domenica 5 aprile 2020

Ci sarebbe solo la strada

Stamani, nel silenzio e nel deserto delle strade del paese, per la prima volta in vita mia ho desiderato fortemente avere in macchina uno di quegli impianti stereo da migliaia di euro con degli altoparlanti da discoteca, belli pompati, che sparano decibel di musica a palla, per far sentire un inno diverso, meno patriottico, più umano, semplicemente più umano e rivoluzionario. 
Purtroppo, camminando nel breve tratto di strada verso l'edicola, al mio fischiettare non si è affacciato nessuno. 
È passato solo un vigile in macchina, con la mascherina sul collo, e ha sorriso.
Nel caso oggi, come d'abitudine, sull'altoparlante dell'auto di servizio, anziché la voce del sindaco e il gracchiante, inascoltabile inno di Mameli, volesse far ascoltare la canzone che avevo in mente, eccola, gliela segnalo qui:




venerdì 3 aprile 2020

Sulla punta dei piedi

Uomini, donne. Anzi: donne, uomini: vi piacciono i passatempi sani ed economici? Dopo la rinomata Settimana, questi del blog sono gli intellettualmente più sopraffini dribblatempi d'inizio millennio. Soprattutto quanto non si attardano su temi di cocente attualità (come i sassofoni), giacché non amano scottarsi.

- Hai salato l'acqua?
- Non mi ricordo.
- Assaggiala.
- Ma è a bollore!
- Allora si va alla sorte.

Buona pasta e ceci, vero? Preferite i ditali o i tagliolini?

E intanto, sopra le nostre teste distratte, a ciel sereno, due elicotteri svolazzano scoppiettando in direzione Tirreno Adriatica.

Quando arriveranno - se arriveranno - le rondini, dovranno stare a nido o potranno svolazzare duecento metri in linea d'aria sopra, sotto, davanti e dietro?

Ho tempo, tanto tempo per passare il tempo, ma non ho tempo per passarlo a tempo perché sono in disaccordo e nessuno che mi dia il La.

- A te darei il Lao Tzu
- Benissimo, sentiamo:

XXIV
Sulla punta dei piedi non si sta ritti.
Con le gambe larghe non si cammina.
Se ci si esibisce, non si brilla.
Se ci si afferma, non ci si manifesta.
Se ci si vanta, non si riesce.
Se ci si gloria, non si diventa il capo.
Di tale atteggiamento nei confronti della Via si può dire: «Un nutrimento sovrabbondante e delle azioni ripetute fino alla nausea certamente ripugnano a (tutti) gli esseri».
Perciò colui che possiede la Via non se ne occupa.

- Non male, grazie. Solo un rilievo: sei sicuro che delle azioni ripetute sino alla nausea certamente ripugnino tutti gli esseri?
- Non saprei. Stare a casa coi frigo e le dispense piene non è un'azione.


giovedì 2 aprile 2020

Natura morta con frutta

Può darsi non sia più connesso
con quello che il mondo insiste a offrire
e spesso
mi nasconda fino a sparire
come se tutto non accadesse
o sembrasse un frutto
dipinto da Giorgio Morandi
che ti sta lì davanti
morto senza morire.

Quante voci si sentono intorno
ma non una che non abbia qualcosa da dire.
Parole su parole più oscene di un porno
ostinate ognuna ad asserire.

Di quanto silenzio avrei bisogno?
Di quanta parte di orizzonte che si chiuda?

E scappo.
Nella fortuna di braccia vicine
dove lascio cadere come nel vuoto
la mia anima nuda.


venerdì 27 marzo 2020

Uscire dall'ombra

Mi manchi, azzurro, non è vero
che mi manchi, azzurro, è vero:
è l'aria, piuttosto, che mi manca
quell'aria solita di sempre che
più solita non è ma riservata
in uno spicchio d'atmosfera
che il grigio di oggi chiude
e acquieta il voler andare altrove.

Non l'arrocco quotidiano sulla scacchiera
del pavimento casalingo rallenta
lo scorrere delle ore, no;
ma che i sogni stessi giochino in difesa
nell'attesa di essere nuovamente liberi
di tornare alle catene dei propri desideri.

Finalmente un'erezione: era tempo
che le connessioni interne della mente
non la contemplavano. Ora che faccio?
La prendo in considerazione?
Io direi - dico fra me e me - e mi do retta
e recupero il tempo perduto, come Proust,
senza fretta.
Le fanciulle sono sempre in fiore:
sarà bene esca da questa ombra.

giovedì 26 marzo 2020

Bazookami

Sono stato in edicola a comprare la Settimana enigmistica. Su una prima pagina ho letto, a caratteri cubitali, di un bazooka da 50 miliardi. A me mi: ripeto: a me mi fa girare i coglioni questo abuso di retorica militarista e guerrafondaia, anche perché l'unica arma di cui dispongo è una fionda. Con l'elastico rotto.

Anche l'elastico di molte mutande mi si è rotto, ma le mercerie, i negozi di abbigliamento, i banchi del mercato sono chiusi (poi nevica). 

E il baccalà chi me lo ammolla?

Comprerò le mutande su Zalando: si può?

Sinceramente, guerra per guerra, avrei preferito essere bombardato dagli americani: almeno dopo gli schianti, loro avrebbero paracaduto la roba da mangiare e non ci saremmo sbattuti per fa la spesa che neanche a Seveso al tempo che fu.

Comunque, tranquilli: sto a casa e cammino per qui, ma lasciatemi dire vaffanculo finché lo potrò dir.

martedì 24 marzo 2020

Ground Control to Major Tom

Camminare con il sole e il vento in faccia,
lungo i metri che la legge concede,
ad occhi chiusi per far sì che la luce
soffusa sotto le palpebre
conceda una vista che oltrepassi
l'ostinato presente.

E stare come dei nudi rami
in attesa che le foglie nascondano
e proteggano l'essere
e nutrano la nostra fame di quiete.

Se fosse questa una missione
ci saremmo almeno preparati
come astronauti in attesa del lancio
su una rampa del Kazakistan.

Tenere gli occhi chiusi ancora un poco
per vedere Terra come ne fossimo usciti
e provare nel confine delle propria solitudine
a cantare una canzone in attesa
di essere liberi una volta ancora.


domenica 22 marzo 2020

Vogliono i colonnelli

Considerazioni a margine di due post: uno e due.

Voglio credere, voglio sperare che tutte queste decisioni emergenziali siano prese dai governanti come extrema ratio per la tutela e la salvaguardia sanitaria della popolazione, ma non credo che la maggioranza della popolazione che le subisce (queste decisioni), le senta come un ulteriore aggravio epidemico, come un indebolimento sostanziale del corpo democratico, e temo, invece, le viva come una naturale conseguenza perché "sai, sennò la gente non capisce", e applauda se una pattuglia delle forze dell'ordine arresta qualcuno che contravviene alla regola (per esempio: uno da solo che cammina o corre per strada).

Io, invece, non sono contento per niente di dover andare in giro con un foglio di via. Sono assai preoccupato di essere controllato per un sì o per un no. Vedere l'esercito per strada mi fa cadere le palle immunitarie (me lo faceva anche prima, a vedere i mezzi blindati sotto il Duomo e gli Uffizi).

***
Per un guasto tecnico non ho la tv ordinaria per cui non mi abbevero alle informazioni standard ufficiali. Per ora seguo internet, due o tre fogli principali di agenzia. Vedo ancora questo fottuto insistere sui dati, sui numeri del contagio, e il godimento (quasi) nel cercare il caso di qualcuno che è morto anche se era «sano come un pesce».

Sano come un pesce... Nessuno nelle redazioni che sia mai andato a pescare? 

Nella premessa che questa situazione mi ha - comunemente - scaraventato in una ipocondria che mai prima avevo vissuto, e che io sia certamente allarmato e segua le direttive indicate per contrastare la pandemia, l'aspetto non secondario che mi affligge è come il sistema informativo (del quale siamo noi stessi vittime e complici tramite l'uso dei socialmedia) abbia agito e stia agendo nella diffusione del panico e nella richiesta del Vogliamo i colonnelli. 

Eppure, nel 1969, nonostante ci fosse un canale solo, la televisione parlava in un altro modo.

sabato 21 marzo 2020

Is everybody in?




Ho tra le mani
domani
lo guardo lo curo
lo cullo sicuro
pensando che adesso
sia solo un spesso
paio di mutande di piombo
che mi gettano a piombo
sul fondo più fondo.

*
Può la poesia guarire qualcosa?
Non credo. È già tanto che non risulti noiosa,
che a leggerla insomma si abbia
più percezione di gioia, che di rabbia

Ma la rabbia di oggi non consente
di stare leggeri a parlare di niente:
il tarlo non rode solo il pensiero
ma il resto del corpo («ti giuro che sclero!»).

