancanza di solidarietà tra i paesi dell'Unione Europea, la mia polvere sotto il tappeto è: l'Italia ceda la sovranità nazionale di Lampedusa e acque territoriali circostanti a beneficio di tutta l'Unione. In breve: Lampedusa divenga il primo territorio sovranazionale europeo ove sventoli la sola bandiera blu con le stellette. Di più: Lampedusa diventi la capitale d'Europa, vi sia ubicato il Parlamento e la sede della Commissione. 
Premesso che, secondo me, tale cessione territoriale sarebbe vantaggiosa per l'Italia anche a titolo gratuito, lo Stato, in cambio, potrebbe ottenere - con ragione - l'abbuono di una cospicua fetta del debito pubblico, oppure la concessione dello sforamento del deficit per un determinato numero di anni.

E se l'Unione europea non fosse interessata?

Si trovi un altro Stato disposto a "comprare". Magari uno degli stessi stati europei. La Germania, per esempio, potrebbe essere una soluzione: in fondo, in pochi anni, i tedeschi sono riusciti a inglobare la Germania Est, figuriamoci se in pochi mesi...
L'Inghilterra? Già sono stronzi a Gibilterra, lasciamo perdere.
Gli Stati Uniti? Difficile accolgano la proposta: hanno già un cospicuo numero di basi americane a gratis nel nostro paese.
E perché no Israele, che di tanti territori occupati ha bisogno... Lampedusa è sufficientemente kasher?

Ultimi ripieghi: Arabia, Emirati, Qatar? O anche: se la vendessimo alla Cina? 

Sarebbe uno scandalo? Ma perché? Che cosa fece la Repubblica di Genova con la Corsica? Non ditemi: "Facile, tu abiti a più di mille km in linea d'aria, non puoi capire". E cosa c'è da capire? Io penso, invece, che se fossi lampedusano mi sentirei più rassicurato se Europa si assumesse per intero la responsabilità dell'isola e delle acque territoriali.

Mmmh... vedo troppi storcere il naso: sarà meglio che smetta di spazzare, ché questo è un tipo di polvere che sotto il tappeto non ci sta.

venerdì 5 luglio 2019

Macché satira

L'immagine può contenere: testo


Makkox - non mi piace il tratto; ma soprattutto: non mi fa ridere. Sembra satira un gradino sotto al livello del Bagaglino (con tutto il rispetto per Oreste Lionello, Pippo Franco e Martufello). E fin qui è un problema mio, me lo gestisco io, e non pretendo che mi si aiuti a risolverlo.
Però, certe volte, oltre a non farmi ridere, certe vignette hanno il difetto di farmi parteggiare (per un attimo, sia chiaro, per un attimo) per il personaggio sbeffeggiato; perché, nel caso specifico: se è vero, com'è vero, che Salvini si è adombrato per la sentenza che ha liberato la capitana Rakete, non credo affatto ch'egli si sia rattristato a vedere Sassoli incaricato presidente del parlamento europeo. Anche perché tale conquista democratica e progressista non lo tange minimamente: Salvini, infatti, sebbene fosse capolista alle scorse elezioni, difficilmente lo si vedrà occupare i banchi del parlamento europeo presieduto dal piddino. E poi, suvvia, nonostante sia alla sua terza legislatura europea (tre volte tre candidato dal pd), Sassoli sta alla politica tanto quando Gigi Marzullo sta alla cultura. Brava persona, per carità, ma era meglio se tornava a fare il giornalista per Euronews.

mercoledì 3 luglio 2019

La faccio semplice

[*]
Nell'attesa che siano smaltiti dalle strade della città, per non aumentare il numero e l'ampiezza dei cumuli di rifiuti, quali indicazioni dare ai cittadini romani per buttare al meglio la spazzatura?

Io un'idea a bomba (o bomba o non bomba) ce l'avrei.

[*]

Certo non tutti gli immobili saranno al pianterreno, ma qualcheduno avrà pure l'ascensore, no?

__________
Mi è venuta in mente questa canzone:

Ma non ho visto mai nessuno buttare lì qualcosa e andare via.

martedì 2 luglio 2019

Più bella e più superba che pria


«La concorrenza fiscale genera esternalità negative che costano a livello globale 500 miliardi di dollari l'anno, con un danno stimato per l'Italia tra i 5 e gli 8 miliardi di dollari l'anno. Una concorrenza fiscale di cui, di fatti, beneficiano le più astute multinazionali pone le imprese italiane, soprattutto quelle piccole e medie, ma anche le grandi società la cui proprietà mantiene comportamenti fiscali lodevolmente etici nei confronti dei nostro Paese, in una situazione di grave disagio competitivo. [Per cui] è indispensabile, dunque, ritrovare un approccio strategico comune a livello europeo per porre fine alle distorsioni del mercato attualmente esistenti, assicurando che l'imposta sia versata nel luogo in cui gli utili ed il valore sono generati»

Oltre al dumping fiscale, secondo Rustichelli occorre correggere

«anche le pratiche di dumping sociale e contributivo che, favorite dalle delocalizzazioni, si sostanziano nello sfruttamento delle minori tutele previste per i lavoratori nei paesi dell'Est. [Pratiche che] appaiono ancora più inaccettabili quando incoraggiate attraverso l'utilizzo di risorse pubbliche che, anziché essere rivolte a promuovere lo sviluppo dei territori, vengono strumentalmente impiegate in danno di altri Paesi; ovvero quando la decisione di un'impresa di trasferire altrove la produzione venga assunta dopo aver ricevuto aiuti pubblici per effettuare investimenti produttivi».

