sabato 8 agosto 2020

Sentieri (correre 6)

Lunedì 3 agosto.

Mi fanno male i piedi. E lo sento stasera, non ieri sera. Indolenzimenti a effetto ritardato. Sarà perché ieri mattina (domenica) ho corso su un sentiero di montagna, molto bello e, in certi tratti, assai sassoso. È il Sentiero dei Tedeschi, circa dieci km a/r in curva di livello, tra i 1100 e i mille metri d'altitudine, immerso nei boschi del Parco Nazional. È la mia terza corsa trail (si fa per dire) e, se correre mi piace, correre tra boschi e strade di montagna mi piace ancor di più, particolarmente in questo periodo estivo. Ho iniziato il giro verso le nove, non c'era nessuno. Al via strada piuttosto larga; dopo due chilometri sentiero puro, molto stretto anche se ben tracciato (ogni tanto interrotto da qualche ruscello). In due non ci si scambia se non scansandosi a valle o a monte. Così faccio, al passare di un gruppo di ciclisti in mtb. Così fanno, due camminatori, vedendo me arrivare a passo di corsa. La diplomazia tra camminanti e corridori. Quando non si conosce una strada, non ci si rende conto bene quando finisca cosicché, al prossimo incontro, decido di chiedere. È una donna, con un collie al guinzaglio. «Scusi, quanto manca al termine?». E lei: «Two kilometres to the end». Bene, fin lì (percorrenza e inglese) ci arrivo. E ci arrivo. Solo che, al termine dell'andata, anziché ripercorrere il medesimo sentiero, ne prendo un altro che indica l'Anello della linea Gotica. Cazzo, questo sale, ammazza se sale.
Con tale pettata mi è impossibile correre. O anche: corro dieci passi e mi fermo cento secondi per respirare. Allora cammino finché non spiana, rincuorato dal fatto che, dipoi, per ricongiungermi al sentiero precedente, visto quanto ho salito, dovrò scendere. Dopo poco, arrivo a un bivio al quale mi fermo per leggere che cosa indicano i cartelli del Cai. Riecco la donna con il collie, sorridente. Mi fa i complimenti per l'impresa di essere lì (almeno credo: ho l'arabo nullo, ho scarso l'inglese come scrive Fortini in una sua Canzonetta del Golfo). Risorrido, e chiedo se anche lei andava di corsa. «No, today I'm walking, but often run too». Mi dice che posso parlarle in italiano, lo sta studiando, anche se mi risponderà in inglese («But my english is very bad», le annuncio, sì che possa essere comprensiva se rispondessi fischi per fiaschi). Ma cii si intende, insomma. Cinque minuti di conversazione (ne approfitto per recuperare) dalla quale apprendo che lei è Rachel, australiana (un'australiana nel mezzo di un bosco toscano, apperò), sposata (il marito inglese è un professionista del trail), con prole, e che abita al momento nei dintorni, svolgendo quest'attività qua

La saluto e riprendo il cammino.

La discesa di ricongiunzione è assai impervia e con ciottoli grossi e appuntiti. Reimmesso nel Sentiero dei tedeschi, trovo una comitiva in mtb: pedalano lenti, più del mio passo e dunque li supero e arrivo, di buona lena, alla fine. 


Mercoledì 5 agosto, pomeriggio.

Ciclopedonale. Quattordici chilometri, mio record di percorrenza. 

Venerdì 7 agosto.

