martedì 27 ottobre 2020

Errare da una piazza all'altra

Non è facile tentare di scrivere qualcosa che non abbia a che fare con il rifrullio di pensieri (memi) che, di questi tempi, colonizzano la mente. La lontananza dai diffusori aiuta, ma fino a un certo punto se, persino in una zona fuori campo (telefonico) e piena dei colori, dei profumi, dei fruscii dell'autunno, la mente ricade nel gorgo e storce calma e serenità, in agitazione e livore e impreca, come il Saba di Vittorio Sereni, porca... porca dicendolo «all'Italia, di schianto, come a una donna che, ignara o no, a morte ci ha ferito».

E qual era la donna?

L'ho sognata, la settimana scorsa e mi sembrava vera, premurosa, prodiga di spiegazioni per profondere, in pochi minuti, la riserva d'amore inespresso che stava sospeso da qualche parte, in un tempo lontano, messo in chissà quale soffitta sotto una coltre di polvere e ragnatele. Una donna così piccola, consumata nei tratti, gli zigomi sopratutto, come da un cesello di lacrime, similmente a gocce d'acqua che modellano le acquasantiere. E l'ho toccata, ma non mi sono fatto il segno della croce.

E poi mi sono immerso in un'aurora rallentata dal peso della nebbia per dimenticare tutto.

domenica 25 ottobre 2020

Nodi per non morire

- Io non voglio morire.
- Neanch'io voglio morire.
- Neppure io.
- E lui? Gli avete chiesto a lui se vuole morire?
- Chiediamoglielo.
- Vuoi morire?
- No, però...
- Però che?
- Però, mi permetto soltanto di ricordare che tutti gli uomini sono mortali.
- Sì, vabbè. Ma noi non siamo Socrate.
- Ah, giusto precisarlo, non vorrei confondervi.
- Noi non vogliamo morire. Punto.
- Ma avevate già messo il punto, non c'era bisogno di dirlo, "punto".
- Sottigliezze rafforzative.
- Ah, giusto precisarlo, non vorrei andar contro il linguaggio corrente.
- Pochi discorsi: tu dici che non vuoi morire, ma poi - sotto sotto - moriresti anche volentieri.
- Ammesso e non concesso che sia vera la vostra supposizione, che cosa ve lo farebbe pensare che io morirei volentieri?
- Perché sei un tipo che fa i distinguo, che cerca peli nell'uomo depilato, o le travi negli occhi dei giudici improvvisati.
- Sì, presumo (spero) sia così. Perché voi no?
- No: noi siamo degni destinatari del messaggio offerto dal medium. Pochi discorsi: la versione dei fatti è quella trasmessa, lo dice la scienza, lo dicono i ministri e chi siamo noi per contraddire la verità? Noi non vogliamo morire. Punto.
- Mi sia consentita una virgola: per caso, scienza e politica, tramite i media, vi hanno detto che non morirete?
- No, ma ci ricordano di continuo i numeri di chi muore.
- Di coronavirus.
- Esatto.
- E di chi muore diversamente ne parlano?
- Nessuno muore diversamente, le altre morti non hanno le curve da abbassare, le altre morti non esistono, per questo non vogliamo morire.

Ci sono due nodi
per non morire più:
uno è slegarli,
l'altro morir ancora.¹

________________________
¹ Alessandro Bergonzoni, L'amorte, Bompiani, Milano

mercoledì 21 ottobre 2020

Domani l'altro


 
Stamani mi ha chiamato una cordata di imprenditori (mi sono allontanato da un vicino albero per rispondere) per assegnarmi l'incarico di direttore responsabile di un nuovo quotidiano.
- Senta, sarebbe disposto a guidare il nostro progetto editoriale?
- Perché proprio io?
- Perché cerchiamo un blogger che non stia impalato sul presente ma che guardi al futuro.
- Ah.
- Eh.
- E come si chiamerà questo nuovo quotidiano?
- Domani l'altro.
- Ma credete veramente che ci sia spazio, o meglio: che ci sia bisogno di un nuovo giornale?
- Sì, come c'è spazio per un nuovo romanzo di Nicola La Gioia.
- In buona sostanza, che cosa dovrei fare?
- Il Direttore
- E il Direttore che fa? 
- Scrive e impone una linea editoriale.
- Mi fate un esempio, per favore?
- Sì. Cosa ne pensa della situazione attuale?
- Hanno rotto il cazzo.
- Ecco fatto: lo usi come titolo della prima edizione.
- Davvero? E quando andrà in edicola?
- Domani l'altro.

domenica 18 ottobre 2020

Par che luca



Gli sono corso incontro piuttosto veloce (ero in discesa, è stato facile), inutilmente. Arrivato al punto d'impatto, dell'esplosione di colori nessuna traccia: solo fango con impronte di ferro di cavallo, un po' di sterco, una piccola cavalletta ch'è volata via. E io sono rimasto lì, illuminato dalla luce abbagliante del sole appena ritornato, sotto un ultimo scroscio di acquazzone che mi colava addosso come acqua battesimale.

«Guai a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito! [...] Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l'avete impedito». (Luca, 11, 46-52)

Infine, una bella doccia calda e via.

sabato 17 ottobre 2020

Anonima negativi

Figuriamoci se io mi permetto di minimizzare. Tantomeno di negare. Sono preoccupato come qualsiasi persona di buon senso. I numeri degli ultimi bollettini parlano da soli. Tuttavia, prendendo il dato odierno dei quasi undicimila (10925) positivi a fronte degli oltre centosessantacinquemila (165837) tamponi, io - da tali numeri parlanti e, soprattutto il primo, urlato - mi permetto di fare un'operazione matematica chiamata sottrazione e da essa ottengo un numero che resta sempre silenzioso, muto, inesistente, ignorato da tutti i media, tutti (televisione, stampa, socialmedia), ed oggi tale numero è:

154912


anonimi negativi. 

Diamogli il gomito, su.

mercoledì 14 ottobre 2020

Uscita di sicurezza

 

1. Durante una corsetta d'una decina di chilometri su e giù per questi colli, volgo il guardo a est ove i «raggi serotini e lucenti» illuminano un trapezio di terra arata trapassando la fitta coltre di nubi cobalto. Mi fermo, ẽstraggo un apparecchio che consente di fonare e fotografare e, clic, colgo l'attimo. E me lo friggo.
 
2. Amo il vialone nano. Oggi ho preso un porro, una salsiccia e una pesca cotogna e, prima tostando e poi sfumando con un po' di vernaccia, e quindi aggiungendo brodo vegetale a poco a poco, ho cucinato un risotto commovente (come direbbe Giorgione).

3. Faccio finta di non accorgermi che fuori soffia il vento, fischia la bufera. Ma non sono indifferente. Faccio finta. Ma questa volta non posso non chiedermi perché i vari accademici che assegnano il Nobel per ogni categoria, compresa quello della Pace, non abbiano pensato di assegnarne uno alla Svezia per come sta affrontando quello che c'è da affrontare, senza tante rotture di coglioni, di invasioni mentali di mentecatti prezzolati e non, di brutti censori a prescindere, di invasati, di menefreghisti e salcazzisti, di burini, di ebeti e gradassi, di repressi e represse e La Presse tutta, finanziata pubblicamente e non.

4. Coop, supermercato solito in orario non di punta. Automatismi di spesa soliti. Cassa. Uscita. Hanno cambiato l'uscita, deviandola lontano dall'entrata. Dieci secondi davanti alla vecchia uscita, il tempo per rendermi conto e vedere un cartello che indica la nuova uscita. Al sesto secondo, una signora che sta entrando in quel momento, forse temendo che non rispetti il distanziamento sociale, mi si rivolge dicendo: «L'uscita è là, c'è il cartello, c'è scritto uscita, almeno a casa mia si legge così». Rimango sorpreso dalla reazione dato che ero fermo e distante da lei e per questo vorrei mandarla direttemante a cagare.  Ma evito. Rilancio soltanto un risentito «Si calmi, signora, si calmi». Ed esco. E penso ad Altuna e Trillo, alla loro Uscita di sicurezza.


lunedì 12 ottobre 2020

Ipse dixit



L'ha detto. Ha detto: «City Manager». 



