sabato 17 agosto 2019

Una spremuta di limone

Ti amavo
ti ho perduta
ma non bevvi
la cicuta.

Mi lasciasti
a mia insaputa
Continuavo
a scena muta

a darti amore
senza ricevuta:
tu lo buttasti
come si sputa

giù per terra
chi si rifiuta.
La mia guerra
l'ho perduta.

Ma se mi arrendo
chi mi aiuta
a rialzarmi
dalla caduta?

Quale mossa
è la più astuta
per riavere
la riavuta?

«Una spremuta
di limone
sulla faccia ossuta
tua, da coglione».

venerdì 16 agosto 2019

Sedici agosto


Carlo Bordini, I costruttori di vulcani, poesie 1975-2010, Luca Sossella editore, Roma 2010

Disfattoria animale

[a margine di un commento al post precedente]

Molti studi attestano che da una drastica diminuzione del consumo di carne, rossa in particolare, l'umanità potrebbe trarre degli indubbi vantaggi sia per la propria salute, sia da un punto di vista ambientale (gli allevamenti intensivi producono, infatti, svariati tipi di inquinamento, persino da polveri sottili).
Ciò nonostante, il consumo di carne non sembra diminuire.

Ammettiamo tuttavia - senza concedere - che, nei prossimi anni, vi sia un cambio repentino delle abitudini alimentari dell'umanità, che la carne, soprattutto rossa, sia mangiata sempre di meno e che, di conseguenza, si abbia un crollo verticale della produzione di carne da macello.

E chiedo: dato che, sostanzialmente, cinghiali e bufali allo stato brado a parte, la vita dei bovini, dei suini e degli ovini è sostanzialmente regolata, qualora il regolatore, l'uomo, abbandoni al suo destino la sorte evolutiva di tali specie, sarebbe questo un vantaggio o uno svantaggio per tali animali? In altri termini (e lasciando, per quanto possibile - è impossibile, lo so - le ragioni di "mercato"): senza di noi, i pii buoi e i porci con le ali, che fine farebbero? Morirebbero di vecchiaia?






giovedì 15 agosto 2019

Vinciamo la gara

E sicché la Russia, anziché concentrare le forze per spegnere le fiamme in Siberia, utilizza le sue migliori intelligenze - che poi, da morte, chiama "eroi" - per primeggiare nella nuova corsa agli armamenti. 
I vertici dello Stato hanno lasciato intendere che si trattasse di qualcosa di importante, comunicando testualmente in relazione al sinistro che "La Russia sta vincendo la gara delle armi nucleari nonostante l'incidente nella piattaforma sul Mar Bianco", disastro che ha fatto 5 morti e 3 feriti.
Bravi. Sono questi i progressi che l'umanità, anche quella russa, attende.

[Almeno in questo, per varie ragioni storiche e politiche, non ultime aver perso la guerra (e meno male la perse), lo Stato italiano - che pure butta via tanti soldi in armamenti - non spende quote del suo bilancio pubblico in ricerca & sviluppo di armi di distruzione di massa.]

Parallelamente ai fuochi e ai petardi (nucleari) russi, emblematico (!) è il disboscamento a ritmo serrato dell'Amazzonia che Bolsonaro persegue, politica che fa il paio, appunto, con quella di coloro che per avere la pace si preparano a fare la guerra.  È noto, infatti, che la deforestazione in Amazzonia abbia come obiettivo primario la creazione di ampie zone dedicate alla coltivazione del foraggio per gli animali (in particolare bovini) adatti alla macellazione e all'alimentazione umana: per tali ragioni, in risposta alle critiche unanimi di non fare niente per salvaguardare il polmone verde del mondo, quel merdaiolo del presidente brasiliano suggerisce, ai suoi cittadini e non solo, di mangiare e defecare meno.

Ma noi, cittadini ultimi e penultimi, sebbene non abbiamo poteri decisionali importanti (al massimo, votare ogni tanto per eleggere facce a culo con barbetta o senza), con i nostri consumi programmati, che cosa in concreto potremmo fare - oltre a fare la raccolta differenziata, vero, e a cacare metaforicamente in faccia agli stronzi che comandano e fottono noi e il mondo - non dico per impedire l'inesorabile catastrofe ambientale, ma almeno per procrastinarla quel tanto che basta per dare un segnale alle Autorità schiave del Capitale e della sua valorizzazione? 

Ci provo, per solidarietà con coloro che in questo momento stanno lottando: fare come a Hong Kong e bloccare tutti gli aeroporti del mondo (una settimana senza kerosene bruciato e sparso nella troposfera). E poi? Salire tutti in barca a vela e cagare in mare quanto ci va (forza Greta, bien sûr).

martedì 13 agosto 2019

Breve storia della colonna destra infame

Emanne, 10 anni, canta ‘Caruso’: i giudici restano a bocca aperta e a culo chiuso.

Fiorello spiega la crisi di governo con ironia, perché senza avrebbe fatto ridere.

Serena Williams piange per l'infortunio: l'abbraccio da applausi della rivale, nel senso che la rivale la ha abbracciata applaudendole addosso (e facendola piangere).

Carlo Verdone imita il fan: il dialetto salentino è perfetto. Peccato il fan fosse di Varese.


Invece Concita. Sono un italiano, vengo prima io. Inviate le vostre lettere: a, b, c, d, e, f, i... 

"La Repubblica si batterà sempre in difesa della libertà di informazione, per i suoi lettori e per tutti coloro che hanno a cuore i principi della democrazia e della convivenza civile" Carlo Verdelli. 

- Abbonati a Repubblica. 
- No.
- Te non hai a cuore i principi eccetera.
- No.
- Vedi? Avevo ragione. Non li hai a cuore.
- No, non li ho a cuore perché li ho a cervello, a stomaco e a culo. E anche un po' ai piedi.
- Allora noi non ci potremo battere per te.
- Pazienza: battete per qualcun altro.

domenica 11 agosto 2019

Norberto


«Come sono messo male, come sono messo male, ma così male che, in realtà, non so proprio bene come sono messo, se il male in cui penso di essere messo sia veramente male, oppure sia un male minore, di quelli che bastano poche ore, per cui subito ci si accorge che non tutto il male viene per nuocere, anche se molto viene per cuocere e io mi sto cuocendo, come un prosciutto a vapore, stesso colore la mia faccia allo specchio, se potessi mi affetterei una guancia per comprendere se sono cotto a puntino e tu possa mettermi a stretto a un panino, assieme a una sottiletta, anche se meglio sarebbe potessi appoggiare la mia guancia sulla tua tetta sottile per addormentarmi in santa pace, affinché tutto passi e finisca presto nel migliore dei modi e nel migliore dei mondi possibili e passibili di denuncia.»

A questo pensava, Norberto, il giorno in cui gli diagnosticarono il beneficio dell'inventario. Lì per lì, quando glielo dissero, si scosse, come un cavallo del palio e prese a correre, cioè a pensare più veloce, ma così veloce che si fece varie sequenze mentali, tutte percorribili come le piste ciclabili della Valpadana, piene di zanzare pigre di volare veloce come chi pedala, e lui pensò appunto a varie cose, variabili annesse, e più pensava, più si sentiva messo male e più cadeva nella fallacia della brutta china martini, anche calda non gli era mai piaciuta. Tutto gli sembrava andasse a rotoli, tranne la carta igienica che finiva sempre senza avere un rotolo di scorta. «Cara mi passeresti la carta» e lei gli portava un quaderno a quadretti, con la copertina rigida e una biro verde a indicare la pagina dove aveva scritto l'ultima poesia d'amore Cara la mia carta.

