sabato 26 settembre 2020

Bollettino

Bollettino: s.m. È un fine strato di acquasapone e numeri che forma una sfera dalla superficie iridescente. I bollettini spesso rimangono in formazione sferica solo per pochi secondi poi, o scoppiano da sé o dopo il contatto con altri oggetti in grado di assorbire il liquido che li circonda. In genere li si usa come passatempo per i bambini ma il loro sfruttamento in esibizioni politiche e mediatiche professionali dimostra la loro capacità di affascinare anche gli adulti. I bollettini possono aiutarci inoltre a risolvere complessi problemi politici riguardanti lo spazio economico e sociale poiché rappresentano sempre la più piccola area di superficie tesa tra due punti o due confini dentro la quale si racchiude la coscienza popolare esistente.



venerdì 25 settembre 2020

Le leggi generali della memoria

«I ricordi d'amore non fanno eccezione rispetto alle leggi generali della memoria, a loro volta regolate dalle più generali leggi dell'abitudine. Poiché questa affievolisce tutto, quel che più ci ricorda una persona è proprio ciò che avevamo dimenticato (parendoci insignificante, gli abbiamo lasciato intatta la sua forza). Ecco perché la parte migliore della nostra memoria è fuori di noi, in un soffio piovoso, nell'odore di chiuso d'una stanza o nell'odore d'una prima fiammata, ovunque ritroviamo quanto di noi stessi la nostra intelligenza, incapace di servirsene, aveva disprezzato, l'estrema riserva del passato, la migliore, quella che, quando tutte le nostre lacrime sembrano disseccate, sa farci piangere ancora. Fuori di noi? Per essere più precisi, dentro di noi, ma sottratta ai nostri stessi sguardi, immersa in un oblio più o meno prolungato. Solo grazie a questo oblio possiamo, di tanto in tanto, ritrovare l'essere che siamo stati, metterci di fronte alle cose nella stessa posizione in cui era quell'essere, soffrire di nuovo, perché non siamo più noi, ma lui, e lui amava quello che oggi ci è indifferente. Alla luce piena della memoria abituale, le immagini del passato vanno a poco a poco sbiadendo, dileguano, non ne resta più nulla, non le ritroveremo più. O, meglio, non le ritroveremmo più se qualche parola [...] non fosse rimasta accuratamente custodita nell'oblio, così come si deposita alla Bibliothèque Nationale un esemplare d'un libro che, altrimenti, rischierebbe di diventare introvabile».

Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore, traduzione di Giovanni Raboni.

Nel cuore della notte - ma perché "cuore" e non "intestino"? - prendere Proust, a caso, trovare un brano siffatto, leggerlo mentre fuori imperversa (imperversa?) la bufera, è una rassicurazione contro l'inquietudine che impone d'alzarsi dal letto perché insonne. E il cuore (o l'intestino?) della notte si placa, riprende un ritmo regolare, le palpebre chiedono nuovamente di essere abbassate non prima di aver spento la luce e di essersi rannicchiati a pancia in giù.

sabato 19 settembre 2020

Storia di un'antipatia

 Sapevo fin dal primo, no: dal secondo giorno che il terzo mi sarei annoiato e che il quarto l'avrei mandata afffanculo, anche se il quinto presi un permesso e lei non poté replicare. Passarono un sabato e poi una domenica e il lunedì lei mi aspettava al tavolo delle firme con una penna in mano, la sua. Le chiesi se me la prestava e lei mi rispose di no. «E con cosa firmo?», aggiunsi. «Col cazzo», replicò. Misi la mano sinistra nella tasca dei pantaloni, verificai le condizioni dello implausibile sostituto e dovetti battere in ritirata per non trasformare una sconfitta in una catastrofe.

Ci stavamo antipatici a vicenda. Al carattere non si comanda. In verità lei voleva comandare al mio carattere e il mio carattere non voleva ricevere ordini da lei. Io non amo né dare né ricevere ordini. Preferisco i disordini, tranne sui tavoli, ché mi piacciono coi piani liberi a sufficienza per battere i pugni e sfogare lo stress o colpire le sfortunate mosche che capitano a tiro.
Un giorno detti un colpo a mano aperta così forte che lei fece un sobbalzo, ma si limitò a dire «Ma sei scemo?» e io risposi «Forse».
Se prima non mi guardava per niente, da allora cominciò a guardarmi male. Certe occhiatacce mi lanciava che bucavano. «Mi vuoi esangue?», chiesi. «No, ti voglio fuori dalle palle», sentenziò.

giovedì 17 settembre 2020

Protocollo rondine

Stormo di rondini di passaggio, che avete deciso una sosta sospesa sopra il mio cielo, mangiando plancton volatile che si credeva libero dalle predazioni delle sorelle vostre che vi hanno preceduto e che, da alcune settimane, hanno lasciato i nidi delle tettoie dei paraggi, grazie di essere passate di qua e, se non vi incomoda, restate pure qualche giorno prima di riprendere il viaggio verso la probabile meta africana dove svernerete. Fateci compagnia coi vostri saliscendi bianchi e neri che sfiorano i fili della luce e gli aghi dei pini assetati, coi garriti coi quali raccontate le regole del volo, liberandoci sicuramente da qualche zanzara o moscerino che si aggiungono al fastidio di questa afa insolita, di questo vento del Sahara occidentale, di questa sensazione di impotenza di fronte ai protocolli decisi in una stanza da teste che magari fossero di cazzo, almeno avrebbero in mente qualche volta di godere, non solo pisciare norme costringenti, aggiungere paure inutili, dare fiato a uomini e donne che si credono politici in grado di gestire nazioni e intanto vanno in giro a fare della storia una parentesi sospesa tra la rassegnazione e la voglia di rovesciare il tavolo.

- Con le ruote? - ridono le rondini e ci lasciano quaggiù.

domenica 13 settembre 2020

Svanire a Firenze

Svanire, venire meno al compito
di stare alla mercé del gioco
che Kavafis ha chiamato balordo.

Al mercato, in piazza de’ Ciompi,
mangiare un panino a scrocco
lentamente, ogni morso un ricordo.

Sorridevi - e io pure camminando
con te a braccetto per Borgo la Croce:
come due che sembravano stranieri

al trascorrere del tempo, quando
era normale dirsi ti amo sottovoce.
Eravamo quasi belli, forse sinceri.

Svanire, venire meno, è il senso della
vita che nel tempo si consuma:
l'amore resta addosso come la schiuma

delle onde. Dal quadro la gioia si cancella
e ricomporne i tratti non è dato neppure
all'Opificio delle Pietre Dure.

giovedì 10 settembre 2020

Ollellé ollallà

 


Probabilmente anch'io sarei fiero se avessi qualcosa che nessuno ha mai avuto prima, soprattutto se lungo, grosso, potente, da paura. Tuttavia, tale fierezza, si trasformerebbe ben presto in imbarazzo se il misterioso missile fossi costretto a dire soltanto che ce l'ho, senza mostrarlo per paura che me lo vedano e scoprano com'è fatto, vuoi per replicarlo, vuoi per ridere o piangere un po'.

mercoledì 9 settembre 2020

Salta la fossa

Dopo aver letto Il fossato di Olympe de Gouges, mi sono chiesto: se - ipotesi assurda - tutti i giorni fosse riportato, a caratteri cubitali, nei principali mezzi di informazione e comunicazione, il bollettino di Forbes dei Quattrocento più ricchi del mondo (contagiato più, contagiato meno), a livello di psicologia delle masse, che cosa potrebbe accadere?

Mi rispondono i keynesiani: te scava una buca (un fossato), riempila e spera nelle riforme (intanto vai a votare, per esempio).
Mi rispondono i neoliberisti: te lavora fino a ottant'anni, indebitati più che puoi e spera nel merito.
Mi rispondono i pikettiani: te tassa la ricchezza e i patrimoni, per esempio: l'hai pagato il bollo?
Mi rispondono... basta: si potrebbe continuare per ogni corrente di pensiero economico.

Ma intanto? Speriamo che qualche serie tv indichi la strada.

lunedì 7 settembre 2020

Colpi

Questo blog sta perdendo colpi, se qualcuno li trovasse per strada, mi contatti in privato. 
Attenzione: non sono colpi di spazzola prima di andare a dormire: non ho una spazzola, ho pochi capelli, sì e no quattrocento (e qui tiro in ballo capziosamente Truffaut e le traduzioni alla lettera), e li tengo corti, sicché non confondete i colpi miei con quelli altrui. Con ciò non voglio scaricare colpi sugli altri, ma dire semplicemente che i colpi non muoiono vergini, tutti li vogliono, indipendentemente dalle spazzole, soprattutto all'esordio (ohimè, questo è un blog stagionato).

Non ho dovuto attendere molto: infatti, stamani sono stato contattato in privato, anche se eravamo in piazza. Sotto i tavolini all'aperto di un bar di paese, un amico ha pescato dei colpi che faremo alla luciana.

Parafrasando Questa terra è la mia terra, di Peppe Guida, posso dire, con orgoglio, Questo blog è il mio blog - e questo post, appena cucinato, vi assicuro che è 'na bbomba. 