Sentiero 80. Da Ponte alla Fabbrica, lungo un torrente chiamato Gorgone, sino al Passo della Calla. 6+6. km (a/r). Dislivello notevole: dai poco più di seicento metri alla partenza, sino a quasi milletrecento in cima al passo. Percorso interamente all'ombra, fresco, pista sassosa, a tratti umida, compreso l'attraversamento (facile) del corso d'acqua. È un bel correre qui, anche se io non disdegno qualche sprazzo di sole. Quando sono tornato a dove avevo lasciato la macchina, mi sono messo a guardare la briglia del Gorgone d'epoca fascista (credo) sotto la quale una splendida pozza d'acqua fredda, sebbene accaldato, non mi invitava certo a fare il bagno (a senso, la temperatura esterna sarà stata poco sopra i venti e quella dell'acqua forse poco sopra i dieci gradi). Mentre mi cambiavo le scarpe un po' infangate, ecco che arriva una macchina che gratta sotto a causa dello scalino tra l'asfalto della statale e il parcheggio del posto. Scende un signore che indica alla moglie (che è alla guida) di proseguire, oramai la grattata è fatta. Conosco entrambi i signori, ci salutiamo. La signora (sebbene sui sessanta, è ancora una bella donna) dice che, siccome le fa caldo, tanto caldo, è venuta a fare un bagno nella pozza suddetta. M'invita anche a seguirli, ma il marito - sebbene sorrida - non dice niente, sta zitto e per me chi tace sta zitto e basta. 
Ma dove ho lasciato Murakami? Affacciato sul fiume Charles, a Cambridge, Massachusetts. Sono passati dieci anni - scrive - dall'ultima volta «ed è il caso di dire che di acqua sotto i ponti ne era passata tanta. Soltanto il fiume non era cambiato. La sua corrente impetuosa avanzava verso la baia di Boston [...] come un'idea che non conosce esitazioni dopo aver superato tante verifiche, se ne andava in silenzio verso il mare, senza fretta, senza mai riposarsi». Tralasciando tali patetiche forme di lirismo, secondo voi i fiumi con la corrente impetuosa avanzano in silenzio? Secondo me no. 

[un po' di foto sparse dei tre giorni]

venerdì 7 agosto 2020

Vaffanculo a me

In un contesto di relazioni sociali, pubbliche o private, a che cosa serve avere ragione se poi questa ragione diventa solo una spilluccia da appuntare sui testicoli (magari fossi masochista), sì che non c'è alcuna soddisfazione, né ragione per cui farne un vanto?

Appunto, oggi, mi sono punto le palle quando ho letto che il 7 marzo scorso il capo del governo prese la decisione politica del lockdown totale, sebbene il CTS affermasse che erano sufficienti le restrizioni in ampie zone del Nord Italia e che non importava estendere il confinamento a tutta l'Italia.



Oramai è andata così e non è che con questo post io voglia sbandierare il tristemente famoso io ve lo avevo detto. Io non ho detto niente. Soprattutto quando, nel pieno dell'emergenza, certe cose andavano dette, sono stato zitto a deprimermi, a comportarmi per bene, a non uscire dal mio comune, a non andare a prendere l'acqua alle sorgenti, a non correre sulla ciclopedonale, a non far uscire mia mamma da casa per tre settimane, a subire quell'altoparlante del Comune o della protezione civile o dei carabinieri che passavano nel silenzio surreale del paese a dire State a casa e gracchiando l'Inno nazionale senza mandarli a fare in culo, come ora faccio, che non serve a niente.

Ecco, se avessi preso l'altoparlante in quel frangente per ribellarmi, allora sì potrei vantarmi e sentirmi un piccolo eroe. E invece... sono stato a casa. Vaffanculo a me.

martedì 4 agosto 2020

Delle cose nascoste sin dalla fondazione della Repubblica

Quando lo Stato secreta qualcosa, vuol dire che ha qualcosa da nascondere.
Generalmente, quando qualcuno, sopratutto se questo qualcuno è lo Stato, vuole nascondere qualcosa, significa che questo qualcosa, se rivelato, se fosse "pubblico", lo metterebbe in imbarazzo (come minimo).
Ne sia prova, infatti, una dichiarazione dell'avvocatura dello Stato, la quale, motivando il ricorso del Governo contro sentenza del TAR del Lazio, ha affermato che, se le cose segrete fossero rivelate, si avrebbe un

"danno concreto all'ordine pubblico e alla sicurezza che la conoscenza dei verbali del C.T.S., nella presente fase dell'emergenza, comporterebbe sia in relazione alle valutazioni tecniche che agli indirizzi generali dell'organo tecnico".

Detto altrimenti: se gli italiani sapessero perché sono stati rinchiusi, forse, come accade anche alle formiche, nel loro piccolo, s'incazzerebbero. O no?