Fu un brutto periodo. Parlava spesso nel vuoto per riconoscersi, come in uno specchio. Di notte, quando c'era la mezzaluna, si disponeva sul selciato come aglio, prezzemolo e peperoncino, e si faceva trituzzare dai passanti che non badavano a lui, d'altronde non erano tutti badanti e anche quelle che lo erano avevano da poco finito il turno, figurati se avevano voglia di mettersi a badare le inconsistenze altrui, perdipiù gratis. E lui, dopo, tornava a casa malconcio ma pronto per soffriggersi davanti a uno schermo a caso, dipendeva dalla quantità di autonomia operaia che gli era rimasta ancora in corpo, poca, quindi la tv prevaleva, conciliava più il sono, e lui aveva tanto bisogno di multarsi. Di solito sceglieva sceneggiati americani nei quali i protagonisti solevano sorseggiare ettolitri di scotch whiskey a stomaco vuoto e fumare una sigaretta dietro l'altra (e mai che si lavassero i denti prima di pomiciare), e di entrambe le cose non si capiva la marca, forse perché il bere non era whiskey, bensì tè freddo e il fumare della semplice erba spinella di contrabbando; inoltre, la regia nascondeva il nome dei prodotti per impedire che qualche telespettatore pignolo facesse causa alla produzione per gli effetti del fumo e dell'alcol passivo passanti attraverso lo schermo, vatti a fidare del pubblico che, in preda al desiderio mimetico, diventa alcolizzato e fumatore cronico per imitare le gesta dei protagonisti. Ma non sarebbe stato il caso di Norberto. Prima di tutto, lui amava l'orzo dopo cena. E poi, più che bere e fumare, se imitarli fosse stato inevitabile, più volentieri avrebbe replicato la promiscuità - ma la moglie, la gatta e una zia sull'ottantina sopivano immediatamente ogni tentativo di replica.

Norberto, che in vita sua aveva accumulato una certa saggezza, si mise a scrivere saggi. Ma di questo parleremo, se la voglia tornerà.

sabato 10 agosto 2019

Tarda eco

Soli con la nostra follia e il fiore preferito
vediamo che in vero non resta nulla di cui scrivere.
O piuttosto, si deve scrivere delle solite cose
nello stesso modo, ripetere sempre le stesse cose
perché amore continui a essere un po' diverso.

Alveari e formiche vanno rianalizzati in eterno
e il colore del giorno inserito
centinaia di volte e variato da estate a inverno
perché rallenti al passo di un'autentica
sarabanda e vi si annidi, vivo, e si riposi.

Solo allora la disattenzione cronica
delle nostre vite potrà avvolgerci, conciliante
e con un occhio a quelle lunghe ombre bronzee sfarzose
che parlano così fonde dentro la nostra impreparata coscienza
di noi stessi, i motori parlanti d'oggigiorno.


John Ashbery, As we know, 1979 in Un mondo che non può essere migliore, Poesie 1956-2007, Luca Sossella editore, Roma 2008, traduzione di Damiano Abeni con Moira Egan


***

Alone with our madness and favorite flower
We see that there really is nothing left to write about.
Or rather, it is necessary to write about the same old things
In the same way, repeating the same things over and over
For love to continue and be gradually different.

Beehives and ants have to be re-examined eternally
And the color of the day put in
Hundreds of times and varied from summer to winter
For it to get slowed down to the pace of an authentic
Saraband and huddle there, alive and resting.

Only then can the chronic inattention
Of our lives drape itself around us, conciliatory
And with one eye on those long tan plush shadows
That speak so deeply into our unprepared knowledge
Of ourselves, the talking engines of our day.

John Ashbery, "Late Echo" from As We Know, Viking Press, 1979 

Non succede nulla

«Cosa succede adesso», mi sembra un buon resoconto che illustra tutte le possibili ipotesi sulle prossime manfrine in Parlamento. 

In attesa che Mattarella mi nomini senatore a vita e poi mi dia l'incarico di formare un governo tecnico, una domanda, una considerazione e una preoccupazione finale a margine di questo paragrafo:
«Il Pd, che con Nicola Zingaretti insiste per il voto (la Lega avrebbe ricevuto rassicurazioni su questo), vuole evitare che sia il leader della Lega a gestire dal Viminale il voto. Il M5s vuol provare a incassare il voto finale sul taglio dei parlamentari (si prolungherebbe così anche la vita della legislatura). E' su queste basi che si gioca la partita.»
Domanda: quale scenario governativo si dovrebbe avverare perché Salvini non "gestisca" il Viminale alle prossime elezioni? Il presidente Conte deve dimettersi perché la sola sfiducia comporterebbe che il suo governo (con ministri annessi) resti in carica per gli affari correnti fino al prossimo insediamento governativo?

Considerazione: non capisco la bramosia di tagliare il numero dei parlamentari (630 deputati, 315 senatori). Piuttosto, perché la rappresentanza sia un po' meno finzione, io sarei per raddoppiarne il numero (1260 deputati, 630 senatori), purché sia dimezzato realmente a tutti i futuri eletti lo stipendio. Parallelamente a questo raddoppio, andrebbe tolta ogni soglia di sbarramento percentuale, perché l'unico sistema rappresentativo veramente democratico è il proporzionale puro.

Preoccupazione: ce la farò a sopportare gli slogan, i dibattiti, le promesse, le speranze, le acclamazioni, le offese, i programmi! i programmi!, i candidati e le candidate sorridenti, le istruzioni per il voto, i sondaggi, le spillette appuntabili al capezzolo sinistro (quello del cuore), i volantini, i tweet, i post su facebook, le e-news, i sorrisi, i prima gli italiani, secondi gli europei, terzi gli africani, la flat-tax, la sicurezza, il rilancio dell'economia, la lotta alla corruzione, la riforma della giustizia, della scuola, della sanità, delle pensioni, della pubblica amministrazione, la difesa della Difesa, l'autonomia delle autonomie, la creazione di n milioni di posti di lavoro?

Vado ché squilla il telefono. Non vorrei mi chiamassero dalla Maddalena.

giovedì 8 agosto 2019

Una risposta

Sì, mi auguro che questo governo decada, ma:

1) non perché mi auguri vinca Salvini (anche se vincerà, in caso di elezioni a breve), bensì perché Salvini sarà più frenato nella sua azione dai nuovi (vecchi) alleati (Forza Italia e Tota Italia e Fratelli d'Italia e Italia Stocazzo) di quanto lo sia dall'attuale partner di governo. Berlusconi e berlusconiani sono certamente meno ingenui da farsi mangiare la pappa in capo come accade ai pentastellati.
Quindi, non ci sarà una dittatura salviniana, tanto quanto non ce n'è stata una berlusconiana;

2) che le forze politiche in campo (m5s compreso) continuino a farsi i propri interessi e ad aumentare il divario tra chi ha di più e chi di meno, beh, è un inevitabile conseguenza delle condizioni storiche, sociali ed economiche.

3) l'onestà non è una condizione sufficiente per essere un bravo politico. Da un punto di vista della prassi e dell'interesse generale, meglio un ladro di manica larga che un onesto dal braccino corto;

4) da quando è finita la favola della crescita e siamo caduti nella nassa della recessione, non ha senso il parlare di padella o di brace: trattasi sempre di cottura della classe dei lavoratori, dei disoccupati e di tutti coloro che per vivere devono o hanno dovuto vendere la propria forza lavoro, il proprio tempo. Illudersi che con l'attuale dominio del capitale vi sia potere di cambiamento della democrazia parlamentare e nel riformismo (quale che ne sia il colore) è da ingenui;

5) per concludere: se si ricomponesse una sinistra alla Berlinguer e ottenesse pure un 35% dei consensi, se non si rompono i rapporti di proprietà dei mezzi produzione, non cambierà mai un cazzo nulla - e beninteso: tale rottura, tale "rivoluzione" dovrà essere compiuta a livello globale, giacché a diventare un Venezuela o una Cuba alla fame ci vuole ben poco.

mercoledì 7 agosto 2019

Te la do io la piramide


Oggi ho preso a seguire B.G. su fb, per vedere quello che scrive senza le intermediazioni delle agenzie che riportano i suoi post. 

