giovedì 28 febbraio 2013

Sono tutti disorientati, tutti interdetti

Raramente, ma ogni tanto accade, mi càpita di sfogliare La Nazione - QN che, aldilà dei contenuti, è uno dei giornali dall'impaginazione più brutta del mondo, avente una carta sì maleodorante e dall'inchiostro così spesso che, basta un po' d'umido, che ti restano sulle dita parte degli editoriali insulsi del direttore, come tatuaggi.
E dunque, oggi, prendendo il caffè al bar, ho visto di scorcio La Nazione abbandonata disordinatamente su un tavolino, aperta alle pagine che riguardano le dimissioni papali. Avevo cinque minuti, così mi sono seduto proprio a quel tavolo e, senza toccare il giornale, ho letto, tra i servizi di cronaca, un editoriale di Franco Cardini, dal titolo «Una rinuncia è sempre una sconfitta».
Un'analisi abbastanza scialba, nel complesso, quella del professore. Tuttavia, mi sono rimasti impressi l'incipit e l'epilogo che, in ordine, riporto.
«DUNQUE è vero: molti di noi, fino all’ultimo non lo hanno creduto possibile. Uno strano sogno a occhi aperti, simile per certi versi a un incubo. A sentir qualche voce cattolica, si direbbe che la commozione, la gratitudine mettano a tacere l’ansia, le domande che non hanno ricevuto risposta, forse perfino un qualche senso di delusione e perfino d’implicito rancore che non si ha il coraggio di esprimere. È invece necessario non nascondersi dietro il conforto e l’omaggio. Siamo tutti disorientati, tutti interdetti.»
Innanzitutto, è curioso come Franco Cardini si rivolga alla platea di lettori de La Nazione inglobandoli in un stato d'animo d'incredulità, come se davvero per tutti “loro” (Cardini e i suoi lettori) le dimissioni papali fossero state vissute come «uno strano sogno a occhi aperti, simili per certi versi a un incubo». 
Ma come fa uno storico insigne come lui a farsi venire un incubo a occhi aperti sulle dimissioni del Papa? Per quel che mi riguarda, da lettore occasionale, mi affretto a rassicurare il professore: vero, non ci pensavo che il Benedetto XVI si dimettesse, ma una volta accaduto, la sorpresa è stata minima, non mi sono disorientato né interdetto: praticamente non me n'è fregato un cazzo, ma forse perché la mia s'è fatta, col tempo, una voce acattolica (alfa privativo), e l'ansia me la provocano più certi sommovimenti reali del corpo personale (il mio grillo) e sociale (Beppe Grillo e Berlusconi che per uno 0,5% rischiava di avere la maggioranza alla Camera).
Passiamo all'epilogo:
«La Chiesa non deve inginocchiarsi dinanzi al mondo, ma fornire alcune fra le risposte che esso cerca e di cui ha bisogno: sono molti anche i non-credenti ad aspettarselo. La Chiesa non deve solo restituire serenità e fiducia ai cattolici che in questo momento sono incerti e interdetti: deve anche dimostrare che Modernità secolarizzata ha ancora e nonostante tutto bisogno della sua presenza e della sua voce.»
Chi saranno mai i non-credenti che aspettano dalla Chiesa risposte valide per il mondo? Facile: gli atei-devoti, what else? Sono loro, infatti, i teo-neo-con del cazzo che sbavano davanti a Ruini e alla Chiesa come istituzione ancora capace di tenere le masse dentro il perimetro della credulità beota che rende tutti felici con le promesse del dopo. Il qui e ora spaventa a bestia questi cialtroni del pensiero che - mi sento autorizzato a dire - Gesù Cristo stesso manderebbe affanculo di tutto cuore con una bella maledizione, sepolcri imbiancati che dicono che «la Chiesa non deve inginocchiarsi dinanzi al mondo», quando - se una salvezza per la Chiesa è ancora possibile - è l'inginocchiamento, lo stracciarsi di tutte le vesti del potere, la distruzione del Tempio, della Gerarchia, il perdono continuo di tutte le merdate perpetrate in nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo che potrebbe (forse, ripeto forse) salvarla o renderla “credibile”. Altro che serenità e fiducia, e l'angiolino custode che protegge noi buoni contra il maligno. Che cazzate. L'Apocalisse, intesa come rivelazione delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, spaventa sempre ogni tipo di potere, perché il Potere, tutto il Potere, Chiesa compresa, determina sempre che tra gli uomini intercorra un rapporto tra padroni e schiavi e Cristo è venuto a chiamarci amici, amici, e fratelli, porcoddio, anche.

P.S.
Buttalo nel Tevere l'anello, Papa Emerito, per vedere se il professore si mette la muta da sommozzatore.

mercoledì 27 febbraio 2013

Ho visto uomini vivacchiare galleggiando

Olympe cerca d'interpretare a chi si riferisca Beppe Grillo parlando di 20 milioni di italiani che, confermando il loro voto al Pd e al Pdl, preferiscono vivacchiare galleggiando sulla crisi.
Una risposta possibile può essere trovata leggendo quest'ottimo articolo di Gloria Origgi «The Kakonomics of Italian Elections». Tale lettura, però, restringe il campo dei “vivacchianti” agli elettori di Berlusconi, i quali - secondo la teoria kakonomica - hanno votato razionalmente il peggio perché essi traggono beneficio a galleggiare nell'acquario Italia dove c'è sì il pescecane che mangia incommensurabilmente di più, ma che lascia, tuttavia, un po' di pastura anche a loro, pesci piccoli in attesa del condono e del rimborso dell'Imu.
Correttamente dobbiamo altresì chiederci se anche gli elettori del Pd sono dei kakonomi. In parte sì, anche se in misura minore, soprattutto nelle zone dove il Partito Democratico è al potere da decenni: magari meno spudoratamente e senza avere un pescecane solo, ma tanti tonni che, basta poco, facilmente finiscono sott'olio (Occhetto, D'Alema, Veltroni, Bersani...).

Ma per ritornare a quanto scrive Beppe Grillo:
«Ci sono una ventina di milioni di italiani che hanno galleggiato sulla crisi, che non hanno voluto osare perchè* forse forse, sotto sotto, gli sta bene così [...] La cosa che mi da malessere sono questi milioni di persone che galleggiano nella crisi, che sono stati solo sfiorati dalla crisi, che sono riusciti a vivacchiare a discapito degli altri milioni che non ce la fanno più. Il problema dell'Italia sono queste persone. E finchè* non gli toccheranno gli stipendi o le pensioni, per loro va benissimo immobilizzare il Paese, ma durerà poco, molto poco questa situazione.» [*perché *finché]
A mio avviso, come giustamente già in molti fanno notare, il suo lamento, il suo “malessere” è causato più che dalla realtà individuale dei venti di milioni di persone che galleggiano e votano Pdl e Pd meno elle, dal fatto che egli si auspica, democraticamente, di prendere l'80% dei voti, un po' come accade, mi sembra, in Bielorussia o in Kazakhistan: dei popoli felici, senza corruzione, dagli stipendi e dalle pensioni comme il faut.

martedì 26 febbraio 2013

«Ein traum»


Lo sabían los tres.
Ella era la compañera de Kafka.
Kafka lo había soñado.
Lo sabían los tres.
Él era el amigo de Kafka.
Kafka lo había soñado.
Lo sabían los tres.
La mujer le dijo al amigo:
Quiero que esta noche me quieras.
Lo sabían los tres.
El hombre contestó: Si pecamos,
Kafka dejará de soñarnos.
Uno lo supo.
No había nadie más en la tierra.
Kafka se dijo:
Ahora que se fueron los dos, he quedado solo.
Dejaré de soñarme.



Lo sapevano tutti e tre.
Lei era la compagna di Kafka.
Kafka l'aveva sognata.
Lo sapevano tutti e tre.
Lui era l'amico di Kafka.
Kafka l'aveva sognato.
Lo sapevano tutti e tre.
La donna disse all'amico:
voglio che stanotte mi ami.
Lo sapevano tutti e tre.
L'uomo rispose: se pecchiamo,
Kafka smetterà di sognarci.
Uno lo seppe.
Non c'era nessun altro sulla terra.
Kafka si disse:
ora che se ne sono andati, io resto solo.
Smetterò di sognarmi.

Jorge Luis Borges, La moneta di ferro, Adelphi, Milano 2008

Alba dorata

Su neve.


Ho dormito e non ho fatto sogni strani. In realtà, volevo attendere i risultati definitivi del Viminale, poi mi sono rotto le palle, data la lentezza pre-invenzione del telegrafo (le 3:48 di stanotte, ultimo aggiornamento)
Niente se. 
Il Pd ha perso, ma col premio di maggioranza ha anche vinto (alla Camera).
Il Pdl ha vinto anche se non ha vinto, ma il meccanismo elettorale lo punisce (piccolo, brevissimo godimento da porcellum schifoso).
Il MoVimento Cinque Stelle ha vinto e farà casino.
Monti e il centro di Fini-Casini, che pena.
Ingroia, ah.