- Sicuramente, la Relazione Rustichelli sarà il primo dei dossier che saranno posti all'ordine del giorno dall'appena insediato Europarlamento e della prossima Commissione europea. Sono certo che i leader europei saranno capaci di trovare un accordo che impedisca il dumping fiscale e, quindi, la malsana competizione tra Stati membri. Sono convinto che, in un breve lasso di tempo, queste storture saranno raddrizzate e che il Riformismo (con la erre maiuscola) riuscirà a riformare il sistema e saranno ritrovate coesione e comunità d'intenti che daranno nuovo slancio all'Unione europea che ritornerà più bella e più superba che pria.

- Bravo.

- Grazie.

domenica 30 giugno 2019

Il situazionista


«Sono contento tu sia riuscito a risolvere quella situazione», disse Freddo a Berto, «sono contento perché almeno, a partire da adesso, potrai pensare a qualcos'altro. Anche se...»
«Anche se?», lo interruppe, Berto.
«Anche se per risolvere quella situazione sei stato costretto a pagare un prezzo molto alto».
«Quale prezzo? Io non ho sganciato un euro».
«Era una metafora».
«Faccio fatica a capire le metafore».
«Io, invece, faccio fatica a non parlare per metafore».
«E che sei? Gesù Cristo?».
«Le sue erano parabole».
«E vabbè: comunque, era un parlare sdrucciolo pure il suo».
«Lascia perdere. Volevo solo dirti che ero contento tu sia riuscito a risolvere quella situazione, anche se per risolverla sei stato costretto a impelagarti in un’altra situazione, a mio avviso altrettanto complicata».
«Sono un situazionista. Ma dimmi: perché prima hai detto che “sei contento” che io sia riuscito a risolvere quella situazione e, dopo, hai detto che “eri contento”? Non lo sei più contento perché non capisco le metafore?»
«No, affatto, sono ancora contento tu sia riuscito a risolvere quella situazione. Ho cambiato il tempo dell’ausiliare perché, dalla perfezione da te incompresa del presente, sono passato all’imperfezione, sempre incompresa, dell’imperfetto. In breve: mi sono spostato sull’asse temporale per darti modo di riflettere sul senso delle mie frasi».
«Ma a fare in culo non ti ci ha mai mandato nessuno?».
«Perché ti arrabbi?».
«Non sono arrabbiato: parlavo per metafore. Vedi che neanche tu sei in grado di capirle?».

venerdì 28 giugno 2019

Paviglianiti!

Pubblicizzati, non si sa quanto disinteressatamente, sulle colonnine di destra dei più importanti quotidiani online, gli youtuber da dieci, quindici, venti milioni di follower rilasciano dichiarazioni alla redazione che li interpella sullo svolgimento della loro attività videoamatoriale, di vario genere: dalla giovane donna che insegna come si fa a truccarsi, allo spinacione che fa il giro del mondo in bicicletta elettrica; dall'esperto bricoleur, al sapiente cuciniere di stoccafissi.
Le copiose visualizzazioni, che ogni loro video riporta, attestano quanto appunto siano seguiti e, indirettamente, quanti giga di connessione siano spesi per guardare le imprese di questi dilettanti non più sconosciuti. Bravi. Uno su dieci, quindici, venti milioni ce la fa a emergere e a sussistere, a quanto pare egregiamente, senza "lavorare".

Io - che apprendo della loro esistenza perché ogni tanto mi casca l'occhio (oddio... lo raccatto, dopo) sulle suddette colonnine - mi chiedo - marginalmente, molto marginalmente - perché le redazioni dei giornali, che lamentano, oltre all'irreversibile calo delle vendite in edicola, il monopolio imperante dei giganti dei social-media, perché prestano un giorno sì e l'altro pure tanta attenzione non tanto a internet come fenomeno in generale, quanto alle scorie che esso produce? Perché, insomma, queste cazzate fanno notizia? Perché, per contro, non hanno spazio le storie minime di anonimi signori che nel dopolavoro, dopo la spesa ai supermercati, la cena in canotteria, si svaccano sui divani e si addormentano a guardare inutili serie televisive? Che cosa hanno questi di meno esistenziale dei fighetti (e delle fighette) di youtube? 


«Dica».

giovedì 27 giugno 2019

Il sogno di Pierantonio

C'è stato un momento nella vita di Pierantonio in cui ha pensato, poi ha smesso, è passato al momento successivo, in cui da pensare c'era poco, c'era da spegnere la sveglia, alzarsi, preparare il caffè, andare in cerca di lavoro, come se fosse qualcosa da cercare, anche se lui tendeva a evitarlo perché pensava al lavoro come a un qualcosa che ti piomba addosso, come una condanna. Meno male, dunque, dicevano tutti no, non la prendesse sul personale, ma non avevano bisogno di personale, erano al completo, quando andava bene, erano in soprannumero, quando andava male, lo vede laggiù in fondo quell'esercito di riserva? Si accodi o marchi visita. A Pierantonio non andava giù, sicché si mise a fare l'arrampicatore sociale. Pubblicò un annuncio di matrimonio, A.A.A. cercasi miliardaria e, fu il caso o fu l'intestino, una miliardaria rispose, lo contattò, gli diede un appuntamento al buio, in una chiesa, e lui si presentò, vestito da lavoro, anche se non era il caso: era l'intestino. Infatti, appena varcò la soglia della speranza (Jean-Paul II), da un impianto stereo che friggeva partì L'abbigliamento del fuochista, e Pierantonio, con un po' di pena dentro al cuore, si avvicinò all'altare. Dal pulpito prese a parlare non un prete, bensì un navigatore, fresco vincitore di concorso, che si rivolse al futuro sposo decantando, con lodi sperticate, il mercato del lavoro, luogo della vendita e della compera di una merce particolare, sì, facilmente reperibile e interscambiabile là dove c'è la domanda e c'è l'offerta, ma se queste non ci sono o decadono, la merce, seppur particolare, perde di valore, diventa merce superflua, da buttare, la pietra scartata dai costruttori ma quando cazzo mai diventerà testata d'angolo?
Un leggero turbamento assalì Pierantonio, ma durò giusto un attimo: l'organo attaccò la musica consueta e la sposa fece il suo ingresso su una portantina, firmata da Donatella Versace, portata a spalla da quattro marcantoni vestiti come gladiatori. Quando lei discese e gli sorrise, lui ebbe una stretta allo stomaco, come se stesse per firmare un contratto con la Manpower...