1) «L'inutile piramide»: brutta metafora, giacché almeno la piramide puntava al cielo, la TAV invece al buco. 
2). «Non avere la forza numerica [...] non significa essersi schierati dalla parte di chi la sostiene». Bene. Allora, per coerenza, dato che ora i cantieri dovranno ripartire anche con la forza (delle forze dell'ordine), il M5S, ministri e deputati in testa (Toninelli con il casco), saranno in prima fila a prendere le botte dai celerini.
3) Sarebbe interessante sapere chi è che sceglie (non credo il Beppe) le immagini, in questo caso Les amants di Magritte, anche perché tale opera, più che illustrare il tema del post (il tradimento), rappresenta in modo efficace l'alleanza di governo: due amanti che, a capo coperto, continuano a baciarsi senza però vedersi, né comunicare. Scrive l'enciclopedista:
«Nascosti dietro i loro sudari, si scambiano un amore muto incapace di un linguaggio diverso da quello del corpo, esprimendo una forte passione nonostante la mancanza di dialogo. Possiamo considerarlo il “bacio della morte”? Un bacio tra due defunti, o in procinto di essere tali?»
E se non possiamo, almeno speriamo. 

martedì 6 agosto 2019

Salve Regina

« Il decreto Sicurezza bis, più poteri alle forze dell'ordine, più controlli ai confini, più uomini per arrestare mafiosi e camorristi, è legge. Ringrazio voi, gli Italiani e la Beata Vergine Maria.  »

Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.

Comunque, a quelli che dicono - sconsolati - di rimpiangere persino Berlusconi (e su, a scalare, sino ad arrivare a De Michelis, Cossiga e Scelba) mi permetto di suggerire che così va il mondo sotto il cielo della borghesia. In questo momento storico, la selezione politica rispecchia la faccia e i desiderata dell'italiano medio.

La Lega non è un inedito della storia politica italiana. La svolta da partito regionale a partito nazionale fu determinata da tre fattori: lo scandalo e i guai giudiziari che sommersero la precedente dirigenza del partito (Bossi e C.); la frana del consenso elettorale di Forza Italia; la diaspora missina. Da qui nasce l'«intuizione» di Salvini che ha portato la Lega al 17% delle politiche e al 34% delle europee.
La Lega è il partito presente più antico - e dei 49 milioni che devono rimborsare perché sottratti indebitamente all'erario statale, la cosa che preoccupa maggiormente è che la Magistratura ha disposto il rientro in piccole rate bimestrali da centomila euro in ottant'anni, con ciò a dire che la Giustizia italiana prevede che la Lega tra 80 anni ancora ci sarà (!).

Il Movimento Cinque Stelle: si può pensarne il male che si vuole, ma di una cosa gli va dato atto: non è un partito che ragiona in termini di consenso elettorale. O meglio: hanno pensato a far crescere quello dell'alleato di governo, contribuendo a travasare alla Lega gran parte dei propri voti.
Che dilettanti: Craxi - con il suo 16/17% se li sarebbe sognati degli alleati così. Invece aveva quei marpioni dei democristiani al 34, mica ingenui grillini. A proposito: ma Beppe Grillo che dice della sua creatura? Tutti quei discorsoni iniziali sul cambio economico, sulla svolta ambientale, sull'onestà dove cazzo mai sono finiti? Affanculo?

Infine il Pd.

Salve Regina, madre di Misericordia, 
vita, dolcezza e speranza nostra. Salve.
A te ricorriamo noi esuli figli di Eva.
A te sospiriamo gementi e piangenti in questa valle di lacrime.
Orsù dunque, Avvocata nostra, rivolgi a noi quegli occhi tuoi misericordiosi 
e mostraci, dopo questo esilio, una Sinistra come Cristo comanda.
O clemente, o pia, o dolce vergine Maria.

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A parte (ma mica poi tanto), mi sembra opportuno ricordare una barzelletta sulla Madonna racconta da Cathcart-Klein in Platone e l'ornitorinco, Rizzoli 2007:

Gesù sta camminando per strada quando s'imbatte in una folla di persone che sta per lapidare un'adultera. Gesù dice: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra». All'improvviso un sasso sibila nell'aria. Gesù si volta e dice: «Mamma?».


domenica 4 agosto 2019

Pensare a John

« La legge dell’accumulazione capitalistica mistificata in legge di natura esprime dunque in realtà solo il fatto che la sua natura esclude ogni diminuzione del grado di sfruttamento del lavoro o ogni aumento del prezzo del lavoro che siano tali da esporre a un serio pericolo la costante riproduzione del rapporto capitalistico e la sua riproduzione su scala sempre più allargata. Non può essere diversamente in un modo di produzione entro il quale l’operaio esiste per i bisogni di valorizzazione di valori esistenti, invece che, viceversa, la ricchezza materiale esista per i bisogni di sviluppo dell’operaioCome l’uomo è dominato nella religione dall’opera della propria testa, così nella produzione capitalistica egli è dominato dall’opera della propria mano. » Il Capitale, Libro I, Sezione VII, cap. 23, 1.

Pensavo a John Elkann (a Lapo meno), a come passa le domeniche d'agosto, quali pensieri, affanni, divertimenti, ubbie. Andrà bene di corpo? Quali libri legge in questo momento, quali mutande indossa. Un massaggino da un/una professionista se lo concede? E la moglie e i figli e l'Olanda e l'Inghilterra e Detroit? Il padre Alain come sta? E la mamma Margherita tutto bene in Svizzera? Certo chissà quanti grattacapo da quando San Marchionne è stato canonizzato nell'alto dei cieli del capitale variabile. E poi, ultimo ma non ultimo, quei diffidenti dei francesi che hanno fatto obiezione al matrimonio con Renault che non vuole farsi trafiggere come la Lancia (Attila dixit). 

Pensavo a John Elkann (a Lapo meno) e non tanto a quanto poco lui pensi a noi - lui ci pensa, a noi, direttamente o indirettamente, giacché noi esistiamo per i bisogni di valorizzazione dei valori esistenti (anche i suoi) - bensì a quanto poco noi pensiamo a lui, a loro, alla legge dell'accumulazione capitalistica mistificata in legge di natura.

venerdì 2 agosto 2019

Cardiologia

Quando la vampata di calore provocata dal liquido di contrasto lo investì in tutto il corpo, Egidio ripensò per un attimo allo splendido ramarro visto la mattina prima, bello verde e lucente, che rimase fermo una decina di secondi davanti a lui finché, appena mise mano al cellulare per fotografarlo, rapido, fuggì via, inoltrandosi in una siepe. «Se fosse stato dieci volte più grande, a scappare sarei stato io», pensò banalmente Egidio, più che altro perché avrebbe voluto scappare da quella posizione oltremodo scomoda, fredda, con tutti quelli infermieri vestiti da rettili (dieci volte più grandi di lui) che si apprestavano a fargli la tac.

«Cardiopatia. Dobbiamo tenerlo in osservazione qualche giorno», gli disse la dottoressa di turno del pronto soccorso. Ma Egidio non pensava al cuore, no. Aveva troppo male alla schiena per pensare a un organo che era battuto sempre per i fatti suoi, soprattutto in amore: «Quanto sarebbe stato opportuno non gli avessi dato retta: adesso, invece di ritrovarmi solo, forse avrei accanto a me Lara che mi ha sempre voluto bene, era innamorata di me e io invece, niente, il cuore, dicevo, il cuore: il cuore un corno».