*
Primavera, finalmente.
Primavera, formalmente.
Disinfettatemi stocazzo di mente
che vorrebbe viaggiare lontana
con due gocce di valeriana
ma certo non basta una tisana:
lo Stato ci passi LSD adesso
così usciremo di casa lo stesso
comodamente seduti sul cesso.

*
E allora farò come Kavafis
se non posso la vita che desidero
cercherò di star calmo qui
nel mio privato chilometro zero
a fare spesa di me
e mettermi in dispensa
nel caso poi di me avessi bisogno
e farmi lesso o al forno
o restassi senza carta igienica.

_________
Qui il testo


giovedì 19 marzo 2020

Correva l'anno

Siccome non credo che chi passa da qui venga a cercare notizie (aggiornamenti o annottamenti) sul gran tormento in corso e neanche impressioni sulla angst che da esso scaturisce, ho pensato di riordinare e ripulire la scrivania e una parte di libreria. Bravo.

Ho ritrovato un'agenda. È del 1990. E se piangessi?

Fu un anno che ero - eravamo innamorati. Infatti passò presto, come un fulmine, quell'anno. Comunque, in tale agenda bancaria dell'ex popolare dell'Etruria e del Lazio (quanti fallimenti!), sono riportate le cronache quotidiane - spesso in versi -  di un giovine perdigiorno che si accompagnava con una giovine che non aveva tanti giorni da perdere, ma pur ogni tanto inseriva delle note a margine della suddetta diaristica. Ad esempio (28 marzo):
Le piccole cose d'una stanza d'albergo a Venezia: levarsi le scarpe, mettere i calzini sul radiatore, lavarsi le mani, buttarsi sul letto, spogliarsi, fare i bisogni, rilavarsi le mani, pettinarsi, mettersi il pigiama, andare a letto zusammen... Tira  ora vento e piove ancora: i pigolii, il nido ai piedi, alcuni strofinamenti... na nait... ci svegliamo: occhi piccoli, naso grande, bocca storta: un'ora prima d'alzarsi: ci laviamo, ci vestiamo, ti trucchi: occhi grandi, naso piccolo, bocca dritta: colazione e: primo sole a Venezia! Venezia d'Oriente. Pranzo vegetariano. Palazzo Grassi: Andy Warhol: una retrospettiva. E poi ancora Venezia, le calli, ri-San Marco, (Acquarium), tutto un giro a finirsi i piedi. Poi albergo, cena. la camera, il letto... qua, qua, qua. 
E la nota a margine:
«Luca è un bambino cattivo: occhi piccoli, naso grande, bocca storta e... qua, qua, qua».
Ma ritornando all'oggi, a questo tempo che non passa, a questi scienziati «i migliori che sono sul mercato» (!), vorrei tanto che presto, molto semplicemente, ci rifossero i banchi del mercato, compreso quello della bella signora prosperosa che vende mutande e calzini anche da uomo e che sempre buoni consigli mi sa dar.   

martedì 17 marzo 2020

Incluso il cane


Io ci provo, ci provo, ci provo ma non riesco, non riesco, non riesco a stare tranquillo, nonostante ci siano le condizioni per stare tranquillo, incluso il cane.
Certo, me la racconto - e come no, hai voglia se me la racconto - che andrà tutto bene, ma questo futuro - «Che fine ha fatto il futuro?» - sia pure schiacciato dall'angosciante presente, quando arriva?

Andrà - quando diventerà: è andata? Quando potremo metterci davanti a un tavolo a raccontarci la storia di questi tempi tristi e tribolati? E io stavo così, e passavo il tempo in quel modo... 

Il problema è che, invece, qui si stia assistendo e - soprattutto - subendo un crescendo di ansia e preoccupazioni diffuse, come se la società tutta fosse all'angolo in attesa del KO. 
Ma quando suona almeno la fine di un round?

Quando la smetteranno con il quotidiano bollettino della contabilità del contagio? Quando impacchetteranno tutti i dati nella silenziosa statistica dell'Istat?

Nel Bilancio demografico nazionale del 2018 si legge che, due anni fa, in Italia ci sono stati 633mila decessi, vale a dire poco più di 1700 morti al giorno. È un dato tranquillizzante, nevvero?



Certo, la situazione attuale è grave, la realtà oggettiva non è che la si cambia a proprio piacimento. Io vorrei soltanto che, in questi giorni dello stare a casa, si potesse, non dico nascondere la realtà: soltanto tenerla per un attimo in stand-by, e si avviasse una narrazione diversa degli eventi e, in spirito decameroniano, si riuscisse a mitigare l'effetto panico senza dover ricorrere alle benzodiazepine.

Per fortuna c'è il cane.

lunedì 16 marzo 2020

Basta col dito

Ora che sono a casa potrei scrivere e scrivere e scrivere (e leggere e leggere e leggere). 

Invece guardo il dito


N.B.
Mi riferisco al dialogo tra Totò e Aldo Fabrizi che va, più o meno, dal minuto 42'30" al 44'15".

venerdì 13 marzo 2020

E diventava virale

Dei rimpianti giorni della normalità perduta e, ahimè, mestamente agognata, ve le ricordate tutti le colonnine di destra (o sinistra, o al centro, o sopra, o sotto, o a kamasutra tra una pubblicità e l'altra) dei quotidiani online, nelle quali, sovente, v'era Tizio e v'era Caio, o pure Pluto e Topolino, che - ripresi in video - facevano qualche cazzatella che, attestavano puntualmente i titoli, diventava virale?

Beh, chissà se lo usano ancora nelle redazioni online tale aggettivo; ma soprattutto: chissà se, dopo che sarà andato tutto bene, lo useranno ancora. 

giovedì 12 marzo 2020

Un nespolo

Non mi va di parlarne:
eppure ne parlo;
non mi va di sapere:
eppure mi informo;
non mi va di scriverne:
eppure ne scrivo.

Potrei tirarlo fuori
l'argomento
ma mi trattengo: 
signore e signori,
non è il momento:
è meglio se spengo.


Ma non spengo, no. Fare la cronaca di questi strani giorni dell'incertezza (fatta salva la certezza del sillogismo aristotelico) non mi pare il caso. Neanche fare battute (con i socialmedia, il numero dei battutisti ha superato di gran lunga quello dei poeti). Non mi va di scherzare e neanche di piangere. Di fare un urlo ogni tanto: sì. Di ricordarmi del desiderio: anche. Di fuggire l'ipocondria: ma come? Per esempio: oggi ho sfruttato, per quanto concesso dalla mia scarsa attitudine, il contatto con la terra: raccogliere i rami potati degli ulivi; piantare un nespolo.

«Non è bello stare sotto un nespolo e tenere un diario o un mensuario quando il carnevale impazza».
Luigi Pintor, Il nespolo, Bollati Boringhieri, Torino 2001

mercoledì 11 marzo 2020

Meditate, gente, meditate

Ieri sera, su invito di una conoscente, ho partecipato a una meditazione (laica) di gruppo online. Ventidue minuti di silenzio e di buio (a occhi chiusi). Sono rimasto seduto su una sedia, col telefono davanti, cercando di mantenere una posizione della schiena ben dritta, e mi sono messo le mani una sul petto e l'altra sull'addome. Poi, quando è suonata una campana che sembrava il varo di un cargo indocinese, mi sono concentrato sul respiro, prestando attenzione allo scorrere dell'aria nei due sensi legati alle fasi della respirazione stessa. E la mano sull'addome ondeggiava al movimento del diaframma, assecondandolo. A un certo punto, la mente è andata per i cazzi suoi e mi sono trovato in vari posti, non esotici, ma tutti legati alla quotidianità, ivi compreso fare la spesa con gli ingressi contingentati. Siccome la guida, nel preambolo, aveva avvisato i partecipanti che poteva succedere, ho riacchiappato la mente e riportata, seppur a fatica, dentro il flusso, nel va-e-vieni del respiro. Un indolenzimento alla spina dorsale si è quindi presentato a distrarmi e ho dovuto spostare la mano dall'addome alla schiena, in una sorta di patetico autoabbraccio. L'indolenzimento è svanito, sì, ma è subentrato un prurito proprio dentro una scapola: meno male ho le braccia lunghe, così, con la punta dell'indice e del medio, mi sono potuto grattare con soddisfazione. A un certo punto non ce l'ho fatta: ho aperto gli occhi e ho visto che, in quel momento, di tutti i partecipanti, ero l'unico ad averli aperti. Gli altri restavano come si doveva, concentrati, a meditare. Spinto da un riflesso imitativo, ho richiuso gli occhi, ho rimesso le mani dove come all'inizio e cercato di tenere la mente concentrata sui bpm del cuore. Ce l'ho fatta: li ho riaperti allo scadere dei ventidue minuti, nonostante centinaia di distrazioni (o attenzioni) corporali e mentali.

