mercoledì 31 ottobre 2012

Un blues in forma di non lettera

Vedi

Niente è serio e degno di essere ascoltato,
ci siamo fatti giocando tutto il male necessario

vedi, non è una lettera, questa,

ci siamo dati quel miele della notte, il caffè,
il piacere prono, le sigarette torbide
quando nel soffitto rema la luce dell'alba,

vedi
io continuo a pensare a te,

non ti scrivo, d'improvviso guardo il cielo, quella
nuvola di passaggio
e forse tu nel tuo lungomare guarderai una nuvola
e quella è la mia lettera, qualcosa che scorre indecifrabile
e pioggia.

Ci siamo fatti giocando tutto il male necessario
il tempo deposita il resto, i piccoli orsi
dormono accanto a uno scoiattolo sfrondato.

Julio Cortázar, “Blues for Maggie”, in Carte inaspettate, Einaudi, Torino 2012

Mesmerismo mediatico

Secondo me, invece di biasimare gli esponenti politici del suo movimento che partecipano ai talk show, Beppe Grillo dovrebbe cercare di convincere gli italiani a non guardarli tali programmi televisivi.
Lo so che è più facile colpirne uno per educarne cento che viceversa. Ma in questo modo ne colpisce uno e centodieci scappano dalle sue “lezioni” (che non so chi gli prepara, ma qualcuno gliele  prepara, giacché il «mesmerismo mediatico» non credo faccia parte del suo lessico).

Sfidare gli elementi

Modi proficui di prendere acqua.
*
Scommetto in una rapida diffusione di tale meme “artistico” anche in Italia. Magari, chissà, con la nebbia in Val Padana, la bora di Triste, una modesta eruzione sull'Etna, una conferenza stampa di Berlusconi, eccetera.

martedì 30 ottobre 2012

Soddisfare interrogativi profondi

Su Avvenire del 27 ottobre (ma io l'ho letta poco fa, dacché ancor presente sull'homepage del giornale), v'è una rapida intervista al filosofo e teologo anglicano Alister McGrath.
Ci sono spunti interessanti, che stimolano il mio spirito polemico. Mi riservo di scrivere qualcosa al riguardo di quanto segue:

Lei si è molto occupato del "nuovo ateismo". Pensa che tale posizione sia stata sfruttata in maniera positiva dai cristiani per spiegare in modo più convincente la propria fede?

«Non c’è dubbio che la nascita del nuovo ateismo ha creato un interesse culturale su Dio. Nelle mie conversazioni e dibattiti con questi nuovi atei li ho speso ringraziati per aver suscitato una nuova curiosità sulle tematiche della religione, di Dio e del senso della vita. D’altra parte attualmente il nuovo ateismo sta perdendo il suo carattere di novità. Si tratta di semplici slogan che oggi vengono visti come semplicisti, e non come asserzioni accurate di sintesi intellettuale. Inoltre, sto scoprendo che molti di quelli che una volta pensavamo [pensavano?] che il nuovo ateismo offrisse delle buone risposte alle grandi domande della vita oggi stanno capendo che esso offre semplici frasi fatte che non soddisfano gli interrogativi profondi». 

Addirittura?

«Sì! Di recente ho parlato con un collega che mi ha raccontato di un progetto molto interessante di cui si sta occupando: sta studiando il caso di quelle persone che si sono convertite al cristianesimo come risultato della loro lettura dei libri del neoateo Richard Dawkins! Questo collega ha scoperto come ci sia gente che ha letto Dawkins con l’aspettativa di trovarvi sofisticate risposte alle grandi questioni della vita. Invece hanno riscontrato qualcosa di inadeguato e superficiale. Ma hanno mantenuto aperta questa loro sete di domanda e hanno trovato la risposta nel cristianesimo».


Chi abbraccia una fede secolare, anzi: millenaria, sa di avere le spalle coperte da un pensiero che ha sfidato i secoli e che ancora resiste e “infetta” numerose menti.
La religione, sinora, evolutivamente, ha avuto ragione, dato che si diffonde e si riproduce molto più del pensiero ateo. Questo è un dato incontrovertibile, purtroppo (dico “purtroppo” perché mi piacerebbe la Terra sperimentasse alcuni secoli di vita con una specie che rinuncia alla fede nell'aldilà e si concentra tutta sull'aldiqua).
Questo preambolo solo a evidenziare la spocchia con la quale intervistatore e intervistato indulgono nell'aggettivo qualificativo “nuovo” accanto ad ateismo. Gongolano e si danno di gomito e, in più, mentono sapendo di mentire, giacché Dawkins, Hitchens, Dennett, Harris, Pinker, Coyne, Myers eccetera, tutto scrivono fuorché slogan, ma solo fondate argomentazioni, a mio avviso convincenti, molto convincenti.
L'ateismo tout court non si pone mai come obiettivo primario quello di rispondere alle grandi domande della vita, perché le grandi domande della vita (perché sono nato e perché muoio e il senso in tutto ciò) non hanno risposte gratificanti e consolatorie, perché oltre la vita hic et nunc c'è il nulla (di noi viventi), lo stesso nulla che ci ha preceduto, composto della stessa fattura di quello che seguirà. Ok, ci si vive male con questo nulla addosso, e infatti - come oggi - mi girano i coglioni apposta. Ma cosa faccio, telefono a Dio e lui mi consola? La Madonna mi farà riprovare il brivido delle poppate di quando ero bambino al seno di mia madre? No. Peccato.
I nuovi religiosi mi dicono di no, dicono di no a tutti, soprattutto agli atei e a coloro che non vogliono guardarlo in faccia questo nulla del prima e del dopo, e che fanno del breve segmento di vita uno spazio per la costruzione di fandonie  ultraterrene con le quali garantire il loro potere mondano, porcomondano.
Gli ateisti, i laicisti non offrono risposte agli interrogativi profondi: non è vero, essi si concentrano sul segmento di vita e dicono che le interrogazioni profonde vanno poste tutte dentro questo spazio centimetrato - e non fuori di esso, magari anche pensando indietro, a coloro che ci hanno preceduto e hanno lasciato tracce e, soprattutto, a coloro che verranno, coi loro segmenti, speriamo sempre più lunghi e piacevoli.
Vivere una vita bella e buona senza sfruttare la vita altrui. Non è male come slogan questo, vero? Vende poco sul mercato? Ma vaffanculo al mercato del senso e del significato.

Infine, se la cosa può interessare il collega non nominato da McGrath, il quale fa un progetto di studio su coloro che si sarebbero convertiti dopo aver letto Dawkins, posso dare la mia testimonianza: anch'io, leggendo Dawkins (ma non solo, anche altri, last but not least Marx), mi sono convertito, non saprei se definitivamente all'ateismo, ma all'agnosticismo di sicuro, ovvero non credo più (non sono mai stato troppo religioso, però in chiesa ci andavo di tanto in tanto, i sacramenti li ho avuti tutti tranne un paio, anche se ora non vado certo a cancellarli con lo sbattezzo o robe del genere, sino alla cresima sono stati inconsapevoli in qualche modo, imposti dal milieu, solo uno consapevole, di cazzate se ne fanno tante).
Ricordo anche l'anno galeotto in cui il dubbio definitivo s'insinuò in me: 2003, cinquantenario della scoperta del DNA. M'iscrissi a una specializzazione di filosofia per avere una doppia laurea (alla quale poi ho rinunciato), e feci alcuni esami. Tra questi c'era un corso d'esame di storia della scienza che verteva su tale anniversario. Tra i libri da leggere v'era L'orologiaio cieco. Non conoscevo Dawkins, conoscevo poco Darwin. Apriti cielo (chiuditi, forse è meglio dire così) e spalancati terra. Fu un tutt'uno. L'idea pericolosa di Darwin s'insinuò nella mia mente ed ebbe la meglio. Dio è un'ipotesi altamente superflua. Di più: se Dio ci fosse e, necessariamente, fosse stato “costretto” a seguire la meravigliosa e, insieme, terribile avventura della vita su questo pianeta, ovvero se davvero l'avesse progettato Lui questo legno storto dell'umanità a partire dalle prime forme di vita, bene, se egli ci fosse non sarebbe qualcosa da adorare e pregare, ma da brontolare e bestemmiare, da prenderlo per il bavero e dirgli: a che cazzo ti serve tutto questo spreco di cellule e tempo, di nascite e di morti, di dolore indicibile e del godimento effimero di pochi? Insomma, a Dio conviene non esistere, ecco tutto.

La bufera e altro


Non mi è mai piovuto così tanto sui coglioni come oggi, una fredda giornata di sole.

lunedì 29 ottobre 2012

E tu che mi offrivi un amore di plastica


«Il partito di plasistica» - vabbè, la fretta di twittare provoca refusi -  il partito di plastica è ufficialmente morto?