L'osservazione andò bene. Fu dimesso l'indomani, dopo la visita del mattino. Poco prima di uscire dall'edificio, Egidio si fermò per prendere un caffè al bar dell'ospedale. Mentre era in fila alla cassa, due dita delicate gli sfiorarono una spalla: era Lara. (Ma tu guarda, pensò). Presero, dunque, un caffè insieme, seduti in mezzo al via vai continuo. Lei si trovava lì per via di suo marito, che aveva subito un intervento al cuore. (Ma tu guarda, pensò). Anche lui si trovava lì per via del cuore, un cuore al quale non avrebbe dovuto dar retta, le disse. Senza capire la ragione, Lara sorrise e gli accarezzò una mano. Forse fu l'unica volta in vita sua che a Egidio il cuore batté come avrebbe voluto.

martedì 30 luglio 2019

Il sindaco ai tempi di Facebook

Fare il sindaco ai tempi di facebook riserva al sindaco tanti pollici in su, tante faccine sorridenti, qualche cuoricino, alcune esclamazioni, poche facce irate, questo a ogni marciapiede rimesso in sesto, a ogni albero potato, a ogni evento culturale da trenta persone in su e cinquanta in giù, perlopiù pensionati baby ancora in forma e con la voglia tanta di studiare all'università dell'età libera, a ogni annuncio sulla viabilità o sull'emergenza mal bel buon cazzo di tempo, c'è un nuovo divieto di sosta, l'orario estivo della biblioteca, commemorare i martiri, i pettini, 25, 1, 4, 2, 77 i prodotti a chilometro zero, il centro commerciale naturale, la fava lessa, il cappuccino al mattino in tutti i bar presenti sul territorio comunale, e poi la mamma, la zia, la sorella e la cognata, c'è da tagliare il nastro per l'inaugurazione del vialetto al cimitero, la festa degli alberi, il saluto alle scuole, domani viene il questore, dopodomani il prefetto, passa il giro d'Italia, il trentennale del gemellaggio, la festa del vino della birra la sagra della castagna, della patata, della polenta al sugo di cinghiale, un saluto a tutti, condoglianze comprese, senza dimenticare di marcare il territorio comunale di ogni frase con il deposito dei punti esclamativi:

«Stamani ho espresso il cordoglio dell’amministrazione al Comandante di Bagno e di Cavallo! L’Arma dei Carabinieri dimostra ogni giorno l’importanza che riveste nella sicurezza del nostro Paese!»...

domenica 28 luglio 2019

Il falco alto levato

Prima dei "socialmedia" (internet c'entra e non c'entra), sui fatti di cronaca ci si accapigliava al massimo con una decina di persone in famiglia, venti se dentro un bar o trenta se il circolo fosse stato pieno, cinquanta se al rinfresco della cresima o della comunione. E per quanto giornali e televisioni si sforzassero di stamparli a caratteri cubitali o ad urlarli nei titoli dei telegiornali, il virus della cronaca contaminava una ristretta cerchia, e per ciò stesso aveva vita breve, come discussione pubblica, nella mente del pubblico.

Da un po' di anni a questa parte, da quando internet ha preso la piega social (Facebook, Twitter e, in minor misura, i blog) il virus dei fatti di cronaca non è circoscrivibile, contagia una platea straordinariamente più ampia, e i nostri colpi di tosse, gli starnuti e gli sputacchi di parole si diffondono nell'aere con velocità esponenziale fino a raggiungere una soglia critica in cui il nostro sistema immunitario alle cazzate alza bandiera bianca.

Il solo argine, a questo flusso continuo che ci ammorba, è la resistenza passiva che la nostra mente opera mescolando i fatti, frullandoli in modo da confonderli e non distinguerli più l'uno dall'altro. 

Ma non basta. Prima che la mente imploda e non capisca più niente, occorre trovare una strategia di difesa e - secondo me - le strade percorribili potrebbero essere due: o fare finta che i fatti di cronaca non accadano, che non ci riguardino e mostrare, verso di essi, “divina indifferenza” Spesso il male di vivere ho incontrato / e quasi sempre me ne so' fregato»); oppure, al contrario, prestare la medesima attenzione per tutto, perdere - per ogni accadimento - più neuroni che capelli, mostrare trasporto empatico verso ciò che accade in cronaca senza fare differenze tra un fatto e l'altro.

Ognuno segua la propria indole. Io, per il momento, provo a guardare, sopra la statua della sonnolenza, il passaggio del falco.

sabato 27 luglio 2019

La grande donazione

La moglie di Douglas Tompkins (un imprenditore tessile, ambientalista, escursionista, regista, agricoltore, filantropo americano), giorni fa, a pochi anni dalla morte del marito (2015), ha effettuato «la più grande donazione di terra mai fatta da un privato a uno Stato», il Cile - e si appresta, altresì, a fare una donazione analoga all'Argentina -, con il vincolo che siano creati dei parchi nazionali in cui gli stati s'impegnano a preservarne la biodiversità.

Brava. E bravo il marito. E, naturalmente, giù lodi, peana, osanna per una vita spesa all'insegna di un nobile fine: la salvaguardia della natura dai disastri ambientali provocati dall'uomo. Quali uomini? Fuori i nomi, i cognomi, i conti e banca e le azioni.

Ma a parte ciò: oltre a me, c'è qualcuno che si chiede come sia possibile (tollerabile) che un "privato", una persona sola abbia potuto e possa, forte di un ingente quantitativo di quattrini, riuscire a comprare uno sterminato numero di ettari di terra del pianeta? Direte: Tompkins ha fatto i soldi legittimamente; come i Benetton, era una magliettaio anche lui, poi ha ceduto le (azioni delle) aziende e, anziché comprarsi le Autostrade, con la liquidazione ha deciso di acquistare terreni per un nobile fine che neanche un dio.

Neanche un dio, appunto.

- Eh, ma ha fatto i soldi onestamente, mica con il narcotraffico o la vendita illegale di armi.

Ma io non discuto l'onestà, la regolarità, la bravura dell'individuo. Discuto la dismisura e conseguente diseguaglianza che regolano i rapporti di proprietà all'interno di una società di classe. La finitezza umana, singola, individuale non potrebbe, da sola, essere bastante per porre un limite oggettivo che la società intera (almeno quella democratica: escludiamo le monarchie assolute e le dittature, per esempio) pone al consumo e al possesso di risorse di un pianeta finito? Giacché non esiste alcun merito, alcuna eccezionalità imprenditoriale o di altro genere che renda umanamente accettabile il fatto che qualcuno possegga sconfinati appezzamenti di suolo (e forse sottosuolo). Eppure il diritto (borghese) garantisce e tutela il diritto di proprietà fondiaria senza limiti. 


Occorre però fare attenzione: non sta nell'espropriazione tout court il riscatto del bene comune, per favorire la collettività ai danni del singolo possidente; bensì nello scardinare un meccanismo economico e produttivo che determina tale smisurato squilibrio di appropriazione del valore.


La produzione sociale è frenata, inceppata dai «rapporti di proprietà».