Meditare, dunque, pare un ottimo esercizio per tenere a bada il flusso continuo di informazioni (e tensioni) che ci frullano in testa e provocano irrequietezza e agitazione. E, da quel che mi sembra di aver capito, ciò avviene proprio perché si costringe il pensiero dentro al corpo, lo si confina nei suoi limiti, facendolo concentrare, innanzitutto, su ciò che sta alla base del vivere: respirare, sentire il cuore che batte. Due palle, insomma: ma anch'esse servono - e non solo per la riproduzione.

domenica 8 marzo 2020

Le cose del corpo

« È segno di scarse qualità naturali dedicare troppo tempo alle cose del corpo: per esempio un eccessivo indulgere agli esercizi ginnici, a mangiare, a bere, a defecare, ad accoppiarsi. Attività che devono restare marginali: tutta l'attenzione va rivolta alla mente ».
Epitteto, Manuale, 41 (edizione Garzanti, traduzione Enrico V. Maltese).

È assai difficile, in questo periodo, porre tutta l'attenzione alla mente; a farlo, si rischia di diventare pazzi, perché la mente, pensa e ripensa, ricade sempre nello stesso pensare: ma che rottura di palle è mai 'sto corona? Come farò a scansarlo? Me le laverò abbastanza le mani? Starò a sufficiente distanza dal prossimo? Ehi, ma quello in fila alla cassa prima di me ha starnutito: che faccio? Ritorno indietro?
Sarà anche per questi motivi che, in questo periodo, contrariamente a quanto suggerisce il filosofo, è dedicando molto tempo alle cose del corpo che la mente riesce a distarsi, a pensare ad altro, giacché indulgere a certi piaceri, a certe attività, la rilassa, le fa ritrovare equilibrio e distacco necessario per guardare gli accadimenti con maggiore oggettività.

«Ehi tu? Ma quante volte hai tirato lo sciacquone oggi?»


giovedì 5 marzo 2020

La sospensione di Budda

Sono sospeso, aereo, ma non posso, come Igles Corelli,
andare alle Mauritius. Mi taglierò i capelli
da una parrucchiera italiana
con il figlio piccino che fa il nido ma anch'egli
questa settimana
sta a casa con la nonna o una tata africana.

Appoggio il capo alla vasca sospesa, lo declino
all'indietro e sento l'acqua tiepidina uscire dal soffione
della doccia e la prima passata di shampoo
massaggiare, della mia testa
dura, quel che resta
del cuoio capelluto: ben poco: gli ormoni
a una certa età fanno girare i [omissis]

È una bella sensazione farsi lavare i capelli
con il capo all'indietro: il fastidio è solo del collo
che pensa a quella puttana di Erodiade
che per levare dagli impicci sé stessa e il cognato -
dopo aver organizzato la danza dei sette veli -
suggerì a Salomè quale desiderio dovesse esprimere
dopo che la figlia conquistò il diritto a esprimerne uno:
la testa del Battista - e la giovane chiese aggiungendo
di suo soltanto l'idea pittoresca del vassoio.

Ecco: io mi sento la testa sospesa su un vassoio
senza nessuno che me l'abbia tagliata
per reprimere una verità che non ho.
E dato che non ce l'ho, non giudico: sto
sospeso e di poi mi lascio acconciare
phonare e mettere giusto un tocco di gel.

Mi guardo agli specchi che riflettono me
davanti e di dietro e di lato:
inutile dire oramai che essere nato
sia un inconveniente: sono qui
a subire come tutti il tramonto dell'occidente
nel corpo e nella mente -
ma ciò non fa di me uno stronzo reazionario
o un ebete riformista scialpinista
nelle piste innevate del Pakistan.

Sto come il cazzo di Budda
ad aspettare la rivelazione:
riuscire ancora a far centro
orinando con un'erezione.

martedì 3 marzo 2020

L'inizio di Fukuyama

Nel mondo brindano le testedicazzo. Netanyahu ha vinto, Erdogan troneggia, Putin ortodossa, Trump scoreggia, gli europei in fila per due, col resto di quel ciuffino biondo dar cece in bocca che tanto s'è prodigato cor poppolo suo a uscirne (e bravo stronzo, te e la reggina coeli in terra e pace in terra agli omini de bona volontà). E insomma: dovesse finire proprio adesso la storia ('a Fukuyama! ma vattelapijanderculo, va!) non è che - a conti fatti con l'Apocalisse - ci si farebbe tutta questa gran figura come uomini che si fanno comandar da questi brutti nel viso e fatti male addosso. Manco un marcantonio, una Cleopatra, uno struzzo, un bucio di culo de Torre del Lago potrebbe raddrizzar la situazione.

***
Uno dei miei timori conseguenti al corona è che si stia diventando tutti un po' più miopi. Vedi me, per esempio.
Oggi, dopo un lustro, sono andato a fare una visita medico-sportiva per attività non agonistica (controlli vari: spirometria, elettrocardiogramma e pressione sotto sforzo, analisi delle urine) e sono risultato idoneo (roba leggera, non agonistica appunto). Dico questo perché, leggendo sui titoli di google news della morte di un corridore (il quale aveva fatto anche lui da poco una visita medica agonistica) e constatando che è morto d'infarto, mi sono allarmato meno che se fosse deceduto in seguito al corona.

***
Il bollettino di Borrelli: era meglio quello di Francesco Saverio (una prece) sugli avvisi di garanzia.

***
Riguardo al tema della popolazione, che è stato sfiorato nei commenti al post precedente, conviene leggere un breve articolo su quel che accade alla Serbia e ai due pareri, apparentemente contrastanti, che tentano di spiegare perché vi sia un così vistoso calo complessivo degli abitanti di quella nazione.





domenica 1 marzo 2020

Tradire le aspettative

Giorni fa, incontrai un amico avvocato che, dopo i soliti convenevoli, mi ammonì:
«Hai tradito le aspettative».
«Come sarebbe a dire?».
«Sarebbe a dire che le aspettative sono venute nel mio studio per inoltrare istanza di separazione».
«Ma io non sapevo neanche di averle, le aspettative».
«Eh sì - aggiunse, sogghignando - dicono tutti così, per non pagare le conseguenze o gli alimenti».

Rimasi piuttosto basito. E non certo dell'umore di replicare alle ironie dell'amico. Mi congedai velocemente, dicendogli di farmi sapere se dovevo rivolgermi a uno studio legale pure io. Scoppiò a ridere, ma quando vide che io non ridevo per niente, si ricompose come poté e disse: «Ti faccio sapere».

L'indomani mattina mi telefonò e mi chiese - se potevo - di passare da lui nel pomeriggio.
Potevo, dunque, ci passai.
Pioveva, e io mi bagnai (non Alberto). Non ho mai compreso perché non sia fatto divieto assoluto ubicare studi legali lontani dai portici. Ma vabbè.

La segretaria dell'amico avvocato mi diede un asciugacapelli Dyson e io - siccome sono un fan di Elettra Lamborghini - me lo passai sui peli pubici e poi misi una storia su Instagram.

Poi mi fece accomodare nello studio dell'amico avvocato e io mi sedetti davanti alla sua scrivania in attesa che lui finisse un colloquio con un cliente. Nella sedia accanto alla mia c'erano dei libri (non si leggeva il titolo) e un Kindle. 

L'amico avvocato entrò, sempre di buon umore. Mi chiese se volevo da bere e io declinai per venire al dunque.
«E veniamo al dunque, dunque».
Attaccai:
«Davvero ho tradito le aspettative e loro se la sono presa a male?».
«Così pare».
«E dove sarebbero le aspettative, adesso? Mi piacerebbe discutere con loro, avere la loro opinione personale nei miei confronti».
«Sono accanto a te».
«E dove? In questa stanza, siamo io e te - e l'arredamento».
«Sono sedute accanto a te».
Guardai nuovamente la sedia con sopra dei libri senza titolo e il Kindle.
«Posso?», chiesi all'amico avvocato se mi fosse consentito prendere in mano gli oggetti.
«Certo, fai pure».
I libri che sfogliai erano fatti di pagine bianche; e il Kindle che accesi era senza contenuti.
«E dunque? Sarebbero queste le ‘mie’ aspettative?»
«Così pare».
«Ti giuro che non ci sto capendo un cazzo».
«Le tue aspettative - mi hanno detto - vogliono separarsi da te perché non le hai rispettate: non hai scritto né pubblicato o autopubblicato alcun libro e loro sono deluse: sostengono che glielo avevi promesso».
«Eh? Io avrei fatto loro questa promessa? Ma quando mai! Forse nel delirio di uno studente che cercò di far colpo con qualche collega universitaria alla domanda su quello che gli sarebbe piaciuto fare da grande. Comunque guarda, io sono tranquillo: promesse a parte (anche se dubito di averne fatte), non ero vincolato alle ‘mie’ aspettative davanti a un pubblico ufficiale, sicché posso capire la loro delusione, ma insomma: le avevo avvertite che non ero molto affidabile, mica avranno creduto davvero che... Lo so bene: si sono stufate di tanto attendismo, di tante belle parole per garantire al mio essere una dimensione ontologica degna di essere ammirata dagli altri. In fondo, quando si è più giovani e stupidi, si è anche meno preveggenti: si crede, a torto, che raggiungere una posizione di rilievo in un settore, quale che sia, significhi appunto realizzare delle aspettative.
«Le mie clienti ti accusano soprattutto che, nel corso dell'ultimo decennio e più, ti saresti troppo attardato e blandito con la scrittura bloggheristica».
«Ah, sì? Forse in questo hanno ragione. Presumibilmente era questa la mia sola velleità, la mia sola aspettativa: essere qui, in questo luogo dell'immediatezza, del presente che cammina, svincolato da ogni progettualità che subisca i torti della mediazione, le cure editoriali di salcazzo e il plauso o il rifiuto di redazioni prezzolate, alle quali preferisco le patate in insalata con l'olio buono e il parmigian».
«Sembra un'ammissione di colpa. Rinunci loro, dunque? Le svincoli dal loro mandato di pungolatrici ontologiche?».
«Sì. Tanto mica erano retribuite».

