giovedì 28 maggio 2020

Stante

Quando si nasce, non si sa mai bene dove si va a parare, in quale porta. Sarà per questo che, a volte, mi piace organizzare barriere di pioppi e lecci di una certa età.
Altre volte, invece, mi piace tirare, se posso forte, anche se la mia ambizione è colpire a foglia morta, come certe punizioni battute nel corso della vita. 
Se non fossi nato a chi le avrei raccontate queste cose? Al Signor Nessuno? Ma è una supposizione lecita prendere in considerazione quella di non essere nati, dopo che nati lo si è? Sì, perché nel computo generale del tempo, qualsiasi individualità va a puttane, senza soldi, gira al largo, gode niente, fame tanta.
Mille anni fa, per esempio, a parte il fatto che di esseri umani ce n'eran parecchi meno a consumare ossigeno e a produrre escrementi di vario genere, anidride carbonica compresa, oggigiorno ingiustamente trattenuta dentro mascherine usa e getta (respirarsi non è mai stato tanto salubre, ma tant'è), a quei pochi, dei quali molti scolastici, ai quali era dato il tempo e la condizione principe di perdigiorno, ossia quella di riflettere sul senso della vita, prendere in considerazione il non essere nati da nati era cosa piuttosto comune, anche perché supporre l'esistenza o la non esistenza di un esistente o di un non esistente, li teneva occupati nelle notti insonni di tarda primavera. 
Va da sé che il vantaggio di una comunicazione non istantanea, bensì meditata, ponderata garantiva loro di scrivere meno cazzate, che sono invece utili, per il sottoscritto, per aiutarlo a tergiversare e non andare dritto alla questione che lo assale e che solo il pudore (o la vergogna?) gli impedisce di esporre a chiare lettere, senza infingimenti e deliberate elusioni.
È il tempo dell'attesa che sfinisce. Attesa di che? Di uno stante, inteso come contrario di movente.
Tutta una questione di participio presente che non può essere rappresentata da uno stato su whatsapp.

martedì 26 maggio 2020

I delatori civici

Un partito democratico così imbarazzante penso non sia stato neanche ai tempi di Veltroni. Un partito che ha trasferito del tutto la sua idea di giustizialismo dalla questione morale (che metteva al centro la lotta contro la corruzione politica e il clientelismo) alla questione sanitaria («sono diventati tutto chiacchiere e mascherina»). Con ciò mi riferisco in particolare all'idea del ministro Boccia di assumere dei controllori (assistenti civici) per il rispetto delle norme previste in Afasia 2: proposta  miserrima, illiberale e opprimente (ovvero rassicurante per il popolo pavlovianamente condizionato dai media spargipanico), nonché stupida, giacché proporla significa non riflettere abbastanza sul rischio che, in Italia, quasi sempre, la sola forma di assistenza civica è la delazione.

sabato 23 maggio 2020

Terna

- Ciao, ho ritrovato delle lettere in cui si racconta che tu mi amavi.
- Ciao. Si racconta? Chi racconta?
- Tu. Tu scrivevi lettere in cui dicevi che mi amavi.
- Ah, vabbè. Acqua passata. Il tempo passa, le cose cambiano, le parole volano.
- No, le parole scritte restano. E raccontano un dato di fatto.
- Quale dato di fatto?
- Che tu mi amavi.
- Ho capito: ti amavo, sì, ma adesso non ti amo più.
- Ma l'amore non è mica un interruttore, on/off.
- Beh, no. C'è stato un momento in cui, pur amandoti, ho iniziato ad amare un altro e poi, non potendone amare due allo stesso tempo, sono scivolata dall'amore verso te, all'amore verso un altro.
- Scivolata, dici. E quale sarebbe stato il particolare momento che ti ha disposto al moto sul piano inclinato dal mio amore (posto in alto) all'amore verso un altro (posto in basso)?
- Bravo, hai detto bene. Il tuo amore verso me era troppo alto rispetto al mio verso te, mentre l'amore mio verso l'altro era più alto rispetto all'amore dell'altro verso me. Tu mi davi troppo amore, più di quanto io potessi renderti. Così ho veicolato questo sovrappiù verso un altro che mi amava meno di quanto io amassi lui.
- Significa forse che il piacere che io davo a te, lo defluivi per dare piacere altrui?
- In un certo senso.
- E che, forse mi avevi preso per una centrale elettrica?
- Beh, sì. In fondo mi dicevi sempre che mi offrivi «l'intelligenza degli elettricisti».
- Peccato che non tu abbia preso la scossa.