Data la situazione, mi auguro che Pd e M5S trovino un minimo accordo per un governo di breve respiro (cof cof) per fare poche riforme indispensabili, anche se - mi rendo conto - sarà difficilissimo che accada.

Beh, basta. Adesso revisioni dell'automobile e delle basse vie urinarie (pene compreso).

lunedì 25 febbraio 2013

Sul ponte sventola bandiera bianca

In casi di disagio e profonda tensione nervosa (profonda? boh, sento uno strano magone, ecco tutto) mi piace pensare a qualcosa che mi aiuti a superarli (disagio e magone), ma pensare non basta, perché il pensiero, se non lo si costringe al fare, si disperde se va bene o, peggio, ritorna sulle note dolenti che lo tengono in scacco. Quale fare per me? Scrivere. Sì, ma cosa?

La storia di un architetto che esce di casa per dirigersi verso il suo studio, dove ha in animo di completare un considerevole progetto di urbanizzazione che intende presentare, insieme ad altri contendenti, all'ente locale che ha bandito il concorso. Tale progetto si contraddistingue per la meticolosa attenzione all'impatto ambientale: tutto deve essere ecosostenibile, ecocompatibile, a bassissimo dispendio energetico, e gli spazi tutti a misura di un novello umanesimo. L'ente locale è riuscito sapientemente a farsi finanziare l'opera dall'Unione Europea, proprio sulla base dei nuovi criteri di rispetto dell'ambiente.
L'architetto, che la sera precedente era rincasato con quella strana tranquillità determinata dalla sicurezza di aver messo in atto un ottimo progetto, stamani, però, non si sente tranquillo alla stessa maniera, anzi: è preda di una strana inquietudine. Il progetto, che adesso sta riguardando fin nei più minimi dettagli, gli sembra tutto scombinato, pieno di contraddizioni e punti oscuri. Ma è tardi, oramai. Sono le dieci e la consegna deve avvenire alle undici di mattina nella sede dell'ente di fronte a un notaio che ne attesti la ricevuta. Cosicché l'architetto decide di chiudere tutti i file del computer, di masterizzare il cd, più trasferire i dati su chiavetta usb apposita. Mentre sta facendo questo, entra la segretaria tutta trafelata per annunciargli che, di là dalla porta, ci sono i carabinieri con un mandato di perquisizione.
Perché? Che entrino pure e spieghino le motivazioni.
- Lei signor architetto ha più volte asserito che chi vota Berlusconi è, al netto di chi lo vota per un reale interesse di servo, un pezzo di merda o un imbecille.
- Sì, può darsi che l'abbia detto, e allora?
- Niente, è che abbiamo un mandato della magistratura per trovare se tali affermazioni siano rintracciabili anche nei suoi progetti.
- Uhm. Non capisco. Si spieghino meglio.
- La sua pare sia un'architettura poco fallocentrica e molto uterina.
- Può essere un'ipotesi interpretativa molto valida.
- Beh, in questo caso, ci dispiace, lei contravviene di brutto ai desiderata di un popolo di coglioni.
- E quindi?
- I giudici stanno valutando l'ipotesi dell'esilio, del suo esilio.
- Per dove?
- Nel Mali.
- Perché nel Mali?
- Perché li almeno i francesi sono venuti a liberarvi.

domenica 24 febbraio 2013

La terza gamba di Oscar Pistorius

Sarà la giustizia sudafricana a stabilire che tipo di condanna per omicidio subirà Oscar Pistorius.
In attesa del dibattimento, i media internazionali concentrano chiaramente l'attenzione su tutti i risvolti d'indagine che vengono via via rivelati dalle fonti investigative. A naso, tuttavia, pare altamente probabile che Pistorious abbia ucciso la sua fidanzata in seguito a uno scatto d'ira determinato, quasi sicuramente, dalla gelosia; inoltre, una rabbia che potrebbe addirittura essere provocata dall'uso ch'egli avrebbe fatto di steroidi anabolizzanti e stimolanti sessuali* che la polizia ha scoperto nella sua abitazione:
«The drugs, which boost muscle growth by raising levels of male hormone testosterone, are banned in sport. They can cause liver and heart damage — as well as the aggressive behaviour known as “roid rage”.» The Sun
A mio avviso, la vicenda Pistorius potrebbe servire come punto di partenza per un'inchiesta internazionale sull'uso (o abuso) del doping dato che, appunto, nella casa di uno dei più famosi atleti del mondo, simbolo di tutti gli sportivi, sono trovati steroidi anabolizzanti stimolanti sessuali* che non sarebbero mai stati scoperti se non ci fosse stato l'omicidio.

Il Comitato Olimpico Internazionale, se fosse veramente interessato a “stanare” chi si dopa**, dovrebbe subito, tomo tomo quatto quatto, inviare i suoi ispettori (muniti di giubbotti antiproiettile) nelle case di tutti gli atleti vincitori di medaglie, per vedere se anch'essi nascondono in dispensa tali tipi di farmaci.

--------

*Lo stimolante sessuale via endovena gli serviva per la terza gamba?
**Io sono per il doping “libero”, democratico, dichiarato in anticipo per combattere (in parte) la disparità di condizioni di partenza, che nello sport, come nella vita, piacciono tanto alle merde secche.

A parte, ma mica tanto.
Colgo l'occasione di ri-citare un libro serio sull'argomento che, incidentalmente, è scritto da un mio amico, ma questo non vuol dire niente. Il libro è di Alex Grossini, Etica e nuova genetica. Una posizione liberale, Bruno Mondadori, Milano 2011.
Da pag. 91-92 estraggo citazione adatta al caso Pistorius:
«Intuitivamente ci sembra che un individuo che consegue certi risultati facendo ricorso a un aiuto esterno non sia pienamente meritevole del risultato (e questo dovrebbe risolvere il piano morale) e addirittura non sia nemmeno pienamente autore di quel risultato. Non è un semplice problema di attribuzione di responsabilità, in questo secondo caso, ma diventa quasi un caso ontologico, perché una persona che fa uso di sostanze che alterano le sue capacità non è se stessa, come siamo soliti dire. Anche a livello penale si concedono le attenuanti a chi agisce e compie un delitto sotto l'influsso di sostanze in qualche modo psicoattive (dall'alcol alle droghe pesanti), quindi riconosciamo che “è un'altra persona”, la persona che ha commesso il crimine e quella che adesso deve essere punita sono almeno abbastanza diverse da farci ritenere che la punizione non debba essere comminata con la stessa gravità che si usa con chi è nel pieno della propria consapevolezza. Ebbene, pare che dietro all'argomento dell'essere autore dei propri risultati usato contro lo sport funzioni un ragionamento simile, a livello inconscio e intuitivo: “Più l'atleta dipende dai farmaci o dalle messe a punto genetiche, meno i suoi successi rappresentano un risultato suo” (M. Sandel)».
E quindi, per ritornare a Pistorius: da un punto di vista penale, gli converrà confessare l'uso di sostanze dopanti per avere le attenuanti a discapito delle sue imprese sportive “pulite”?

sabato 23 febbraio 2013

Senza luce

Post scritto dallo smartphono per dire che è andata via la corrente elettrica e che quindi buonanotte.
Fuori il biancore della neve, che vince il buio della notte, mi ha rotto il cazzo. Me lo medicherò al lume di una candela.

venerdì 22 febbraio 2013

I corpi sono radicati nell'essere sticazzi


« 1. “Per fare il miele, mio caro, le api raccolgono i succhi delle piante più diverse e li portano all'unità di un solo succo:
2. i diversi succhi non si distinguono più, l'uno come il succo di una tale pianta, l'altro come il succo di un'altra pianta; egualmente, in verità, o mio amico, tutte le creature, pur essendo profondamente radicate nell'Essere, ignorano che esse sono radicate nell'Essere.
3. Qui, sulla terra, che esse siano tigre o leone, lupo o cinghiale, verme o farfalla, mosca o zanzara, tutte loro sono quelle che sono.
4. Per quanto si riferisce all'essenza sottile, invece, è da questa che tutte sono animate; essa è l'unica realtà, è l'ātman, e tu stesso, o Svetaketu, lo sei.” “Signore”, disse il figlio, “istruitemi ancora.” “Sia pure, mio caro”, rispose il padre.»

Upanisad antiche e medie, a cura di Pio Filippani-Ronconi, Bollati-Boringhieri, Torino 1960 (ed. 1995 pag. 304-5).

