domenica 21 luglio 2019

I giorni della Luna

A scanso di equivoci: celebro con favore anch'io il cinquantenario dell'allunaggio e balbetto, con Neil Armstrong, «that's one small step for a man, one giant leap for mankind».

Tuttavia, nel meccanismo mediatico che genera tanto entusiasmo celebrativo, vorrei gettare un granello di polvere, soffiato dalle pagine di uno scrittore che, all'epoca, tanto entusiasta non era.

La "conquista della Luna": « si tratta di una trappola prodigiosa, da eccitare per un ultimo eccesso quel che ci resta di un'immaginazione autentica. Probabilmente, non meritavamo una forca così alta; una più modesta sarebbe stata più giusta. Ma l'uomo è tra i fuochi di una lotta che non si sa dove abbia il suo centro, se ne ha uno. Un'arte del supplizio meravigliosamente raffinata è stata messa in opera per incenerirci perfettamente. Hanno l'aria di lasciarci camminare fuori della gravità, solo per acchiapparci dopo, senza sforzo, in un punto stretto. L'uomo non beve pietre lunari, anche se pensa a nutrirsi di petrolio, e basta che il suo bicchiere resti asciutto, o si riempia di mota avvelenata, perché tutte le sonde inviate negli spazi a scattare istantanee di mondi morti, immagini rifiutate dalla poesia superstite di un mercato straccione si spengano nella sua gola. Un uomo colpito da paralisi e da pazzia per aver preso con le dita, in una padella annerita da olii incerti, qualche grammo di frittura di pesce che ha ricevuto dal plancton attossicato il suo ultimo boccone prima delle reti, non può guarire con ipotesi di astrofisica. Annunciategli anche il ritrovamento di un sandalo romano su Marte, le sue labbra mortefatte non sorriderebbero.»
« L'uscita di qualche essere umano dal regno della gravità è nel regno della gravità significata nel rantolo del pescatore giapponese e nella fame dell'egiziano, nelle leucemie prodotte dalle radiazioni ionizzanti, nelle catene infinite di distruzione fisica, psichica e mentale create dalle combinazioni aggressive di tanti metalli, gas, polveri, fluidi, sonorità, velocità, rovine. Tutti i progressi ancora possibili, prima del definitivo arresto, nei voli spaziali, sono già nel sangue invaso e cascante, in speciali varietà di agonia, e nelle periferie e nei centri della corruzione genetica, in ulcere senza cicatrice, prefigurati. L'uomo sulla luna, cercalo nelle tanche di morte della petroliera; nella miniera abbandonata dove hanno calato i detriti radioattivi; nel banco di schiuma immobile sul pelo dell'acqua; nei tuoi polmoni e nel tuo intestino. I giorni sulla luna e le piaghe della grande peste che ci ha colpiti, misteriosa come ogni peste, sono un unico e medesimo giorno, e uno che lo sappia e scriva è un visitatore di lazzaretti, in cui finirà la sua opera di misericordia, interrogandosi inutilmente sull'origine del miasma e cercando, nella parola pura, una difesa dal contagio, il soccorso di una medicina veramente umana.»
« Le frecce di Apollo portano la peste. Le frecce di Apollo 11, 12, 13, 14 piovute sulla terra dalla luna, sono frecce di Apollo, sempre le stesse frecce, venute dall'alto, per il tormento e l'illuminazione del basso.»
« Il segno umano è dappertutto. Come abbiamo fatto, in un tempo così corto, se la nostra misura è esatta, a sfregare uomo su tutto? Il nostro segno era anche, forse, prima di Armstrong, sulla luna. Prima della luna, forse, quando la luna si stava formando come stella fredda lontano dalla terra e la terra non gli aveva ancora impartito la sua legge, era stampato nel cerchio vuoto il segno.»
« L'avventura umana è breve. Un respiro cosmico ed è la fine.»

Guido Ceronetti, Difesa della Luna, Rusconi, Milano 1971 


Nonostante i limiti di un pensiero reazionario, Ceronetti toccava - con un mirabile bisturi linguistico - alcuni nervi scoperti delle magnifiche sorti e progressive che la Missione Apollo conteneva. E cinquant'anni dopo, a lato delle celebrazioni, sarebbe necessario constatare che a quel piccolo passo non ne sono succeduti altri di simile portata e che, per contro, di lazzeretti la Terra, e non la Luna, è ancora piena.