Locale pubblico

I blog sono piuttosto fuori moda e fuori tempo (massimo, minimo e mediano). Ciò nonostante, i blog sono porti di un mare dove ancora vale la pena attraccare o, meglio, sono locali pubblici davanti ai quali si può sostare anche dalle 21 alle 6.
Dunque, venite qui, giovani, a bere le vostre birre trappiste senza coca da tirar: ho anche una campana verde per il vetro, ove si prega di buttare dentro i vuoti a perdere. Da pantofolaio serale incallito, che non suggerisce certo alcun armiamoci e partite, vi chiedo: ma non vi siete rotti i coglioni di questa situazione?
Discoteche chiuse; feste tra amici non più di tre; non potete neanche star fuori davanti a un bar di sera... insomma, con così tanti divieti, possibile vi basti Tik Tok per placare i vostri ormoni? Ripeto: giammai vi dirò come fabbricare una molotov con i suddetti vuoti a perdere. Banalmente vi dico: aprite un blog e provate a esprimere contenuti fuori dai contenitori social che vi contengono e impongono le cose da pensare, dire, fare, baciare, bruciare. Perché, per quanto non valga niente dirlo, io credo vada detto che se tutto quanto accade adesso fosse accaduto prima degli smartphone e dei social-media, la grancassa televisiva, da sola, non sarebbe stata sufficiente a diffondere tale perdurante mimetismo virale a senso unico. Infatti, i memi dell'epidemia mantengono elevata la loro capacità virale se rimbalzano in teste disposte a rilanciarli con un tweet o un "a cosa stai pensando?" su fb. In altri termini: se il "coso, come si chiama?" si fosse manifestato una dozzina di anni fa, anziché opporre i soli pollici alla politica del governo, sareste divenuti come minimo Black Bloc.



domenica 11 ottobre 2020

La Seggetta dei Destini

 
Roberto Calasso, La tavoletta dei destini, Adelphi, 2020

 
Era una tempesta diversa da tutte quelle che lo avevano inzuppato, come biscotto nel caffellatte. E ormai era abituato ai nubifragi macchiati. Scandinavo il tempo (svedese?). Servivano a zuccherare. Una certa cosa era successa prima del terzo naufragio: si era pisciato addosso. Un'altra dopo il quinto: tre per sei diciotto. Sindbad sentiva il caldo sulla coscia, strana sensazione, prima piacevole, poi umido su umido, senza sollievo. Non solo aveva preso la gotta, ma punti cardinali erano vescovi. Fu la sua penultima osservazione imprecisa. Non poteva dire nulla di ciò che era avvenuto subito dopo, fino al momento in cui gli si era mosso l'intestino sotto una tenda. Un olezzo la scuoteva leggermente. Aveva dormito quanto? Giorni? Anni? Mezz'ora, poi dovette, nell'oscurità, uscire di tenda per non fare una figura di merda, immobile, distesa.

sabato 10 ottobre 2020

Cugini di campagna tutti

Ho una ricetta per cuocere a fuoco lento e una per cuocere a bagno, senza Maria Maddalena; sono convinto, tuttavia, che, se adottate, le misure (non quelle del Sistema Internazionale d'unità di misura) esse sarebbero un toccasana (sempre meglio toccare una sana) ed eviterebbero tante sanificazioni. Ad esempio: la bassa carica, io mi dico: tutti hanno il proprio caricatore, sicché, a meno di non averlo perso o lasciato a casa, basterebbe usarlo per avere una carica sufficiente e tranquillizzante gli standard normativi d'evirologia comparata, anche se gli scaricatori della Maersk non sono tanto d'accordo, quando, dimentichi della mascherina, si mettono in faccia il casco giallo o rosso per la sicurezza: «'a direttò: se ce ne dài anche di verdi, famo i semafori».

***


In seconda superiore, il prof d'italiano e storia, il quale fu prodigo per la mia scarsa voglia di studiare, si mise a spiegare le differenze tra il sistema di produzione capitalistico e quello comunista. E fece un esempio: «Se nel capitalismo il valore d'uso è un effetto collaterale del valore, e dunque, anche se la società avesse bisogno di una merce questa non sarebbe prodotta se non garantisse al capitalista di fare profitti, nel comunismo tale merce sarebbe prodotta lo stesso, anche in perdita, ma non sarebbe una perdita, in quanto nel comunismo la produzione non è regolata dalle logiche del valore. Questo "astrattamente", giacché in URSS e nei paesi del socialismo reale, la cosa funziona solo per i bisogni dello Stato - e lo stato non è il popolo, bensì i funzionari di partito che lo guidano, per i quali le necessità da soddisfare, perlomeno quelle che hanno sempre la precedenza, sono quelle militari e poliziesche: "Più cannoni e meno burro" e per cena solo la lisca delle acciughe».
Ah, dimenticavo: il professore aveva una 131 Mirafiori celeste metallizzata.

***
Nella Enciclica Fratelli tutti, Papa Francesco, ai punti 118, 119, 120 parla di «Riproporre la funzione sociale della proprietà». 

E giù applausi da sinistra (e fosse solo quella democristiana).

Ma hai voglia a ripetere che il mondo, il Creato, è di tutti, e che tutti debbono goderne, averne un pezzettino piccolo o grande che sia, e chi ha di più dia a chi ha di meno, e via discorrendo, perché non è giusto e su e su. Prediche inutili, quelle di Sua Santità, la quale si slarga pure a ricordare cosa disse in Sua precedente enciclica:
«la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata», 
nella presente aggiungendo, a corollario, che 
«Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati, e ciò ha conseguenze molto concrete, che devono riflettersi sul funzionamento della società.»
Ma cosa si intende con funzione sociale della proprietà senza dire niente su un fatto molto semplice che, purtroppo, non sarà mai scritto in un'enciclica; ossia: proprietà privata di che? 

Secondo la dottrina cattolica, Dio ha creato il mondo per gli uomini, e la Provvidenza ha assegnato agli uni (pochi) molta proprietà, agli altri (la moltitudine) poco, quasi niente, forse solo l'aria per respirare. Ma se gli uomini seguissero i precetti divini, chi ha di più darebbe a chi ha poco o niente e tutti vivrebbero felici e contenti. Ecco qua il gioco della Creazione: medaglia d'oro al ricco generoso che fa la carità, medaglia d'argento al povero che la riceve. Ultimi i ricchi avari che tengono tutto in serbo. Non classificati, i morti di fame.

Va bene, Papa Francesco: facciamo quest'altro gioco. Siccome tu sei il rappresentante ufficiale di Dio in Terra, facciamo finta (ma mica tanto) che tutto il Creato appartenga alla Chiesa. Che cosa faresti per essere equo, giusto, solidale? Daresti ai fedeli un pezzettino ciascuno in comodato d'uso? E poi, fatta la distribuzione, contenti tutti? Sarebbe questa la funzione sociale della proprietà?

No.

La proprietà acquisisce una funzione sociale soltanto quando si riferisce alla proprietà dei mezzi di produzione. Dato che, questi mezzi di produzione, sono in mano privata (ma anche in mano statale, Cina e Russia comprese), essi avranno una sola funzione o scopo sociale: lo scopo di lucro. L'unico modo che la proprietà privata dei mezzi di produzione ha per farli fruttare è sfruttare il lavoro umano la forza lavoro.
«In questo senso, i comunisti possono riassumere le loro teorie in questa proposta: abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione».
Ma il Papa non è comunista.

Già.


martedì 6 ottobre 2020

Caro Pessoa

Caro Pessoa, cosa aspetti a presentarmi Bernardo Soares affinché mi offra un caffè nel bar della Rua dos Douradores dove egli è solito lasciarsi andare ai suoi "vaneggiamenti"? Sono inquieto e bisogno avrei del suo disincanto per accordarmi alle note del concerto suonato non sotto le stelle - ci sono le nuvole, piove - ma solo nella mente che vaga, appunto, alla ricerca di senso (ma dura poco), per convergere in fretta sulle piccole gratificazioni quotidiane, tipo scrivere, dormire, sognare forse, sognare sì, gli stessi «sogni turgidi» di tutti, sogni in cui si girano film sui desideri che non possiamo soddisfare, come tornare indietro nel tempo, al tempo cui sarebbe stato possibile prendere un biglietto per i mari del Sud, anziché uno scontrino alla cassa per bere un caffè in Rua dos Douradores.
«Si ritorna stanchi da un sogno come da un lavoro reale. Non si è mai vissuto tanto come quando si è pensato molto».¹
È per questo che la sera, anziché pensare, preferisco giocare a un solitario, ordinando carte stupidamente in fila, come se vivere fosse mettere in fila carte per raggiungere uno scopo. A volte lo risolvo, a volte no. A volte spengo il computer, come ora.

____________________
¹ F. Pessoa, Il libro dell'inquietudine, Feltrinelli, 1986 (pag. 97)


lunedì 5 ottobre 2020

Benvenuto il luogo dove

Son due o tre giorni che volevo scrivere qualcosa su, poi mi sono detto che, ho cancellato tutto, non resta che un'impressione, in attesa dell'«esercito in campo», spero in uno di cavolfiori, tanti fanti muniti degli stessi Hammer coi quali proteggevano i luoghi sensibili al terrorismo islamico, avete capito, sì, gli stessi che sostavano vestiti con la mimetica e il mitra spianato per proteggere le nostre radici, le radici: sono quelle parti di una pianta da cui essa trae acqua e sali minerali dal terreno e stabilità sullo stesso, eh, sennò camminerebbero, le piante, e tenterebbero la fuga, per non vivere «in quel luogo dove tutto è melodramma con un po' d'indignazione»: «Eh, ma li hai visti quei ragazzi al campetto a giocare a basket: chiamate la polizia!». Le radici a fittone sono quelle che mi piacciono di più perché ricordano le fittonate, quelle di chi impera, «d'altronde e d'altro canto, a volte essere nemici facilita, piacersi è così inutile», comunque l'ha detto anche Piero Angela che serve l'esercito, però in istrada, lui è più preciso, capisce la volo che il problema è l'asfalto, per questo gli assembramenti agricoli dei braccianti sono additati meno, qualcuno dovrà pure portare sulle nostre tavole ortaggi e frutta. E giù: coprifuoco, scopriacqua, cade un ponte, neanche al fronte, ma io, sebbene non predichi male (non amo le prediche), razzolo bene (per quanto riesco e posso io indosso quello che occorre indossare là dove è doveroso farlo): epperò, dato che persino ai tempi dell'AIDS i media analogici mi fottevano l'ansia addosso (oddio, quando mi dissero che ero stato con una che, un semestre dopo, fu ricoverata in una comunità per droga, mi lavai l'uccello con l'acqua ossigenata per una settimana), questa volta, per quanto riesco, rifuggo i media digitali e la loro presa a morsa dell'argomento che da mesi contribuisce molto ai loro introiti pubblicitari, mantenendo un clima di panico diffuso, di sospetto, di tensione sociale deviata (e controllata).