Io aspetto primavera per mettermi a svolazzare sui succhi delle piante. Questo gelo non è affatto propizio al mio umore psicofisico. Orino male, stocazzo di uretrite che nemmeno avessi fatto sesso con un'ape, appunto, che ha il pungiglione nel didietro. E quindi il ragionamento è influenzato dal corpo, ovvero il corpo tende a farsi maggiormente presente, almeno la parte che ha da lamentarsi. Così, cerco di rifugiarmi nelle parole della saggezza orientale. Leggere che tutti quanti noi viventi siamo radicati nell'Essere provoca in me una certa suggestione, giusto il tempo del battito d'ali di una farfalla. Nubifragio a Catania e Atene. Infatti, l'Essere mi fa pensare subito al Tempo, e tutto ho fuorché il bisogno di rammentare i pensieri metafisici del filosofo nazista coi pantaloni alla zuava che, a naso, credo sia nel mainstream dell'ideologia della Casaleggio e C.
Essere, Tempo, Essenza... mah. Sono modi per fuggire dal corpo, quando il corpo impone troppa presenza. Anche in condizioni normali di salute gli concediamo così tanto tempo da esserne (quasi) schiavi. E àlzati e vèstiti e làvati e mangia e bevi e i bisogni e arrivi alla sera stanco senza che il corpo abbia cessato per un attimo di essere al centro delle tue attenzioni. Ma l'idea di staccarsi dal corpo come l'ombra da terra dell'aeroplano (D. Del Giudice) per far fluire i pensieri in maniera libera e indipendente è un'idea banalmente fallace. Il corpo è il nostro canale di comunicazione col mondo e anche i pensieri sospesi, che ci sembrano autonomi, sono legati al corpo da fili sottili.
Nuovo pensiero banale: i pensieri del corpo sono delle esche sospese, affinché altri corpi possano essere catturati per dare attenzione, cura, ascolto, gratificazione e giudizio all'io (essere del corpo) che le ha lanciate. In altri termini, quale che sia la modalità, il corpo comunica (o denuncia) la propria presenza al corpo degli altri o parlando, o scrivendo, o suonando gentilmente il campanello, o urlando da una piazza, o inviando una lettera di rimborso come fosse vera: qualcuno abbocca.

giovedì 21 febbraio 2013

Right, Left or back to square one

via The Guardian
Prima che scatti l'ora del silenzio elettorale, che non rispetterò, due o tre cose ancora.
Qualunque sarà l'esito, queste elezioni otterranno soltanto un chiaro risultato: il sistema di produzione capitalistico continuerà ad arricchire pochi sfruttando il lavoro (e il non lavoro) dei molti. In estrema sintesi: continueranno a esistere i padroni e i servitori - schema sul quale si basa anche la moderna società, la quale si declina in varie modalità democratiche, dalla gradevolezza e civiltà dei modelli “scandinavi”, fino ad arrivare al brigantaggio cialtrone del modello italiano.

Andrò tuttavia a votare e voterò Partito Democratico: un po' di sinistra ancora la contiene, anche se poca poca - e ogni tanto, questo, si può rammentarglielo: vale a dire, dei grandi partiti, il Pd è l'unico al quale posso rinfacciare la coscienza di classe - inutilmente - l'unico partito con il quale incazzarsi e tentare un dialogo.
Infatti, come pretendere di discutere con Berlusconi, con Monti, con Grillo?

Sovrani diversi


Le belle fotografie di Emanuele Cremaschi per Internazionale, che corredano i reportage dell'Economist (Gran Bretagna), di Le Temps (Svizzera), di Libération Le Monde (Francia), bastano da sole a far capire che se la lista di Monti supererà il 10% sarà un successone. Infatti, mentre le foto che riguardano il Pd, il Pdl e il M5S sono tutte foto di popolo in piazza (Pd e M5S) o al palazzetto dello sport (Pdl), quelle che riguardano i sostenitori di Monti sono foto di popolo da ufficio. 






mercoledì 20 febbraio 2013

Per votare non occorrono master

Spiegatemi: chi aveva deciso di votare Fare per fermare il declino, dopo che è stato scoperto che Oscar Giannino ha delle credenziali accademiche false, ha cambiato idea e (ri)voterà Berlusconi perché lui no? In altri termini: tale potenziale elettore sarebbe più schifato da una menzogna che, in fondo, danneggia soltanto l'interessato, mentre le centomila falsità berlusconiane - che hanno danneggiato (e danneggiano e, nel caso, danneggeranno) la collettività - gli darebbero minor fastidio?

In buona sostanza: qual è il metro dell' impeachment moralistico? Detto più chiaramente: quali sono i limiti dell'intelligenza?

martedì 19 febbraio 2013

Supina


Non ho mai amato la tua incapacità di essere amata, il tuo rifiuto di essere oggetto di un desiderio che non ti appartiene. Ti vedi, con gli occhi della mente e dello specchio, e ti domandi, non tanto come si possa amare qualcuna come te, ma perché amarla se quell'io, tu stessa, non lo ami abbastanza. A volte, certo, presti ascolto alle lusinghe e alle dolci parole che ti si rivolgono, alle carezze, anche. Ma in te, che solitamente sei una generosa scambiatrice di sentimenti, improvvisamente reciprocità si blocca e senti che lo scambio non è possibile, avverti il peso della ricezione e non gonfi: soffi fuori. Così avviene che le carezze ti facciano diventare rigida, le lusinghe ti infastidiscano e le dolci parole ti provochino irritazione. E resti lì, in balia di una presunta autonomia, che sai benissimo fasulla e che tenti in tutti i modi di comunicare per non manifestare la tua debolezza – che sarebbe interpretata come richiesta di aiuto – e il sarcasmo lo tieni ben nascosto, perché in te fa ancora breccia la necessità di non essere adirata con il prossimo.
Molti nemici molto onore è una formula che ti ha sempre spaventata: preferisci, molti indifferenti meno dolore e rimani dentro il cerchio di una vita che non riesci ad aprire nella prospettiva della linea retta.
Il modo migliore per soccombere alla malattia dell'individualismo è credere che si è soli a provare certe cose, che la vera comunione con gli altri sia impossibile da praticare e che la cifra sia scommettere sulla superficie dell'io, non nella sua interiorità. Ma ti senti ogni giorno inadeguata a questa sfida assurda, che t'impone l'idea di avere sempre davanti una telecamera interessata ai tuoi gesti e alle tue emozioni. Non è così, tu sei la stessa che

«se ti metti supina
diventa, calmandosi, solo dolcezza
il peso del tuo seno. Di colpo non c'è
bisogno di nasconderlo, non si può più giocare perché è tenero e spento
e innocente e basta.»*

Il cruccio è che questo «e basta» non ti basti, perché pensi di rimpiangere tutta la lista dei possibili che l'immaginazione non tiene a freno. È così che ti condanni all'inquietudine.

*I versi sono del breve poemetto di Giovanni Raboni, L'intoppo, in Cadenza d'inganno (1970), preso dalla raccolta di Tutte le poesie, Garzanti, Milano 2000

lunedì 18 febbraio 2013

Cos'è, cos'è questa sensazione

Ne parlo, non ne parlo, ne parlo, non ne parlo.
Ne parlo.
Ho un problema all'uccello. E mi girano le palle.
Niente di che, è un problema che conosco, vale a dire che l'ho già affrontato e non del tutto risolto.
Visita urologica da prenotare - e vabbè.
Dita guantate - e vabbè, con la vaselina e senza ubbie è persino quasi piacere.
Il problema è il meato. Ho una minzione ostacolata da un difetto congenito, una lieve ipospadia, alla fessura situata sul glande dove fuoriescono orina e sperma.
Nulla di che. Scoperto cinque anni fa a quarantun'anni compiuti. Eh, s'invecchia, ci si trasforma, il mio corpo che cambia nella forma e nel colore, gli accidenti che gli mandi, ecco.
Mi ricordo, era febbraio, mi alzai, come sempre con un impellente bisogno di orinare e... non veniva. Panico, orrore, chi chiamo? Chiamai un urologo, che mi ricevé d'urgenza, mi visitò, mi disse questo e quest'altro, mi dette mictasone, magiche supposte di cortisone e malva che non fanno più, ripresi a orinare e notai, per la prima volta, che pisciavo con un getto incrociato, come i passanti di Borg. Per tale ragione, tra le indicazioni dell'urologo, vi era anche, consigliato, un intervento di uretrotomia esterna. Non sapevo che fare, dato che con la cura stavo meglio. Andai da un altro urologo, il quale non ravvedeva la necessità di tale operazione. Prestai fiducia a quest'ultimo.