Ok, Kafka

Fioccano, come i pappi dei pioppi nella tarda primavera, le varie iniziative di rilancio promosse da Stato, Regioni, Province e Comuni e, tra queste, segnaliamo il bonus bicicletta (alla bersagliera) e il bonus facciate e tette, quest'ultimo volto a promuovere un estetismo di massa dopo il fermo della Fase Uno.

***
Atlantia congela gli investimenti di Autostrade come contributo al surriscaldamento globale. Quanti frigoriferi hanno i Benetton in Patagonia? Domandiamolo ai Mapuche.

***
Pare che, nonostante sia rimasto tutto aperto e non sia stato imposto alcun tipo di restrizione, l'economia in Svezia stia soffrendo lo stesso. Ma a quando un confronto sulla sanità mentale (o tenuta psicologica) tra le nazioni al diverso tipo di confinamento sociale?

***
«La rete ha retto bene», dicono gli operatori, i player privati di società per azioni. Ripeto quanto già detto: discutere sulla concessione delle autostrade è importante sì; ma forse più importante sarebbe stato un controllo e una vigilanza sul traffico internet in Italia se la rete internet italiana non fosse stata messa sul mercato da... oddio, gli detti pure il voto.

***
«Nella lotta tra te e il mondo, asseconda il mondo»¹. Ok, Kafka: assecondo, ma digli pure al mondo che non sono nato per lottare. Giocare, piuttosto - e a quelli del Castello, per favore, diglielo tu.


___________
¹ Franz Kafka, Aforismi di Zürau, Adelphi.

mercoledì 20 maggio 2020

La maschera e l'altoparlante

Dentro una scatola rosa dall'umido, di un umido e poco frequentato garage, ho ritrovato dei grossi volumi rilegati a mano contenenti delle annate della Domenica del Corriere, anni che vanno dal 1940 al '47.
Un piccolo tesoro inutile.
Data la polvere, l'odore di muffa e la voglia di prendere aria (ma fuori pioveva e l'aria era umida anch'essa), ho aperto solo il volume del '40, a caso, ed ecco che, incastonata su alcune colonne di una novella sul baccalà, appare la seguente illustrazione con didascalia:


Mi sono tolto la mascherina di dosso, ho respirato dal grigio del cielo due gocce di pioggia e ho capito: quando voglio dire qualcosa, anche se ho poca voglia di dire qualcosa, in ogni particolare momento di vita che mi attraversa, da consumato bassoparlante, per farmi sentire, vengo qua.

Mi si sente?

domenica 17 maggio 2020

Il portavoce

Volevo scriverlo ieri sera, poi me ne sono dimenticato, perché viviamo in un Grande Paese ove è facile distrarsi, basta un attimo. Ma stasera, mentre mi sto grattando un occhio con un gomito, m'è venuto in mente che ieri sera sono incappato nella conferenza stampa del Presidente del Consiglio dei Ministri, tenuta nel cortile interno di Palazzo Chigi e, di essa, quello che volevo appuntarmi, come un chiodo sulla punta dell'uccello, è stato vedere il portavoce e capo dell'ufficio stampa del capo del governo, leggere (a gambe divaricate) l'elenco dei nomi dei giornalisti accreditati e autorizzati a porre domande al Presidente Conte, con un piglio e una fonazione da presentatore del Festival di Sanremo, perché come a Sanremo non contano i cantanti ma chi li seleziona e li annuncia al pubblico.

Si dirà: le misure precauzionali per mantenere il distanziamento sociale hanno imposto a Rocco Casalino l'uso del microfono. Può darsi. Tuttavia, nessuna ragione gli imponeva di stare sul palco: una voce fuoricampo bastava e magari non importava che fosse proprio la sua. 

sabato 16 maggio 2020

I giardini di maggio

[*]

Sono ubicato, come tutti (o quasi), anche se a volte ambirei a essere un passeriforme migratore, per capire le divergenze tra gli stati e le latitudini su ciò che è consentito o non consentito fare per sottovivere ubriacati dal proprio alito intrappolato dalla mascherina.