Nondimeno: massima precauzione, non abbassare la guardia



venerdì 2 ottobre 2020

Virgolette doppie

 

«Se dietro il tuo avvelenamento (?) ci fosse stato Putin, saresti morto e non avresti avuto alcuna versione dei fatti».

mercoledì 30 settembre 2020

La conoscenza

Quando ti vidi non me lo ricordo l'effetto che mi fece vederti; provo a pensarci, a pensarci, ma più ci penso e più mi sfugge come la tua immagine entrò dentro i miei occhi, come la subirono, e s'imprimé sulla retina e come il cervello ti capovolse in quelle frazioni di secondo decisive che trasformano il caso in una necessità. So che mi tenesti tra le braccia ma io non ricordo affatto come furono le tue braccia in quel momento particolare in cui c'è solo una persona cosciente e l'altra no, che stava lì sospesa senza capire ragioni ed emozioni, muovendo a volte le labbra al riso o gli occhi al pianto e cercando di non perdere il contatto con gli occhi che erano l'unico modo per capire che cosa stava accadendo. Ero vivo, e non lo sapevo. Ero vivo, e perché io ero vivo non lo so nemmeno ora. Non mi fu chiesto nient'altro che essere adattandomi agli sguardi che intorno mi dicevano chi ero, dove fossi, che cosa dovevo o non dovevo fare, come muovere le mani per farti sorridere. 

C'era un lago davanti a noi. Era sera. Un piccolo lago artificiale di proprietà privata. «Due parole di merda», dicesti accarezzandomi un ginocchio. Non si poteva fare, solo attendere che il buio vincesse la strenua resistenza del crepuscolo. Passò una donna, sembrava mia sorella se avessi avuto una sorella, e bussò al finestrino dell'auto verde ramarro dove eravamo seduti noi... 
[continua forse]

domenica 27 settembre 2020

Alle Murate!

La realtà si fa sempre più pesante, tanto che commentarla affatica solo al pensiero, come caricarsi due ballini di cemento sulle spalle senza avere il fisico da muratore.
Sarebbe bello murarla viva, la realtà, e poi lasciare un messaggio preciso alla prossima generazione su dove trovarla, perché se ne spaventino e si offendano di aver avuto avi così stupidi e rincoglioniti da consentirla - con la speranza non fondata che, murata viva, la realtà così come appare, non si presenti come realtà futura, capace di insinuarsi nelle ninnenanne dei piccoli virgulti per persuaderli che il mondo deve essere questo e non un altro, un mondo incantato, incatenato, incastrato e ancora poco incazzato.

***
Povero Tridico! A lui darei la scorta, se non ce l'avesse, altro che a quel carciofo lesso di Gilet. Per un incarico così importante centocinquantamila euro annue non sono granché, se - in paragone - un direttore di una azienda pubblica della Regione Sicilia piglia tre volte tanto. Ma detto ciò: come mai - capro per capro, agnello per agnello - non si seleziona mai un John Elkann?

***
E la vita, la vita, e la vita l'è bela, l'è bela, basta avere l'ombrela che ripara la testa, sembra un giorno di festa.

sabato 26 settembre 2020

Bollettino

Bollettino: s.m. È un fine strato di acquasapone e numeri che forma una sfera dalla superficie iridescente. I bollettini spesso rimangono in formazione sferica solo per pochi secondi poi, o scoppiano da sé o dopo il contatto con altri oggetti in grado di assorbire il liquido che li circonda. In genere li si usa come passatempo per i bambini ma il loro sfruttamento in esibizioni politiche e mediatiche professionali dimostra la loro capacità di affascinare anche gli adulti. I bollettini possono aiutarci inoltre a risolvere complessi problemi politici riguardanti lo spazio economico e sociale poiché rappresentano sempre la più piccola area di superficie tesa tra due punti o due confini dentro la quale si racchiude la coscienza popolare esistente.



venerdì 25 settembre 2020

Le leggi generali della memoria

«I ricordi d'amore non fanno eccezione rispetto alle leggi generali della memoria, a loro volta regolate dalle più generali leggi dell'abitudine. Poiché questa affievolisce tutto, quel che più ci ricorda una persona è proprio ciò che avevamo dimenticato (parendoci insignificante, gli abbiamo lasciato intatta la sua forza). Ecco perché la parte migliore della nostra memoria è fuori di noi, in un soffio piovoso, nell'odore di chiuso d'una stanza o nell'odore d'una prima fiammata, ovunque ritroviamo quanto di noi stessi la nostra intelligenza, incapace di servirsene, aveva disprezzato, l'estrema riserva del passato, la migliore, quella che, quando tutte le nostre lacrime sembrano disseccate, sa farci piangere ancora. Fuori di noi? Per essere più precisi, dentro di noi, ma sottratta ai nostri stessi sguardi, immersa in un oblio più o meno prolungato. Solo grazie a questo oblio possiamo, di tanto in tanto, ritrovare l'essere che siamo stati, metterci di fronte alle cose nella stessa posizione in cui era quell'essere, soffrire di nuovo, perché non siamo più noi, ma lui, e lui amava quello che oggi ci è indifferente. Alla luce piena della memoria abituale, le immagini del passato vanno a poco a poco sbiadendo, dileguano, non ne resta più nulla, non le ritroveremo più. O, meglio, non le ritroveremmo più se qualche parola [...] non fosse rimasta accuratamente custodita nell'oblio, così come si deposita alla Bibliothèque Nationale un esemplare d'un libro che, altrimenti, rischierebbe di diventare introvabile».

Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore, traduzione di Giovanni Raboni.

Nel cuore della notte - ma perché "cuore" e non "intestino"? - prendere Proust, a caso, trovare un brano siffatto, leggerlo mentre fuori imperversa (imperversa?) la bufera, è una rassicurazione contro l'inquietudine che impone d'alzarsi dal letto perché insonne. E il cuore (o l'intestino?) della notte si placa, riprende un ritmo regolare, le palpebre chiedono nuovamente di essere abbassate non prima di aver spento la luce e di essersi rannicchiati a pancia in giù.

sabato 19 settembre 2020

Storia di un'antipatia

 Sapevo fin dal primo, no: dal secondo giorno che il terzo mi sarei annoiato e che il quarto l'avrei mandata afffanculo, anche se il quinto presi un permesso e lei non poté replicare. Passarono un sabato e poi una domenica e il lunedì lei mi aspettava al tavolo delle firme con una penna in mano, la sua. Le chiesi se me la prestava e lei mi rispose di no. «E con cosa firmo?», aggiunsi. «Col cazzo», replicò. Misi la mano sinistra nella tasca dei pantaloni, verificai le condizioni dello implausibile sostituto e dovetti battere in ritirata per non trasformare una sconfitta in una catastrofe.

Ci stavamo antipatici a vicenda. Al carattere non si comanda. In verità lei voleva comandare al mio carattere e il mio carattere non voleva ricevere ordini da lei. Io non amo né dare né ricevere ordini. Preferisco i disordini, tranne sui tavoli, ché mi piacciono coi piani liberi a sufficienza per battere i pugni e sfogare lo stress o colpire le sfortunate mosche che capitano a tiro.
Un giorno detti un colpo a mano aperta così forte che lei fece un sobbalzo, ma si limitò a dire «Ma sei scemo?» e io risposi «Forse».
Se prima non mi guardava per niente, da allora cominciò a guardarmi male. Certe occhiatacce mi lanciava che bucavano. «Mi vuoi esangue?», chiesi. «No, ti voglio fuori dalle palle», sentenziò.

giovedì 17 settembre 2020

Protocollo rondine

Stormo di rondini di passaggio, che avete deciso una sosta sospesa sopra il mio cielo, mangiando plancton volatile che si credeva libero dalle predazioni delle sorelle vostre che vi hanno preceduto e che, da alcune settimane, hanno lasciato i nidi delle tettoie dei paraggi, grazie di essere passate di qua e, se non vi incomoda, restate pure qualche giorno prima di riprendere il viaggio verso la probabile meta africana dove svernerete. Fateci compagnia coi vostri saliscendi bianchi e neri che sfiorano i fili della luce e gli aghi dei pini assetati, coi garriti coi quali raccontate le regole del volo, liberandoci sicuramente da qualche zanzara o moscerino che si aggiungono al fastidio di questa afa insolita, di questo vento del Sahara occidentale, di questa sensazione di impotenza di fronte ai protocolli decisi in una stanza da teste che magari fossero di cazzo, almeno avrebbero in mente qualche volta di godere, non solo pisciare norme costringenti, aggiungere paure inutili, dare fiato a uomini e donne che si credono politici in grado di gestire nazioni e intanto vanno in giro a fare della storia una parentesi sospesa tra la rassegnazione e la voglia di rovesciare il tavolo.