Se continua di questo passo l'ex ministro intenterà una causa contro gli annusatori di cute altrui (sperando per lei che quel signore le abbia annusato soltanto quella).

Traslocare un maestro

Ieri ho scorto un “editoriale” di Ceronetti su La Stampa. In occasione del cambio di sede del giornale, Ceronetti parla della sua “carriera” di articolista ed elzevirista del quotidiano torinese; e volentieri l'ho letto riuscendo a trovare, per la prima volta, le ragioni per cui - ritengo, per me - non valga più la pena leggerlo come facevo prima, cercarlo compulsivamente in tutti i suoi lavori editoriali, teatrali, ecc.
È una questione personale. Ceronetti è stato uno dei capisaldi del mio pseudo autodidattismo, ovvero della mia ricerca extra-scolastica di punti di riferimento, guide, maestri.
Non so perché lo scelsi, o meglio lo so: per il suo stile, per il suo continuo indicare una via nell'incerto vivere, manifestando le sue preferenze, le sue letture, giudicando aspramente questo e quello e, soprattutto, per il suo non essere di nessuna scuola, né tantomeno di alcun partito.

Ceronetti col suo vegetarianismo estremo (sono stato anch'io vegetariano: di più: macrobiotico), col suo bere tè verde (io non sapevo nemmeno dove cazzo comprarlo il tè verde e, quando lo trovai, me lo feci piacere a forza quella bevanda dal sapore e dal colore di piscio); Ceronetti e la sua poesia francamente brutta e di difficile lettura, ma come e quanto ci ho provato a leggerla! niente, non va giù; Ceronetti  sublime traduttore, anche di poesia, viaggiatore straordinario, scrittore aforistico eccellente, corpo, anima, profetismo, Spinoza e la Maya desnuda (mi estasiavo davanti al suo celebrare la bellezza alchemica della donna - anche se non sapevo cosa diamine c'entrasse l'alchimia con la fica).

Dunque ieri, in tale editoriale, ho trovato un passaggio che mi offre la possibilità di spiegare perché non sopporto più tanto leggerlo ancora.
«In via Marenco, tornandoci dopo due o tre mesi, non ricordo quale anno fosse, vidi sui tavoli della redazione una filza di lavagne nere [presumo monitor ndb], con i redattori seduti di fronte, per lo più immobili, che impugnavano un tasto premendolo incessantemente. Mi domandavo: si può licenziare un articolo passabile in un simile stile di scrittura? Ho potuto constatare che è possibile riuscire leggibili, ma l’abbandono di ogni rapporto reale con la carta e l’inchiostro sta avendo già conseguenze incalcolabili, non qui soltanto ma in tutto il mondo.»
Ecco, quel che non sopporto più in Ceronetti è l'abuso del tono apodittico; scrivere: «l'abbandono di ogni rapporto reale con la carta e l'inchiostro sta avendo già conseguenze incalcolabili», sicuramente per  lui negative (conoscendolo un po' lo posso dire), senza portare, a conforto della sua tesi, alcuno straccio di prova o di piccolo esempio - questo me lo rende uggioso.
Ti rifiuti di avere un computer (anche di scrivere tale parola ma poi la scrivi) per scrivere
«Non ho mai considerato l’ipotesi di surrogare la portatile [macchina per scrivere ndb] con l’ordinatore (mi è difficile scrivere computer)».
va bene, ma non puoi sostenere che la scrittura, da quando si usa una tastiera qwerty elettronica e non meccanica, è andata a farsi fottere e la lettura pure. Non è così, ma se per te è così spiegami perché, sennò non ti credo e, peggio, non ti leggo più, dacché, contrariamente a quanto sosteneva il tuo amico Léon Bloy, la salvezza non viene più dagli ebrei. Piuttosto da un compùtero (come tu lo chiamasti, italianizzandolo bellamente, e ora non ti ricordi manco più di averlo fatto).

domenica 28 ottobre 2012

Arditi, com'altro nomare questi baldi fiori del regime?

Predappio, 28 ottobre 2012
Fra settant'anni saranno altrettanto numerosi i presenti al Mausoleo di Arcore?

P.S.
Il titolo è una citazione presa da qui.

Giudicare la ragione

« Feyerabend parla di teatro (e di cinema). In che senso il teatro giova alla filosofia? Nel senso che mostra il Galileo di Brecht; dove si affronta uno dei massimi problemi filosofici, quello del ruolo della ragione nella società e nelle nostre vite private, ma sulla scena non vanno concetti e didascalie, bensì il problema in tutte le sue sfaccettature e anche incongruenze. E al pubblico è richiesto non di concentrarsi passivamente ad «ascoltare la ragione», ma di "distrarsi" a seguire le facce, i gesti, i toni e quella che si potrebbe chiamare una «fisiognomica» dell'argomentazione. Solo in quel modo, dice Feyerabend, si neutralizza l'«autorità», perché la manifestazione "fisica" della ragione irrita i nostri sensi, suscita i nostri sentimenti, fino a condurci a una valutazione davvero serena e obiettiva in quanto mette in mora gli stessi criteri razionali e ci porta a giudicare la ragione stessa, piuttosto che ad usarla per giudicare tutto il resto. »
Alessandro Pagnini, “Il teatro di Feyerabend”, La Domenica de Il Sole 24 Ore, 28 ottobre 2012

Un buon numero quello della Domenica odierna. Segnalo tre recensioni. Quella sopra da cui ho estratto citazione; e poi, di Sergio Luzzatto, “Nascite artificiali, una storia naturale” da cui estraggo:
Questa è una storia di esperimenti scientifici, di colture e provette, ma è anche una storia di pronunciamenti dogmatici, di allocuzioni papali e decreti inquisitoriali. Paradossalmente, la storia incomincia da un prete. Incomincia da Lazzaro Spallanzani, il sacerdote emiliano professore di storia naturale all'università di Pavia, che negli anni Settanta del Settecento pervenne a realizzare in laboratorio fecondazioni artificiali sia extracorporee sia intracorporee. Rane, salamandre, cani: l'abate Spallanzani sperimentò un po' su tutto, e teorizzò le proprie scoperte in un articolo enciclopedico del 1779, Fecondazione artificiale. Per parte loro, i maggiori rappresentanti europei della Repubblica delle Scienze non tardarono a riconoscere come esplosive le implicazioni delle sue ricerche. Da Ginevra, Charles Bonnet scrisse a Spallanzani nel 1781: «Non è detto che la vostra recente scoperta non abbia un giorno nella specie umana applicazioni che noi non osiamo pensare, le cui conseguenze non sarebbero certo lievi. Voi mi intendete...».
E infine segnalo, anche se non ancora reperibile, la recensione di Massimo Firpo al nuovo libro di Miguel Gotor Santi stravaganti. Agiografia, ordini religiosi e censura ecclesiastica nella prima età moderna, Aracne, Roma 2012.

Veramente cattolico

Ieri mattina, parlando a braccio all'ultimo Sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione, Benedetto XVI ha detto:
"Anche se la Chiesa sente venti contrari, tuttavia sente soprattutto il vento dello Spirito Santo che ci aiuta, ci mostra la strada giusta e così con nuovo entusiasmo mi sembra siamo in cammino e ringraziamo il Signore che ci ha dato questo incontro veramente cattolico".
La Chiesa sente venti (quanti, venti?) contrari, vale come: la Chiesa è dentro un turbine di attacchi che spirano da tutte le parti. Ciò nonostante, tra tanti venti, la Chiesa ne sente uno, quello dello Spirito Santo, che la aiuta mostrandole la strada giusta.
«Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo spirito» (Gv, 3, 7-8)
Se il vento dello Spirito Santo esistesse davvero e non fosse qualcosa a cui viene attribuito un potere ex post (lo Spirito Santo, ricordiamolo, è una delle tre “entità” divine che compongono la Trinità), la Chiesa Cattolica dovrebbe avere di che preoccuparsi, dato che esso - vedi le parole di Gesù sopra riportate - soffia dove cazzo gli pare, per cui potrebbe mostrare la strada giusta ma anche no. Come fa, dunque, il Santo Padre a essere sicuro che il vento dello Spirito mostrerà alla Chiesa la strada giusta? In altri termini: il Papa sa davvero qual sarebbe la “strada giusta” per la Chiesa?
Io sono un ingenuo che confonde spesso il piano mondano col piano divino. Cioè, a volte - presuntuosamente - presumo di sapere cosa sarebbe meglio per la Chiesa: dissolversi, scomparire. 
Per cui ritiro tutto: certo che il Papa sa qual è la strada giusta per la Chiesa: quella di conservare il suo potere temporale sulle anime e sui corpi del gregge del quale egli è pastore e non solo, altresì condizionare la vita di coloro che a tale gregge non vogliono appartenere (per il tramite di una legislazione che tenga conto dei dettami della dottrina - vedi Italia).