[...]

Pierantonio si risvegliò di soprassalto, mentre la moka borbottava già da un po'. 

sabato 22 giugno 2019

La Giostra del Capitale

Tempo fa, dopo diversi anni, rividi Piercarlo. In un primo momento non credevo fosse lui, forse per via della barba e un'ombra di quelli che furono capelli. Ma la faccia a trapezio e gli occhi da lupo erano i suoi. Sicché provai a chiamarlo e lui, invece, mi riconobbe subito, anche coi baffi e il berretto sportivo Portaluri.

Come va, come non va. La vita che passa. Corsi e ricorsi, insomma: i convenevoli, i consueti scambi di battute tra vecchi amici che, tuttavia, avevano tempo per non limitarsi a quelli; infatti, decidemmo di andare a prendere un caffè, tra l'altro in un bel posto, un bar con una splendida veranda affacciata sul corso cittadino. Questo, naturalmente, dette modo di interrompere il flusso delle proprie personali vicissitudini, per inoltrarci - come accadeva di frequente quando eravamo studenti universitari - in discorsi filosofici sui massimi sistemi, e addentrarci financo in quelli di carattere prettamente esistenziale.

«Sai, ci sono vari modi per aggirare il problema della felicità», concionò Piercarlo. «Il primo, il più efficace, è non cercarla, evitando - per quanto possibile - d'imbattersi nell'infelicità. Dato che - converrai - la felicità non esiste, ma l'infelicità esiste eccome, sarà possibile essere felici soltanto nella misura in cui saremo in grado di evitare di essere infelici. Certo, molti non saranno d'accordo con la presente affermazione. Molti - e cioè tutti coloro che, diversamente dalla mia opinione, credono che la felicità esista veramente».
«Beati loro», interloquii.
 «Beati?», proseguì, «Credi davvero che chi afferma con sicurezza di essere felice per il fatto stesso di essere vivo, che considera cioè la vita stessa fonte di felicità a prescindere, possa ritenersi beato?».
«Rettifico: contenti loro. E tu, Piercarlo, non sei contento di essere vivo?».
«Ecco, lo vedi anche tu che essere vivi non è una condizione sufficiente per ritenersi felice, così come non lo è credere che saremo felici una volta morti. Se, per certe questioni, si possono imbrogliare gli altri, è difficile, se non impossibile, ingannare se stessi».
«Dunque ritieni che non esista alcun criterio oggettivo per dichiararsi effettivamente felici?»
«Rentier a parte, credo di no».
«Ah, la condizione sociale...»
«Già. E per continuare con il Marx dei Manoscritti, finché “la vita stessa appare soltanto come mezzo di vita”, ed è il tratto comune nella società capitalista, tra l'essere vivi e l'essere felici non vi sarà mai piena corrispondenza».
«Ne ha di strada da fare, dunque, la nostra specie per dare a ciascuna singola vita, e concretamente, il famigerato diritto sancito dalla costituzione americana».
«Più che di strada da fare, parlerei di direzione da prendere, giacché le condizioni tecniche ci sarebbero tutte se fossero svincolate dal...»

La conversazione fu interrotta, bruscamente, dall'arrivo di un corteo composto da decine di figuranti con costumi medievali che marciavano, alcuni facendo squillare a pieni polmoni le loro chiarine, altri sventolando delle bandiere multicolore. La Giostra del Saracino aveva il suo inizio.

«Pensa - proseguì Piercarlo - pensa se al posto dei Quartieri ci fossero gli Stati e se al posto del Buratto ci fosse il Capitale. Pensa...».


La proprietà privata dei mezzi di produzione

via

Intanto pignorarne un paio (di miliardi di euro) alla famiglia Riva no, vero?

martedì 18 giugno 2019

Appunti del giorno

1. C'è mai stato un governante italiano che sia andato in America (U.S.A.) senza leccare il culo ai governanti americani? Pure quest'ultimo, lo smargiasso, se la cospargerà di amuchina la barba pubica dopo il servizio a Pompeo?

2. Stamani ho un torcicollo che, quasi quasi, andrei a Versailles.

3. Ritrovato un lupo vecchio di 40 mila anni. E tuttavia, nel video, quello che più stupisce è la strumentazione analogica con la quale lo scienziato siberiano prende le misure del reperto: in un ambiente che tutto pare fuorché a temperatura controllata (ma forse in Siberia è sottozero di suo anche nei laboratori), dopo aver estratto la testa dal congelatore, impacchettata alla bell'e meglio che neanche un pezzo d'arista dal macellaio, lo scienziato, munito di metro da sarto, annota le misure del lupo preistorico con una penna biro su un taccuino a quadretti. Non mi stupirei che, nei minuti che seguono e che non sono stati documentati dal video, egli abbia preso sale, pepe, aglio, erbe aromatiche per marinare la carne per poi farla in porchetta. Mi raccomando il limone in bocca, tra i denti.