- Con le ruote? - ridono le rondini e ci lasciano quaggiù.

domenica 13 settembre 2020

Svanire a Firenze

Svanire, venire meno al compito
di stare alla mercé del gioco
che Kavafis ha chiamato balordo.

Al mercato, in piazza de’ Ciompi,
mangiare un panino a scrocco
lentamente, ogni morso un ricordo.

Sorridevi - e io pure camminando
con te a braccetto per Borgo la Croce:
come due che sembravano stranieri

al trascorrere del tempo, quando
era normale dirsi ti amo sottovoce.
Eravamo quasi belli, forse sinceri.

Svanire, venire meno, è il senso della
vita che nel tempo si consuma:
l'amore resta addosso come la schiuma

delle onde. Dal quadro la gioia si cancella
e ricomporne i tratti non è dato neppure
all'Opificio delle Pietre Dure.

giovedì 10 settembre 2020

Ollellé ollallà

 


Probabilmente anch'io sarei fiero se avessi qualcosa che nessuno ha mai avuto prima, soprattutto se lungo, grosso, potente, da paura. Tuttavia, tale fierezza, si trasformerebbe ben presto in imbarazzo se il misterioso missile fossi costretto a dire soltanto che ce l'ho, senza mostrarlo per paura che me lo vedano e scoprano com'è fatto, vuoi per replicarlo, vuoi per ridere o piangere un po'.

mercoledì 9 settembre 2020

Salta la fossa

Dopo aver letto Il fossato di Olympe de Gouges, mi sono chiesto: se - ipotesi assurda - tutti i giorni fosse riportato, a caratteri cubitali, nei principali mezzi di informazione e comunicazione, il bollettino di Forbes dei Quattrocento più ricchi del mondo (contagiato più, contagiato meno), a livello di psicologia delle masse, che cosa potrebbe accadere?

Mi rispondono i keynesiani: te scava una buca (un fossato), riempila e spera nelle riforme (intanto vai a votare, per esempio).
Mi rispondono i neoliberisti: te lavora fino a ottant'anni, indebitati più che puoi e spera nel merito.
Mi rispondono i pikettiani: te tassa la ricchezza e i patrimoni, per esempio: l'hai pagato il bollo?
Mi rispondono... basta: si potrebbe continuare per ogni corrente di pensiero economico.

Ma intanto? Speriamo che qualche serie tv indichi la strada.

lunedì 7 settembre 2020

Colpi

Questo blog sta perdendo colpi, se qualcuno li trovasse per strada, mi contatti in privato. 
Attenzione: non sono colpi di spazzola prima di andare a dormire: non ho una spazzola, ho pochi capelli, sì e no quattrocento (e qui tiro in ballo capziosamente Truffaut e le traduzioni alla lettera), e li tengo corti, sicché non confondete i colpi miei con quelli altrui. Con ciò non voglio scaricare colpi sugli altri, ma dire semplicemente che i colpi non muoiono vergini, tutti li vogliono, indipendentemente dalle spazzole, soprattutto all'esordio (ohimè, questo è un blog stagionato).

Non ho dovuto attendere molto: infatti, stamani sono stato contattato in privato, anche se eravamo in piazza. Sotto i tavolini all'aperto di un bar di paese, un amico ha pescato dei colpi che faremo alla luciana.

Parafrasando Questa terra è la mia terra, di Peppe Guida, posso dire, con orgoglio, Questo blog è il mio blog - e questo post, appena cucinato, vi assicuro che è 'na bbomba. 

Intanto il presidente del consiglio dei ministri prolunga lo Stato di Emergenza. Non so, ma, secondo me, questi provvedimenti autoritari hanno, per il popolo, lo stesso effetto delle pompe a vuoto per il pene: non aumentano le erezioni, ma solo la rottura di coglioni.

sabato 5 settembre 2020

Ricapitolando

«Un approccio ragionato su covid-19 è impossibile. Ognuno ha scelto la trincea da cui combattere la sua battaglia. Oppure se ne sta zitto, a buon diritto visto come si sono messe le cose.» 

Io preferirei stare zitto, ma...
Mi sembra di rilevare che, in Italia, la maggior parte delle persone che si dichiarano antifa, antisalviniani, antirenziani, antiberlusconiani, antirazzisti, progressisti, pro-migranti, ambientalisti, insomma: tutti coloro che si sbellicano con la satira di Zoro e di Makkok, riguardo alla questione coronavirus, siano, di sicuro a sentenze (tweet, retweet, post su facebook... i blog, tra costoro, non li usa più nessuno), ma non dubito anche con i loro comportamenti, dei paladini del rigore assoluto, del rispetto scrupoloso delle norme di prevenzione e, probabilmente, predicatori di una nuova clausura degli italiani nelle loro celle abitative.

A me la loro posizione spaventa un po', dirò poi perché, ma prima butto là una domanda, non per avere una risposta, ma per capire se costoro si sono mai chiesti: se invece del Conte bis, fosse stato al governo il Conte uno, sostenuto dal M5S e Lega, con Salvini ministro dell'interno, e l'azione di governo di fronte alla crisi epidemica fosse stata analoga a quella adottata dal Conte 2, essi avrebbero salutato nello stesso modo (con gaudio) le misure restrittive avute nel lockdown e le prescrittive - precauzionali - restrittive che, attualmente, si vanno ingigantendo protocollo dopo protocollo?

Chissà, meno male Salvini non è più ministro dell'interno così possono anche evitare di rispondere.

Comunque, fatto salvo che io non voglio di certo sostenere posizioni negazioniste (sgarbiane o forzanoviane), e che - per quanto posso e riesco - cerco di rispettare le norme precauzionali convenute, come dicevo, a me tale intransigenza (che, se dovessi dipingere politicamente, definirei autoritaria) spaventa assai, e mostro perché:



Non mostro l'autore di tale tweet perché l'ho ricavato da un retweet di una persona che seguo e che non voglio mettere in imbarazzo (capita a tutti di dar voce a delle nefandezze). 
Tale battutista ricapitola la (a mio avviso giustissima) lamentazione di un ingegnere napoletano testimoniata su Repubblica con un piglio censorio che, sono arciconvinto, se in Italia vigesse un regime dittatoriale (fate voi il colore, ma in Italia sarebbe di nuovo nero), secondo me, è una chiamata alla spedizione punitiva con l'olio di ricino, giacché, ricapitolando:
1) l'ingegnere è andato in vacanza in Grecia: e allora? Era proibito? Ha contravvenuto a qualche legge contro l'espatrio?
2) Espone il figlio e la moglie? Se, invece, fossero stati loro a convincere l'ingegnere a una vacanza in Grecia, chi sarebbe l'espositore? Ma soprattutto: l'ingegnere fa di cognome Scotellaro, non Esposito.
3) A casa ha un soggetto debole. Io vorrei che andasse dalla signora madre dell'ingegnere a dirglielo in faccia senza tema di ricevere un piatto in testa.
4) L'ingegnere e famiglia hanno fatto il tampone al rientro proprio perché il governo ha prescritto di farlo a coloro che giungono in Italia da un viaggio (per vacanza o lavoro o studio) dall'estero e tu dici che non serve a un cazzo? Ma sei scemo? Serve eccome e dopo 48 ore il risultato, se la struttura sanitaria dove sono analizzati i tamponi funzionasse correttamente, ci dovrebbe essere per forza la risposta. E invece
5) tu dici che l'ingegnere rompe i coglioni? Stacci te, citrullo, chiuso in casa, copriti il capo e datti quattro schiaffi in faccia come quelle faccine di merda che la tua tastiera dell'ipad ti fa mettere per scrivere il tuo tweet da fascistello inconsapevole.

mercoledì 2 settembre 2020

Benedette parole

Benedette parole, se foste coincise sareste lavorate al bulino e fissate, una volta per sempre, su lastre di rame o di zinco e non ballereste su lingue o pagine o schermi che sembrano fermarvi ed invece.
Impazienti di uscire di bocca o, mediante movimenti strani di dita, costrette dall'educazione a imparare le leggi grafiche mediante le quali apporvi su pagine di vario formato, consistenza e colore, voi ci usate come strumenti, non viceversa: voi ci fate dire cose e poi il contrario di quelle stesse cose che volevamo dire. Ci fate comunicare pensieri che non stanno né in cielo né in terra, ma a mezz'aria, come piccoli peti dispettosi - e silenziosi - che non sappiamo trattenere ma che poi sganciamo lo stesso, magari guardarci intorno per imputare ad altri, con uno sguardo, il maldetto (e il malfatto). «Chi le sente è un ripetente» e via a replicare sui social gli argomenti che sono sulla bocca (o sul culo) di tutti.
E allora, parole, traditemi; andate a letto con altri; queste pagine abbandonate perché più voglia non ho di fare l'amore con voi, di darvi il mio fiato per riprodurre opinioni che più non so dare, in quanto essere opinabile che del giudizio non sa che farsene, casomai disfarsene, come quella volta, dal dentista.