- Non superi la linea, per favore.
- Segua il percorso.
- Qui c'è l'igienizzante.
- Indossi i guanti.
- Una persona per volta.
- Faccia attenzione.
- Rispetti la distanza.
- Prenota con saltalafila.
- Ordina online e ritira senza mordere la coda.
- Quant'è?

***
Giorno del mercato in piazza, ci sono due banchi vendita, due. Uno di dolciumi, l'altro di pesce fresco. E mentre il pesciaiolo mi taglia due fette di smeriglio, passa un giovane di colore, con la mascherina abbassata e un pezzo di pizza tra i denti, a chiedere a gesti due soldi di elemosina. Bravo, non si parla con il boccone in bocca.

***
Il grigio del cielo tiene l'ultimo terzo di tarda primavera a freno. La luce del verde, sebbene potente, si attenua. Sembra di nuovo marzo, con i giardini chiusi dal nastro bianco e rosso delle autorità. Che anno è, che giorno è. Organizzare la vita fuori dal capitale è ancora impensabile, quindi impossibile. Il medium denaro è ancora al centro di ogni discorso politico, economico e sociale. In fondo, tutto intorno (fuori e dentro di noi) si rapporta a esso, persino l'aria. E l'Organizzazione Mondiale della Sanità non si è mai pronunciata, né tantomeno ha mai imposto linee guida, per lottare contro la più subdola delle pandemie. 

giovedì 14 maggio 2020

Mi frullano

Io non so più se valga la pena, o se vanga la penna per arare solchi sui quali seminare pensieri grami e non turpi, ettogrammi di sé che, più passa il tempo, meno ambiscono alla riproduzione, o riproposizione, o alla presunzione di originalità, come se il deposito delle cose da dire si fosse svuotato e si stia raschiando il fondo e rischiando di far emergere impurità - ma le impurità sarebbero il meno, giacché mai ho ambito alla purezza, se non quella del cuore per vedere iddio e farsela raccontare tutta la storia, per intero, del perché e del per come proprio qui e ora, tra tanti miliardi, proprio io, proprio noi chiamati in causa a svolgere funzioni di figliolanza sua malgrado, all'atto di nascita, non ci sia stato richiesto se volessimo essere, tra gli altri, anche figli suoi delle stelle, figli della notte che ci gira intorno, eccetera.
È valsa la pena? È salsa alla panna che, sebbene invisa, collega il sugo alla pasta, e attenua i soffritti, ossia i tanti piccoli io tagliati finemente, sfumati e saltati in padella, i quali tornerebbero a gola e male dunque non è ruttarli fuori in aperta campagna, nella solitudine controllata dalle margherite e i soffioni pronti a solleticarti le narici, etciù, meno male avevo la mascherina (mi ci soffio il naso con essa e poi, dopo l'uso, la getto e ne prendo un'altra, passa la regione, ne passa un'altra, ne passano venti, la Sicilia, la Val d'Aosta, la Sardegna, il Friuli Venezia + Giulia e il Trentino + Alto Adige restano autonome perché sì, c'è scritto sulla carta, ah).
Ma così sia. Stamani è tempo di passare il frullino (decespugliatore) facendo finta di fare la rivoluzione. Mi abbiglierò come un black bloc ma con la tuta rigorosamente rossa e grande il doppio della mia quintessenza fancazzista. Dio e Lenin ce la mandino buona nella presa delle Tuileries nostrane. 

lunedì 11 maggio 2020

Alt + F4

Io sono molto distratto, egocentrico, egotista stendhaliano, per cui, come non ho mai detto niente di Silvia Romano durante i suoi anni di prigionia, non dirò niente neanche adesso, se non essere davvero contento che sia stata liberata e ritornata in Italia a riabbracciare i suoi cari. Posso solo aggiungere, con un parallelo improprio, che Samantha Cristoforetti, mia eroina, che seguivo costantemente durante la sua avventura nello spazio, che lei, una volta atterrata in Kazakistan, si tolse la tuta da astronauta; e, ancor più, dopo qualche anno, si è tolta pure la divisa dell'aeronautica. Peccato che abbia mantenuto l'acca nel nome, ma pazienza, in fondo è una lettera che appartiene anche al nome di qualcuno che non va pronunciato invano.