4. Da un punto di vista politico, riguardo a Zingaretti, mi concentrerei sulla seconda parte del cognome, beninteso sostantivandola e non aggettivandola.

5. Metafora ristretta su Google (sui motori di ricerca in generale, cioè su Google, il generale): lo si usa come una Ferrari in folle dentro un garage.

domenica 16 giugno 2019

La saggezza di Mario

Residenza sanitaria assistita, mattino di domenica: la maggior parte dei degenti guarda la messa in tv; altri sono appartati nel salone della mensa. Tra questi un signore, ultranovantenne, che se ne sta a capo chino tra le braccia sul tavolo. Mi avvicino, gli batto due dita leggere sulla spalla. Alza la testa.

- Ciao Mario, come va?
- Male.
- Male? Perché male?
- Perché ho bruciore dappertutto [con gli indici percorre tutte le zone del corpo, dall'inguine alla testa, dove dice di avere bruciore].
- Fatti dare qualche pasticchina dal dottore.
- Sìeh, pasticchina: meglio giù sottoterra.
- Allora fatti dare quella pasticchina apposta per il sottoterra.
- Eh, gliela chiedo spesso al dottore; ma sai cosa mi risponde? Che sono malato qui [e si batte la fronte, con un indice solo].
- Mi sa che sei più sano di lui.
- Sano io? Se fossi stato sano, sarei infilato sottoterra già da un po'.

venerdì 14 giugno 2019

Cosa resta di Scandicci?

Circa cinquantamila persone; le pietre di un selciato da risistemare; mezza foglia accartocciata dello scorso autunno; un ufficio postale che vende cessioni del quinto; un quarto assessore della città metropolitana di Firenze; una puttana scalza che girovaga in cerca di un cliente; gente indaffarata che sa bene quello che deve fare, ma non sa il perché; una tessera stracciata di un partito che non c'è; gli echi lontani della lotta trasformata in running lungo l'argine del Vingone; il mercato settimanale degli stracci del Bengala; una cornacchia dal becco che s'infila nelle pieghe dell'asfalto; un ciliegio immaturo; un premio letterario organizzato dalla biblioteca comunale, tema di quest'anno: il futuro del lavoro, lavoro del futuro; primo premio: il prestito a tempo indeterminato dei Grundisse; un egiziano che passa le ore a un semaforo mostrando un cartoncino con scritto ho fame e che però se gli offri qualcosa da mangiare, lui, con accento da via Tuscolana, risponde: «Preferisco du' spicci».

lunedì 10 giugno 2019

Ma pazienza

Lei era bella. Io no, ma pazienza. Tuttavia, non è bello ciò che è bello. Così mi recai da lei con un discorso incentrato sul concetto di bellezza intesa come riflesso soggettivo negli occhi di chi guarda, non nella sostanza oggettiva, corporale («un davanti, un didietro» Gadda) di chi è guardato. E infatti, durante il colloquio, lei si dimostrò tranquilla perché mi sforzai (mi smorzai) - sovrumanamente - di guardarla negli occhi e solo negli occhi. Si stupì. Poi, a un certo punto, si grattò un sopracciglio e mi domandò di che colore fossero i suoi occhi. Esitai. Lei sospettò che fossi strabico. Risposi: «Pistacchio». Lei sorrise e m'invitò a sgusciarli. Ristetti e mi attenni a delle doverose precauzioni igieniche, dato che avvertivo di avere, sartrianamente, le mani sporche. «Il bagno è da quella parte, il fazioso». Mi spingeva a prendere partito. E allora lo presi, inutilmente: lei era già partita per il Messico («la faccia triste dell'America» P. Conte) e non seppi a chi cantarle. Restava la luna, algida come sempre, dal cuore di panna (ficcatelo in, dalla parte delle noccioline). A quel punto non seppi che fare. Restai con le mani (non più sporche) in mano. E piansi, anche piuttosto a lungo, diciamo cinque minuti. Raccolsi le lacrime in un flacone e gliele offersi come ricordo di un sentimento che non era stato possibile condividere. Mi ringraziò e mi chiese le indicazioni e la posologia. Ci salutammo con molti propositi, cioè ci dicemmo addio senza dircelo, come fanno le persone perbene che sanno come stanno le cose. E noi sapevamo come stanno le cose, ma non dove stanno le cose,  di solito nell'armadio, o nella credenza, luoghi dell'inattendibile.

sabato 8 giugno 2019

Ostia Light


Non sarà mica il fritto? O il bollito? O l'arrostito a fuoco lento? O - non sia mai! - il corpo e il sangue di Cristo?

Ora, alla luce di quanto afferma il Ministero della Salute (etciu) - «l'obesità è causata nella maggior parte dei casi da stili di vita scorretti; è quindi una condizione ampiamente prevenibile», non sarebbe bene che la Chiesa Cattolica introducesse nella Santa Comunione, oltre alla versione gluten free, un tipo di ostia (e talvolta di vinsanto, anche se il sangue lo beve quasi esclusivamente la classe sacerdotale) a bassissimo contenuto calorico?