«Chissà se mi sono espresso», disse un barista, servendo un caffè.

sabato 29 agosto 2020

La pomodora

Oggi sono andato nell'orto (che non faccio io perché non ho il pollice né l'indice verdi e perché la terra l'è bassa e l'orto vuole l'uomo morto sottoterra) e, previo permesso parentale, ho raccolto degli ortaggi, che ho pulito e lavato e inserito in un tegame d'acciaio inox nel seguente ordine: una cipolla dorata, tagliata grossolanamente; due carote, tagliate in due per lungo e quindi a piccole mezzelune piuttosto fini, ma senza esagerare; una trentina di pomodori ciliegini aperti a metà più un grosso cuore di bue molto maturo (faceva sangue) tagliato in pezzi; odori: ciuffi di foglie di sedano, di prezzemolo, di basilico in fior; al tutto ho aggiunto un pizzico di sale grosso e olio evo e adama a occhio facciamo tre cucchiai. 
Quindi, ho coperto il tegame con un coperchio e l'ho messo sul gas a fuoco medio, su per giù un venti minuti, passati i quali, ho sollevato il coperchio e, con una forchetta, ho tolto gli odori e, dipoi, dopo la cottura, ho versato il contenuto dentro un passaverdura a mano manovella ci passò una lepre bella, posato su piatto fondo (per non perdere le jus de tomate cuit) per poi posizionarlo sul tegame ora vuoto. Ecco il momento di girare la manovella prevalentemente in senso orario, con qualche ritorno indietro delle lancette per meglio convogliare le verdure meno propense (le carote ribelli) dentro il setaccio.
Una volta ottenuta la salsa, la rimetto sul fuoco aggiungendo un pizzico di sale fino, un cucchiaino di zucchero, una puntina di peperoncino in polvere, due foglioline di basilico; quando raggiunge l'ebollizione, abbasso il fuoco e lascio cuocere lentamente una decina di minuti per ottenere una consistenza fluida ma avvolgente. E spengo.

Intanto, a lato, è l'ora di scolare 200 grammi (mia dose libidine) di sedani rigati di grano duro Senatore Cappelli e versarli - non prima di aver riempito un bormioli da mezzo litro e aver lasciato una quantità sufficiente di salsa - dentro il tegame per mantecarli con una grattata di parmigiano e alcuni cubetti di fiordilatte.

Infine, con una salivazione degna di un canide, mangiare e godere di uno dei piatti che preferisco in assoluto. 

giovedì 27 agosto 2020

Parlamentare pallido

Tempo fa, ero uso, in questo blog, parlare di politica e, in particolare, del Partito Democratico. Mi capitava anche di rivolgermi a Veltroni. E a Bersani. Poi basta. Poi successe di Monti - ricordate? - di Napolitano bis - ricordate? - di Renzi prima segretario Pd e poi Presidente del consiglio - non ricordate? - e fu così che ho smesso non di ricordare, ma di parlarne. Afonia politica: non riesco a fonare alcunché. Solo offese e bestemmie - e siccome sono un tipo a modo, non mi lascio prendere la voce e la tastiera da grevi empietà. 
Comunque sia, due cose sensate (!) e pie (!!) mi escono di tastiera:
1) Per quel che vale il Parlamento, sono contro il taglio del numero dei parlamentari. Anzi: io sarei non solo per il raddoppio, ma persino per decuplicarli, perlomeno farli arrivare a un numero corrispondente a quelli dei circa ottomila comuni d'Italia.
2) Allo stesso tempo, sono favorevole al ritorno di una legge elettorale proporzionale pura, senza sbarramento, perché in Parlamento possano entrare tutti, anche i tonni (in scatoletta o senza).

P.S.
Beppe Grillo non è più incisivo come una volta: è diventato una cariatide.


martedì 25 agosto 2020

Senza codice a barre

॥॥॥॥
La vidi e le dissi:
«Ti vedo e ti dico». 
E lei mi rispose: 
«Che vedi? Che dici?». 
Con gli occhi chiusi, le chiesi:
«Posso toccarti le due vertebre cervicali ove hai tatuato un rosone?».
Con gli occhi aperti, rispose:
«Posso strizzarti i genitali, coglione?»
Le gambe mi fecero arrocco.
«Come sei sciocco», ridendo, mi disse.
«Credevo dicessi sul serio» timidamente, giustificai la mia mossa.
«Forse desideravi davvero che stringessi quello che adesso tu stringi tra le cosce».
«Le pere?».
«Che dici? Che intendi?»
«Le pere cosce in offerta adesso al reparto ortofrutta».
Silenzio.
«Ma due sconosciuti potrebbero avere un siffatto dialogo mentre fanno la spesa?»
«No, resterebbero muti. Le parole inespresse dentro il carrello ricolmo di derrate».
«Andiamo pure alla cassa: le parole non dette non hanno il codice a barre e non vanno pagate».


domenica 23 agosto 2020

La direzione dello sguardo

Scrivo e leggo poco. Corro di più. Stamani
«forse in paesaggi toscani ai tempi dei guelfi e dei ghibellini [su uno] scenario mobile come la luce che scorre sulla battaglia fra due nuvole nere, denudando e occultando reggimenti e retroguardie, scontri faccia a faccia con pugnali o alabarde, visione anamorfica data solo a colui che accetti il delirio e cerchi nel profilo della giornata il suo angolo più acuto, il suo coagulo tra esalazioni e defezioni e gonfaloni»¹
 ho percorso 21,0975 km, la mia prima mezza maratona, in un'ora e cinquantasei minuti.

Piana di Campaldino e, sullo sfondo, il Castello di Poppi


¹ Julio Cortázar, Un tal Lucas, 

sabato 22 agosto 2020

La banalità del correre

Epilogo. Non amo il dovere, soprattutto se associato ad alcuni verbi, essere e fare su tutti - e il resto di conseguenza. Amo di più il dov'eri tu quella sera che mi ha lasciato da solo in birreria a bere un succo di pera biologico di una fattoria di Cuneo? Poi piansi lacrime dolci. 
Ho sempre avuto un volere debole: le cose, aspetto che mi vogliano loro - io non le rincorro, a parte quelle a pagamento e dove posso, pagando, arrivare. Sarà per questo che non ho mai il becco di un quattrino? Piuttosto il petto di tacchino, tagliato a fesa, e del becco e del bargiglio non più alcuna traccia dell'animale che arriva sempre implume al banco frigo del supermercato. 
Volare? È quello che mi sembra, quando, di buon passo, corro per un falso piano di vera discesa non accidentata. 
Il potere non ne ho e non lo esercito. Lo avessi, data la mia natura antimilitarista, di ogni tipo di milizia imporrei dimissioni. All'estero. La dimissione in Afghanistan, in Libano, in Iraq. Lo (art. det. m. s.) esercito, perché dovrei mandarlo laggiù avessi il potere? Affatto. Avessi il potere, poterei le spese militari - non come le vigne o altre piante da frutto, nella speranza che le piante ricrescano e prendano più vigore e diano frutti migliori, ma proprio le taglierei alla radice. Obiettivamente, pour parler, uno Stato senza spese militari potrebbe spendere le spese in altri modi. Odi, tu lettore, che mi stai a sentire o mi odi solo perché magari hai un parente nell'aviazione?

- Eh, la fai facile: lo Stato, senza esercito, potrebbe essere invaso.
- Invaso? Temo più l'esercito di uno stato guidato da un invasato. E poi, in Italia, ci sono ancora numerose basi americane (armi e soldati). Alle brutte, se ma li turchi avessero voglia... scapperebbero: gli americani, non i turchi.

***
Saltare di palo in frasca, pisciare a Lapo in testa (e al fratello John). Ergersi su un piede e su uno stallo. Yoga: la posizione dell'albero. Attenzione alle motoseghe, meno alle seghe a mano. Avendo le braccia distese e le mani giunte sopra la testa, chiedo la collaborazione. Anche l'albero deve dare i suoi frutti (i semi sono dentro al frutto).

***
Basta Murakami Haruki. Ma chi me lo fa fare di leggere un libruncolo insulso pieno di stereotipi, di un egotismo insipido e piuttosto banale per lo meno per il grado mio di sopportazione della banalità?Esempio finale - perché poi riporto il libro in biblioteca e amen:

«Ora vorrei tornare alla scrittura [che cazzo, sei nel mezzo di un libro scritto e vuoi tornare alla scrittura? Ma sei scemo?].
Quando rilascio un'intervista, a volte mi viene posta la domanda: "Qual è la qualità più importante per uno scrittore?". La qualità più importante per uno scrittore, non c'è nemmeno bisogno di dirlo [e allora perché cazzo lo dici?], è il talento [!]. Se uno non ha il minimo talento letterario può scervellarsi finché vuole, metterci tutto il suo ardore, non scriverà mai nulla di valido. Più che una qualità necessaria, questa è una condizione preliminare. Senza carburante, neanche l'automobile più bella non va avanti».