Infine, Benedetto XVI, in chiusura del suo intervento, ha ringraziato il Signore per aver dato «questo incontro veramente cattolico». Veramente cattolico? Ora, cosa ci sia di più cattolico di un Sinodo di vescovi cattolici che si svolge alla presenza del Pontefice, questo me lo dovrebbe spiegare. Esagererò, tuttavia, a riportare tali parole, il giornale dei vescovi fa più danno del maggiordomo condannato per aver trafugato, tra tante cose, informazioni sulle condizioni di salute del Papa. Ma questo, in fondo, è normale: roba da veramente cattolici.

Un vuoto in edicola

Come un feticista ha segnalato, ieri, per lo sciopero dei giornalisti del gruppo, il sito di Repubblica non riportava aggiornamenti; e oggi il quotidiano non è in edicola. Tutto questo in un momento “topico” per la storia politica e giudiziaria di Silvio Berlusconi. 
Secondo me è un bene per il giornale, dacché - anche se la redazione sembra esercitarsi, da un po' di tempo, in una sorta di onore delle armi - tale sciopero evita in primo luogo la predica domenicale scalfariana (di lunedì Scalfari fa meno effetto) e, in secondo luogo, dà meno occasioni al caro nemico di risentirsi nell'avvertire la soddisfazione di chi lo vede in difficoltà. 
E stamani Berlusconi, vedendo quel vuoto nella rassegna stampa, si sentirà ancora peggio perché la Repubblica è da sempre il primo specchio in cui si riflette al mattino.

sabato 27 ottobre 2012

Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava

Ma se oggi, invece di parlare, si fosse dato fuoco, oltre a fare più bella figura, sarebbe ancora acceso con tutto quel cerone che aveva addosso?

Una scoperta per caso

Stamani ho partecipato al Linux Day (giornata nazionale dedicata al sistema operativo GNU/Linux e al software libero che si svolge in oltre cento città italiane), nella biblioteca comunale di una cittadina vicina a dove abito. 
Sono arrivato in anticipo e le conferenze divulgative non erano ancora iniziate. Ho girovagato, così, tra gli scaffali della narrativa italiana del Novecento, quando, tra i Moravia, ho scorto un pamphlet satirico a lui dedicato, Moravia desnudo, SugarCo Edizioni, Milano 1976, scritto da uno dei più straordinari scrittori (satirici) italiani: Sergio Saviane

Ho aperto il libro, ho letto a mala pena mezza paginetta introduttiva, e mi sono piegato in due dalle risate. Che spettacolo, leggete qua:
«Felice di aver scoperto uno scrittore così vispo nelle acrobazie del sesso, uno scrittore, è proprio il caso di dirlo, a due marce, cominciai a piluccare come le ciliegie, una tira l'altra, senza saziarmi mai, tutte le altre Moravie vestite, scollacciate, pervertite, froce, guardone, contesse, vendicatrici, vergini o traditore che arrivavano puntualmente ogni domenica mattina nella terza pagina del Corriere della Sera. Fu un periodo di liete sorprese. Poi, un giorno, ecco arrivare improvviso e irruente nelle librerie Io e lui. Il titolo del romanzo era così aggressivo che non osavo nemmeno sfogliarlo, quasi fossi stato paralizzato. Mi sembrava incredibile che uno scrittore così delicato ed esperto dei segreti più intimi della psiche e della fica romanesca, si presentasse tutto d'un colpo davanti allo specchio con un “querciolo” proibitivo da far paura ad un elefante. Poi, col passare dei giorni, mi decisi a leggerlo. Immerso in quelle esotiche letture, dentro e fuori dalle patte e dagli slip trasteverini così densi di richiami e di messaggi, mi trovai davanti ad un altro Moravia. Stai a vedere, pensai preoccupato, che questo qui ha già cambiato sesso e io non me ne sono nemmeno accorto.»
Chiaramente ho preso subito il volume in prestito. Ogni pagina è gustosissima. E se ripenso che hanno già fatto un Meridiano a Eugenio Scalfari, mentre a Sergio Saviane non lo faranno mai, mi rattristo un po'. Ma in fondo, è una cosa normale questa: 
«Non si può impostare un discorso anatomico senza fare l'autopsia alle salme, una per una, conservate con il loro nome o cartellino segnaletico e la cadaverina-spray nel frigorifero dell'immenso obitorio della letteratura italiana» (Ibidem)

Nuove prospettive di lavoro

Immagine presa dall'ultimo numero di Internazionale 

Silvio, guarda quant'è grande l'Africa: perché non vai a portare libertà e prosperità (e a riformare la giustizia) in un altro continente? Su, dimostra di essere un bravo imprenditore. Cribbio (!), ricorda i tempi belli in cui il tuo amico Bettino firmava decreti apposta per farti andare in onda. Pensi non sia possibile ripetere tale brivido coi governanti africani? Come, hai perso un amico e temi facciano la buccia pure a te? Ma no, non temere: anche gli africani vanno educati a modino alla felicità del granbiscotto e del riso scotto.

venerdì 26 ottobre 2012

Avevo voglia di un po' di bello stasera


In attesa della consulta

Silvio Berlusconi mi ha scritto anche stasera per proclamarsi innocente, ché molte prove lo dimostrano, due delle quali inoppugnabili.
Ma i giudici le hanno oppugnate e l'hanno giudicato colpevole di frode fiscale.
Boh. Non salto di gioia per le condanne, non mi rattristo per le assoluzioni che lo riguardano. Concordo in pieno con lui però: è una sentenza politica - e ci mancherebbe non fosse così. Chiunque froda lo Stato (che rappresenta la totalità dei cittadini) commette un reato politico.

Il beau geste del “passo indietro”, dunque, non è servito a niente. Strombazzato proprio nei giorni in cui i giudici sedevano in camera di giudizio, Berlusconi forse - con tale mossa - ha sperato di commuoverli, di non dare loro uno pseudo movente politico, come a dire: “Guardate, mi levo dalle palle, non rompetemele”. Non ha ottenuto l'effetto sperato.

Tuttavia, come giustamente fa notare Repubblica
Sul procedimento è inoltre ancora pendente la decisione della Corte Costituzionale su un conflitto di attribuzioni con la Camera: la presidenza di Montecitorio si era rivolta alla Consulta dopo che il tribunale di Milano, nel marzo 2010, aveva rifiutato il rinvio di una delle udienze nonostante che Berlusconi, all'epoca presidente del Consiglio, fosse impegnato in attività di governo. E' rarissimo che un Tribunale emetta sentenza mentre la Consulta deve ancora decidere su un passaggio del procedimento che è stato celebrato. Non ci sono obblighi, ma la procedura diventata prassi consolidata vuole che i giudici, in attesa di una decisione che riguarda il 'loro' processo da parte della Corte Costituzionale, proseguano i lavori fino a sentenza, ma a quella si fermino. Ma così non ha fatto il collegio della prima sezione penale del Tribunale milanese.
La questione è di sostanza: se la Consulta dovesse decidere che quel giorno del marzo 2010 il Tribunale doveva accogliere la richiesta di rinvio avanzata dai legali dell'ex premier tutto quanto fatto dopo quella data, sentenza compresa, dovrà essere rifatto. In altre parole, verrà tirata una riga su due anni di lavoro compreso il giudizio finale. Ma, evidentemente, questo è un rischio che i giudici si sono sentiti di prendere.

Come si legge, Berlusconi ha ancora qualche speranza di non essere condannato. E infatti, se così non fosse, nella sua lettera non avrebbe scritto
«Non si può andare avanti così: dobbiamo fare qualcosa.»
Che cosa? Anticipare il pacco natalizio ai giudici della Consulta?

Secchiamogli i pozzi

Quello che perfettamente scrive Leonardo l'ho pensato e sostenuto, nel mio piccolo, sin dal primo momento. Quando accadde, che scese in campo, ci stetti male fisicamente, non per ragioni di partito (dato che non ho mai avuto partito) ma per quel poco di sensibilità e dignità civica alla quale ero stato educato. Mi sembrava impossibile che l'Italia si consegnasse nelle mani di tale uomo: è stato possibile, non è ancora finita, giacché il suo “passo indietro” non è un addio, non è il crollo del suo impero fondato sull'illecito e sul monopolio.
Ci ho vissuto anni e anni, come fosse un senso di colpa, perché nel pensarlo e nel dirlo che Berlusconi è un'aberrazione democratica e civile, non sono riuscito, insieme ad altri, a farlo capire alla maggioranza degli italiani, compreso quelli che non l'hanno mai votato e che lo prendevano come una necessità, viste le condizioni della sinistra. Un imprenditore che, nel suo piccolo, ha fatto e fa quello che la Chiesa Cattolica ha fatto e fa, in grande, da sempre, all'Italia: la succhia, e nessuno, se non pochi, lo pensano e lo dicono. E questo accadde e accade perché fa comodo al sistema, la quasi totalità della borghesia italiana del cazzo accetta le peggiori nefandezze autoritarie pur di salvare il proprio marcio capitale.