C'è un simpatico account Twitter chiamato Has Jeff Bezos Decided To End World Hunger? 
che rende bene l'idea dell'immensità della ricchezza concentrata su un solo individuo: 
«Jeff Bezos has a net worth of $165bn. The UN says it would cost $30bn to end world hunger per year. So, has Jeff Bezos decided to end world hunger today?»
Ma ripeto: non si tratta di assaltare la diligenza Bezos, ma semplicemente di iniziare a rimettere in circolo alcuni ragionamenti che, sebbene siano stati formulati più di centosettant'anni fa, sono ancora gli unici in grado di fare il punto reale della situazione:
«A un certo grado dello sviluppo di quei mezzi di produzione e di scambio, le condizioni nelle quali la società feudale produceva e scambiava, l'organizzazione feudale dell'agricoltura e della manifattura, in una parola i rapporti feudali della proprietà, non corrisposero più alle forze produttive ormai sviluppate. Essi inceppavano la produzione invece di promuoverla. Si trasformarono in altrettante catene. Dovevano essere spezzate e furono spezzate.Ad esse subentrò la libera concorrenza con la confacente costituzione sociale e politica, con il dominio economico e politico della classe dei borghesi.
Sotto i nostri occhi si svolge un moto analogo. I rapporti borghesi di produzione e di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, la società borghese moderna che ha creato per incanto mezzi di produzione e di scambio così potenti, rassomiglia al mago che non riesce più a dominare le potenze degli inferi da lui evocate. Sono decenni ormai che la storia dell'industria e del commercio è soltanto storia della rivolta delle forze produttive moderne contro i rapporti moderni della produzione, cioè contro i rapporti di proprietà che costituiscono le condizioni di esistenza della borghesia e del suo dominio.Basti ricordare le crisi commerciali che col loro periodico ritorno mettono in forse sempre più minacciosamente l'esistenza di tutta la società borghese.
Nelle crisi commerciali viene regolarmente distrutta non solo una parte dei prodotti ottenuti, ma addirittura gran parte delle forze produttive già create. Nelle crisi scoppia una epidemia sociale che in tutte le epoche precedenti sarebbe apparsa un assurdo: l'epidemia della sovraproduzione. La società si trova all'improvviso ricondotta a uno stato di momentanea barbarie; sembra che una carestia, una guerra generale di sterminio le abbiano tagliato tutti i mezzi di sussistenza; l'industria, il commercio sembrano distrutti. E perché? Perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive che sono a sua disposizione non servono più a promuovere la civiltà borghese e i rapporti borghesi di proprietà; anzi, sono divenute troppo potenti per quei rapporti e ne vengono ostacolate, e appena superano questo ostacolo mettono in disordine tutta la società borghese, mettono in pericolo l'esistenza della proprietà borghese. I rapporti borghesi sono divenuti troppo angusti per poter contenere la ricchezza da essi stessi prodotta. - Con quale mezzo la borghesia supera le crisi? Da un lato, con la distruzione coatta di una massa di forze produttive; dall'altro, con la conquista di nuovi mercati e con lo sfruttamento più intenso dei vecchi. Dunque, con quali mezzi? Mediante la preparazione di crisi più generali e più violente e la diminuzione dei mezzi per prevenire le crisi stesse.
A questo momento le armi che son servite alla borghesia per atterrare il feudalesimo si rivolgono contro la borghesia stessa.
Ma la borghesia non ha soltanto fabbricato le armi che la porteranno alla morte; ha anche generato gli uomini che impugneranno quelle armi: gli operai moderni, i proletari.» 
L'unica riserva è sulla frase finale: gli uomini che impugneranno quelle armi contro il capitalismo, non in una nazione ma nell'intero pianeta, non sono stati ancora generati. Va dato atto alla borghesia di aver impedito di far nascere i suoi becchini. Come ci è riuscita? Come ci sta riuscendo? La butto là: panem et circenses.

giovedì 25 luglio 2019

Il tuo disordine è stato spedito

Fare il corriere non è facile, soprattutto d'estate. Tuttavia, Manuel Defica (attenzione a dove fate cadere l'accento), non essendo figlio di un cineasta (l'unica parentela artistica ce l'aveva la mamma, lontana cugina del cantante Tony Astarita), non aveva trovato altro modo di guadagnarsi da vivere - per il momento la laurea breve in economia non era servita a trovarsi un'occupazione coerente con gli studi intrapresi, o forse sì, visto che la sua tesi verteva sulla logistica aziendale -, e lui aveva bisogno di soldi, per le ragioni solite che sarebbe tedioso ripetere qui.
Oggi poi che ci sono quasi quaranta gradi all'ombra e l'asfalto pronto per cuocerci due uova, Manuel teme proprio di non reggere questi ritmi: la sveglia all'alba, il carico delle consegne, pacchi e pacchetti, aziende e privati, soprattutto privati che, da quando il commercio online è diventato una pratica comune, hanno fatto aumentare considerevolmente il carico di lavoro per i corrieri, ma non certo i guadagni che sono notevolmente diminuiti.

Le due di pomeriggio e il furgone ancora pieno zeppo di consegne Prime. E, inoltre, accanto a queste, due grosse scatole pesanti fuori misura, a magazzino gliel'hanno caricate con il muletto, sebbene il suo furgone non fosse provvisto di sponda montacarichi. Il mezzo specifico è a fare la revisione e la consegna è urgente. Tanto il destinatario, una ditta privata, avrebbe sicuramente avuto il modo di scaricare i due colli.

Prima di procedere con le consegne ordinarie, decide di liberarsi di quel peso e si reca dunque presso la ditta a cui era destinato. A magazzino si presenta un impiegato con spolverino color lavanda, due bic - nera e rossa - infilate nel taschino e una targhetta sull'altro, con scritto il nome, Albert, e la mansione, magazziniere.

«Senta, abbiamo il muletto dal meccanico. Se vuole le do una mano e scarichiamo, in due ce la dovremo fare».
Manuel, vista la buona volontà del magazziniere, decide di provare, in fondo sulla bolla di accompagnamento c'è scritto 70 kg a scatola. E infatti ce la fanno, le scaricano entrambe e il magazziniere prende la bolla e va in ufficio per mettere il timbro di consegna. In quel momento, arriva il titolare, un omaccione di quasi due metri; strappa di mano la bolla al magazziniere, guarda storto il corriere e dice: «Non è quello che volevo. Rifiuto la consegna. Riprendile e riportale al mittente». Manuel guarda stupito il magazziniere più stupito di lui e dice che è un problema, non ha la sponda montacarichi, e loro non hanno il muletto a disposizione, quindi... Ma il titolare è irremovibile: «Riprendi quelle scatole, portale via, non le voglio qui». «Sì, ma almeno datemi una mano...». Il magazziniere si offre spontaneamente, ma il titolare gli ordina di tornare in magazzino, si occupasse d'altro, se hanno sbagliato la consegna si arrangino a riprendere il materiale, non sono affari loro.
«Ma che sta dicendo? È stato il magazziniere ad autorizzarmi a scaricare». Manuel non fa a tempo a finire di parlare che il titolare gli si avvicina minaccioso, le mani alzate:
«Riprendi le scatole e levati dalle palle», urla, la faccia paonazza e madida di sudore.
«Ma da solo non ce la faccio a caricarle!».
«Non è un mio problema, hai capito? Arrangiati!». E si allontana, sbattendogli la porta in faccia.

Manuel non sa che fare. Contrariato, telefona in sede, ma il responsabile gli dice di riportare i due scatoloni al magazzino senza fare storie. Manuel gli fa presente il problema del peso; come soluzione, il responsabile dice di attendere un suo collega che passerà ad aiutarlo quando avrà finito le sue consegne.

«E le mie consegne?».

«Le farai dopo.»

«Ma non sarebbe più pratico se andassi a consegnare i pacchi che mi restano e poi ritornassi a ritirare questi due scatoloni?».

«Non puoi lasciare la merce incustodita; saresti ritenuto responsabile in caso di danni o di furto».

«E così me ne devo stare tre ore sotto il sole per via di quella testadicazzo di imprenditore?»

«Beh, sì».

«Perché siamo l'azienda più attenta al cliente, vero?»

«Sì, credo di sì».

«Bene».

Manuel sale dentro il furgone dove ci sono tutte le scatole Prime e le scarica, una dopo l'altra, accanto ai due scatoloni di prima. Poi si mette alla guida e parte, ma non si sa dove va.

martedì 23 luglio 2019

A scanso di equivoci

Chiedo venia: ho iniziato gli ultimi due post con due "a scanso di equivoci" (tre con questo, per chiudere la questione).
Perché scanso gli equivoci? Che cosa mi hanno fatto gli equivoci? Hanno la lebbra, la peste, il colera? Guardano canale 5? 