Sono passati cinque anni, anche oggi è febbraio, fa freddo, e ripiscio male. Questa volta il panico è sostituito dalla rabbia. Perché? Io non voglio operarmi all'uccello, è così bellino, innocuo, pare un pulcino. Chi lo conosce sa il motivo del buon rapporto che sovente vi intrattengo. Ora, non che faccia i dialoghi col cazzo come Moravia, ma in qualche modo, a volte, del mio “lui”, ne vado fiero. Non ora. 
Vivere il momento topico dell'orinare con l'inquietudine di sapere se il mitto partirà o no: di solito, smuovendo e spremendo freneticamente il glande, parte, a forte pressione, getto fine come un ago. Dipoi apro l'acqua del bidet e me lo strizzo, me lo spremo, me lo sbatto, me lo scrollo, lo metto ammollo col bicarbonato, il sapone di marsiglia, poverino com'è strapazzato. È stanco - e io pure.
Mi sto piegando a pensarci. Meno male questa volta non sento bruciore nel transito urinario. Ma che ansia, che noia, che rabbia, che pensiero dominante. 
Per passare il tempo mi ubriacherò con lo Schoum forte.

Diciannove anni e ancora è un principiante


Questa è una foto (cattura schermata) di uno scampolo del pubblico dove Berlusconi sta parlando in questo momento. Molti stanno portando la mano alla faccia. Alcuni sorridono, una applaude. Pochi minuti fa il loro caro leader ha detto, più o meno
«Gli scandali non riguardano noi che facciamo politica per passione ma riguardano chi faceva e fa politica per mestiere».
Diciannove anni che è sceso in campo e ancora si considera un dilettante e non un politico. È un po' come dire a una matricola universitaria che non è iscritto al primo anno della facoltà che ha scelto, bensì al primo della scuola dell'infanzia.
Ah, già... Silvio Berlusconi ha il buco del culo glabro come un bambino, per questo ragiona così.

domenica 17 febbraio 2013

Scarso rispetto per chi penserà

«Perché in certi Paesi si proibisce, da un certo momento in poi, la pubblicazione dei sondaggi (pur sapendo che quel divieto provocherà la formazione di un circuito informale dominato dal chiacchiericcio fra i bene informati, una sorta di campagna elettorale nascosta e parallela) mentre in altri Paesi (come gli Stati Uniti) quella proibizione non c’è? La risposta plausibile è una soltanto. Il divieto di pubblicazione dei sondaggi è possibile dove non si ha paura di stabilire per legge che l’elettore è un bambinone immaturo, che va protetto dalle (supposte) cattive influenze dei sondaggi.»
Mi ci sono voluti cinque minuti, credo per miei evidenti limiti di comprendonio, per capire la plausibilità della risposta del professor Angelo Panebianco. E quello che ho capito - ripeto: dopo cinque minuti - è che il professore ha avuto il coraggio e l'ardimento di accusare nientemeno che le élite del nostro Paese di aver stabilito per legge che «l'elettore è un bambinone immaturo che va protetto dalle (supposte) [sostantivo?]* cattive influenze dei sondaggi».

Penso che sia una fortuna che i sondaggi siano proibiti, perché le rilevazioni sono pur sempre fatte da istituti privati, non dall'Istat. E anche se molti di questi istituti privati sono seri e attendibili, ve ne sono alcuni che tendono chiaramente ad andare incontro ai desiderata della parte politica che li controlla o maggiormente influenza.
Immaginiamoci, se non ci fosse questo freno, a quali livelli d'indecenza sarebbero giunti i tg mediaset o il Giornale o Libero.
Sentite qua il pregiudicato Alessandro Sallusti cosa racconta (prendo la citazione da Fabio Chiusi, l'80%):
«Berlusconi parla di sorpasso avvenuto. Non posso confermare – la legge me lo vieta – ma in coscienza non me la sento di smentire»
La legge glielo vieta e quindi lui non “conferma” perché sarebbe recidivo e gli toglierebbero i domiciliari? Che direttore responsabile!

Quindi, per tornare a Panebianco, la sua è un'indignazione del tutto fuoriluogo, vieppiù per un paese come l'Italia.
«Tutti noi siamo continuamente influenzati da tante cose. E le ragioni che spingono ciascun singolo elettore a votare in un modo o nell’altro (o a non votare) possono essere le più varie. Ma se si decide per legge che l’elettore è un immaturo suggestionabile il rischio è che qualcuno, un giorno, faccia anche il passo successivo, quello che discende logicamente dal primo: se l’elettore è un bambinone, perché mai dovremmo lasciargli il diritto di voto?»
Io, francamente, non vedo tale rischio, dacché è già accaduto, un giorno di quasi diciannove anni fa, che qualcuno abbia puntato tutto sul fatto che l'elettore è un bambinone, che occorre farlo votare,  altroché, basta saperlo influenzare e condizionare tramite il controllo legale della televisione e di molti altri mezzi d'informazione.

Le tecniche della persuasione sono note e in Italia non esistono difese mediatiche sufficienti per mettere nell'angolo chi racconta falsità e menzogne, soprattutto se colui che le racconta controlla o è proprietario di tali mezzi di comunicazione. 
Beh, Panebianco, lo deve ammettere: quella italiana è una democrazia borghese “acerba”. Lei sa benissimo che in America, pur essendo un paese con tante contraddizioni e in cui al potere regnano da sempre precisi interessi di classe, esistono degli anticorpi che impediscono ai tanti Berlusconi presenti di inquinare così a lungo la democrazia e la repubblica; e questo accade, forse, perché nelle università americane non ci sono politologi del suo livello?

* Mia madre, che, dopo l'operazione per l'inserimento di una protesi al ginocchio sinistro, si trova in un centro di riabilitazione post-operatoria per consentirle un migliore recupero, alcuni giorni fa mi ha chiesto di portarle delle supposte di glicerina perché, sai com'è, le abitudini, i pasti, gli orari diversi scombussolano la regolarità intestinale.
Quasi quasi anziché andare in farmacia le porto a leggere l'articolo di Panebianco così ce lo manda lei affanculo il professore - insieme a me, beninteso.

sabato 16 febbraio 2013

Stai a letto la mattina, rincoglionito

Uno dei proverbi che, insolitamente, rispetto è «tra moglie e marito non mettere» e va bene, evitiamo la rima.
A volte, però, nel caso in cui le unioni e le eventuali separazioni siano di dominio pubblico, mi sento legittimato a metterlo il dito. È il caso di certe dichiarazioni:
«Mi alzo la mattina e penso verso l'una: chissà se la mia ex moglie si sarà alzata, altrimenti le resta solo il pomeriggio per spendere 100 mila euro»
che mi fanno dire, dal profondo, che tali battute sono la risultante schifosa del pensiero di uomo infame. Questa frase, si badi, è molto più offensiva di quanto Berlusconi ha detto pochi giorni fa a quella signora dirigente di quell'azienda milanese. È offensiva, inoltre, per tutti quei coniugi separati che veramente fanno fatica a dare il dovuto pattuito in sede giudiziaria all'altro coniuge. 
Se Berlusconi, nei suoi precedenti e numerosi anni di governo, si fosse prodigato a far passare la legge sul divorzio breve, sputerebbe meno veleno adesso sulla moglie, la quale non sta rubando niente.
Berlusconi, insomma, offende la sua ex moglie e madre di suoi tre figli, come se quello che le deve dare non fosse altro che una minima parte, seppur cospicua, del suo immenso patrimonio.

A proposito: possibile che i figli Barbara, Eleonora e Luigi, a sentire il padre offendere così vigliaccamente la madre, non abbiano un moto d'indignazione e non ne prendano pubbliche difese? Onestamente, se sentiste vostro padre in pubblico dare della sanguisuga a vostra madre, non vi verrebbe voglia di dargli un bel calcio nelle palle? Hanno forse paura che li diseredi?

L'economia spiegata al popolo

no comment
Monti «non capisce nulla di economia e l'Imu lo prova» ha detto dianzi Berlusconi a Palermo. 
Ora, se è vero, com'è vero, che Monti di economia capisce nulla (o meglio: ne capisce, e molto, per favorire una determinata classe sociale di cui anche Berlusconi, soprattutto Berlusconi, fa parte), sostenere che l'Imu ne sia la prova, equivale a riconoscersi altrettanto incompetenti in materia economica, dato che anche Berlusconi col suo PopoloDellaLibertà, volenti o nolenti, hanno consentito che il governo Monti ripristinasse tale tassa sugli immobili. O no?

- Sì, però Berlusconi promette di restituire i soldi dell'Imu agli italiani che l'hanno pagata.

- Pezzo di merda, prima mi dài uno schiaffo e poi vieni a chiedermi scusa? Ma vaffanculo, va'.

venerdì 15 febbraio 2013

Orazio, ci sono più cose in cielo e in terra


- Più della caduta dei meteoriti, a me stupisce vedere negli Urali una Matiz Chevrolet (ex Daewoo) azzurra metallizzata.
- E se ci fosse stata una Fiat Panda a metano? 
- Roba da fine del mondo.

giovedì 14 febbraio 2013

Un altro modo di fare beneficenza


Warren Buffett one, detto anche l'oracolo di Omaha, ha offerto 23 miliardi di dollari per comprare la Heinz, azienda americana leader nel settore del pomodoro.
Lo Stato italiano, invece, ha incassato, con l'Imu, poco più di 23 miliardi di euro: in altri termini, un uomo solo avrebbe potuto permettersi di pagare l'Imu per quasi tutti i cittadini italiani - e questo sì che sarebbe stato filantropismo per un paese del terzo mondo.