In calce a questo sfogo, che ha preso spunto da due post sopra segnalati, aggiungo.
Occorre smontare il mito fasullo di Berlusconi bravo imprenditore.
La sua azienda - mediante la quale si è arricchito per comprare altre aziende, anche con la frode, vedi la Mondadori - è una sorta di eternit via etere che affligge la mente degli italiani da alcuni decenni. Tuttavia, giuridicamente, nessuno gli porterà via le sue televisioni oramai, e un conflitto siriano in Italia, per fortuna, è improponibile. C'è da sperare solo che, gradualmente, la televisione diventi qualcosa di ininfluente e poco producente. In buona sostanza: che le merci prodotte (quali che siano) non abbiano più bisogno della pubblicità televisiva, anzi la rifiutino perché controproducente - e che le sue reti smettano di essere l'oracolo al quale le aziende italiane e non si rivolgono per promuovere i loro prodotti sul mercato italiano.
Il petrolio di Berlusconi è la pubblicità: secchiamogli i pozzi.

giovedì 25 ottobre 2012

Provocare le coscienze

Giorni fa c'è stata un'incursione di giovani militanti di destra in un liceo romano, il Giulio Cesare. Essi, a dispetto delle prime impressioni, non si dichiarano fascisti, ma «no global di destra». Essi sostengono
di aver voluto «provocare le coscienze in modo futurista, fiumano e dannunziano, seppure forse magari un po’ forte». Al Giulio Cesare hanno lasciato un volantino con scritto: «La generazione perduta tifa rivolta contro un governo illegittimo e al servizio delle banche»
Ora, a parte che richiamarsi al Rapagnetta e alle sue imprese fa ridere, e di molto, la cappella (la mia sorride spesso, beandosi davanti allo specchio di camera, anche se certo non mi esercito nell'autofellatio), mi trovo in sintonia con loro sulla considerazione che il governo Monti è al servizio delle banche e del capitale, anziché del popolo.
È stata salvata l'Italia dalla bancarotta e sono stati rispettati i vincoli europei del patto di stabilità, imponendo però dei sacrifici che ledono più gli interessi popolari che capitalistici. Tuttavia, nonostante questo comune sentire, preferirei avere altri dodici governi Monti piuttosto che uno presidiato da qualcuno che piace a loro.

Va detto che in Italia, attualmente, il postfascismo è un fenomeno abbastanza parodistico, becero e surreale; più temibili, a mio avviso, sono i movimenti di estrema destra di altri paesi europei, dove il fascismo cresce in sordina ma mica tanto, e grida a brutto muso slogan che sembravano finiti nella cloaca della storia.
Doveroso sarebbe non nascondere il fenomeno e relegarlo alla marginalità. Soprattutto la politica democratica dovrebbe domandarsi donde deriva tale revanscismo. Basta domandarlo, che subito, senza indagare troppo, si trova il responsabile: la politica paneuropea del capitale. 
Questi fenomeni si sviluppano perché, dopo alcuni decenni, dopo il crollo del muro di Berlino e la riunificazione delle due Germanie, e la nascita della moneta unica, l'Europa non ha mantenuto le sue promesse, non è diventata l'Europa dei popoli, ma - necessariamente, dato il sistema economico - è diventata il luogo degli interessi del Capitale (soprattutto quello tedesco, il più vorace e il più qualificato).

Dice bene il sociologo tedesco Claus Offe (in un'intervista per Il Mulino che ho trovato qui e da leggere con attenzione)
L'Europa erode più sostegno di quanto non riesca a generarne, lo usura lentamente senza fornire nuova linfa alle motivazioni profonde che dovrebbero sostenere l'idea stessa di Unione. Questo circolo vizioso è sempre più rapido e nessuno sa come fermarlo. Lo scenario da incubo che mi prefiguro è che vedremo risorgere una forma di autoritarismo simile a quella degli anni Trenta, che io chiamo fascismo austroclericale, in un gruppo di Paesi europei, cinque almeno: Austria, Ungheria, Romania, Bulgaria e Grecia. C'è una tradizione di autoritarismo specifica dell'Europa sud-orientale e abbiamo bisogno dell'Unione Europea per controllarlo e resistervi: lo vediamo all'opera adesso in Romania e in Ungheria, ha rischiato di prevalere in Austria ai tempi di Haider.
Ecco, queste cose andrebbero segnalate tutti i giorni a un organismo che tra poco andrà a ricevere il premio nobel per la pace.

mercoledì 24 ottobre 2012

Diciotto anni fa mi feci una sega e stasera pure

Stasera, alle 19,54, Silvio mi ha scritto quanto segue:

Luca,
per amore dell’Italia si possono fare pazzie e cose sagge. Diciotto anni fa sono entrato in campo, una follia non priva di saggezza: ora preferisco fare un passo indietro per le stesse ragioni d’amore che mi spinsero a muovermi allora. Non ripresenterò la mia candidatura a Premier ma rimango a fianco dei più giovani che debbono giocare e fare gol. Ho ancora buoni muscoli e un pò di testa, ma quel che mi spetta è dare consigli, offrire memoria, raccontare e giudicare senza intrusività 


Quando mi chiamano per nome è sempre emozionante, quindi è con massimo afflato che ho letto questo passaggio iniziale. Mi sono rincuorato subito che Silvio abbia detto di rimanere a fianco e non dietro le terga dei più giovani (per farli giocare e far gol), anche perché per uno che ha ancora buoni muscoli e un pò (con l'accento sulla “o” come il toupet che ha sul cranio) di testa (non di cazzo), è meno intrusivo offrir loro consigli, che muscoli (di vario ordine e tipo).

Più avanti Silvio, nel ripercorrere, con brevi accenni, la storia della sua avventura politica, scrive:

Abbiamo costruito un’Italia in cui non si regna per virtù lobbistica e mediatica o per aver vinto un concorso in magistratura o nella pubblica amministrazione.

Infatti, difficilmente, nei prossimi decenni avremo come presidente del consiglio un lobbista e un monopolista mediatico come Silvio stesso. Almeno si spera.

La lettera poi prosegue con molti bla bla tutti riassunti dalle agenzie. C'è anche l'elogio del governo Monti che ha ben operato nel quadro europeo 
per arginare con senso di responsabilità e coraggio le velleità neocoloniali che alcuni circoli europei coltivano a proposito di una ristrutturazione dei poteri nazionali nell’Unione Europea. Il nostro futuro è in una Unione più solida e interdipendente, in un libero mercato e in un libero commercio illuminato da regole comuni che vanno al di là dei confini nazionali, in una riaffermazione di sovranità che è tutt’uno con la sua ordinata condivisione secondo regole di parità e di equità fra nazioni e popoli. Tutto questo non può essere disperso.

E con questo spassionato europeismo di facciata, Silvio nasconde a fatica la vera ragione che lo spinge a non ricandidarsi premier, la medesima che lo portò nel 1994 a candidarsi: gli interessi di bottega.

Infine, non poteva mancare un affondo contro non più i nipotini di Stalin, ma contro
una coalizione di sinistra che vuole tornare indietro alle logiche di centralizzazione pianificatrice che hanno prodotto la montagna del debito pubblico e l’esplosione del paese corporativo e pigro che conosciamo, [una coalizione che] chiede di governare con uno stuolo di professionisti di partito educati e formati nelle vecchie ideologie egualitarie, solidariste e collettiviste del Novecento.

Magari Silvio, magari la coalizione di sinistra fosse così come tu la descrivi: correrei a votarli subito.
Pensa un po' a Finmeccanica: nonostante tutto il malaffare e i soldi fuori busta che circolano, ma che bella azienda centralizzata e pianificata è ancora, Silvio, non trovi? E se anche la Rai decidesse a farti una concorrenza seria, in modo centralizzato e pianificato, cosa credi, avresti ancora una siffatta posizione dominante nel campo pubblicitario?

In tutto questo, comunque, una sola certezza: per un personaggio da farsa di tale calibro, trovare un epilogo che lo riscatti non è facile: nemmeno ad avere una casa editrice ottenuta corrompendo un giudice si trova un autore capace di tanto.