venerdì 28 febbraio 2020

La farina

Non so, forse ho sbagliato a suonare il campanello: ha risposto un signore che gridava di essere lasciato in pace con il suo dolore perché aveva finito le lacrime, la morfina, la disperazione e proprio in quel momento aveva deciso di buttarsi di sotto dal terzo piano, un volo sufficiente per prendere aria e ridere mezzo secondo della vita vissuta.

«È contento, adesso, che sono ancora vivo?»
«Non dia a me la colpa di essere vivo. Perché non l'ha fatto?»
«Pensavo fosse mia figlia, di rientro da Siviglia, coi suoi venti gradi fissi d'inverno e un cielo che trasforma la tristezza in desiderio».
«Mi dispiace che lei soffra così tanto. E mi scuso di averla disturbata».
«No, non disturbato. Distratto: semplicemente distratto. Ero così concentrato sull'idea di morire che non pensavo ad altro e forse questo è il modo peggiore di farla finita».
«Forse è la natura stessa del suicidio a richiedere tale assoluta determinazione».
«Sì, ma io detesto che il pensiero diventi schiavo di qualcosa, foss'anche l'assoluto»
«Allora perché mi ha chiesto, con tono risentito, se ero contento che fosse ancora vivo?»
«Perché pensavo che lei fosse stato mandato da qualcuno, affinché mi distraessi e perdessi la concentrazione che con tanta fatica ero riuscito a ottenere».
«Si sbaglia: io cercavo la signora Carmen, donna matura, formosissima, calda, affascinante, completa, con una voglia che non passa».
«Ma è mia moglie, solo che è andata a far la spesa: sa, con questo corona, ci mancava la farina, la farina che è sempre bene avere in casa».

martedì 25 febbraio 2020

La rarefazione

Il dirsi si fa più rarefatto e l'udito si riposa perché si gode ampi spazi di silenzio prima occupati dal brusio continuo, assordante, delle voci. Non è un mistero che staccare la mente dal flusso informativo lo faccia ricaricare per effetto contrario alla batteria del cellulare. Mettere la mente in "stato aereo" restando a terra, togliere anche i suoni di notifica e il tormento delle vibrazioni. Puntare gli occhi in un punto immaginario della stanza. Ricordare. Esistere doppiamente. 

Tutto questo presente addosso, com'è faticoso, come riempie il tempo senza ristoro alcuno. Questa gravità: come schiaccia a terra per paura che gli stomaci restino vuoti.

Il silenzio prolungato della strada, un'area di sosta improvvisata, il lancio dello sguardo nell'orizzonte in fuga, ecco:


E rivedi nell'ombra la luce, nel vuoto il pieno, nel concavo il convesso, nel difforme la forma di un vaso o forse due volti che non si baciarono mai.

domenica 23 febbraio 2020

Il disagio del contagio


Nel mentre redigo questo post, mi provo un paio di sneakers con il pigiama: una combinazione di tendenza che rende più accattivante il mio look da pantofolaio serale (e seriale). D'altronde, cerco di distrarmi come posso, per essere sempre a mio agio, lontano dal contagio.

Soprattutto - alche anche se è piuttosto difficile - provo a stare lontano da: notiziari tv e trasmissioni in diretta con inviati aventi il microfono in mano (meglio in mano); dai socialmedia; dai quotidiani online (purtroppo, così facendo, mi sale l'Ansa).

Ma torniamo alle sneakers.

Con le stesse scarpe da corsa, che ho indosso adesso per provare combinazioni di tendenza, stamani ho corso dodici chilometri e duecentosettanta metri in un'ora e due minuti e qualche secondo, tenendo quindi un passo di 5:06 min/km: non male per un ultracinquantenne.

A proposito degli ultra-enni: perché sovente i giornali, nei titoli e negli occhielli, non specificano l'età precisa delle persone coinvolte in fatti cronaca, ma si rifugiano, appunto, ultra-enni?  

Ma quanto stronzo è quel virologo ultrà della Lazio? Gli pigliasse la diarrea per far uscir di culo tutta la merda che sparge via social.

Purtroppo non sono disinformato; purtroppo tengo aperte varie finestrelle delle news per contare i numeri del contagio, o per leggere la sequela di ordinanze delle pubbliche autorità, o per sentire i pareri degli esperti, o per piangere sulle dicerie degli untori...
Spero torni la calma presto, o il niente presentato da Fiorello e Amadeus.

sabato 22 febbraio 2020

Chiamare le cose per nome

« Le comunità medievali temevano talmente la peste che il suo solo nome le terrorizzava; evitavano il più a lungo possibile di pronunciarlo e perfino di prendere le misure che urgevano, a rischio di aggravare le conseguenze delle epidemie. La loro impotenza era tale che riconoscere la verità non significava far fronte alla situazione, ma piuttosto abbandonarsi ai suoi effetti disgregativi, rinunciare a ogni parvenza di vita normale. Tutta la popolazione si associava volentieri a questo tipo di accecamento. Una simile volontà disperata di negare l'evidenza favoriva la caccia ai “capri espiatorii”. »
Rene Girard, Il capro espiatorio, Adelphi, Milano 1987

A vedere quel che accade col Coronavirus, è innegabile che la peste odierna sia pronunciata abbastanza, da tutti, complici i media, i socialmedia o dai classici discorsi da bar. L'impotenza popolare, grazie ai progressi in campo medico e all'organizzazione del sistema sanitario nazionale, si è trasformata in uno scaramantico (almeno per il momento) che Dio ce la mandi buona con preghierina a mani giunte dell'emoticon su whatsapp. La caccia ai capri espiatori è (quasi) unanimemente esecrata. Vige insomma la Speranza (non solo ministeriale) che si trovi presto un vaccino e il contagio non si diffonda più di tanto, o attenui i suoi effetti ad una semplice febbrata da influenza invernale. 

Dette queste banalità, oltre al superamento dell'emergenza, quello che sarebbe veramente auspicabile è la comprensione generale e diffusa di quanto sia importante trovare una coscienza planetaria svincolata dagli interessi particolari dei singoli stati nazione, giacché la corona dei virus potrebbe - almeno potenzialmente - anche essere messa sul capo dei re.
Nondimeno, qualora uscissero fuori leoni come quelli raccontati da La Fontaine in Les animaux malade de la peste (Favole, 1669), occorrerà diffidare delle volpi e dei lupi che cercheranno il modo di incolpare qualcuno (l'asino) per deviare l'attenzione dalle responsabilità reali della società di classe.


giovedì 20 febbraio 2020

Polvere di stalla

Conosco di vista un genetista di mucche da latte che ha selezionato una razza in grado di scappare da una stalla di Abbiategrasso e di correre sulle ciclabili senza reggipetto, così per farsi ballonzolare le poppe a piacimento e spargere latte sul selciato senza mungitura e, di poi, aggredire una ragazza snella con un tight aderente dell'adidas per invidia sociale, farsi arrestare e giudicare sommariamente da una giuria di macellai amanti dell'ordine precostituito.

Peccato che non vi sia una branca della genetica che si occupi di selezionare una razza di politici meno insulsi, antipatici, deficienti, egocentrici, con la faccia come un culo da nettare dopo aver espletato le sue normali funzioni di svuotamento - politici che sanno anche loro scappare come bovi dalla stalla, senza tema di trovare dopo un mattatoio.


domenica 16 febbraio 2020

Io se fossi Dio (lato 2020)

1. Io, se fossi Dio, data la febbre planetaria, convocherei un G8 (o un G20 o un GTutti) straordinario a Wuhan, senza mascherina.