Ma la pubblicistica odierna si limita alle celebrazioni, non si interroga sulle motivazioni che portarono l'uomo sulla Luna. Soprattutto: depenna, in larga misura, il contesto storico-sociale che determinò tale impresa collettiva - qui, invece, narrato in modo esemplare, da cui estraggo la chiusa:

« Mezzo secolo dopo, gli sbarchi sulla Luna rimangono un traguardo scientifico, tecnico e organizzativo, una dimostrazione ispiratrice di due potenti verità pur nell'attuale momento storico costantemente sotto attacco di tendenze reazionarie e irrazionali, ossia il fondamentalismo religioso, quello economico e quello post- modernista: 1) la ragione umana è in grado di comprendere il mondo attraverso lo sviluppo della conoscenza scientifica, delle sue leggi e delle sue proprietà oggettive; 2) utilizzando la tecnologia basata sulla scienza e con uno sforzo comune socialmente organizzato, l'umanità può sfruttare la natura per i suoi scopi e raggiungere traguardi giudicati a priori quasi impossibili. »
« Immaginiamo dunque quali potrebbero essere i traguardi, non solo “spaziali”, se l’umanità riuscisse finalmente a liberarsi degli anacronistici Stati nazionali nelle forme nelle quali tutt’ora si configurano e a organizzare un modo di produzione globalmente e socialmente pianificato sui bisogni e il benessere dell’umanità intera e per scopi pacifici e razionali. »

sabato 20 luglio 2019

Come plastica

Te lo dissi, tu ripetesti, fummo d'accordo
sul fatto che nessuno avesse ragione:
rara virtù umana il riconoscere
di essere entrambi dalla parte del torto.

Ingenui, tuttavia, credemmo che
dagli errori avremmo imparato
a prevedere quando sarebbe stato
il caso di fermarsi, per non sbagliare più.

L'aurora, che ci investiva ogni mattino
separandoci dai sogni, dimostrava
invece quanti chilometri da percorrere
ancora c'erano per mantenere il proposito.

Allora lanciavamo i desideri altrove
in un punto lontano da noi stessi
per donarci un po' di consolazione
ché soddisfarli non era stato possibile.

E piangevamo con cognizione di causa
per non restare indifferenti, per patire
piuttosto che avere l'impressione
che il corpo appartenesse a qualcun altro.

Poi ci prendevamo a schiaffi, per convenzione.
O meglio: io li prendevo perché non ce la facevo
a imitare la tua rabbia, a sfogarla
sul mio non essere più in grado

di darti amore e il resto conseguente. 
E fummo a noi stessi degli assenti
anche se dall'appello risultava
che eravamo davanti l'uno all'altra.

E la sera ci raccontavamo a turno
la storia triste del nostro amore perso
gettato ai bordi della strada come
plastica che il terreno non assorbe, no.

giovedì 18 luglio 2019

Bollo d'allevamento

In un caldo pomeriggio estivo, su una strada regionale molto transitata che non consente facili sorpassi, si era formata una fila chilometrica, giusto perché un automobilista imponeva un'andatura media inferiore ai 40 km all'ora. Dopo circa 40 km e, appunto, più di un'ora, un altro automobilista, leggermente accaldato e innervosito, a un semaforo affiancò l'autovettura del precedente automobilista lento, aprì il finestrino e, con occhio severo, gli domandò: «L'hai pagato il bollo?».

La domanda sarebbe stata più che opportuna, se il bollo auto fosse una tassa sulla circolazione.

Invece esso è una tassa sulla proprietà. 

Noi automobilisti paghiamo non per circolare, ma per avere una macchina. Per questo, forse, il bollo è, tra le tasse, non certo la più "odiosa" (sono più odiose le accise, per esempio), ma una delle più antipatiche. Perché non è più una tassa di scopo, con l'obiettivo di finanziare la realizzazione e la manutenzione delle strade pubbliche dove i veicoli liberamente circolano (anche per questo non si capisce quanti soldi ricavati da tale tassa siano dalle regioni impiegati per circolazione sulle strade regionali).