Intanto il presidente del consiglio dei ministri prolunga lo Stato di Emergenza. Non so, ma, secondo me, questi provvedimenti autoritari hanno, per il popolo, lo stesso effetto delle pompe a vuoto per il pene: non aumentano le erezioni, ma solo la rottura di coglioni.

sabato 5 settembre 2020

Ricapitolando

«Un approccio ragionato su covid-19 è impossibile. Ognuno ha scelto la trincea da cui combattere la sua battaglia. Oppure se ne sta zitto, a buon diritto visto come si sono messe le cose.» 

Io preferirei stare zitto, ma...
Mi sembra di rilevare che, in Italia, la maggior parte delle persone che si dichiarano antifa, antisalviniani, antirenziani, antiberlusconiani, antirazzisti, progressisti, pro-migranti, ambientalisti, insomma: tutti coloro che si sbellicano con la satira di Zoro e di Makkok, riguardo alla questione coronavirus, siano, di sicuro a sentenze (tweet, retweet, post su facebook... i blog, tra costoro, non li usa più nessuno), ma non dubito anche con i loro comportamenti, dei paladini del rigore assoluto, del rispetto scrupoloso delle norme di prevenzione e, probabilmente, predicatori di una nuova clausura degli italiani nelle loro celle abitative.

A me la loro posizione spaventa un po', dirò poi perché, ma prima butto là una domanda, non per avere una risposta, ma per capire se costoro si sono mai chiesti: se invece del Conte bis, fosse stato al governo il Conte uno, sostenuto dal M5S e Lega, con Salvini ministro dell'interno, e l'azione di governo di fronte alla crisi epidemica fosse stata analoga a quella adottata dal Conte 2, essi avrebbero salutato nello stesso modo (con gaudio) le misure restrittive avute nel lockdown e le prescrittive - precauzionali - restrittive che, attualmente, si vanno ingigantendo protocollo dopo protocollo?

Chissà, meno male Salvini non è più ministro dell'interno così possono anche evitare di rispondere.

Comunque, fatto salvo che io non voglio di certo sostenere posizioni negazioniste (sgarbiane o forzanoviane), e che - per quanto posso e riesco - cerco di rispettare le norme precauzionali convenute, come dicevo, a me tale intransigenza (che, se dovessi dipingere politicamente, definirei autoritaria) spaventa assai, e mostro perché:



Non mostro l'autore di tale tweet perché l'ho ricavato da un retweet di una persona che seguo e che non voglio mettere in imbarazzo (capita a tutti di dar voce a delle nefandezze). 
Tale battutista ricapitola la (a mio avviso giustissima) lamentazione di un ingegnere napoletano testimoniata su Repubblica con un piglio censorio che, sono arciconvinto, se in Italia vigesse un regime dittatoriale (fate voi il colore, ma in Italia sarebbe di nuovo nero), secondo me, è una chiamata alla spedizione punitiva con l'olio di ricino, giacché, ricapitolando:
1) l'ingegnere è andato in vacanza in Grecia: e allora? Era proibito? Ha contravvenuto a qualche legge contro l'espatrio?
2) Espone il figlio e la moglie? Se, invece, fossero stati loro a convincere l'ingegnere a una vacanza in Grecia, chi sarebbe l'espositore? Ma soprattutto: l'ingegnere fa di cognome Scotellaro, non Esposito.
3) A casa ha un soggetto debole. Io vorrei che andasse dalla signora madre dell'ingegnere a dirglielo in faccia senza tema di ricevere un piatto in testa.
4) L'ingegnere e famiglia hanno fatto il tampone al rientro proprio perché il governo ha prescritto di farlo a coloro che giungono in Italia da un viaggio (per vacanza o lavoro o studio) dall'estero e tu dici che non serve a un cazzo? Ma sei scemo? Serve eccome e dopo 48 ore il risultato, se la struttura sanitaria dove sono analizzati i tamponi funzionasse correttamente, ci dovrebbe essere per forza la risposta. E invece
5) tu dici che l'ingegnere rompe i coglioni? Stacci te, citrullo, chiuso in casa, copriti il capo e datti quattro schiaffi in faccia come quelle faccine di merda che la tua tastiera dell'ipad ti fa mettere per scrivere il tuo tweet da fascistello inconsapevole.

mercoledì 2 settembre 2020

Benedette parole

Benedette parole, se foste coincise sareste lavorate al bulino e fissate, una volta per sempre, su lastre di rame o di zinco e non ballereste su lingue o pagine o schermi che sembrano fermarvi ed invece.
Impazienti di uscire di bocca o, mediante movimenti strani di dita, costrette dall'educazione a imparare le leggi grafiche mediante le quali apporvi su pagine di vario formato, consistenza e colore, voi ci usate come strumenti, non viceversa: voi ci fate dire cose e poi il contrario di quelle stesse cose che volevamo dire. Ci fate comunicare pensieri che non stanno né in cielo né in terra, ma a mezz'aria, come piccoli peti dispettosi - e silenziosi - che non sappiamo trattenere ma che poi sganciamo lo stesso, magari guardarci intorno per imputare ad altri, con uno sguardo, il maldetto (e il malfatto). «Chi le sente è un ripetente» e via a replicare sui social gli argomenti che sono sulla bocca (o sul culo) di tutti.
E allora, parole, traditemi; andate a letto con altri; queste pagine abbandonate perché più voglia non ho di fare l'amore con voi, di darvi il mio fiato per riprodurre opinioni che più non so dare, in quanto essere opinabile che del giudizio non sa che farsene, casomai disfarsene, come quella volta, dal dentista.

«Chissà se mi sono espresso», disse un barista, servendo un caffè.

sabato 29 agosto 2020

La pomodora

Oggi sono andato nell'orto (che non faccio io perché non ho il pollice né l'indice verdi e perché la terra l'è bassa e l'orto vuole l'uomo morto sottoterra) e, previo permesso parentale, ho raccolto degli ortaggi, che ho pulito e lavato e inserito in un tegame d'acciaio inox nel seguente ordine: una cipolla dorata, tagliata grossolanamente; due carote, tagliate in due per lungo e quindi a piccole mezzelune piuttosto fini, ma senza esagerare; una trentina di pomodori ciliegini aperti a metà più un grosso cuore di bue molto maturo (faceva sangue) tagliato in pezzi; odori: ciuffi di foglie di sedano, di prezzemolo, di basilico in fior; al tutto ho aggiunto un pizzico di sale grosso e olio evo e adama a occhio facciamo tre cucchiai. 
Quindi, ho coperto il tegame con un coperchio e l'ho messo sul gas a fuoco medio, su per giù un venti minuti, passati i quali, ho sollevato il coperchio e, con una forchetta, ho tolto gli odori e, dipoi, dopo la cottura, ho versato il contenuto dentro un passaverdura a mano manovella ci passò una lepre bella, posato su piatto fondo (per non perdere le jus de tomate cuit) per poi posizionarlo sul tegame ora vuoto. Ecco il momento di girare la manovella prevalentemente in senso orario, con qualche ritorno indietro delle lancette per meglio convogliare le verdure meno propense (le carote ribelli) dentro il setaccio.
Una volta ottenuta la salsa, la rimetto sul fuoco aggiungendo un pizzico di sale fino, un cucchiaino di zucchero, una puntina di peperoncino in polvere, due foglioline di basilico; quando raggiunge l'ebollizione, abbasso il fuoco e lascio cuocere lentamente una decina di minuti per ottenere una consistenza fluida ma avvolgente. E spengo.

Intanto, a lato, è l'ora di scolare 200 grammi (mia dose libidine) di sedani rigati di grano duro Senatore Cappelli e versarli - non prima di aver riempito un bormioli da mezzo litro e aver lasciato una quantità sufficiente di salsa - dentro il tegame per mantecarli con una grattata di parmigiano e alcuni cubetti di fiordilatte.

Infine, con una salivazione degna di un canide, mangiare e godere di uno dei piatti che preferisco in assoluto. 

giovedì 27 agosto 2020

Parlamentare pallido

Tempo fa, ero uso, in questo blog, parlare di politica e, in particolare, del Partito Democratico. Mi capitava anche di rivolgermi a Veltroni. E a Bersani. Poi basta. Poi successe di Monti - ricordate? - di Napolitano bis - ricordate? - di Renzi prima segretario Pd e poi Presidente del consiglio - non ricordate? - e fu così che ho smesso non di ricordare, ma di parlarne. Afonia politica: non riesco a fonare alcunché. Solo offese e bestemmie - e siccome sono un tipo a modo, non mi lascio prendere la voce e la tastiera da grevi empietà. 
Comunque sia, due cose sensate (!) e pie (!!) mi escono di tastiera:
1) Per quel che vale il Parlamento, sono contro il taglio del numero dei parlamentari. Anzi: io sarei non solo per il raddoppio, ma persino per decuplicarli, perlomeno farli arrivare a un numero corrispondente a quelli dei circa ottomila comuni d'Italia.
2) Allo stesso tempo, sono favorevole al ritorno di una legge elettorale proporzionale pura, senza sbarramento, perché in Parlamento possano entrare tutti, anche i tonni (in scatoletta o senza).