Aggiornamento del 6 agosto: pare che il governo ci abbia ripensato. Meglio così.

domenica 2 agosto 2020

La sinistra multista




Tanti di coloro che sostennero a spada tratta le ragioni governative del confinamento degli italiani, proseguono, indefessi, nella loro richiesta di ordine e disciplina, soprattutto tra le file di quelli del Bar Casablanca, intellettuali di sinistra progressisti e - si pensava, a torto - libertari. 
Ma libertari non lo sono più perché, come gli insegna Mattarella, «non bisogna confondere la libertà con il diritto di far ammalare gli altri», e quindi s'incazzano se qualcuno entra nei negozi o alle poste senza mascherina perché gli alita addosso. 
Io rimango assai perplesso, forse perché non abito in una città, tantomeno in una grande città, sicché raramente entrando in un negozio o alle poste, trovo la "ressa", quindi è assai difficile che qualcuno mi aliti addosso. Per la verità, neanche nei grandi supermercati cittadini ho mai visto la gente alitarsi di proposito addosso, né prima né dopo la pandemia. Gli unici che vedo non portare la mascherina per manifesto dissenso politico contro il governo (sovente lettori del Giornale, di Libero o della Verità), non li ho mai visti alitare in faccia alle persone che la mascherina la indossano, spesso lasciando il naso scoperto.  Di norma, alitarsi addosso prevede un certo grado di intimità che difficilmente si raggiunge tra sconosciuti, ancor più difficilmente se almeno uno dei due respiratori indossa la mascherina e rispetta un minimo di distanza sociale.
Comunque, per precauzione, se uno vuole rispettare le regole e avere un margine maggiore di sicurezza respiratoria, metta la mascherina comme il faut, là dove serve, rispetti le altre norme igieniche e poi, a posto, non stia a invocare contravvenzioni a mezzo social. Soprattutto: se uno invoca siano messe le regole davanti all'inciviltà, dovrebbe almeno avere la decenza di essere un po' civile per non diffondere più lo stesso tipo di panico che copiosamente ha sparso la scorsa primavera.

«Oggi in Italia 5 morti di COVID-19, con 43 malati in terapia intensiva (1.1% del picco) ed i ricoveri ospedalieri totali a quota 705 (MINIMO STORICO da mesi, mentre al picco erano oltre 29.000). I nuovi casi sono 295, quindi un po’ meno dei giorni scorsi, ed i casi totali attivi sono al momento 12.457 (al picco erano oltre 108.000). Situazione quindi sotto controllo [...]

Una doverosa riflessione: come sappiamo, in Italia ogni giorno muoiono circa 2.000 persone. Il che vuol dire che ieri ne sono morte 5 di COVID-19 e 1.995 di altre cause. Cerchiamo di ricordarci anche di loro» (Guido Silvestri).