Quindi, l'idea di una sua abolizione non sarebbe peregrina, tuttavia - come giustamente rilevano al Sole 24 Ore - «occorre individuare coperture», giacché le regioni, senza tali soldi, si troveranno, complessivamente, 6,5 miliardi di introiti in meno. Infatti, il bollo auto è una tassa regionale e, da un certo punto di vista, è una delle poche che possa considerarsi, a giusto titolo, una tassa che rispetta il tanto osannato federalismo fiscale perché i soldi vanno direttamente nelle casse delle regioni, senza l'intermediazione dello Stato.

Che fare dunque? Estendere le agevolazioni: niente bollo per le auto meno inquinanti e gradualmente aumentato per le auto più vecchie, soprattutto per quelle che, con la scusa d'essere d'epoca, non pagano niente o poco e puzzano tanto.

mercoledì 17 luglio 2019

Il coraggio del cacciavite

«Se consideriamo il processo di produzione dal punto di vista del processo lavorativo, l'operaio non trattava i mezzi di produzione come capitale, ma come semplice mezzo e materiale della sua attività produttiva adeguata allo scopo. In una conceria, per esempio, egli tratta le pelli semplicemente come suo oggetto di lavoro. Non è la pelle del capitalista che egli concia. Le cose stanno diversamente non appena consideriamo il processo di produzione dal punto di vista del processo di valorizzazione. I mezzi di produzione si trasformano subito in mezzi di assorbimento del lavoro altrui. Non è più l'operaio che adopera i mezzi di produzione, ma sono i mezzi di produzione che adoperano l'operaio. Invece di venire da lui consumati come elementi materiali della sua attività produttiva, essi consumano lui come fermento del loro processo vitale; e il processo vitale del capitale consiste solo nel suo movimento di valore che valorizza se stesso». 

Karl Marx, Il Capitale, Libro 1, capitalo 9.

Dato l'alto grado di sviluppo e l'elevata composizione tecnica, il capitale ha sempre meno bisogno del fermento probiotico dei lavoratori. Ovverosia: per mettere in moto tutta la massa del capitale costante, c'è sempre meno bisogno di capitale variabile, cioè di forza lavoro umana. E da ciò conseguono alcuni effetti verso i quali i signori della politica non provano alcun interesse, similmente ai signori del Castello nei confronti dell'agrimensura.

Quanta poca considerazione dell'agrimensura hanno al Castello...  Mosso dalla suggestione della rilettura del libro Kafka, azzardo: il Capitale è il Castello inaccessibile, inviolabile, intangibile. Lo sfinimento a cui conduce la lotta contro di esso (per ottenere riconoscimento da esso) è inevitabile, come la stanchezza finale di K. 
Coraggio e perseveranza, lo scontro quasi violento pure, non bastano. Tanti Klamm guidano il mondo, tanti camaleonti ai quali è impossibile dare la caccia, afferrarli, poterci solo parlare e discutere. E questa impossibilità è dovuta al fatto che non è consentita alcuna discussione con un meccanismo, con un soggetto automatico, con un HAL 9000. Occorre il coraggio del cacciavite, ecco tutto.

domenica 14 luglio 2019

Convertitevi, un giorno verranno i denti del giudizio


Secondo il ministro dell'istruzione israeliano «la terapia di conversione degli omosessuali può avere risultati efficaci»; e ce lo garantisce personalmente, affermando di avere «una conoscenza molto approfondita della formazione». E noi - come disse il mago Otelma - non dubitiamo affatto, giacché sfidiamo qualunque maschio - omo, bi, o etero curioso - a farsi fare un pompino da uno con un'arcata dentale come lui.


P.S.
Perdonate, ma appena l'ho visto, m'è tornata in mente una barzelletta che ci raccontavamo alle elementari:

- Dottore, mi aiuti: ho i denti gialli.
- Si metta una cravatta marrone.

Tre righe in cronaca

Cominciamo dai turchi. Gli americani - o meglio: Trump si è incazzato con Erdogan perché hanno comprato missili dai russi. Ma il presidente USA gliel'ha spiegato ai suoi compatrioti che i turchi dovranno pure piazzare, da qualche parte, l'uva sultanina, i pistacchi e le lavatrici Beko? 