P.S.
Beppe Grillo non è più incisivo come una volta: è diventato una cariatide.


martedì 25 agosto 2020

Senza codice a barre

॥॥॥॥
La vidi e le dissi:
«Ti vedo e ti dico». 
E lei mi rispose: 
«Che vedi? Che dici?». 
Con gli occhi chiusi, le chiesi:
«Posso toccarti le due vertebre cervicali ove hai tatuato un rosone?».
Con gli occhi aperti, rispose:
«Posso strizzarti i genitali, coglione?»
Le gambe mi fecero arrocco.
«Come sei sciocco», ridendo, mi disse.
«Credevo dicessi sul serio» timidamente, giustificai la mia mossa.
«Forse desideravi davvero che stringessi quello che adesso tu stringi tra le cosce».
«Le pere?».
«Che dici? Che intendi?»
«Le pere cosce in offerta adesso al reparto ortofrutta».
Silenzio.
«Ma due sconosciuti potrebbero avere un siffatto dialogo mentre fanno la spesa?»
«No, resterebbero muti. Le parole inespresse dentro il carrello ricolmo di derrate».
«Andiamo pure alla cassa: le parole non dette non hanno il codice a barre e non vanno pagate».


domenica 23 agosto 2020

La direzione dello sguardo

Scrivo e leggo poco. Corro di più. Stamani
«forse in paesaggi toscani ai tempi dei guelfi e dei ghibellini [su uno] scenario mobile come la luce che scorre sulla battaglia fra due nuvole nere, denudando e occultando reggimenti e retroguardie, scontri faccia a faccia con pugnali o alabarde, visione anamorfica data solo a colui che accetti il delirio e cerchi nel profilo della giornata il suo angolo più acuto, il suo coagulo tra esalazioni e defezioni e gonfaloni»¹
 ho percorso 21,0975 km, la mia prima mezza maratona, in un'ora e cinquantasei minuti.

Piana di Campaldino e, sullo sfondo, il Castello di Poppi


¹ Julio Cortázar, Un tal Lucas, 

sabato 22 agosto 2020

La banalità del correre

Epilogo. Non amo il dovere, soprattutto se associato ad alcuni verbi, essere e fare su tutti - e il resto di conseguenza. Amo di più il dov'eri tu quella sera che mi ha lasciato da solo in birreria a bere un succo di pera biologico di una fattoria di Cuneo? Poi piansi lacrime dolci. 
Ho sempre avuto un volere debole: le cose, aspetto che mi vogliano loro - io non le rincorro, a parte quelle a pagamento e dove posso, pagando, arrivare. Sarà per questo che non ho mai il becco di un quattrino? Piuttosto il petto di tacchino, tagliato a fesa, e del becco e del bargiglio non più alcuna traccia dell'animale che arriva sempre implume al banco frigo del supermercato. 
Volare? È quello che mi sembra, quando, di buon passo, corro per un falso piano di vera discesa non accidentata. 
Il potere non ne ho e non lo esercito. Lo avessi, data la mia natura antimilitarista, di ogni tipo di milizia imporrei dimissioni. All'estero. La dimissione in Afghanistan, in Libano, in Iraq. Lo (art. det. m. s.) esercito, perché dovrei mandarlo laggiù avessi il potere? Affatto. Avessi il potere, poterei le spese militari - non come le vigne o altre piante da frutto, nella speranza che le piante ricrescano e prendano più vigore e diano frutti migliori, ma proprio le taglierei alla radice. Obiettivamente, pour parler, uno Stato senza spese militari potrebbe spendere le spese in altri modi. Odi, tu lettore, che mi stai a sentire o mi odi solo perché magari hai un parente nell'aviazione?

- Eh, la fai facile: lo Stato, senza esercito, potrebbe essere invaso.
- Invaso? Temo più l'esercito di uno stato guidato da un invasato. E poi, in Italia, ci sono ancora numerose basi americane (armi e soldati). Alle brutte, se ma li turchi avessero voglia... scapperebbero: gli americani, non i turchi.

***
Saltare di palo in frasca, pisciare a Lapo in testa (e al fratello John). Ergersi su un piede e su uno stallo. Yoga: la posizione dell'albero. Attenzione alle motoseghe, meno alle seghe a mano. Avendo le braccia distese e le mani giunte sopra la testa, chiedo la collaborazione. Anche l'albero deve dare i suoi frutti (i semi sono dentro al frutto).

***
Basta Murakami Haruki. Ma chi me lo fa fare di leggere un libruncolo insulso pieno di stereotipi, di un egotismo insipido e piuttosto banale per lo meno per il grado mio di sopportazione della banalità?Esempio finale - perché poi riporto il libro in biblioteca e amen:

«Ora vorrei tornare alla scrittura [che cazzo, sei nel mezzo di un libro scritto e vuoi tornare alla scrittura? Ma sei scemo?].
Quando rilascio un'intervista, a volte mi viene posta la domanda: "Qual è la qualità più importante per uno scrittore?". La qualità più importante per uno scrittore, non c'è nemmeno bisogno di dirlo [e allora perché cazzo lo dici?], è il talento [!]. Se uno non ha il minimo talento letterario può scervellarsi finché vuole, metterci tutto il suo ardore, non scriverà mai nulla di valido. Più che una qualità necessaria, questa è una condizione preliminare. Senza carburante, neanche l'automobile più bella non va avanti».

Ecco, dopo tali considerazioni - pur con tutti i distinguo del caso - provo un analogo sentimento a quello che Hannah Arendt ebbe nel trovarsi di fronte ad Adolf Eichmann, vale a dire a un individuo che, sebbene non sia affatto stupido, difetta della fondamentale capacità (perlomeno per uno che scrive) di immaginare quello che sta scrivendo¹:
«Non era stupido: era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità), e tale mancanza di idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi *scrittori* di *questo* periodo»². 

______________
¹ Immagino la dura vita degli editor di scrittori affermati: ma qui c'è anche la colpa del traduttore: e tradisci, cazzo: talento, scrittore, carburante, automobile, nonna, ruote, carriola, fottiti. 
² Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli. In luogo di *scrittori*, in riferimento ad Eichmann, la Arendt scrive criminali, e in luogo di *questo*, quel.

martedì 18 agosto 2020

Come si fa

Come si fa
a scrivere una poesia
senza avere davanti
una nuvola, un po' d'azzurro
vari tipi di verde
qualche tocco di rosso
e il fumo del kerosene
bruciato di un aereo che emigra
verso sud?

Non si scrive. Si tace.
Si cerca la pace 
tra i tassi assetatati
del cimitero, con gli arilli
che brillano come il sangue
inchiodato sulla croce.

Elì, Elì, lemà sabactàni:
è fatto permesso assoluto
l'ingresso agli umani:
sdraiati per terra o murati
ognuno ha risolto
nel silenzio più muto
l'inconveniente di essere nati.

Come si fa 
a scrivere una poesia?

sabato 15 agosto 2020

Accattoni

Riguardo all'infermiere che si è fatto fotografare sul posto di lavoro - reparto anti-covid, protetto dal casco e dalla tuta sulla quale ha scritto col pennarello «Ve la mettete la mascherina, li mortacci vostra», foto che poi ha postato con un commento su Facebook, - non ho niente da dire, né elogio né critica, solo riconosco piena legittimità al suo dare visibilità e quindi espressività a sé stesso sui socialmedia (li hanno fatti apposta). 

Il punto è un altro: i media (agenzie di stampa, giornali, televisioni, eccetera) che uno dopo l'altro danno risalto e diffusione a tale forma narcissica che è, di fatto, una non notizia - e fanno ciò per piegare la realtà ai propri interessi di bottega, in questo caso, mantenere alto il livello di allarmismo sul covid perché conviene in termini di incassi pubblicitari - hanno avuto il garbo di dare almeno un gettone d'oro all'autore? 

«Macché, manco l'amicizia m'hanno chiesto».

Correre otto

Repetita iuvant: quanto di seguito è un semi riscrittura de L'arte di correre di Murakami Haruki.

8. Nessuno mi chiede a cosa penso mentre corro. Le persone che non mi fanno questa domanda di solito se ne fregano se corro, quanto corro e dove corro. Comunque, ogni volta che non me lo chiedono, vi rifletto da solo profondamente. Già: a cosa penso mentre corro? Boh. Se devo essere sincero, non me lo ricordo nemmeno a cosa penso quando corro. Non è vero. Me lo ricordo. Penso: sto correndo, adesso avanzo senza fatica. Adesso avanzo con fatica. Adesso aumento il passo. Adesso rallento il passo. Adesso: se trombassi di più, correrei meno (come diceva Madonna a Bruce Springsteen? Lui è born to run io invece sono born to fuck. Io non sono Madonna, ma non sono nemmeno Bruce Springsteen). Poi, verso la fine, penso: quanto manca alla fine?

Nei giorni freddi, in una certa misura penso: certo ch'è freddo. Nei giorni caldi penso: certo ch'è caldo (pensare al meteo è una costante dei corridori, in particolare dei corridori scrittori). Quando sono triste penso a Firenze lo sai, non è servito a cambiarla, la cosa che ho amato di più è stata l'aria. Quando sono felice penso a Rudy Marra, apro le finestre al cielo, guardo su nell'universo. In una certa misura. Quale misura? Come ho già scritto (ho già scritto?) mi succede anche di tornare con la mente a corsa ad avvenimenti passati, così, alla cazzo di cane. A volte, anzi no: quasi mai, mi vengono in mente delle idee per i libri che non scriverò. «Tuttavia, posso affermare che non ho pensieri molto coerenti». Infatti.