2. Dato che noi umani non facciamo praticamente niente di quanto sarebbe possibile fare per l'emergenza climatica e ambientale del pianeta, io, se fossi Dio, darei all'asse terrestre un movimento ondulatorio, per velocizzare il cambiamento delle stagioni (comprese le mezze) negli emisferi e dare un senso metafisico all'impazzimento generale del clima. La Terra trottola...

3. Io, se fossi Dio, direi a Lula di riportare Cesare Battisti in Brasile con un lasciapassare vaticano.

4. Io, se fossi Dio, «e io potrei anche esserlo, sennò non vedo chi», darei uno schiaffo a Renzi da appiccicarlo al muro e, da bravo Signore dei Braccianti, toccherei pure il culo alla Bellanova.

5. Io, se fossi Dio, andrei al Carnevale di Venezia per vedere se i sensori saprebbero contare anche me. Sennò, al limite, manderei mio figlio (Ostia Lido).

6. Io, se fossi Dio, basta: sposterei Betelguese un po' più vicina da queste parti qua.


venerdì 14 febbraio 2020

Vicino, vicino

Mentre, distratto, riflettendo su cosa fare da cena, assorbiva il lucore degli agrumi disposti a schiera nel reparto ortofrutta di un supermercato, sentì di spalle pronunciare il suo nome con un tono sorridente e, infatti, girandosi, la vide sorridere e disporsi di slancio verso un abbraccio che, in un certo qual modo, lo turbò. «Come stai, quanto tempo, questa è mia figlia», una copia di lei, qualche anno più indietro. Strinse le labbra al pensiero che la ragazza, più o meno, fu da lei concepita pochi mesi dopo che si erano lasciati, o meglio: che l'aveva lasciato senz'altro motivo che quello di essersi innamorata di un altro. Purtroppo per lui, lui, a quel tempo, l'amava ancora, di un sentimento che si sentì strappare di dosso come una pelle, tanto ancora credeva - a torto - che lei gli fosse attaccata.
Si limitò a poche parole di convenienza: non gli uscì alcuna di quelle frasi a effetto che, negli anni, si era preparato per occasioni come questa. Disse anche lui dei suoi figli, uno dei quali era a studiare in Thailandia grazie alla borsa di studio del ministero, e che presto sarebbero andati a trovarlo, lui e sua moglie - e sapeva che diceva questo solo per coprire il fianco scoperto al desiderio di sempre: poter riprendere con lei un treno prima che finisca l'inverno, prima che il vento diventi insopportabilmente caldo e quel poco di freddo che resta diventi desiderabile toglierselo di dosso dentro una camera d'albergo, tra le lenzuola. E sebbene non una parola di queste uscì dalle sue labbra, lei che lo aveva sempre saputo leggere oltre la convenienza e la tristezza, questa volta, l'unica volta dopo tanti anni che non si vedevano, rispose: «Mi piacerebbe».
Se fosse stato un serio giocatore di poker sarebbe andato a vedere, ma non lo fece. I cellulari di entrambi emisero un suono soffocato di notifica, elementi di perdurante distrazione. Forse sarebbe stato il caso di scambiarsi i numeri, ma per dirsi che? Per vedere i propri reciproci stati su whatsapp? O per inviarsi delle foto ogni tanto e fingersi di nuovo teneri amanti che si cercano, come prima si scrivevano foglietti di un bloc notes a quadretti in una corrispondenza immediata, inframmezzata di baci?
Non c'era più tempo per nessuno dei due. Ciò che erano stati, non lo sarebbero stati più. Restava il ricordo reciproco di ciò che di bello avevano rappresentato in un tempo preciso della loro vita e, se ci pensavano un po' più intensamente, se si guardavano, vedevano e sentivano inumidirsi gli occhi, ma nessuno dei due sarebbe stato disposto a piangere. O forse no, forse a lui dopo, in macchina, qualche lacrima scesa sarà.

mercoledì 12 febbraio 2020

Le circostanze

Non vado più a tempo
Non faccio più a caso
Mi mento per altro
E smetto tra poco
Di stare nel gioco
Che faccio del disco
Incantato succede
La sveglia su un piede
Che scalzo levò
E tutto appare diverso
Dal prezzo del pene
Che scorgo laggiù
Non altro che un fatto
Di vita che nuova
Presenta il suo conto
In un'alba racchiusa
E vedo distante
La stanza e la fede
Il dare coerenza
Agli atti scomposti
Piuttosto mi scanso
O lo specchio riappanno
Con un filo di fiato
Mi sbarbo a casaccio
Mi lavo un solo avambraccio
Ché l'altro era quello
Dove ho sognato
Riavere la guancia
Attaccata alla tua
Ascendente bilancia
Mi asciugo e mi vesto
Bisogna faccia presto
Sorseggio un caffè
La borsa la corsa
La notte lontana
Ma più lontano sei tu
Distante da te
Presente a che cosa
Le ore che volano sopra
I capelli che non sono più
Non mi pettino più
Non mi mettano giù
Le circostanze
E vada finché l'andare
Sarà possibile.

domenica 9 febbraio 2020

Il peso umano

« Intorno all’XI secolo secondo il computo cristiano, [...] popolano il pianeta (ma si tratta, avverto, di stime) suppergiù, ad essere ottimisti, 290 milioni di persone. Niente, in confronto ai sette miliardi e mezzo di oggi. Differenza abissale, di un pianeta notevolmente meno antropizzato, dove nel rapporto tra uomo e natura è la natura ad avere il sopravvento, con una forza condizionante. »
Amedeo Feniello, in AA.VV, Storia del mondo. Dall'anno 1000 ai nostri giorni, Laterza, 2019.

Insomma, nel 1010 d.C. gli umani erano, suppergiù, 300 milioni, mentre nel 2020 sono o, meglio, siamo (finché si campa) 7 miliardi e mezzo. E diamo pure la colpa ai pangolini.
Chissà nel 3030 quanti saranno (saremo non lo potremo dire, Sanremo chissà).

Pensando all'oggi, a questo oggi che ci costringe a essere così deludenti rispetto a quello che potremo fare per rendere il mondo un posto migliore (il mio modestissimo contributo, quasi nullo, è qui, nella dispersione di pensieri senza costrutto e spessore), possibile che non ci accorgiamo di quanto graviamo sulla biosfera con il nostro vivere, defecare compreso?

A questo proposito, in un altro libro che ho attaccato a leggere oggi: S.L. Lewis-S.A. Maslin, Il pianeta umano. Come abbiamo creato l'Antropocene, Einaudi, 2019, si legge:
« Sulla terraferma, se pesiamo tutti i grandi mammiferi presenti sul pianeta oggi, soltanto il 3 per cento di questa massa vive allo stato selvatico. Il resto è costituito da carne umana per circa il 30 per cento del totale e dagli animali allevati di cui ci nutriamo per il rimanente 67 per cento. »
Ma affinché il pianeta ci regga meglio, non è necessario mettersi a dieta o diventare vegani, né tantomeno cannibali: il problema da risolvere è come organizzare il nostro vivere, defecare compreso. Come sussistere, che cosa produrre, per quali finalità, giacché le finalità attuali (quelle dettate dal sistema produttivo vigente: il profitto alias la valorizzazione del capitale), sono le vere responsabili dell'abnorme aumento del peso (incidenza) umano sul pianeta, più della tettonica a placche, più dei vulcani o dello sporadico bombardamento di meteoriti. 

venerdì 7 febbraio 2020

Qualifica di blog di qualità

1. Giorni in cui arrivo a sera a notte a letto e non ho pensato scritto ed ecco excusatio non petita.

2. «Sia il vostro parlare ‘sì’ ‘sì’, ‘no’ ‘no’, poiché il di più viene dal maligno». Argomento validissimo, soprattutto per i gruppi whatsapp e affini, con una differenza sostanziale: il di più nelle chat non viene dal maligno, il quale - come insegna il diavolo di Guido da Montefeltro - ribatte a colpi di logica, bensì dal suo opposto non diabolico, che risponde a colpi di ripetute insensatezze, non consequenziali all'argomento trattato, dove ognuno parte per la tangente senza rispettare le convenzioni minime dell'impianto dialogico, regole tali che se infrante durante una qualsiasi conversazione di persona provocherebbero imbarazzo e rossore nell'interlocutore che vedrebbe ogni suo dire frainteso o, peggio, interrotto da altro argomento che non c'entra affatto con l'oggetto del discorso avviato. 

3. Leggendo le Disposizioni per la promozione e il sostegno della lettura approvate dal Senato ieri l'altro, in particolare gli articoli 8 e 9, l'unica cosa che ho da aggiungere a quanto detto qui, è che mi piacerebbe far parte di un gruppo chat avente come membri i firmatari della legge, così tanto per sapere se nell'Albo delle librerie di qualità ci rientrano soltanto quelle snob che fanno le vetrine fighe con mille varianti e brani a effetto estratti dai libri promossi, o altresì le cartolerie scaciate che vendono giornali e balocchi vari, o anche i soggiorni e i billy e gli ivar ikea con i libri svedesi esposti senza allarme che tanto nessuno li ruba.