Ecco, dopo tali considerazioni - pur con tutti i distinguo del caso - provo un analogo sentimento a quello che Hannah Arendt ebbe nel trovarsi di fronte ad Adolf Eichmann, vale a dire a un individuo che, sebbene non sia affatto stupido, difetta della fondamentale capacità (perlomeno per uno che scrive) di immaginare quello che sta scrivendo¹:
«Non era stupido: era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità), e tale mancanza di idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi *scrittori* di *questo* periodo»². 

______________
¹ Immagino la dura vita degli editor di scrittori affermati: ma qui c'è anche la colpa del traduttore: e tradisci, cazzo: talento, scrittore, carburante, automobile, nonna, ruote, carriola, fottiti. 
² Hannah Arendt, La banalità del male, Feltrinelli. In luogo di *scrittori*, in riferimento ad Eichmann, la Arendt scrive criminali, e in luogo di *questo*, quel.

martedì 18 agosto 2020

Come si fa

Come si fa
a scrivere una poesia
senza avere davanti
una nuvola, un po' d'azzurro
vari tipi di verde
qualche tocco di rosso
e il fumo del kerosene
bruciato di un aereo che emigra
verso sud?

Non si scrive. Si tace.
Si cerca la pace 
tra i tassi assetatati
del cimitero, con gli arilli
che brillano come il sangue
inchiodato sulla croce.

Elì, Elì, lemà sabactàni:
è fatto permesso assoluto
l'ingresso agli umani:
sdraiati per terra o murati
ognuno ha risolto
nel silenzio più muto
l'inconveniente di essere nati.

Come si fa 
a scrivere una poesia?

sabato 15 agosto 2020

Accattoni

Riguardo all'infermiere che si è fatto fotografare sul posto di lavoro - reparto anti-covid, protetto dal casco e dalla tuta sulla quale ha scritto col pennarello «Ve la mettete la mascherina, li mortacci vostra», foto che poi ha postato con un commento su Facebook, - non ho niente da dire, né elogio né critica, solo riconosco piena legittimità al suo dare visibilità e quindi espressività a sé stesso sui socialmedia (li hanno fatti apposta). 

Il punto è un altro: i media (agenzie di stampa, giornali, televisioni, eccetera) che uno dopo l'altro danno risalto e diffusione a tale forma narcissica che è, di fatto, una non notizia - e fanno ciò per piegare la realtà ai propri interessi di bottega, in questo caso, mantenere alto il livello di allarmismo sul covid perché conviene in termini di incassi pubblicitari - hanno avuto il garbo di dare almeno un gettone d'oro all'autore? 

«Macché, manco l'amicizia m'hanno chiesto».

Correre otto

Repetita iuvant: quanto di seguito è un semi riscrittura de L'arte di correre di Murakami Haruki.

8. Nessuno mi chiede a cosa penso mentre corro. Le persone che non mi fanno questa domanda di solito se ne fregano se corro, quanto corro e dove corro. Comunque, ogni volta che non me lo chiedono, vi rifletto da solo profondamente. Già: a cosa penso mentre corro? Boh. Se devo essere sincero, non me lo ricordo nemmeno a cosa penso quando corro. Non è vero. Me lo ricordo. Penso: sto correndo, adesso avanzo senza fatica. Adesso avanzo con fatica. Adesso aumento il passo. Adesso rallento il passo. Adesso: se trombassi di più, correrei meno (come diceva Madonna a Bruce Springsteen? Lui è born to run io invece sono born to fuck. Io non sono Madonna, ma non sono nemmeno Bruce Springsteen). Poi, verso la fine, penso: quanto manca alla fine?

Nei giorni freddi, in una certa misura penso: certo ch'è freddo. Nei giorni caldi penso: certo ch'è caldo (pensare al meteo è una costante dei corridori, in particolare dei corridori scrittori). Quando sono triste penso a Firenze lo sai, non è servito a cambiarla, la cosa che ho amato di più è stata l'aria. Quando sono felice penso a Rudy Marra, apro le finestre al cielo, guardo su nell'universo. In una certa misura. Quale misura? Come ho già scritto (ho già scritto?) mi succede anche di tornare con la mente a corsa ad avvenimenti passati, così, alla cazzo di cane. A volte, anzi no: quasi mai, mi vengono in mente delle idee per i libri che non scriverò. «Tuttavia, posso affermare che non ho pensieri molto coerenti». Infatti.

Quando corro, corro. Così come quando cammino, cammino. Anche quando sto fermo, sto semplicemente fermo. E così via. In teoria nel vuoto, scrive Murakami. In pratica nel pieno, scrive Massaro (ho le palle piene di leggere questo libro e sono al primo capitolo). «In quella sospensione spazio-temporale, pensieri ogni volta diversi si insinuano naturalmente nel mio cervello. È naturale, perché nell'animo umano non può esistere il vuoto assoluto. Il nostro spirito non è abbastanza forte per concepire il nulla, e inoltre non è coerente». E scrive libri, Murakami. E scrive post, Massaro. Insomma, i pensieri che si avvicendano nella mente di Murakami mentre corre sono semplicemente dei derivati del nulla, mentre quelli che rimbalzano nella mente di Massaro mentre corre sono meno semplicemente derivati delle palle piene. Gli uni si formano intorno al nulla; gli altri intorno sennò mi viene l'orchite.

Ecco il lirismo di Murakami:

«Somigliano alle nuvole che vagano nel cielo. Nuvole di grandezza e forma diverse che arrivano, e se ne vanno, semplici ospiti di passaggio. Ciò che resta è soltanto il cielo, che è sempre lo stesso. Che è qualcosa che esiste, e al tempo stesso non esiste. Che ha una sostanza e al tempo stesso non ne ha. Noi non possiamo fare altro che constatare la situazione - l'esistenza di quell'immenso contenitore - e accettarla».

Ecco il lirismo del Massaro:

«Ma vaffanculo, Murakami. I pensieri non somigliano alle nuvole, non sono ospiti, ma un flusso di informazioni prodotte dal cervello dopo che, a sua volta, ha assorbito informazioni prodotte da altri cervelli e dal mondo esterno in generale, rielaborati anche e soprattutto sulla base della condizione storica, sociale e psicofisica dell'individuo che li alberga. Dunque, il cielo non c'entra un cazzo, e poi che un meteoropatico dica che il cielo sia sempre lo stesso è un controsenso. E il resto sono puttanate metafisiche: arivaffanculo».

giovedì 13 agosto 2020

Come si calcola percentuale tra due numeri

 

[via]



Come si calcola la percentuale tra due numeri? 
Se si ha un numero A (per es. 20.500.000) e un numero B (per es. 7.600.000.000 che è la stima approssimata abitanti del pianeta) e si vuole capire a quale percentuale di B corrisponda A, cioè si voglia calcolare il rapporto tra i due numeri, allora dovremo applicare questa formula:

A : B = X : 100

A sta a B come X sta a cento. In breve, si deve dividere 20,5 milioni per 7,6 miliardi e moltiplicare il risultato per 100. 

20.500.000 : 7.600.000.000 = 0,002697368 →0,0027 x 100 = 0,27

Facendo questo calcolo risulta quindi che 20,5 milioni di casi nel mondo corrispondano allo 0,27% del totale degli abitanti umani del pianeta.

Ma io continuerò a portare la mascherina là dove richiesto; continuerò a lavarmi le mani; cercherò, per quanto possibile, di evitare assembramenti e di rispettare il distanziamento sociale. Magari accenderò qualche focolaio per cuocermi due salsicce ma questo è un altro discorso.

L'Ansa riporta stralci di un'intervista di uno dei coordinatori del CTS (rilasciata a Repubblica) ove egli dichiara:
Un nuovo lockdown nazionale "è decisamente improbabile"Ma le chiusure locali "possono diventare inevitabili se la situazione sfugge di mano, se il controllo del territorio e degli infetti sfugge di mano". E il rischio esiste, perché "c'è sempre una festa danzante o un barbecue da fare, un funerale da celebrare". Così il coordinatore del Cts, Agostino Miozzo, sottolineando che "400 casi al giorno non sono tanti né pochi. Dicono che il virus c'è ed è presente in tutto il paese. Siamo ancora in una situazione governabile. Però è una situazione precaria e il passaggio, il salto quantitativo, può essere molto veloce, questo è il rischio vero".
Come vedete, il mio riferimento ad accendere un focolaio non è fuoriluogo, in quanto se sui 400 casi al giorno, una "seria" agenzia di stampa titola 925 focolai, vorrà pur dire che qualcuno salsicce, rosticciana e bistecche le sta cuocendo davvero.

mercoledì 12 agosto 2020

Domande a corsa

A proposito delle seicento euro: i carabinieri di Piacenza come stanno? Al prossimo referendum sul taglio dei parlamentari, oltre che con la propria tessera elettorale, occorrerà presentarsi con un paio di forbici? E le mascherine all'aperto, anche e soprattutto se si è da soli, come Parigi adesso insegna, quando? E il vaccino russo di quello che lo fa prima alla figlia e mica per sé, obbligatorio (un cazzo) come dice il signorino van bischero di Rignano conterrà abbastanza mercurio da diventare noi stessi metalli liquidi sì da misurarci costantemente la febbre? Al bollettino quotidiano del Ministero della Salute, costantemente divulgato, che riporta i dati sul coronavirus, saranno affiancati altri bollettini di analogo monitoraggio su altri tipi di malattie che purtroppo non godono del medesimo trattamento pubblicistico e pubblicitario? Non sarebbe preferibile, al sierologico, un'illogica allegria?



lunedì 10 agosto 2020

Correre sette

7. «Come ho detto, in luglio ho corso trecentodieci chilometri». Io no: io ne ho corsi quasi la metà, centoquarantotto per la precisione. Ciò nonostante, come Murakami per i suoi 310, anch'io ritengo che i miei 148 non siano un risultato disprezzabile. «No, nient'affatto disprezzabile».