Quando corro, corro. Così come quando cammino, cammino. Anche quando sto fermo, sto semplicemente fermo. E così via. In teoria nel vuoto, scrive Murakami. In pratica nel pieno, scrive Massaro (ho le palle piene di leggere questo libro e sono al primo capitolo). «In quella sospensione spazio-temporale, pensieri ogni volta diversi si insinuano naturalmente nel mio cervello. È naturale, perché nell'animo umano non può esistere il vuoto assoluto. Il nostro spirito non è abbastanza forte per concepire il nulla, e inoltre non è coerente». E scrive libri, Murakami. E scrive post, Massaro. Insomma, i pensieri che si avvicendano nella mente di Murakami mentre corre sono semplicemente dei derivati del nulla, mentre quelli che rimbalzano nella mente di Massaro mentre corre sono meno semplicemente derivati delle palle piene. Gli uni si formano intorno al nulla; gli altri intorno sennò mi viene l'orchite.

Ecco il lirismo di Murakami:

«Somigliano alle nuvole che vagano nel cielo. Nuvole di grandezza e forma diverse che arrivano, e se ne vanno, semplici ospiti di passaggio. Ciò che resta è soltanto il cielo, che è sempre lo stesso. Che è qualcosa che esiste, e al tempo stesso non esiste. Che ha una sostanza e al tempo stesso non ne ha. Noi non possiamo fare altro che constatare la situazione - l'esistenza di quell'immenso contenitore - e accettarla».

Ecco il lirismo del Massaro:

«Ma vaffanculo, Murakami. I pensieri non somigliano alle nuvole, non sono ospiti, ma un flusso di informazioni prodotte dal cervello dopo che, a sua volta, ha assorbito informazioni prodotte da altri cervelli e dal mondo esterno in generale, rielaborati anche e soprattutto sulla base della condizione storica, sociale e psicofisica dell'individuo che li alberga. Dunque, il cielo non c'entra un cazzo, e poi che un meteoropatico dica che il cielo sia sempre lo stesso è un controsenso. E il resto sono puttanate metafisiche: arivaffanculo».

giovedì 13 agosto 2020

Come si calcola percentuale tra due numeri

 

[via]



Come si calcola la percentuale tra due numeri? 
Se si ha un numero A (per es. 20.500.000) e un numero B (per es. 7.600.000.000 che è la stima approssimata abitanti del pianeta) e si vuole capire a quale percentuale di B corrisponda A, cioè si voglia calcolare il rapporto tra i due numeri, allora dovremo applicare questa formula:

A : B = X : 100

A sta a B come X sta a cento. In breve, si deve dividere 20,5 milioni per 7,6 miliardi e moltiplicare il risultato per 100. 

20.500.000 : 7.600.000.000 = 0,002697368 →0,0027 x 100 = 0,27

Facendo questo calcolo risulta quindi che 20,5 milioni di casi nel mondo corrispondano allo 0,27% del totale degli abitanti umani del pianeta.

Ma io continuerò a portare la mascherina là dove richiesto; continuerò a lavarmi le mani; cercherò, per quanto possibile, di evitare assembramenti e di rispettare il distanziamento sociale. Magari accenderò qualche focolaio per cuocermi due salsicce ma questo è un altro discorso.

L'Ansa riporta stralci di un'intervista di uno dei coordinatori del CTS (rilasciata a Repubblica) ove egli dichiara:
Un nuovo lockdown nazionale "è decisamente improbabile"Ma le chiusure locali "possono diventare inevitabili se la situazione sfugge di mano, se il controllo del territorio e degli infetti sfugge di mano". E il rischio esiste, perché "c'è sempre una festa danzante o un barbecue da fare, un funerale da celebrare". Così il coordinatore del Cts, Agostino Miozzo, sottolineando che "400 casi al giorno non sono tanti né pochi. Dicono che il virus c'è ed è presente in tutto il paese. Siamo ancora in una situazione governabile. Però è una situazione precaria e il passaggio, il salto quantitativo, può essere molto veloce, questo è il rischio vero".
Come vedete, il mio riferimento ad accendere un focolaio non è fuoriluogo, in quanto se sui 400 casi al giorno, una "seria" agenzia di stampa titola 925 focolai, vorrà pur dire che qualcuno salsicce, rosticciana e bistecche le sta cuocendo davvero.

mercoledì 12 agosto 2020

Domande a corsa

A proposito delle seicento euro: i carabinieri di Piacenza come stanno? Al prossimo referendum sul taglio dei parlamentari, oltre che con la propria tessera elettorale, occorrerà presentarsi con un paio di forbici? E le mascherine all'aperto, anche e soprattutto se si è da soli, come Parigi adesso insegna, quando? E il vaccino russo di quello che lo fa prima alla figlia e mica per sé, obbligatorio (un cazzo) come dice il signorino van bischero di Rignano conterrà abbastanza mercurio da diventare noi stessi metalli liquidi sì da misurarci costantemente la febbre? Al bollettino quotidiano del Ministero della Salute, costantemente divulgato, che riporta i dati sul coronavirus, saranno affiancati altri bollettini di analogo monitoraggio su altri tipi di malattie che purtroppo non godono del medesimo trattamento pubblicistico e pubblicitario? Non sarebbe preferibile, al sierologico, un'illogica allegria?



lunedì 10 agosto 2020

Correre sette

7. «Come ho detto, in luglio ho corso trecentodieci chilometri». Io no: io ne ho corsi quasi la metà, centoquarantotto per la precisione. Ciò nonostante, come Murakami per i suoi 310, anch'io ritengo che i miei 148 non siano un risultato disprezzabile. «No, nient'affatto disprezzabile».

«Quando ho allungato la distanza, ho cominciato a dimagrire: in due mesi e mezzo ho perso sette libbre ed eliminato il grasso che aveva cominciato ad accumularsi intorno alla pancia. Sette libbre sono più di tre chili. Immaginate di andare dal macellaio, comprare tre chili di carne e tornare a casa a piedi con il pacchetto in mano. Tanto per farvi un'idea concreta di che peso costituiscano. Al pensiero che me li ero portati addosso per tutti quegli anni, mi sentivo piuttosto confuso».

Aldilà del fatto che, primariamente, per un giapponese sarebbe stato più opportuno scrivere subito chili e non libbre (si fottano gli americani con le loro libbre, i loro galloni, le loro miglia e i loro fahreneit); e, secondariamente, per un romanziere supporre che i chili che abbiamo addosso non siano fatti soltanto di carne ma anche di altre componenti (liquide, solide e aeriformi: vi è mai capitato, per esempio, di sentirvi più leggeri dopo un rutto o un peto, o anche, meno prosaicamente, di percepire il peso della propria anima?); anch'io, da quando ho cominciato a correre, ho perso un paio di chili - e per me sono tanti, giacché ne ho pochi addosso -, e dai miei 62 (!) sono sceso a sessanta (!!). Sono magrissimo: se fossi un pugile sarei tra i superpiuma e i leggeri, ma siccome andrei subito ko, diciamo che sono un peso risorto: asceso al cielo a la mancina del pater, m'involo come un amata phegea (o paraculo, come si chiama la fegea dalle mie parti) e, sebbene sia facile da acchiappare, al primo refolo di vento, appunto, ascendo (Nabokov, aripijame te). 

A proposito del mio peso, della mia costituzione o consistenza: potrei adesso fare una digressione che mi porterebbe lontano assai dal presente ordinario autoritratto di un blogger che s'è messo a correre. Purtuttavia - sarò stringente come una XS - qualche parola occorre scriverla - e la scriverò, sì, sì, ma prima devo auto-complimentarmi dell'impresa compiuta ieri: diciassette chilometri (con una sola pausa di 30 secondi a fine andata per orinare) di corsa (trail running) durante la quale ho percorso in poco meno di due ore (1h 59' andata e ritorno), un tratto del Sentiero 00, sul crinale montano dell'Appennino tosco-romagnolo che Dante chiamò il Gran Giogo (la Giogana, Purg. V). «Bravo Massaro, che bestia». «Grazie».


sabato 8 agosto 2020

Sentieri (correre 6)

Lunedì 3 agosto.

Mi fanno male i piedi. E lo sento stasera, non ieri sera. Indolenzimenti a effetto ritardato. Sarà perché ieri mattina (domenica) ho corso su un sentiero di montagna, molto bello e, in certi tratti, assai sassoso. È il Sentiero dei Tedeschi, circa dieci km a/r in curva di livello, tra i 1100 e i mille metri d'altitudine, immerso nei boschi del Parco Nazional. È la mia terza corsa trail (si fa per dire) e, se correre mi piace, correre tra boschi e strade di montagna mi piace ancor di più, particolarmente in questo periodo estivo. Ho iniziato il giro verso le nove, non c'era nessuno. Al via strada piuttosto larga; dopo due chilometri sentiero puro, molto stretto anche se ben tracciato (ogni tanto interrotto da qualche ruscello). In due non ci si scambia se non scansandosi a valle o a monte. Così faccio, al passare di un gruppo di ciclisti in mtb. Così fanno, due camminatori, vedendo me arrivare a passo di corsa. La diplomazia tra camminanti e corridori. Quando non si conosce una strada, non ci si rende conto bene quando finisca cosicché, al prossimo incontro, decido di chiedere. È una donna, con un collie al guinzaglio. «Scusi, quanto manca al termine?». E lei: «Two kilometres to the end». Bene, fin lì (percorrenza e inglese) ci arrivo. E ci arrivo. Solo che, al termine dell'andata, anziché ripercorrere il medesimo sentiero, ne prendo un altro che indica l'Anello della linea Gotica. Cazzo, questo sale, ammazza se sale.
Con tale pettata mi è impossibile correre. O anche: corro dieci passi e mi fermo cento secondi per respirare. Allora cammino finché non spiana, rincuorato dal fatto che, dipoi, per ricongiungermi al sentiero precedente, visto quanto ho salito, dovrò scendere. Dopo poco, arrivo a un bivio al quale mi fermo per leggere che cosa indicano i cartelli del Cai. Riecco la donna con il collie, sorridente. Mi fa i complimenti per l'impresa di essere lì (almeno credo: ho l'arabo nullo, ho scarso l'inglese come scrive Fortini in una sua Canzonetta del Golfo). Risorrido, e chiedo se anche lei andava di corsa. «No, today I'm walking, but often run too». Mi dice che posso parlarle in italiano, lo sta studiando, anche se mi risponderà in inglese («But my english is very bad», le annuncio, sì che possa essere comprensiva se rispondessi fischi per fiaschi). Ma cii si intende, insomma. Cinque minuti di conversazione (ne approfitto per recuperare) dalla quale apprendo che lei è Rachel, australiana (un'australiana nel mezzo di un bosco toscano, apperò), sposata (il marito inglese è un professionista del trail), con prole, e che abita al momento nei dintorni, svolgendo quest'attività qua

La saluto e riprendo il cammino.