Proseguiamo con gli italiani: secondi gli italiani. Secondi a nessuno, in quanto servitori. Come giustamente fa notare Alberto Negri, Salvini supera persino Arlecchino nel servirne tre insieme. Con quali contropartite d'interesse nazionale non si sa, al momento parrebbe un mero interesse particolare. Ma vedremo. Allo stato presente, dubito tuttavia che, anche qualora fosse accertato il finanziamento illecito, questo potrà incidere negativamente sul consenso elettorale della Lega.

Seguitiamo con l'Assemblea nazionale del Pd. Zingaretti: «Dobbiamo cambiare tutto per...». 
Aspetta: dove l'ho già sentita questa frase?

Concludiamo con l'Encierro di San Firmino che, quest'anno, ha visto pochi incornati a Pamplona: peccato.

giovedì 11 luglio 2019

Il dono di Chernobyl

Anni fa, credo nel 1984, dopo l'uscita nelle sale italiane di The Day After, Beniamino Placido - uno dei più acuti editorialisti di Repubblica - scrisse che il sotteso, ma sostanziale messaggio di quel film non era volto tanto a spaventare il pubblico americano per l'imminenza di una guerra nucleare, quanto ad allarmarlo per un'altra, più subdola disputa di diversa natura: la guerra commerciale e la conseguente invasione del mercato statunitense di prodotti stranieri, in particolare di merci di alto livello tecnologico (elettronica, automobili) prodotte in Giappone.

Oggi, credo nel 2019, la prima impressione che ho avuto guardando Chernobyl è stata che tale sceneggiato, più che raccontare e mostrare l'imperizia, l'ottusità e la prevaricazione del potere e della burocrazia sovietici, lasci trasparire un significato ben più profondo, legato non al fallimentare "socialismo" da caserma russo, bensì all'attuale situazione storica in cui un solo modello economico domina la riproduzione sociale dell'intera umanità. In buona sostanza, la serie tv trasmessa in Italia da Sky mostra sottotraccia che viviamo in un'epoca nella quale il disastro non è localizzato in un punto del globo che, per quanto possa essere esteso, potrà comunque essere contenuto (sebbene al prezzo di un incalcolabile numero di vite umane). No, Chernobyl è la metafora di ogni luogo della Terra schiavo della logica storicamente determinata del Capitale. Chernobyl è ovunque non si scorga la contraddizione fondamentale tra
«valore d’uso e valore di scambio, dunque nell’ambito della produzione stessa [e, quindi,] la contraddizione tra il carattere globale delle forze produttive e la persistenza di un sistema obsoleto di stati nazionali» Olympe de Gouges
Questa cecità scientifica, in breve: il rifiuto della scienza di Marx fa, secondo me, il paio con le parole conclusive che il protagonista, lo scienziato Valery Legasov, pronuncia durante il processo e al suo epilogo:


«Ci sono già stato su un terreno pericoloso, ci sono tutt’ora su un terreno pericoloso, per i nostri segreti, per le nostre menzogne. Sono esattamente ciò che ci definisce. Quando la verità ci offende, noi mentiamo e mentiamo fino a quando neanche ricordiamo che ci fosse una verità, ma c’è, è ancora là. Ogni menzogna che diciamo, contraiamo un debito con la verità. Presto o tardi quel debito va pagato. Ecco cosa fa esplodere il nocciolo di un reattore RBMK, le bugie. »

«Essere uno scienziato vuol dire essere un ingenuo. Siamo così presi dalla nostra ricerca della verità da non considerare quanto pochi siano quelli che vogliono che la scopriamo, ma la verità è sempre lì, che la vediamo o no, che scegliamo di vederla o no. Alla verità non interessano i nostri bisogni, ciò che vogliamo, non le interessano i governi, le ideologie, le religioni. Lei rimarrà lì, in attesa, tutto il tempo. E questo, alla fine, è il dono di Chernobyl. Se una volta temevo il costo della verità ora chiedo solo: qual è il costo delle bugie? » Valerij Alekseevič Legasov

martedì 9 luglio 2019

Il passaggio all'elettrico


In Norvegia sono più avanti.