4. Io perché il titolista di Repubblica abbia scritto "cari" ai "fascisti" proprio non lo capisco, proprio no.


lunedì 3 febbraio 2020

Foto di gruppo con merito

Ai telai, alle spole!

La prese di punta e si punse, chiaramente, e giù acqua ossigenata a iosa, ché la schiumina sulla ferita gli dava ebbrezza, come un calice di champagne. Fu così che distolse lo sguardo a beneficio del guardato, dato che lo guardava male, anche se normalmente vestito, come per coglierlo in fallo. E dire che quel tizio non aveva fatto niente e neanche aveva in animo di fare qualcosa: stava lì ad aspettare la corriera per Singapore, voleva passare una nottata caldo umida. Tutto aveva un senso, persino l'insensato. E io scrivo apposta, perché non mi sia rinfacciato di lasciare il non detto non scritto. Tanto per come ragionano le genti dalle menti irretite o per seguire il branco, o per distinguersi dal branco, o per replicare vox populi, o per contraddire vox populi, impediti tutti al silenzio perché tutti a conoscenza di come stanno le cose, nel secondo cassetto dell'armadio, sopra le mutande e i calzini.

Sfido io, ma il gioco non vale, perché in realtà non c'è partita a giocare con sé stessi. Se stessi in bilico, viaggerei spesso a rimorchio, sulle autostrade d'Italia, il famoso paese meraviglioso, tutto golfini a modo e foto di gruppo in ordine spazio, sorridenti, che non mancano né sorci, né denti.
Figuriamoci. Vengo anch'io da una famiglia di filatori (parte materna), che lavoravano al telaio di un famoso lanificio che ora non più. Era del padre del Sartori, il politologo morto or non è molto, che con verve tosconuiorchese bastonava sul doppio turno alla francese le italiche genti. Eppure, la fabbrica, che tanto sudore, ore e rumore ha consumato della pelle, delle palle, delle ovaie e delle orecchie di operai e operaie, quella fabbrica durata un secolo e diventata un museo a cielo deserto, ha smesso di essere, tutto il valore volato via, se non nei quattro soldi dei quattro straccioni di padroni. Il resto sono ossa e marchette per l'Inps. E mi ricordo - forse l'ho scritto, ma non mi ricordo, sicché lo riscrivo uguale - che mi fu raccontato che, durante un'assemblea straordinaria nella quale l'amministratore delegato (il Cipriani) dell'epoca annunciava che macchine e, avessero voluto anche loro, operai e operaie, sarebbero state trasferite in altra sede lontana, il Lamberti, operaio alla cardatura, si rivolse al Cipriani così: «A me, Cipriani, tu mi fai ridere la cappella». E fu chiusa, la cappella, e il Cipriani se ne andò via con il Volvo («Glielo darei io, il Volvo») e il Lamberti, invece, fu messo in cassa integrazione.

Dipende da dove caschi. Dall'intraprendenza. Dalla facciaculaggine. Dal merito... Tiratemi due schiaffi forti, me li merito.

sabato 1 febbraio 2020

Per dindi Lipperina

La Lipperini, scandalizzata, su Facebook scrive:
«Il romanzo di Fontana, in lettura, è splendido. In lettura, ripeto. E i critici dovrebbero parlare dopo aver letto, perdindirindina.»
E senz'altro ella avrà ragione, ma, prima di dire perdindirindina, avrebbe dovuto considerare che i critici, in quanto lettori, hanno facoltà di scegliere che cosa leggere e aver dei sani pregiudizi: e qualsiasi romanzo che superi duecento pagine è pregiudizievole.

Poi, si dirà: ma i critici sono pagati per... per leggere e non leggere.
Immaginate un critico (classe 1937) che apre il pacco di libri che gli editori gli hanno spedito perché li "visioni" e, nel caso, li recensisca. E poniamo che tale critico abbia una rubrica settimanale su un quotidiano, per la quale è pagato, e nella quale è libero di scrivere di quel che più gli aggrada, settimana dopo settimana. Questa settimana, la cosa che più lo stupisce, sono tre libri di tre autori italiani, più o meno giovani, più o meno sconosciuti, le cui pagine, messe insieme, danno un totale di 2188. Può egli avere il diritto di criticare garbatamente, non il contenuto dei libri, ma tale abbondanza premettendo, appunto, che:
«Non so quando troverò il tempo di leggerli, e francamente non ne sento il bisogno.»?
Secondo me sì. Anche perché, per quel che mi riguarda, nonostante non dubiti che quei libri siano splendidi in lettura, credo che siano ancora più splendenti in non lettura, o anche: li potrei leggere soltanto se mi pagassero, per ognuno, almeno dieci volte il prezzo indicato in copertina.
Perdindirindina.

venerdì 31 gennaio 2020

Giornate preterintenzionali


Sono un uomo di mezza e.
Alto un metro e chissà.
Attributi: apposizioni e complementi.
Sono un soggetto soggetto.
Vado spesso a spasso.
Urgo.
Temo la vendetta fatta baciata lettera e testamento.
Avvio computer e poi li spengo.
Utente zero.
Friggo poco.
Non mi piace l'acetone.
Sono finanziato con un muto.
Mi piacciono le sorde.
Godo a tratti.
Vado a pipistrelli.
Orino quando scappa.
E voi?
Incerto sul da farsi, non faccio foto alla mia faccia per non peggiorare l'autostima.
Gli specchi non dicono mai la verità.
Se Vattimo fosse stato una donna, sarei un filosofo stipendiato e parlerei e scriverei di Marx a cazzo di cammello.
Cambio non automatico.
M'innamoro lentamente.
Stupefacenti usati: la polverina delle ali delle falene.
Sport: tua sorella.
Distruzione: laurea in legno storto dell'umanità.
Città di origine: un punto dell'emisfero nord.
Relazione: compensata. 
Siete assicurati? Rubate i miei dati e poi datemi un rimborso milionario.



mercoledì 29 gennaio 2020

Staccando l'assegno da terra

«È legge il decreto salva-Alitalia. Il decreto ha ottenuto l’approvazione definitiva dell’assemblea del Senato. Con questo provvedimento il governo ha assegnato altri 400 milioni di euro di soldi pubblici alla compagnia commissariata 33 mesi fa. I soldi sono già stati versati dal ministero dell’Economia nelle casse della compagnia prima di Natale.» via

Tutto sommato, 400 milioni di euro equivalgono a quattro o cinque maxi vincite al superenalotto, con la differenza che tale cifra non è la somma di un montepremi di soldi spesi volontariamente dai giocatori, che sarà poi ripartito tra i vincitori; piuttosto, sono soldi pubblici, ricavati o dal fisco o dal debito statale, dai cittadini che avrebbero volentieri fatto a meno di giocare.

lunedì 27 gennaio 2020

Penso poco

«Ci sono molti pensieri, io ne penso pochi. Essenziale non è ciò che penso, bensì che penso poco».
Bertolt Brecht, Storie del signor Keuner, Einaudi, Torino 2008

Riducendo l'azione del pensiero, si lascia più spazio (più energia) alla digestione, con buona pace del signor Antonetto. E la mano, anziché sullo stomaco e l'intestino tenue, scivola lentamente, ma inesorabilmente (Giorgione dixit) verso la zona genitale, là dove i pensieri si fanno faceti, perché non è più la testa a pensare, là-bas.
E, in certi frangenti, il pensiero non pensato dalla testa, ricorre ai tempi della scoperta d'amore, quando tutto era meraviglia e l'infinito sembrava a portata di mano, di lingua, di reni e di tutte le altre componenti connesse allo svolgimento delle funzioni sessuali.
Poi tutto diventa normale, l'amore diventa amore di testa e tutto finisce nell'affezione o nella disaffezione, dipende dalle circostanze, dalle trasformazioni e dagli impegni che la necessità richiede. La propria indole ha la meglio, cioè la propria testa con dentro i pensieri che distraggono dall'essenziale e riconducono l'io in balia del quotidiano, del gioco balordo del fare e del disfare, del commercio generale e delle marchette della pensione che non si accumulano più. 
Ah, i sogni: ma sono esistiti, i sogni? O erano semplici pensieri?

E mi torna in mente la cometa di Halley, che apparve nel cielo di quando pensavo.
E, se mi permetto di sperare di rivederla, è per dirle che non la penso più.

domenica 26 gennaio 2020

Kazinform

«Un nuovo accordo di partnership internazionale va ad incrementare il portafoglio di collaborazioni strategiche dell'Agenzia ANSA: Kazinform, l'Agenzia di informazione ufficiale del Kazakistan, e ANSA hanno firmato un accordo di collaborazione che prevede la disponibilità e lo scambio dei rispettivi contenuti informativi in lingua inglese. Si arricchisce quindi per i clienti delle due Agenzie l'offerta di servizi di informazione internazionale: l'accordo prevede infatti l'integrazione reciproca dei notiziari in lingua inglese e la creazione di spazi dedicati alle notizie dal Kazakistan - sul sito ANSA.it e dall'Italia». Ansia.