I baci

Oltre il bene e oltre il male

Oh amore... amore...

...E i baci,

che cambiano sapore
di capitale in capitale.

Giorgio Caproni, (1984), Il conte di Kevenhüller, Garzanti, Milano 1986

In attesa della edizione italiana, sfruttando la bontà della recensione di Barbara Carnevali, colgo un coriandolo programmatico dal saggio di Eva Illouz, Warum liebe weeh tut, 2011
«Il mio scopo è trattare l’amore come Marx trattò le merci: si tratterà di mostrare che l’amore è il prodotto di rapporti sociali concreti, e che l’amore circola su un mercato fatto da attori in situazioni di concorrenza, e ineguali; e di sostenere che certe persone dispongono, rispetto ad altre, di una più grande capacità di definire le condizioni in cui sono amate.»
Bene, son tutto un fremito. Oggi, per san Trombino, come diceva un mio caro amico, si consuma tanta retorica amorosa. Più o meno tutti ne siamo stati coinvolti e quindi ne sappiamo definire i contorni. 
Come si sta da innamorati - non me lo ricordo, non è il caso nemmeno di ricordarselo ora, non ho tempo, voglia, preferisco fare merenda.
Perché ci si innamora, quali sono le condizioni dell'innamoramento, quanto ancora l'innamorarsi è determinato da circostanze evolutive: boh. 
Certo è che l'innamoramento è una condizione pressoché patologica: che fatica, infatti, sarebbe stare tutta la vita innamorati senza godere un attimo la tregua di non esserlo.
Quante volte sono stato innamorato? Alcune, né troppe né poche, sufficienti per capire, appunto, che l'innamoramento è il contrario del disincanto
Il disincanto è una condizione precipua dell'individualismo borghese avanzato: non tutti se lo possono permettere, ci vuole un certo grado di tranquilla soddisfazione dei bisogni primari, al netto delle tasse sui rifiuti, il bollo auto, bollette e rate varie. Nel caso di solvenza noncurante, si affaccia Urlich e non restano che poche soluzioni: o si diventa dei cinici menefreghisti, o dei reazionari pezzi di merda con il culto del superuomo, o degli eroi politicamente corretti che s'impegnano con la beneficenza e l'umanitarismo nel terzo mondo, o dei rintronati alla Briatore.

Ritorniamo all'amore, che non è amore, ma innamoramento, vale a dire: in groppa all'amore (quanto sei bella, in groppa... appunto). 
Non ho titoli (zeru tituli) per dire esattamente cosa sia: solo che è una cosa che è simpatico vivere in due, così il rincoglionimento viene depotenziato da due menti, da due spiriti. Se invece, come sovente càpita, s'innamora solo uno e l'altro no (scegliete voi i sessi), beh, che due palle. Infatti, per chi è innamorato è una tortura, giacché non trova la corrispondenza amorosa che vorrebbe; inoltre, per colui/colei che è soggetto e oggetto dell'amore altrui, può verificarsi uno stato d'animo di: disagio, indifferenza, rottura di palle. 

Mi ricordo una volta un conoscente, un tipo molto simpatico e sfavato, dall'aria caparezziana ma senza barba né baffi, alto, dinoccolato, eravamo al bar, e un amico comune gli disse: 
«Ehi, Berga... lo sai che la Gianna è innamorata di te?»
«Se è innamorata le passerà, eh!».
È impossibile, tramite scrittura, restituire il tono della voce, un misto tra Neri Marcorè che fa Gasparri e Tom Waits.

- Insomma, volevi dire?
Che i baci, scrive il poeta, cambiano comunque sapore. 
- E l'innamoramento?
- Lasciamolo ai capitalisti, l'unica classe sociale che può permettersi di essere sempre in calore.

mercoledì 13 febbraio 2013

I limiti della satira



La contestazione isolata subita da Maurizio Crozza – benefica per certi versi, dacché sconfigge in sé l'unanimismo scipito di un Benigni – dimostra una cosa sola: che l'imitazione ch'egli fa di Berlusconi non è satira, e cioè normale stravolgimento della realtà del personaggio imitato, ma suo specchio riflesso, una sua fotografia. In fondo, cosa ha detto di diverso Crozza da quanto dice e promette Berlusconi in campagna elettorale? Coloro che s'indignano e fanno gli offesi e si ergono a paladini della presunta vittima, poverini, che volete, quel minimo d'intelligenza che gli resta gli palesa e amplifica la merda che loro, a spada tratta, sostengono e sosterranno fino a un minuto prima che la storia lo vedrà appeso ciondoloni in un qualsivoglia benefico piazzale Loreto (la soluzione migliore) o ritirato in una delle sue dimore. Chi s'incazza, insomma, perché Crozza ripete pari pari quello che Berlusconi grida in ogni angolo televisivo (e radiofonico) disponibile (perché Berlusconi non va ancora in piazza? Ve lo siete domandati? Per via delle madonnine volanti?), lo fa non perché viene “deriso” il suo eroe valoroso, ma perché gli si presenta davanti agli occhi la prova della propria malafede. In altri termini: a forza di manipolare la realtà delle cose e di indottrinare col proprio verbo i propri sostenitori, Berlusconi riuscirebbe persino a sdoganare l'incesto – e uno come Crozza, davanti a una platea nazional popolare, rischia, ripetendo tale verbo, che contiene in sé una quantità di nefandezze da ricovero psichiatrico, di far capire al popolo la necessità della catarsi (o se volete, molto più prosaicamente, della purga – dato che Berlusconi mai sarà abbastanza saggio, come Edipo, da autoespellersi da Tebe-Italia).
E il punto resta sempre uno: Berlusconi tocca le corde dell'Italia più fetente, di quella disposta a vendere il proprio buco del culo per cento euro o un iPad. E, per questo, occorre dire e ridire con forza che votare Berlusconi, aldilà di uno schifoso e reale interesse di parte (soldi, fottuti dannati soldi che lui dispensa a iosa ai più zelanti lacchè o alle più disponibili puttane), è da imbecilli o da pezzi merda, basta scegliere.

martedì 12 febbraio 2013

La nebbia che respiro si dirada


Crepuscolo di febbraio, sera tipo in cui uno si chiede chi è e cosa ci fa qui e ora, cosa ci ha fatto fino a ieri, cosa ci farà domani. Mi dico che è martedì grasso, ultimo giorno di Carnevale, giorno che dovrei ricordare perché fu in tale giorno che rientrai per la prima volta là dove uscii per la prima volta – era una maga vestita di nero, no, non una strega, dio che oceano-mare che fu, altro che Baricco.
Un peso: Berlusconi è vivo e lotta insieme a noi, di lotta di classe neanche l'ombra, forse in Grecia accade qualcosa, ma tutto è sotto controllo.
In questo presente, mi si presenta, immediata, la contraddizione tra ciò che sono e ciò che faccio («La via del fare è l'essere» Lao Tzu) e quello che non saprei nemmeno io cosa esattamente vorrei essere e fare – sempre che voglia essere e fare qualcosa di diverso da ciò che sono e fo. E tale contraddizione, che non ho alcuna intenzione di risolvere, forse perché non la sento abbastanza come problema che mi persegue, ma che si affaccia, appunto, in certi momenti crepuscolari, in cui se avessi meno amor proprio sarebbe facile cadere preda di smanie depressive – insomma, chiudi questa cazzo frase, Massaro, non ti perdere, vieni al dunque.
Sì, ecco vedi, cara amica dai capelli esplosi, forse è proprio per questo che m'impongo l'esercizio (la fatica? Il vizio?) quotidiano dello scrivere: per uscire dalle sacche della non esistenza. Butto fuori le mie ubbie, che altrimenti starebbero qui sospese a mezz'aria, tra petto e ascella, e andrebbero a aumentare la sudorazione - e tenerle a stretto troppo a lungo sul proprio corpo, dopo non basterebbe il sapone alla lavanda, credimi. Così, faccio fuoriuscire dall'io questi pensieri cupi di finitudine e fallimento, di impotenza e di risentimento, di rabbia, di livore, di amore inespresso, anche, di voglia di prendere le armi, come fece Gaetano Bresci fu Gasparo, ma ci sono troppi re in giro e, ancor più, una moltitudine di sudditi che vuole restare tale.