Sicuramente, durante il corteo funebre a piedi, si respira meglio a stare in coda al Tesla. E tuttavia, da un punto di vista ecologico, credo che il vecchio Fiat 132 a benzina della Misericordia paesana abbia avuto, complessivamente, nel suo arco di vita (credo sia stato rottamato), un minore impatto ambientale. 

domenica 7 luglio 2019

Porto Portese

La questione migranti/migrazioni è complessa - e io non ho certo le competenze per dirimerla. Al limite, similmente a come fanno i politici, posso dare un contributo per nascondere la polvere sotto il tappeto. La polvere della questione, non i migranti, beninteso.

Per limitarci al caso italiano e alla polemica circa l'assenza di una politica comune e alla mancanza di solidarietà tra i paesi dell'Unione Europea, la mia polvere sotto il tappeto è: l'Italia ceda la sovranità nazionale di Lampedusa e acque territoriali circostanti a beneficio di tutta l'Unione. In breve: Lampedusa divenga il primo territorio sovranazionale europeo ove sventoli la sola bandiera blu con le stellette. Di più: Lampedusa diventi la capitale d'Europa, vi sia ubicato il Parlamento e la sede della Commissione. 
Premesso che, secondo me, tale cessione territoriale sarebbe vantaggiosa per l'Italia anche a titolo gratuito, lo Stato, in cambio, potrebbe ottenere - con ragione - l'abbuono di una cospicua fetta del debito pubblico, oppure la concessione dello sforamento del deficit per un determinato numero di anni.

E se l'Unione europea non fosse interessata?

Si trovi un altro Stato disposto a "comprare". Magari uno degli stessi stati europei. La Germania, per esempio, potrebbe essere una soluzione: in fondo, in pochi anni, i tedeschi sono riusciti a inglobare la Germania Est, figuriamoci se in pochi mesi...
L'Inghilterra? Già sono stronzi a Gibilterra, lasciamo perdere.
Gli Stati Uniti? Difficile accolgano la proposta: hanno già un cospicuo numero di basi americane a gratis nel nostro paese.
E perché no Israele, che di tanti territori occupati ha bisogno... Lampedusa è sufficientemente kasher?

Ultimi ripieghi: Arabia, Emirati, Qatar? O anche: se la vendessimo alla Cina? 

Sarebbe uno scandalo? Ma perché? Che cosa fece la Repubblica di Genova con la Corsica? Non ditemi: "Facile, tu abiti a più di mille km in linea d'aria, non puoi capire". E cosa c'è da capire? Io penso, invece, che se fossi lampedusano mi sentirei più rassicurato se Europa si assumesse per intero la responsabilità dell'isola e delle acque territoriali.

Mmmh... vedo troppi storcere il naso: sarà meglio che smetta di spazzare, ché questo è un tipo di polvere che sotto il tappeto non ci sta.

venerdì 5 luglio 2019

Macché satira

L'immagine può contenere: testo


Makkox - non mi piace il tratto; ma soprattutto: non mi fa ridere. Sembra satira un gradino sotto al livello del Bagaglino (con tutto il rispetto per Oreste Lionello, Pippo Franco e Martufello). E fin qui è un problema mio, me lo gestisco io, e non pretendo che mi si aiuti a risolverlo.
Però, certe volte, oltre a non farmi ridere, certe vignette hanno il difetto di farmi parteggiare (per un attimo, sia chiaro, per un attimo) per il personaggio sbeffeggiato; perché, nel caso specifico: se è vero, com'è vero, che Salvini si è adombrato per la sentenza che ha liberato la capitana Rakete, non credo affatto ch'egli si sia rattristato a vedere Sassoli incaricato presidente del parlamento europeo. Anche perché tale conquista democratica e progressista non lo tange minimamente: Salvini, infatti, sebbene fosse capolista alle scorse elezioni, difficilmente lo si vedrà occupare i banchi del parlamento europeo presieduto dal piddino. E poi, suvvia, nonostante sia alla sua terza legislatura europea (tre volte tre candidato dal pd), Sassoli sta alla politica tanto quando Gigi Marzullo sta alla cultura. Brava persona, per carità, ma era meglio se tornava a fare il giornalista per Euronews.

mercoledì 3 luglio 2019

La faccio semplice

[*]
Nell'attesa che siano smaltiti dalle strade della città, per non aumentare il numero e l'ampiezza dei cumuli di rifiuti, quali indicazioni dare ai cittadini romani per buttare al meglio la spazzatura?