È la morale dei tempi nuovi

*
«Il nonno diceva che la morale c'è, ma bisogna trovarsela da soli» (da vedersi e ascoltarsi tutto, ma soprattutto da 2'12" sino alla fine)

martedì 23 ottobre 2012

Lasciando tutto sul pavimento

Alyssa Monks
«Si è spogliata nella cucina, lasciando tutto sul pavimento, ed è salita verso la stanza da letto. Mi ha ricordato certe modelle, mogli o amanti dell'artista, che nei quadri di una volta (ora finiti nei sotterranei delle gallerie, ma che si vedono ancora in qualche ufficio di notaio) prendevano possesso dello studio, come donne vere e nude, amatissime e ispiratrici. L'ho lasciata andare e stavo rileggendo il solito foglio che rimane nella macchina da scrivere quando è riapparsa al sommo della scala, stavolta a cul-de-lamp per l'edizione limitata di un poeta maledetto, nel suo corpo esile e arcuato, e mi ha chiesto se restavo giù a lavorare. Ho risposto: “Come se fosse possibile lavorare, qui fra tutte queste distrazioni”.»
Ennio Flaiano, Il gioco e il massacro, Rizzoli, Milano 1970.

Mi fatica sia sera, vorrei meno sera, ma d'autunno non si può desiderare meno sera.

Rifaccio

Non si è spogliata per nulla, anzi: si è rivestita: in casa fa più freddo che fuori, in quest'ottobre che non smette di essere in fregola. Ma prima di mettersi una felpa, ha posato la borsa della spesa sul pavimento ed è andata in bagno a orinare. La teneva da mezza giornata, così le prende una cistite, gliel'ha detto anche il dottore. Mi ha ricordato che un tempo l'amavo, come certe donne che si amano un tempo, e poi ci si viene a noia, reciprocamente, come vecchie stampe di scarso valore appese a pareti color crema, che uno non si accorge neanche più d'avere in casa e, se ci pensa, non ricorda nemmeno le motivazioni per cui sono lì appese, tutte polvere e ragnatele. L'ho sentita tirare lo sciacquone e imprecare per il bruciore che l'ha assalita, mentre io sto leggendo al reader le suggestioni di chi insegue le dichiarazioni estemporanee di un ministro poco trombabile, altamente stomachevole. Eccola che è uscita e io pronto, con un bicchiere che, a tutta prima, pareva uno spritz e invece era una Soluzione Schoum allungata con un po' acqua minerale. Non so se l'ha bevuta, io so che mi sono defilato alla ricerca di un angolo in cui conquistare una certa solitudine. L'ho trovata, unico modo per vivere, qui, fra tutte queste distrazioni.

lunedì 22 ottobre 2012

Era meglio fare un Parallelo

Stasera, mentre stavo mangiando pasta e lenticchie e, dipoi, funghi porcini trifolati che mi hanno regalato, la mente è andata, chissà perché, a ripensare all'intervista che, ieri sera, Fabio Fazio ha fatto a Eugenio Scalfari, per la presentazione del Meridiano a lui dedicato.
Dell'intervista in sé non vorrei dire nulla, non è stata interessante, solite fisime comunicate dall'intervistato e solita piaggeria dell'intervistatore. Oh, certo, Scalfari non ha taciuto la sua gioventù fascista e il suo piacere “giovanile” d'indossare una divisa; ma lasciamo perdere, e diamo per buono, obtorto collo, il beneficio del contesto storico nel quale nacque e visse il giovane Eugenio.

Il punto. Fiumi di critica editoriale sono stati scritti (ma io non li ho bevuti) sulla scelta dei curatori dei Meridiani di pubblicare il compendio delle opere letterarie di autori in vita. A me è sempre parsa una strunzata, dato che, anche se vegliardo, l'autore potrebbe sempre pubblicare qualcosa di nuovo e interessante, quindi meritevole di essere antologizzato. I Meridiani sono i mattoni della lapide della cultura italiana e internazionale. Essi dovrebbero essere intesi come sepolcri: si vanno a trovare i morti che ancora ci sembrano in vita, e non i vivi che ci sembrano morti.
A scanso di equivoci, anch'io che ho qualche Meridiano (ma non troppi) ne comprai uno, quando uscì, il cui autore era ancora in vita, Andrea Zanzotto. Oramai è andata, ho perso solo qualche ulteriore plaquette, tipo la magnifica Ligonas, ma il resto è intatto.

Per tornare a Scalfari: io non posso giudicare il valore letterario o saggistico delle sue opere, dato che non ho letto alcun suo libro. Ho letto - con passione e attenzione - molti articoli di Scalfari (il Meridiano contiene una scelta di questi) sino al maggio 2001, mese in cui rivinse le elezioni Berlusconi. Decisi di smettere di leggerlo per varie ragioni: un po' perché qualsiasi cosa scrivesse contro Berlusconi, Berlusconi ne usciva vincitore. E un po' perché m'ero rotto il cazzo di leggerlo dopo circa quindici anni: come lui fu fascista e poi non più, io sono stato scalfariano (peccato forse meno peggiore) e poi non più. Per dire: ho smesso di seguire da qualche anno persino Ceronetti, figuriamoci Scalfari (eh già: hanno fatto un Meridiano a Scalfari e non a Ceronetti).
Quello che, però, posso giudicare è: né Fazio, né tantomeno Scalfari, hanno detto una parola sul fatto che i Meridiani, appunto, sono il fiore all'occhiello della casa editrice di Segrate, la cui presidente si chiama Marina Berlusconi. D'accordo, già altri libri Scalfari ha pubblicato per Einaudi (che appartiene al gruppo), anche se... e patitì e patatà.
Ma il problema di fondo è un altro: lo sa o no Scalfari che Berlusconi conserva la sua collezione  completa dei Meridiani dentro il mausoleo di Arcore? Dice che vuole leggerli nell'oltretomba, ché adesso è impegnato a leggere le memorie difensive che gli scrive Ghedini. 

Comunque sia, mi stupisce che Renata Colorni, direttrice della collana, abbia avallato questa scelta. Prima di Scalfari (ma anche di Magris) ci sono eccome altri autori che meritano tale avallo di classicità. Lasciando da parte ancora Ceronetti (lunga vita), non esiterei più ancora a dedicare un Meridiano a Franco Fortini, poeta e saggista (nonché scarno narratore) di primissimo ordine. E con qualcosa da dire, da vero sepolcro non imbiancato.

domenica 21 ottobre 2012

La controffensiva dall'alto

La Domenica di Repubblica si occupa del tema del lavoro.
Ho letto l'articolo di Marco Revelli. Estraggo:
Sappiamo che la parte centrale del "secolo breve" [...] -  [gli anni] che vanno dalla fine della Seconda guerra mondiale alla metà degli anni Settanta  -  sono segnati, per lo meno in Occidente, da una sostanziale marcia in avanti del lavoro, nella sua conquista di status, di reddito, di diritti, e soprattutto da un riconoscimento pubblico esplicito (si pensi all'articolo 1 della nostra Costituzione). Doveri e diritti dei lavoratori sono diventati forma costituzionale pubblicamente riconosciuta e garantita. Poi, qualcosa si è spezzato. Già all'inizio degli anni Ottanta, impercettibilmente. Poi via via con più evidenza. Le conquiste dal basso hanno lasciato il posto alla controffensiva dall'alto: quella che Luciano Gallino con felice espressione chiama "la lotta di classe dopo la lotta di classe", cioè la lotta di classe alla rovescia condotta non per rivendicare nuovi diritti e maggior riconoscimento al lavoro ma per toglierne. Per riconquistare ciò che si era stati costretti a cedere nel lungo ciclo ascendente dello sviluppo, del welfare e della giustizia sociale.
La controffensiva dall'alto, come la chiama Revelli, ha avuto poi, in Europa, un'arma micidiale: l'introduzione dell'Euro. La moneta unica, sinora, è servita, sostanzialmente, a due soggetti: a una classe sociale (i capitalisti) e a una nazione, la Germania, per esportare meglio la sua merce, tanto da ripianare, in fretta, i debiti contratti con la riunificazione. Tutte le altre nazioni, Francia compresa (tranne qualche staterello limitrofo), dopo l'euforia europeista iniziale, hanno presto iniziato a perdere i colpi. In Italia, poi, nel volgere di pochi mesi, a cominciare dallo Stato con le Poste, hanno iniziato a pareggiare i prezzi a rialzo (da 1200 lire a 1 euro a bollettino postale in una notte, sono cose che non si dimenticano). Un tempo, un lavoratore con uno stipendio di circa 2 milioni, 2 milioni e mezzo di lire era quasi benestante (nel senso che riusciva senza troppa fatica a mettere da parte almeno mezzo milione al mese); adesso, lo stesso lavoratore da 1000/1300 euro mensili arriva a fatica a fine mese. E, perdipiù, la crisi generale impedisce financo di nominare la parola aumento dello stipendio - tanto che un'intera generazione di lavoratori (per non parlare poi dei disoccupati e di coloro che sono disposti a lavorare per niente per un pezzo di pane) è inibita dal rivendicare il dovuto, e si ritrae a riccio speranzosa che non vengano erose le piccole provviste che lo stipendio ancora consente di ottenere. La classe di coloro che non posseggono altro da vendere che la propria forza lavoro (e magari una piccola casa ipotecata, un'auto a rate, un pc e un telefonino) è diventata una classe di rassegnati, schiavi inconsapevoli che fanno finta di non sapere che se nessuno comprerà più la loro merce (la forza lavoro), non avranno, di fatto, modo di ottenere i propri mezzi di sussistenza; mentre i compratori di tale merce, in un modo o in un altro, riescono e riusciranno a vivere lo stesso, e bene, e senza lavorare.