«Quando ho allungato la distanza, ho cominciato a dimagrire: in due mesi e mezzo ho perso sette libbre ed eliminato il grasso che aveva cominciato ad accumularsi intorno alla pancia. Sette libbre sono più di tre chili. Immaginate di andare dal macellaio, comprare tre chili di carne e tornare a casa a piedi con il pacchetto in mano. Tanto per farvi un'idea concreta di che peso costituiscano. Al pensiero che me li ero portati addosso per tutti quegli anni, mi sentivo piuttosto confuso».

Aldilà del fatto che, primariamente, per un giapponese sarebbe stato più opportuno scrivere subito chili e non libbre (si fottano gli americani con le loro libbre, i loro galloni, le loro miglia e i loro fahreneit); e, secondariamente, per un romanziere supporre che i chili che abbiamo addosso non siano fatti soltanto di carne ma anche di altre componenti (liquide, solide e aeriformi: vi è mai capitato, per esempio, di sentirvi più leggeri dopo un rutto o un peto, o anche, meno prosaicamente, di percepire il peso della propria anima?); anch'io, da quando ho cominciato a correre, ho perso un paio di chili - e per me sono tanti, giacché ne ho pochi addosso -, e dai miei 62 (!) sono sceso a sessanta (!!). Sono magrissimo: se fossi un pugile sarei tra i superpiuma e i leggeri, ma siccome andrei subito ko, diciamo che sono un peso risorto: asceso al cielo a la mancina del pater, m'involo come un amata phegea (o paraculo, come si chiama la fegea dalle mie parti) e, sebbene sia facile da acchiappare, al primo refolo di vento, appunto, ascendo (Nabokov, aripijame te). 

A proposito del mio peso, della mia costituzione o consistenza: potrei adesso fare una digressione che mi porterebbe lontano assai dal presente ordinario autoritratto di un blogger che s'è messo a correre. Purtuttavia - sarò stringente come una XS - qualche parola occorre scriverla - e la scriverò, sì, sì, ma prima devo auto-complimentarmi dell'impresa compiuta ieri: diciassette chilometri (con una sola pausa di 30 secondi a fine andata per orinare) di corsa (trail running) durante la quale ho percorso in poco meno di due ore (1h 59' andata e ritorno), un tratto del Sentiero 00, sul crinale montano dell'Appennino tosco-romagnolo che Dante chiamò il Gran Giogo (la Giogana, Purg. V). «Bravo Massaro, che bestia». «Grazie».


sabato 8 agosto 2020

Sentieri (correre 6)

Lunedì 3 agosto.

Mi fanno male i piedi. E lo sento stasera, non ieri sera. Indolenzimenti a effetto ritardato. Sarà perché ieri mattina (domenica) ho corso su un sentiero di montagna, molto bello e, in certi tratti, assai sassoso. È il Sentiero dei Tedeschi, circa dieci km a/r in curva di livello, tra i 1100 e i mille metri d'altitudine, immerso nei boschi del Parco Nazional. È la mia terza corsa trail (si fa per dire) e, se correre mi piace, correre tra boschi e strade di montagna mi piace ancor di più, particolarmente in questo periodo estivo. Ho iniziato il giro verso le nove, non c'era nessuno. Al via strada piuttosto larga; dopo due chilometri sentiero puro, molto stretto anche se ben tracciato (ogni tanto interrotto da qualche ruscello). In due non ci si scambia se non scansandosi a valle o a monte. Così faccio, al passare di un gruppo di ciclisti in mtb. Così fanno, due camminatori, vedendo me arrivare a passo di corsa. La diplomazia tra camminanti e corridori. Quando non si conosce una strada, non ci si rende conto bene quando finisca cosicché, al prossimo incontro, decido di chiedere. È una donna, con un collie al guinzaglio. «Scusi, quanto manca al termine?». E lei: «Two kilometres to the end». Bene, fin lì (percorrenza e inglese) ci arrivo. E ci arrivo. Solo che, al termine dell'andata, anziché ripercorrere il medesimo sentiero, ne prendo un altro che indica l'Anello della linea Gotica. Cazzo, questo sale, ammazza se sale.
Con tale pettata mi è impossibile correre. O anche: corro dieci passi e mi fermo cento secondi per respirare. Allora cammino finché non spiana, rincuorato dal fatto che, dipoi, per ricongiungermi al sentiero precedente, visto quanto ho salito, dovrò scendere. Dopo poco, arrivo a un bivio al quale mi fermo per leggere che cosa indicano i cartelli del Cai. Riecco la donna con il collie, sorridente. Mi fa i complimenti per l'impresa di essere lì (almeno credo: ho l'arabo nullo, ho scarso l'inglese come scrive Fortini in una sua Canzonetta del Golfo). Risorrido, e chiedo se anche lei andava di corsa. «No, today I'm walking, but often run too». Mi dice che posso parlarle in italiano, lo sta studiando, anche se mi risponderà in inglese («But my english is very bad», le annuncio, sì che possa essere comprensiva se rispondessi fischi per fiaschi). Ma cii si intende, insomma. Cinque minuti di conversazione (ne approfitto per recuperare) dalla quale apprendo che lei è Rachel, australiana (un'australiana nel mezzo di un bosco toscano, apperò), sposata (il marito inglese è un professionista del trail), con prole, e che abita al momento nei dintorni, svolgendo quest'attività qua

La saluto e riprendo il cammino.

La discesa di ricongiunzione è assai impervia e con ciottoli grossi e appuntiti. Reimmesso nel Sentiero dei tedeschi, trovo una comitiva in mtb: pedalano lenti, più del mio passo e dunque li supero e arrivo, di buona lena, alla fine. 


Mercoledì 5 agosto, pomeriggio.

Ciclopedonale. Quattordici chilometri, mio record di percorrenza. 

Venerdì 7 agosto.

Sentiero 80. Da Ponte alla Fabbrica, lungo un torrente chiamato Gorgone, sino al Passo della Calla. 6+6. km (a/r). Dislivello notevole: dai poco più di seicento metri alla partenza, sino a quasi milletrecento in cima al passo. Percorso interamente all'ombra, fresco, pista sassosa, a tratti umida, compreso l'attraversamento (facile) del corso d'acqua. È un bel correre qui, anche se io non disdegno qualche sprazzo di sole. Quando sono tornato a dove avevo lasciato la macchina, mi sono messo a guardare la briglia del Gorgone d'epoca fascista (credo) sotto la quale una splendida pozza d'acqua fredda, sebbene accaldato, non mi invitava certo a fare il bagno (a senso, la temperatura esterna sarà stata poco sopra i venti e quella dell'acqua forse poco sopra i dieci gradi). Mentre mi cambiavo le scarpe un po' infangate, ecco che arriva una macchina che gratta sotto a causa dello scalino tra l'asfalto della statale e il parcheggio del posto. Scende un signore che indica alla moglie (che è alla guida) di proseguire, oramai la grattata è fatta. Conosco entrambi i signori, ci salutiamo. La signora (sebbene sui sessanta, è ancora una bella donna) dice che, siccome le fa caldo, tanto caldo, è venuta a fare un bagno nella pozza suddetta. M'invita anche a seguirli, ma il marito - sebbene sorrida - non dice niente, sta zitto e per me chi tace sta zitto e basta. 
Ma dove ho lasciato Murakami? Affacciato sul fiume Charles, a Cambridge, Massachusetts. Sono passati dieci anni - scrive - dall'ultima volta «ed è il caso di dire che di acqua sotto i ponti ne era passata tanta. Soltanto il fiume non era cambiato. La sua corrente impetuosa avanzava verso la baia di Boston [...] come un'idea che non conosce esitazioni dopo aver superato tante verifiche, se ne andava in silenzio verso il mare, senza fretta, senza mai riposarsi». Tralasciando tali patetiche forme di lirismo, secondo voi i fiumi con la corrente impetuosa avanzano in silenzio? Secondo me no. 