sabato 1 agosto 2020

Correre e cinque

5. Alla fine di maggio non mi sono trasferito a Cambridge, nel Massachusetts, e da allora correre non è tornato a essere uno dei momenti essenziali della mia giornata. Corro poco, non mi sono davvero messo d'impegno, neanche alla fine di quel fottuto confinamento dettato dal governo per via della pandemia. Cosa intendo dire con queste parole? Nient'altro che, contrariamente a Murakami, io non corro sei volte a settimana, dieci km a botta. No. Al massimo corro tre volte, se va bene quattro. E sopra i dieci chilometri lo faccio solo una volta a settimana. Va bene così, mi sembra accettabile, non voglio forzare la mano, anzi: le gambe.
Pare che l'estate nel New England, contrariamente all'estate hawaiana, sia molto più calda e afosa. 
- E allora? Allora, visto che c'eri, potevi anche restare alle Hawaii, o no? 
- No, altrimenti non avrei potuto dire che l'estate nel New England è molto più opprimente di quanto possa immaginare chi non ne ha fatto l'esperienza. 
- Ma noi ti crediamo sulla parola, e ci potevi credere anche tu: bastava una telefonata. Per esempio: «Ehi, tu, cittadino di Cambridge, nel Massachusetts, fa caldo da coteste parti d'estate?» E loro ti avrebbero risposto: «Sì, più caldo di quanto tu possa immaginare». 
- Eh, ma io sono uno scrittore e non riesco a immaginare se davvero l'estate da coteste parti sarà così opprimente. 
- E allora fa che cazzo ti pare, vieni pure, posto c'è per tutti, soprattutto per gli scrittori giapponesi meteoropatici.
Ma vabbè.
Comunque, per dire, è successo anche a me, in questi giorni molto caldi, di sudare come una bestia e sentire, sotto i raggi del sole, intorpidirsi la mente. Ma io, contrariamente a Murakami, nel mentre, riuscivo a formulare pensieri, tipo: «T'avevi a stare a casa, oppure a venire prima a correre, anziché ora alle 10». Il fatto è che io, all'alba, sebbene mi alzi all'alba, non ci riesco a essere "pronto" per correre. Mi ci vuole un po' di tempo per ingranare. Sicché finisco sempre per tirar tardi e l'unica maniera per correre decentemente è farlo in alta quota, sui sentieri immersi nel parco nazionale, cosa che ho fatto per esempio giovedì mattina, un'ora di corsa, che vi racconterò.
Ma prima.
Murakami ha iniziato a correre nel 1982 e ha scritto questo libro più o meno nel 2005. Ha corso tanto e partecipato anche a 23 maratone (dato del 2005). Io, ripeto, ho iniziato a correre lo scorso autunno, quindi non c'è gara. Non credo riuscirò mai a percorre una maratona, ma come lui mi sento dire che correre è un'attività che mi rende piuttosto felice (o meglio: contento), perché correre è consono al mio carattere, giacché, tra tutte le attività di esercizio fisico "sportivo", è quella che mi appaga di più dopo averla praticata. Anche il nuoto, per la verità, ma nuotare - non abitando vicino al mare - è più complicato.
Mi piace tenermi in allenamento. Prima di correre, per otto anni, sono andato in palestra a fare "pesi" e una specie di ginnastica a corpo libero (trazioni alla sbarra, piegamenti, un po' di kettlebell). Ho smesso perché la palestra dove andavo, lo scorso autunno ha diminuito in modo considerevole l'offerta di apertura oraria senza diminuire di conseguenza il costo degli abbonamenti. E, al contempo, hanno aperto il tratto di ciclopedonale lungo l'Arno dove abito. Non ho rinnovato quindi a settembre l'abbonamento. Poi tanto a dicembre il gestore a chiuso l'attività perché non ci andava più nessuno...

mercoledì 29 luglio 2020

Nuotare (Correre 4)

4. È un mio limite culturale, ma io i Lovin' Spoonful manco sapevo esistessero se non li avesse rammentati Murakami che li tira in ballo nuovamente per dire che la loro musica è fantastica. Per curiosità, ho provato ad ascoltare due o tre canzoni di tale gruppo e non dico che mi abbiano fatto cagare, ma insomma, qualche strizzone non nego sia venuto. Per fortuna avevo il bagno vicino. È così, quando ho nelle orecchie questa musica leggera leggera, sciolta sciolta, a poco a poco riaffiora nell'intestino il ricordo dell'andare di corpo, anche di quella volta che, a quattordici anni, marinai la scuola (prima liceo), da solo, per passare la mattinata di primavera a leggere Corto Maltese e Supersex, quando, improvviso, nel parco dove mi trovavo, fui assalito da un urgente bisogno di andare in bagno e corsi stringendo le chiappe e arrivai pelo pelo al water di casa. Corto Maltese mi cadde per le scale, mentre Supersex finì ai piedi del lavandino, aprendosi alla formula orgasmica Ifix tcen tcen...
Se facessero mai un film sulla mia vita - solo a pensarci mi vengono i sudori caldi -, in fase di montaggio verrebbe aggiunto quasi tutto. Il regista finirebbe col dire ogni momento: «Beh, questo episodio si può anche aggiungere, con quel poco che hai da raccontare». Proprio così, ho poco da raccontare, traccheggio in balia del quotidiano gioco balordo dei non incontri e dei non inviti, momenti che si succedono senza un significato preciso, fino ad arrivare al presente. Quando penso all'esistenza umana (giacché a volte penso anche all'esistenza canina o gattesca), mi accade di aver l'impressione di non essere una zattera arenata sulla spiaggia, piuttosto una carretta che aspetta l'inverno per portare la legna in casa (Murakami pensa di essere una zattera, ma nel mondo occidentale chi fa più le zattere se non al parco divertimenti degli uomini primitivi?). Sarà stato colpa dell'aliseo hawaiano che, soffiando e facendo ondeggiare dolcemente gli alberi di eucalipto sopra la sua testa, gliel'ha fatta girare per il forte effetto balsamico di vicks vaporub naturale.