Non potevo esimermi dal riportare questa edificante notizia riguardante l'accordo tra le due agenzie: per un uomo di mezz'età, il mantenimento della forma è tutto, a partire dagli organi preposti all'informazione e non. Ora poi che saranno aperti ampi spazi dedicati alle notizie dal Kazakistan bisogna farci trovare preparati, all'erta, per commentarle senza pregiudizio veruno. 

sabato 25 gennaio 2020

Prima o poi

«Nei sistemi di propulsione elettrici ci sono meno componenti e, in alcuni casi, la costruzione è più semplice rispetto ai motori a scoppio. Questo significa che, nel tempo, ci sarà una dispersione di lavoro. Stesso declino per l’indotto: di molti dei componenti che oggi provengono da fornitori esterni non ci sarà più bisogno». Mike Manley e la Redazione motori del Corsera.

«Non può essere diversamente in un modo di produzione entro il quale l’operaio esiste per i bisogni di valorizzazione di valori esistenti, invece che, viceversa, la ricchezza materiale esista per i bisogni di sviluppo dell’operaio.

Come l’uomo è dominato nella religione dall’opera della propria testa, così nella produzione capitalistica egli è dominato dall’opera della propria mano». Il Capitale, capitolo 23, "La legge generale dell'accumulazione capitalistica"



So bene che alle conferenze stampa degli Chief Excutive Officer gli scassacazzi non sono invitati: ma possibile mai che non ci sia uno scoglionato, con il tesserino di giornalista attaccato al collo, che chieda: per quale motivo se il lavoro si disperde (e in alcuni casi emigra), invece il capitale si accumula (anche se, nel caso della FCA, emigra lo stesso)? In buona sostanza: come mai sempre in culo agli operai?

Prima o poi, prima o poi...

giovedì 23 gennaio 2020

Furbetti?

Non mi piace digrignare i denti e sbavare, come un militante all'onestà, davanti a queste notizie. Purtuttavia, insistere a chiamare «furbetti» costoro

Ansia

mi sembra piuttosto indulgente e riduttivo.

Perché - se non ricordo male - furbetti erano anche quelli del Cartellino... O, forse, quest'ultimi sono coglioni semplici perché non hanno ville, né Ferrari e neppure le imprese?

mercoledì 22 gennaio 2020

Attenzione alle fiamme

Un paio d'estati fa bruciavano le foreste californiane. L'estate scorsa son bruciate le foreste amazzoniche e quelle siberiane. Or non è molto (estate australe), le foreste australiane. Data questa tendenza, dato il movimento di rivoluzione (purtroppo solo terrestre e non dei terrestri), ahimè è facile prevedere che, estate dopo estate, boschi e foreste di entrambi gli emisferi brucino. 

Purtroppo a Davos brucia soltanto la legna dei caminetti e il pellet delle stufe, vero Efesto?

In quanto recensore

Del mio cospicuo contributo di facezie depositate in rete, posso annoverare - senza onore - anche qualche recensione di merce acquistata su Amazon. E per tale motivo, ogni tanto, m'arrivano via mail richieste simili, alle quali quasi mai rispondo per pietà e misericordia mia e per non abusare troppo in spiritosaggine. Ma ieri - chiedo venia - non ho resistito e alla domanda di Monia


ho risposto:


Mai avrei pensato di divulgare qui tale botta e risposta se, poco fa, con mia notevole sorpresa, quel mezzano di Amazon mi ha fatto sapere che



Spettabile Amazon risposte: non c'è di che.

Il problema è che stasera, dopo la doccia, ad un attento esame, sullo scendibagno ho notato tracce di ruggine.

lunedì 20 gennaio 2020

Le braci della consuetudine

Mi sento in imbarazzo per il tasso generale d'intelligenza umana che fluisce nel mondo, la mia compresa, beninteso. Un'intelligenza incapace di dare ordine, di armonizzare, di diffondere benessere anziché malessere nelle varie corti del mondo. Io mi rifiuto di credere, nonostante le statistiche pinkeriane cognitiviste, che il mondo oggi sia il migliore dei mondi possibili. Mi rifiuto e mi attacco al cazzo, certamente, mica ho studiato tanto l'argomento, lo dico perché sono convinto che maggiore è la conoscenza e maggiore la colpevolezza, perché non esiste leggere, semestre dopo semestre, queste classifiche della vergogna, quelle del tutto e del niente - e non fare niente, ammazzare il tempio, per esempio, oppure: smettere il moto a luogo; adombrarsi; ridere per partito preso; titillarsi i genitali a piacimento; grattarsi le orecchie con i mignoli altrui; soffiare; salutare le sole; allevarsi senza antibiotici negli ultimi quattro mesi e poi affettarsi, come prosciutti cotti di carne nazionale; dipingere per finta le nuvole in cielo tanto ci credono; e poi basta, ché il troppo stroppia.
E se qualcuno dicesse: «Eh, ma pensa che fortunato sei a vivere qui e ora, anziché là e ieri», risponderei che vivo qui e ora e se non posso cambiare lo stato di cose presente, figuriamoci se potevo cambiare lo stato di cose passate: per questo studiare storia aiuta a bestemmiare, che altro.

Ma una cosa, stupefatto, or non è molto, ho imparato: ad accendere il fuoco dall'alto. E vedere le fiamme, a poco a poco, scendere e incendiare la base, non dico faccia sperare, ma dare alla consuetudine la possibilità di diventare brace.

sabato 18 gennaio 2020

My heart will go on

via


Zum Zum

«Dopo una vita passata a fare tutt'altro, negli ultimi anni mi sono occupato di istruzione. Lo dico non per conferire autorevolezza alle mie argomentazioni, ma per testimoniare che sono sensibile al tema scuola-lavoro, e che lo riconosco come criticità principale della scuola italiana, da sempre. Infatti, quando dico che la scuola statale italiana era - ripeto, era - la migliore, mi riferisco all'istruzione preuniversitaria.»
Riporto qui un passaggio di un lungo commento a un post di Olympe de Gouges, non per polemizzare con l'autore (Erasmo), ma per dire quanto segue:

All'assunto: «La scuola statale italiana era - ripeto, era - la migliore», mi sembra legittimo domandarsi: se lo fosse ancora, la migliore, a cascata, basterebbe questo a fare dell'Italia un paese migliore?
Attenzione: non voglio con questo trovare alibi alle mancanze, ai difetti della scuola statale di oggi rispetto a quella di un tempo (segnatamente: del Dopoguerra fino al... '68?).
Ma che cosa della società odierna è migliore rispetto agli anni del Miracolo economico?
La Fiat è migliore? L'Olivetti c'è più? I media (editoria e tv) sono migliori? Il cinema, la letteratura, la musica, l'arte in genere sono migliori e memorabili? Lo Stato (politica e apparati) sono migliori e capaci di fare politica (ad es.: si saprebbe costruire l'Autostrada del Sole in due anni?)? L'elenco potrebbe continuare.

Io credo che la scuola statale italiana non sia che un riflesso della società italiana: e sia chi ne fa parte da utente (studenti e genitori), sia chi da lavoratore della conoscenza (per riprendere i termini di una sigla sindacale), non fa che rispecchiarlo.

Ripeto: il mio non vuole essere un discorso riduzionista e (auto*) assolutorio: semplicemente, credo che qualsiasi intento riformista della questione scuola faccia da pendant al riformismo tout court. Per cui, sia concessa pure la reintroduzione obbligatoria nei corsi di studio della scuola dell'obbligo della Leggenda del Piave, con una variante minima, però:

Il Piave mormorò:
ragazzi l'è maiala.
zum zum


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* auto perché sono un lavoratore della conoscenza di soreta.

mercoledì 15 gennaio 2020

Il tribunale della sprezzatura

Non per fare le pulci a Leonardo - il quale ha scritto un ottimo post, godibilissimo e cattivo al punto giusto contro una determinata categoria intellettuale che va sotto il nome di editorialista rincoglionito - ma secondo me, in questo passaggio, si ravvisa una contraddizione,
«perché in Italia i giornalisti invecchiano così male, e non smettono di scrivere mai? Al punto che i quotidiani nazionali sembrano diventati il bollettino di un gerontocomio: non li compriamo più per sapere che succede tra USA e Iran, anzi non li compriamo proprio; ma se lo facessimo sarebbe piuttosto per informarci sulla salute del tale giornalista, se è ancora spaventato per l'odore dei nigeriani che ha percepito da una panchina del parco, o se invece quell'altra prestigiosa firma ha ancora visto il Papa durante la pennichella. »
giacché - almeno per parte mia, beninteso - il non comprare più i giornali è principalmente dovuto al fatto che gli editoriali non sono più leggibili perché non v'è editorialista vivente (o morente), da un ventennio a questa parte perlomeno o giù di lì, che abbia qualcosa d'interessante da dire. Niente: non c'è nessuno, nessuno!, che svolga una seppur minima e parziale critica sensata dello stato di cose presente. Tutte cazzate, tutte. Tutte ripicchine e risentimenti, vaghi ricordi di come si stava meglio quando si stava peggio, o contorte elucubrazioni del senno di poi. 