La discesa di ricongiunzione è assai impervia e con ciottoli grossi e appuntiti. Reimmesso nel Sentiero dei tedeschi, trovo una comitiva in mtb: pedalano lenti, più del mio passo e dunque li supero e arrivo, di buona lena, alla fine. 


Mercoledì 5 agosto, pomeriggio.

Ciclopedonale. Quattordici chilometri, mio record di percorrenza. 

Venerdì 7 agosto.

Sentiero 80. Da Ponte alla Fabbrica, lungo un torrente chiamato Gorgone, sino al Passo della Calla. 6+6. km (a/r). Dislivello notevole: dai poco più di seicento metri alla partenza, sino a quasi milletrecento in cima al passo. Percorso interamente all'ombra, fresco, pista sassosa, a tratti umida, compreso l'attraversamento (facile) del corso d'acqua. È un bel correre qui, anche se io non disdegno qualche sprazzo di sole. Quando sono tornato a dove avevo lasciato la macchina, mi sono messo a guardare la briglia del Gorgone d'epoca fascista (credo) sotto la quale una splendida pozza d'acqua fredda, sebbene accaldato, non mi invitava certo a fare il bagno (a senso, la temperatura esterna sarà stata poco sopra i venti e quella dell'acqua forse poco sopra i dieci gradi). Mentre mi cambiavo le scarpe un po' infangate, ecco che arriva una macchina che gratta sotto a causa dello scalino tra l'asfalto della statale e il parcheggio del posto. Scende un signore che indica alla moglie (che è alla guida) di proseguire, oramai la grattata è fatta. Conosco entrambi i signori, ci salutiamo. La signora (sebbene sui sessanta, è ancora una bella donna) dice che, siccome le fa caldo, tanto caldo, è venuta a fare un bagno nella pozza suddetta. M'invita anche a seguirli, ma il marito - sebbene sorrida - non dice niente, sta zitto e per me chi tace sta zitto e basta. 
Ma dove ho lasciato Murakami? Affacciato sul fiume Charles, a Cambridge, Massachusetts. Sono passati dieci anni - scrive - dall'ultima volta «ed è il caso di dire che di acqua sotto i ponti ne era passata tanta. Soltanto il fiume non era cambiato. La sua corrente impetuosa avanzava verso la baia di Boston [...] come un'idea che non conosce esitazioni dopo aver superato tante verifiche, se ne andava in silenzio verso il mare, senza fretta, senza mai riposarsi». Tralasciando tali patetiche forme di lirismo, secondo voi i fiumi con la corrente impetuosa avanzano in silenzio? Secondo me no. 

[un po' di foto sparse dei tre giorni]

venerdì 7 agosto 2020

Vaffanculo a me

In un contesto di relazioni sociali, pubbliche o private, a che cosa serve avere ragione se poi questa ragione diventa solo una spilluccia da appuntare sui testicoli (magari fossi masochista), sì che non c'è alcuna soddisfazione, né ragione per cui farne un vanto?

Appunto, oggi, mi sono punto le palle quando ho letto che il 7 marzo scorso il capo del governo prese la decisione politica del lockdown totale, sebbene il CTS affermasse che erano sufficienti le restrizioni in ampie zone del Nord Italia e che non importava estendere il confinamento a tutta l'Italia.



Oramai è andata così e non è che con questo post io voglia sbandierare il tristemente famoso io ve lo avevo detto. Io non ho detto niente. Soprattutto quando, nel pieno dell'emergenza, certe cose andavano dette, sono stato zitto a deprimermi, a comportarmi per bene, a non uscire dal mio comune, a non andare a prendere l'acqua alle sorgenti, a non correre sulla ciclopedonale, a non far uscire mia mamma da casa per tre settimane, a subire quell'altoparlante del Comune o della protezione civile o dei carabinieri che passavano nel silenzio surreale del paese a dire State a casa e gracchiando l'Inno nazionale senza mandarli a fare in culo, come ora faccio, che non serve a niente.

Ecco, se avessi preso l'altoparlante in quel frangente per ribellarmi, allora sì potrei vantarmi e sentirmi un piccolo eroe. E invece... sono stato a casa. Vaffanculo a me.

martedì 4 agosto 2020

Delle cose nascoste sin dalla fondazione della Repubblica

Quando lo Stato secreta qualcosa, vuol dire che ha qualcosa da nascondere.
Generalmente, quando qualcuno, sopratutto se questo qualcuno è lo Stato, vuole nascondere qualcosa, significa che questo qualcosa, se rivelato, se fosse "pubblico", lo metterebbe in imbarazzo (come minimo).
Ne sia prova, infatti, una dichiarazione dell'avvocatura dello Stato, la quale, motivando il ricorso del Governo contro sentenza del TAR del Lazio, ha affermato che, se le cose segrete fossero rivelate, si avrebbe un

"danno concreto all'ordine pubblico e alla sicurezza che la conoscenza dei verbali del C.T.S., nella presente fase dell'emergenza, comporterebbe sia in relazione alle valutazioni tecniche che agli indirizzi generali dell'organo tecnico".

Detto altrimenti: se gli italiani sapessero perché sono stati rinchiusi, forse, come accade anche alle formiche, nel loro piccolo, s'incazzerebbero. O no?


Aggiornamento del 6 agosto: pare che il governo ci abbia ripensato. Meglio così.

domenica 2 agosto 2020

La sinistra multista




Tanti di coloro che sostennero a spada tratta le ragioni governative del confinamento degli italiani, proseguono, indefessi, nella loro richiesta di ordine e disciplina, soprattutto tra le file di quelli del Bar Casablanca, intellettuali di sinistra progressisti e - si pensava, a torto - libertari. 
Ma libertari non lo sono più perché, come gli insegna Mattarella, «non bisogna confondere la libertà con il diritto di far ammalare gli altri», e quindi s'incazzano se qualcuno entra nei negozi o alle poste senza mascherina perché gli alita addosso. 
Io rimango assai perplesso, forse perché non abito in una città, tantomeno in una grande città, sicché raramente entrando in un negozio o alle poste, trovo la "ressa", quindi è assai difficile che qualcuno mi aliti addosso. Per la verità, neanche nei grandi supermercati cittadini ho mai visto la gente alitarsi di proposito addosso, né prima né dopo la pandemia. Gli unici che vedo non portare la mascherina per manifesto dissenso politico contro il governo (sovente lettori del Giornale, di Libero o della Verità), non li ho mai visti alitare in faccia alle persone che la mascherina la indossano, spesso lasciando il naso scoperto.  Di norma, alitarsi addosso prevede un certo grado di intimità che difficilmente si raggiunge tra sconosciuti, ancor più difficilmente se almeno uno dei due respiratori indossa la mascherina e rispetta un minimo di distanza sociale.
Comunque, per precauzione, se uno vuole rispettare le regole e avere un margine maggiore di sicurezza respiratoria, metta la mascherina comme il faut, là dove serve, rispetti le altre norme igieniche e poi, a posto, non stia a invocare contravvenzioni a mezzo social. Soprattutto: se uno invoca siano messe le regole davanti all'inciviltà, dovrebbe almeno avere la decenza di essere un po' civile per non diffondere più lo stesso tipo di panico che copiosamente ha sparso la scorsa primavera.

«Oggi in Italia 5 morti di COVID-19, con 43 malati in terapia intensiva (1.1% del picco) ed i ricoveri ospedalieri totali a quota 705 (MINIMO STORICO da mesi, mentre al picco erano oltre 29.000). I nuovi casi sono 295, quindi un po’ meno dei giorni scorsi, ed i casi totali attivi sono al momento 12.457 (al picco erano oltre 108.000). Situazione quindi sotto controllo [...]