I mini-stronzi

«I mini-bot o sono valuta, e quindi sono illegali, oppure sono debito, e dunque lo stock del debito sale». Mario Draghi

I mini-stronzi verdani propongono cose che voi umani. Anche i mini-stronzi grillani (cazzariani) non escludono cose che voi umani.
Ma comunque non si scrive. Si scrive ma o comunque. 
Epperò l'economia necessita di una scossa. Io proverei col 380.
Epperò l'economia ha bisogno di stimoli. Io proverei con le prugne secche.
Epperò l'economia... chi ha studiato economia? ragioneria? segretariato d'azienda?

Io la butto là, da profano ve lo profano, anzi: ve lo propongo e pongo: nella normale «anarchia capitalistica» dove ognuno, anche se formalmente unito (Ué Ué) fa quel che cazzo gli pare, dato che dall'illusione offerta dalla globalizzazione siamo tornati al tristo realismo sovranista, o governanti nazionali del menga (e ogni nazione produce quelli che si merita), perché non giocate, per una volta, tanto per ridere, tanto per illudere i milioni di elettori che vi votano credendo che voi possiate risolvere (e non operare da curatori fallimentari), perché - dicevo - non provate per una volta una a offrire denaro direttamente alle imprese ma soprattutto alle persone senza tanti orpelli burocratici, che ne so, un ventimila euro a cranio, per ognuno dei 60 milioni di cittadini dei quali avete a cuore la sorte, giacché li considerate come figli (di puttana)?

P.S.

Ma nessuno si ricorda questa canzone?


Ah, vabbè, non serve ricordare, non serve.

giovedì 6 giugno 2019

Passaggi di stato

Niente più fusione, quindi. Importa sega. Invece a molti compatrioti importa. Vedi Calenda, che reclama al governo di battere un colpo. Il governo? Quale governo?
«A caldo, mentre Fca ritira la proposta per un progetto industriale, vale quindi la pena fare una riflessione sul tema delle mutate condizioni politiche. Che in Francia, nonostante la modernizzazione di Macron, sono sempre quelle dai tempi di Colbert. E che in Italia – al di là delle uscite di neopolitica industriale del governo attuale che fanno quasi tenerezza – sono rimaste le stesse da dieci anni, da quando Fca per ragioni di convenienza fiscale e di vantaggio degli azionisti di controllo su operazioni straordinarie non è più – nemmeno allo zero per cento - italiana. Mentre, invece, Renault è al cento per cento francese.»
Forse Calenda intende rivolgersi al governo olandese. Se così fosse, sarebbe apprezzabile perché ciò indicherebbe che egli ha veramente indossato i panni da eurodeputato che, come tale, mette becco negli affari di tutti gli stati membri, senza pensare soltanto al suo (membro, non stato).


mercoledì 5 giugno 2019

La vita a episodi

C'è un momento nella vita, ma anche due o più, una successione di momenti in cui, a poco a poco, mentire diventa un modo per sopravvivere. Prendiamo per esempio La verità vi prego sull'amore: se l'amore, per sorgere, pretende verità, viceversa, per sopravvivere e non tramontare, necessita finzione. Infatti, è sufficiente leggere le strofe della ballata di Auden per rendersene pienamente conto.

Tuttavia, nel tempo della vita che scorre, per evitare di raccontare menzogne in continuazione, il modo migliore è evitare di essere diretti, glissare, cambiare discorso, fare finta di aver bisogno del bagno, fingere una telefonata, distrarre l'interlocutore col fischiettio di una canzone popolare.

Questa, secondo me, è la tattica migliore per non essere qualificato come un politico qualunque che è riuscito a farsi eleggere e, ad ogni occasione televisiva o radiofonica o "socialmediatica", pretende affermare il verbo, magari credendoci, da uomo di Bonafè (l'avete eletta voi in Europa, ricordatevi).

Ma dicevo la vita. Volevo raccontare un episodio. Uno, non una serie ammorbante di quelle in onda su netfava o altri portali del vuoto a perdere. Il titolo fa il verso al titolo di due serie tv italiane, famose nel mondo, Gomorra e Suburra. La mia s'intitola Sborra. La sigla di apertura è un prestito dagli Eli, Figli della gleba per via degli ettolitri. La storia racconta di un quattordicenne a bordo di uno scooter Piaggio, un Sì non truccato, che insegue una coetanea bionda a bordo di un Malaguti truccato. L'inseguimento dura cento metri. Lui si ferma al bordo della carreggiata e, in preda alla disperazione adolescenziale causata dal rifiuto amoroso, gli occorre un insolito fenomeno di polluzione diurna - e cola sui tarassachi in fiore. Fine.

Se proprio desiderate un altro episodio, applaudite con una mano sola.

domenica 2 giugno 2019

Immagina, puoi


Caro 2 giugno,

foss'anche solo per questo, non è andata malaccio.

Certo, si potrebbe fare meglio, molto meglio. Ad esempio: le parate siano lasciate ai portieri. Per il resto: comparse che si susseguono a comparse. Accompagnate da donne coi tacchi e uomini becchi e beccamorti. Facce che ci vuole stomaco, ma gli italiani repubblicani sono fatti così: hanno stomaco da cannibali; sintetizzano proteine che è un piacere, soprattutto quelle della dimenticanza, del voto perché tanto ci pensa lui che vocia [urla], il ghe pensi mi di turno, gli sia dato incarico, purché il livello di intelligenza sia abbassato e, al contempo, alzato quello di tracotanza.
Comunque, o italiani repubblicani, sappiate: alla fine gli stronzi si cacano tutti.


P.S.