***
Riguardo a F2: tra i membri del Comitato Tecnico Scientifico che in queste ore decidono, in vece del governo, sulla riapertura dei centri estetici, c'è qualcuno che ha già prenotato una ceretta del perineo?

***
Alt+F4 appena vedo Bu.

domenica 10 maggio 2020

I pregiudicati

- ciao, come va, era tempo che non ci vedevamo
- saranno dieci anni
- il tempo passa ma tu
- io no, non dirlo: io non sono sempre lo stesso
- infatti: sei cambiato affatto
- finalmente qualcuno che non mente
- sei dimagrito molto
- sono dimagrito molto
- come fai a reggerti in piedi
- come facevo prima, con meno sforzo
- certo, non c'è rimasto niente
- e allora come fai a vedermi?
- ma mangi?
- mangio e bevo e dormo e vesto panni (Inf. XXXIII)
- io invece mangio poco, bevo meno, dormo punto, vesto: ma come mi vesto?
- appunto: capisci da solo che uno specchio, anche rotto, a casa ce lo abbiamo tutti
- ma sono dieci anni che non ci vediamo
- non è un caso; il problema è con chi si vede tutti i giorni difendersi dai pregiudizi
- siamo pregiudicati
- non è un caso
- allora cosa mi racconti
- che ho da fare e che non ho voglia di raccontarti niente
- ma sai che a pensarci bene neanche io?
- addii, fischi nel buio, cenni, tosse (Mottetti, n. 5)
- ciao, è andata, non è più tempo, a tra dieci anni forse

sabato 9 maggio 2020

Il cyborg del Pò

La redazione di Repubblica punto it riporta parte dell'intervista rilasciata da Elon Musk a un commentatore americano (sarebbe stato preferibile che fosse stato intervistato da un'intervistatore), argomento della quale è la prossimità sperimentale di impiantare nel cervello un dispositivo informatico che potenzi, estenda o ripari la capacità cerebrale umana.
In un passaggio, Musk dichiara che
«Il chip [impiantato] potrebbe modificare anche il modo in cui avvengono le relazioni tra esseri umani. Una simbiosi con l'AI è auspicabile, dato che dobbiamo imparare a stare al passo con la tecnologia. Siamo già un pò "cyborg", in fondo, quando perdiamo il telefono ci sentiamo come se avessimo perso un arto».
Ora, io non saprei dire in che grado gli esseri umani, complessivamente, siano diventati dei cyborg, ma so che quella parte che appartiene alla Repubblica online cyborg lo è già da  "un pò". Prova ne sia che, in seguito, elude di nuovo il troncamento e ripete non solo un po' con l'accento ma, non contenta, toglie l'accento al verbo [è e non e' questo non è un problema] preferendone l'apostrofo.
 «E' un pò come quando lasciamo tracce di noi stessi nei nostri computer e nei nostri smartphone».
Stiano attenti che quei galantuomini della Exxor non impongano a tutta la redazione un chip in testa che abbia un cavo largo come quello di un'antenna parabolica. 