Sai, stasera, ritornando a casa, fatto strano, ho accesso lo stereo, io che ascolto poca musica oramai. Ho ritrovato un vecchio cd raccolta di Battisti, ho pigiato il tasto random, è apparsa una luce.


Ah, dimenticavo: del Papa importa sega.

lunedì 11 febbraio 2013

Dio suo, Dio suo perché lo hai abbandonato?

La diminuzione del vigore

«Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato»

Sappia, il relativismo nichilista, che ha vinto una battaglia, ma non la guerra. Certo, al momento le nostre truppe hanno il morale fiaccato dalla notizia della rinuncia. Ma il nostro caro e, oramai, quasi ex Pontefice Massimo ha dettato la linea della sua rapida successione: siamo ancora uno Stato assoluto, mica una porca e debosciata democrazia borghese come quella italiana che è stata a candire un anno, guidata pro tempore da un tecnico non certo voluto dal Signore. Poche settimane e avremo una nuova guida, molto più cazzuta e in forma, pronta nuovamente a fare settimane bianche e settimane ai tropici, abbronzato e fascinoso sullo stile di Sean Connery. Vedrete come il nuovo Successore di san Pietro sarà all'altezza della situazione: contro l'avanzata dei pervertiti al potere, occorre un castratore e non, sia detto con il massimo rispetto, un pastore che calza scarpette rosse firmate Prada: in simili condizioni, era persa in partenza la battaglia contro la filosofia del gender. Il nuovo Papa, insomma, ce l'avrà duro come il bastone pietrino: e come Giovanni Paolo II s'incazzò contro i mafiosi che mettevano le bombe, così il nuovo Pontefice s'infervorerà e, paonazzo, griderà: «Convertitevi peccatori, che una volta verrà il Giudizio di Dio a controllare se avrete fatto uso retto dei retti».

A parte.
da Marco, 15
«33 Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. 34 Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactani?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? 35 Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: "Ecco, chiama Elia!". 36 Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo: "Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce". 37 Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.»

domenica 10 febbraio 2013

La pubblicità è l'anima de li mortacci vostri


Ne fossi completamente indenne potrei, dall'alto del mio trono, ridere sornione e godere del fenomeno del calo del mercato pubblicitario. Purtroppo, anche se, in misura subliminale, la pubblicità agisce eccome sui miei desiderata - se così non fosse non mi troverei vestito in un certo modo, non avrei speso un capitale per un'auto che ora non fanno più, nel senso che non esiste più il marchio, non avrei lo smartphono e altre ammennicoli elettronici, non preferirei, al supermercato, un prodotto al posto di un altro, anche se per spirito di contraddizione (per esempio, ultimamente, non compro i biscotti del Mulino Bianco data la pubblicità di merda con Banderas, non perché abbia nulla contro Banderas ma proprio per l'insensatezza di tale spot). 
Tuttavia, leggere oggi sul Corsera l'intervista al presidente dell'Upa (associazione degli utenti pubblicitari italiani) Lorenzo Sassoli de Bianchi, il quale dà un puntiglioso resoconto del crollo del mercato pubblicitario, mi provoca due considerazioni:
La prima, legata alla contingenza politica, mostra anche a chi si tappa gli occhi, le orecchie e il buco del culo sudicio per votarlo nuovamente, che la prima ragione che spinge Berlusconi a ricandidarsi è l'interesse: la pubblicità, ricordiamolo, è la sua miniera principale, i pozzi di petrolio da cui ha estratto ed estrae la sua ricchezza - e anche se ne controlla la maggior quota, tali pozzi si stanno “seccando” e lui, da semplice imprenditore, non può contrastare il fenomeno tanto quanto potrà farlo da politico (il suo quasi ventennio lo testimonia).
La seconda cosa da considerare è che, a livello dei consumi, più che il desiderio, poté il digiuno. «Dobbiamo tornare a essere attrattivi», dichiara Sassoli de Bianchi. Attrattivi per chi? Forse per tutta quella parte di popolazione che tutte le sere riempie i ristoranti d'Italia? Infatti, come ha notato giustamente Mantellini, ci sono certe pubblicità di merda che sono così attrattive che le masse sono sì stimolate da usarla come purgante, dopo i pasti principali. Ma soprattutto, nel leggere «i prodotti a basso costo penalizzano le aziende costrette a ridurre gli investimenti in ricerca e innovazione», si capisce che la pubblicità, più che essere l'anima del commercio (e quindi della produzione che sta dietro il commercio), ne è la serva sciocca che non si è resa conto di esserlo. Le grandi aziende, infatti, stanno già da tempo orientando la produzione di massa verso prodotti sottocosto dai quali sanno perfettamente come estrarre plusvalore. Le multinazionali avranno tuttalpiù bisogno dei servi della pubblicità per rifarsi di tanto in tanto la faccia, per darsi una lustrata, per far capire che in fondo anche la carne di cavallo va bene per fare il ragù alla bolognese (vedremo tra poco, ci potete scommettere, come la Findus convincerà i consumatori, con persuasivissime pubblicità, che come lei nessuna controlla la filiera. Del crine).

sabato 9 febbraio 2013

Mitigo Governatore



Nell'ultimo bollettino economico Bankitalia indica che quest'anno l'andamento dell'economia andrà peggio di quanto previsto fino a sei mesi fa con una restrizione dell'1% invece che dello 0,2% precedentemente previsto e che la recessione potrebbe avere fine nella seconda metà del 2013 e il Pil 2014 segnare un +0,7%.
"L'Italia non deve abbassare la guardia. L'economia italiana attraversa ancora tempi difficili" e la contrazione dell'attività "potrebbe arrestarsi nel corso del secondo trimestre del 2013" ha ribadito Visco.
"È cruciale che proseguano e si rafforzino i progressi realizzati nel mercato del debito sovrano", ma occorre anche "mitigare le conseguenze di natura sociale e distributiva" e "migliorare la competitività delle imprese" e "accrescere la produttività". [Reuters]

Va bene, non è compito del Governatore della Banca d'Italia indicare i modi, tuttavia qualche suggerimento lo poteva anche dare ai politici, per «mitigare le conseguenze di natura sociale e distributiva». Avrebbe potuto suggerire loro di seguire il suo encomiabile esempio di ridursi considerevolmente lo stipendio; chissà, forse assisteremmo a una corsa da parte di tutti i futuri parlamentari a impegnarsi in questa direzione...
E invece Visco non si è autoincensato perché sa perfettamente che, se anche il suo onorevole esempio fosse seguito da tutti i politici e i dirigenti pubblici, questo non sarebbe sufficiente per far uscire l'Italia dalla recessione.
Questo lo sa, ma non sa che - o fa finta di non sapere - che i suggerimenti che propone (proseguire nel risanamento del debito sovrano, migliorare la competitività delle imprese, mitigare le conseguenze di natura sociale e distributiva) sono insieme irrisolvibili, dacché, nell'attuale società borghese basata sul modo di produzione capitalistico, non puoi fare l'una cosa e l'altra, non puoi avere la botte piena eccetera.

Forse Visco spera ancora nelle virtù del sistema capitalista? Cioè, a fronte di un buono spread egli spera che le imprese italiane investano (o addirittura nascano a frotte) perché potranno comprare denaro a miglior mercato, dimodoché potranno assumere personale, però il personale dovrà avere meno diritti e meno tutele - leggi: più possibilità di essere licenziato - di una volta, altrimenti le imprese non potranno dirsi competitive, però la ruota dello sfruttamento continuerà a girare attraverso più moderne modalità di estrazione del plusvalore.
Ah che bel sistema signor Governatore. Non ne conosce altri?

venerdì 8 febbraio 2013

Il re acciuga


Stasera al banco del pesce della coop ho comprato cinque acciughe spagnole sotto sale, colla testa mozzata, l'argento delle squame roso dalla salamoia. Per un attimo ho pensato alla loro vita, così come a quella dei pescatori che l'hanno pescate nel Cantarbico, presumo con la rete, e, altresì, a quella delle maestranze che hanno provveduto a confezionarle in quei grossi barattoloni di metallo, corpi compressi in attesa di essere presi dalle mani di plastica pirelli delle addette al banco pescheria.
Una volta a casa, ho pulito le acciughe con un coltellino, ho tolto loro la lisca, le ho messe in un piattino, ho aggiunto un poco poco d'aglio, prezzemolo, olio di oliva non più vergine e aceto di mele.
Stasera pensavo a come sia stato facile per me, questa volta, perlomeno sino ad oggi, difendermi dalle angosce della campagna elettorale; non lo credevo possibile, pensavo che avrei sofferto a vedere, ascoltare, leggere certuni e certaltri. E invece no, mi tengo fuori dalla contesa, leggo meno possibile le pagine di politica dei quotidiani, evito i telegiornali e figuriamoci le tribune moderne o antiche. 
Alla larga, dunque, anche se, approssimativamente, sono informato sui fatti. Non cerco il guscio, cerco la fuga dell'acciuga che riesce a scampare, per una volta, dalla rete. Mi metteranno poi sotto sale, una volta che il Parlamento sarà legittimamente occupato dai nuovi rappresentanti del popolo eletti da noi cittadini; ovvero da noi sovrani, le acciughe.