Di seguito, una lettura tratta da un libro di Luigi Veronelli, Breviario libertino, Edizioni di Monte Vertine, 1984 (trovato ieri fortunatamente in una bancarella, esemplare n. 1212 di 2050 copie):


venerdì 31 maggio 2019

Sciogliere il silenzio

«È vero, credetemi è accaduto»: ho scritto poesie e per questo, raggiunto un certo gruzzolo, ho pensato di raccoglierle e di credere che tale raccolta potesse possedere la dignità di un libro. E mi sono, nel privato specchio dello schermo del pc, pavoneggiato. Ho un libro! Ho un libro! E l'ho scritto io! Io? Un libro? Ma che cazzo dico?

Infatti.

La bontà di alcune amiche e alcuni amici (pochissimi, non specialisti e, soprattutto, non poeti laureati) che hanno avuto la sventura di vedersi recapitare il file di siffatta raccolta, non ha fatto altro che avvalorare, non il mio entusiasmo, bensì la mia già anticipata disillusione.

Per carità, qualcosina di buono e dignitoso ci può anche essere tra quello che sono andato (e vado) componendo, ma - nel caso - ciò è bastante a darmi la soddisfazione debita di aver raggiunto, in quel momento stesso, l'apice del mio artigianato - e un mezzo sorriso interno di compiacimento è sufficiente riconoscimento.

Oh, non posso nascondere il fatto che una contenutissima selezione dei miei versi abbia avuto la faccia tosta di recarsi, via aere telematico, nella casella di posta di un paio di redazioni di riviste poetiche online. Me ne vergogno ma, a mio discarico, confesso solo che ho peccato due o tre volte, limitandomi soltanto all'atto impuro (non ho ottenuto, cioè, alcun riscontro; senza raccomandazioni - ho appurato - porte e finestre restano chiuse e non fanno entrare alcuno soggetto estraneo alla cerchia poetica).

Insomma, per farla breve: ho scritto poesie, ma non ho un libro di poesie. Sono un grafomane, ma ho contenuto tale patologia nei confini del blog.

E dunque, se non me ne cruccio, perché questo pippone?

Perché ultimamente, da quando il mondo dei blogger si è quasi del tutto trasferito, armi e bagagli, su Twitter e Facebook (e, in tali socialmedia, non riesco a seguire i contenuti) per non far patire al mio feed la mancanza di aggiornamenti, ho indicizzato l'indirizzo di alcuni siti e/o portali di poesia contemporanea e non, edita ed inedita, di autori famosi e perfettamente sconosciuti.

Tra questi luoghi, ve n'è uno che ha un disclaimer assai particolare (non linko per non diffondere il tedio):


«Gentili Autrici e Autori,

ringraziando per l’attenzione e per quanto sottopostoci fin qui, abbiamo deciso di non dare corso, a partire dal 1 luglio 2018, a nuove proposte di pubblicazione/recensione di testi editi o inediti, quando tali proposte ci pervengano spontaneamente (cioè non sollecitate da uno o più redattori).
Valuteremo invece quanto pervenutoci prima di tale data, col consueto termine indicativo di 90 gg. dall’invio, trascorso il quale senza un giudizio espresso, la proposta di pubblicazione dovrà intendersi declinata.
Grazie per la Vs. comprensione,
la Redazione.»


Vedete un po' se non mi sono deciso tardi a essere spontaneo. Dunque, se volessi tentare la sorte, dovrei passare il vaglio di uno o più redattori (simpatia? corteggiamento? bustarella?) e quindi sperare di essere segnalato. E, successivamente, sperare che entro novanta giorni mi diano una risposta, altrimenti...

Altrimenti, limitarsi a leggere e basta, per avere una sorta di polso generale della realtà poetica circostante.

Oggi, occasione buona. Alcune poesie inedite di un Autore mai sentito nominare prima, nonostante la molteplicità di pubblicazioni da poeta, da scrittore, da saggista e da drammaturgo. E giù, in nota biografica, una sfilza di titoli, ne ho contati nove o dieci, tutti editi da case editrici diversamente conosciute. L'ultimo, edito nel 2018. Nonostante questa caterva di pagine stampate, l'epilogo della biografia, in calce ai componimenti pubblicati, recita che l'Autore
«Da poco ha deciso di sciogliere di nuovo il silenzio, con una serie di poesie uscita sul n. ["] della rivista ["""]»
Da poco egli ha deciso di sciogliere il silenzio. Immagino che nodo fosse, stretto assai come quello delle scarpe da ginnastica dei bambini.

E vabbè: anch'io oggi - cioè ieri notte, ma mi è preso un colpo di sonno che mi ha impedito di digitare pubblica - ho sciolto il silenzio. E ho tirato lo sciacquone.

martedì 28 maggio 2019

Dopo la tombola

Concluse le elezioni europee, si contano non soltanto i voti per ogni partito, ma anche le preferenze per ogni candidato. L’Italia elegge 76 membri al Parlamento europeo. Il governo italiano notificherà al Parlamento 73 eletti più le tre riserve che subentreranno se e quando ci sarà Brexit. Lega si conferma primo partito con 29 eurodeputati, il Pd 17, il M5S 14, Forza Italia 7 e infine Fratelli d’Italia con 6. [via]

Tutto questo puzzo per 73 (più forse tre) che, va' a ripìgliali, non dico tra cinque anni, no, tra cinque settimane come si saranno ben posizionati alti ai piani del privilegio. Loro, altroché quelle creature del grande fratello, dovrebbero essere ripresi 24 ore su 24, su in Europa, per vedere quanto è stato bello eleggerli, una goduria.