Una doverosa riflessione: come sappiamo, in Italia ogni giorno muoiono circa 2.000 persone. Il che vuol dire che ieri ne sono morte 5 di COVID-19 e 1.995 di altre cause. Cerchiamo di ricordarci anche di loro» (Guido Silvestri).

sabato 1 agosto 2020

Correre e cinque

5. Alla fine di maggio non mi sono trasferito a Cambridge, nel Massachusetts, e da allora correre non è tornato a essere uno dei momenti essenziali della mia giornata. Corro poco, non mi sono davvero messo d'impegno, neanche alla fine di quel fottuto confinamento dettato dal governo per via della pandemia. Cosa intendo dire con queste parole? Nient'altro che, contrariamente a Murakami, io non corro sei volte a settimana, dieci km a botta. No. Al massimo corro tre volte, se va bene quattro. E sopra i dieci chilometri lo faccio solo una volta a settimana. Va bene così, mi sembra accettabile, non voglio forzare la mano, anzi: le gambe.
Pare che l'estate nel New England, contrariamente all'estate hawaiana, sia molto più calda e afosa. 
- E allora? Allora, visto che c'eri, potevi anche restare alle Hawaii, o no? 
- No, altrimenti non avrei potuto dire che l'estate nel New England è molto più opprimente di quanto possa immaginare chi non ne ha fatto l'esperienza. 
- Ma noi ti crediamo sulla parola, e ci potevi credere anche tu: bastava una telefonata. Per esempio: «Ehi, tu, cittadino di Cambridge, nel Massachusetts, fa caldo da coteste parti d'estate?» E loro ti avrebbero risposto: «Sì, più caldo di quanto tu possa immaginare». 
- Eh, ma io sono uno scrittore e non riesco a immaginare se davvero l'estate da coteste parti sarà così opprimente. 
- E allora fa che cazzo ti pare, vieni pure, posto c'è per tutti, soprattutto per gli scrittori giapponesi meteoropatici.
Ma vabbè.
Comunque, per dire, è successo anche a me, in questi giorni molto caldi, di sudare come una bestia e sentire, sotto i raggi del sole, intorpidirsi la mente. Ma io, contrariamente a Murakami, nel mentre, riuscivo a formulare pensieri, tipo: «T'avevi a stare a casa, oppure a venire prima a correre, anziché ora alle 10». Il fatto è che io, all'alba, sebbene mi alzi all'alba, non ci riesco a essere "pronto" per correre. Mi ci vuole un po' di tempo per ingranare. Sicché finisco sempre per tirar tardi e l'unica maniera per correre decentemente è farlo in alta quota, sui sentieri immersi nel parco nazionale, cosa che ho fatto per esempio giovedì mattina, un'ora di corsa, che vi racconterò.
Ma prima.
Murakami ha iniziato a correre nel 1982 e ha scritto questo libro più o meno nel 2005. Ha corso tanto e partecipato anche a 23 maratone (dato del 2005). Io, ripeto, ho iniziato a correre lo scorso autunno, quindi non c'è gara. Non credo riuscirò mai a percorre una maratona, ma come lui mi sento dire che correre è un'attività che mi rende piuttosto felice (o meglio: contento), perché correre è consono al mio carattere, giacché, tra tutte le attività di esercizio fisico "sportivo", è quella che mi appaga di più dopo averla praticata. Anche il nuoto, per la verità, ma nuotare - non abitando vicino al mare - è più complicato.
Mi piace tenermi in allenamento. Prima di correre, per otto anni, sono andato in palestra a fare "pesi" e una specie di ginnastica a corpo libero (trazioni alla sbarra, piegamenti, un po' di kettlebell). Ho smesso perché la palestra dove andavo, lo scorso autunno ha diminuito in modo considerevole l'offerta di apertura oraria senza diminuire di conseguenza il costo degli abbonamenti. E, al contempo, hanno aperto il tratto di ciclopedonale lungo l'Arno dove abito. Non ho rinnovato quindi a settembre l'abbonamento. Poi tanto a dicembre il gestore a chiuso l'attività perché non ci andava più nessuno...

mercoledì 29 luglio 2020

Nuotare (Correre 4)

4. È un mio limite culturale, ma io i Lovin' Spoonful manco sapevo esistessero se non li avesse rammentati Murakami che li tira in ballo nuovamente per dire che la loro musica è fantastica. Per curiosità, ho provato ad ascoltare due o tre canzoni di tale gruppo e non dico che mi abbiano fatto cagare, ma insomma, qualche strizzone non nego sia venuto. Per fortuna avevo il bagno vicino. È così, quando ho nelle orecchie questa musica leggera leggera, sciolta sciolta, a poco a poco riaffiora nell'intestino il ricordo dell'andare di corpo, anche di quella volta che, a quattordici anni, marinai la scuola (prima liceo), da solo, per passare la mattinata di primavera a leggere Corto Maltese e Supersex, quando, improvviso, nel parco dove mi trovavo, fui assalito da un urgente bisogno di andare in bagno e corsi stringendo le chiappe e arrivai pelo pelo al water di casa. Corto Maltese mi cadde per le scale, mentre Supersex finì ai piedi del lavandino, aprendosi alla formula orgasmica Ifix tcen tcen...
Se facessero mai un film sulla mia vita - solo a pensarci mi vengono i sudori caldi -, in fase di montaggio verrebbe aggiunto quasi tutto. Il regista finirebbe col dire ogni momento: «Beh, questo episodio si può anche aggiungere, con quel poco che hai da raccontare». Proprio così, ho poco da raccontare, traccheggio in balia del quotidiano gioco balordo dei non incontri e dei non inviti, momenti che si succedono senza un significato preciso, fino ad arrivare al presente. Quando penso all'esistenza umana (giacché a volte penso anche all'esistenza canina o gattesca), mi accade di aver l'impressione di non essere una zattera arenata sulla spiaggia, piuttosto una carretta che aspetta l'inverno per portare la legna in casa (Murakami pensa di essere una zattera, ma nel mondo occidentale chi fa più le zattere se non al parco divertimenti degli uomini primitivi?). Sarà stato colpa dell'aliseo hawaiano che, soffiando e facendo ondeggiare dolcemente gli alberi di eucalipto sopra la sua testa, gliel'ha fatta girare per il forte effetto balsamico di vicks vaporub naturale.

Comunque, oggi non sono andato a correre: sono stato a nuotare, di mattina, in una piscina comunale, all'aperto. Ho pagato il biglietto d'ingresso, ho firmato il foglio della presenza e del tracciamento e sono andato negli spogliatoi a cambiarmi senza - come da regola - lasciare niente nel locale (si deve portare tutto dietro, in borsa). Le prime quattro corsie della vasca da 25 metri erano occupate da un folto gruppo di ragazzini dei centri estivi che eseguivano esercizi indicati dagli istruttori. Una istruttrice, alla quale ho levato malvolentieri gli occhi di dosso (se ne avessi avuto un altro paio, due glieli avrei lasciati addosso volentieri), mi ha indicato la corsia n. 5 come libera e ivi mi sono non tuffato, ma infilato, per nuotare come posso e riesco, a stile diciamo libero, e recuperando un po' di fiato a ogni virata. Sono stato quaranta minuti a mollo e ho percorso poco più di un chilometro, non molto, ma già qualcosa per uno che si è messo a fare piscina relativamente da poco. Ho avuto fastidi con gli occhialini, purtroppo, perché non oscurati, cosicché il sole riflesso nella vasca non mi consentiva una buona visuale (soprattutto esterna, nella zona dove c'era l'istruttrice che dava lezione a due signore che facevano acquagym). Infine, sono tornato negli spogliatoi e, nella zona docce (c'era scritto: max tre persone alla volta) c'erano due ragazzini di forse sette anni che si lavavano. «Posso entrare?» ho chiesto e loro mi hanno guardato in silenzio (non so se assenso) sicuramente mormorando, tra sé sé: chi è questo perticone secco coi baffi e la cuffia rossa morettiana? «Tranquilli, non tiro schiaffi, purché non vi azzardiate a dire la parola professionalità». 

Il gioco delle domande

cari democratici,

cristiani, non cristiani, credenti, non credenti, di sinistra, di destra (?), di centro, liberali, socialisti, progressisti e conservatori, comunisti à la Berlinguer, trapezisti e saldatori, prodiani o dalemiani che siate, voi democratici che siete favorevoli al prosieguo dello stato di emergenza, voglio farvi questa domanda - e vi prego, rispondetemi sinceramente - se anziché questo governo strano (democraticamente legittimo, per carità di patria), vi fosse stato un altro governo, anche quello precedente, per esempio, Conte primo ministro ma con Salvini ministro dell'interno, sareste d'accordo col prolungamento dello stato d'eccezione?


***

Rosencrantz: «Per fare certe cose uno stato democratico ha proprio bisogno dello stato d'emergenza?»
Guildenstern: «Tu credi davvero che la sovranità appartiene al popolo?»

martedì 28 luglio 2020

Correre 3


3. Come detto precedentemente, quello che segue è un ricalco imperfetto de L’arte di correre di Murakami Haruki. Dato che, per ovvi motivi, non posso riportare per intero le pagine di tal libro, dovete o leggere questi miei brevi capitoli con il volume accanto, oppure fidarvi. «La seconda che hai detto», sento bofonchiare qualche lettore.