«Sebbene nell'atto Denaro-Lavoro (D-L) il possessore del denaro e il possessore della forza-lavoro si trovino l'uno verso l'altro soltanto nel rapporto di compratore e venditore, si contrappongano come possessore di denaro e possessore di merci, si trovino perciò sotto questo aspetto l'uno rispetto all'altro in un puro e semplice rapporto monetario, tuttavia fin dall'inizio il compratore si presenta insieme come possessore dei mezzi di produzione, i quali costituiscono le condizioni oggettive per il dispendio produttivo della forza-lavoro da parte del suo possessore. In altre parole: questi mezzi di produzione si contrappongono al possessore della forza-lavoro come proprietà estranea. D'altro lato, il venditore del lavoro sta di contro al compratore di esso come una forza-lavoro estranea, che deve passare in suo potere, essere incorporata al suo capitale, affinché questo agisca realmente come capitale produttivo. Il rapporto di classe tra capitalista e operaio salariato è dunque già presente, già presupposto nel momento in cui entrambi si contrappongono nell'atto D-L (L-D da parte del lavoratore). È compra-vendita, rapporto monetario, ma una compravendita nella quale il compratore viene presupposto come capitalista e il venditore come salariato, e questo rapporto è dato dal fatto che le condizioni per la realizzazione della forza-lavoro - mezzi di sussistenza e mezzi di produzione - sono separate dal possessore della forza-lavoro come proprietà estranea.
«Come abbia origine questa separazione, qui non ci interessa. Essa esiste quando si compie D-L. Ciò che a noi qui interessa è: se D-L compare come una funzione del capitale monetario, ossia il denaro compare qui come forma di esistenza del capitale, ciò non è affatto soltanto perché il denaro si presenta qui come mezzo di pagamento per un'attività umana che ha un effetto utile, per un servizio; non è affatto, dunque, per la funzione del denaro come mezzo di pagamento. Il denaro può essere speso in questa forma solo perché la forza-lavoro si trova in uno stato di separazione dai suoi mezzi di produzione (compresi i mezzi di sussistenza come mezzi di produzione della stessa forza-lavoro); e perché tale separazione viene superata solo col fatto che la forza-lavoro viene venduta al proprietario dei mezzi di produzione; che quindi anche la mobilitazione della forza-lavoro, i cui limiti non coincidono affatto con i limiti della massa di lavoro necessaria per la riproduzione del suo stesso prezzo, appartiene al compratore. Il rapporto capitalistico durante il processo di produzione si rivela soltanto perché esso in sé esiste nell'atto della circolazione, nelle differenti condizioni economiche fondamentali in cui si contrappongono compratori e venditori, nel loro rapporto di classe. Non è il denaro a dare con la sua natura il rapporto; è piuttosto l'esistenza di questo rapporto che può trasformare una semplice funzione di denaro in una funzione di capitale». 
Karl Marx, Il capitale, Libro Secondo, “Il processo della circolazione del capitale”, Einaudi, Torino 1975, pag. 34-35, traduzione di Raniero Panzieri.

Cosa ho capito? Che il rapporto Denaro, Merce, Lavoro, Mezzi di produzione è sempre stato sbilanciato a favore della classe dei capitalisti, dato che un conto è lavorare per mangiare e un conto per accrescere il proprio capitale; ma tale sbilanciamento - che le conquiste sociali avute nei primi decenni del Dopoguerra avevano illuso di colmare - adesso si accresce sempre più, e le belle facce a merda dei padroni, che gestiscono produzione ed economia e che tengono al guinzaglio i nostri cari rappresentanti del popolo, non cederanno di un ettogrammo il loro grasso colante, a meno di presentargli davanti la lucida prospettiva di diventare insaccati. Verrà l'anno del Maiale, e saranno salsicce per tutti.

È nella natura umana pensar male

*

Non è che per caso manca una erre?

Cremino di cenere

A pagina 8 e a pagina 10 del Corriere Fiorentino odierno (inserto locale/regionale del Corriere della Sera), ci sono queste due enormi pubblicità:
clicca su foto per ingrandire
Ora, per la concessionaria che raccoglie pubblicità per tale giornale, poco importa chi siano gli inserzionisti: basta che paghino. Io mi chiedo solo se il responsabile all'impaginazione si accorga o meno della indelicatezza di tale accostamento ravvicinato: infatti, il lettore persuaso a farsi cremare, anziché telefonare agli uffici della Socrem (sic!), potrebbe telefonare alla Chimet di Arezzo, giacché lo slogan «nulla si crea, nulla si distrugge... tutto si recupera» è molto, molto più efficace e suggestivo de «la purezza del ricordo». Pare, addirittura, che anche Licio Gelli la pensi così - e alla Chimet aspettano con ansia il momento topico: sai l'oro che c'è da recuperare con tale caro estinto.

sabato 20 ottobre 2012

Martelli che candeggiano

«Si e' sempre iniziato in questo modo a introdurre il totalitarismo in forma prima morbida poi sempre più soffocante man mano che gli anticorpi della società venivano indeboliti. Sempre con una scusa plausibile, il nemico esterno, i terroristi, gli speculatori. Si martella i cervelli fino al candeggio totale che si adotta una politica criminale contro la collettivita' e contro i singoli per il loro bene, in nome dei loro interessi collettivi. Nell'era dei burocrati al governo dipinti come tecnici, la scusa per instaurate il controllo sociale sugli individui è l'evasione fiscale su cui viene montato un lavaggio del cervello mediatico senza tregua. E i cervelli candeggiati dagli spot sull'evasore con la barba lunga e lo sguardo truce subito applaudono contente come le scimmiette ammaestrate.» Fabio Scacciavillani
Forse perché lavorano e vivono all'estero, alcuni collaboratori di NoiseFromAmerika usano tastiera americana* e, per tale ragione, sono costretti a scrivere gli accenti usando l'apostrofo: tipo «collettivita'» anziché «collettività»; o forse perché scrivono i post usando lo smartphone... boh, fa niente, sia concesso loro l'uso di tale brutta grafia. A me darebbe noia, ma è colpa della mia pedanteria.
Inoltre, sia concesso loro pure l'uso di similitudini icastiche volte a impressionare i lettori sul pericolo di presunte derive totalitarie dello Stato italiano nei confronti dei cittadini. Ok, fate pure, ma se fate, perdio, fate meglio, perché, innanzitutto, «i cervelli si martellano» (grammaticalmente), e poi, all'azione del martellare un soggetto dovrebbe corrisponderne uno spiattellamento dello stesso, e non un candeggio, cazzo, si candeggia con la candeggina, mica coi martelli. Esempio: se mi do una martellata sui coglioni, è più facile mi si sbianchi la faccia, che il pelo degli stessi.
Successivamente, anche scrivere «viene montato un lavaggio del cervello» che senso ha? Un lavaggio si effettua; di due si monta una lavatrice (o la si smonta), non un lavaggio. 
Comunque, il problema è che la similitudine è come un cavallo difficile da domare: se uno ci sale e non è esperto, alla fine, viene scosso, buttato in terra. Infatti, come fanno i cervelli prima martellati a diventarmi candeggiati? Grazia a quale processo? E ancora, come fanno i cervelli (maschile plurale) ad applaudire «contente come le scimmiette ammaestrate»? In questo momento, la similitudine è diventata un cavallo scosso che trascina al suolo il cavaliere maldestro che aveva tentato di domarla.