E per quanto sia tedioso sentire tutte le volte le solite ritrite critiche democratiche sull'importanza del voto - e sui nostri padri, nonni, prozii che hanno lottato per questo!, sull'orgoglio di esprimere il proprio potere sovrano almeno una volta ogni x!, - io da un po' di tempo mi compiaccio di non aver votato e quindi - in un certo senso minimo - posso rivendicare di non aver contribuito, neanche con un pelo pubico, a eleggere i suddetti fortunati novelli eurodeputati - piccolo, banale, insignificante moto di orgoglio, paragonabile a tenere la tv spenta e di non sapere, se non per l'inevitabile inquinamento massmediatico, che ancora va in onda il Grande Citrullo.


lunedì 27 maggio 2019

Vomitare verde

Mi avvalgo, disse un alluce, e fu.

Su un crinale montano dalle pendici ricoperte di faggi ed abeti piovigginava, e la nebbia che filtrava dava al verde delle foglie un colore politico.

D'improvviso, tra i fusti e i rami, a un pellegrino che ivi camminava, apparve la faccia di Salvini.

Il pellegrino vomitò verde, non tanto per lo spavento, quanto perché gli era rimasto sullo stomaco il panino al tonno comprato alla foresteria dei frati. 

Il tonno era pinna gialla.

Il pellegrino riprese il cammino. Dopo mezzo chilometro, una lepre apparve improvvisa sul ciglio della strada e, prima di prendere la fuga, per un secondo o due, lo guardò fisso negli occhi.

«Lepre maggiolina non mi freghi», le urlò dietro.

Da dietro un abete secolare sbucò una fata, anzi due che gli dissero: «Fa' te».

E lui, infatti, fece alcune cose. La prima e la seconda, poi basta. La terza si riposò e poi la quarta pensò. Non all'Italia, non voleva inquinare cervello e polmoni. Non all'Europa, non voleva sfinirsi i coglioni. Non al mondo fatto e finito. No. Lui pensò al bosone di Higgs, giusto qualche nanosecondo.

Quando il sole della cultura (della politica, della società) è basso, anche i nani (primi e secondi) hanno l'aspetto dei giganti [Kraus].

Infine, si sedette su un sasso ricoperto di morbido muschio e prese a infilare perline di futuri rosari.

Ne voleva regalare uno al vincitore di turno, dopo averlo inzuppato nel piscio di vacca.

«Godi popolo,» - disse - «ché io godo a modo mio».




Per salvare le pensioni



Chissà se nell'idea che il diciottenne grigionese ha proposto per il concorso Cambia la Svizzera! è suggerito di indurre al consumo di cannabis quella parte di popolazione che in pensione c'è già.

La fusione dei motori

«Il governo francese si dice "favorevole" alla fusione, mentre per la maggioranza di governo italiana parla il presidente della Commissione Bilancio, Claudio Borghi, secondo il quale è un'anomalia da tenere d'occhio il fatto che lo Stato francese abbia una partecipazione del 15% in Renault.»

Se saran fusioni, fonderanno, purché non siano i motori ad andare fusi.

Per il resto, per le dinamiche interne al sistema, non mi sembra una cattiva idea il dar vita a un gruppone di tal fatta, anche perché oramai la Fiat, a parte la Cinquecento, ha lasciato perdere il settore utilitarie, e riguardo all'elettrico non ha in listino ancora alcun modello.

Riguardo alle eventuali "anomalie", quella evidenziata dal Borghi mi pare sarebbe ampiamente compensata dalla prevista struttura dell'azionariato post fusione che:

«secondo gli analisti di Intermonte, dovrebbe vedere la Exor della famiglia Agnelli al primo posto con il 13% del capitale, davanti alla Francia e a Nissan, che avrebbero il 7% ciascuna. A seguire i fondi Tiger al 3%, Harris, Blackrock e Vanguard con il 2%, quota che avrà la stessa Renault, mentre Daimler avrà l’1%. Il restante 53% resterebbe in mano al mercato.»

Casomai, anomalo è il fatto che entrambe le parti sarebbero concordi nell'ubicare la sede del nuovo gruppo in Olanda. Chissà che cosa avrà mai di particolare l'Olanda... Forse la presenza dei Coffee Shop?

sabato 25 maggio 2019

Épater le bourgeois

«Ora dobbiamo riuscire a recuperare il Tfr, la tredicesima e la quattordicesima, lo stipendio di maggio e degli ultimi dieci giorni di aprile, mese in cui era stato attivato il concordato preventivo e quindi debiti e crediti erano stati bloccati. Riteniamo – conclude Turcotto – che chi abbia avallato la vendita dei punti vendita alla Shernon Holding abbia compiuto una leggerezza e fatto una scelta tutt’altro che lungimirante. Dichiarando fallimento dopo soli sette mesi, l’azienda ha dimostrato di non avere le capacità né le possibilità per poter andare avanti su ‘gambe’ solide, che evidentemente non c’erano nemmeno al momento dell’acquisizione. Ciò è confermato anche dalla totale assenza di interventi di rilancio dei negozi o di campagne pubblicitarie. L’azienda ha rilevato i negozi ricorrendo ai debiti e poi non ha pagato quanto dovuto ai dipendenti: come al solito, a compensare le mancanze ci dovrà pensare lo stato, con il fondo di garanzia dell’Inps».