giovedì 7 maggio 2020

Tutto l'universo

Tutto sta andando per il peggio e la serie di avversità è tale che avvilisce. Si vorrebbe solo tirare il fiato, stare un attimo in disparte, da spettatori e osservare: non se ne ha il tempo perché, come ci si prova, la parete del muro presso il quale si pensava di trovare sostegno diventa acuminata, oppure crolla e si precipita.
E si subisce - a volte in silenzio, a volte imprecando, spesso da soli, in auto o davanti allo specchio, raramente in presenza di altre persone e cercando di mantenere un eloquio vibrante che non sconfini troppo nel turpiloquio - e si percepisce il peso peggiore, assurdo della vita e senza avere un grammo della pazienza di Sisifo.
Capita pure di pregare, ripetendo a mezza voce tutto il breviario minimo di preghiere che ancora l'insieme di neuroni mantiene in catalogo. Pregare serve a mantenere la calma, la pazienza, a soffocare la rabbia pronta a esplodere per far uscire la parte peggiore di sé. 
E ci si chiude in sé, forse per la vergogna di non avere una capacità risolutoria immediata, per non farsi vedere troppo impantanati nelle sabbie mobili della vita e bisognosi di soccorso o, forse, molto più semplicemente, perché non si ha voglia di sentirsi ripetere il mantra che ci sono cose peggiori nella vita, oppure non siete i soli a cui è successa una cosa del genere. 
Essere compatiti è spiacevole: è come sentirsi affettati dentro due fette di pane e presi a morsi, strappati dai denti dei discorsi del cazzo. Come fuggirne? Dove trovare rifugio? Ascoltiamo un maestro, Michela, ascoltiamo un maestro.

mercoledì 6 maggio 2020

Lo statista

Qualcuno, non mi ricordo dove, ha scritto che la differenza tra un politico e uno statista è che il primo guarda alle prossime elezioni e il secondo, invece, pensa a superare l'emergenza per il bene del Paese - e disgraziato sempre sia quel Paese che ha bisogno di statisti.
Lo statista sta, ma sarebbe meglio si sfacesse, come il gelo del cuore.
Lo statista: una ti a stretto a due stati di necessità che costringono la forma (lo Stato) e il contenuto (i cittadini) alla dittatura della procedura. 
Ti sta? 
Sta.
Ti sta bene? 
Mi sta male, mi sta di traverso, ma questo è lo stato delle cose.
Lo statista ordina, vieta e consente ed è fatto obbligo assoluto il divieto di calpestare l'aiuola.
Lo statista, con la regola in mano, è contento perché nessun norma al di fuori di lui. All'alba vincerà - e due palle tante.
L'importante è avere un seguito. Le spalle coperte o le palle scoperte? La seconda - e tante freccette.


venerdì 1 maggio 2020

Hello Dad

Da un po' di anni, tutti gli anni, coi soldi erogati dal Ministero, tutte le scuole e le università italiane pubbliche pagano delle società private affinché queste eroghino loro dei servizi telematici e informatici (hardware e software).
Io non so, nel complesso, quanti soldi siano, ovvero quanto denaro pubblico (reperito dallo Stato tramite le tasse e il debito) serva.
Ma immagino che, nel complesso, nel corso di questi anni in cui tali servizi si facevano sempre più indispensabili e necessari per il funzionamento stesso delle scuole e delle università italiane, se del denaro pubblico fosse stato investito, in ricerca e sviluppo dei medesimi servizi telematici e informatici, affinché lo Stato in prima persona (è una persona lo Stato?) potesse, nel volgere di pochi anni, diventare autonomo e gestire in modo indipendente tutto il complesso meccanismo informatico che regola le scuole e le università italiane, a partire dai vari registri elettronici (con tutti i dati sensibili dentro dei cittadini), fino alla didattica on line (la cosiddetta D.a.D), allora tutte le scuole e le università italiane non sarebbero di fatto dipendenti da società private nell'erogazione dei loro servizi.

Giacché senza pagare Google, o Microsoft, o Amazon, o Facebook con tutti i loro applicativi e servizi (o Spaggiari, Axios, Argo, Kescuola, che mi risultano essere i principali registri elettronici usati), oggi le scuole e le università pubbliche italiane non potrebbero svolgere la loro funzione pubblica.

(E questo vale anche per le linee telefoniche, un tempo statali - e nell'epoca in cui viviamo è meglio che siano in mano ai privati le autostrade, anziché le reti telefoniche).

Domanda: con tutti i soldi (presi a prestito) che pioveranno nelle casse statali per la cosiddetta "ripartenza" sono previsti degli investimenti per colmare questa lacuna e far sì che lo Stato si renda indipendente dalle suddette società?

Risposta: no.

Considerazione: prossimamente, nei documenti di identità, sotto la voce cittadinanza, vi sarà uno spazio in cui dichiararsi figlio di Google? (o altri sopra detti).