Ma a parte queste fisime linguistiche, a fallire è il senso del post in oggetto. Sì, è vero, non è bello, non è sano, non è liberale che lo Stato controlli ogni mio movimento telefonico, soprattutto se lo fa in sordina, senza pubblicizzare modalità e criteri di tale nuova intrusione nella vita privata delle persone.
Facciamo un esempio: se io telefonassi a una escort per contrattare una prestazione, cosa mi succederà, mi manderanno i finanzieri a casa per vedere se tale lavoratrice a nero mi avrà fatto lo scontrino? Ho usato escort non a caso, essendo, la prostituzione, un lavoro a nero per definizione. In buona sostanza: chi controlleranno Equitalia e la GdF, l'utilizzatore finale o chi fornisce la prestazione?
Una volta che i dati su cosa fai, cosa leggi, cosa compri, quanti soldi spendi, dove vai, con chi parli, saranno a disposizione del governo, della polizia, del pubblico ministero e delle autorità in generale (e ovviamente di chi li comprerà al mercato nero) senza che il cittadino (pardon, il suddito) nemmeno se ne renda conto (almeno in 1984 la gente sapeva di essere sotto osservazione costante attraverso il televisore) il passo per stabilire chi è buono e chi è cattivo e va rieducato è molto breve. Per i Befera di tutto il mondo e in tutti i periodi storici quando si ha un martello in mano tutto il resto ha l'aspetto di un chiodo. E voi che vi illudete di avere ancora una testa (persino pensante) vi accorgerete, tra non molto, che agli occhi di Equitalia si tratta di una ben misera capocchia.
E dài con questo martello che prima lavava i cervelli e adesso ritorna, finalmente, ad un più consono utilizzo! Insomma, se io telefono a una puttana o a un idraulico, Befera verrà a martellarmi la capocchia per vedere se tali professionisti mi hanno fatto la ricevuta? E se non me l'hanno fatta, come di solito accade, chi perseguirà, me che ho pagato a nero (e che non ho un cazzo di modo per evadere), o coloro che hanno guadagnato a nero? Discutiamone, a partire dal fatto che ogni violazione impropria della privacy dei cittadini dovrà essere punita, e chi ne sarà oggetto dovrà essere lautamente ricompensato dallo Stato. 

Infine: l'eventuale mercato nero delle intercettazioni a chi s'interesserà più facilmente? Cioè a dire: sono più interessanti le mie telefonate o quelle di Marrazzo? (Povero Marrazzo, fossi lui mi ricandiderei come presidente di regione, anche in Lombardia).

*Ogni nazione, meglio: ogni lingua ha un uso tastiera qwerty a sé, dove ad alcuni tasti corrispondono lettere e punteggiatura diversa. 

Artist looks himself

Find the Intruder














Abbiate pazienza: ho trovato questo blog degli autoritratti e non ho potuto fare a meno di dar luogo ad una fallace ispirazione.

venerdì 19 ottobre 2012

Numeri che non capisco

«Il Movimento per la vita presenta i dati della propria attività e nel rapporto che analizza i dati presenti nella Relazione inviata al Parlamento dal ministro Balduzzi sull'attuazione della legge 194/78 sull'interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) rilancia la proposta di una riforma dei consultori familiari che assegni loro il compito di aiutare le maternità difficili. I Centri di aiuto alla vita sono oltre 300, ma solamente due terzi hanno inviato i loro resoconti numerici alla segreteria del Movimento: ebbene, nel 2010, i 206 centri censiti hanno visto la nascita di 10.070 bambini, con 14.614 gestanti e altre 20.423 donne assistite. Nel 2011, i 195 centri che hanno trasmesso i propri dati hanno accompagnato la nascita di 10.078 bambini, con 14.850 gestanti e altre 20.901 donne assistite.»
È molto probabile che io non sappia fare bene i conti, o che, altresì, i dati sopra riportati li interpreti in maniera affatto sbagliata.
Ma mentre il Movimento Per la Vita esulta per tali risultati sbandierandoli come una vittoria, io a bordo campo, da spettatore non pagante, mi domando: se i Cav (Centri aiuto alla vita) “hanno aiutato a far nascere”, per esempio nel 2011, 10.078 bambini (concedendo pure che a ogni bambino una madre, escludendo, quindi, forzosamente, i parti gemellari o plurigemellari), cosa mi significa che le gestanti sono state 14.850 se non il fatto che, 14.850 - 10.078 = 4.772 gestanti hanno abortito, mentre le “altre” ventimilanovecentouno hanno fatto quello che volevano (probabilmente hanno interrotto la gravidanza) nonostante il solerte aiuto dei suddetti “aiutanti vitali”? Ché essi hanno la somma presunzione di ritenere che, senza il loro sostegno volontario, tutte le gestanti avrebbero abortito?
Forse, dietro questa esultanza, si nasconde ben altro, e cioè

«I temi delle "vite salvate" e della "preferenza per la nascita" vengono avanzati per motivare la proposta di riforma dei consultori familiari: tema affrontato in una proposta di legge "che giace da tempo in Parlamento". "C'è stata una cattiva interpretazione della legge - afferma Carlo Casini - perchè la certificazione per l'aborto non è obbligo del consultorio ma del medico: la funzione del consultorio è opposta, è quella di aiutare a superare le difficoltà".
Ecco allora che il Mpv immagina una situazione in cui il consultorio è "lo strumento con il quale lo Stato non rinuncia a difendere la vita", un luogo in cui insieme alla donna si cercano le modalità attraverso cui superare insieme le difficoltà che la maternità comporta. In questo quadro, il consultorio non rilascerebbe più alcun
certificato per l'aborto, che sarebbe responsabilità solamente del medico di famiglia o dell'ospedale. Il colloquio con il consultorio sarebbe comunque obbligatorio per ottenere tale certificato. Una riforma quindi che "per un verso definisca la funzione consultoriale come esclusivamente diretta a proteggere la vita e la maternità e non comprenda il potere di autorizzare l'aborto, e per l'altro renda obbligatorio il passaggio attraverso il consultorio della donna che è orientata ad abortire". Con la precisazione che il colloquio "non può essere solo informativo ma deve offrire anche aiuti concreti". Un modello, spiega Casini, "molto simile a quello in vigore in Germania". 
Oltre ai consultori, il Mpv rilancia anche la modifica dell'articolo 1 del codice civile, per affermare che la capacità giuridica si acquista "al momento del concepimento" (oggi è "dal momento della nascita"). "È - spiega Casini - il riconoscimento di un principio di uguaglianza: il non ancora nato è uguale in dignità al già nato, il concepito è soggetto e non oggetto, è un fine e mai un mezzo, è una persona e non una cosa".»

Se da un lato il Mpv si vanta di aver aiutato la vita, dall'altro limita la vita libera delle donne. Che senso ha dire, infatti, che il consultorio non avrà facoltà di di rilasciare il certificato per l'aborto, ma che il medico di famiglia o ospedaliero lo potranno rilasciare soltanto se la donna avrà, obbligatoriamente, fatto il colloquio con il consultorio? Chi morde la coda a chi?
Tuttavia, il giubilo dei movimentisti per la vita, Casini Carlo in testa, deriva dal fatto che questa “vittoria” li porta a ribadire che il vero trionfo per il Mpv si avrà se verrà modificato l'articolo 1 del Codice Civile, articolo nel quale secondo loro si dovrebbe affermare, a chiare lettere, che «il non ancora nato è uguale in dignità al già nato, il concepito è soggetto e non oggetto, è un fine e mai un mezzo, è una persona e non una cosa».
E la donna che interromperà volontariamente la gravidanza sarà così, di fatto, considerata un'omicida.
Di conseguenza, la donna che non vorrà concepire sarà considerata una persona che chiude le porte alla vita.
E la donna, che avrà appena concepito, si vedrà costretta a recarsi all'anagrafe a segnare il concepito.

- Mi dica signora, che nome gli/le mettiamo?
- Ma io, veramente, non saprei... se è maschio... se è femmina...
- Suvvia signora, non sia indecisa, ché altrimenti il nome glielo diamo d'ufficio.

In breve: soliti tentativi di gestire il corpo della donna

Avete tutti il biglietto? Allora mettiamo anche una mano sul culo

Da due bei post politici, estraggo:

«Anche Renzi non è che l’epifenomeno di quel noto processo osmotico che non tollera il vuoto e lo riempie di qualsiasi cosa, non importa quanto rarefatta o densa: la forza che spinge Renzi non gli è dietro ma davanti, Renzi non avanza per pulsione ma per trazione, non si fa largo ma lo trova.
In altri termini, Renzi va ad occupare parte dello spazio che è lasciato libero anche a Grillo dal collasso della massa flottante sullo zoccolo duro dei consensi al Pd. Ma Renzi ormai può crescere ancora solo spostando a destra il baricentro del Pd, però causando in questo modo una inevitabile scissione del partito: così non avrà «rottamato» la «vecchia» classe dirigente del partito, ma il partito Malvino

«Non è immaginabile che la borghesia possa lasciare in mano a Renzi una qualsiasi effettiva leva di potere (ammesso che oltre a rottamare e spaccare il partito riesca ad imporsi), tantomeno a Grillo, ma l’operazione è ancora in corso e non è detto – tutt’altro – che ne conosciamo i contorni, nazionali e internazionali. Renzi e Grillo [...] – lo si vede dallo spazio mediatico che occupano – fanno parte di un progetto, quello appunto di rottamazione di una classe dirigente per sostituirla con un'altra o comunque ridurne il peso e l'egemonia. Nel 2013 questa operazione di stampo populista porterà alla nascita della cosiddetta terza repubblicaOlympe de Gouges

Mi permetto solo di aggiungere, a margine: sembrerà incredibile, ma ancora un buon 20-25% di elettori voterà Pdl-Lega. Se più o meno, dipenderà da chi sarà il candidato del Pd alle prossime elezioni politiche. Ovvero: con Renzi, meno consensi al centrodestra, con Bersani, di più.
Inoltre, Grillo mi sembra meno addomesticabile di Renzi da un punto di vista degli interessi classici della borghesia. Non sono un esperto, ma a naso credo che molti consensi (e voti) li prenda da “giovani” elettori.