Quando corro, al momento, non mi prefiggo altro obiettivo che ritrovare l’indomani il piacere fisico (faticoso piacere) che provo oggi. Sicché non cerco mai di esagerare perché, se mi stanco troppo, il giorno seguente il desiderio di correre è più difficile da appagare. Quando scrivo un post è fondamentalmente la stessa cosa. Anche se sento che potrei continuare, a un certo punto salvo la bozza, rileggo, clicco su “pubblica”. Così mi sarà più facile scrivere il prossimo post (una volta avevo una cadenza giornaliera). Murakami sostiene che Hemingway ha detto qualcosa di simile. Che cosa avrebbe detto Hemingway? Che l’importante è la continuità, non spezzare il ritmo. Nel caso di tenere aggiornato un blog è importante; nel caso di scrivere un romanzo, importantissimo. Se si riesce a mantenere un ritmo costante, un passo, qualche risultato bene o male (bene o male?) lo si ottiene. Ma occorre insistere finché il volano (o anche: la macina dell’asino) non comincia a girare regolarmente, a velocità fissa.

Oggi, mentre correvo, tra le 10:40 e le 11:30, nella ciclopedonale di Buonconte da Montefeltro, non è caduta neanche una goccia di pioggia: per forza, il cielo era sereno. Faceva caldo, ma non troppo  giacché la pista di terra battuta era quasi completamente ombreggiata dagli alberi che costeggiano l’Archian rubesto. È un clima facile da capire, questo. Come intuirete, sto parlando di meteo perché e come ne parla Marukami, per traccheggiare, ossia per perdere tempo. E il tempo facile da capire (e da perdere) non richiede interpretazioni particolari. E allora, perché ne parli? Così, per allungare il brodo (non è vero che tutto fa brodo). Per strada ho incontrato soltanto un corridore, un giovane, al mio primo chilometro, in senso inverso. Poi ho incontrato un gruppetto di ciclo-amatori in mountain bike (anch’essi in senso inverso), tre donne e un uomo a camminare, due di loro con un cane. Una donna, la più bella delle tre, l’ho incontrata che procedeva in senso inverso quasi alla fine della mia corsa di andata – ci siamo detti un fugace buongiorno e scambiati un sorriso (è stata lei che mi ha fatto faccia da ridere se no di solito non sorrido a coloro che volgono il volto, o tolgono il volto da qualsivoglia scambio di saluto) – e, così, ho avuto la possibilità, dato che lei camminava, al mio ritorno di raggiungerla (la ciclopedonale non è ad anello), superarla, sorriderle nuovamente e replicare al suo, «Buona corsa!», un imbranato «Altrettanto», tant’è che lei ha subito replicato «Eh, ma io cammino» ( se si mettesse a correre, signora, vedrà che terrò volentieri il suo passo).

Altro da segnalare? Sì, quasi  tutti coloro che camminano, quando qualcuno, da dietro, si avvicina correndo, si sentono a disagio, come se qualcuno stesse per assalirli alle spalle. Una volta superati, infatti, chi corre ha l'impressione che essi tirino un respiro di sollievo. Personalmente, voglio rassicurarli che, nel mio come nella maggioranza assoluta dei casi, non è così: chi corre, quando sta per superare qualcuno che cammina, cerca di aumentare il passo per mostrare che lui corre in scioltezza, pavoneggiandosi un po' per la propria presunta capacità atletica e badando bene a non inciampare per non incorrere in una figura cacina.

lunedì 27 luglio 2020

Correre 2

2. «Siamo in estate e quindi fa caldo». Cazzo, disse la marchesa. È opinione diffusa che nell’Italia centrale d’estate faccia caldo, soprattutto nei mesi di luglio e agosto. Poi, va bene, ci sono anche le altre stagioni, ognuna con le sue caratteristiche che non importa descrivere qui, perché scrivere sul tempo è scrivere di niente, un niente uguale a quando due persone che non hanno niente da dirsi iniziano a conversare sul tempo che fa – e si sentono, dopo averne parlato, più imbarazzate di prima, perché non hanno parlato di niente.
Qui dove abito non siamo alle Hawaii. Qui non soffiano gli alisei. Durante il dì (dalle 10 fino alle 20) fa caldo poi, se va bene (e quest’estate sinora è andata bene) la sera rinfresca e le temperature scendono abbastanza da sopportare una felpa, per uscire, o una coperta leggera sopra le lenzuola, per dormire. 

Da quando abito qui, cioè da sempre, ossia da quando sono nato, e sono nato più di mezzo secolo fa, ho preso a correre da poco, dallo scorso autunno. Niente di che, soltanto due o tre volte alla settimana. Ma quando sono in ferie di più, anche quattro o cinque volte a settimana. Io devo saltare un giorno o due, per riposarmi e soprattutto per non sfinirmi dato che sono magro come un’acciuga sotto sale e dopo ogni corsa, sebbene cerchi di reintegrare mangiando e bevendo quanto riesco e posso, perdo sempre un po’ di colatura. Almeno mi sembra. Mi asciugo, dunque mi acciugo. E struggo, come in un soffritto.

«Stamattina ho corso per un’ora e dieci minuti ascoltando sul mio walkman due album dei Lovin’ Spoonful». Io no, stamattina non sono andato a correre, ma ieri sì. Ho corso per circa un’ora e dieci minuti senza ascoltare alcuna musica. Talvolta le cuffie altoparlanti esterne classiche, a casa davanti al pc, le metto, ma gli auricolari proprio non li sopporto neanche da fermo, figuriamoci per correre. E poi, a pensarci bene, non riesco più a tollerare la musica perenne di sottofondo, quale che sia. Preferisco il silenzio, o meglio: il rumore, a volte anche piacevole, di ciò che mi circonda. Soprattutto: il respiro e il tonfo sordo dei passi. Una volta sola, correndo, mi è capitato di mormorare una canzone, tra i denti, perché forse avevo bisogno di carica: Everybody needs somebody to love.

«Sono nella fase in cui devo lavorare sulla resistenza e aumentare la distanza che percorro, mentre il tempo che impiego è irrilevante. Basta che copra in silenzio il numero di chilometri che mi sono prefisso, mettendoci le ore necessarie». Anch’io, uguale uguale, salvo che in silenzio, come ho detto, i chilometri li faccio davvero, senza gli auricolari e la musica attaccata alle orecchie.

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N.B.
Tutte le frasi «tra virgolette» (tranne dove diversamente indicato) sono tratte da L'arte di correre di Murakami Haruki, Einaudi, Torino 2009

domenica 26 luglio 2020

Correre

Capitolo primo

25 luglio 2020, ciclopista dell'Arno, Toscana, Italia.

Chi può permettersi di ridere di Murakami Haruki?

1. Oggi è il 25 luglio 2020, un sabato. Ciclopista dell'Arno, nella Toscana nord orientale. Il tempo è buono, non troppo caldo per essere nel periodo del Solleone. Passa qualche nuvola di panna, sicché non c'è bisogno di alludere all'idea di nuvole. Sto da queste parti, a casa mia. Ogni mattino, siccome non sono uno scrittore, ma un blogger, non mi metto alla scrivania a lavorare, ma perdo tempo, questo sì, con sporadici post scritti e pubblicati (compreso questo, s'intende). Adesso scrivo, non per scrivere un libro, ma dei semplici post, seguendo la traccia di un libro, L'arte di correre (Einaudi 2009) di Murakami Haruki, noto scrittore giapponese. Il libro è definito in copertina come «lo straordinario autoritratto di uno scrittore-maratoneta»; eppure io lo trovo un libro assai imbarazzante, nel senso che se l'avessi scritto io mi sentirei in imbarazzo, anche se, evidentemente, la soglia del pudore, in fatto di scrittura, è diversa per ognuno. Ora, dato che da pochi mesi ho preso a correre anch'io, voglio cimentarmi a scrivere qualcosa non sull'«arte» di correre (non avendola tale arte, non ho potuto metterla da parte e tirarla fuori alla bisogna, davanti alla tastiera) ma sul fatto che io corra e perché e come mi senta correndo, cercando di mantenere il passo dello scrittore giapponese, nel senso di seguire il suo primo capitolo quasi come Pierre Menard scrisse il Don Chisciotte di Cervantes, ma non uguale uguale, no, quasi uguale, e il quasi è dato dal fatto che io scriverò per togliermi quel senso di imbarazzo che ho leggendo questo libro. 

venerdì 24 luglio 2020

Pourparler

via

Chissà che non possa rivelarsi di qualche utilità l’incontro di ieri mattina a Palazzo Chigi sul problematico tema della scuola.

Non c’era un ordine del giorno, tema proposto volutamente generico, esposizione a cascata da parte dei nove intervenuti su invito del presidente del Consiglio Conte e della ministra dell’Istruzione Azzolina: Eraldo Affinati, Concita De Gregorio, Paolo Flores d’Arcais, Ernesto Galli della Loggia, Miguel Gotor, Marco Lodoli, Alberto Melloni, Michela Murgia, il sottoscritto.

[...]

I nove invitati avevano competenze, predilezioni, visioni politiche diverse, se si fosse approfondita la discussione sarebbero probabilmente emersi dei contrasti; la semplice enunciazione dei temi ha dato all’incontro lo svantaggio della genericità compensato però, almeno in parte, dall’esposizione di un ampio catalogo. Si può davvero dire che praticamente tutti i problemi sono stati posti sul tavolo.


Su uno solo, oppure su tre milioni di tavoli?

A parte.
Come suole, i problemi sono posti sul tavolo o sul tappeto. 
Sul tappeto per essere calpestati o aspirati o battuti fuor di finestra (in breve: per sbarazzarsene).
Sul tavolo, invece, per giocarli come carte, per mangiarli come pietanze, per usarli come strumenti (ad esempio una penna o una tastiera) o per lasciarli lì sopra a prendere la polvere? 