In fondo, a me piace equivocare, ossia «chiamare con lo stesso nome più cose» perché in principio era il verbo e il verbo era presso Dio e Dio è, per sua natura, un... anzi: il Grande Equivoco.

Forse scanso gli equivoci perché preferisco aver poco a che fare con Dio?

O forse, più semplicemente, perché temevo di essere frainteso?

Non lo so. Fatto sta che, per due volte di seguito, ho scansato gli equivoci. Beh, spero di farmi perdonare.

È successo un finimondo

A scanso di equivoci: io non sono anarchico e non sono contento dell'episodio accaduto perché so bene che a rimetterci (a parte qualche milioncino d'euro e la faccia) non è stato tanto il Potere costituito, bensì le persone che in quel momento, per un motivo e per un altro, erano in viaggio e si sono sorbite tre o quattro ore di ritardo.  Ma riguardo all'atto doloso che ieri ha bloccato le ferrovie in mezza Italia, credo che il post di Finimondo, il blog anarchico che, su segnalazione della Digos, è stato indicato dai giornali e dalle agenzie come possibile ispiratore dell'atto, non sia da valutare come volantino rivendicativo.
Infatti, in quel post non linkato dai giornali (e perché?) Finimondo , scrive:
«Ignoti che con un nonnulla hanno gettato nel caos la circolazione ferroviaria nazionale, settore importante di quel sistema pubblico di trasporti che ogni giorno fa funzionare la nostra amabile società, spostando merci umane e inumane a seconda delle esigenze del mercato. Ma quando non funziona più nulla, si sa, si è costretti a pensare a tutt’altro. Eh, lo sappiamo, lo sappiamo, che sbirri e giornalisti — abituati come sono o al mutismo dell’obbedienza o al coro del consenso — prenderanno queste nostre parole nientepopodimenoche per una "rivendicazione". Ma che ci volete fare? È più forte di noi. Non riusciamo a trattenere la nostra emozione nel constatare come questo gigante chiamato Potere abbia sempre e comunque i piedi di argilla. Come sia sufficiente accendersi una sigaretta all’aria aperta in campagna e sotto la luna per mandarlo in tilt. Come tutta la sua esaltata magnificenza, tutta la sua tracotante invincibilità, dipendano da fragili cavi disseminati un po’ dovunque. Talmente vulnerabili da poter essere neutralizzati persino da una lumaca.»
Ebbene, fatto salvo che tale atto doloso abbia comportato il disagio e l'incazzatura di migliaia di persone (e tra questi, probabilmente, anche qualche anarchico) che in quel momento erano in viaggio, felicitarsi dell'accaduto è sufficiente per essere attenzionati dalla Digos e additati dalla stampa? E questo perché tale guadio non ha un'impronta goliardica, bensì ha una matrice anarchica (e quindi, nella sua essenza, anti-statale e anti-sistema) e ciò non è tollerabile di per sé per il potere statale?

Se i Sorveglianti fossero intelligenti, dovrebbero far tesoro delle succitate parole, giacché esse gettano luce sulle debolezze di una parte del Sistema e potrebbero anzi rivelarsi d'aiuto per rafforzarne il Controllo. Come può, infatti, l'intero sistema di trasporto dell'Alta Velocità interrompersi per un danno così contenuto come l'incendio di una cabina elettrica a Rovezzano? Se in luogo dell'«opera di ignoti» fosse caduto un fulmine o fosse stata, appunto, una lumaca, quali alibi i dirigenti della Rete Ferroviaria italiana avrebbero potuto accampare?

In fondo lo Stato, quando vuole, sa dimostrare di essere efficiente e sul pezzo in maniera rapida. Basti vedere come, nel giro di poche ore, il ministro degli interni - il poliziotto mascherato! il detective de Milano! - fosse sul posto per verificare di persona sull'accaduto. Sicuramente non ci è arrivato in treno.

domenica 21 luglio 2019

I giorni della Luna

A scanso di equivoci: celebro con favore anch'io il cinquantenario dell'allunaggio e balbetto, con Neil Armstrong, «that's one small step for a man, one giant leap for mankind».

Tuttavia, nel meccanismo mediatico che genera tanto entusiasmo celebrativo, vorrei gettare un granello di polvere, soffiato dalle pagine di uno scrittore che, all'epoca, tanto entusiasta non era.

La "conquista della Luna": « si tratta di una trappola prodigiosa, da eccitare per un ultimo eccesso quel che ci resta di un'immaginazione autentica. Probabilmente, non meritavamo una forca così alta; una più modesta sarebbe stata più giusta. Ma l'uomo è tra i fuochi di una lotta che non si sa dove abbia il suo centro, se ne ha uno. Un'arte del supplizio meravigliosamente raffinata è stata messa in opera per incenerirci perfettamente. Hanno l'aria di lasciarci camminare fuori della gravità, solo per acchiapparci dopo, senza sforzo, in un punto stretto. L'uomo non beve pietre lunari, anche se pensa a nutrirsi di petrolio, e basta che il suo bicchiere resti asciutto, o si riempia di mota avvelenata, perché tutte le sonde inviate negli spazi a scattare istantanee di mondi morti, immagini rifiutate dalla poesia superstite di un mercato straccione si spengano nella sua gola. Un uomo colpito da paralisi e da pazzia per aver preso con le dita, in una padella annerita da olii incerti, qualche grammo di frittura di pesce che ha ricevuto dal plancton attossicato il suo ultimo boccone prima delle reti, non può guarire con ipotesi di astrofisica. Annunciategli anche il ritrovamento di un sandalo romano su Marte, le sue labbra mortefatte non sorriderebbero.»
« L'uscita di qualche essere umano dal regno della gravità è nel regno della gravità significata nel rantolo del pescatore giapponese e nella fame dell'egiziano, nelle leucemie prodotte dalle radiazioni ionizzanti, nelle catene infinite di distruzione fisica, psichica e mentale create dalle combinazioni aggressive di tanti metalli, gas, polveri, fluidi, sonorità, velocità, rovine. Tutti i progressi ancora possibili, prima del definitivo arresto, nei voli spaziali, sono già nel sangue invaso e cascante, in speciali varietà di agonia, e nelle periferie e nei centri della corruzione genetica, in ulcere senza cicatrice, prefigurati. L'uomo sulla luna, cercalo nelle tanche di morte della petroliera; nella miniera abbandonata dove hanno calato i detriti radioattivi; nel banco di schiuma immobile sul pelo dell'acqua; nei tuoi polmoni e nel tuo intestino. I giorni sulla luna e le piaghe della grande peste che ci ha colpiti, misteriosa come ogni peste, sono un unico e medesimo giorno, e uno che lo sappia e scriva è un visitatore di lazzaretti, in cui finirà la sua opera di misericordia, interrogandosi inutilmente sull'origine del miasma e cercando, nella parola pura, una difesa dal contagio, il soccorso di una medicina veramente umana.»
« Le frecce di Apollo portano la peste. Le frecce di Apollo 11, 12, 13, 14 piovute sulla terra dalla luna, sono frecce di Apollo, sempre le stesse frecce, venute dall'alto, per il tormento e l'illuminazione del basso.»
« Il segno umano è dappertutto. Come abbiamo fatto, in un tempo così corto, se la nostra misura è esatta, a sfregare uomo su tutto? Il nostro segno era anche, forse, prima di Armstrong, sulla luna. Prima della luna, forse, quando la luna si stava formando come stella fredda lontano dalla terra e la terra non gli aveva ancora impartito la sua legge, era stampato nel cerchio vuoto il segno.»
« L'avventura umana è breve. Un respiro cosmico ed è la fine.»