Infine, una domanda: perché, tra tutte le democrazie occidentali, il processo osmotico, che Malvino descrive, avviene quasi sempre in Italia?
Andrebbero indagate le ragioni del fenomeno. Cioè, in Francia o socialisti o gaullisti. In Germania o Cdu o Spd. In Inghilterra Laburisti o Conservatori. In America Democratici o Repubblicani. In Spagna (dopo Franco) o Socialisti o Popolari.
Butto là delle inaffidabili ipotesi:
a) in Italia c'è il Vaticano;
b) in Italia c'è stato il più grande partito comunista d'occidente;
c) in Italia c'è stata una sistematica colonizzazione degli interessi da parte dell'America (caso Mattei, basi militari strategiche della Nato, la fine dell'Olivetti e il successo informatico delle aziende americane, il disfacimento della Fiat che diventerà di fatto americana);
d) gli italiani non sono un popolo rivoluzionario per cui ci si può permettere, ogni tanto, tale vuoto che, al massimo, sarà riempito da un dittatore o da un tribuno (popolo al seguito, giuramenti compresi dei gerarchi).

Per ora non mi vengono altre ipotesi.

Lavori manuali

Va bene, data l'aria che tira, avere nominato la Melandri a presidente del Maxxi non è affatto cosa opportuna. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce; il ministro Ornaghi, da buon cattolico ben riparato dalle correnti d'aria, non l'ha sentito, il vento; pazienza.
Ma ritorniamo al punto: lo scandalo non è tale nomina, ma precipuamente il fatto che, durante il suo mandato, ammesso che non faccia cazzate inenarrabili, la Melandri non sarà sottoposta ad alcuna verifica e controllo sulla qualità del suo operato. Farà bene? Benissimo, sarà la persona giusta al posto giusto. Farà male, farà insomma? Allora via, fissato un certo periodo, la si dimissiona d'imperio, così come d'imperio è stata nominata. Che problema c'è?
Il problema sussiste eccome. E deriva dal fatto che, in Italia, il merito si valuta sempre ex ante, anziché ex post
Se, per esempio, la Melandri si mette all'ingresso del Museo delle Arti del XXI secolo con un tacco di questo genere
A visitor looks at an artwork of butterflies wings by artist Damien Hirst at Gagosian gallery
e disponibile a fare qualche handjob artistico, c'è caso che riesca, in breve tempo, ad arginare il calo di visitatori.

mercoledì 17 ottobre 2012

Volevo fare il paracadutista

Scrive Formamentis:
Direi che sono definitivamente guarito rientrando nella mia malattia. Che oramai mi caratterizza, costringersi ad essere un altro è una gran brutta esperienza che spero di non ripetere più.
Sono d'accordo. Ma non sono d'accordo. Sia chiaro, parlo per me. Le parole del Forma mi coinvolgono, ma cerco di adattarle a me. Cioè, provo a pensarci: se io rientrassi davvero in me stesso, nella mia maladie ontologique, avrei una gran pena di me, mi sentirei perduto, forse smetterei definitivamente di scrivere. E poi, cosa resterebbe? La vita là fuori? Cosa c'è là fuori che mi realizza? Se la mia vita minima restasse chiusa nel non detto, temo comincerei a soffrirne fisicamente, spunterebbero fobie, depressioni, risentimenti, acredini, carattere di merda - e un ghigno al posto del sorriso. Oh, certo! cerco sempre di non sorridere come un ebetino, e accetto i colpi di fioretto che smontano ogni mia parvenza di presunzione. Cado come un caco maturo cade, plof, ma dolce rimango (ma non è che così al suolo spiaccicato pochi avranno l'ardire di gustarmi? Pace).
Ma volevo dire qualcos'altro: io, qui, sforzandomi di essere me stesso, riesco a essere un altro, perché l'io che si manifesta qui, quel tal Lucas, cerca tutte le volte di salire nella stratosfera del proprio sé per buttarsi poi di sotto, senza sponsor, senza battere alcun record, senza entrare nella storia se non nella storia di se stesso e non di un altro - anche se è proprio grazie all'altro che si riesce a capire, forse a divenire, se stessi.
Capito qualcosa? Piuttosto: sapete piegare un paracadute?

martedì 16 ottobre 2012

Pascal non ha ragione

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«La svolta del nuovo equilibrio fra soggetto e oggetto instaurato da Pascal, fra appello personale e prove oggettive, è paradigmaticamente espressa da alcuni passaggi di uno dei suoi frammenti più noti: "Il Dio dei cristiani non consiste semplicemente in un Dio autore delle verità geometriche e dell’ordine degli elementi: è la parte dei pagani e degli epicurei. Non consiste semplicemente in un Dio che esercita la propria provvidenza sulla vita e sui beni degli uomini, per donare una felice serie di anni a chi lo adora: è la parte degli Ebrei. Ma il Dio d’Abramo, il Dio di Isacco il Dio di Giacobbe, il Dio dei cristiani, è un Dio di amore e di consolazione; è un Dio che riempie l’anima e il cuore di quelli che Egli possiede; è un Dio che fa loro sentire interiormente la loro miseria, e la sua misericordia infinita; che si unisce al più profondo della loro anima, che la riempie di umiltà, di gioia, di fiducia, di amore; che li rende incapaci di altro fine che non sia Lui stesso" (Pensieri, n. 602). Pascal ha ragione

Pascal ha ragione un cazzo. Ci pensavo oggi, con questi dolorini che mi tengono contratto il collo, che mi fanno sentire quanto la testa sia un peso per il corpo. A un certo punto, saranno state le tredici o giù di lì, durante una breve pausa tra un turno e l'altro, ho portato la mia testa altrove, su una panchina sopra un rialzo di terra riportata con davanti la ferraglia cigolante di una stazione. Ah che bello, il sole luminoso che si allarga tra piccoli sbuffi di nubi biancastre. Detto fatto, metto il pettuccio al sole perché - mi dico - queste sono cose che non si fanno da morti. E sento i miei baffi abbronzarsi, così come il mio scarso pelo pettorale. Posso dire che ne ho goduto? Posso. E, d'improvviso, lucentezza per lucentezza, ho percepito l'inesorabile scorrere del tempo, ho visto i miei futuri capelli grigi, gli occhi tipo quelli di mio padre un mese prima che morisse, nei quali io tentavo le mie assurde diagnosi iridiologiche
Quanto è faticosamente bello vivere. E il sole diventa un succo ora. Schiaccio una zanzara su una spalla. Per ora è morta lei. L'erba sotto i piedi suda la recente pioggia. Mi sdraio e sento arrivare un treno. E se invece di una panchina di legno fossero binari, sarei così beato e tranquillo?

«Penso che il terreno s'ingrasserebbe bene concimato di cadaveri, ossa, carne, unghie, fosse comuni. Spaventoso, Diventa rosa e verde, si decompone. Va in putrefazione presto nel terreno umido. I vecchi magri più duri. Poi una specie di impasto segoso una specie di formaggio. Poi cominciano a diventar neri e ne cola fuori una melassa. Poi rinsecchiti. Farfalle dei morti. Naturalmente le cellule o come diavolo si chiamano seguitano a vivere. Si ricombinano. Praticamente non smettono mai di vivere. Niente da mangiare mangiano se stesse». James Joyce, Ulisse, traduzione di Giulio De Angelis, Meridiani Mondadori, pag. 150

Pensare alla morte in anticipo, a una certa distanza di sicurezza (si spera) fa bene (presumo). Mi toglie tanti vizi, in primis quello di avere a tutti i costi fottutamente ragione.
Mai fino ad oggi ho vissuto così poca voglia di autunno, per me che ottobre e novembre sempre stati i mesi migliori. Adesso vorrei che non fossero, vorrei fosse subito primavera, per togliersi dalle palle tutta questa chiacchera elettorale distraente, e gli ultimi colpi tecnici di un governo che lascerà il segno, un tatuaggio brutto sulla pelle d'Italia.