Comunque, oggi non sono andato a correre: sono stato a nuotare, di mattina, in una piscina comunale, all'aperto. Ho pagato il biglietto d'ingresso, ho firmato il foglio della presenza e del tracciamento e sono andato negli spogliatoi a cambiarmi senza - come da regola - lasciare niente nel locale (si deve portare tutto dietro, in borsa). Le prime quattro corsie della vasca da 25 metri erano occupate da un folto gruppo di ragazzini dei centri estivi che eseguivano esercizi indicati dagli istruttori. Una istruttrice, alla quale ho levato malvolentieri gli occhi di dosso (se ne avessi avuto un altro paio, due glieli avrei lasciati addosso volentieri), mi ha indicato la corsia n. 5 come libera e ivi mi sono non tuffato, ma infilato, per nuotare come posso e riesco, a stile diciamo libero, e recuperando un po' di fiato a ogni virata. Sono stato quaranta minuti a mollo e ho percorso poco più di un chilometro, non molto, ma già qualcosa per uno che si è messo a fare piscina relativamente da poco. Ho avuto fastidi con gli occhialini, purtroppo, perché non oscurati, cosicché il sole riflesso nella vasca non mi consentiva una buona visuale (soprattutto esterna, nella zona dove c'era l'istruttrice che dava lezione a due signore che facevano acquagym). Infine, sono tornato negli spogliatoi e, nella zona docce (c'era scritto: max tre persone alla volta) c'erano due ragazzini di forse sette anni che si lavavano. «Posso entrare?» ho chiesto e loro mi hanno guardato in silenzio (non so se assenso) sicuramente mormorando, tra sé sé: chi è questo perticone secco coi baffi e la cuffia rossa morettiana? «Tranquilli, non tiro schiaffi, purché non vi azzardiate a dire la parola professionalità». 

Il gioco delle domande

cari democratici,

cristiani, non cristiani, credenti, non credenti, di sinistra, di destra (?), di centro, liberali, socialisti, progressisti e conservatori, comunisti à la Berlinguer, trapezisti e saldatori, prodiani o dalemiani che siate, voi democratici che siete favorevoli al prosieguo dello stato di emergenza, voglio farvi questa domanda - e vi prego, rispondetemi sinceramente - se anziché questo governo strano (democraticamente legittimo, per carità di patria), vi fosse stato un altro governo, anche quello precedente, per esempio, Conte primo ministro ma con Salvini ministro dell'interno, sareste d'accordo col prolungamento dello stato d'eccezione?


***

Rosencrantz: «Per fare certe cose uno stato democratico ha proprio bisogno dello stato d'emergenza?»
Guildenstern: «Tu credi davvero che la sovranità appartiene al popolo?»

martedì 28 luglio 2020

Correre 3


3. Come detto precedentemente, quello che segue è un ricalco imperfetto de L’arte di correre di Murakami Haruki. Dato che, per ovvi motivi, non posso riportare per intero le pagine di tal libro, dovete o leggere questi miei brevi capitoli con il volume accanto, oppure fidarvi. «La seconda che hai detto», sento bofonchiare qualche lettore.


Quando corro, al momento, non mi prefiggo altro obiettivo che ritrovare l’indomani il piacere fisico (faticoso piacere) che provo oggi. Sicché non cerco mai di esagerare perché, se mi stanco troppo, il giorno seguente il desiderio di correre è più difficile da appagare. Quando scrivo un post è fondamentalmente la stessa cosa. Anche se sento che potrei continuare, a un certo punto salvo la bozza, rileggo, clicco su “pubblica”. Così mi sarà più facile scrivere il prossimo post (una volta avevo una cadenza giornaliera). Murakami sostiene che Hemingway ha detto qualcosa di simile. Che cosa avrebbe detto Hemingway? Che l’importante è la continuità, non spezzare il ritmo. Nel caso di tenere aggiornato un blog è importante; nel caso di scrivere un romanzo, importantissimo. Se si riesce a mantenere un ritmo costante, un passo, qualche risultato bene o male (bene o male?) lo si ottiene. Ma occorre insistere finché il volano (o anche: la macina dell’asino) non comincia a girare regolarmente, a velocità fissa.