giovedì 7 febbraio 2013

La gabbia coperta della democrazia

via


- Stiamo bene?
- Sì, stiamo bene. Insomma, ma sì.
- In che senso insomma, cosa ci manca per stare bene? Soldi? Cioè, una maggiore tranquillità, leggasi disponibilità economica?  Uno stipendio da buon servitore ci basterebbe?
- Probabilmente.
- Ma poi staremmo bene?
- Certo che se concentriamo lo sguardo su chi ci sembra stare meglio, allora non riusciremo mai a stare bene.
- Dovremo guardare a chi sta peggio, per stare meglio?
- È il modo migliore per far contento chi ci governa.
- Pensiamo che la pacificazione dell'animo si ottenga concentrandosi e accontentandosi di quel che si ha?
- Forse, sì, non lo escludiamo.
- Eppure là fuori nel mondo esistono smisurata ricchezza dovuta al progresso incessante delle forze produttive, ma i rapporti di produzione non cambiano mai [*], non evolvono, non tengono il passo delle prime, anzi arretrano: il capitale viene sempre prima del lavoro e almeno fosse un capitale condiviso e invece no. 
- Ma come possiamo instillare in noi il concetto di giustezza e quindi di necessità della rivoluzione se stiamo più o meno bene, se ci accontentiamo, se cerchiamo di grattare gli avanzi del capitale? Ovvero, se c'è ancora tra noi qualche illuso che crede nell'idea di salire nella scala sociale? 
- Però, qualcuno ci riesce, perché inventa un meccanismo che consente al capitale di trovare nuovi metodi di arricchimento. Vediamo quello che accade con la rivoluzione informatica. 
- Sì, internet ha prodotto nuovi ricchi venuti su dal nulla, ma a che prezzo? Al prezzo che, per la maggior parte di quello che appare nella rete, quello che più è visibile insomma, penso ai social networt e persino a Google, è finanziato dal capitale.
- Ma è, altresì, innegabile che, a fronte di certi studi e di certo lavoro, ancor oggi qualche umano riesce a progredire socialmente, a cambiare condizione sociale di partenza.
- Sì, e qui sta il punto: è ancora legittimo che esistano le classi sociali? Non è uno scandalo di per sé che la società sia divisa in classi e che questa divisione determini disuguaglianze, disparità, limitazioni - di fatto - della libertà che la democrazia borghese non potrà mai sanare, perché la parità di diritti, l'uguaglianza di fronte alla legge, il diritto di voto, la libertà di esprimere la propria opinione non risolvono il fatto che esistono i padroni ed esistono gli schiavi?
- Ma i padroni, a volte, sono buoni. 
- Sì, come le manguste.

«C'è una storiella, piuttosto nota, di un uomo che sale sull'autobus con una gabbia coperta di carta da pacchi. È ubriaco fradicio e dà fastidio a tutti perché vuole ad ogni costo mettere la gabbia sul sedile accanto a sé. “Che cosa c'è nella gabbia?” gli chiedono e lui: “Una mangusta”. E spiega ai presenti incuriositi che chi beve ha bisogno di una mangusta contro i serpenti del delirium tremens. “Ma quelli non sono serpenti veri” obiettano gli altri. E lui, in un bisbiglio trionfante: “Già... ma nemmeno la mangusta è vera”.
È questo il paradigma di tutta la religione e di tutta la psicoterapia [di tutta l'economia, di tutta la politica]? Sono tutte balle? E che cosa intendiamo quando diciamo: “Babbo Natale non esiste!”?».

Gregory Bateson, «Non sappia la tua sinistra», 1979, in Gregory e Mary Catherine Bateson, Dove gli angeli esitano, Adelphi, Milano 1989.

mercoledì 6 febbraio 2013

Per continuare un discorso

Perché lo faccio? Perché continuo con questo esercizio pressoché quotidiano? La verità?
Per quanto fallace sia dire “la verità”, credo che, in fondo, quello che t'ho detto a voce dianzi non sia tutto, cioè non sia sufficiente, non completi e non esaurisca la motivazione, lo sprone. In altri termini, ciò che mi spinge tutti i giorni (o quasi) a espormi, con pensieri parole opere e omissioni (per mia colpa, miacolpa, mia grandissima colpa) è mera pornografia. Che altro sennò? Oh, certo, non di quella classica che uno va in giro coi genitali di fuori a infilare buchi o viceversa, tutto perbenino depilato e con qualche tatuaggio al posto giusto, ché oggi i peli pubici vanno poco di moda, fanno poca tendenza, è un filone marginale oramai quello del pelo. Il copione è sempre lo stesso: attrazione fulminea, erezioni, disposizioni, leccamenti, movimenti, avvenimenti spesso facciali e poi si sfoca, questo è il vero scopo di questo mio privatissimo myporn. Mi espongo quanto basta per dimostrare al mondo che sono in tiro, che i miei pensieri, espressi sotto forma di parole, non sono altro che la rappresentazione del mio amplesso quotidiano con la realtà. Un corpo a corpo col reale, insomma, dove a volte capita di godere, altre di soffrire, altre ancora di restare indifferenti e sentire che la vita mi scorre addosso senza averne “presa”, ovvero senza “essere stati presi” da essa comme il faut.
Ogni giorno che passa è un giorno in meno e io qui, anche adesso per esempio, a occhi semichiusi, per il sonno e una fatica leggera, non rinuncio a questo vizio, a questa virtù dopo la virtù. E mi viene in mente, in maniera nebulosa, un saggio di teoria morale di Alasdire MacIntyre, After Virtue, tradotto prima da Feltrinelli e poi ristampato da Armando. Bene, se la memoria non mi inganna, in tale saggio v'era un certo discorso su una certa unità narrativa che contraddistingue l'individuo dalla nascita sino alla morte:

«L’uomo nelle sue azioni e nella sua prassi tanto quanto nelle sue finzioni, è essenzialmente un animale che racconta storie. Non è essenzialmente, ma diventa attraverso la sua storia, un narratore di storie che aspira alla verità [...]La narrazione di storie [è] una parte fondamentale della nostra educazione alle virtù».

Ora, fatto salvo che io non aspiro alla verità, cerco tuttavia di educarmi alle virtù, nel senso classico del termine (areté e virtus) per cercare di condurre una vita buona, intesa di cose buone fatte, godute e partecipate, vizi compresi.
Ma soprattutto m'interessa molto il concetto di unità narrativa, non tanto per narrare il proprio successo o il proprio fallimento, quanto per il fatto stesso che (m'illudo) la vita raccontata sia una vita raddoppiata. E il doppio, di solito, ce l'ha più lungo dell'originale, vero Hide?

Avviso di garanzia


Poco fa ho letto una mail in cui twitter mi avvisa che, dalle 5:04 di stamani, Antonio Ingroia mi sta seguendo.
Adesso vado fuori in giardino a vedere se ci fossero i carabinieri.
Giuro di non aver commesso il fatto.

Comunque, d'ora innanzi lo seguo anch'io: ci controlleremo a vicenda, per vedere chi spara più cazzate.

martedì 5 febbraio 2013

Patti Intensi


Modificati una sola volta in ottantaquattro anni, i Patti Lateranensi sono, forse, i più vecchi e resistenti accordi che lo Stato italiano, dalla sua Unità, ha contratto con uno Stato estero.
Ieri, durante delle celebrazioni per l'anniversario, i due capi di Stato, hanno avuto un incontro «particolarmente intenso». Nel corso del colloquio, durato circa venti minuti,
«il Papa ha manifestato la sua attenzione e partecipazione per gli importanti appuntamenti che attendono prossimamente il popolo italiano»
Cosa avrà detto Benedetto XVI a Giorgio Napolitano? Gli avrà promesso che ci penserà lo Ior a diventare il nuovo socio finanziario”, del Monte dei Paschi di Siena? E se sì, in cambio, avrà chiesto aiuto al Presidente nella lotta contro la dittatura del relativismo e la filosofia del gender?

- Caro Giorgio, gli omosessuali vogliono sposarsi.
- Sì, caro Joseph, ma non ne facciamo una tragedia, non finiremo nel “baratro” come dice il suo fido cardinale, già Generale di Corpo d'Armata dell'Esercito italiano*.
- Macché baratro e baratro: il caro Angelo intendeva “baratto”; è questo che le propongo caro Giorgio, semplicemente. Una mano lava l'altra e tutte e due lavano il viso.
- Già, il bidet, in genere, si può fare anche con una mano sola.

*Un grazie a Claudio, il quale me l'ha fatto notare in un mio precedente post.