In un contesto come questo, se a qualche lavoratore della Mercatone Uno venisse in mente l'idea dell'esproprio proletario, manderebbero subito - e in forze celeri - la polizia.
Certo, non è che con un armadio, un divano o un comodino ci si sfami abbastanza... epperò i dipendenti potrebbero vendere tutto a metà prezzo, incassare i ricavi e recuperare parte del dovuto senza aspettare gli eventuali, e di molto scarnificati, quattrini che saranno (forse e chissà quando) ottenuti dai tribunali con le aste giudiziarie.

Ma tanto, come al solito, si farà prima a battere all'asta qualche titolo di Stato.


mercoledì 22 maggio 2019

La Cina non è piccina

Poco più di un mese fa, ho comprato un nuovo smartfono, uno Huawei. Come gli altri precedenti apparecchi di altre marche, ho inserito la sim, l'ho acceso, sta funzionando.
Ieri mattina ho sentito che Google, in seguito all'ostilità dell'amministrazione Usa contro Huawei, ha sospeso la licenza per gli aggiornamenti di Android, software di sistema grazie al quale il telefono gira.
Stamattina ho sentito che il governo americano ha sospeso per tre mesi la messa al bando dell'azienza cinese.
Stasera, oltre agli aggiornamenti delle varie app che partono in automatico quando l'apparecchio è in ricarica, mi è stato notificato che era disponibile un nuovo aggiornamento del sistema Android.
E, seppur di notte, si è aggiornato.

Non so con quanta pertinenza, ma ho pensato prima all'Olivetti e poi alla Fiat e al fatto che la Cina no, non è piccina come l'Italia.

lunedì 20 maggio 2019

Un copione da variare

Vado avanti perché indietro. 
C'è molto mondo laggiù, ne vorrei meno.


Bisognerebbe che gli scontri dei manifestanti con la polizia si trasformassero in happening; ad esempio: dato che i poliziotti sono preparati a difendersi e a contrattaccare, e per questo sono muniti di attrezzature per l'offesa e la difesa, è inutile quindi incaponirsi e prendere manganellate a ufo e respirare fumo di lacrimogeni, molto meglio effettuare una disposizione scenica alogica, in cui si canta, si scherza, si dialoga, si monologa con o senza teschi in mano, si recita a soggetto, si scorreggia, ci si struscia, si bivacca, si fona Dante con la supervisione di Gianfranco Contini.

Ahi serva Italia di dolore ostello
nave sanza nocchier in gran tempesta
piena di figli di puttana da bordello [variante in onore di Forza Nova]

E se proprio l'happening prendesse una brutta messa in piega, per vie traverse sparpagliarsi, perdere la forma di raduno, individualizzarsi, tornare cadauno, far sì che la carica celerina non si scarichi e resti tutta dentro le armature e le sacche testicolari degli agenti antisommossa i quali, a giusto titolo, potranno ritornare la sera a casa con le palle piene.

Le polluzioni dei poliziotti.

Argomento a piacere.


Oh, facinorosi a ufo, sappiate: in democrazia, non c'è cosa più preziosa che la noia delle forze dell'ordine.

Misteri sovranisti

« In Italia, al tempo del fascismo, ci si divertiva a immaginare l'Europa fragile, decadente, corrotta, disfatta. È contro questa immagine dell'Europa che il fascismo reagì. Non che esso suggerisse un'altra Europa, giovane e forte. Secessionista, esso era per l'anti-Europa. Una rivista scelse persino di intitolarsi: Antieuropa. La dirigeva un personaggio del regime, Asvero Gravelli, che poteva vantare un'impressionante somiglianza con Mussolini. E non era la sola a fare professione di sentimenti anti-europei. Altre riviste, culturalmente meno rozze, conducevano con più brio e sottigliezza una polemica anti-europea che oggi noi saremmo tentati di definire "ecologica".
La campagna, pura e luminosa, era esaltata in contrasto alla vita malsana, opprimente e crepuscolare della città. La città era il cosmopolitismo, era l'Europa. Gli "strapaesani" di "Strapaese" (Soffici, Maccari, Longanesi), e gli "stracittadini" di "Stracittà" (Bontempelli, Malaparte), furono gli uni contro gli altri in una disputa letteraria. Nei fatti la polemica anti-europea si ridusse a una polemica anti-francese. Il complesso d'inferiorità si trasformò nel suo contrario, si proclamò una superiorità che si volgeva più alla buona salute, alla forza fisica e alla crescita demografica, che all'intelligenza e alla cultura. In compenso, nel campo dell'intelligenza o della cultura, chiunque propendesse per l'Europa era, quasi automaticamente, sospettato d'antifascismo. Quando Giorgio De Chirico e Alberto Savinio rientrarono in Italia (nel 1934, credo), nei confronti dei due italiani più europei del momento, Il Selvaggio, settimanale "strapaesano", scoccò questa freccia: "La Francia ci offende non quando li prende, ma quando li rende". »

Leonardo Sciascia, Didattica della fragilità, Le Monde e Il Mattino, giugno 1979, in La palma va al Nord, Gammalibri, 1982,

Ieri, sul palco a Milano, misteri dolorosi a parte, la cosa visiva che più mi ha colpito (visiva, perché non ho udito alcun comizio) è stato il cartellone Prima l'Italia, il buon senso in Europa che ha fatto da sfondo alla presenza dei leader sovranisti europei. Ora, se andava bene per Salvini, mi chiedo come potesse andare bene per l'olandese (l'austriaco... no l'austriaco era impegnato altrove) e per la Le Pen. O quando sono apparsi i leader stranieri il cartellone si modificava in automatico con Prima l'Olanda, oppure Prima la Francia eccetera?