Già Olympe de Gouges ha avuto, in varie occasioni, la maniera di dire come funzionano giornali e redazioni e che ruolo svolgono nella società, per cui non mi dilungo.

Inoltre - e mi perdoni l'interessato se gli faccio un processo a delle intenzioni non dichiarate - mettiamo che Leonardo, oltre a essere un editorialista de Il Post (a proposito: quanti gettoni a trafiletto?), fosse stato ingaggiato da una testata (non di cazzo) nazionale, e che la sua firma presentasse un editoriale con cadenza settimanale: sarebbe in grado egli di giurare, qui e ora, che una volta raggiunta l'età pensionabile non scriverebbe più?

Solo avere un blog senza pubblicità, adesso e alla buonora, potrà essere perdonato dal tribunale della sprezzatura.

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N.B.
Mille euro al mese e un piccolo spazio pubblicità da queste parti lo trovo anch'io, giacché:
Ed io che ho sempre detto che era un gioco
Sapere usare o no ad un certo metro
Compagni, il gioco si fa peso e tetro
Comprate il mio didietro, io lo vendo per poco

domenica 12 gennaio 2020

Nel cuore della notte

Mi sveglio nel cuore della notte, ascolto il battito del cuore della notte, sento tun tun: è il battito del cuore della notte. Non riprendo sonno nel cuore della notte, perché il battito del cuore nel cuore della notte mi tiene sveglio con il suo tun tun. Devo distrarmi, dunque devo alzarmi dal letto, orinare (va da sé), bere un bicchier d'acqua (va da sé), e poi? Scrivere? E scriviamo.

Avevo un piano. Poi l'ho inclinato. Sebbene sia rimasto sempre un piano, serve a poco, perché è difficile starvi in piedi. Scivolo. Se almeno avessi una stella o una fede per girarci intorno, potrei fare la mia orbita senza preoccuparmi troppo di uscire dall'eclittica. Mi sa invece che, senza stella e senza fede, alla fine esco dal piano (o il piano esce da me). Me ne sono accorto in questi giorni quando ho prestato il fianco a uno spigolo: che fitta. Ho detto "dio qualcosa", non ricordo bene, ricordo di più il Padre nostro. Ma pure in un'altra occasione - che non c'entra niente con la fede o con una stella - mi sono sentito fuori piano, fuori posto, fuori luogo: quando ho dimostrato, per l'ennesima volta, la mia incapacità di dire, in modo gentile ma determinato, I would prefer not to. Forse dovrei dirlo in italiano, sicuramente mi riesce meglio, magari con un tono più deciso e cazzuto: «Ascolta, ho detto di no, non c'è un motivo particolare perché dico no, non insistere, non mi rompere le palle». Invece cincischio. E tale titubanza fa credere all'interlocutore che io non stia dicendo di no, che in fondo sono una persona disponibile, uno che non si tira indietro - per forza non mi tiro indietro, non vedete che al massimo, con le mani incrociate dietro la schiena, posso tirarmi indietro soltanto la felpa?
E così non mi credono. Il mio no, diventa prima un forse da convincere, poi un sì. E se invece, imperterrito, mantengo il mio no, loro si adirano. E mi parlano al voi. «Siete tutti bravi a tirarvi indietro: lanciate il sasso e poi capite che è un orologio e la mano torna indietro, non lanciate il sasso perché credete sia l'orologio». Un orologio smart di quelli che segnano il battito del cuore (il battito del cuore della notte). 
Accidenti: proprio adesso che mi era tornato sonno, ritorna il tun tun del cuore nel cuore della notte.
Non ci capisco più niente, non si dovrebbe scrivere di notte se non si ha un piano, quale che sia, su cui o di cui scrivere; in questo modo, la logica si ribalta, i nessi saltano e i fessi vanno alle conclusioni.

E se mi masturbassi? 
Avevo perso un piano: l'ho ritrovato


mercoledì 8 gennaio 2020

Golden Globe 2020

So bene che non cambierebbe granché, epperò quanto sarebbe opportuno inviare un drone sopra tutte queste testedicazzo, anche solo per bombardarli con quintali di merda di mucche americane allevate ad estrogeni...



martedì 7 gennaio 2020

Avere un drone piuttosto che un'opinione

Volevo scrivere qualcosa su Sole mani cuore amore ma mi sono trattenuto, a che serve un'opinione in più, tanto meno non qualificata? A che servono le mie impressioni? Ho una soluzione? Ho un drone per poter bombardare chi voglio e restare impunito neanche fossi un Dio?

[voce fuori campo]
- Lasciami stare, non mi tirare in ballo, ché stasera ho da scartare i regali dei Magi.

Ho delle conoscenze approfondite da illustrare? Sono uno di Limes? No. E allora taccio, mantengo la mia inutile rabbia rasoterra, sparo le mie cazzate da solo in auto, ad alta voce, tanto nessuno mi sente se stramaledico qualcuno, se bestemmio, se sbavo... e pensavo (il pensiero, a volte, secerne bava), banalmente, che tutto ha una conseguenza, ma che spesso queste conseguenze, nel computo della consequenzialità generale, non contano niente, o poco, che non può essere una sola azione, per quanto immane e imbelle, a generare il bene o il male, sennò si dà ragione a chi dice puttana Eva; il domino come lo intendiamo - quella serie di tessere o pedine che, predisposte ad arte, cadono tutte in sequenza - in natura e in una costola della natura chiamata società, non esiste, oppure, se esiste, ha una scala temporale imponderabile per la nostra mente, giacché non c'è una causa sola, una sola colpa e un solo colpevole, ma una serie di cause e di colpe, diverse, seppur riconducibili a una unica matrice, riconoscibile ma facilmente occultabile, perché non è un evento, un assassinio, un bombardamento, un disastro: ma è qualcosa di complesso, legato al modo in cui noi umani riproduciamo la nostra esistenza. 

E ho detto anche troppo: è tardi, non volevo dire niente, volevo scrivere una poesia che invece è rimasta intirizzita nella brina dei campi in attesa del disgelo.

sabato 4 gennaio 2020

Sprofonda umanità

Tramite Google News, per leggere la notizia di un rom che ha ucciso, investendolo, il cognato sinti, sono sbarcato sul Giornale di Brescia. Innanzitutto complimenti ai curatori dell'edizione online, veramente pregevole, pulita, ben organizzata, senza fastidiosi banner pubblicitari (o almeno facilmente tenuti lontani da un semplice adblock).

Dopidiché, letta la notizia in cronaca nella sezione Brescia e hinterland, ho cliccato sulla home dove, in quel momento, la notizia principale era quella riguardante l'addio a Vittorio Fusari noto chef stellato della zona Sebino e Franciacorta, alle cui esequie funebri è stato ricordato, dall'amico Gianni Mura, come un uomo dalla «profonda umanità».

Non conoscevo Vittorio Fusari, ma non dubito, da come è ricordato, ch'egli sia effettivamente stato una degna persona sotto tutti gli aspetti e per questo, per quel che vale, mi unisco al cordoglio unanime.

Tuttavia, senza alcuna volontà di mancare di rispetto allo chef scomparso, vorrei velocemente riflettere sulla locuzione uomo di profonda umanità.


Premesso che l'umanità è una caratteristica che informa tutti gli esseri umani, comprese le testedicazzo come Trump, cosa fa sì che la profondità, se associata all'umanità, sia considerata un valore aggiunto? Perché il suo contrario, la superficialità, è un disvalore? E se sì, perché essere superficiali è un dispregio? Perché i superficiali non scavano buche?


Non faccio il finto tonto: so bene che un essere umano di profonda umanità è considerato colui (o colei) che ha cuore la vita umana, che si fa carico delle vite altrui, una persona generosa, rispettosa, gentile e le cui opere sono unanimemente riconosciute come un bene per il prossimo. D'accordo, ma perché usare tale aggettivo per sintetizzare tutte queste qualità positive? Personalmente, penso sarebbe preferibile lasciare la profondità ai palombari o agli speleologi in favore di un termine che elevi, innalzi sopra la media coloro che rendono la condizione umana un qualcosa di cui anche gli altri esseri umani possano riconoscere facilmente e prendere a modello.
Per cui, propongo che al posto di profonda sia usato un altro termine, per esempio sublime umanità (anche se, mi rendo conto, è un termine assai abusato)giusto per raggiungere una soglia più alta a quella in cui normalmente viviamo noi superficiali.