Oggi, mentre correvo, tra le 10:40 e le 11:30, nella ciclopedonale di Buonconte da Montefeltro, non è caduta neanche una goccia di pioggia: per forza, il cielo era sereno. Faceva caldo, ma non troppo  giacché la pista di terra battuta era quasi completamente ombreggiata dagli alberi che costeggiano l’Archian rubesto. È un clima facile da capire, questo. Come intuirete, sto parlando di meteo perché e come ne parla Marukami, per traccheggiare, ossia per perdere tempo. E il tempo facile da capire (e da perdere) non richiede interpretazioni particolari. E allora, perché ne parli? Così, per allungare il brodo (non è vero che tutto fa brodo). Per strada ho incontrato soltanto un corridore, un giovane, al mio primo chilometro, in senso inverso. Poi ho incontrato un gruppetto di ciclo-amatori in mountain bike (anch’essi in senso inverso), tre donne e un uomo a camminare, due di loro con un cane. Una donna, la più bella delle tre, l’ho incontrata che procedeva in senso inverso quasi alla fine della mia corsa di andata – ci siamo detti un fugace buongiorno e scambiati un sorriso (è stata lei che mi ha fatto faccia da ridere se no di solito non sorrido a coloro che volgono il volto, o tolgono il volto da qualsivoglia scambio di saluto) – e, così, ho avuto la possibilità, dato che lei camminava, al mio ritorno di raggiungerla (la ciclopedonale non è ad anello), superarla, sorriderle nuovamente e replicare al suo, «Buona corsa!», un imbranato «Altrettanto», tant’è che lei ha subito replicato «Eh, ma io cammino» ( se si mettesse a correre, signora, vedrà che terrò volentieri il suo passo).

Altro da segnalare? Sì, quasi  tutti coloro che camminano, quando qualcuno, da dietro, si avvicina correndo, si sentono a disagio, come se qualcuno stesse per assalirli alle spalle. Una volta superati, infatti, chi corre ha l'impressione che essi tirino un respiro di sollievo. Personalmente, voglio rassicurarli che, nel mio come nella maggioranza assoluta dei casi, non è così: chi corre, quando sta per superare qualcuno che cammina, cerca di aumentare il passo per mostrare che lui corre in scioltezza, pavoneggiandosi un po' per la propria presunta capacità atletica e badando bene a non inciampare per non incorrere in una figura cacina.

lunedì 27 luglio 2020

Correre 2

2. «Siamo in estate e quindi fa caldo». Cazzo, disse la marchesa. È opinione diffusa che nell’Italia centrale d’estate faccia caldo, soprattutto nei mesi di luglio e agosto. Poi, va bene, ci sono anche le altre stagioni, ognuna con le sue caratteristiche che non importa descrivere qui, perché scrivere sul tempo è scrivere di niente, un niente uguale a quando due persone che non hanno niente da dirsi iniziano a conversare sul tempo che fa – e si sentono, dopo averne parlato, più imbarazzate di prima, perché non hanno parlato di niente.
Qui dove abito non siamo alle Hawaii. Qui non soffiano gli alisei. Durante il dì (dalle 10 fino alle 20) fa caldo poi, se va bene (e quest’estate sinora è andata bene) la sera rinfresca e le temperature scendono abbastanza da sopportare una felpa, per uscire, o una coperta leggera sopra le lenzuola, per dormire. 

Da quando abito qui, cioè da sempre, ossia da quando sono nato, e sono nato più di mezzo secolo fa, ho preso a correre da poco, dallo scorso autunno. Niente di che, soltanto due o tre volte alla settimana. Ma quando sono in ferie di più, anche quattro o cinque volte a settimana. Io devo saltare un giorno o due, per riposarmi e soprattutto per non sfinirmi dato che sono magro come un’acciuga sotto sale e dopo ogni corsa, sebbene cerchi di reintegrare mangiando e bevendo quanto riesco e posso, perdo sempre un po’ di colatura. Almeno mi sembra. Mi asciugo, dunque mi acciugo. E struggo, come in un soffritto.