Guido Ceronetti, Difesa della Luna, Rusconi, Milano 1971 


Nonostante i limiti di un pensiero reazionario, Ceronetti toccava - con un mirabile bisturi linguistico - alcuni nervi scoperti delle magnifiche sorti e progressive che la Missione Apollo conteneva. E cinquant'anni dopo, a lato delle celebrazioni, sarebbe necessario constatare che a quel piccolo passo non ne sono succeduti altri di simile portata e che, per contro, di lazzeretti la Terra, e non la Luna, è ancora piena.

Ma la pubblicistica odierna si limita alle celebrazioni, non si interroga sulle motivazioni che portarono l'uomo sulla Luna. Soprattutto: depenna, in larga misura, il contesto storico-sociale che determinò tale impresa collettiva - qui, invece, narrato in modo esemplare, da cui estraggo la chiusa:

« Mezzo secolo dopo, gli sbarchi sulla Luna rimangono un traguardo scientifico, tecnico e organizzativo, una dimostrazione ispiratrice di due potenti verità pur nell'attuale momento storico costantemente sotto attacco di tendenze reazionarie e irrazionali, ossia il fondamentalismo religioso, quello economico e quello post- modernista: 1) la ragione umana è in grado di comprendere il mondo attraverso lo sviluppo della conoscenza scientifica, delle sue leggi e delle sue proprietà oggettive; 2) utilizzando la tecnologia basata sulla scienza e con uno sforzo comune socialmente organizzato, l'umanità può sfruttare la natura per i suoi scopi e raggiungere traguardi giudicati a priori quasi impossibili. »
« Immaginiamo dunque quali potrebbero essere i traguardi, non solo “spaziali”, se l’umanità riuscisse finalmente a liberarsi degli anacronistici Stati nazionali nelle forme nelle quali tutt’ora si configurano e a organizzare un modo di produzione globalmente e socialmente pianificato sui bisogni e il benessere dell’umanità intera e per scopi pacifici e razionali. »

sabato 20 luglio 2019

Come plastica

Te lo dissi, tu ripetesti, fummo d'accordo
sul fatto che nessuno avesse ragione:
rara virtù umana il riconoscere
di essere entrambi dalla parte del torto.

Ingenui, tuttavia, credemmo che
dagli errori avremmo imparato
a prevedere quando sarebbe stato
il caso di fermarsi, per non sbagliare più.

L'aurora, che ci investiva ogni mattino
separandoci dai sogni, dimostrava
invece quanti chilometri da percorrere
ancora c'erano per mantenere il proposito.

Allora lanciavamo i desideri altrove
in un punto lontano da noi stessi
per donarci un po' di consolazione
ché soddisfarli non era stato possibile.

E piangevamo con cognizione di causa
per non restare indifferenti, per patire
piuttosto che avere l'impressione
che il corpo appartenesse a qualcun altro.

Poi ci prendevamo a schiaffi, per convenzione.
O meglio: io li prendevo perché non ce la facevo
a imitare la tua rabbia, a sfogarla
sul mio non essere più in grado

di darti amore e il resto conseguente. 
E fummo a noi stessi degli assenti
anche se dall'appello risultava
che eravamo davanti l'uno all'altra.

E la sera ci raccontavamo a turno
la storia triste del nostro amore perso
gettato ai bordi della strada come
plastica che il terreno non assorbe, no.

giovedì 18 luglio 2019

Bollo d'allevamento

In un caldo pomeriggio estivo, su una strada regionale molto transitata che non consente facili sorpassi, si era formata una fila chilometrica, giusto perché un automobilista imponeva un'andatura media inferiore ai 40 km all'ora. Dopo circa 40 km e, appunto, più di un'ora, un altro automobilista, leggermente accaldato e innervosito, a un semaforo affiancò l'autovettura del precedente automobilista lento, aprì il finestrino e, con occhio severo, gli domandò: «L'hai pagato il bollo?».

La domanda sarebbe stata più che opportuna, se il bollo auto fosse una tassa sulla circolazione.

Invece esso è una tassa sulla proprietà. 

Noi automobilisti paghiamo non per circolare, ma per avere una macchina. Per questo, forse, il bollo è, tra le tasse, non certo la più "odiosa" (sono più odiose le accise, per esempio), ma una delle più antipatiche. Perché non è più una tassa di scopo, con l'obiettivo di finanziare la realizzazione e la manutenzione delle strade pubbliche dove i veicoli liberamente circolano (anche per questo non si capisce quanti soldi ricavati da tale tassa siano dalle regioni impiegati per circolazione sulle strade regionali).

Quindi, l'idea di una sua abolizione non sarebbe peregrina, tuttavia - come giustamente rilevano al Sole 24 Ore - «occorre individuare coperture», giacché le regioni, senza tali soldi, si troveranno, complessivamente, 6,5 miliardi di introiti in meno. Infatti, il bollo auto è una tassa regionale e, da un certo punto di vista, è una delle poche che possa considerarsi, a giusto titolo, una tassa che rispetta il tanto osannato federalismo fiscale perché i soldi vanno direttamente nelle casse delle regioni, senza l'intermediazione dello Stato.

Che fare dunque? Estendere le agevolazioni: niente bollo per le auto meno inquinanti e gradualmente aumentato per le auto più vecchie, soprattutto per quelle che, con la scusa d'essere d'epoca, non pagano niente o poco e puzzano tanto.

mercoledì 17 luglio 2019

Il coraggio del cacciavite

«Se consideriamo il processo di produzione dal punto di vista del processo lavorativo, l'operaio non trattava i mezzi di produzione come capitale, ma come semplice mezzo e materiale della sua attività produttiva adeguata allo scopo. In una conceria, per esempio, egli tratta le pelli semplicemente come suo oggetto di lavoro. Non è la pelle del capitalista che egli concia. Le cose stanno diversamente non appena consideriamo il processo di produzione dal punto di vista del processo di valorizzazione. I mezzi di produzione si trasformano subito in mezzi di assorbimento del lavoro altrui. Non è più l'operaio che adopera i mezzi di produzione, ma sono i mezzi di produzione che adoperano l'operaio. Invece di venire da lui consumati come elementi materiali della sua attività produttiva, essi consumano lui come fermento del loro processo vitale; e il processo vitale del capitale consiste solo nel suo movimento di valore che valorizza se stesso». 

Karl Marx, Il Capitale, Libro 1, capitalo 9.

Dato l'alto grado di sviluppo e l'elevata composizione tecnica, il capitale ha sempre meno bisogno del fermento probiotico dei lavoratori. Ovverosia: per mettere in moto tutta la massa del capitale costante, c'è sempre meno bisogno di capitale variabile, cioè di forza lavoro umana. E da ciò conseguono alcuni effetti verso i quali i signori della politica non provano alcun interesse, similmente ai signori del Castello nei confronti dell'agrimensura.

Quanta poca considerazione dell'agrimensura hanno al Castello...  Mosso dalla suggestione della rilettura del libro Kafka, azzardo: il Capitale è il Castello inaccessibile, inviolabile, intangibile. Lo sfinimento a cui conduce la lotta contro di esso (per ottenere riconoscimento da esso) è inevitabile, come la stanchezza finale di K. 
Coraggio e perseveranza, lo scontro quasi violento pure, non bastano. Tanti Klamm guidano il mondo, tanti camaleonti ai quali è impossibile dare la caccia, afferrarli, poterci solo parlare e discutere. E questa impossibilità è dovuta al fatto che non è consentita alcuna discussione con un meccanismo, con un soggetto automatico, con un HAL 9000. Occorre il coraggio del cacciavite, ecco tutto.

domenica 14 luglio 2019

Convertitevi, un giorno verranno i denti del giudizio


Secondo il ministro dell'istruzione israeliano «la terapia di conversione degli omosessuali può avere risultati efficaci»; e ce lo garantisce personalmente, affermando di avere «una conoscenza molto approfondita della formazione». E noi - come disse il mago Otelma - non dubitiamo affatto, giacché sfidiamo qualunque maschio - omo, bi, o etero curioso - a farsi fare un pompino da uno con un'arcata dentale come lui.