- L'ultima che hai detto, tanto, dei nove suddetti intervenuti, nessuno spolvera tavoli, mai.

P. S. 
Curiosità. 
Sebbene tra i nove convenuti vi siano certamente degli esimi professori, non si capisce perché mai, quando in sede governativa parlano di scuola, sia convocato un maestro o una maestra della scuola primaria oppure dell'infanzia. Boh. 


mercoledì 22 luglio 2020

Scheletri nell'armadio

- Hai qualche scheletro nell'armadio?
- No, fuori dell'armadio. Quando apro l'armadio, ne vesto uno.
- Fuor di metafora: hai dei segreti che vorresti rimanessero tali?
- Sì, taluni: sono i miei agenti.
- In che senso?
- Nel senso che mi agiscono, costruendo alibi.
- Hai peccato?
- Qualcosa da parte, sì. Non molto, a dire il vero, due o tre etti. Ne vuoi?
- Roba buona?
- Tagliata.
- Quando ti sei confessato la penultima volta?
- Dopo Pasqua: camminavo e piangevo per i fatti miei quando è passato un prete con un Maggiolino cabrio che mi ha chiesto: «Perché piangi?» E io: «Sono allergico alle graminacee: mi è preso un prurito forte agli occhi, non ho resistito e me li sono grattati. Ho goduto e ora piango. Mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei grattamenti». E il prete: «Bene: ego te absolvo».
- E come ti sei sentito, dopo?
- Assolto per insufficienza di prove.
- Hai la fedina pulita.
- Credo in un solo Lyso Formio.
- Non lo bere, eh!
- No, no: lo sniffo e basta, quando passo lo straccio in bagno.
- Ah, ma che bravo che sei! Fai le faccende.
- Pazienza. Francesco Pazienza è uno degli agenti dei quali sopra dicevo.
- Vabbè, adesso esageri: ogni risposta che dài sembra tu giochi al Bersaglio!
- Sbaglierò.

lunedì 20 luglio 2020

Classi pallaio

- Maestro...
- Ditemi, o alunni.
- Possiamo portare le bocce?
- Certo, anche quelle delle mamme.


tre milioni di banchi

La rigida giustizia che li frega

(Inf. XXX, v.70)

Suggerimento: perché il governo, parallelamente ai fondi di recupero europei che riuscirà a ottenere, non decreta d'urgenza - in segreto, per ora - un piano di alleggerimento fiscale ultravantaggioso per tutte quelle dittarelle che tengono la sede in Olanda, Lussembergo e Irlanda? Dimodoché, seppur poco, qualche miliarduccio in tasse lo intascherebbe anche da tali papponi, fregando, al contempo i cosidetti paesi frugali (fregali, Conte, pensaci tu).

sabato 18 luglio 2020

Vedessimo

Vedessimo, cioè, se noi ci
vedessimo
come siamo fatti, come eravamo fatti 
allora
noi chiuderemmo gli occhi
per non vederci più
per dimenticarci di come eravamo e siamo fatti
e pregheremmo entità a caso
(di norma le nostre legate alla tradizione
sacramentale cristiana)
per sparire al più presto
ritornare molecole sparse di materia
senza sentimento
che non ricordano e non sentono più
né stiano a cercare se abbia senso o no
il verbo vivere.

Poi potremmo anche
assolverci
benedirci
giustificare tutta l'incompiutezza
e sdraiarci, come si conviene,
in un prato da bravi animali
al pascolo.

E senza aspettare i pastori
iniziare a mungerci
da soli.

venerdì 17 luglio 2020

Per nome

Avevo un nome, poi l'ho perso e non c'è stato verso di ritrovarlo. Dov'è il mio nome, dov'è il mio nome? Mi dicevo, sconsolato, allo specchio. Nessuna risposta. Il mio nome era partito e io dovevo adeguarmi a vivere senza nome, senza essere chiamato, senza essere riconosciuto. Anche mia moglie, quel mattino, forse anche perché mi ero fatto la barba di un mese, stentò a riconoscermi, a identificarmi, le sembrò di avere in casa uno sconosciuto e, per un attimo, fu tentata di chiamare aiuto. «Ma che fai, Maria, sono io, non mi riconosci?». Per fortuna la voce non era cambiata, era la stessa che sentiva spesse volte al telefono, quando stavo fuori casa, giorni interi, per lavoro e rientravo solo il fine settimana. «Senti, Marì, per caso, hai visto il mio nome da qualche parte? Non ricordo dove l'ho appoggiato e non riesco ritrovarlo». «Aspetta», mi fa lei, «che provo a farti squillare il telefono».


giovedì 16 luglio 2020

Maletton

Vicenda Autostrade: 
Chiusura estremamente brillante per Atlantia (+26,65% a 14,49 euro) a Piazza Affari, con l'accordo in Consiglio dei ministri per l'Aspi. Il titolo ha scambiato quasi 18 milioni di azioni, sfiorando il 2,2% del capitale.
Quale miglior prova della socializzazione delle perdite, privatizzazione dei profitti ?

Ma i Benettoni insistono: «Trattati peggio di una cameriera».
Beh, non so come trattino le loro cameriere (e ne hanno, eccome se ne hanno in servizio in pianta stabile nelle magioni di proprietà), epperò vorrei mestamente dire ai signori Benettoni che io le cameriere le tratto bene, educatamente, dando del lei a prescindere e scendendo al tu solo se richiesto; inoltre, a quelle particolarmente gentili, mi viene naturale porgere dei fiori e dei sorrisi, mentre a voi, signori Benettoni, se avessi modo (e ciò m'intristisce perché modo non ce l'ho), getterei in capo secchiate di merda.

***
In giro sorgono lamentazioni sul fatto che, dopo l'intervista del nuovo direttore di la Repubblica a Il Foglio, sia divenuto chiaro a tutti che, in Italia, non vi siano più giornali di sinistra (Avvenire a parte, qualcuno osa dire, ma vabbè). Non rammentano Il Manifesto perché si autodefinisce, in maniera assai impropria, quotidiano comunista (e comunista di che? di come? di quando?)

Facciamo ora un esempio semplice su come dovrebbe essere un giornale di sinistra: della suddetta dichiarazione dei Benettoni, fare un titolo in prima pagina e un editoriale che fomenti un sanissimo odio di classe. Purtroppo, da decenni, i signori del capitale sono trattati, da tutta la stampa, non solo italiana, coi guanti di velluto.

***
Sia chiaro: io non dico di dare fuoco alle pecore, ma ai maglioni, alle sciarpe, ai Malettoni.

mercoledì 15 luglio 2020

È partita la gara

La ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha confermato, a questo proposito, quanto detto qualche giorno fa dal commissario straordianario Domenico Arcuri: “la gara per i test sierologici al personale scolastico è partita".
Io, nel blog, parlo poco, anzi, quasi niente delle vicende legate al mio mestiere; mi capita tuttavia di parlarne fuori del blog, con colleghi, colleghe e amici. E riguardo ai test sierologici previsti per tutto il personale della scuola da fare prima che inizi il nuovo anno scolastico (e accademico?), ho chiesto lumi a un amico blogger, e docente lui stesso, e lui mi ha risposto così:

«Non servono a un cazzo. Una volta che sai che un prof o uno studente ha avuto il covid cosa fai? Ce l'ha avuto, e adesso no. Fine. Soldi sprecati. Tra l'altro leggevo che ci sono persone che nemmeno sviluppano anticorpi specifici: beccano il covid ma hanno un sistema immunitario così forte che lo elimina prima ancora del tempo necessario a sviluppare anticorpi specifici. Usa altri anticorpi o non ha punti deboli dove è possibile che il virus si replichi, boh. Comunque, questi sarebbero persone che hanno avuto il virus ma al sierologico non risulterebbe.

Il punto è cosa intendono fare se scoprono qualcosa nei sierologici: ti chiudono in casa fino a quando qualcuno decide di farti il tampone? E la classe dove lavori? E i loro parenti e le persone con cui sono venuti in contatto?
Ci sono 2 milioni di test a bando, dice la ministra. Ci sono 10 milioni di persone nella scuola. Ci sono a spanne 8 milioni di famiglie coinvolte, ciascuna, mediamente, composta da 3,5 persone - facciamo tamponi a 25-30 milioni di persone, vediamo come si organizzano il ministero dell'istruzione e quello della sanità!
Possibile che siano così coglioni da non rendersi conto delle proporzioni di quello che gestiscono? Non hanno idea di cosa fare! O forse sono solo pupazzetti manovrati appunto dai "giganti del webbe", sono loro gli webeti (rispolveriamo il loro insulto di qualche anno fa).»


Questo per quel riguarda i test seriologici. Poi c'è anche la questione dei banchi. Dice, infatti, il ministro.
«Siamo pronti anche con la gara per i banchi»
Che gara? Vediamo:

50 euro se banco "normale" di legno e metallo. 300 euro se banco "moderno" con le ruote. Ora, lasciando da parte l'andante della nonna e delle ruote, speriamo almeno che, in caso di acquisto di banchi mobili, le monoposto siano gommate Michelin.

Non mi resta che ripetere, col mio amico: possibile che siano così coglioni da non rendesi conto delle proporzioni di quello che gestiscono?
Possibile, sì.