Io un'idea a bomba (o bomba o non bomba) ce l'avrei.

[*]

Certo non tutti gli immobili saranno al pianterreno, ma qualcheduno avrà pure l'ascensore, no?

__________
Mi è venuta in mente questa canzone:

Ma non ho visto mai nessuno buttare lì qualcosa e andare via.

martedì 2 luglio 2019

Più bella e più superba che pria


«La concorrenza fiscale genera esternalità negative che costano a livello globale 500 miliardi di dollari l'anno, con un danno stimato per l'Italia tra i 5 e gli 8 miliardi di dollari l'anno. Una concorrenza fiscale di cui, di fatti, beneficiano le più astute multinazionali pone le imprese italiane, soprattutto quelle piccole e medie, ma anche le grandi società la cui proprietà mantiene comportamenti fiscali lodevolmente etici nei confronti dei nostro Paese, in una situazione di grave disagio competitivo. [Per cui] è indispensabile, dunque, ritrovare un approccio strategico comune a livello europeo per porre fine alle distorsioni del mercato attualmente esistenti, assicurando che l'imposta sia versata nel luogo in cui gli utili ed il valore sono generati»

Oltre al dumping fiscale, secondo Rustichelli occorre correggere

«anche le pratiche di dumping sociale e contributivo che, favorite dalle delocalizzazioni, si sostanziano nello sfruttamento delle minori tutele previste per i lavoratori nei paesi dell'Est. [Pratiche che] appaiono ancora più inaccettabili quando incoraggiate attraverso l'utilizzo di risorse pubbliche che, anziché essere rivolte a promuovere lo sviluppo dei territori, vengono strumentalmente impiegate in danno di altri Paesi; ovvero quando la decisione di un'impresa di trasferire altrove la produzione venga assunta dopo aver ricevuto aiuti pubblici per effettuare investimenti produttivi».

- Sicuramente, la Relazione Rustichelli sarà il primo dei dossier che saranno posti all'ordine del giorno dall'appena insediato Europarlamento e della prossima Commissione europea. Sono certo che i leader europei saranno capaci di trovare un accordo che impedisca il dumping fiscale e, quindi, la malsana competizione tra Stati membri. Sono convinto che, in un breve lasso di tempo, queste storture saranno raddrizzate e che il Riformismo (con la erre maiuscola) riuscirà a riformare il sistema e saranno ritrovate coesione e comunità d'intenti che daranno nuovo slancio all'Unione europea che ritornerà più bella e più superba che pria.

- Bravo.

- Grazie.

domenica 30 giugno 2019

Il situazionista


«Sono contento tu sia riuscito a risolvere quella situazione», disse Freddo a Berto, «sono contento perché almeno, a partire da adesso, potrai pensare a qualcos'altro. Anche se...»
«Anche se?», lo interruppe, Berto.
«Anche se per risolvere quella situazione sei stato costretto a pagare un prezzo molto alto».
«Quale prezzo? Io non ho sganciato un euro».
«Era una metafora».
«Faccio fatica a capire le metafore».
«Io, invece, faccio fatica a non parlare per metafore».
«E che sei? Gesù Cristo?».
«Le sue erano parabole».
«E vabbè: comunque, era un parlare sdrucciolo pure il suo».
«Lascia perdere. Volevo solo dirti che ero contento tu sia riuscito a risolvere quella situazione, anche se per risolverla sei stato costretto a impelagarti in un’altra situazione, a mio avviso altrettanto complicata».
«Sono un situazionista. Ma dimmi: perché prima hai detto che “sei contento” che io sia riuscito a risolvere quella situazione e, dopo, hai detto che “eri contento”? Non lo sei più contento perché non capisco le metafore?»
«No, affatto, sono ancora contento tu sia riuscito a risolvere quella situazione. Ho cambiato il tempo dell’ausiliare perché, dalla perfezione da te incompresa del presente, sono passato all’imperfezione, sempre incompresa, dell’imperfetto. In breve: mi sono spostato sull’asse temporale per darti modo di riflettere sul senso delle mie frasi».
«Ma a fare in culo non ti ci ha mai mandato nessuno?».
«Perché ti arrabbi?».
«Non sono arrabbiato: parlavo per metafore. Vedi che neanche tu sei in grado di capirle?».

venerdì 28 giugno 2019

Paviglianiti!