Il mio regno per un premolare

Chissà, forse, tra qualche secolo, la nostra testa di catrame avrà ancora i capelli attaccati al cranio.

lunedì 4 febbraio 2013

Tu non scegli la pioggia

Anastasia Ivanova
Io, una volta, ho avuto la fortuna di provare come certi capelli, completamente arruffati, cadendo come un sipario sulla mia pelle, provocassero un piacevole prurito che moltiplicava la vertigine delle carezze. Era bello passarci le mani, sentire come le dita, infrenandosi, venivano catturate, e per non farle del male, dovevo sfilare le mani lentamente, ma così lentamente che tutte le volte lei mi diceva se le stavo facendo uno shampoo. 
Già, uno shampoo. Era bello fare uno shampoo alla Maga in quei giorni freddi di febbraio di chissà quanti anni fa, in una camera d'albergo neanche troppo triste, carnevale era finito, erano giorni feriali di vento e pioggia, l'unico modo forse ancora oggi per non sentirsi soffocati, a Venezia. Chissà se quelle ombre infreddolite, che camminavano strette su ponti e calli, verranno ogni tanto riproiettate anche nella sua memoria - in maniera più nitida di quanto accade a me. Io, infatti, per quanto mi sforzi, non riesco a sentire più il peso leggero del suo braccio che prendeva il mio, vedo solo una scena fuori, di pioggia orizzontale, sotto un portico vicino San Marco, il suo volto livido che mi chiedeva di riportarla in camera, eravamo mezzi, una doccia calda e poi le lenzuola grigie sulle quali vedo i capelli della Maga invadere entrambi i cuscini, un bouquet di ruggine e vinaccia, il desiderio, le mani sulle reni, il dire basta, piano, adesso vieni qui accanto a me. Stop.

«Perché stop? Per la paura di incominciare le fabbricazioni, sono tanto facili. Tiri fuori un'idea qualunque, dall'altro scaffale un sentimento, li leghi con l'aiuto di qualche parola, cagne funeste, e risulta che ti amo. Totale parziale: ti desidero. Totale generale: ti amo. Così vivono molti amici miei, senza contare uno zio e due cugini, convinti dell'amore-che-si-sente-per-la-moglie. Dalla parola agli atti, sai; generalmente senza verba non c'è res. Quel che molta gente definisce amare consiste nello scegliere una donna e sposarla. La scelgono, te lo giuro, l'ho visto con i miei occhi. Come se si potesse scegliere in amore, come se non fosse un fulmine che ti spezza le ossa e ti lascia lungo disteso in mezzo al cortile. Tu dirai che la scelgono perché-la-amano, io invece credo che avvenga tutto all'aicsevor. Beatrice non la si sceglie, Giulietta non la si sceglie. Tu non scegli la pioggia che t'inzupperà le ossa all'uscita di un concerto. Ma solo nella mia camera, cado in artifizi di scriba, le cagne funeste si vendicano come possono, mi mordono rabbiose sotto il tavolo.»

Julio Cortázar, Rayuela, Buenos Aires 1966, ed. it, Il gioco del mondo, Einaudi, Torino 1969, traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini

domenica 3 febbraio 2013

Una proposta sciocca

Un mio amico oggi sosteneva che, se Berlusconi dovesse vincere, l'Italia non farà la fine della Grecia, ma della Siria. In un primo momento ho fatto mente locale se a casa avessi delle armi: nessuna. In un secondo momento, molto rapidamente, ho pensato ma perché doversi incazzare, in fondo è una ventina d'anni che il testa di cazzo è tra le palle quindi, anno più anno meno, oramai il danno è così radicato che ci vuole la morte o sua o dell'Italia, ovvero quello che non possono gli avversari lo potrà lo sfinimento di uno dei due contendenti. In un terzo momento, molto lentamente, ho riflettuto ad alta voce: ma perché pensare alla guerra civile o alla morte e non adeguarsi al segno dei tempi? E subito, eureka, ho detto al mio amico: «Quassù, in cima al valico, apriamo un Sexy Shop, ovvero rilanciamo il turismo del Parco e del Porco con una produzione locale di butt plug in faggio lubrificati con resina di abete bianco, così, oltre al profumo balsamico, restano saldamente incollati alla parete del retto». «È un'idea», ha detto il mio amico seriamente, «da tenere in debita considerazione. Il problema, come sempre, è trovare i finanziamenti per avviare l'attività». «Non credo», ho replicato fiducioso, «con il rimborso dell'Imu, qualsiasi banca ci darà credito e fiducia». «Ma, scusa, quanto hai pagato di Imu», mi chiede l'amico. «120 euro e qualche spicciolo e tu?» «45». «Mi sa che dovremo andare alla Mediolanum». «Oppure mandare le nostre figlie dal ragionier Spinelli».

sabato 2 febbraio 2013

Devo fare un'esperienza


Qual è il limite per un blogger di mettere in piazza se stesso senza risultare stucchevole? In che misura gli è consentito di usare la scrittura per gettare fuori di sé le proprie emozioni, impressioni, suggestioni, stati d'animo e altre fisime varie? Me lo domando perché non vorrei dare l'impressione di essere un furbino, il quale solo per le cose che gli convengono si dispone al racconto della propria vita in maniera chiara e palese, così, facendosi bello con le proprie vicissitudini, mentre, per altri versi, non estrae dal proprio sé e serba segrete certe cose che lo costringerebbero a mostrarsi brutto e poco compassionevole.

Ecco, io non sono compassionevole.

Mia madre, ottantun anni, ha subito un intervento chirurgico al ginocchio sinistro. In pratica gliel'hanno tolto e l'hanno sostituito con una protesi completa. L'operazione, svoltasi lunedì scorso, è andata bene. Oggi è stata dimessa. La prassi vuole che, dopo il decorso post-operatorio, ella faccia almeno una decina di giorni presso un centro specifico nella riabilitazione, ma tale centro, convenzionato con il sistema sanitario nazionale, non ha al momento posti liberi, quindi mia madre dovrà attendere fino a venerdì. Però oggi è stata dimessa dalla clinica chirurgica, anch'essa convenzionata, dato che, dopo un certo numero di giorni, il sistema sanitario nazionale non paga più. In verità non abbiamo neanche chiesto quanto sarebbe costato rimanere ancora, credo abbastanza da non potercelo permettere, ma vabbè. Ci arrangiamo a casa, mio fratello e mia cognata soprattutto, ma anche io, in parte, faccio la mia parte di figlio minore. Abbiamo già chiamato un fisioterapista in pensione, amico di famiglia, che già si è presentato per dare alcune dritte di movimento ginnico riabilitativo. Ma mia madre, ancora, cammina a mala pena con le stampelle, da considerare che ha una protesi anche all'altro ginocchio, quindi ha bisogno di un sostegno per spostarsi, vestirsi, andare in bagno. Ecco, andare in bagno. Stasera, insieme a mio fratello, abbiamo portato mia madre a far la pipì. L'abbiamo fatta sedere sulla tazza del water, siamo usciti, siamo tornati a riprenderla, e mentre lei si svestiva prima e rivestiva poi, tenevamo gli occhi in su, chi verso lo scaldabagno elettrico anni sessanta, chi verso lo sciacquone alto a vista, stessa epoca.
Ma il fatto principe rimane. Nostra madre che ci ha fatto nascere, che ci allattato, svezzato, cambiato cacca e piscia, adesso è giunta l'ora in cui noi.

E io non sono compassionevole.

E io se non avevo questo vizio smodato di scrivere in pubblico forse me lo sarei tenuto dentro questo episodio, non avrei usato il blog come strumento di liberazione e giustificazione, non avrei messo mia madre in piazza come un personaggio, ma stasera la nobiltà e il dolore e il rincrescimento che c'erano sul suo volto nel vedere i figli doverla aiutare in ciò, era questo che volevo raccontare, questo – e tutto il resto scivola via negli scarichi di una pseudo letteratura che non serve a niente.

Stasera poi, mentre le facevo compagnia, ho terminato la lettura di Limonov.
Due cose a margine, che butto là: Carrère ha usato Limonov per scrivere di sé. E c'è un cortocircuito notevole: con Carrère che scrive di Limonov, abbiamo uno scrittore che scrive di uno scrittore che ha avuto una vita talmente piena di avventure che queste sono diventate oggetto della sua scrittura e, parallelamente, della scrittura di uno scrittore che gli dedica una biografia romanzata. E il lettore-scrittore blogger che vuole uscire da questo cortocircuito, deve prendere la prima esperienza non ordinaria che gli capita, per farne, non tanto letteratura, quanto vita che esce da sé e s'incolonna nello scaffale della biblioteca di Babele delle esperienze umane.

- Ma non c'era già scritto tutto in quella Biblioteca?
- Sì, ma questa è solo una copia.