P.S.
Perdonate, ma appena l'ho visto, m'è tornata in mente una barzelletta che ci raccontavamo alle elementari:

- Dottore, mi aiuti: ho i denti gialli.
- Si metta una cravatta marrone.

Tre righe in cronaca

Cominciamo dai turchi. Gli americani - o meglio: Trump si è incazzato con Erdogan perché hanno comprato missili dai russi. Ma il presidente USA gliel'ha spiegato ai suoi compatrioti che i turchi dovranno pure piazzare, da qualche parte, l'uva sultanina, i pistacchi e le lavatrici Beko? 

Proseguiamo con gli italiani: secondi gli italiani. Secondi a nessuno, in quanto servitori. Come giustamente fa notare Alberto Negri, Salvini supera persino Arlecchino nel servirne tre insieme. Con quali contropartite d'interesse nazionale non si sa, al momento parrebbe un mero interesse particolare. Ma vedremo. Allo stato presente, dubito tuttavia che, anche qualora fosse accertato il finanziamento illecito, questo potrà incidere negativamente sul consenso elettorale della Lega.

Seguitiamo con l'Assemblea nazionale del Pd. Zingaretti: «Dobbiamo cambiare tutto per...». 
Aspetta: dove l'ho già sentita questa frase?

Concludiamo con l'Encierro di San Firmino che, quest'anno, ha visto pochi incornati a Pamplona: peccato.

giovedì 11 luglio 2019

Il dono di Chernobyl

Anni fa, credo nel 1984, dopo l'uscita nelle sale italiane di The Day After, Beniamino Placido - uno dei più acuti editorialisti di Repubblica - scrisse che il sotteso, ma sostanziale messaggio di quel film non era volto tanto a spaventare il pubblico americano per l'imminenza di una guerra nucleare, quanto ad allarmarlo per un'altra, più subdola disputa di diversa natura: la guerra commerciale e la conseguente invasione del mercato statunitense di prodotti stranieri, in particolare di merci di alto livello tecnologico (elettronica, automobili) prodotte in Giappone.

Oggi, credo nel 2019, la prima impressione che ho avuto guardando Chernobyl è stata che tale sceneggiato, più che raccontare e mostrare l'imperizia, l'ottusità e la prevaricazione del potere e della burocrazia sovietici, lasci trasparire un significato ben più profondo, legato non al fallimentare "socialismo" da caserma russo, bensì all'attuale situazione storica in cui un solo modello economico domina la riproduzione sociale dell'intera umanità. In buona sostanza, la serie tv trasmessa in Italia da Sky mostra sottotraccia che viviamo in un'epoca nella quale il disastro non è localizzato in un punto del globo che, per quanto possa essere esteso, potrà comunque essere contenuto (sebbene al prezzo di un incalcolabile numero di vite umane). No, Chernobyl è la metafora di ogni luogo della Terra schiavo della logica storicamente determinata del Capitale. Chernobyl è ovunque non si scorga la contraddizione fondamentale tra
«valore d’uso e valore di scambio, dunque nell’ambito della produzione stessa [e, quindi,] la contraddizione tra il carattere globale delle forze produttive e la persistenza di un sistema obsoleto di stati nazionali» Olympe de Gouges
Questa cecità scientifica, in breve: il rifiuto della scienza di Marx fa, secondo me, il paio con le parole conclusive che il protagonista, lo scienziato Valery Legasov, pronuncia durante il processo e al suo epilogo:


«Ci sono già stato su un terreno pericoloso, ci sono tutt’ora su un terreno pericoloso, per i nostri segreti, per le nostre menzogne. Sono esattamente ciò che ci definisce. Quando la verità ci offende, noi mentiamo e mentiamo fino a quando neanche ricordiamo che ci fosse una verità, ma c’è, è ancora là. Ogni menzogna che diciamo, contraiamo un debito con la verità. Presto o tardi quel debito va pagato. Ecco cosa fa esplodere il nocciolo di un reattore RBMK, le bugie. »

«Essere uno scienziato vuol dire essere un ingenuo. Siamo così presi dalla nostra ricerca della verità da non considerare quanto pochi siano quelli che vogliono che la scopriamo, ma la verità è sempre lì, che la vediamo o no, che scegliamo di vederla o no. Alla verità non interessano i nostri bisogni, ciò che vogliamo, non le interessano i governi, le ideologie, le religioni. Lei rimarrà lì, in attesa, tutto il tempo. E questo, alla fine, è il dono di Chernobyl. Se una volta temevo il costo della verità ora chiedo solo: qual è il costo delle bugie? » Valerij Alekseevič Legasov

martedì 9 luglio 2019

Il passaggio all'elettrico


In Norvegia sono più avanti.

Sicuramente, durante il corteo funebre a piedi, si respira meglio a stare in coda al Tesla. E tuttavia, da un punto di vista ecologico, credo che il vecchio Fiat 132 a benzina della Misericordia paesana abbia avuto, complessivamente, nel suo arco di vita (credo sia stato rottamato), un minore impatto ambientale. 

domenica 7 luglio 2019

Porto Portese

La questione migranti/migrazioni è complessa - e io non ho certo le competenze per dirimerla. Al limite, similmente a come fanno i politici, posso dare un contributo per nascondere la polvere sotto il tappeto. La polvere della questione, non i migranti, beninteso.

Per limitarci al caso italiano e alla polemica circa l'assenza di una politica comune e alla mancanza di solidarietà tra i paesi dell'Unione Europea, la mia polvere sotto il tappeto è: l'Italia ceda la sovranità nazionale di Lampedusa e acque territoriali circostanti a beneficio di tutta l'Unione. In breve: Lampedusa divenga il primo territorio sovranazionale europeo ove sventoli la sola bandiera blu con le stellette. Di più: Lampedusa diventi la capitale d'Europa, vi sia ubicato il Parlamento e la sede della Commissione. 
Premesso che, secondo me, tale cessione territoriale sarebbe vantaggiosa per l'Italia anche a titolo gratuito, lo Stato, in cambio, potrebbe ottenere - con ragione - l'abbuono di una cospicua fetta del debito pubblico, oppure la concessione dello sforamento del deficit per un determinato numero di anni.

E se l'Unione europea non fosse interessata?

Si trovi un altro Stato disposto a "comprare". Magari uno degli stessi stati europei. La Germania, per esempio, potrebbe essere una soluzione: in fondo, in pochi anni, i tedeschi sono riusciti a inglobare la Germania Est, figuriamoci se in pochi mesi...
L'Inghilterra? Già sono stronzi a Gibilterra, lasciamo perdere.
Gli Stati Uniti? Difficile accolgano la proposta: hanno già un cospicuo numero di basi americane a gratis nel nostro paese.
E perché no Israele, che di tanti territori occupati ha bisogno... Lampedusa è sufficientemente kasher?

Ultimi ripieghi: Arabia, Emirati, Qatar? O anche: se la vendessimo alla Cina? 

Sarebbe uno scandalo? Ma perché? Che cosa fece la Repubblica di Genova con la Corsica? Non ditemi: "Facile, tu abiti a più di mille km in linea d'aria, non puoi capire". E cosa c'è da capire? Io penso, invece, che se fossi lampedusano mi sentirei più rassicurato se Europa si assumesse per intero la responsabilità dell'isola e delle acque territoriali.

Mmmh... vedo troppi storcere il naso: sarà meglio che smetta di spazzare, ché questo è un tipo di polvere che sotto il tappeto non ci sta.