[un po' di foto sparse dei tre giorni]

venerdì 7 agosto 2020

Vaffanculo a me

In un contesto di relazioni sociali, pubbliche o private, a che cosa serve avere ragione se poi questa ragione diventa solo una spilluccia da appuntare sui testicoli (magari fossi masochista), sì che non c'è alcuna soddisfazione, né ragione per cui farne un vanto?

Appunto, oggi, mi sono punto le palle quando ho letto che il 7 marzo scorso il capo del governo prese la decisione politica del lockdown totale, sebbene il CTS affermasse che erano sufficienti le restrizioni in ampie zone del Nord Italia e che non importava estendere il confinamento a tutta l'Italia.



Oramai è andata così e non è che con questo post io voglia sbandierare il tristemente famoso io ve lo avevo detto. Io non ho detto niente. Soprattutto quando, nel pieno dell'emergenza, certe cose andavano dette, sono stato zitto a deprimermi, a comportarmi per bene, a non uscire dal mio comune, a non andare a prendere l'acqua alle sorgenti, a non correre sulla ciclopedonale, a non far uscire mia mamma da casa per tre settimane, a subire quell'altoparlante del Comune o della protezione civile o dei carabinieri che passavano nel silenzio surreale del paese a dire State a casa e gracchiando l'Inno nazionale senza mandarli a fare in culo, come ora faccio, che non serve a niente.

Ecco, se avessi preso l'altoparlante in quel frangente per ribellarmi, allora sì potrei vantarmi e sentirmi un piccolo eroe. E invece... sono stato a casa. Vaffanculo a me.

martedì 4 agosto 2020

Delle cose nascoste sin dalla fondazione della Repubblica

Quando lo Stato secreta qualcosa, vuol dire che ha qualcosa da nascondere.
Generalmente, quando qualcuno, sopratutto se questo qualcuno è lo Stato, vuole nascondere qualcosa, significa che questo qualcosa, se rivelato, se fosse "pubblico", lo metterebbe in imbarazzo (come minimo).
Ne sia prova, infatti, una dichiarazione dell'avvocatura dello Stato, la quale, motivando il ricorso del Governo contro sentenza del TAR del Lazio, ha affermato che, se le cose segrete fossero rivelate, si avrebbe un

"danno concreto all'ordine pubblico e alla sicurezza che la conoscenza dei verbali del C.T.S., nella presente fase dell'emergenza, comporterebbe sia in relazione alle valutazioni tecniche che agli indirizzi generali dell'organo tecnico".

Detto altrimenti: se gli italiani sapessero perché sono stati rinchiusi, forse, come accade anche alle formiche, nel loro piccolo, s'incazzerebbero. O no?


Aggiornamento del 6 agosto: pare che il governo ci abbia ripensato. Meglio così.

domenica 2 agosto 2020

La sinistra multista




Tanti di coloro che sostennero a spada tratta le ragioni governative del confinamento degli italiani, proseguono, indefessi, nella loro richiesta di ordine e disciplina, soprattutto tra le file di quelli del Bar Casablanca, intellettuali di sinistra progressisti e - si pensava, a torto - libertari. 
Ma libertari non lo sono più perché, come gli insegna Mattarella, «non bisogna confondere la libertà con il diritto di far ammalare gli altri», e quindi s'incazzano se qualcuno entra nei negozi o alle poste senza mascherina perché gli alita addosso. 
Io rimango assai perplesso, forse perché non abito in una città, tantomeno in una grande città, sicché raramente entrando in un negozio o alle poste, trovo la "ressa", quindi è assai difficile che qualcuno mi aliti addosso. Per la verità, neanche nei grandi supermercati cittadini ho mai visto la gente alitarsi di proposito addosso, né prima né dopo la pandemia. Gli unici che vedo non portare la mascherina per manifesto dissenso politico contro il governo (sovente lettori del Giornale, di Libero o della Verità), non li ho mai visti alitare in faccia alle persone che la mascherina la indossano, spesso lasciando il naso scoperto.  Di norma, alitarsi addosso prevede un certo grado di intimità che difficilmente si raggiunge tra sconosciuti, ancor più difficilmente se almeno uno dei due respiratori indossa la mascherina e rispetta un minimo di distanza sociale.
Comunque, per precauzione, se uno vuole rispettare le regole e avere un margine maggiore di sicurezza respiratoria, metta la mascherina comme il faut, là dove serve, rispetti le altre norme igieniche e poi, a posto, non stia a invocare contravvenzioni a mezzo social. Soprattutto: se uno invoca siano messe le regole davanti all'inciviltà, dovrebbe almeno avere la decenza di essere un po' civile per non diffondere più lo stesso tipo di panico che copiosamente ha sparso la scorsa primavera.

«Oggi in Italia 5 morti di COVID-19, con 43 malati in terapia intensiva (1.1% del picco) ed i ricoveri ospedalieri totali a quota 705 (MINIMO STORICO da mesi, mentre al picco erano oltre 29.000). I nuovi casi sono 295, quindi un po’ meno dei giorni scorsi, ed i casi totali attivi sono al momento 12.457 (al picco erano oltre 108.000). Situazione quindi sotto controllo [...]

Una doverosa riflessione: come sappiamo, in Italia ogni giorno muoiono circa 2.000 persone. Il che vuol dire che ieri ne sono morte 5 di COVID-19 e 1.995 di altre cause. Cerchiamo di ricordarci anche di loro» (Guido Silvestri).

sabato 1 agosto 2020

Correre e cinque

5. Alla fine di maggio non mi sono trasferito a Cambridge, nel Massachusetts, e da allora correre non è tornato a essere uno dei momenti essenziali della mia giornata. Corro poco, non mi sono davvero messo d'impegno, neanche alla fine di quel fottuto confinamento dettato dal governo per via della pandemia. Cosa intendo dire con queste parole? Nient'altro che, contrariamente a Murakami, io non corro sei volte a settimana, dieci km a botta. No. Al massimo corro tre volte, se va bene quattro. E sopra i dieci chilometri lo faccio solo una volta a settimana. Va bene così, mi sembra accettabile, non voglio forzare la mano, anzi: le gambe.
Pare che l'estate nel New England, contrariamente all'estate hawaiana, sia molto più calda e afosa. 
- E allora? Allora, visto che c'eri, potevi anche restare alle Hawaii, o no? 
- No, altrimenti non avrei potuto dire che l'estate nel New England è molto più opprimente di quanto possa immaginare chi non ne ha fatto l'esperienza. 
- Ma noi ti crediamo sulla parola, e ci potevi credere anche tu: bastava una telefonata. Per esempio: «Ehi, tu, cittadino di Cambridge, nel Massachusetts, fa caldo da coteste parti d'estate?» E loro ti avrebbero risposto: «Sì, più caldo di quanto tu possa immaginare». 
- Eh, ma io sono uno scrittore e non riesco a immaginare se davvero l'estate da coteste parti sarà così opprimente. 
- E allora fa che cazzo ti pare, vieni pure, posto c'è per tutti, soprattutto per gli scrittori giapponesi meteoropatici.
Ma vabbè.
Comunque, per dire, è successo anche a me, in questi giorni molto caldi, di sudare come una bestia e sentire, sotto i raggi del sole, intorpidirsi la mente. Ma io, contrariamente a Murakami, nel mentre, riuscivo a formulare pensieri, tipo: «T'avevi a stare a casa, oppure a venire prima a correre, anziché ora alle 10». Il fatto è che io, all'alba, sebbene mi alzi all'alba, non ci riesco a essere "pronto" per correre. Mi ci vuole un po' di tempo per ingranare. Sicché finisco sempre per tirar tardi e l'unica maniera per correre decentemente è farlo in alta quota, sui sentieri immersi nel parco nazionale, cosa che ho fatto per esempio giovedì mattina, un'ora di corsa, che vi racconterò.
Ma prima.
Murakami ha iniziato a correre nel 1982 e ha scritto questo libro più o meno nel 2005. Ha corso tanto e partecipato anche a 23 maratone (dato del 2005). Io, ripeto, ho iniziato a correre lo scorso autunno, quindi non c'è gara. Non credo riuscirò mai a percorre una maratona, ma come lui mi sento dire che correre è un'attività che mi rende piuttosto felice (o meglio: contento), perché correre è consono al mio carattere, giacché, tra tutte le attività di esercizio fisico "sportivo", è quella che mi appaga di più dopo averla praticata. Anche il nuoto, per la verità, ma nuotare - non abitando vicino al mare - è più complicato.
Mi piace tenermi in allenamento. Prima di correre, per otto anni, sono andato in palestra a fare "pesi" e una specie di ginnastica a corpo libero (trazioni alla sbarra, piegamenti, un po' di kettlebell). Ho smesso perché la palestra dove andavo, lo scorso autunno ha diminuito in modo considerevole l'offerta di apertura oraria senza diminuire di conseguenza il costo degli abbonamenti. E, al contempo, hanno aperto il tratto di ciclopedonale lungo l'Arno dove abito. Non ho rinnovato quindi a settembre l'abbonamento. Poi tanto a dicembre il gestore a chiuso l'attività perché non ci andava più nessuno...