«Stamattina ho corso per un’ora e dieci minuti ascoltando sul mio walkman due album dei Lovin’ Spoonful». Io no, stamattina non sono andato a correre, ma ieri sì. Ho corso per circa un’ora e dieci minuti senza ascoltare alcuna musica. Talvolta le cuffie altoparlanti esterne classiche, a casa davanti al pc, le metto, ma gli auricolari proprio non li sopporto neanche da fermo, figuriamoci per correre. E poi, a pensarci bene, non riesco più a tollerare la musica perenne di sottofondo, quale che sia. Preferisco il silenzio, o meglio: il rumore, a volte anche piacevole, di ciò che mi circonda. Soprattutto: il respiro e il tonfo sordo dei passi. Una volta sola, correndo, mi è capitato di mormorare una canzone, tra i denti, perché forse avevo bisogno di carica: Everybody needs somebody to love.

«Sono nella fase in cui devo lavorare sulla resistenza e aumentare la distanza che percorro, mentre il tempo che impiego è irrilevante. Basta che copra in silenzio il numero di chilometri che mi sono prefisso, mettendoci le ore necessarie». Anch’io, uguale uguale, salvo che in silenzio, come ho detto, i chilometri li faccio davvero, senza gli auricolari e la musica attaccata alle orecchie.

________________
N.B.
Tutte le frasi «tra virgolette» (tranne dove diversamente indicato) sono tratte da L'arte di correre di Murakami Haruki, Einaudi, Torino 2009

domenica 26 luglio 2020

Correre

Capitolo primo

25 luglio 2020, ciclopista dell'Arno, Toscana, Italia.

Chi può permettersi di ridere di Murakami Haruki?

1. Oggi è il 25 luglio 2020, un sabato. Ciclopista dell'Arno, nella Toscana nord orientale. Il tempo è buono, non troppo caldo per essere nel periodo del Solleone. Passa qualche nuvola di panna, sicché non c'è bisogno di alludere all'idea di nuvole. Sto da queste parti, a casa mia. Ogni mattino, siccome non sono uno scrittore, ma un blogger, non mi metto alla scrivania a lavorare, ma perdo tempo, questo sì, con sporadici post scritti e pubblicati (compreso questo, s'intende). Adesso scrivo, non per scrivere un libro, ma dei semplici post, seguendo la traccia di un libro, L'arte di correre (Einaudi 2009) di Murakami Haruki, noto scrittore giapponese. Il libro è definito in copertina come «lo straordinario autoritratto di uno scrittore-maratoneta»; eppure io lo trovo un libro assai imbarazzante, nel senso che se l'avessi scritto io mi sentirei in imbarazzo, anche se, evidentemente, la soglia del pudore, in fatto di scrittura, è diversa per ognuno. Ora, dato che da pochi mesi ho preso a correre anch'io, voglio cimentarmi a scrivere qualcosa non sull'«arte» di correre (non avendola tale arte, non ho potuto metterla da parte e tirarla fuori alla bisogna, davanti alla tastiera) ma sul fatto che io corra e perché e come mi senta correndo, cercando di mantenere il passo dello scrittore giapponese, nel senso di seguire il suo primo capitolo quasi come Pierre Menard scrisse il Don Chisciotte di Cervantes, ma non uguale uguale, no, quasi uguale, e il quasi è dato dal fatto che io scriverò per togliermi quel senso di imbarazzo che ho leggendo questo libro. 

venerdì 24 luglio 2020

Pourparler

via

Chissà che non possa rivelarsi di qualche utilità l’incontro di ieri mattina a Palazzo Chigi sul problematico tema della scuola.

Non c’era un ordine del giorno, tema proposto volutamente generico, esposizione a cascata da parte dei nove intervenuti su invito del presidente del Consiglio Conte e della ministra dell’Istruzione Azzolina: Eraldo Affinati, Concita De Gregorio, Paolo Flores d’Arcais, Ernesto Galli della Loggia, Miguel Gotor, Marco Lodoli, Alberto Melloni, Michela Murgia, il sottoscritto.

[...]