Pubblicizzati, non si sa quanto disinteressatamente, sulle colonnine di destra dei più importanti quotidiani online, gli youtuber da dieci, quindici, venti milioni di follower rilasciano dichiarazioni alla redazione che li interpella sullo svolgimento della loro attività videoamatoriale, di vario genere: dalla giovane donna che insegna come si fa a truccarsi, allo spinacione che fa il giro del mondo in bicicletta elettrica; dall'esperto bricoleur, al sapiente cuciniere di stoccafissi.
Le copiose visualizzazioni, che ogni loro video riporta, attestano quanto appunto siano seguiti e, indirettamente, quanti giga di connessione siano spesi per guardare le imprese di questi dilettanti non più sconosciuti. Bravi. Uno su dieci, quindici, venti milioni ce la fa a emergere e a sussistere, a quanto pare egregiamente, senza "lavorare".

Io - che apprendo della loro esistenza perché ogni tanto mi casca l'occhio (oddio... lo raccatto, dopo) sulle suddette colonnine - mi chiedo - marginalmente, molto marginalmente - perché le redazioni dei giornali, che lamentano, oltre all'irreversibile calo delle vendite in edicola, il monopolio imperante dei giganti dei social-media, perché prestano un giorno sì e l'altro pure tanta attenzione non tanto a internet come fenomeno in generale, quanto alle scorie che esso produce? Perché, insomma, queste cazzate fanno notizia? Perché, per contro, non hanno spazio le storie minime di anonimi signori che nel dopolavoro, dopo la spesa ai supermercati, la cena in canotteria, si svaccano sui divani e si addormentano a guardare inutili serie televisive? Che cosa hanno questi di meno esistenziale dei fighetti (e delle fighette) di youtube? 


«Dica».

giovedì 27 giugno 2019

Il sogno di Pierantonio

C'è stato un momento nella vita di Pierantonio in cui ha pensato, poi ha smesso, è passato al momento successivo, in cui da pensare c'era poco, c'era da spegnere la sveglia, alzarsi, preparare il caffè, andare in cerca di lavoro, come se fosse qualcosa da cercare, anche se lui tendeva a evitarlo perché pensava al lavoro come a un qualcosa che ti piomba addosso, come una condanna. Meno male, dunque, dicevano tutti no, non la prendesse sul personale, ma non avevano bisogno di personale, erano al completo, quando andava bene, erano in soprannumero, quando andava male, lo vede laggiù in fondo quell'esercito di riserva? Si accodi o marchi visita. A Pierantonio non andava giù, sicché si mise a fare l'arrampicatore sociale. Pubblicò un annuncio di matrimonio, A.A.A. cercasi miliardaria e, fu il caso o fu l'intestino, una miliardaria rispose, lo contattò, gli diede un appuntamento al buio, in una chiesa, e lui si presentò, vestito da lavoro, anche se non era il caso: era l'intestino. Infatti, appena varcò la soglia della speranza (Jean-Paul II), da un impianto stereo che friggeva partì L'abbigliamento del fuochista, e Pierantonio, con un po' di pena dentro al cuore, si avvicinò all'altare. Dal pulpito prese a parlare non un prete, bensì un navigatore, fresco vincitore di concorso, che si rivolse al futuro sposo decantando, con lodi sperticate, il mercato del lavoro, luogo della vendita e della compera di una merce particolare, sì, facilmente reperibile e interscambiabile là dove c'è la domanda e c'è l'offerta, ma se queste non ci sono o decadono, la merce, seppur particolare, perde di valore, diventa merce superflua, da buttare, la pietra scartata dai costruttori ma quando cazzo mai diventerà testata d'angolo?
Un leggero turbamento assalì Pierantonio, ma durò giusto un attimo: l'organo attaccò la musica consueta e la sposa fece il suo ingresso su una portantina, firmata da Donatella Versace, portata a spalla da quattro marcantoni vestiti come gladiatori. Quando lei discese e gli sorrise, lui ebbe una stretta allo stomaco, come se stesse per firmare un contratto con la Manpower...

[...]

Pierantonio si risvegliò di soprassalto, mentre la moka borbottava già da un po'.