I nove invitati avevano competenze, predilezioni, visioni politiche diverse, se si fosse approfondita la discussione sarebbero probabilmente emersi dei contrasti; la semplice enunciazione dei temi ha dato all’incontro lo svantaggio della genericità compensato però, almeno in parte, dall’esposizione di un ampio catalogo. Si può davvero dire che praticamente tutti i problemi sono stati posti sul tavolo.


Su uno solo, oppure su tre milioni di tavoli?

A parte.
Come suole, i problemi sono posti sul tavolo o sul tappeto. 
Sul tappeto per essere calpestati o aspirati o battuti fuor di finestra (in breve: per sbarazzarsene).
Sul tavolo, invece, per giocarli come carte, per mangiarli come pietanze, per usarli come strumenti (ad esempio una penna o una tastiera) o per lasciarli lì sopra a prendere la polvere? 

- L'ultima che hai detto, tanto, dei nove suddetti intervenuti, nessuno spolvera tavoli, mai.

P. S. 
Curiosità. 
Sebbene tra i nove convenuti vi siano certamente degli esimi professori, non si capisce perché mai, quando in sede governativa parlano di scuola, sia convocato un maestro o una maestra della scuola primaria oppure dell'infanzia. Boh. 


mercoledì 22 luglio 2020

Scheletri nell'armadio

- Hai qualche scheletro nell'armadio?
- No, fuori dell'armadio. Quando apro l'armadio, ne vesto uno.
- Fuor di metafora: hai dei segreti che vorresti rimanessero tali?
- Sì, taluni: sono i miei agenti.
- In che senso?
- Nel senso che mi agiscono, costruendo alibi.
- Hai peccato?
- Qualcosa da parte, sì. Non molto, a dire il vero, due o tre etti. Ne vuoi?
- Roba buona?
- Tagliata.
- Quando ti sei confessato la penultima volta?
- Dopo Pasqua: camminavo e piangevo per i fatti miei quando è passato un prete con un Maggiolino cabrio che mi ha chiesto: «Perché piangi?» E io: «Sono allergico alle graminacee: mi è preso un prurito forte agli occhi, non ho resistito e me li sono grattati. Ho goduto e ora piango. Mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei grattamenti». E il prete: «Bene: ego te absolvo».
- E come ti sei sentito, dopo?
- Assolto per insufficienza di prove.
- Hai la fedina pulita.
- Credo in un solo Lyso Formio.
- Non lo bere, eh!
- No, no: lo sniffo e basta, quando passo lo straccio in bagno.
- Ah, ma che bravo che sei! Fai le faccende.
- Pazienza. Francesco Pazienza è uno degli agenti dei quali sopra dicevo.
- Vabbè, adesso esageri: ogni risposta che dài sembra tu giochi al Bersaglio!
- Sbaglierò.

lunedì 20 luglio 2020

Classi pallaio

- Maestro...
- Ditemi, o alunni.
- Possiamo portare le bocce?
- Certo, anche quelle delle mamme.


tre milioni di banchi

La rigida giustizia che li frega

(Inf. XXX, v.70)

Suggerimento: perché il governo, parallelamente ai fondi di recupero europei che riuscirà a ottenere, non decreta d'urgenza - in segreto, per ora - un piano di alleggerimento fiscale ultravantaggioso per tutte quelle dittarelle che tengono la sede in Olanda, Lussembergo e Irlanda? Dimodoché, seppur poco, qualche miliarduccio in tasse lo intascherebbe anche da tali papponi, fregando, al contempo i cosidetti paesi frugali (fregali, Conte, pensaci tu).

sabato 18 luglio 2020

Vedessimo

Vedessimo, cioè, se noi ci
vedessimo
come siamo fatti, come eravamo fatti 
allora
noi chiuderemmo gli occhi
per non vederci più
per dimenticarci di come eravamo e siamo fatti
e pregheremmo entità a caso
(di norma le nostre legate alla tradizione
sacramentale cristiana)
per sparire al più presto
ritornare molecole sparse di materia
senza sentimento
che non ricordano e non sentono più
né stiano a cercare se abbia senso o no
il verbo vivere.

Poi potremmo anche
assolverci
benedirci
giustificare tutta l'incompiutezza
e sdraiarci, come si conviene,
in un prato da bravi animali
al pascolo.

E senza aspettare i pastori
iniziare a mungerci
da soli.